L’avvenire è del tennis russo, il presente delle mamme con racchetta

Editoriali del Direttore

L’avvenire è del tennis russo, il presente delle mamme con racchetta

Il derby lo ha perso Rublev, sciagurato nel primo set, ma Medvedev che sembrava uno sfigato al capo dei coach francesi, oggi fa paura. Come la fa Vika, un game solo a Mertens

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Daniil Medvedev - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Mi direte che scopro l’acqua calda, ma giorno dopo giorno sempre più mi convinco che il tennis russo ha davvero un bel presente e probabilmente un ancor miglior futuro.

Se Daniil Medvedev non vincerà già questo Slam ne vincerà presto uno. La tranquillità e la disinvoltura con cui gioca e tira senza mai apparire sotto sforzo, con cui serve cannonballs di battuta con percentuali di prime palle sempre intorno al 70% (quasi sempre servizi vincenti), con cui fa mulinare quel dritto dall’apertura che sembra troppo ampia (e ricorda un tantino forse quello della Graf, fatte le debite proporzioni uomo-donna) ma diventa illeggibile per quella frustata di polso che pare fatta apposta per nascondere ogni traiettoria, con quel rovescio che incrociato come lungolinea è di una precisione da metronomo, beh diciamolo, fa proprio paura.

Di Rublev si era già detto molto prima e dopo il suo match con Berrettini. È uno dei tennisti che ha fatto più progressi quest’anno, tutti lo vedono degno di entrare nell’elite dei topten e non sarò certo io a dichiararmi di diverso parere anche se sono curioso di vedere come si comporterà sulla terra battuta. Medvedev ha deciso di rinunciare a Roma (per motivi personali, recita il comunicato stampa), mentre è al momento in dubbio la presenza di Rublev.

 

Dopo l’epoca gloriosa di Kafelnikov e Safin, il 2 marzo scorso per la prima volta il tennis russo aveva potuto celebrare la presenza contemporanea di tre giocatori fra i primi 15: l’ultimo dei tre ad arrivarci era stato Rublev, grazie ai successi di Doha e Adelaide, e lì ci aveva trovato Medvedev e Khachanov. Yevgeny Kafelnikov, il principino di Sochi, non ha mostrato alcuna gelosia a distanza, anzi: “Se assisteste a un torneo di giovani in Russia, vi assicuro che i ragazzini non sognano di assomigliare a Safin o a me – ha detto l’ex n.1 del mondo – ma vorrebbero essere come Medvedev, Rublev o Khachanov. È logico, del resto. Per il nostro Paese è fantastico”.

Un coach del tennis giovanile francese, Cedric Raynaud, è stato intervistato dal collega Vincent Cognet per ricordare come erano i due ragazzi russi che ieri giocavano a Flushing: Si capiva subito che Rublev sarebbe diventato molto forte. Era molto precoce. A 15 anni poteva già giocare a livello Futures. Fra gli junior gli bastarono tre tornei per entrare nei primi 10. Pesava poco più di 20 chili – qui naturalmente esagera un po’ – tirava già missili ovunque. Medvedev invece era in gran ritardo fisicamente. Non riusciva a scambiare in velocità se lo spostavi da sinistra a destra… Si arrabbiava, rompeva le racchette, si infuriava con il suo staff. Si prendeva sempre con suo padre che invece era molto calmo. Anche tecnicamente pareva piuttosto limitato. Per esempio non aveva idea di come fare una volée. Non mi sarei immaginato che sarebbe arrivato a disputare una finale d’uno Slam! E invece oggi è uno dei migliori tennisti del mondo… Lui e Rublev hanno in comune la determinazione e la capacità di lavorare. Enormi, tanto l’uno che l’altro”.

Quando c’è anche il talento, il lavoro paga… sarà banale, scontato dirlo, ma è così. Intanto gli statistici sottolineano che mai era successo che per due anni di fila a New York due tennisti russi avessero raggiunto la seconda settimana… Con queste premesse era chiaro che Medvedev-Rublev fosse il match che mi intrigava di più. Intrigava anche John McEnroe che ho visto seguire la partita sugli spalti. Idem Sasha Zverev e Dominic Thiem (anche se questi due, con la suite sull’Ashe non hanno poi molto altro da fare; per McEnroe è diverso).

