L’amarezza di Sandgren: “Mi sento come una zattera in mezzo all’oceano"

Interviste

L’amarezza di Sandgren: “Mi sento come una zattera in mezzo all’oceano”

Il tennista statunitense non ha ancora dimenticato quei sette match point contro Federer all’Australian Open. Ma non dimentica nemmeno le difficoltà per arrivare sul tour. “Nel tennis o lavori duro o non emergi. Non sapevo cos’altro fare nella vita e ho continuato a provarci”

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Tennys Sandgren - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

La metafora è di quelle efficaci: “Una zattera in mezzo all’oceano”. Sballottata da onde che non è preparata ad affrontare, trasportata verso lidi che non conosce. Così ha detto di sentirsi Tennys Sandgren a dieci giorni dalla sua partita di tennis che forse tutti ricorderanno di più. Peccato che, come tutti sappiamo, questo incontro l’abbia perso, sulla leggendaria Rod Laver Arena, ai quarti di finale dell’Australian Open, contro un Roger Federer menomato, al quinto set, nonostante sette match point. Una delusione indescrivibile. Soprattutto se hai già 28 anni e non è detto che ti ricapitino molte altre occasioni di battere quello che da molti è considerato il miglior tennista di tutti i tempi e accedere alle semifinali di un major. 

Non prendo le sconfitte particolarmente bene in generale. Questa è stata ovviamente molto difficile da mandare giù. Nonostante abbia fatto un gran torneo, è sempre un ko che si porta dietro quella spirale emotiva negativa che solo una sconfitta di questo genere implica”, ha spiegato Sandgren in un’intervista esclusiva al sito della ATP. Il tennista del Tennessee deve però riuscire a mettere le cose in prospettiva. In Australia ha raggiunto per la seconda volta in carriera i quarti, superando giocatori molto più quotati di lui come i nostri Matteo Berrettini e Fabio Fognini. Grazie a questo inatteso risultato si è riportato a ridosso dei primi 50 nella classifica mondiale. “Ho cercato di aggrapparmi alle cose che contano e capire che in fondo è solo una partita”, ha proseguito. Certo sarebbe stato bello portarla a casa, giocare la prima semifinale Slam eccetera. Ma è stato pur sempre un gran torneo. Spero di avere un’altra opportunità del genere. E se non ce l’avrò poco male. Ho fatto del mio meglio”.

Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Se però una pensa come Sandgren si sia potuto trovare nella posizione di poter battere Federer per una semifinale Slam, la storia cambia radicalmente. Per vincere la sua prima partita in un tabellone principale di un torneo del circuito maggiore – nell’ATP 500 di Washington contro il giapponese Go Soeda – ed entrare nei primi 100 del mondo ha dovuto aspettare fino ai 26 anni. Prima tanta ma tanta gavetta nei Challenger americani, dove la concorrenza è forte e i montepremi non sono di certo stellari. “È stata dura. Non ho avuto la strada spianata. Ci sono un sacco di bravi giocatori nei Challenger”, ha sottolineato. “A meno che non ottieni grandi risultati da subito, devi lavorare e cercare di capire come venirne fuori. Così è come ho passato quattro-cinque anni nel circuito Challenger”. E non ha mai pensato di mollare? Perché ha continuato? La risposta è di una candidezza disarmante.In realtà è in parte a causa della mia stupidità. Non sapevo cos’altro fare nella vita. Avevo investito così tanto tempo nel tennis che ho pensato che non ci fosse nulla che mi poteva riuscire meglio. Perciò ho continuato a lavorare, allenarmi duro, per darmi una possibilità di sfondare. O lavori o molli in questo sport. Le opzioni sono due. Non è una scelta facile”. 

Ma se, quando si trovava invischiato nel Challenger di Savannah, gli avessero detto che un giorno avrebbe perso contro Federer la semifinale dell’Australian Open fallendo sette match point, cosa avrebbe pensato? Avrebbe aiutato la scelta di continuare ad insistere sulla carriera di tennista? “Sarei stato molto arrabbiato con me stesso”, ha raccontato. Certo quarti in Australia, ma quella cosa dei sette match point. Non so se mi avrebbe aiutato molto a tirare avanti all’epoca”. A dimostrazione del suo grande carattere e della voglia di non accontentarsi mai. La stessa che gli ha permesso di uscire dalle retrovie e approdare nei grandi palcoscenici. “Penso che sia incredibile quello che può succedere se si continua a lavorare sodo. Se si prende questa attività giorno dopo giorno non ha idea dove ti può portare”.

