Coronavirus: Italia-Corea del Sud con il fiato sospeso, il tempo delle battute è finito

Editoriali del Direttore

Coronavirus: Italia-Corea del Sud con il fiato sospeso, il tempo delle battute è finito

Da un giorno all’altro chi deve decidere dimostra sempre grande incertezza e dubbi. Certo per ignoranza. Allora però si corrano meno rischi possibili

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Barazzutti: “Attendiamo indicazioni dal Governo”
A Cagliari, rischio porte chiuse
Coronavirus, l’ITF a Ubitennis: “Al momento non ci sono restrizioni per gli atleti impegnati in Italia”

Non si scherza più. Non avrei voluto mai dover scrivere anch’io di Coronavirus. Lo hanno fatto già tanti e certamente con maggiori competenze della mia. Però l’evolversi della situazione, comunque preoccupante anche se per molti ancora non al punto di dover provare vera angoscia, mi spinge responsabilmente a farlo pur nella consapevolezza di non poter scrivere alcunchè di nuovo o particolarmente originale. Credo che a questo punto serva soprattutto usare buon senso e mi auguro di averne.

Giornali, tv, ogni tipo di media hanno già scritto di tutto e di più, riempiendo prime pagine, aperture di notiziari e via dicendo. Al contempo credo non ci sia stato chi, almeno fra gli utenti di Whatsapp, non abbia ricevuto battute, gags, foto e video, strettamente collegate al coronavirus. Beh, di fronte ai primi morti registrati anche fra coloro che apparentemente non erano né malati né ottuagenari e oltre, credo che sia proprio il caso di prendere questa vicenda molto più seriamente, da parte di tutti, noi amanti dello sport (e del tennis in particolare) compresi.

Se l’altro giorno avevo trovato sinceramente esagerato l’atteggiamento di una persona amica che aveva preferito non stringermi la mano, beh oggi – dopo aver letto di un uomo di 61 anni apparentemente sanissimo, sportivissimo, sempre sui campi da tennis ad ogni momento libero, deceduto a Parma domenica notte quando le prime avvisaglie del coronavirus le aveva avute venerdì sera con la prima febbre– senza lasciarmi contagiare da eccessi di psicosi comunque deleteri, mi trovo però a essere più comprensivo nei confronti di chiunque (quindi anche quella persona amica) si comporti usando le maggiori precauzioni.

E non vedo perché non si dovrebbero consigliarle noi stessi, visto che in fondo – a parte momenti di comprensibile imbarazzo nel ritrarre una mano davanti a una tesa, oppure nello scansarsi all’indietro davanti a chi non avrebbe problemi a darti un bacino sulla guancia – non costano nulla e i rischi per la salute pubblica, anche se non fossero quelli paventati, sembra proprio che possano esserci. Quindi perché correrli? A beneficio di chi? Ci si potrà sempre scusare con chi potrebbe restarci male, come l’altro giorno ci sono rimasto anche io e spiegare che non lo si fa soltanto per noi stessi ma anche per loro. Noioso, fastidioso, quasi ridicolo? Certo, ma mi pare che ci siano noie, fastidi ben peggiori nei quali stanno incappando anche sempre più persone come noi, persone che si sono sentite sempre al sicuro e che magari hanno ironizzato fino al giorno prima comportamenti ritenuti eccessivamente timorosi, “guardinghi”.

Si sono levate nei giorni scorsi moltissime critiche nei confronti dei nostri politici. Critiche più fondate, meno fondate, a volte pretestuose e interessate, a volte semplicemente spontanee. In tutta onestà non erano situazioni facili da gestire. E non poteva esserci, al riguardo, quasi alcuna esperienza nel gestirle, da parte di chicchessia. Erano comunicazioni, ancor prima che decisioni, complesse per le conseguenze che potevano avere… da una parte per la salute pubblica nazionale, scelta prioritaria ma collegata ad una conoscenza scientifica del virus ai più ignota, dall’altra per l’economia di una regione, di un intero Paese, dovendo tenere conto anche degli eventuali – ribadisco: eventuali – intenti speculativi di altri Paesi che per un motivo o l’altro, potevano avere dei vantaggi, o anche degli svantaggi, dalla diffusione del contagio nei nostri confini. La fama di Italia quasi appestata quasi come la Cina e la Corea – anche se in buona parte dovuta ai tanti test fatti da noi e non fatti invece in tanti altri Paesi che ci hanno dato degli untori –  è stata certo una conseguenza mediatica che nostro malgrado dobbiamo registrare come purtroppo avvenuta.

