Lettere al direttore: Laver e non Federer il GOAT? Circoli in affanno. Biglietti Roma? Brutta figura FIT

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Lettere al direttore: Laver e non Federer il GOAT? Circoli in affanno. Biglietti Roma? Brutta figura FIT

Il mental coach di cui Roger non ama parlare. Il doppio “malato in fase terminale”? Lo scandalo dei biglietti non rimborsati. Tennis club “dormienti”. Nadal, Djokovic e Federer, l’eccidio di una generazione?

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Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle sei domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Leggo spesso Ubitennis ma cosa accade nei circoli in Italia? L’appassionato di tennis è un po’ diverso da un Homer Simpson che guarda il pallone con la birra in mano. L’appassionato di tennis gioca. Quindi prima di sapere se si giocherà Roma o leggere dei programmi di Djokovic, magari terrebbe a conoscere i suoiValter (città?)

Abbiamo parlato dell’argomento dei protocolli, delle riaperture e fatto più di qualche prima fotografia della situazione italiana. Abbiamo provveduto nei giorni scorsi a inviare a 1800 circoli italiani un sondaggio di facile gestione (garantendo l’anonimato; il club che non lo avesse fatto è ancora in tempo ad aggiungersi scrivendo a direttaubitennis@gmail.com). Il sondaggio per rispondere al quale basta mettere delle crocette, consta di una ventina di domande-argomenti sulle difficoltà della ripartenza, sui problemi economici conseguenti al Covid-19, sulle iniziative di scontistica che si potrebbero o vorrebbero adottare per cercare di risanare finanze dissanguate, su come vengono affrontati i problemi dei giovani, dei bambini, dei corsi con i maestri, del personale dipendente (e non), del ristorante, degli spogliatoi, della sanificazione, dei controlli.

Le risposte stanno arrivando numerose – già oltre un centinaio – anche se lentamente perché molte segreterie sono ancora chiuse e perché molti circoli non hanno un’organizzazione di tipo… aziendale. Appena ne avremo ricevute un numero più ampio vi faremo conoscere le indicazioni emerse. Cliccando su questo link lei Valter potrà vedere intanto che cosa abbiamo già scritto sui circoli.

Al di fuori del sondaggio che, sia chiaro, non propone temi “politici”, sono pervenute a Ubitennis diverse lettere di protesta per gli scarsi aiuti ricevuti dalla FIT. Io però dico “Aiutati che Dio ti aiuta”. Circolo, non pretendere che la FIT possa risolvere tutti i tuoi problemi. Intanto comincia col darti da fare. Reagisci. Ho conosciuto e frequentato, da giocatore prima agonista e poi dilettante, tanti, tantissimi circoli di tennis in oltre 60 anni. Pochissimi sono davvero cambiati e mi appaiono oggi organizzati come vere aziende quali, in fondo e in base anche a fatturati non disprezzabili, dovrebbero essere.

Il punto è che quasi sempre si diventa presidente e consiglieri di un club in virtù di ragioni che prescindono dalla propria capacità imprenditoriale. Persone stimate, in gamba, con ruoli cittadini di prestigio, professori, architetti, avvocati, magistrati, ingegneri, tennisti e appassionati. Ma pochi imprenditori che si ingegnino a studiare opportunità che andrebbero invece sfruttate per cancellare il rosso delle perdite di gestione. Eppure internet e i social (che una volta non c’erano) sono strumenti eccellenti di comunicazione. Andrebbero utilizzati proattivamente per promuovere le proprie iniziative e comunicarle a destinatari ben individuabili, appartenenti a un preciso target. Quanti club lo fanno? Forse solo quelli che hanno investito in un sito ben strutturato dimostrano di avere la giusta mentalità. Vero peraltro che il sito di un club va continuamente alimentato e di solito ha frequentazioni assai modeste, più rivolte ai propri soci interni che a potenziali utenti esterni. E magari invece sarebbero proprio questi quelli da attrarre.

Non è un compito facile quello degli attuali dirigenti di un club colpito dagli effetti della pandemia. Ma pensare a proporre sconti per ricreare afflusso al circolo, a occupare maggiormente i campi laddove soci e frequentatori diffidenti stentino a riprendere la normale attività, dovrebbe essere un must. Così come pensare a invogliare nuove associazioni per l’anno in corso, per il prossimo con vari pacchetti, iscrizioni a corsi, palestre, piscine, padel, servizi vari (sempre da ampliare). Lo faranno, ora che tutti parlano dell’evoluzione digitale, mentre la comunicazione cartacea è sempre più in crisi perché non riesce a essere tempestiva? Ci vorrà tempo, temo.