 

A prescindere dai problemi fisici di Federer, Sandgren ha giocato una partita di altissimo livello. In particolare, l’americano non sembrava avere grandi difficoltà a gestire il gioco offensivo e vario del maestro elvetico. Ad aiutarlo nella circostanza è stata l’esperienza. È stato divertente perché durante il match pensavo a un mio amico, Ryan Lipman, che ora è assistente allenatore all’università Vanderbilt. Ha un gioco simile a Federer: rovescio ad una mano, slice, gli piace venite avanti e fare serve and volley. Abbiamo giocato contro a livello junior, anche lui è di Nashville come me. Avremo fatto 50 forse 100 sfide tra allenamenti e tornei. Ovviamente Roger è su un altro pianeta. Ma la struttura del punto è simile. Pensavo: ‘Mi è già capitato di giocare questa partita’. Il back corto che mi portava a rete e robe simili le avevo viste fare anche al mio amico. Era un po’ surreale”. I due poi si sono parlati, e Tennys ha detto a Ryan che se avesse vinto lo avrebbe ringraziato nelle interviste. “Così si è mangiato le mani pure lui”, ha scherzato.

Roger Federer e Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Nel tennis però non si può vivere nel passato. Sandgren è già a New York per il suo primo torneo dopo Melbourne. Al primo turno affronterà il connazionale Steve Johnson. “Ogni settimana è diversa. Ogni settimana è una nuova settimana. Devi pensare che stai ripartendo da zero e lottare. In Australia è stato fantastico ma questo è un altro torneo. Gli altri tennisti sono riposati e affamati. Se non lo sarò anche io, le cose non andranno bene. Quindi devo rimanere umile e continuare a lavorare”. Grazie a questa attitudine è passato dalle sabbie mobili dei Challenger a trovarsi a un passo dalla storia. E chissà che la stessa attitudine non gli dia un’altra chance di compiere anche quell’ultimo passo. 

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Interviste

“Boicottare il Roland Garros? No, mai gli Slam!”

“256 tennisti devono dare priorità agli Slam che garantiscono 50.000 euro a chi perde al primo turno. Wimbledon? Difficile si giochi: è decisivo il tipo di assicurazione che ha”. Parla il famoso giornalista di Sports Illustrated Jon Wertheim, intervistato dal direttore Scanagatta

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Jon Wertheim (a sinistra), intervistato a Wimbledon

Il Direttore ci ha preso gusto: se isolamento forzato deve essere, che possano beneficiarne anche i lettori! Dopo la video-chiacchierata con Ray Moore, Ubaldo ha parlato anche con Jon Wertheim, giornalista tra i più stimati in ambito tennistico, opinionista di punta di Tennis Channel, executive editor di Sports Illustrated, autore di cinque libri di successo, fra cui “Strokes of Genius” ispirato a Federer e Nadal (in copertina) e con quelli che lui considera i migliori match di sempre

Proprio da cosa è cambiato nelle dinamiche lavorative della rivista sportiva più famosa del mondo è partita l’intervista, di cui vi riportiamo in forma testuale (e tradotti) i principali estratti.

SPORTS ILLUSTRATED – “Essere un media sportivo senza sport è una grande sfida! Il numero dei collaboratori non è cambiato molto, c’è stato più che altro uno spostamento di risorse verso i contenuti digitali. Questo è un momento che stimola la creatività. Del resto, nessuno era preparato ad affrontare una situazione di questo tipo, è un territorio nuovo: a tutti manca lo sport, ma stiamo anche realizzando che non si tratta di una priorità“.