Lo avevo preannunciato come il duello tra la formica e la cicala. Direi che non ha deluso. Anzi è stato proprio un bel match. Di ottima qualità a mio avviso… Solo che la cicala Rublev si è mangiato il primo set, perché è stato avanti 5-1 nel tiebreak, poi 6-3, tre setpoint consecutivi ma anche cinque punti persi di fila conquistati dalla formica. Andrey si è innervosito terribilmente con se stesso per non aver messo le prime (e magari un ace) quando gli sarebbe tanto servito. Ha sbattuto la racchetta a terra (ma buttandola giù piatta, così non l’ha rotta) e poi, al cambio campo, più volte sul borsone (e anche così non ha potuto romperla).

Andrey Rublev – US Open 2020 (photo by Darren Carroll/USTA)

A un certo punto all’inizio del secondo set ha cacciato un urlo belluino, davvero spaventoso, ma io non ho sentito alcuna parolaccia. Eppure l’arbitro Keothavong lo ha ammonito per verbal abuse. Mah, forse è un warning che si può dare anche per i soli urli (che se prolungati o particolarmente forti effettivamente non sono poi molto più accettabili… per quanto io sarei in fondo abbastanza elastico in certi frangenti). Rublev ha protestato al cambio campo. Inutilmente. Perso un primo set che avrebbe dovuto vincere, Rublev non è riuscito a dimenticarselo troppo presto. Il secondo set lo ha perso anche per quello. Nel terzo ho visto per la prima volta nel torneo Medvedev un tantino in difficoltà, ma solo nel finale.

Il derby fra i due deve essere stato il centesimo, anche a livello pro, sebbene l’ATP ne abbia registrati solo due, entrambi favorevoli a Medvedev che non ha perso un set. I due sono cresciuti sono amici e sono cresciuti affrontandosi da quando avevano più o meno 10 anni. Erano fin da subito molto diversi, come ha scritto Pietro Scognamiglio. Medvedev aveva detto: “Avevamo 11 o 12 anni quando ci siamo affrontati in un incontro fra circoli. In termini di comportamento dovevano essere i peggiori del mondo. Per tutto il tempo urlavamo, piangevamo, tiravamo le racchetta… anche in tribuna! Odiavamo perdere. Andrey tirava già forte, non come adesso evidentemente… mentre io non facevo che pallonetti. Erano dei match pazzi”.

Poi Medvedev ha ricordato un’uscita serale a Times Square quando erano ancora ragazzini… e con Jelena Ostapenko. Rublev si è ricordato di quella sera e di essere andato poi a Central Park perché a Times Square molti posti erano chiusi (così dicendo si è tradito sull’ora davvero tarda… perché prima che Times Square chiuda ce ne vuole): “Ma non è stata una buona idea perché dei ragazzi hanno cominciato a seguirci nascondendosi dietro gli alberi. Abbiamo allora deciso di precipitarci in albergo!”

Come sapete, anche dall’articolo scritto da Alessandro Stella, Medvedev ha saputo approfittare del momento di sana follia di Andrey a fine primo set – un doppio fallo proprio in quel frangente ha rimesso in corsa Daniil che non domandava di meglio – e ha finito per vincere ancora una volta in tre set, come tutte le sue partite fin qui (unico fra tutti) mostrando tuttavia qualche problemino fisico (spalla e crampi) verso la fine del match. In qualche modo Medvedev è riuscito a mascherare i crampi e a farsi aiutare dal fisio per la spalla e un tantino anche per i crampi, per i quali non è possibile richiedere un MTO ma possono essere trattati durante i cambi campo per un massimo di due volte: questa si chiama esperienza. Quella che è mancata a Sinner nel suo match d’esordio con Khachanov. Che peccato ragazzi. Meno male che Jannik a Kitzbuhel è partito con il piede giusto, senza restare traumatizzato da quei crampi che non sapeva spiegarsi dopo tutti i duri allenamenti di quest’estate. A new York era parso incredulo, quasi sotto choc.

