Fra le sette vincitrici Slam meno probabili... Flavia Pennetta?

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Fra le sette vincitrici Slam meno probabili… Flavia Pennetta?

Quarto articolo della serie sugli Slam meno probabili. Fra i 7 nomi, Jordan, Majoli, Bartoli, Myskina…sì, mettere Flavia è stata dura ma… dovevamo

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Flavia Pennetta nello studio di Eurosport con Barbara Schett e Marion Bartoli - US Open 2019
 
 

Di cosa parliamo, quando parliamo di dominio. Quando si chiacchiera di donne e racchette, ben dentro la terza decade del terzo millennio, il sostantivo è caduto in grave disuso. Da quando Serena gioca solo gli Slam, adesso che Masha ha posto fine alla sua accidentatissima coda di carriera, con Vika che non è più stata lei dopo aver procreato e Petra ex-Petrona, povera, dopo la vile aggressione domestica subita a Prostejov è diventata se possibile persino meno costante di prima, “ogni torneo può essere vinto da chiunque”, o quasi, per la felicità degli allibratori e lo smarrimento di molti ragazzini che non sanno quale poster attaccare sull’anta dell’armadio a muro.

Terra di nessuno e di conquista, da calpestare mentre si cammina verso un’era fatta di maggiori certezze, chi lo sa. Eppure, mentre il Tour maschile da più di quindici anni è sottomesso dal trio meno generoso della storia dello sport, molte ragazze possono sperare il colpo della vita alla vigilia di un Major. Si tratta di un andazzo momentaneo, e se nessuno oggi può prevedere quanto durerà, è certo che la storia sino a pochi anni fa è andata nella direzione diametralmente opposta: una rapida scorsa agli Albi d’Oro restituisce decenni ben saldi nelle mani di poche regine, perlopiù autoritarie, tanto prima, quanto dopo lo spartiacque del 1968 inaugurante la fatidica era Open. Particolarmente significativi in questo senso gli anni ottanta, durante i quali solo Evonne Goolagong (Wimbledon 1980), Tracy Austin (Us Open 1981) e Arantxa Sanchez (Roland Garros 1989) sono riuscite a strappare uno Slam al poker di leggende Evert-Navratilova-Mandlikova-Graf.

Una sfilata di campionesse da mettersi in ghingheri ad applaudire, e se l’obiettivo di questo articolo è scovare le sette che hanno centrato lo Slam senza aver avuto per il resto carriere “da” campionesse Slam, beh, è un obiettivo difficile da raggiungere. Proviamoci, nondimeno, come abbiamo già fatto con gli uomini. Con una piccola differenza: nella lista femminile ci siamo concessi un excursus in era pre-Open, per raccontarvi una storia che ci dispiaceva troppo lasciar fuori. Proprio da questa storia iniziamo.

 

1 – Karen Hantze Susman (Wimbledon 1962)

Karen Hantze premiata dalla Principessa Marina (duchessa di Kent e presidentessa dell’AELTC)

Preistoria, pre-era Open, ma non è un problema. Un dovere, anzi, citare in questo compendio Karen Hantze, “la Jennifer Capriati dei suoi tempi“, come ebbe a dire la famosa rivale d’epoca Nancy Richey qualche anno fa. Una bimba prodigio, vincitrice del titolo per ragazze sull’erba di Londra non molto prima di sollevare il trofeo vero a diciannove anni e mezzo. Sei finali in doppio con Billie Jean King (tre titoli), la parabola della tennista di San Diego prese presto una china discendente: il matrimonio da teenager con Rod Susman era già arrivato, e nell’ottobre del 1963 l’evento che ne modificò sensibilmente le prospettive di carriera. “La nascita di mia figlia Shelley mi fece capire che un certo modo di vivere il tennis era finito“.

Tornò e non per fare una passerella (quarti a Parigi e a New York nel ’64), ma la vita ormai guardava altrove. “Non giravano soldi nel nostro sport. Farne il mezzo di sostentamento principale per la famiglia non era un’opzione“. Si trasferì a St. Louis seguendo il marito nel frattempo divenuto assicuratore, per far capolino nel tour di tanto in tanto. L’ultimo rientro coincise con il terzo turno allo US Open del 1980. Ha sconfitto un tumore e continuato a insegnare tennis e a cucinare un leggendario polpettone ripieno: “Due discipline che ho praticato per più di cinquant’anni, dovrebbero riuscirmi abbastanza bene“.

