"Il serve&volley di Djokovic? Se lo avesse ripetuto, Thiem lo avrebbe passato..."

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“Il serve&volley di Djokovic? Se lo avesse ripetuto, Thiem lo avrebbe passato…”

“La chiave è far calare l’imprevedibilità fino al punto in cui la giocata rimane efficace. Come Nadal ha fatto per anni contro Federer”. Parole e musica di Shane Liyanage, esperto di dati australiano

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Novak Djokovic e Dominic Thiem - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Dopo l’intervista a Fabrice Sbarro recentemente pubblicata (qui la prima parte, qui la seconda), Ubitennis vi propone un’altra chiacchierata via Zoom con un esperto di dati. Il nostro interlocutore questa volta è Shane Liyanage, fondatore della start up australiana Data Driven Sports Analytics, che nell’estate dello scorso anno ha collaborato con il team di Thomas Fabbiano, periodo nel quale il nostro portacolori ha inanellato una serie di prestazioni rimarchevoli, fra cui la semifinale a Eastbourne e le vittorie di prestigio a Wimbledon contro Stefanos Tsitsipas e agli US Open contro Dominic Thiem.

Di seguito trovate il video dell’intervista integrale, in lingua inglese, che è stata registrata in data 16 maggio.


D: Ciao Shane, come stai? Siamo rimasti molto impressionati dal tuo lavoro. Visto che probabilmente il tuo nome non è noto al grande pubblico, vuoi raccontarci qualcosa di te e della tua storia?
R: Grazie per l’invito, è un piacere fare questa chiacchierata con Ubitennis. Questa settimana avrei dovuto essere a Roma per il Masters 1000 ma ovviamente sono rimasto a Melbourne. Sono sicuro che il prossimo anno potremo recuperare. Parlando del mio background, direi che nel mio caso si è trattato di un viaggio che mi ha portato a toccare diversi settori, accademici, imprenditoriali e sportivi. A livello di studi ho unito un background universitario dato dalla mia laurea in finance e data science a cui ho aggiunto un master in sport analytics. Insomma ho sempre lavorato con i numeri, anche fuori dall’ambito sportivo, fino a che ho deciso di creare una compagnia focalizzata sull’analisi dei dati in ambito sportivo, Data Driven Sports Analytics. Così ho potuto unire i miei interessi lavorativi con la mia passione sportiva, visto che ho giocato a livello semiprofessionistico da juniores, anche se mi rendevo conto che non avrei sfondato.

Così col passare del tempo ho capito che sfruttando le mie competenze sull’analisi dei dati avrei potuto rientrare nel mondo del tennis cercando di lasciare il segno. Oltre a collaborazioni con tennisti professionistici ho collaborato anche con progetti giornalistici per lavori di data visualization e con la federazione australiana di cricket. Di recente sto collaborando con alcune Accademie, ad esempio con Federico Placidilli, ex allenatore di Thomas Fabbiano e membro della Lubrano Tennis Acadaemy di Genova, e con giovani prospetti, fra cui Nicholas David Ionel, che ha vinto il doppio all’Australian Open Juniores 2020. In Italia ci passo spesso, a novembre ero in Val Gardena per il challenger vinto da Sinner perché ero curioso di vedere il ragazzo giocare. La mia impressione è che abbia tutte le caratteristiche dei grandi giocatori, tecnicamente mi ricorda un po’ Berdych, ma con la prospettiva di avere la capacità di reggere la pressione.

Mi sembra una storia molto interessante e credo che non ci siano molte persone con un profilo simile al tuo che si occupano di tennis… è solo una percezione o è la realtà?
Credo che nel tennis probabilmente sia un’affermazione corretta, ma se guardiamo ad altri sport come l’NBA, tante squadre hanno analisti dedicati proprio alla determinazione delle metriche e delle performance per individuare i giocatori che si adattano di più a un particolare tipo di gioco o che hanno migliori livelli di efficienza. Probabilmente il tennis rispetto all’NBA è 5-10 anni indietro, ma credo che le cose stiano cambiando. Vedo sempre più federazioni che stanno collaborando: ad esempio è cosa nota che Craig O’Shannessy stia lavorando con la federazione italiana e con Berrettini. Mi aspetto insomma che questo diventerà sempre più la norma e che i grandi giocatori con maggiori disponibilità avranno sempre di più dei ‘data scientists’ nei loro team.