Prima del derby russo Serena Williams aveva mostrato di essere in progresso sotto il profilo atletico, ha recuperato certe palle che solo una settimana fa non avrebbe preso, e sotto quello della resistenza. Magari è un po’ diesel, comincia piano, ma alla fine ottiene il risultato voluto. Per tre partite di fila ha vinto al terzo set, quando cioè uno potrebbe aspettarsi che una tennista di 39 anni e un po’ pesante (non voglio dire sovrappeso perché ci sono stati sicuramente periodi in cui lo era di più) finisca con la spia della benzina accesa. Invece a ben guardare i suoi terzi set sono finiti con un 6-2 a Stephens, un 6-3 a Sakkari, un 6-2 a Pironkova.

Il suo problema, adesso, insieme alla tensione crescente tanto più ci si avvicina al traguardo di una finale per centrare il ventiquattresimo Slam è la straordinaria condizione atletica e di fiducia nella quale versa l’altra mammina ancora in lizza.

Vika Azarenka ha dato una tale lezione, davvero impressionante, a Elise Mertens affibbiandole un 6-1 6-0 che dice quasi tutto (quasi perché qualche game, compreso l’ultimo, è stato assai combattuto) che se Serena l’ha visto – e figurarsi se non l’ha visto – la pressione sarà salita a 200. Oltretutto questa volta non c’è un giorno di riposo nel mezzo. E se Serena e tutta l’America sperava di aver un vantaggio nei confronti di Vika per aver giocato con diverse ore di anticipo – sospetto che la programmazione non sia stata casuale, ma dettata dal desiderio di vedere una Serena più riposata e competitiva prima della semifinale, quale che fosse stata la sua avversaria – la facilità e la rapidità con cui Vika si è sbarazzata di Mertens hanno annullato quell’ipotetico vantaggio.

Vika Azarenka – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Il tennis è imprevedibile quasi sempre, per me quello femminile ancor più di quello maschile, ma la Azarenka di ieri non dovrebbe perdere con la Serena di questi giorni. Però… c’è sempre un però, 18 vittorie di Serena contro le sole 4 di Vika anche possono avere il loro peso. Vero che se togliamo quella di Indian Wells d’un anno e mezzo fa (vinse Serena 7-5 6-4), la penultima (sempre a Indian Wells 2016 ma vinta da Vika) risale a quattro anni e mezzo fa e tutte le altre sono ancora più ingiallite nei ricordi, con flashback dal 2015 al 2008, vale a dire 12 anni fa. Dovremmo contarli, considerarli? Anche no.

Di certo quello fra le due mamme sarà un match da guardare. Anche se per noi europei seguirlo dopo Brady-Osaka (inizio all’una di notte) significa cominciare a guardarlo intorno alle 03 del mattino se va bene. Ce la farete? Ce la farò?

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)

È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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Editoriali del Direttore

Sinner e Musetti, attenti a quei due, ma non pretendete miracoli. E meno male che c’è Berrettini

La fortuna dell’uno è che c’è l’altro. E Matteo a fare da ombrello. Due tennisti precoci l’Italia non li ha mai avuti. Personalità e carattere da vendere. E se l’assenza del pubblico agli Internazionali di Roma aiutasse?

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Jannik Sinner - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Un giorno Musetti, un giorno Sinner, provano a farci dimenticare che il numero 1 del tennis italiano si chiama Matteo Berrettini e che è il tennista romano quello che ha nettamente più risultati, miglior classifica e più chances di andare avanti nel torneo al quale tutti i tennisti italiani tengono naturalmente e tradizionalmente tantissimo, in molti casi quanto e più che a uno Slam. Tant’è che in passato spesso alcuni tennisti italiani hanno avvertito una tale pressione da far registrare risultati deludenti, quando non veri e propri flop.

Tutto il mondo è Paese. Sam Stosur ha sempre giocato Australian Open disastrosi, idem Amelie Mauresmo al Roland Garros. Non era una questione di nemo propheta in patria. Era una questione di nervi fragili. Corrado Barazzutti, che pure è stato top-ten, era certo uno specialista della terra rossa e veniva considerato un duro a morire (anche se era un piangina, frignava sempre), a Roma ha perso quattro volte al primo turno, tre al secondo, cinque volte al terzo e due sole volte è arrivato nei quarti come miglior risultato. Anche Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Flavia Pennetta, come Corrado, hanno certamente giocato meglio altrove che a Roma.

