Dal peggior 1000 al miglior Slam: perché il caso di Thiem non deve sorprendere

Opinioni

Dal peggior 1000 al miglior Slam: perché il caso di Thiem non deve sorprendere

Thiem ha cancellato la ‘figuraccia’ di Cincinnati con la cavalcata trionfale dello US Open. Ma altre prestazioni opache dei big sembrano essere unite da un filo conduttore

Pubblicato

il

Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Uno dei primissimi episodi che ci hanno stupiti al rientro dalla lunga pausa causata dalla pandemia è stato il match di esordio di Dominic Thiem in quel di “Cincinnati”. Sicuramente l’entità della sconfitta e i numeri in risposta sono stati roboanti, ma a destare davvero meraviglia è stata la sua sorpresa per la prestazione offerta di fronte a Filip Krajinovic. Evidentemente, Thiem non si ricordava l’ultimo suo livello di gioco mostrato in campo prima della chiusura, come del resto era successo a Sofia Kenin.

In febbraio, infatti, la freschissima campionessa dell’Australian Open aveva subito tre sconfitte nelle prime quattro apparizioni; poi, la vittoria all’International di Lione battendo una sola top 100 e quattro volte costretta al terzo set, due delle quali a un passo dalla sconfitta. La premessa d’obbligo per Kenin è che un calo dopo la vittoria Slam non ha bisogno di essere giustificato, a maggior ragione se si tratta del primo titolo; ciò che qui ci interessa, dunque, non è tanto quel calo di rendimento, quanto la dichiarazione di Sofia della scorsa settimana secondo cui, prima della pausa, “ero al livello più alto della mia carriera”. Come se i suoi ricordi relativi al mese di febbraio fossero stati cancellati.

Non sorprende allora che anche Dominic possa essere afflitto dallo stesso problema di memoria e che, di conseguenza, non si aspettasse la batosta patita da Filip Krajinovic. In realtà, Dominic aveva smesso di spaccare la palla alla sua maniera dalla fine del terzo set della finale di Melbourne, come era stato fatto notare anche da Toni Nadal nella sua rubrica sul quotidiano el País. E aveva proseguito male nella gira sudamericana: dopo il forfait a Buenos Aires, a Rio aveva faticato tre set contro Felipe Meligeni (n, 341 ATP) e Jaume Munar prima di cedere a Gianluca Mager nei quarti. Insomma, Thiem ha semplicemente ripreso da dove aveva lasciato. O, magari, pensava di essere tornato nei panni di Dominator perché aveva giocato bene le tante partitelle (f)estive con gli amici, dimenticandosi allora che un match di torneo è tutt’altra cosa?

Di sicuro è stato brav(issim)o a resettare, se è vero che dopo la peggior prestazione in un Masters 1000 – non aveva mai perso all’esordio vincendo meno di sei game, se si eccettua il ritiro a match in corso contro Anderson della Rogers Cup 2016 – ha giocato il suo Slam migliore, vincendolo.

La sconfitta austriaca potrebbe tuttavia avere un’altra chiave di lettura alla luce delle prestazioni non eccellenti di diversi top player a cominciare già dalle prime giornate nella bolla, passando per l‘eliminazione agli ottavi dell’unico favorito per la vittoria dello US Open e finendo con la precoce sconfitta di Rafa Nadal nel torneo del suo rientro.

 
Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La loro prima e quindi più genuina reazione alle restrizioni – in primis riguardo agli staff dei giocatori – che la USTA stava pensando è stata non solo di non partecipare, ma addirittura di tentare di far saltare lo US Open, quasi che la regola fosse “se non posso vincerlo io, non lo vince nessun altro”. Chi non vuole disputare un torneo è liberissimo di restare a casa, soprattutto ora in virtù della regola scelta per gestire il ranking alla ripresa; certo, nessuna opzione tra le tante possibili avrebbe accontentato tutti, ma a uscire vincitrice è stata quella che sicuramente avvantaggia i più forti, innanzitutto quel Big 3 che, guarda caso, siede anche nel Player Council dell’ATP. Al proclamato (per non dire auto-emanato) diritto di non giocare, si è però aggiunto un battage che stava per mettere a rischio la disputa dello Slam newyorchese più della pandemia, come avevano denunciato Danielle Collins e Daniel Evans.