2 – Chris O’Neil (Australian Open 1978)

Più di cinque lustri dopo, ancora un’altra epoca. Il montepremi complessivo dell’Open d’Australia salì a 300.000 dollari, di cui solo 35.000 destinati al tabellone femminile. Conseguenza? Persino le migliori giocatrici di casa preferirono andare a lavorare altrove favorendo l’incredibile galoppata di Chris O’Neill, campionessa dell’edizione 1978 che inaugurò il torneo da numero centoundici al mondo. Non necessariamente baciata dal talento puro, Chris durante la carriera ha dovuto sostentarsi servendo nei pub e lavorando da impiegata, spesso al fine di racimolare il denaro necessario a coprire i costi delle lunghe trasferte.

Purissima underdog se ce n’è una, O’Neill è stata per quasi vent’anni l’unica giocatrice a vincere uno Slam senza essere testa di serie (eguagliata da Serena Williams campionessa proprio in Australia nel 2007, con una storia invero un pizzico diversa) ed è tutt’ora l’ultima australiana ad aver vinto il Major di casa.

3 – Barbara Jordan (Australian Open 1979)

Barbara Jordan – Australian Open 1979 (ph. Roger Gould)

Tra le varie controindicazioni l’Open down-under vantava anche quella di disputarsi nel periodo delle festività natalizie, scoraggiando dal partecipare le maggiori stelle internazionali, peraltro, come già noto, non certo attirate dal misero montepremi. “Un tempo gli Slam non erano così fondamentali, ogni atleta costruiva il proprio tour annuale secondo i propri criteri,” ha avuto modo di dichiarare Chris Evert, “e dal punto di vista dei guadagni era molto meglio vincere dieci tornei piuttosto che uno Slam, oggi è esattamente l’opposto“.

Anche nel 1979, dunque, le più forti se ne stettero comode alla tavola imbandita lasciando campo aperto a molte soluzioni imprevedibili. Ne approfittò Barbara Jordan da Milwaukee, addirittura testa di serie numero cinque nonostante la sessantottesima piazza occupata nella classifica dell’epoca. Per lei fu l’unico titolo in singolare della carriera, con tanto di scalpo nei quarti di una diciassettenne che sarebbe di lì a pochissimo diventata discretamente famosa: si chiamava Hana Mandlikova e vinse l’anno successivo. “L’anno prima avevo rubato a Martina Navratilova l’unico set del torneo nella sua prima vittoria a Wimbledon, dunque sapevo che sull’erba non ero poi malaccio“. In finale fu derby vittorioso con Sharon Walsh, poi in Australia tornerà soltanto un’altra volta, nel 1983, e non superò mai più il terzo turno in un Major.

4 – Iva Majoli (Roland Garros 1997)

La crescita impetuosa e il picco raggiunto quando il declino era già iniziato senza che nessuno, tanto meno lei, se ne fosse accorto. Iva è stata una teenager superstar in campo e un’aspirante stella fuori, da adulta. Il gioco, dinamitardo, tutto subito, specie con il dritto ancorato alla linea di fondo. Almeno fino a quando le distrazioni del jetset non le afflosciarono, in meno tempo di quanto si aspettasse, le gambe necessarie a girarci attorno. Otto titoli in carriera di cui sette conquistati da teenager, con il culmine al Roland Garros 1997, dopo una finale che a ventitré anni di distanza ricordiamo tra le più grandi sorprese della storia del tennis in rosa.

Nel duello decisivo sul Philippe Chatrier Majoli lasciò sei giochi alla sedicenne Martina Hingis, che stava cavalcando una striscia di trentasette vittorie consecutive, vietandole di fatto un Grande Slam che con ogni probabilità avrebbe chiuso. La semifinale vinta al terzo contro Amanda Koetzer, la sudafricana che ancora oggi di tanto in tanto compare negli incubi di Steffi Graf, fu la partita più impegnativa del torneo della starlette di Zagabria, per dire. Al trionfo seguì un solo altro titolo, cinque anni dopo, a Charleston, vinto da numero cinquantotto al mondo. E una vita sparata a mille tra feste, dolci concessioni e un interesse sempre minore per la pallina gialla. Il pedice nella comparsata alla versione croata di “Ballando con le stelle, anno di scarsa grazia 2007. Poi il rientro nei ranghi e la nomina a Capitana di Fed Cup, giunta nel 2012.

