L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

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L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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Campionati Assoluti di Todi di segno ‘Macho’… ma non fatelo sapere a Billie Jean King

Sedici anni dopo, la FIT ha rispolverato gli Assoluti. Vittorie di Lorenzo Sonego e Jasmine Paolini: applausi. Ma il montepremi (23.000 euro) è discriminatorio: 18.000 per gli uomini, 5.000 per le donne. Fischi

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Lorenzo Sonego e Jasmine Paolini - Premiazione Campionati Assoluti di Todi (ph. Marta Magni)

Ne “Il Più Grande Uomo Scimmia del Pleistocene”, illuminante ed esilarante romanzo di Roy Lewis, si narrano le vicende di una famiglia alle prese con i primi passi sulla terra, dopo aver abitato per millenni sui rami degli alberi. Tra i protagonisti, spicca la figura dello Zio Vania, che, ostinatamente contrario ad ogni forma di progresso, si rifiutava persino di camminare su due “zampe”, considerandolo un affronto insanabile nei confronti della pura razza scimmiesca. La posizione eretta, per lui, era una bestemmia urlata nel pieno di una sacra funzione. Tra i mille aspetti del racconto dell’alba della vita umana, potete ben immaginare come l’autore descriva il rapporto tra gli uomini e le donne, che può sinteticamente ridursi al confronto tra predatori superiori e prede inferiori.

Dopo milioni di anni di storia e un paio di secoli di lotte e rivendicazioni non ancora terminate, dalle Suffragette alle Mondine, dal movimento femminista ai giorni nostri, siamo ancora qui a domandarci perché gli uomini riescano a occupare ruoli apicali nella società con più facilità e perché le donne, per farlo, debbano essere eccezionali. Perché sono ancora così evidenti le differenze di trattamento economico tra i due sessi. Perché ancora è di gran moda pensare alla donna come primariamente procreatrice ed angelo del focolare. Perché, nelle pubblicità, la donna stende, stira e cucina e l’uomo si sollazza al computer, per lo più fingendo di lavorare.

Le lotte delle tenniste come Billie Jean King e del gruppo delle Original 9 (che vi stiamo raccontato in questa serie di articoli) per ottenere un montepremi pari a quello dei tennisti, una battaglia portata a compimento – quantomeno negli Slam – a metà degli anni 2000, hanno ottenuto un discreto successo, ma il tema rimane assai dibattuto e ancora non si può ipotizzare il giorno in cui, in tutti i tornei di pari livello, il trattamento economico sarà identico per gli uni e le altre. Non è detto che quel giorno arrivi perché il business detta regole anche sul tema dei diritti: si pensi, per portare un esempio, a quanto è condizionato dagli affari il diritto alla salute. Non solo negli Stati Uniti.

 

Dopo anni di assenza, su lodevole iniziativa della nostra Federazione, si sono organizzati i Campionati Assoluti di Tennis, che assegnano il titolo di miglior giocatore nazionale tra gli iscritti al torneo. Considerata la mancanza di tennis, vissuta dagli appassionati per qualche mese a causa del virus che ha còlto impreparato il mondo, gli Assoluti si sono ritagliati uno spazio di primordine, anche televisivo, e hanno suscitato l’interesse non solo degli amici del tennis, ma dello sport in generale. Tenniste e tennisti italiani di gran livello si son trovati in quel di Todi per giocarsi l’ambito titolo, vinto infine da Lorenzo Sonego in campo maschile e Jasmine Paolini in quello femminile.

Una volta stabilito il discreto montepremi di 23.000 euro, si è deciso di suddividerlo in questa maniera:

  • 18.000 euro per il torneo maschile
  • 5.000 euro per il torneo femminile

Per evitare il rischio di trascendere, non essendo mio uso, non aggiungo alcun commento, lasciando tale compito, se mai volessero, ai gentili lettori.