Parlando di oggi, credi che ci siano già parecchi giocatori che si avvalgono della consulenza di esperti di dati come te?
Credo che ce ne siano, soprattutto fra i grandi giocatori e potrebbe essere fonte di un ulteriore vantaggio competitivo per loro. Ad esempio Djokovic ha lavorato con O’Shannessy, Federer si avvale delle analisi di Golden Set Analytics, Moya sono quasi certo che abbia qualche fonte di dati, anche se Nadal è abbastanza conservativo sul tema. In ambito femminile lo stesso Darren Cahill che ha portato la Halep sul tetto del mondo si avvale di servizi statistici. Anche molte federazioni si stanno muovendo, utilizzando sia modelli basati su tagging manuale che su dati Hawk-eye. Credo insomma che nei prossimi 5-10 anni ci sarà un processo di “democratizzazione”, nel quale tennisti anche con classifiche più basse, tipo top 100, cominceranno a usare questi strumenti. Insomma, diventerà “the new normal”.

Shane, prima stavi parlando sia di tagging manuale che di dati hawk-eye, vorrei capire meglio la tua metodologia, come costruisci il tuo database? E quanti match ti servono per essere sicuro dei risultati che produci?
Senza entrare troppo nel dettaglio direi che ci sono tre componenti fondamentali nel mio lavoro: la prima è quella che ha che fare con il catturare i dati; la seconda consiste nell’analizzarli; la terza è invece la rappresentazione delle informazioni estratte per gli utenti finali. In termini di basi dati noi utilizziamo un “data lake(un ‘magazzino di dati’ centralizzato nel quale sono raccolti dati strutturati e non strutturati provenienti da diverse fonti. Insomma, dati grezzi e non ancora elaborati, ndr). Le fonti di dati sono varie, da input da sistemi di rilevazione come Zenniz, dati HawkEye come nel caso degli Australian open, fino a video tagging, manuali o automatici dei singoli match.

Al momento però siamo in una fase in cui prevale ancora il tagging manuale, anche se stiamo collaborando con un’impresa che lavora su sistemi di intelligenza artificiale per il tagging automatico dei match; su questo fronte stiamo ancora in fase di test, ma abbiamo già raggiunto un’accuratezza del 60%. Certo poi capita ancora che il sistema confonda il berretto di un tennista con la pallina, ma sicuramente questo è il futuro. Credo che in generale sia importante avere un modello di dati flessibile a sufficienza per incorporare ogni nuova fonte che possa venire fuori. Anche perché stanno venendo fuori tanti diversi fornitori tecnologici, diversi wearable (dispositivi indossabili, ndr) che ovviamente producono moli di dati importanti in forme anche diverse. Al momento abbiamo più di 4000 match catalogati e quando lavoro con un cliente ho la necessità di avere a disposizione almeno 50 match per fornire delle analisi solide e poter descrivere dei pattern di gioco sufficientemente sicuri.

Ok, andiamo oltre questi aspetti tecnici e vediamo più in dettaglio su cosa ti concentri nei tuoi report e nelle tue analisi: se più focalizzato nel dare consigli tattici rispetto a come giocare contro uno specifico avversario o piuttosto è un lavoro più a lungo termine di analisi dei pattern di gioco per capire cosa funziona e cosa no?
Credo che davvero dipenda dalla situazione: durante un torneo ovviamente la cosa più importante è andare avanti il più possibile e superare gli avversari che di volta in volta si presentano. E quindi cercare di capire i punti di forza e di debolezza dell’avversario. Ma al di fuori del torneo l’attenzione è sul gioco dell’assistito per capire che miglioramenti apportare al gioco del tennista con cui sto lavorando. Alcuni miglioramenti possono essere anche rapidi, magari se il tempo è limitato, in un paio di settimane ci si può concentrare su due o tre aspetti e vedere come va. Tuttavia, quando invece si parla di pattern di gioco consolidati, per riuscire a produrre dei veri cambiamenti ci vuole più tempo, almeno un mese o due. E quindi le modifiche più sostanziali si lasciano per la off season. Volendo generalizzare, direi che durante i tornei il focus è sull’avversario, mentre al di fuori è sul giocatore stesso.