5 – Anastasija Myskina (Roland Garros 2004)

Ha vinto da protagonista la Fed Cup, e ora ne guida la selezione. È stata la prima russa a vincere un Major e a entrare nelle prime tre della classifica mondiale, con un best ranking alla posizione due nell’anno del trionfo di Parigi. Lo stesso dell’incredibile KO nella semifinale olimpica di Atene, persa facendosi rimontare da Justine Henin un vantaggio di cinque a uno nel terzo set: un match che il senno di poi ci aiuta a considerare probabile punto di non ritorno (ai fasti) di Anastasija Myskina.

La moscovita è stata una grande giocatrice, direte, e non merita uno spazio nell’elenco. Posto che questa antologia vuol essere tutto tranne che una pubblica gogna, occorre sottolineare che Anastasija, nonostante quella finale dominata a Parigi con Elena Dementieva, non è mai andata oltre i quarti di altro Slam e, specialmente a Bois de Boulogne, lo score dice cinque eliminazioni al primo turno in otto partecipazioni. Jelena Ostapenko, un Rolando vinto e quattro eliminazioni all’esordio nelle altre quattro partecipazioni, il cui inserimento in questa graduatoria sarebbe assai ingeneroso in virtù della sua carriera assai giovane, ha ancora tempo per migliorare quel risultato – ma può iniziare a fare i debiti scongiuri.

6 – Marion Bartoli (Wimbledon 2013)

Potentissima, fragilissima, allevata nel laboratorio tennistico paterno per giocare a tennis in modo perlomeno inusuale. Piedi confinati sul perimetro e botte da orbi con dritto e rovescio a due mani. Nonostante i noti problemi spesso sperimentati al momento di chiudere le partite, bisogna dire che qualche volta ha funzionato. Nel 2007 la prima finale a Church Road persa contro Venus Williams, poi anni a buoni livelli senza mai dar la sensazione di poter centrare il bersaglio grosso: soprattutto nella stagione del trionfo, che fino al momento topico mai l’aveva vista spingersi oltre i quarti di finale nei tornei sin lì frequentati.

Brava ad approfittare delle due settimane d’agonia vissute dalle favorite, Marion vinse senza dover affrontare alcuna collega compresa tra le prime quindici della classifica, battendo facilmente in finale la carnefice della favoritissima Serena Williams, una Sabine Lisicki stravolta dalla tensione e più volte in lacrime nel corso della partita.

Un percorso anche fortunato, che sancì la fine sostanziale e improvvisa della sua carriera, con il ritiro annunciato di lì a poco. Seguirà un retiro tormentato: Marion cominciò a comparire in pubblico di molto dimagrita ed esibendo un aspetto fisico da cui era obbligatorio desumere indizi poco rassicuranti. Arrivarono le cure, il ritorno alla normalità, e un rientro smentito, poi rinviato, e riconfermato per essere poi cancellato. Sul campo non la rivedremo più, e quando ha smesso non aveva trent’anni. Però il coppone dei Championships fa bella mostra di sé dalle parti di Le Puy-En-Velay.

7 – Flavia Pennetta (US Open 2015)

Flavia Pennetta - US Open 2015
Flavia Pennetta – US Open 2015

Fate come foste lettori stranieri, non coinvolti sentimentalmente con Flavia e con una tra le imprese più importanti nella storia dello sport italiano. Quanti, mettendosi una mano sul cuore, l’aspettavano con la coppa in mano nella notte di New York dopo aver per giunta battuto in una finale tutta pugliese Robertina Vinci? Vediamo pochi lettori con le mani alzate, e in ogni caso non sappiamo se accordare loro fiducia. Flavia a New York ha trovato una sorta di seconda casa e questo va detto: cinque quarti di finale (due vinti, l’altro, indovinate un po’, battendo Roberta Vinci) non si inventano, ma in questo caso è obbligatorio analizzare il consuntivo valutando il contesto e il fatto che Serena Williams fosse a meno di dieci centimetri dal Grande Slam: concederete una piccola modifica al criterio generale.

La faccia di Mouratoglu e dei ventiquattromila dell’Arthur Ashe mentre Robertina aizzava il pubblico in piena trance agonistica nella semifinale delle semifinali rimarrà impressa nelle memorie finché si giocherà al gioco del tennis, esattamente come l’istantanea delle due amiche sedute una accanto all’altra durante la premiazione al termine dell’ultimo atto. Peraltro Flavia l’anno prima aveva vinto Indian Wells, dunque proprio l’ultima arrivata non era. Ma pronosticarle una vittoria Slam sarebbe stato un azzardo non da poco.