Qualche domanda, però, mi sorge spontanea: 

  • Chi ha deciso tale ripartizione?
  • Perché, tra i giornalisti sportivi e gli operatori del settore, nessuno ha sentito il bisogno di commentare pubblicamente tale ripartizione?
  • Comprendendo appieno le ragioni del silenzio sul tema da parte di tennisti e tenniste in attività, mi chiedo, poi, perché ex tennisti o ex tenniste non abbiano rilasciato qualche dichiarazione a riguardo.
  • Infine, non sarebbe stato meglio, considerata la differenza di trattamento, assegnare l’intero montepremi ai maschietti e riservare alle femminucce solo un bel trofeo con un sontuoso bouquet di fiori da lanciare tra gli spalti plaudenti?
Jasmine Paolini – Premiazione Campionati Assoluti di Todi (ph. Marta Magni)

Qualche passo in avanti rispetto al Pleistocene, comunque, è stato fatto: lo Zio Vania avrebbe certamente vietato alle donne la partecipazione al torneo, obbligandole in caverna a far le pulizie come si deve. Come si deve.

Marcos


Marcos è stato uno dei primissimi collaboratori del mio blog Servizi Vincenti. Per diversi anni ha curato egregiamente la rubrica di “critica televisiva”. Bentornato! 

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Opinioni

Djokovic e la trappola dell’ego. Ma l’Adria Tour non è il circuito ATP

Il giorno più buio per il n.1 del mondo Novak Djokovic. Possiamo davvero interpretare le sue parole come scuse e come ne uscirà? Attenzione però a non confondere esibizioni e circuito

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Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

“Novak ha tutta la notte per scegliere la tonalità di moquette” aveva postato lunedì su Twitter uno dei fotografi che seguono il tennis in giro per il mondo, richiamando la battuta sarcastica di Maria Sharapova nel suo giorno più nero, quello nel quale in un anonimo hotel di Los Angeles con una moquette “orribile” aveva annunciato al mondo la sua positività al meldonium. Anche Djokovic ha trascorso quello che probabilmente ricorderà come la giornata peggiore della sua carriera sportiva, nel quale ha dovuto ammettere al mondo di aver contratto il SARS-CoV-2 e di aver sbagliato a voler spingere il suo Adria Tour come se fosse il primo evento post-COVID.

Niente faccia a faccia con i media, però, sicuramente giustificato dalle sue condizioni di salute: un comunicato stampa che aveva il sapore artificiale della maionese senza grassi è stato il suo unico contatto con il mondo esterno, ammettendo di essere molto dispiaciuto per quanto accaduto e per le persone che ha esposto al pericolo, e che il virus è ancora presente e ancora tra noi. Nel caso in cui qualcuno ne dubitasse.

Il giornale francese l’Equipe ha interpretato il suo “I am extremely sorry” come una scusa, anche se essere dispiaciuti non vuol dire scusarsi per quanto fatto. Una differenza forse più marcata in inglese che non in altre lingue, e che probabilmente si perde nelle sfumature delle traduzioni. L’intenzione era buona, quella di raccogliere fondi per beneficienza, e di far vedere al mondo che si poteva tornare a vivere.

 

Così come era capitato poco più di quattro anni fa nel caso di Maria Sharapova, il mondo si è scatenato emettendo giudizi e sputando sentenze, facendo arrivare il tennis sulle prime pagine dei quotidiani in tutto il globo. In questo caso l’animosità era già a livelli di guardia ancora prima del patatrac di Zara, dato il catastrofico ruolino di marcia di Djokovic in termini di PR durante questo periodo di sosta-quarantena: prima le dichiarazioni contro i vaccini, poi le videochiamate in mondovisione con personaggi di dubbia opportunità che millantavano la conoscenza di tecniche prodigiose per bonificare cibi e acque malsane, quindi il malinteso della presunta violazione del confinamento in Spagna (poi immediatamente rientrato), uno smacco ai suoi colleghi disertando la conference call dell’ATP, per poi finire con l’apoteosi balcanica tra evitabilissimi bagni di folla e pazze serate in discoteca.