Ho avuto modo di vedere un esempio di report che fornisci ai giocatori (di cui riportiamo qualche stralcio) e sono rimasto colpito in particolare da due concetti inusuali, ma che mi sembrano di grande potenziale: “predictability” e “shot chain analysis” (minuto 15:30 dell’intervista).
Sì certo, è un tema su cui vorrei incoraggiare maggiori riflessioni, e di cui ho recentemente parlato nel podcast “First serve”. La vera sfida con l’idea di prevedibilità è la necessità di cercare di non utilizzare troppo i migliori schemi di gioco che dovrebbero essere limitati alle situazioni di maggior pressione. D’altronde utilizzarli troppo poco sarebbe dannoso, per cui si deve cercare un bilanciamento fra queste due esigenze. Per questo motivo cerco di fornire una duplice informazione nei miei report: da un lato la prevedibilità di certe giocate e dall’altro quella che definisco come “score pattern robustness”, che invece giudica il successo di quel tipo di giocata. Pertanto il giusto mix è cercare di far calare lo score di imprevedibilità fino al punto in cui comincia a crollare lo “score pattern robustness”, che invece indica il successo di quella giocata.

Volendo applicare questi concetti a dei casi reali, possiamo dire ad esempio che Nadal per anni contro Federer ha usato degli schemi di gioco estremamente prevedibili, come giocare con colpi carichi di effetto sul rovescio dello svizzero, ma che al contempo mantenevano un alto indice di successo (o ‘robustness’). In altri casi tale correlazione non è altrettanto chiara e il mio obiettivo è proprio quello di aiutare coach e giocatori a trovare il giusto mix. Ma se ad esempio guardiamo il serve and volley, vediamo subito che tale tattica nella maggior parte dei casi può funzionare se utilizzata con cura, in caso contrario l’efficacia crolla. Siamo quindi in presenza di uno schema di gioco in cui a un leggero calare dell’imprevedibilità crolla l’efficacia.

(clicca per ingrandire)

Sì, il margine fra coraggio e follia nel serve&volley è molto ristretto. Ad esempio Djokovic, contro Thiem in finale a Melbourne, improvvisò un serve&volley su un break point decisivo nel quarto set; in quell’occasione il serbo riuscì a salvarsi e poi a vincere il match, ma se avesse perso il punto? A differenza di un dado, dove ad ogni lancio c’è la stessa probabilità di ottenere un risultato, nel tennis lo schema di gioco ha influenza sul risultato finale.
Sì è vero, in quel caso è stato bravo e fortunato a vincere il punto. Ma quello che vorrei sottolineare è che se nel punto successivo Djokovic avesse ripetuto la discesa a rete ritengo molto probabile che Thiem avrebbe finito col passarlo. È una cosa che effettivamente può utilizzare ogni tanto, magari ogni 3-4 game. In sintesi, a meno che un giocatore non abbia delle armi devastanti che anche se prevedibili sono ingestibili da parte degli avversari, lo sforzo tattico deve concentrarsi nel trovare il giusto mix fra imprevedibilità ed efficienza degli schemi di gioco.

Un’altra cosa che mi sembra molto utile è la ‘shot chain analysis‘, ed è un tipo di analisi che difficilmente si trova in giro: puoi farci capire come ti è venuta questa idea?
Dalle mie esperienze nel settore privato, dove ho potuto studiare dati grezzi relativi alle transazioni nella grande distribuzione e mi occupavo di analisi dei dati per capire le correlazioni. Se ad esempio risulta che pane e latte vengono spesso comprati assieme, si sceglie di sistemarli ai due estremi del punto vendita in modo da portare il consumatore ad attraversare tutto il negozio e aumentare le possibilità di acquisto. Applicando queste logiche al tennis, abbiamo la shot chain analysis. Cerco di mostrare quali sequenze di colpi all’interno di uno scambio sono più ricorrenti e quali sono quelle più efficienti in termini di punti vinti e persi. Un’altra cosa che facciamo è ragionare per piccole catene di colpi, ad esempio tre, in quanto nella maggior parte dei casi gli scambi tendono ad essere brevi. Spesso è necessario mostrare ai giocatori anche dei video per associare i dati alla percezione empirica in modo da visualizzare meglio. E quindi cerchiamo di disegnare il quadro e operare anche dal punto di vista psicologico per convincere giocatori e coach del messaggio che proponiamo.