 

TENNIS VS SPORT DI SQUADRA – Ubaldo apre la questione: gestire le implicazioni di questa pausa è più complicato per i tennisti, che oltre a non avere una squadra alle spalle… hanno addirittura una squadra da sostenere (allenatore, fisioterapista, medico). “Innanzitutto c’è differenza tra i grandi giocatori e coloro che invece stanno iniziando a preoccuparsi della loro situazione economica. Il tennis, inoltre, è uno sport molto globale e il fatto che si giochi in così tanti paesi lo rende più suscettibile a una pandemia“.

FONDO DI SOSTEGNO – Wertheim lancia un’idea per redistribuire le risorse verso i tennisti con meno introiti: “ATP e WTA potrebbero rinunciare agli incassi delle Finals, che di solito vanno ai due circuiti, e i top player potrebbero fare lo stesso con una parte dei montepremi“. Il direttore menziona l’esempio dei commissioner di alcuni sport americani che hanno accettato di ridurre il loro salario (è il caso di Adam Silver, a capo dell’NBA) e suggerisce che chi sta ai vertici degli organi di governance del tennis potrebbe fare lo stesso. “Però c’è una relazione diversa tra tour e atleti“, fa notare Jon Wertheim,

CAOS ROLAND GARROS? – “Sarebbe bello se tutti i giocatori raggiungessero un accordo su come affrontare la questione. Sono 256 giocatori che potranno guadagnare un minimo di 50000 dollari a testa. Boicottarlo? No. Se fossi un giocatore sarei più felice del fatto che si giochi il French Open che irritato per la mancanza di comunicazione o per il fatto che un paio di tornei possano essere sopraffatti. Magari Federer potrebbe dire: ‘È troppo avanti nella stagione ed è su terra’. Ma penso che tutti i giocatori saranno felici di avere questa opportunità nel 2020”.

Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

LAVER CUP – “Tutti amiamo la Laver Cup e amiamo Roger. Ma parliamo di un evento a inviti, aperto solo a otto giocatori e nessuna donna. Mi dispiace per la Laver Cup e capisco che Tony possa essere deluso. Ma se confronti un major con un torneo a inviti… le cose più importanti prima di tutto. Non c’è proprio paragone”.

WIMBLEDON – “Sarei curioso di leggere la loro polizza di assicurazione. So che non sono interessati a giocare a porte chiuse, senza pubblico non vogliono giocare. Se organizzi un evento senza pubblico, puoi usufruire dell’assicurazione? Credo che questa sia la domanda per gran parte di questi tornei. Guardando alla situazione in Gran Bretagna, penso che sia molto complicato che si giochi. Le due settimane che si sono liberate dopo la cancellazione delle Olimpiadi potrebbero aiutare, ma non sono ottimista purtroppo”.

Jon Wertheim (a sinistra), intervistato a Wimbledon

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Focus

Borna Coric, tra terremoto e epidemia: “Tennis? Palleggio contro il muro”

Il tennista croato, da una decina di giorni rientrato a Zagabria, ha raccontato come ha vissuto il sisma di domenica (“Ho solo una parola, terrore”) e come stia cercando di organizzarsi per allenarsi con il lockdown dovuto al coronavirus (“Per adesso in casa e sul terrazzo, ma fuori fa freddo. Sto cercando una soluzione”)

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Borna Coric - Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

Šta još?” (“Cos’altro?” in croato, ndr) hanno detto terrorizzati diversi cittadini di Zagabria domenica mattina, dopo essere stati costretti ad uscire in strada dal terremoto che ha colpito la capitale croata in piena fase di “lockdown” del Paese a causa dell’epidemia di coronavirus. Tra loro c’era il tennista croato Borna Coric, rientrato da un decina di giorni nella capitale croata, sua città natale, dagli Stati Uniti, in seguito all’annullamento dei tornei di Indian Wells e Miami. Il n. 1 croato, contattato telefonicamente da un giornale locale, ha spiegato così cos’ha provato. “Uh, è stato veramente stressante. Io mi sono svegliato poco prima del terremoto, avevo dormito male. Probabilmente non ho ancora superato il jetlag. Non ho altre parole per descrivere la sensazione che ho provato se non una, terrore. In casa cadeva letteralmente tutto per terra, sono uscito fuori in strada e la prima cosa che ho fatto è stata andare dai miei genitori per vedere se era tutto a posto. Dopo ho preferito passato qualche ora in auto.Non scontato averlo potuto fare, considerato che il suo preparatore fisico Pero Kuterovac, che vive anche lui a Zagabria, gli ha raccontato di essersi ritrovato con l’auto distrutta dai detriti caduti dalle case.