Le prove indiziarie a carico sono numerose, un po’ troppe per sperare in un’assoluzione che forse verrà solamente con il tempo, “gran dottore” come da sempre ironizzato in un famoso verso della ex signora Borg. Quello che forse ci dimentichiamo è che anche Djokovic, così come i suoi due colleghi alieni che da tanti anni ormai allietano le nostre settimane Slam, è umano, e può sbagliare.

Credo si possa dire che ha fatto una stupidaggine: alzi la mano chi non ne ha mai fatte. Quello che conta è come si reagisce.

Per ora la partenza è un po’ incerta: le scuse sono state molto annacquate, ammesso che si voglia considerare quell’”extremely sorry” come una scusa per quello che ha fatto. L’assenza di norme tassative che imponessero distanziamento, precauzioni e comunque un comportamento almeno vagamente consono alla pandemia in corso non giustifica la mancanza di buon senso di aver organizzato un evento del genere senza la benché minima misura preventiva. Se non è obbligatorio, non vuol dire che è vietato.

E la tempistica dell’Adria Tour presta il fianco a supposizioni piuttosto spiacevoli: Djokovic stava facendo vedere tutti i suoi muscoli alla USTA per ottenere condizioni meno “estreme” e “insostenibili” per la disputa dello US Open. Qualcuno aveva etichettato lui e gli altri top players come ricchi viziati per aver paventato un rifiuto allo Slam newyorkese nel caso in cui non potessero portarsi tutta l’abituale corte di allenatori, medici e portaborse in nome di uno sfoltimento dei ground. E l’organizzazione di un evento che sembrava provenire da una galassia parallela, se non da una macchina del tempo, per quanto ignorasse la situazione COVID sembrava servire da perfetto messaggio politico, un po’ come i video delle parate militari che arrivano dalla Corea del Nord di Kim Jong-Un. Solo che alla fine gli è cascato tutto addosso.

Nel celebre film Top Gun, primo grande successo di Tom Cruise nella parte del pilota di caccia Maverick, c’è un passaggio che purtroppo non è stato reso nel doppiaggio in italiano e che crediamo si presti bene a questa situazione: il comandante del ribelle Maverick lo redarguisce dopo l’ennesima marachella con la frase “Your ego is writing checks your body can’t cash”, ovvero “il tuo ego emette degli assegni che tu non riesci a coprire”. Come ha commentato a L’Equipe il direttore del torneo di Marsiglia Jean-François Cajoulle, “[Djokovic] ha un lato di se stesso quasi messianico che si ritiene al di sopra di certe leggi naturali, ma il boomerang può tornare indietro molto rapidamente. […] Il suo lato esteriore è levigato, mentre quello interiore è più tormentato e violento”.

Sempre secondo Cajoulle, Nole non ha la stessa presenza iconica di Federer e Nadal: “Se fosse stato uno di loro due a fare una cosa del genere avrebbe avuto maggiore impatto sul circuito. Ma Federer e Nadal non avrebbero mai fatto una cosa simile”.

L’ATP e la USTA si sono affrettate a dire che tutto va avanti come previsto per la ripresa del circuito: loro, d’altra parte, stanno lavorando da mesi su protocolli sanitari che impediscano cose di questo genere. In tanti hanno pensato che la positività di quasi metà dei giocatori dell’Adria Tour volesse dire stop al tennis per il prossimo futuro: d’altronde, per chi segue il tennis da lontano non c’è molta differenza tra l’Adria Tour e il circuito vero e proprio. I giocatori sono quelli forti che si vedono nei tornei importanti, difficile per chi non è addentro ai meccanismi del tennis capire la differenza tra l’esibizione nei Balcani e un ATP 250.