(clicca per ingrandire)

Questo aspetto psicologico mi sembra un punto importante: come fai a convincere i giocatori? E a renderti credibile? Alla fine poi in campo ci vanno i tennisti e sono soli.
Credo che sia importante avere il supporto di tutto il team, ovviamente è il giocatore che scende in campo e non tutti i suggerimenti vengono messi in pratica. Il punto di partenza è il coach. Per me è importante discutere prima con il coach gli obiettivi e capire dove vogliamo arrivare; questi obiettivi devono essere realistici, non ci sono formule magiche che funzionano in maniera garantita. E poi si definiscono degli indicatori (Key performance indicator) per monitorare periodicamente come stiamo andando, come nelle aziende. La maggior parte del rapporto è con i coach e secondo me un aspetto importante è cercare di fornire degli insight coerenti con la loro filosofia. Ad esempio alcuni vogliono una review immediata del match, al fine di prenderla come base per la partita successiva, altri invece pensano già all’avversario e alla partita successiva. La catena della fiducia deve passare per forza per il coach.

Un’ultima domanda. Partendo dalla tua idea del futuro e rispetto alla cultura dei dati nel tennis: cosa ci possiamo aspettare?
Mi piacerebbe vedere più dati disponibili nel tennis ovviamente. Però ci sono stati dei miglioramenti rispetto a cinque anni fa, abbiamo una community di esperti di dati più ampia. Ovviamente non è come nella NBA o nella MLB, in cui i dataset disponibili liberamente sono incredibili e i fan possono “giocarci”, anche a livello giornalistico le analisi ne traggono giovamento. Sui social media le discussioni sono spesso di alto livello e analizzano anche metriche avanzate (come ad esempio gli expected goals che stanno arrivando anche nel mondo del calcio, ndr).

Uno dei problemi con il tennis è che le statistiche disponibili sono spesso aggregate e non disponibili a livello di singoli colpi. Spesso anche i giornalisti accreditati a un evento ricevono solo delle informazioni aggregate e poco altro (possiamo confermare: poco più che punti vinti, percentuali di prime di servizio o punti vinti con la prima, ndr). I dati HawkEye dovrebbero essere liberamente disponibili e non visibili solo a volte durante i match. La soluzione potrebbe essere l’utilizzo di tecniche di intelligenza artificiale per la mappatura dei match. Credo che nel giro di 18-24 mesi si possa arrivare ad avere molti più dati ‘lavorabili’ per tifosi e addetti ai lavori. Ci saranno sempre più persone in questo settore e se ci ritroveremo a parlare di queste cose fra un paio d’anni (noi di Ubitennis sicuramente coglieremo al volo l’invito, ndr) credo che le cose saranno diverse.

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ATP

Internazionali di Roma: Djokovic soffre, ma doma Koepfer al terzo

Il numero uno del mondo sbaglia tanto e si innervosisce, ma alla fine riesce a spuntarla. Undicesima semifinale a Roma per lui

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Novak Djokovic - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Una brutta versione di Novak Djokovic fatica, ma riesce a superare in tre set il qualificato Dominik Koepfer. Il serbo ha avuto molti alti e bassi nel corso dell’incontro e ha anche sofferto l’iniziativa del suo avversario che, a sua volta, ha messo in campo una prestazione davvero di alto livello. Chi avesse visto Koepfer oggi per la prima volta si sarebbe stupito di sapere che prima di questa settimana il tedesco non aveva mai vinto un match su terra nel circuito maggiore né tanto meno in un Masters 1000. Probabilmente anche lo stesso Djokovic si è lasciato un po’ sorprendere dall’aggressività di Koepfer, che anche grazie a delle ottime traiettorie strette con il rovescio è riuscito a mettere in difficoltà il dritto di Nole. Alla fine però l’esperienza ha prevalso e Djokovic è riuscito a mettere un freno sia all’esuberanza dell’avversario che al proprio nervosismo.

Nella sua undicesima semifinale romana, Djokovic affronterà Casper Ruud, giustiziere di Matteo Berrettini (nessun precedente tra i due).