Quest’anno, forse perché non c’è il pubblico sugli spalti, i tennisti italiani stanno facendo in gruppi risultati straordinari, sembrano esprimersi meglio. Sono più tranquilli. Anche se non cominciano bene reagiscono serenamente senza angosciarsi (Caruso con Sandgren, Berrettini con Coria), anche se non chiudono un set (Travaglia con Coric) o un match (Musetti nel secondo set con Wawrinka, Sinner nel secondo set con Tsitsipas) non perdono la testa, ma con calma vanno avanti per la loro strada, con personalità. E anche nei tiebreak, che una volta i “nostri”, da latini più emotivi, perdevano quasi sempre, adesso invece spesso li portano a casa. Che sia perché nessuno gli fa “buuhh” quando sbagliano una palla facile o mancano un’opportunità? Il dubbio c’è.

 

Che un tennista più esperto ci riesca è in fondo più normale. Che riescano a restare freddi anche i giovanissimi lo è meno. La componente emotiva, l’ambiente, ha sempre condizionato parecchio i nostri giocatori. I tennisti italiani sono sempre maturati piuttosto tardi anche per questo motivo. Farina, Schiavone, Pennetta, Vinci hanno giocato meglio e con maggior consapevolezza, quando erano più vicine alla trentina che a 20 anni. Ma anche fra gli uomini abbiamo avuto tanti casi di tennisti “sbocciati” in ritardo con il loro best ranking, quasi mai prima dei 23/24/25 anni ai loro migliori livelli: Pietrangeli, Panatta, Sanguinetti, Pozzi, Seppi, Starace, Fabbiano, Lorenzi, cito in ordine sparso. Altre nazioni hanno avuto enfant-prodige, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Russia, Australia, Serbia, Croazia, Svezia, Argentina. Noi fino a oggi no.

Quindi, tornando ab ovo, Berrettini è sì il nostro miglior giocatore, 65 posti virtuali davanti a Sinner (n.73 virtuale dopo la vittoria su Tsitsipas), 193 davanti a Musetti (che ha fatto un balzo di 48 posti nella classifica virtuale per aver battuto Wawrinka, da 249 a 201), ma avrete notato che tutti i titoli dei media per questi primi degli Internazionali d’Italia se li sono presi i due ragazzini, Musetti e Sinner. Ci sarebbe, in aggiunta a Berrettini, anche un Fabio Fognini, 33 anni e a ridosso dei top-ten, da non dimenticare per quanto ha fatto negli ultimi dieci anni, di certo il miglior tennista italiano dai tempi di Panatta e Barazzutti. Ma ora non sembra ancora pronto e nessuno si aspetta granché da lui, per via dell’operazione alle caviglie e forse non solo. Avrà voglia di mettersi sotto torchio?

Ma si sa che le novità, i giovanissimi, hanno un appeal tutto particolare presso l’opinione pubblica e noi media, un po’ troppo ruffianamente a volte, gli diamo corda. È stato chiesto ieri a Berrettini se lui si sentisse un leader di questa covata di giovani promesse e lui è stato onesto a non cavalcare l’onda, ma a ricordare che “il tennis è uno sport individuale, ognuno corre per sé, anche se poi sono molto contento se il tennis italiano va bene e conquista successi importanti con più giocatori”.

Lo scorso anno, dopo la vittoria di Sinner nel torneo ATP-Next-Gen di Milano sui media si era finito per dare più spazio al “fenomeno” Sinner che a Matteo semifinalista a New York, top-ten e uno dei Magnifici Otto al Masters ATP di Londra. Talvolta Matteo, pur sorridendo, con tatto e ironia, aveva finito per mostrare qualche piccolissimo segno di insofferenza a ritrovarsi messo sullo stesso piano di Jannik, il quale naturalmente non aveva nessuna colpa se una vittoria fra i Next-Gen e con quelle regole bislacche veniva paragonata ai successi di Matteo fra gli adulti del massimo circuito professionistico, nel tennis vero.

Non c’è dubbio che battere Wawrinka e Tsitsipas siano due ottimi risultati. Restano tali anche se né Wawrinka, inguardabile nel primo set e fino al 3-1 del secondo, né Tsitsipas, irriconoscibile nel primo set e nel terzo, si sono certo espressi al meglio. I due ragazzi sono entrambi avanti rispetto a tutti i loro coetanei, lo dice la classifica, lo dicono i risultati, hanno entrambi talento e soprattutto hanno personalità, intelligenza, voglia di arrivare e attorno a loro equipe professionali fatte di persone in gamba. Oltre a un background familiare impeccabile: genitori seri, modesti, lavoratori, di sani principi. Tutto ciò aiuta. Aiuta tanto.