D’altra parte, lo rilevava e rivelava Ernests Gulbis un paio di anni fa dopo aver (temporaneamente) ritrovato una classifica che gli aveva permesso di uscire dal pantano dei Challenger: per un campione è facile battere il n. 150 del mondo sul Centrale di un grande torneo, una situazione a cui non è certo avvezzo e si trova praticamente schiacciato da dimensioni e pubblico. È però ben diverso affrontarlo in un campetto del circuito minore – sul suo terreno di gioco. Non a caso abbiamo recentemente visto giocatori di vertice cimentarsi con alterne fortune nei Challenger. Così Goffin cade ai quarti di Phoenix contro il n. 168 Salvatore Caruso, a Sophia Antipolis Pierre-Hugues Herbert (ottenuto il Career Grand Slam in doppio, ha puntato ai vertici del ranking di singolare partendo comunque dalla top 50) viene preso a pallate al secondo incontro dal n. 179 Mager, Kei Nishikori è sconfitto all’esordio a Newport Beach. Lo stesso atteggiamento di Roger Federer sul Grandstand in quel giovedì romano del 2019 contro Borna Coric pareva urlare a squarciagola “qui non ci voglio stare” (fece le valigie il giorno dopo).

Se a ciò si aggiungono appunto lo staff estremamente ridotto e l’assenza di pubblico, ecco che l’enorme differenza – guadagnata sul campo, ci mancherebbe – si assottiglia. I top player si sono allora aggrappati a giustificazioni più sensate, come il timore di viaggiare in un Paese con il COVID-19 fuori controllo in diversi Stati dell’Unione, quando in realtà si trattava di giocare in una bolla molto più sicura delle normali frequentazioni di alcuni di quegli stessi giocatori. Poi, l’innegabile ostacolo della quarantena (per il rientro in Europa), lo stesso che aveva citato Simona Halep in occasione della sua rinuncia al WTA di Palermo, regolarmente giocato dalle sue connazionali.

Dopo un’ultima goffa minaccia di boicottaggio da parte dei top 20 e una norma del DPCM datato 7 agosto che non lasciava dubbi sull’esenzione dalla quarantena per i tennisti diretti a Roma, finalmente i nostri eroi (con la rilevante eccezione di Federer che ha presentato il certificato medico, mentre Nadal ha posticipato) sono tornati al lavoro. E, nessuna sorpresa, molti di loro hanno faticato o addirittura perso contro avversari inferiori, esattamente come temevano fin dall’inizio.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Alcaraz nella fossa dei leoni, ma non fu salvato come Daniele

Dopo l’episodio Tiafoe-Sinner con un arbitro troppo indulgente nei confronti dell’americano, un altro arbitro ha concesso di tutto ai francesi più sciovinisti di Paris-Bercy. Eppure la vittima sacrificale sotto la scure di Gaston era un ragazzino di 18 anni. Una vicenda senza fairplay. Che fa il Board dell’ATP se simili scene si ripetono?

Pubblicato

il

Hugo Gaston - Bercy 2021 (foto Roberto Dell'Olivo)

L’articolo che leggerete rispecchia le idee personali dell’autore che – per questa ragione – a differenza di quanto è solito fare userà la prima persona singolare.

Per una curiosa coincidenza, a margine della partita andata in scena a Parigi-Bercy tra il francese Hugo Gaston e lo spagnolo Carlos Alcaraz torno a parlare di etica sportiva e regolamento  dopo averlo fatto pochi giorni fa in occasione della semifinale tra Tiafoe e Sinner. Colgo anzi l’occasione per rivolgere le mie scuse a Tiafoe e al giudice arbitro dell’incontro, se non erro il signor Manuel Messina, per averne stigmatizzato il comportamento. Dopo avere visto all’opera Hugo Gaston e  il signor Richard Haigh, giudice di sedia dell’incontro, sento il dovere di farlo. 

Come ormai noto, Hugo Gaston ha battuto in due set Carlos Alcaraz, l’astro nascente del tennis mondiale, sospinto dal suo innegabile talento tennistico e dal tifo del pubblico. Per la cronaca dell’incontro e la descrizione del contesto ambientale in cui si è giocata – al confronto il match Barazzutti-Lendl di coppa Davis disputato nel ’79 al foro italico sembra esserci giocata in un convento tra canti gregoriani –  vi rimando a quanto hanno scritto i miei colleghi.

 

A proposito della partita mi limiterò quindi a condividere un’emozione molto intensa e spiacevole che ho provato nel momento in cui la folla colta da delirio patriottico sul punteggio di 6-5 in favore di Gaston ha cantato la Marsigliese e un diciottenne attonito e affranto ha affondato il volto dentro un asciugamano in attesa che il supplizio avesse termine, cosa puntualmente accaduta due minuti dopo.

Alzi la mano chi in quel frangente non ha sentito l’irresistibile impulso di indossare un’armatura, saltare in groppa a un destriero e correre in soccorso di Alcaraz. Io la terrò abbassata.