Opinabile e oggetto di recriminazioni, unica natura possibile di ogni elenco o antologia che si rispetti. Intanto, avercelo uno Slam in bacheca. E in ogni caso vi sfidiamo, dati i parametri che ci siamo scelti: la caccia al nome di un’altra stella minore eleggibile è aperta.


I migliori a non aver mai vinto uno Slam (secondo ESPN)
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ATP Lione: Norrie di ordinaria amministrazione, Watanuki sorprende Kwon, una certezza Baez. Avanti anche Guinard e Coria

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Cameron Norrie - Roma 2022 (foto Twitter @the_LTA)

Il martedì dell’ Open Parc Auvergne-Rhône-Alpes Lyon, atp 250 che si gioca a Lione, in territorio del Roland Garros, vede l’esordio nel torneo del suo principale favorito, il n.11 al mondo e 1 del seeding Cameron Norrie. Il britannico, dopo la brutta sconfitta la scorsa settimana a Roma, prova subito a risollevarsi sulla terra in vista dello Slam rosso. Lo fa molto bene rifilando un ordinario 6-4 6-4 a Francisco Cerundolo, che dopo l’exploit di Miami(un po’ fortuito alla Steven Bradbury) sembra essere tornato al suo onesto livello. Ha mantenuto il possibile contro l’aggressività e la solidità da fondo del mancino, addirittura andando avanti di un break nel primo set, ma non riuscendo a trovare la zampata vincente. Nel secondo invece dimostra la classica garrua argentina, recuperando il break di svantaggio(che sapeva tanto di ipoteca per l’inglese) e arrivando tranquillo fino al 5-4: qui al servizio trema un po’, regala qualcosa e alla fine, dopo un match point annullato in spinta, sul secondo è costretto a cedere, con un doppio 6-4. Norrie fa il suo dovere da favorito, come sempre senza niente di eclatante, ma porta a casa il risultato e si appresta a sfidare nei quarti di finale Sebastian Baez, di cui parleremo più avanti.

Scorrendo i risultati, uno in particolare fa subito sollevare qualche sopracciglio per la meraviglia: la vittoria di Yosuke Watanuki su Soonwoo Kwon. Il giapponese, n.263 al mondo e lucky loser, ha regolato con un banale 6-3 6-4 il ben più quotato sudocoreano, capace di esprimere un ottimo tennis sulla terra. E dire che aveva anche iniziato alla grande, con il break in avvio che lo aveva portato sul 2-0, ma Watanuki, anche servendo 5 ace, ha preso poi le redini del parziale, recuperando e vincendolo 6-3. Nel secondo c’è stato invece un solo break, rivelatosi poi quello decisivo per regalare un altro scalpo importante(dopo Pedro Martinez) al giapponese, oltre a un bel quarto di finale ATP. Rimanendo in tema di derby, non c’è stato solo quello asiatico, ma anche quello francese, che conferma il periodo scuro di Hugo Gaston. Il n.58 ATP, forte di una wildcard, ha perso in 2h e 20 contro il qualificato Manuel Guinard. 6-4 6(5)-7 6-2 il punteggio a favore del n.158 al mondo, che ha proprio fatto il vuoto nel set decisivo, disarmando la fantasia di Gaston. Al prossimo turno affronterà il lucky loser Michael Mmoh, voglioso di giocare vista la sua wildcard al Roland Garros.

 

Oltre a due transalpini uno contro l’altro, hanno giocato anche due argentini, in match diversi ma con risultato uguale: la vittoria. Sebastian Baez, tds n.7 e 38 al mondo, ha battuto 5-7 6-4 6-2 Oscar Otte, giocatore sempre ostico che non regala mai nulla; ma il gioco difensivo di Baez, che sa rapidamente trasformarlo in offensivo, è certamente più adatto a questi tornei, e gli ha permesso di vincere un match intenso, equilibrato nei primi due set, a senso unico nel terzo, dove la vena terraiola è uscita fuori. Il recente campione dell’ATP Estoril dunque si conferma un osso molto duro, e nei quarti avrà il n.1 del seeding Cameron Norrie . Parlando di argentini, l’altra vittoria albiceleste di giornata l’ha messa a segno Federico Coria contro un altro tedesco, Daniel Altmaier, con il punteggio di 6-3 3-6 6-3, con la partita che si è accesa a suon di break e contro-break dall’inizio del secondo set in poi. Chiude con un buon 72% con la prima il fratellino del Mago Guillermo, prenotandosi un posto al secondo turno contro la tds n.2 Pablo Carreno-Busta, il meno spagnolo degli spagnoli.