 

Adoro FEDERER ma perché tra i GOAT non si cita mai LAVER (vinceva su tutte le superfici ed erano rispetto ad oggi superfici oggettivamente molto più diverse fra di loro, mica erano quasi omogenee come oggi). È vero che son cambiati, e di molto, gli attrezzi, le palle, la concorrenza notevolmente aumentata, la preparazione atletica, la nutrizione. Due grandi Slam a distanza di 7 anni non si fanno schioccando le dita. Oggi nessuno ci va vicinoGiovanni Porro (Moltrasio, Como)

Il record che più mi impressiona di Federer non sono tanto i 20 Slam ma i 36 quarti di finale e le 23 semifinali consecutive nei Major. Laver di Slam ne ha vinti “solo” 11, ma dopo averne vinti quattro su quattro nel ‘62 e nel ’69, dal ’63 al ’67 non ne ha potuti giocare neppure uno in cinque anni. Su 20 teorici Slam quanti ne avrebbe vinti? Gli sarebbero bastati due Slam vittoriosi all’anno per essere a quota 21, uno più di Federer. Ma fossero stati tre l’anno… Ok, altro tennis, altro tutto come sottolinea il lettore. Compreso un fatto non citato: ai tempi di Laver tre Slam su quattro si giocavano sull’erba.

Sospetto che Federer, campione otto volte a Wimbledon, tre o quattro Slam in più li avrebbe portati a casa se avesse potuto giocare anch’essi sull’erba, sebbene peraltro 12 vinti fra US e AUS Open non siano comunque davvero pochi, mentre al Roland Garros con Rafa Nadal – che lo ha battuto sei volte su sei – non c’era comunque gara. A differenza di Nadal e Djokovic, io credo che Federer sarebbe stato uno straordinario tennista anche con le racchettine con cui giocava Laver. Ma Laver è stato certamente il tennista più forte della sua epoca (insieme con Rosewall che di Slam ne ha vinti otto, ma ne ha mancati 44!), mentre temo che Pat Cash abbia ragione quando dice che Roger Federer forse non lo è stato della propria e questo inficia non poco la pretesa di poter essere considerato il GOAT.


Gentile direttore, premetto di essere un tifoso incallito di Roger Federer. Volevo esprimere una impressione che ho sempre avuto riguardo a Roger F. Ossia sono fermamente convinto che se il campione Svizzero avesse ingaggiato nel suo staff – sin dall’inizio della sua straordinaria carriera – un mental coach avrebbe vinto almeno 4 slam in più. A mio modesto avviso l’unico tallone di achille di Federer è la forza mentale che se parametrata a quella di Nadal o di Djokovic è nettamente inferiore. Difatti contro Nadal ha incominciato ad avere il complesso di inferiorità dal fatidico match di Roma perso al quinto set. Stessa cosa con Djokovic che ha avuto poi il suo culmine con la finale di Wimbledon dell’anno scorso. Da grandissimo esperto di tennis qual è volevo un Suo parere autorevole in meritoAlessandro

Quando Roger aveva 17 anni ha lavorato con un mental coach. Si chiamava Chris Marcolli, era un ex calciatore professionista. Doveva aiutarlo a controllare il suo carattere ribelle, che rischiava di fargli sprecare il suo enorme talento. Basti pensare che a Basilea, al suo primo tennis club, lo facevano spesso allenare sul campo più distante dai locali del club per non sentire le sue imprecazioni o lo allontanavano dal campo per insubordinazione. Oggi Roger non ne parla volentieri, ma a suo tempo mi disse: Stavo diventando troppo emotivo, quindi avevo bisogno di aiuto per imparare a pensare ad altre cose e a sbarazzarmi delle sensazioni negative. Ritengo che le persone che mi circondano mi abbiano sempre detto le cose giuste, su come comportarmi, con quale intensità lavorare, cosa fare e non fare, i miei genitori prima di tutti, Peter Carter, ma alla fine sei tu che devi reagire e concretizzare i tuoi sforzi. Grazie a Dio ci sono riuscito per cambiare alcune cose. Così dopo aver lavorato con lo psicologo, ho continuato da solo.