Un po’ tutti abbiamo – mi ci metto anch’io – seguito le nostre sensazioni, anche quando perfino le nostre sono state ondivaghe, perché di volta in volta influenzate da informazioni ufficiali (e non) che un momento dicevano una cosa e parevano cose angoscianti e un altro momento invece tranquillizzanti. Magari perché dettate da interessi contingenti. La necessità di non creare eccessivi allarmismi, di non rovinare l’economia di un’intera nazione – offertasi al mondo fin dall’inizio come uno dei tre Paesi incubatori e untori del virus – ha spinto alcuni, politici e non, a presentare scenari più ottimistici.

Non sarà in effetti per nulla facile risollevare le aziende che nel frattempo sono cadute del tutto o quasi, né quelle che hanno subito un vero crollo o patito una pesante crisi con l’incognita dei tempi che le aspettano. Al tempo stesso il timore di una pandemia assolutamente fuori dal comune ha di contro prospettato un avvenire a tinte cupe, anche foschissime. Il tutto, o quasi, con veri scienziati confusi in mezzo a finti scienziati che contraddicendosi – in mezzo a fake news e vere news – hanno ingenerato una tale confusione che di certo non ha aiutato a capire cosa stesse, cosa stia succedendo. Le varie autorità preposte, governative nazionali e regionali, sportive delle varie discipline, hanno purtroppo contribuito enormemente a incrementare confusione e progressivo disorientamento.

Quelle, tipo Lega Calcio, tutto sommato più facili da seguire per la gente per il fatto che lo sport del pallone  viene mediaticamente molto più seguito per motivi economici, di interesse, di trasmissioni televisive – una partita Juventus-Inter  ha ben altro impatto di uno spettacolo teatrale, travalica perfino i nostri confini per via dei diritti tv venduti a livello planetario – hanno fatto più danni della grandine. In una regione si raccomandava una cosa, in un’altra magari confinante quella opposta, in Serie A ci si preoccupava del contagio, in serie B no. Un vero disastro. Abbiamo osservato di giorno in giorno, a volte nello stesso giorno, posizioni quasi diametralmente opposte sugli stessi media, anche fra una pagina e l’altra se cartacei.

Oggi il giornalismo cartaceo gode ancora di una maggiore credibilità rispetto a quello via web, perché si continua a credere che la verifica delle notizie sia più puntuale da parte di redazioni formate da professionisti dipendenti a tutti gli effetti, quando in gran parte dei siti spesso non è così. Anche quella maggiore credibilità, peraltro, si va pian piano sgretolando. Per tutta la giornata noi italiani siamo rimasti in attesa del decreto governativo che doveva riguardare tanti aspetti della nostra vita, lavoratori delle più varie attività, studenti, spettatori, tifosi.

Il primissimo provvedimento annunciato dal Premier Conte ha riguardato la scuola. Per lo sport e l’annunciata sospensione l’attesa si è prolungata ulteriormente. Quasi che 24 ore non fossero bastate a sciogliere il dilemma. Chi scrive non ha potuto al momento pronunciarsi, né ritiene che avrebbe dovuto esprimere un’opinione sul daffarsi in assenza di quelle cognizioni scientifiche che dovrebbero sussistere a monte di ogni decisione e delle quali non sono a conoscenza.L’invito che mi sento di fare è uno solo: qualunque cosa venga decisa cerchiamo di accettarla con la disciplina di un popolo che all’esterno dovrebbe dimostrarsi unito e non lacerato da mille divisioni, contrasti, interessi.

A me premono gli Italiani e la loro salute, l’Italia e la sua consistenza e , sì, anche la sua immagine che finora non è davvero uscita bene da questa orribile situazione. Cerchiamo per una volta, e questo è il mio appello anche ai lettori di Ubitennis che ogni tanto tendono a trascendere e a usare anche fra loro stessi toni sovreccitati e poco civili, di comportarsi come vorremmo si comportassero i nostri figli, soprattutto quelli che non vanno nelle curve degli stadi a gridare “Devi Morire!” ogni volta che vedono un calciatore della squadra avversaria che finisce a terra. Io sogno anche che un giorno da una curva all’altra non si oda più gridare i “Vaffa” all’indirizzo della tifoseria avversaria e della città di quella squadra, ma lì so bene che sono un vecchio utopista sognatore. Non accadrà mai.

Per finire tornando più strettamente al tennis: se si giocasse Italia-Corea del Sud a porte aperte, come meriterebbero gli sforzi di chi l’ha faticosamente organizzata con grande impegno, gli atleti, gli appassionati, vorrei essere sicuro che le garanzie sanitarie fossero quelle di chi ha studiato davvero le cose al meglio e sa di aver preso una decisione ponderata, non strumentale agli interessi (politici e/o economici) di chicchessia. Se certezze non se ne hanno, allora non si giochi con la pelle dei più sfortunati. Chi deve decidere dimostra sempre grande incertezza e dubbi. Certo per ignoranza. Allora però si corrano meno rischi possibili. Io, mai stato allarmista ma semmai invece fatalista, la penso così. E voi?

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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