IL MATCH – Djokovic parte molto centrato e, dopo circa un quarto d’ora di gioco, è già sul 4-0. La brutta notizia per Koepfer è che non ci sono particolari demeriti da parte sua, anzi il tedesco sta interpretando bene la partita e spesso mantiene l’iniziativa negli scambi, solo che dall’altra parte della rete Nole è in modalità muro invalicabile. A questo punto però nel muro inizia a intravedersi qualche crepa, che lascia così spazio all’iniziativa di Koepfer. Forse un po’ rilassato per l’ampio vantaggio, Djokovic inizia a sbagliare, spesso gestendo gli scambi con sufficienza, e Koepfer ne approfitta per recuperare entrambi i break di svantaggio. Emblematico il settimo gioco nel quale il serbo perde il servizio a zero con tre palle corte rivedibili e uno scarico rovescio in rete e 4-3. Da qualche parte nella testa di Djokovic probabilmente risuona un campanello d’allarme: il serbo rimette insieme i pezzi del suo tennis quel tanto che basta per strappare ancora la battuta all’avversario, chiudendo 6-3 dopo 39 minuti.

 

Nonostante la non esaltante prestazione, Nole scappa subito avanti di un break nel secondo set e la partita sembra definitivamente incanalata quando il serbo si procura due consecutive palle del 3-0. Koepfer però non ci sta ad arrendersi e si salva. Non solo: gli scambi infatti si fanno via via sempre più combattuti con Djokovic inizia ad accusare un po’ la pressione del tedesco. Qualche errore di troppo, soprattutto col dritto, lo condanna a perdere il servizio nel sesto gioco. Il numero uno del mondo sfoga tutta la sua frustrazione scagliando a terra e distruggendo la propria racchetta, ricevendo il meritato e inevitabile warning. Il match è davvero combattuto ora con Koepfer che spesso e volentieri riesce ad avere la meglio sulla diagonale destra, quella che vede il suo rovescio opposto al dritto di Nole. Un paio di erroracci nel nono gioco rischiano però di compromettere quanto di buono fatto finora dal tedesco, che però annulla tutte e tre le palle break concesse e sposta tutta la pressione su Djokovic. Due gratuiti del serbo (il 27esimo e 28esimo della partita) regalano il set a Koepfer: 6-4.

Nel primo game del terzo set, Djokovic manca altre quattro palle break (4/18 il tasso di conversione a questo punto del match), ma riesce poi a strappare la battuta all’avversario nel terzo. Il serbo a questo punto inizia quasi a disinteressarsi dei turni di risposta per concentrarsi al massimo al servizio. Koepfer corre in lungo e in largo, ce la mette tutta, ma si vede che sente la fatica. La stanchezza si manifesta tutta nel nono gioco e Nole, da campione qual è, attacca, sentendo il momento. Il primo match point è cancellato da un ottimo serve&volley di Koepfer, che però sul secondo deve alzare bandiera bianca.

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ATP

Internazionali di Roma: il dritto tradisce Berrettini sul più bello, in semifinale ci va Casper Ruud

La corsa di Matteo Berrettini si arresta al tie-break decisivo contro il norvegese: troppo falloso nei momenti chiave della partita. Sfuma la possibile semifinale con Djokovic a porte aperte

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Matteo Berrettini - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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C. Ruud b. [4] M. Berrettini b. 4-6 6-3 7-6(5)

A differenza di quanto accaduto allo US Open un paio di settimane fa, questa volta è Matteo Berrettini a uscire sconfitto dalla sfida contro Casper Ruud. Sconfitto e con una certa quota di rammarico sulla racchetta, quella che con il dritto non ha centrato il campo in un paio di occasioni nel tie-break decisivo. Il norvegese aveva già battuto l’italiano lo scorso anno sulla terra del Roland Garros e oggi si è ripetuto con una prestazione impeccabile per gran parte dell’incontro; forse il suo gioco non è spettacolare e non ruba particolarmente l’occhio, ma ha mantenuto una grande compostezza in campo e non ha mai ceduto. Matteo invece, dopo aver vinto il primo set a fatica, è stato bravissimo a restare in partita in apertura di terzo set ma non è riuscito ad attaccare con la necessaria brillantezza nel corso del tie-break, parziale in cui ha sbattuto contro il muro norvegese. Pur non brillando particolarmente con uno dei due fondamentali da fondo, Ruud ha colpi molto carichi e pesanti che lo configurano come uno dei pochi veri specialisti della terra tra gli under 23.