I due ragazzi sono sufficientemente umili. Sanno di essere solo all’inizio, di dover mangiare ancora tante pagnotte per salire ai vertici. Hanno le spalle forti. Sanno che senza lavoro non si arriva da nessuna parte importante nemmeno se si sembra predestinati. Sono giustamente ambiziosi e pensano di potercela fare a salire in alto, anche molto in alto, ma sanno anche che ci vorrà tempo. Anni, non mesi. Quanti nessuno può saperlo.

Stanno facendo esperienza, sono ben assistiti, ben programmati. Forse se Sinner non fosse andato a Kitzbuhel per approcciare il tennis sulla terra rossa, anche se al secondo turno ha giocato malissimo e c’è chi gli ha subito gettato la croce addosso, non avrebbe battuto Tsitsipas ieri. Soprattutto dopo essersi lasciato sfuggire di mano il secondo set quando pareva vinto. E i due matchpoint mancati non hanno lasciato tracce nella sua testa. Chapeau. Così come non le avevano lasciate nella testa di Musetti la rimonta di Wawrinka nel secondo set, il ritrovarsi a giocare un tiebreak contro un campione di 17 anni più anziano e mille volte più esperto. Entrambi hanno superato, in questi giorni e alla loro giovanissima età, momenti psicologici tutt’altro che semplici. Come quello di una vittoria quasi raggiunta che rischia di scivolarti di mano. Quanto carattere, quanta personalità ci vuole in quei casi!

L’Italia è fortunata ad avere trovato un Berrettini, cresciuto come tennista e uomo al fianco di una persona perbene e in gamba, dedicata come Vincenzo Santopadre, ma anche ad aver torvato due ragazzi come Sinner e Musetti per tutto quanto ho scritto sopra. E so bene che dietro di loro ce ne sono altri. Zeppieri con Musetti ha perso di strettissima misura. Mi dicono bene di Gigante, ma non ricordo di averlo visto giocare.

Ma la gran fortuna di Sinner è di avere un Musetti alle sue spalle che incalza, e la gran fortuna di Musetti è di avere un Sinner che gli sta davanti. Ciascuno dei due sa che… la scimmia sulle spalle pesa meno quando si è in due a portarla. Adesso l’attenzione generale si sposterà da uno all’altro – ed entrambi coperti dall’”Ombrello Berrettini”, senza pesare troppo né sulle spalle dell’uno né su quelle dell’altro. È un vantaggio di cui, ad esempio, Fognini ha potuto godere assai poco. E forse ha pagato anche questo handicap, a parziale giustificazione di troppe sue altre carenze manifestatesi negli anni.

Da anni e per anni è stato lui il n.1, quindi gioie e dolori, trionfi e disastri come ammonisce Rudyard Kipling fin dall’ingresso della club house dell’All England Club, applausi e fischi lo hanno regolarmente inseguito, anche perché per quel suo carattere spesso indisponente in campo quanto magari apprezzabile fuori (non con tutti, non con me), ha finito sempre per relegare al ruolo di comprimari quasi tutti i suoi connazionali e compagni di Davis. Il talento tennistico di Fognini non lo avevano altri che potessero aspirare ai suoi stessi traguardi. O lui o nessuno, si è detto per anni, poteva approdare fra i top-ten. E lui alla fine ce l’ha fatta, anche se ci ha messo una vita e ha centrato quel traguardo soltanto a 32 anni.

Per Sinner e Musetti, invece, tutti pensano che le possibilità ci siano per entrambi. Il potenziale però è una parola vuota. Quanti sembrava che ce l’avessero e non hanno combinato un bel nulla? E nel frattempo c’è un Matteo Berrettini che è n.8 del mondo e permette ai due giovani rampolli d’umile famiglia (molto meglio non essere ricchi e presuntuosi per arrivare) di percorrere la loro strada con maggior pazienza, senza ansie, senza che siano in troppi a pretendere subito miracoli a ripetizione. Quelli, per ora, vengono richiesti a Matteo. E troppe volte, lui per primo lo sa, si esagera.


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