A Borna è poi stato chiesto come sta vivendo questo periodo di isolamento. A sentire le sue parole, la situazione di uno dei migliori tennisti al mondo under 25 non è assolutamente diversa in questo momento da quella di tanti altri ragazzi della sua età che vivono da soli. “Praticamente sto sempre in appartamento, non sono mai uscito. Mia mamma è venuta a trovarmi diverse volte, anche perché non me la cavo proprio bene nei lavori di casa, soprattutto in cucina”.

In attesa, come tutti, di poter tornare al più presto alla normalità, Coric sta ovviamente cercando di capire come poter allenarsi al meglio, nel frattempo. “Sì, è così. Sto pensando a cosa fare e come. Vorrei provare ad andare via da Zagabria, trovare un posto a Zara o a Spalato, dove ci sono delle condizioni migliori per mantenere la condizione, dove potrei anche eventualmente allenarmi in campo. Naturalmente Kuterovac mi ha mandato il programma di allenamenti adattato a questa situazione, lavoro in casa o sul terrazzo, ma fuori fa freddo. Faccio quello che posso e come posso, e nel modo migliore che posso. È quello che dovremmo fare tutti, rischiando il meno possibile. Non è semplice, chiaro”.

 

I piani di Borna sono resi ancora più complicati dalle recenti disposizioni del governo croato per contenere la diffusione del coronavirus, che vietano gli spostamenti da una città all’altra del paese. “Proprio per questo motivo passo molto tempo al telefono. Guardo, seguo, sono informato su tutto. Sono in contatto con Borna Gojo (altro giocatore croato, attuale n. 279 ATP, ndr) per andare a stare insieme da qualche parte per poter allenarci, ad esempio in una casa più grande dove poter aver delle condizioni normali da questo punto di vista. Ma adesso è veramente tutto un casino…”.

L’intervista telefonica è stata l’occasione per chiedere delle condizioni del polso sinistro del 23enne tennista zagabrese, che aveva iniziato a dargli problemi ai primi di febbraio e non gli ha permesso di esprimersi al meglio nella tournée sudamericana sulla terra battuta del mese scorso (eliminato all’esordio all’ATP 250 di Buenos Aires, mentre nell’ATP 500 di Rio è arrivato comunque in semifinale, sconfitto dal cileno Garin).

Non so cosa dire, penso che non sia ancora al 100%. La fortuna nella sfortuna è che i tornei negli USA sono stati annullati, perché non sarei stato in grado di giocare il mio miglior tennis. Anche durante gli allenamenti a Indian Wells non ero soddisfatto: sentivo dolore, non giocavo bene. Poi è arrivata la notizia che il torneo era annullato, ricordo di aver pensato “Cosa faccio adesso?”, mi sono passate per la testa cento cose. Di solito sono molto ben organizzato, ma questa è una esperienza del tutto nuova. Non solo per me. Non è piacevole, ma dobbiamo organizzarci e gestirla. Tornando al polso, come dicevo non posso dire niente di certo, perché a tennis ho giocato solo contro il muro dell’appartamento…“.

Schietto come sempre, Borna non ha risparmiato critiche ai dirigenti del Roland Garros per lo spostamento del torneo in autunno, sottolineando però, come sostengono in molti, che il problema del tennis professionistico maschile è più ampio. ”Una cosa fatta veramente male. Non ho problemi riguardo al fatto che il torneo si sposti, sappiamo tutti cos’è il Roland Garros, ma il modo non andava bene. Nel tennis abbiamo sicuramente bisogno di molta, molta più comunicazione. E di cambiare mentalità. Dall’altra parte, se loro non avessero scelto quella data, l’avrebbe presa qualcun altro. Vedremo come andrà a finire”.