L’incapacità di trovare le contromisure necessarie, a lungo andare, ha anche innervosito Matteo e questo ovviamente non gli ha giovato; alla quarta presenza nel torneo di casa, il n. 8 del mondo si arrende ai quarti di finale. Ruud diventa invece il primo norvegese a raggiungere la semifinale di un Masters 1000, migliorando il risultato di suo padre Christian Ruud quando nel 1997 si fermò ai quarti di Montecarlo.

 

IL MATCH – Il break fulmineo del primo game in favore di Berrettini ha subito messo il set in discesa. Ruud, tennista caparbio che sulla terra di Buenos Aires ha conquistato il suo primo titolo in carriera a inizio anno, è rimasto però in pressione sul suo avversario cercando sempre la profondità (con rischio tra il minimo e il moderato). In tre occasioni diverse ha avuto la chance del contro-break ma Berrettini è stato attentissimo. Sul finire del primo set c’è stata anche una fugace apparizione del n. 1 del mondo Novak Djokovic (che in caso di vittoria sfiderà proprio Ruud), il quale si è affacciato sul Pietrangeli giusto in tempo per vedere l’italiano sciupare il primo set point sul servizio di Ruud. Un game più tardi però Matteo si è rifatto, e alternando piacevolmente volée e smorzate ha fatto suo il primo parziale per 6-4.

Il secondo parziale ha avuto un andamento simile al primo ma a parti invertite, con la sostanziale differenza che Berrettini è stato molto più discontinuo di quanto non fosse stato il suo avversario in precedenza – anche quando era sotto nel punteggio. Ruud ha continuato a portare avanti il suo gioco, solido tanto col rovescio quanto col dritto, e gli errori di Matteo hanno fatto il resto. Dopo un’ora e 40 minuti di incontro il n. 34 del mondo ha siglato il 6-3 che ha riportato tutto in parità.

Casper Ruud – Internazionali d’Italai 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

RIMONTA E RAMMARICOLa parabola calante di Berrettini è proseguita anche nel set decisivo, iniziato con un break a favore del norvegese, ormai sempre più in fiducia. L’assenza del pubblico – da domani ci sarà – ha permesso di udire alcune frasi pronunciate da Matteo e il suo commento “tiro a 1 all’ora!” può spiegare, tra il serio e il faceto, il suo calo che si è riflettuto nel punteggio. Il successivo “non riesco proprio a digerirlo” si riferiva forse al gioco di Ruud, il quale è riuscito a trasformare la partita in una classica sfida su terra rossa: scambi lunghi e pesanti (numeri alla mano, vinti molto più spesso da Ruud). Con un andamento del genere, dove la paura di perdere ha iniziato a superare la voglia di vincere, era inevitabile che si giungesse al 6-6.

Nel tie-break decisivo Berrettini è tornato a comandare le operazioni, nel bene e nel male: suoi infatti sono stati i vincenti, ma suoi (purtroppo) sono stati anche gli errori non forzati. Il dritto di entrambi ha funzionato a intermittenza mentre a Ruud il servizio è sempre girato piuttosto bene oggi – sopra il 70% con la prima nei primi due set, al 69% nel terzo. Nel momento del bisogno, Ruud ha piazzato due prime vincenti (una sulla riga, alquanto fortunata) e ed è stato lui conquistarsi il match point, dopo che Matteo aveva fallito un dritto inside-in che avrebbe potuto cambiare la storia della partita.

Il dritto ha tradito nuovamente (e per l’ultima volta) Matteo che con una palla fiacca a mezza rete ha concesso la semifinale al n. 34 del mondo, un paio di minuti prima dello scoccare delle tre ore. Sconfitta pesante da digerire per l’italiano, che non aveva mai perso sulla terra dopo esser stato in vantaggio di un set (20 successi prima di oggi) e vede sfumare la possibilità di sfidare Djokovic o Koepfer di fronte al suo pubblico, per quanto in numero ridotto.

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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