Ma solo perché uno da ubriaco si è messo al volante andando contromano ai 200 all’ora, non vuol dire che bisogna fermare tutte le autovetture. Bisogna solamente guidare con maggior criterio e attenzione, ora che la strada è irta di pericoli.

Quale aspetto ha ora il cammino davanti a Djokovic? Difficile dirlo. Probabilmente una dichiarazione di scuse un po’ più convinta di quella del comunicato stampa di martedì potrebbe fargli bene, far vedere che è volontariamente sceso dal piedistallo sul quale si è messo. Ma il suo ego descritto sopra sicuramente gli sconsiglierà di fare una cosa del genere: si tratta dello stesso ego che gli ha consegnato 17 Slam e un record vincente contro gli altri due mostri, “quella forza mentale che può fare male, agli avversari ma anche a se stesso” dice Cajoulle.

Un altro bel gesto potrebbe essere rassegnare le dimissioni da Presidente del Players Council: è evidente che non ha più la fiducia dei suoi colleghi, e la sua agenda è sempre più la sua personale e non quella dei giocatori che si è offerto di rappresentare. Non avrebbe nulla da perdere, se non un po’ di amor proprio, ma ne guadagnerebbe in coerenza.

Comunque vada, ora l’importante è che tutti gli “inciampati” (se non proprio caduti) dell’Adria Tour si riprendano appieno e siano pronti per l’inizio del circuito a metà agosto. Del resto, se ne occuperà come sempre il tempo.

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Opinioni

Coronavirus all’Adria Tour: Djokovic ha delle responsabilità?

Nessuna, dal punto di vista formale, nonostante le positività di Dimitrov e Coric al virus che causa il COVID-19. Più di qualcuna, se consideriamo che Novak Djokovic è il presidente dell’ATP Player Council

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Novak Djokovic - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

BREAKING NEWS – Djokovic è risultato positivo al coronavirus


Il dibattito sui quattro casi di coronavirus all’Adria Tour, che sui social ha presto assunto le forme di un tiro al piccione – a scanso di equivoci, il piccione è Novak Djokovic – è chiaramente il tema del giorno. Dopo l’annuncio della positività di Grigor Dimitrov, che sabato era in campo a Zara contro Borna Coric, anche il giocatore croato ha comunicato questa mattina di aver contratto il coronavirus. Le altre due positività accertate sono quelle di Marco Panichi, preparatore atletico di Djokovic e Kristijan Groh, allenatore di Dimitrov, mentre secondo alcune indiscrezioni (confermate dal Telegraph, quello britannico) Djokovic avrebbe rifiutato di sottoporsi al tampone in Croazia in quanto asintomatico per testarsi direttamente al suo ritorno a Belgrado, assieme ai membri della sua famiglia.

Perché il piccione sia Djokovic è presto detto: da presidente dell’ATP Player Council si è fatto promotore dell’organizzazione dell’Adria Tour, evento in quattro tappe (diventate tre dopo la cancellazione di quella montenegrina) che ha per direttore il fratello Djordje e le cui prime due tappe, quelle di Belgrado e Zara, si sono svolte a porte aperte e senza particolare rispetto del distanziamento sociale, sia in campo che fuori dal campo. Oltre agli abbracci post-partita, i giocatori sono stati a stretto contatto anche nel corso delle attività collaterali all’evento: una partita di calcio a Belgrado, una partita di basket a Zara e persino una serata in discoteca. Prima ancora di finire sotto processo per aver promosso un’esibizione senza rigidi protocolli sanitari, il numero uno del mondo era stato già accusato per aver disertato la riunione del 10 giugno su Zoom, nella quale sono state discusse le linee guida per la ripartenza del circuito.