Quindi un mental coach, anche se per poco, lo aveva avuto. Poi, quando morì in un incidente stradale in Sud Africa il suo coach Peter Carter, di nuovo per un breve periodo Roger, assai traumatizzato, cercò nuovamente un sostegno psicologico. Potrebbe aver avuto necessità di un mental coach per più tempo? Non si può rispondere con assoluta precisione e certezza a un quesito del genere per dire se avrebbe potuto vincere uno, due, tre o quattro Slam in più. Chi può dirlo? Certo né Nadal né Djokovic hanno perso una ventina di incontri dopo avere avuto uno o più matchpoint a favore, come invece è capitato allo svizzero. Questo farebbe pensare che se fosse stato più solido mentalmente Roger avrebbe vinto ancora più di quel che ha vinto. E ha vinto tantissimo no? Non so se lei abbia ascoltato la video intervista di Emilio Sanchez quando ha sottolineato la diversa intensità “mentale” di Rafa (e a suo tempo di Jimbo Connors) rispetto a Roger. Rafa serve certamente peggio di Roger e Novak, ma tutto sommato non subisce tanti più break dei suoi due più grandi rivali, rispetto a quante volte invece lui riesce a fare il break agli avversari: molto più di Roger ma anche di Djokovic… che pure ha una risposta migliore di quella di Rafa!


Gentile Direttore, in un mondo della racchetta in cui il circuito tennis doppio è sempre più in difficoltà e parallelamente il circuito World Padel Tour sta crescendo sempre di più, è possibile ipotizzare che il circuito tennis doppio sparirà a favore (o sfavore) del padel? Cordiali salutiL.T. (Milano)

Già 20 anni fa il mio maestro Rino Tommasi sosteneva che il doppio fosse “un malato terminale! È così da quando i migliori giocatori in singolare non lo giocano più”. Gianni Clerici ed io, che amavamo tanto più di lui il doppio da ex giocatori – Rino era invece un puro singolarista da fondocampo – ci ribellavamo a quel suo De Profundis, però era ed è ancor più oggi, difficile dargli torto. Da giornalista devo dire che non riesco quasi mai a seguirli, perché appena finiti i singolari devo scrivere e mi perdo perfino le finali degli Slam. Soltanto la Coppa Davis ha reso davvero importanti i risultati del doppio. E finiscono per essere quelli i doppi che ricordo, una volta tramontata l’era dei Newcombe/Roche, Fleming/McEnroe, Edberg/Jarryd, poi dei Woodies (che già erano meno forti). I Bryan hanno fatto sfracelli nella loro epoca ormai agli sgoccioli, ma hanno più di 40 anni! E molti duelli li hanno visti trionfare fra over 35.

Nei tennis club però – e non è che tutti ospitino il Padel, che effettivamente è in fortissima espansione perché è più facile da imparare e meno faticoso se non lo si gioca ad alti livelli – il doppio ha ancora il suo appeal. Io ancora oggi vedo giocare più doppi che singolari, nei circoli. E anche le gare fra soci contemplano più spesso doppi che singoli. Recentemente Marion Bartoli, la francese che vinse Wimbledon nel 2013, ha fatto scalpore dichiarando che al di fuori degli Slam, della Davis, delle Olimpiadi, secondo lei il doppio non avrebbe senso. E ha auspicato che i soldi che gli organizzatori dei tornei meno importanti dei Major sono costretti a investire nelle gare di doppio, vengano invece devoluti ai tennisti non compresi fra i primi 100. La tennista che ha annunciato di essere in dolce attesa di un erede, ha esagerato, e sollevato un putiferio, quando ha detto che “i doppisti hanno team di anche sei persone al seguito”. È scoppiata la rivoluzione dei doppisti, naturalmente.