Al vincitore di Halle 2018, dove batté a sorpresa in finale Roger Federer, viene chiesta una opinione sulla possibilità di tornare effettivamente a giocare sull’erba dall’8 giugno, quando scadrà la sospensione dell’attività professionistica decisa congiuntamente da ATP e WTA. Anche in questo caso, il n. 33 del ranking ha risposto molto francamente. “Penso che in generale parliamo troppo di cose di cui non sappiamo niente o comunque molto poco. Fino a due mesi fa pochi parlavano del coronavirus. Io non ho la competenza per parlare di questo. Naturale che vorrei che andasse così e spero che accada. Sono abituato a tutt’altro, allo spostarmi di giorno in giorno, al giocare tornei una settimana dopo l’altra… Ora sono a casa, disteso, lancio la pallina contro il muro. Quando vedo la situazione drammatica che c’è in Europa, resto senza parole e quello che penso io non è importante. Ci sono persone preparate e preposte a questo, sono quelle che dobbiamo ascoltare e comportarci in base alle loro indicazioni”.

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Focus

Video-intervista a Santopadre: “Berrettini, uno stop forzato che forse non nuoce”

L’allenatore di Matteo: “Lui è a Boca Raton a casa di Ajla Tomljanovic. Non è necessario giocare a tennis ora. Prossimi tornei? Cambiano i piani. Se prima di Wimbledon… Oggi tennisti più uniti, ma il Roland Garros ha la forza d’uno Slam”

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Vincenzo Santopadre e Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Ho approfittato della consueta disponibilità di Vincenzo Santopadre, allenatore di Matteo Berrettini, per condurre una video-intervista con uno dei molti quarantenati forzati del mondo del tennis. Uno di quelli che può raccontarci le cose più interessanti, tra l’altro, da coach del numero uno d’Italia. Santopadre si trova a Roma, dove è rientrato dagli Stati Uniti dopo la cancellazione del Sunshine Double, a differenza di Berrettini che è rimasto ad allenarsi a Boca Raton, in Florida, assieme alla sua ragazza Ajla Tomljanovic.

Purtroppo alcuni capricci della mia connessione internet – ma guai a lamentarsi, vista la situazione in cui ci troviamo – mi hanno costretto a interrompere la comunicazione in video e a riprenderla soltanto via audio. Ma non preoccupatevi, per chi vuole ascoltare per intero la nostra conversazione vi forniamo entrambe le registrazioni.

LA VIDEO-INTERVISTA (PARTE 1)

 

Nella prima parte della nostra chiacchierata, Vincenzo mi ha raccontato un po’ nel dettaglio come si sono svolti i fatti a Indian Wells, dove l’atmosfera è sempre stata un po’ surreale e a un certo punto – dice proprio così! – tutti hanno cominciato a darsela a game levate. Ma non vi anticipo troppo, lo ascolterete direttamente dalle nostri voci.

L’AUDIO-INTERVISTA (PARTE 2)

La seconda parte è un po’ più lunga ma vale la pena ascoltarla per intero. Dopo averci un po’ aggiornato sulla situazione effettiva degli allenamenti di Matteo – che sta incontrando sempre maggiori difficoltà, perché le accademia in Florida stanno chiudendo – Vincenzo ha fatto luce sull’attuale composizione del team, dandoci anche qualche delucidazione su chi segue Tomljanovic.

Quanto alle conseguenze dell’assenza forzata dai campi, Santopadre ha detto: “Fermarsi adesso non è detto che sia un male. Matteo stava sicuramente recuperando, ma a Indian Wells e Miami non sarebbe comunque stato al massimo della condizione“. Io gli ho suggerito ‘non tutti sono Federer!’ – che tornano dopo sette mesi e vincono uno Slam – e lui mi ha dato ragione ridendo. In generale, la prospettiva è sempre quella del lungo termine, ovvero ‘allungare la sua carriera il più possibile, non guardiamo a breve termine‘. Così come la scelta di alternare le programmazioni di anno in anno anno è un po’ come ‘andare al ristorante‘, dove non si prende sempre lo stesso piatto: lo scorso anno Matteo ha giocato indoor a febbraio, quest’anno, senza infortunio, avrebbe giocato in Sud America. Così si costruisce un giocatore completo.

In chiusura, abbiamo parlato anche di Roland Garros, giocatori e rapporti di forza tra tornei. Ma non posso anticiparvi proprio tutto tutto, quindi ascoltate!

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