L’avvenire è del tennis russo, il presente delle mamme con racchetta

Editoriali del Direttore

L’avvenire è del tennis russo, il presente delle mamme con racchetta

Il derby lo ha perso Rublev, sciagurato nel primo set, ma Medvedev che sembrava uno sfigato al capo dei coach francesi, oggi fa paura. Come la fa Vika, un game solo a Mertens

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Daniil Medvedev - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)
 

Mi direte che scopro l’acqua calda, ma giorno dopo giorno sempre più mi convinco che il tennis russo ha davvero un bel presente e probabilmente un ancor miglior futuro.

Se Daniil Medvedev non vincerà già questo Slam ne vincerà presto uno. La tranquillità e la disinvoltura con cui gioca e tira senza mai apparire sotto sforzo, con cui serve cannonballs di battuta con percentuali di prime palle sempre intorno al 70% (quasi sempre servizi vincenti), con cui fa mulinare quel dritto dall’apertura che sembra troppo ampia (e ricorda un tantino forse quello della Graf, fatte le debite proporzioni uomo-donna) ma diventa illeggibile per quella frustata di polso che pare fatta apposta per nascondere ogni traiettoria, con quel rovescio che incrociato come lungolinea è di una precisione da metronomo, beh diciamolo, fa proprio paura.

Di Rublev si era già detto molto prima e dopo il suo match con Berrettini. È uno dei tennisti che ha fatto più progressi quest’anno, tutti lo vedono degno di entrare nell’elite dei topten e non sarò certo io a dichiararmi di diverso parere anche se sono curioso di vedere come si comporterà sulla terra battuta. Medvedev ha deciso di rinunciare a Roma (per motivi personali, recita il comunicato stampa), mentre è al momento in dubbio la presenza di Rublev.

Dopo l’epoca gloriosa di Kafelnikov e Safin, il 2 marzo scorso per la prima volta il tennis russo aveva potuto celebrare la presenza contemporanea di tre giocatori fra i primi 15: l’ultimo dei tre ad arrivarci era stato Rublev, grazie ai successi di Doha e Adelaide, e lì ci aveva trovato Medvedev e Khachanov. Yevgeny Kafelnikov, il principino di Sochi, non ha mostrato alcuna gelosia a distanza, anzi: “Se assisteste a un torneo di giovani in Russia, vi assicuro che i ragazzini non sognano di assomigliare a Safin o a me – ha detto l’ex n.1 del mondo – ma vorrebbero essere come Medvedev, Rublev o Khachanov. È logico, del resto. Per il nostro Paese è fantastico”.

Un coach del tennis giovanile francese, Cedric Raynaud, è stato intervistato dal collega Vincent Cognet per ricordare come erano i due ragazzi russi che ieri giocavano a Flushing: Si capiva subito che Rublev sarebbe diventato molto forte. Era molto precoce. A 15 anni poteva già giocare a livello Futures. Fra gli junior gli bastarono tre tornei per entrare nei primi 10. Pesava poco più di 20 chili – qui naturalmente esagera un po’ – tirava già missili ovunque. Medvedev invece era in gran ritardo fisicamente. Non riusciva a scambiare in velocità se lo spostavi da sinistra a destra… Si arrabbiava, rompeva le racchette, si infuriava con il suo staff. Si prendeva sempre con suo padre che invece era molto calmo. Anche tecnicamente pareva piuttosto limitato. Per esempio non aveva idea di come fare una volée. Non mi sarei immaginato che sarebbe arrivato a disputare una finale d’uno Slam! E invece oggi è uno dei migliori tennisti del mondo… Lui e Rublev hanno in comune la determinazione e la capacità di lavorare. Enormi, tanto l’uno che l’altro”.

Quando c’è anche il talento, il lavoro paga… sarà banale, scontato dirlo, ma è così. Intanto gli statistici sottolineano che mai era successo che per due anni di fila a New York due tennisti russi avessero raggiunto la seconda settimana… Con queste premesse era chiaro che Medvedev-Rublev fosse il match che mi intrigava di più. Intrigava anche John McEnroe che ho visto seguire la partita sugli spalti. Idem Sasha Zverev e Dominic Thiem (anche se questi due, con la suite sull’Ashe non hanno poi molto altro da fare; per McEnroe è diverso).

Lo avevo preannunciato come il duello tra la formica e la cicala. Direi che non ha deluso. Anzi è stato proprio un bel match. Di ottima qualità a mio avviso… Solo che la cicala Rublev si è mangiato il primo set, perché è stato avanti 5-1 nel tiebreak, poi 6-3, tre setpoint consecutivi ma anche cinque punti persi di fila conquistati dalla formica. Andrey si è innervosito terribilmente con se stesso per non aver messo le prime (e magari un ace) quando gli sarebbe tanto servito. Ha sbattuto la racchetta a terra (ma buttandola giù piatta, così non l’ha rotta) e poi, al cambio campo, più volte sul borsone (e anche così non ha potuto romperla).

Andrey Rublev – US Open 2020 (photo by Darren Carroll/USTA)

A un certo punto all’inizio del secondo set ha cacciato un urlo belluino, davvero spaventoso, ma io non ho sentito alcuna parolaccia. Eppure l’arbitro Keothavong lo ha ammonito per verbal abuse. Mah, forse è un warning che si può dare anche per i soli urli (che se prolungati o particolarmente forti effettivamente non sono poi molto più accettabili… per quanto io sarei in fondo abbastanza elastico in certi frangenti). Rublev ha protestato al cambio campo. Inutilmente. Perso un primo set che avrebbe dovuto vincere, Rublev non è riuscito a dimenticarselo troppo presto. Il secondo set lo ha perso anche per quello. Nel terzo ho visto per la prima volta nel torneo Medvedev un tantino in difficoltà, ma solo nel finale.