Gentile Direttore Scanagatta, innanzitutto, vorrei complimentarmi con Lei e con tutta la Sua redazione per lo splendido servizio che ci mettete a disposizione con www.ubitennis.com. La seguo, e con Lei Tommasi, Clerici e Lombardi, da più di 30 anni. Vengo al dunque. Nel dicembre 2019 ho acquistato, per me e mia figlia 12enne, due biglietti per le finali degli Internazionali d’Italia 2020, il 17/5/2020. Due mesi fa, con l’inizio del lockdown, ho scritto al ticket office per avere il rimborso di quanto (profumatamente) pagato. Mi è stato risposto che il torneo non è stato annullato, bensì sospeso, quindi non ho titolo al rimborso. Poi ho letto dichiarazioni del mio non molto stimato Presidente (sono tesserato FIT e Ufficiale di Gara) per cui gli Internazionali si potrebbero giocare in una diversa sede (Torino? Cagliari?) in diverso periodo. Io ho acquistato due tagliandi per un evento previsto a Roma il 17/5, non in Piemonte ad ottobre. Se luogo e data originali non vengono garantite, mi aspetto un rimborso integrale. Il denaro da me versato a Federtennis serve alla mia famiglia tanto quanto serve al bilancio della FIT. E tantomeno sono interessato a due tagliandi per il 2021, dato che non sono ad ora sicuro di potervi partecipare. Altri organizzatori – a mio avviso ben più seri – hanno già annullato eventi simili, provvedendo a rimborsare gli acquirenti. Desidererei, Direttore, avere la Sua opinione a proposito: i biglietti verranno rimborsati? M.M.

Salve direttore, sono Adriano da parma, è il secondo anno consecutivo che facevo il biglietto per Roma ma… Volevo chiedere come mai Roma è l’unico torneo che rimborsa i biglietti dopo mesi e mesi. Quest’anno tutti gli altri tornei hanno già rimborsato i propri clienti la fit no. Capisco che sia una questione economica però… Adriano 84

Buongiorno, scusi se la disturbo per un argomento “venale”, non pensa che per noi tifosi di tennis che abbiamo comprato lo scorso anno, all’apertura della prevendita, i biglietti per il torneo sia arrivato il momento del rimborso. Sì lo so che devono decidere per altra data o altra sede la disputa degli Internazionali d’Italia, ma devono lasciare a noi la scelta di partecipare o meno e quindi il diritto di essere rimborsati. CordialmenteAnna Maria Panebianco

Evito di riportare lettere analoghe scrittemi da Carlo di Piombino, Cesare di Bari, Elena da Chiavari, Luigi da Napoli, R.F. da non so dove… Stefano idem, Pascal da Grassina. Sono tutte proteste talmente giustificate che non mi parrebbe neppure fosse il caso di discuterne. Ma visti i miei trascorsi con la FIT, ho aspettato a pubblicare subito queste lettere, perché poteva sembrare che io non aspettassi altro che a soffiare sul fuoco.

La verità è che non solo tutti voi avete chiaramente ragione e sarebbe forse anche giusto interpellare il Codacons (se è questo l’organismo preposto), ma che francamente non capisco la sagacia di un’operazione del genere. Voi tutti, e anche tanti che non scrivono ma sono quasi certo che la pensano come voi, siete clienti della FIT, degli Internazionali d’Italia. Chissà da quanti anni lo siete. Che senso ha provocare un disamoramento nei confronti del tennis, degli Internazionali che magari vi hanno avuto appassionati fan per anni e non quest’anno per la prima volta. È controproducente per la stessa FIT scontentare… il cliente che dovrebbe avere sempre ragione, che magari trascina con sé moglie, figli, amici. E poi che senso ha? Se il torneo non si giocherà a Roma – come invece tutti ci auguriamo che si giochi e a porte aperte perché vorrebbe dire che l’emergenza Covid-19 è passata – il rimborso diventerà giocoforza obbligatorio. Ipotesi che vale anche per il torneo giocato a porte chiuse.

La biglietteria del torneo è somma di rilievo, ma non pari a quella proveniente dai diritti tv né dagli sponsor. E allora perché fare una brutta figura che non ripara la FIT da ogni diritto di rivalsa e recupero del costo anticipato? Quale è lo scopo? Non può essere tenere quei soldi in banca per qualche mese in più per una questione di interessi, oggi notoriamente risibili. Per evitare allora la pratica onerosa – perché collegata all’utilizzo di qualche impiegato FIT-CONI che oggi magari si trova in cassa integrazione – di istituire un servizio che rimborsi gli aventi diritto? Mah, francamente qualcosa mi sfugge. Anche perché se gli altri tornei si comportano con ben altra correttezza e fair-play, chi glielo fa fare a Binaghi e soci di esporsi a critiche inevitabilmente giustificate? Vero che gli acquirenti dei biglietti non votano alle prossime elezioni federali, ma perché pestar loro i piedi senza vera necessità?