 

L’ADRIA TOUR NON HA INFRANTO ALCUNA REGOLA – Cerchiamo di fare ordine. La questione andrebbe prima sottoposta al giudizio di legittimità per poi interrogarsi sull’eventuale opportunità. Partiamo dalla legittimità. L’Adria Tour si è disputato in ottemperanza delle leggi in vigore nei Paesi che hanno ospitato le prime due tappe, ovvero Serbia e Croazia. “Può essere criticato”, aveva detto Nole in una conferenza a margine dell’evento di Belgrado. “Si può dire, ad esempio, che magari sia pericoloso. Ma non spetta a me valutare cosa è giusto dal punto di vista della salute: stiamo semplicemente seguendo le regole del governo serbo”.

Quello che dichiara Djokovic è vero. Sul sito della Organization for Economic Co-operation and Development sono consultabili le schede riassuntive delle policy adottate dai vari paesi per combattere la pandemia di COVID-19, e da quella serba possiamo apprendere che già dal 7 maggio le misure di contenimento – che per circa un mese avevano previsto un coprifuoco di dodici ore, dalle 17 alle 5 del mattino – sono state allentate. Da un mese non è più necessario esibire una prova di negatività (al virus) all’ingresso nel Paese e a partire dal 5 giugno sono state rimosse le restrizioni relative alla partecipazione di pubblico ad eventi all’aperto, fermo restando il rispetto della distanza interpersonale di un metro che rimane ‘fortemente consigliata.

Riassumendo, in Serbia non esistono divieti formali sebbene il governo suggerisca – senza obbligo – di mantenere alcune precauzioni. Una scelta, quella del presidente Aleksandar Vučić – proprio ieri rieletto a larga maggioranza, con il 62,4% dei voti – che secondo alcuni media europei ha avuto il preciso scopo di ripristinare una patina di serenità in vista delle elezioni, previste inizialmente per il 26 aprile e rinviate di due mesi a causa del virus.

Quanto alla Croazia, a fine maggio è stato revocato il divieto di organizzare eventi pubblici con più di 40 partecipanti e il giudizio per ogni singolo evento, da allora, è stato demandato al parere dell’Istituto Croato di Sanità Pubblica, che evidentemente ha dato il via libera all’Adria Tour. A seguito delle positività di Dimitrov e Coric, il capo del dipartimento di malattie infettive Bernard Kaić è intervenuto in televisione per tranquillizzare i cittadini di Zara spiegando che ‘è necessario trascorrere molto tempo con la persona contagiata per potersi infettare’, e che dunque chi era semplicemente seduto sugli spalti non rischia il contagio.

I due giocatori risultati positivi a Zara: Borna Coric e Grigor Dimitrov

QUINDI DJOKOVIC NON HA SBAGLIATO? – Formalmente no, ammesso che si possa ricondurre a lui la responsabilità legale dell’organizzazione dell’Adria Tour. La questione che non può essere trascurata riguarda però il ruolo pubblico di Djokovic, e dunque l’opportunità di promuovere un evento che si è completamente disinteressato del distanziamento sociale (lo ricordiamo, fortemente consigliato dal governo serbo) mentre la pandemia sta ancora mietendo vittime in alcune parti del mondo.

Oltre a essere il tennista più forte del pianeta secondo il computer, che di per sé sarebbe sufficiente a imporre una attenzione supplementare per azioni e dichiarazioni che possono avere conseguenze dirette sulla collettività, Djokovic è il primo riferimento dei tennisti in virtù del suo ruolo di presidente del Player Council. Si tratta di una posizione politica a tutti gli effetti, che implica delle responsabilità politiche (limitatamente al mondo del tennis, s’intende). Nessuno lo ha obbligato ad assumersi questa responsabilità, che una volta assunta dovrebbe però essere onorata.

Stiamo dunque ipotizzando che Djokovic non l’abbia onorata, in questo caso? Sì, in un certo senso sì. L’Adria Tour poteva certo essere organizzato, ma se la positività di Dimitrov e Coric – non c’è garanzia che si siano contagiati partecipando all’esibizione – fosse emersa a margine di un evento disputato con le precauzioni suggerite, Djokovic non sarebbe diventato il bersaglio che è diventato nelle ultime ore.