Il tabellone completo dell’ATP 250 Lione

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ATP

ATP Ginevra, Medvedev stecca al rientro contro un ottimo Gasquet. Out Cecchinato

Niente da fare per Daniil alla prima su terra battuta, il francese mette a segno la seconda vittoria contro un top 2. Cecchinato surclassato da Majchrzak

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Richard Gasquet – ATP Ginevra 2022 (foto via Twitter @atptour)

R. Gasquet b. [1/WC] D. Medvedev 6-2 7-6(5)

Torna in campo Daniil Medvedev dopo l’operazione all’ernia e il progetto musicale con Shapovalov. Il palcoscenico – un ATP 250 su terra battuta – non sarebbe certo un appuntamento imprescindibile in condizioni normali, ma c’è un quarto di finale al Roland Garros da difendere e il tempo stringe. Tra la superficie del Gonet Geneva Open (la cui lentezza è mitigata dai 400 metri di altitudine) e l’assenza dalle competizioni, non ci si poteva aspettare troppo da Medvedev e così è stato. Un set e mezzo passato a lamentarsi verso il suo angolo, a cambiare racchette (solo una rotta su cinque) e a tirare un po’ dove capita, per poi cominciare a trovare almeno in parte il proprio gioco senza peraltro riuscire a portare il match alla partita finale. Ma è stata innanzitutto la giornata del vincitore, quel Richard Gasquet alla sua seconda vittoria in carriera contro un top 2 dopo il successo su Federer a Monte Carlo nel 2005 – il loro primo duello. Ora è 1-16 contro i numeri uno e 1-20 contro i numeri due. E, pareggiando il conto nelle quattro sfide con Daniil, ci deliziato con tocchi e rovesci lungolinea che mettono di buon umore (magari non l’avversario).

L’incontro si fa presto in salita per un Medvedev a disagio: dritti fuori di metri e doppi falli gli costano due break nel primo parziale senza che in risposta riesca a creare la minima apprensione a Gasquet che si limita a fare il dalla parte del rovescio. Vedere Medvedev per la prima volta senza conoscerlo deve lasciare perplessi; o forse no, nel senso che, se tutto storto colpisce il dritto al volo con quello swing, nessuno dovrebbe sorprendersi quando la palla va a fare un altro buco nell’ozonosfera. E invece, con quella stortezza, con quegli swing, è numero 2 al mondo. Pure 1 è stato.

 

Nel secondo parziale il leitmotiv non cambia granché, tra un Richard che dispensa pazienza e ottimo tennis e un Daniil che tenta di battere il record di racchette cambiate (che poi sono tutte uguali, facesse almeno come certi giocatori di circolo che hanno attrezzi completamente diversi e solide teorie a giustificarne la rotazione). Prova anche un paio di smorzate, ma il solo risultato che ottiene è evidenziare la corsa in avanti e la “mano” del classe 1986.

A caccia del secondo break per un 4-1 che chiuderebbe un match rimasto al massimo socchiuso (a essere generosi), Gasquet viene penalizzato da una chiamata sbagliata (il giudice di linea dà buona una palla fuori, l’arbitro non lo corregge e lui non si ferma in tempo per chiedere la verifica). L’episodio cambia l’inerzia della sfida e ciò non si manifesta solo con il controbreak, bensì con un Medvedev in fiducia che non rivolge più al coach Cervara occhiate del tipo “complimenti, sono proprio forte” dopo ogni pessima giocata. O, semplicemente, l’ultima racchetta impugnata ha la tensione giusta.

Nel tie-break spalla a spalla tra azzardi e timori, è Richard il primo ad avere la palla per chiudere; anzi, Medvedev neanche gliela fa arrivare perché manda lunga la seconda battuta e dunque ai quarti contro Majchrzak va Gasquet.

K. Majchrzak b. [Q] M. Cecchinato 6-2 6-3

Dopo aver superato le qualificazioni e Dominic Thiem nel derby delle zero vittorie ATP nel 2022, Marco Cecchinato si arrende a un buonissimo Kamil Majchrzak, n. 81 del ranking e di regola più a suo agio sulle superfici veloci, pur avendo nella smorzata il colpo preferito, come ha ben dimostrato nella sfida del martedì ginevrino. Solidissimo ed efficace particolarmente dalla parte del rovescio, è stato spesso in grado di annullare il vantaggio che il Ceck sa prendersi con il kick da sinistra, piazzando cinque break. La differenza più evidente nei dati sul servizio, è appunto la bassa resa di Marco con la prima, il 48% contro il 73 di Kamil.