Direttore, La seguo da tempo immemore, poiché fui folgorato sulla via di Damasco da quando, quattordicenne, vidi al Foro Italico, Adriano Panatta battere in finale Guillermo Vilas. Non ricordo nella storia del Tennis una “dittatura” tanto lunga da parte di pochi tennisti di vertice. Nemmeno i moschettieri di Lacoste (che mio padre, diciottenne, seguiva – dai giornali dell’epoca – nel battere Big Bill Tilden a Parigi) Cochet, Brugnon e Borotra. Né con la generazione dei grandi Australiani (Laver, Rosewall, Hoad, Newcombe e Roche) è paragonabile. E’ cominciato il Crepuscolo degli Dei? Finiremo con il rimpiangerli? La mancanza di varietà al vertice, non ha sterilizzato il tennis che come Saturno ha divorato i suoi figli e quasi un’intera generazione? Non fosse stato per Wawrinka, Delpo, Cilic e Murray, avremmo avuto 3 vincitori per circa 60 Slam. Con affettoMarco Pacchierotti (Roma)

Tutto vero… gentile lettore. Non mi resta che assentire sul discorso “dittatura” assolutamente inedita in queste proporzioni. Anzi, sproporzioni. Che si possa finire per rimpiangerli è abbastanza probabile perché oltre che supercampioni sui campi da tennis, sono anche personaggi super nella vita di tutti i giorni, carismatici, intelligenti, stupendi ragazzi, modelli decisamente positivi sotto tutti i profili. Quindi non credo che abbiano sterilizzato il tennis, ma penso semmai che gli abbiano invece dato nuova linfa vitale, quando tanti temevano che scomparsi di scena i vari Sampras, Agassi e &. il tennis sarebbe entrato in una crisi di popolarità.

Forse c’è stata negli USA, ma non nel resto del mondo. Ed è un miracolo dovuto a loro se, ad esempio, anche in Italia uno sport che non ha più avuto un campione indigeno internazionale, un top-ten per 40 anni e oltre, non ha subito pesanti contraccolpi mediatici. Gli italiani hanno trovato, chi tifando Federer, chi Nadal, chi Djokovic e un po’ meno anche Murray, campioni capaci di entusiasmarli. Hanno avvicinato più appassionati al tennis loro tre che qualunque precedente gruppetto di dominatori. E sì che ce ne sono state tante, oltre a quei nomi che ha fatto lei, i Borg, McEnroe e Connors (più Vilas sennò si arrabbia), con i Lendl e i Wilander, gli Edberg e i Becker, gli Agassi, Sampras, Courier e Chang. Veri fenomeni, extraterrestri i nostri Fab della racchetta.


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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Adriano Panatta, settant’anni di citazioni

“Non voglio insegnare un tipo di gioco frustrante”. Ripercorriamo alcune frasi del campione romano su come vede il tennis e su come vorrebbe insegnarlo

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Adriano Panatta, oggi settantenne, è certamente il più grande tennista italiano (uomo) dell’Era Open, l’unico in grado di conquistare uno Slam (o di raggiungerne la finale) e l’unico ad aver procurato frequenti dispiaceri ad uno dei più grandi, vale a dire Bjorn Borg, tanto da essere l’unico ad aver battuto l’Orso a Bois de Boulogne, e per ben due volte.

Anche dopo il ritiro dalle scene, Panatta è riuscito a rimanere una figura familiare alla gran parte del pubblico italiano, non solo per i suoi trascorsi sui campi (e ora pure al cinema…), ma piuttosto per due caratteristiche da sempre molto nette della sua dialettica: da un lato, la schiettezza, che l’ha spesso portato a prendere posizioni controverse su vari temi; dall’altro, la deprecatio temporum dello stile di gioco contemporaneo, un aspetto che l’ha reso il paladino di una vena nostalgica comune a tanti appassionati, e per questo ancora più amato. Il suo gioco (che con espressione vetusta viene sempre definito “dei gesti bianchi”) e il suo approccio al professionismo sono passati, grazie alle sue affermazioni successive, a incarnare un idealismo tennistico fondato sulle sue sfumature più ludiche ed estetizzanti, lontane dal podismo della pressione da fondo e dalla velocità delle racchette moderne.

La combinazione dei due tratti, non comune fra i grandi del tennis, quasi sempre dediti all’encomiastica dello sport in quanto ben consapevoli che la storicizzazione del presente ne consoliderà la genealogia e quindi il loro ruolo all’interno di essa, ha reso le sue affermazioni motivo di interesse e di scalpore, seppur non sempre condivisibili (motivo per cui microfoni ed editori continuano a cercarlo con notevole frequenza), ed è per questo che UbiTennis ha deciso di celebrarlo con una raccolta delle sue migliori frasi, frasi che più di tutto raccontano Adriano Panatta, un uomo che guarda il tennis come l’ha giocato.