Si aggiunga un altro concetto. Djokovic ha giustamente sottolineato che non spetta a lui valutare cosa è giusto per la salute, ma proprio in virtù di questo principio non sembra spettargli neanche la responsabilità di inviare il messaggio del ‘liberi tutti’ che ha chiaramente fatto passare con l’Adria Tour. Questo non implica che ci sia (stata) malafede da parte del giocatore serbo, così come non c’era malafede nelle parole dei politici italiani che pochi giorni prima dell’esplosione dell’epidemia in Lombardia invitavano a ‘non fermarsi’. Che sia per una convinzione personale, perché ritiene – a torto o a ragione – che il virus abbia smesso di costituire pericolo, o per un fine più machiavellico (convincere lo US Open ad allentare le briglie?), Djokovic ha avallato un’iniziativa che potrebbe aver avuto conseguenze negative su altre persone.

Ha commesso una leggerezza, lui come gli altri giocatori presenti, e sarebbe deontologicamente scorretto non rilevarla. Un conto è essere convinti che il virus non sia mai esistito o non sia più pericoloso, un conto è tradurre questo pensiero in azioni di pubblico interesse.

Ha commesso una leggerezza non nella misura in cui ha deliberatamente favorito la trasmissione del virus, perché potrebbe anche non esserci alcun nesso di causalità tra l’Adria Tour e la positività di Dimitrov e Coric, ma nella misura in cui ha scelto di ignorare le precauzioni che in questo momento hanno il cruciale compito di guidarci in un momento di incertezza collettiva, di ipotesi e pareri scientifici in contrasto.

Djokovic non sa se il virus è ancora pericoloso o meno, come non lo sappiamo noi né, persino, chi ha studiato anni per saperlo (già questo dovrebbe essere sufficiente a indurre in noi un certo ‘pudore delle opinioni’, tristemente dimenticato). Djokovic potrebbe anche avere ragione, ma sarebbe una ragione inconsapevole; non può essere sicuro del messaggio che sta mandando. A questo servono le precauzioni, per quanto inutili possano sembrare, e anzi l’auspicio anzi è esattamente quello: che un domani si riveleranno inutili: vorrà dire che tutto è andato per il meglio.

Quello che viene erroneamente interpretato come una svalutazione del metodo scientifico e addotto come argomento a favore della tesi del ‘liberi tutti’, ovvero il virologo A convinto che gli asintomatici non siano pericolosi per la trasmissione del virus e il virologo B che sostiene il contrario, è semplicemente il normale dibattito scientifico che ottiene eccezionalmente la pubblica attenzione per la portata planetaria del tema in oggetto.

La scienza sta effettivamente brancolando nel buio, perché è così che succede prima che le prove mettano d’accordo tutti su una tesi, e noi abbiamo il dovere civico di non peggiorare le cose in questo periodo di assestamento. Se alcuni virologi pasticciano nella fretta di esprimersi, se politici e decisori travolti dalla crisi compiono scelte traballanti e poco comprensibili, noi non siamo più legittimati del solito a fare quello che ci pare per combattere un supposto disegno che ci vorrebbe asserviti alle multinazionali del farmaco (saranno mica le uniche del mondo, peraltro; tante altre hanno perso e perderanno soldi a causa della crisi, e non stanno certo stappando Dom Perignon).

Quello che la comunità scientifica forse non ha saputo comunicare con sufficiente chiarezza è il seguente concetto: non sappiamo ancora quello che dovremmo sapere sul virus, né abbiamo una strategia valida per curarlo e debellarlo, dunque nel frattempo vi chiediamo di sottoporvi a qualche piccolo sacrificio perché si possa guadagnare il tempo sufficiente a trovare una contromisura definitiva. Disputare un’esibizione con qualche metro di distanza in più sugli spalti e qualche abbraccio in meno in campo, tutto sommato, sarebbe stato un sacrificio tollerabile.

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