Parte subito forte, Majchrzak, che strappa il servizio azzurro rispondendo bene con il colpo bimane e poi conferma depositando tre drop-shot irraggiungibili. Cecchinato muove il punteggio, si scuote e si procura una palla per rientrare, cancellata però dall’ace. Il polacco non molla la presa fino al 5-1, ma il turno di battuta perso anche per un avversario che non ci sta è subito recuperato. Marco rimane aggrappato alla seconda partita per i primi cinque giochi, poi due smorzate in rete e la risposta di rovescio polacca aprono la strada all’allungo decisivo che arriva con il punto sulla diagonale sinistra. Sono passati 59 minuti e non succede molto altro nei successivi, ultimi dieci.

Il tabellone dell’ATP 250 di Ginevra

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Flash

WTA Strasburgo: bei successi per Makarova e Ferro. Avanti Pera, Friedsam e Linette

Grande vittoria su Cirstea per la russa, bene come la padrona di casa. Nessuna particolare sorpresa negli altri match

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Fiona Ferro - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

La sorpresa di giornata è stata certamente già servita in questo martedì all’ Internationaux de Strasbourg, WTA 250. Ekaterina Makarova, russa al n.274 della classifica WTA(solo omonima della ben più celebre mancina, ex n.8 al mondo) ha eliminato Sorana Cirstea, tds n.3 e n.27 del ranking. 1-6 6-3 6-2 il finale in favore della classe 1996, che dopo un pessimo inizio ha saputo risalire, approfittando dei soliti alti e bassi della rumena, sempre bella da veder giocare, ma alle volte troppo fumosa, come in questo caso, che l’ha portata ad una sconfitta eufemisticamente clamorosa. La prossima avversaria di Makarova sarà Oceane Dodin, una delle padrone di casa. E parlando di transalpine è giusto citare la vittoria di Fiona Ferro, n.139 al mondo, per 6-3 6-4 contro un’altra russa, la lucky loser Angelina Gabueva. Certo, compito facile da assolvere, trattandosi di una giocatrice a stento tra le prime 600(n.594), ma brava comunque Ferro a non cullarsi troppo e ad essere ben decisa a portare a casa il match, dato che Gabueva è anche andata avanti nel primo, oltre a mettere a segno vari break nel secondo, giocandosi al massimo le sue carte. Quindi comoda sì, ma non banale, la vittoria della francese, che giocherà il prossimo match contro la svizzera Viktorija Golubic, tds n.9.

Il tabellone completo del torneo

Un’altra giocatrice rumena classificata più in alto della sua avversaria, oltre Cirstea, è stata costretta ad uscire anzitempo dal tabellone di Strasburgo: Gabriela Ruse, n.52, ha perso 5-7 4-6 contro Bernarda Pera,122 al mondo. L’americana porta a casa un match combattuto e intenso, in 1h e 57 minuti, recuperando il break per poi metterlo a segno in entrambi i parziali, sfruttando un gran 67% di punti vinti con la prima, e prenotandosi un bell’incontro duro con la n.1 del seeding, Karolina Pliskova. Vittoria in due set anche per Magda Linette contro Heather Watson. Ma è una vittoria decisamente diversa quella della tds n.8 contro la britannica: score che recita un desolante e perentorio 6-1 6-1, con un’impressionante 100% di punti con la prima per la polacca, che attende ai quarti una tra Sasnovich e Angelique Kerber. Una connazionale dell’ex n.1 al mondo è stata protagonista della partita più interessante di giornata, e cioè Anna-Lena Friedsam, che ha avuto la meglio per 4-6 6-3 7-6(5) su Daria Saville, la ritrovata australiana dei miracoli nella primavera sul cemento americano. La tedesca, n.207 al mondo, nonostante le quasi ottanta posizioni di svantaggio ha giocato un gran match, una lotta con le unghie e con i denti in 2h e 40, per la possibilità di sfidare al prossimo turno Elise Mertens, n.4 del seeding. Un match equilibrato quasi in tutto, dove alla fine la voglia ha fatto la differenza.

 

Il tabellone completo del torneo

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