 

“A me piace parlare dello sport allegro. Il tennis di Nastase è allegro, il tennis di Noah è allegro. […] Lo sport professionistico non fa bene a nessuno, perché i giocatori sono macchine da corsa portate all’estremo. In più nel tennis sei sempre solo, e giocando tanto inevitabilmente diventi un po’ matterello [sic]”, La7, presentazione di “Il tennis è musica” del 2018 con Gaia Tortora.

“Ah, la veronica non si insegna: viene naturale. Quella per annullare il match point a Pavel Hutka, seguita da una volée in tuffo, al primo turno di Parigi ‘76, è forse la più celebre. Il nome veronica lo inventò il giornalista Rino Tommasi. Forse, per non alimentare la mia falsa fama di seduttore, era meglio chiamarla Filiberto!”, Corriere, 2020.

“Mica ce l’ho con il rovescio a due mani. Ho solo detto che a una mano è più elegante e che, se posso, lo insegno così. Ma se arriva un bimbo che naturalmente attacca l’altra mano e colpisce bene, non sarò certo io a staccargliela, per carità di Dio. Quello che volevo dire è che nella mia scuola vorrei insegnare un tennis facile e voglio che i miei collaboratori la pensino come me, e non come si fa altrove. Perché le cose facili sono per certi versi le più complicate da insegnare, ma anche quelle che rendono felici. Se un ragazzino inizia a giocare, cresce, si diverte e ha tante soluzioni in campo, difficilmente smetterà. Non voglio insegnare un tipo di gioco frustrante, cioè quello che oggi fanno quasi tutti […] non è una questione ideologica, è che per fare quel tennis lì, botte di dritto e botte di rovescio e corse forsennate, servono qualità fisiche e forza mentale straordinarie, e mica tutti ce l’hanno. […] Chi diffonde quel tipo di gioco, secondo me, non fa il bene della maggior parte dei giocatori. Crei molti infelici”, in un’intervista di oggi a Federico Ferrero su Tennis Magazine Italia.

“Borg e Vilas hanno rovinato una generazione di giocatori. Oggi non c’è più un giocatore d’attacco, capace di ammorbidire la palla. Andre Agassi è stato l’evoluzione di questo tennis. Ha inventato un nuovo modo di giocare, primo attaccante a fondo campo. Oggi trovi degli energumeni che impugnano l’attrezzo. Il tennis è un’altra cosa. Guardo Federer. Lui gioca troppo bene. Lui è un illuso, vorrebbe battere quella belva di Nadal giocando bene a tennis. Impossibile, Panorama, 2006.

“Non l’ho mai detto a nessuno, conservo un’unica cosa: la pallina del match point contro Vilas a Roma, una Pirelli. Se la fece regalare mio padre Ascenzio, custode del Tc Parioli. Quando è mancato, riordinando casa, l’ho trovata. Poi è sparita di nuovo, misteriosamente. L’ha ripescata di recente mia figlia Rubina in un cassetto. È sbiadita, dura come un sasso. E con il tempo si è rimpicciolita, come i vecchi”, Corriere, 2020.

“Al Roland Garros in particolare giocai il miglior tennis della mia vita, dopo aver annullato con un tuffo un match point dell’avversario e surclassato Borg nei quarti di finale. Sessanta secondi di pienezza totale, di felicità, alla fine della finale con Harold Solomon e poi basta. La sera, nella cena di gala, ricordo, ero già molto triste. Un senso di vuoto. Quasi una depressione, che mi è durata tre settimane di seguito, Panorama, 2006.

“[P]er Berlinguer dovevamo andare in Cile. E voleva lo sapessimo. Per il segretario del Pci non sarebbe stato giusto che la Coppa finisse nelle mani del Cile del regime-Pinochet piuttosto che nelle nostre. Da lì in poi la strada verso la partenza si fece in discesa. Fu come un liberatutti. Il governo Andreotti disse che lasciava libero il Coni di decidere, quest’ultimo lasciò libera la Federazione e di fatto ci ritrovammo a Santiago, liberi di vincere. Grazie a Berlinguer. La Repubblica, 2009.