Il derby fra i due deve essere stato il centesimo, anche a livello pro, sebbene l’ATP ne abbia registrati solo due, entrambi favorevoli a Medvedev che non ha perso un set. I due sono cresciuti sono amici e sono cresciuti affrontandosi da quando avevano più o meno 10 anni. Erano fin da subito molto diversi, come ha scritto Pietro Scognamiglio. Medvedev aveva detto: “Avevamo 11 o 12 anni quando ci siamo affrontati in un incontro fra circoli. In termini di comportamento dovevano essere i peggiori del mondo. Per tutto il tempo urlavamo, piangevamo, tiravamo le racchetta… anche in tribuna! Odiavamo perdere. Andrey tirava già forte, non come adesso evidentemente… mentre io non facevo che pallonetti. Erano dei match pazzi”.

Poi Medvedev ha ricordato un’uscita serale a Times Square quando erano ancora ragazzini… e con Jelena Ostapenko. Rublev si è ricordato di quella sera e di essere andato poi a Central Park perché a Times Square molti posti erano chiusi (così dicendo si è tradito sull’ora davvero tarda… perché prima che Times Square chiuda ce ne vuole): “Ma non è stata una buona idea perché dei ragazzi hanno cominciato a seguirci nascondendosi dietro gli alberi. Abbiamo allora deciso di precipitarci in albergo!”

Come sapete, anche dall’articolo scritto da Alessandro Stella, Medvedev ha saputo approfittare del momento di sana follia di Andrey a fine primo set – un doppio fallo proprio in quel frangente ha rimesso in corsa Daniil che non domandava di meglio – e ha finito per vincere ancora una volta in tre set, come tutte le sue partite fin qui (unico fra tutti) mostrando tuttavia qualche problemino fisico (spalla e crampi) verso la fine del match. In qualche modo Medvedev è riuscito a mascherare i crampi e a farsi aiutare dal fisio per la spalla e un tantino anche per i crampi, per i quali non è possibile richiedere un MTO ma possono essere trattati durante i cambi campo per un massimo di due volte: questa si chiama esperienza. Quella che è mancata a Sinner nel suo match d’esordio con Khachanov. Che peccato ragazzi. Meno male che Jannik a Kitzbuhel è partito con il piede giusto, senza restare traumatizzato da quei crampi che non sapeva spiegarsi dopo tutti i duri allenamenti di quest’estate. A new York era parso incredulo, quasi sotto choc.

Prima del derby russo Serena Williams aveva mostrato di essere in progresso sotto il profilo atletico, ha recuperato certe palle che solo una settimana fa non avrebbe preso, e sotto quello della resistenza. Magari è un po’ diesel, comincia piano, ma alla fine ottiene il risultato voluto. Per tre partite di fila ha vinto al terzo set, quando cioè uno potrebbe aspettarsi che una tennista di 39 anni e un po’ pesante (non voglio dire sovrappeso perché ci sono stati sicuramente periodi in cui lo era di più) finisca con la spia della benzina accesa. Invece a ben guardare i suoi terzi set sono finiti con un 6-2 a Stephens, un 6-3 a Sakkari, un 6-2 a Pironkova.

Il suo problema, adesso, insieme alla tensione crescente tanto più ci si avvicina al traguardo di una finale per centrare il ventiquattresimo Slam è la straordinaria condizione atletica e di fiducia nella quale versa l’altra mammina ancora in lizza.

Vika Azarenka ha dato una tale lezione, davvero impressionante, a Elise Mertens affibbiandole un 6-1 6-0 che dice quasi tutto (quasi perché qualche game, compreso l’ultimo, è stato assai combattuto) che se Serena l’ha visto – e figurarsi se non l’ha visto – la pressione sarà salita a 200. Oltretutto questa volta non c’è un giorno di riposo nel mezzo. E se Serena e tutta l’America sperava di aver un vantaggio nei confronti di Vika per aver giocato con diverse ore di anticipo – sospetto che la programmazione non sia stata casuale, ma dettata dal desiderio di vedere una Serena più riposata e competitiva prima della semifinale, quale che fosse stata la sua avversaria – la facilità e la rapidità con cui Vika si è sbarazzata di Mertens hanno annullato quell’ipotetico vantaggio.

Vika Azarenka – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Il tennis è imprevedibile quasi sempre, per me quello femminile ancor più di quello maschile, ma la Azarenka di ieri non dovrebbe perdere con la Serena di questi giorni. Però… c’è sempre un però, 18 vittorie di Serena contro le sole 4 di Vika anche possono avere il loro peso. Vero che se togliamo quella di Indian Wells d’un anno e mezzo fa (vinse Serena 7-5 6-4), la penultima (sempre a Indian Wells 2016 ma vinta da Vika) risale a quattro anni e mezzo fa e tutte le altre sono ancora più ingiallite nei ricordi, con flashback dal 2015 al 2008, vale a dire 12 anni fa. Dovremmo contarli, considerarli? Anche no.

Di certo quello fra le due mamme sarà un match da guardare. Anche se per noi europei seguirlo dopo Brady-Osaka (inizio all’una di notte) significa cominciare a guardarlo intorno alle 03 del mattino se va bene. Ce la farete? Ce la farò?

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