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Racconti

A 4000 miglia da Wimbledon, l’All Iowa Lawn Tennis Club è il regalo di un padre al figlio scomparso

Oggi vi raccontiamo la storia di Mark Kuhn, che con il figlio Alex ha costruito una piccola replica del centrale di Wimbledon in Iowa

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Non c’è un appassionato di tennis nel mondo che non apprezzi la perfezione e la cura dei campi di Wimbledon. E anche in un posto apparentemente remoto – lontano ben 4000 miglia dal Centre Court – come l’Iowa c’è un piccolo pezzo di quella tradizione del “verde” che parte da Church Road. Jack Cullen, nell’ultima edizione del “Des Moines Register“, ha parlato della storia di Mark e Alex James Kuhn, padre e figlio, che hanno creato una replica del campo centrale di Wimbledon nei pressi di Charles City, in Iowa.

La storia dell’All Iowa Lawn Tennis Club parte da lontano, nel 1962. Il piccolo Mark ha 11 anni e si è appassionato al tennis ascoltandolo per radio. Un giorno del 1962 porta il pony della sorella ad abbeverarsi e vede un campo di mangimi per bestiame. Arriva l’illuminazione: è il posto perfetto per costruirci un campo da tennis. Il giorno stesso prende le misure del campo ma il progetto resta un sogno per decenni.

Olivia Sun / The Register

40 anni dopo, la morte di un vicino (e amico) agricoltore riporta alla luce il sogno d’infanzia e nel 2002 Mark decide di realizzare quel campo d’erba. La costruzione è da subito complicata: sono necessari 16 camion pieni di suolo sabbioso, sei file di tubi di drenaggio e 15 irrigatori. Mark e suo figlio Alex devono anche rimuovere uno per uno tutti i sassi presenti sul terreno.

 
Il campo prima della lavorazione. Olivia Sun / The Register

Il progetto ‘sfida’ anche le osservazioni degli esperti dell’università dell’Iowa, che sconsigliato di realizzare campo in erba a causa delle rigide temperature invernali. Alla fine Mark riesce nel suo intento: il campo viene inaugurato nel 2006, dopo quattro anni di lavori intensi, e il successo si palesa praticamente subito. L’All Iowa Lawn Tennis Club riceve una caldissima accoglienza dal pubblico, con cento visitatori dall’inaugurazione. Arriva anche il plauso degli addetti ai lavori, come Ryan Knarr, direttore del torneo della Pennsylvania, che l’ha definito “unico nel suo genere“.

Olivia Sun / The Register

Il riconoscimento arriva anche dalla più grande eccellenza nel mondo dei campi da tennis in erba, il torneo di Wimbledon. Dopo anni di lettere mandate da Mark nella speranza di ottenere uno stage con i giardinieri di Wimbledon, la sua richiesta viene accettata nel 2012. L’anno successivo Kuhn riceve i biglietti per il Centrale di Wimbledon come regalo dai giardinieri, e si fa accompagnare dalla moglie Denise e dal figlio Alex. Nel 2016 gli viene addirittura dato il pass di ospite onorario per tutte e due le settimane del torneo, in quello che è il coronamento di un sogno durato una vita.

Come a volte accade, dopo il punto più alto arriva tragicamente quello più basso. Per Mark questo succede proprio durante la sua memorabile esperienza a Wimbledon nel 2016: suo figlio Alex si toglie la vita a 34 anni. Alex Kuhn era reduce da un paio di mesi complicati, nonostante avesse avuto un ruolo importante, come consigliere comunale, nella chiusura di una fabbrica di maiali che minacciava di avere un impatto negativo sull’ecosistema della zona. Stava seguendo delle terapie per combattere l’ansia, e suo papà Mark ne era a conoscenza, ma non avrebbe mai immaginato che sarebbe potuto arrivare a tanto.

Per superare il dolore della sua scomparsa e per onorarne la memoria, Kuhn realizza uno degli ultimi sogni del figlio: sostituire i semi del campo con gli stessi utilizzati per far crescere l’erba del centrale di Wimbledon, i semi del loglio perenne. In più crea la fondazione ‘Alex J. Kuhn’, destinata a raccogliere fondi in favore della lotta contro le malattie mentali e la depressione.

Non è l’unico nuovo inizio per l’AILTC. La tennista statunitense Madison Keys, originaria dell’Iowa, si è interessata alla vicenda e prenderà parte a un torneo di beneficenza (senza spettatori) che si terrà presso il Club il 31 luglio e l’1 agosto.

Olivia Sub / The Register

Vi starete domandando se, passando per Charles City, sia possibile scambiare due colpi sul campo che ‘mima’ il centrale di Wimbledon nel bel mezzo dell’Iowa rurale. La risposta è sì. Kuhn non accetta soldi per la prenotazione dei campi, ma solamente donazioni. Sarà creata a breve la All Iowa Lawn Tennis Foundation, che raccoglierà queste donazioni e si impegnerà nella promozione del tennis su erba e delle iniziative sociali in Iowa.

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Area test

Il profile di Donnay si chiama Formula 100 Unibody e vi aiuterà molto

Il test in campo del nuovo profile di Donnay, la Formula 100 Unibody, potenza e comfort al servizio di tutti.

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Classico non vuol dire certo non assecondare le richieste del mercato. Ecco perché nella gamma delle racchette Donnay è presente anche la Formula 100, un telaio profile. Ovviamente, Donnay ha cercato anche in una racchetta del genere ci conservare le caratteristiche chiave dei suoi modelli, e cioè un “contatto” con la palla molto piacevole e confortevole ma capace, allo stesso tempo, di offrire potenza e rotazione. Formula 100 adotta la tecnologia Unibody, la novità Donnay del 2020, e cioè una costruzione del telaio interamente in grafite in tutti e quasi i 70 cm del telaio, questo significa che il manico, un punto troppo spesso ritenuto meno importante del resto, è costruito senza ricorrere a pallets o schiuma poliuretanica. Con questa tecnologia Donnay lo costruisce interamente in grafite, come il resto della racchetta, che diventa così ancora di più un corpo unico, consentendo di avere una resa migliore in termini di feeling con la palla, la priorità quando su un telaio c’è la serigrafia Donnay. Esteticamente, nei lati del piatto corde troviamo in bianco sul nero opaco le scritte Donnay e Formula. Il fusto cambia spessore dai 21 millimetri degli steli ai 26 del cuore, in testa la racchetta è larga 24 millimetri.

Qui la recensione del modello Allwood 102 di Donnay

Caratteristiche

Piatto corde 100 inch2
Peso 300g
Schema corde 16×19
Bilanciamento 320 mm
Rigidità 57 RA
Profilo 21-26-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

 
Il manico interamente in grafite: è la tecnologia Unibody

Test in campo

I vantaggi del sistema Unibody si fanno sentire, con un valore di rigidità al di sotto dei 60 punti, Formula Unibody restituisce i vantaggi di un telaio con rigidità maggiore. Specie i colpi piatti escono dalle corde in maniera energica, con il plus però di avere controllo e stabilità frutto grazie all’innovazione delal nuova tecnologia. Che risulta migliore, in termini di feeling e di maggior potenza a disposizione, rispetto a Hexa.  Rispetto alla Allwood o anche alla Pro One stessa, il top di gamma per gli agonisti in casa Donnay, Formula risulta un telaio meno sensibile ma perché è più adatto a cercare la potenza. Si ci gioca bene da fondo campo, chi non ha ancora sbracciate poderose può trovare in questo telaio un compagno ideale per far uscire la pallina con velocità nonostante il poco sforzo avendo in cambio una sensazione di comfort praticamente impareggiabile. Non ci sono vibrazioni, questo anche perché il telaio è molto stabile. Non abbiamo in mano un telaio progettato per generare spin, e di fatto le soluzioni ottimali si ottengono quando imprimiamo giusto un po’ di copertura alla palla, senza esasperare. Questo perché Formula si rivolge a un pubblico magari ancora non di livello agonistico. Il vantaggio nelle esecuzioni dei colpi piatti si percepisce soprattutto al servizio, ma anche a rete dove risulta molto sensibile. Da fondo la palla esce con facilità e velocemente, le caratteristiche che un amatore cerca in un telaio del genere, solo che Donnay aggiunge più feeling e delicatezza di impatto rispetto alla concorrenza.

Conclusione

Formula Unibody è unna racchetta profilata ideata per giocare in maniera classica, cercando precisione e con una buona spinta a disposizione grazie alla massa del telaio, molto reattivo. State riprendendo a giocare da poco o dopo un infortunio? Questa è una delle scelte possibili.

Testata con corde String Project Magic(1,25 tensione 23/24Kg), String Project Hexa Pro (1,25 tensione 23/24 Kg e 1,20 tensione 23/24 Kg)

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