Non potendo però vestirmi da Lancillotto, seduto in poltrona con la memoria sono andato a un testo biblico: il libro di Daniele.

Il libro di Daniele è uno dei testi canonici che compongono l’Antico Testamento.

In esso si narrano le vicende relative alla vita del profeta Daniele durante il suo esilio in Babilonia.

Nel sesto capitolo del libro Daniele  viene gettato in una fossa popolata dai leoni per ordine del re Dario I che –seppure a malincuore- aveva ceduto alle insistenti richieste in tal senso dei detrattori di Daniele che lo accusavano di empietà.

Daniele trascorre la notte in mezzo ai leoni, ma la sua fede e le preghiere rivolte a Dio dal re per la sua salvezza lo risparmiano dalle fauci delle fiere e Dario I, dopo averlo fatto trarre in salvo, fa mettere i suoi calunniatori alla mercé delle belve che li divorano.

Mi sarebbe tanto piaciuto che mentre le parole della marsigliese rimbombavano nella struttura indoor del centrale, il giudice di sedia non si fosse limitato a richiamare invano il pubblico al silenzio, ma che , vestiti i panni di re Dario I,  fosse intervenuto per sottrarre lo spagnolo al martirio dando contemporaneamente in pasto a delle metaforiche belve i suoi tormentatori.

Non è mia intenzione addentrarmi in una disanima sociologica sulla psicologia delle masse in campo sportivo: non ne ho le competenze (ma a chi desidera saperne di più consiglio la lettura di “Psicologia delle folle” di Gustav Le Bon, che costituisce una pietra miliare sull’argomento).

Non è neanche quella di fare una classifica degli episodi di incultura sportiva che hanno avuto come protagonisti gli spettatori. Ve ne sono tanti e potremo tornarci sopra con un articolo ad hoc.

Dopo avere ribadito la mia assoluta contrarietà verso simili comportamenti, desidero invece rivolgere una domanda al board dell’ATP o a chi per esso, relativa ad un articolo del regolamento ufficiale, collocato nella sezione VIII dello stesso alla pagina 206 sub lettera G e intitolato: CONDOTTA ANTISPORTIVA. “I giocatori in ogni momento si comporteranno con sportività e il dovuto rispetto verso l’autorità dei giudici e i diritti degli avversari, del pubblico e di terzi. La condotta antisportiva è definita come qualunque comportamento di un giocatore che è evidentemente lesivo o va a discapito del successo di un torneo, dell’ATP e/o del tennis. In aggiunta, la condotta antisportiva, includerà, ma non sarà limitata a, fare, dare , pubblicare, autorizzare o incoraggiare qualunque dichiarazione pubblica  che abbia o possa avere un effetto dannoso generare qualsiasi dichiarazione pubblica che possa avere o sia destinata ad avere un effetto dannoso o lesivo per gli interessi del torneo e/o dei suoi organizzatori”.

La domanda è la seguente:

Caro Board dell’ATP, oltre al comportamento dei giocatori non ò opportuno integrare l’articolo citato con un addendum che estenda anche al  pubblico il dovere di astenersi da comportamenti gravemente lesivi degli interessi dei giocatori, dei giudici, del torneo e del tennis, pena la sospensione della partita in caso di inadempienza reiterata?

Oppure credete che quanto successo ieri costituisca un bella pagina per il tennis atta ad attrarre  le falangi più estreme del tifo calcistico e vada quindi al contrario incoraggiata? Infine, il comportamento di Hugo Gaston che per tutta la partita ha incitato il pubblico a insistere nella demolizione psicologica di Alcaraz è da ritenersi sportivo o antisportivo”.

In attesa di una cordiale risposta porgo i miei migliori saluti. 

Continua a leggere

Flash

ATP Vienna: Tiafoe, il piccolo Nastase. Sinner ha ragione, e sul giudice di sedia…

Tiafoe dà l’impressione di usare la sua estroversione allo scopo di distrarre l’avversario. E ha violato ripetutamente la regola del tempo massimo tra un servizio e l’altro

Pubblicato

il

Frances Tiafoe (USA) - Vienna 2021 (© e-motion/Bildagentur Zolles KG/Christian Hofer).

Se Jannik Sinner nel secondo set della semifinale persa contro Francis Tiafoe non avesse fallito un paio di rovesci – il primo in risposta su una palla break sul 3-0 e il secondo sul punteggio di 5-3 15-0 – questo articolo non avrebbe mai visto la luce perché in quel caso siamo certi del fatto che Jannik avrebbe vinto.

Probabilmente non con il punteggio inspiegabilmente e trionfalmente annunciato su Facebook da Supertennis (una gaffe che fa impallidire quella pur epica del Direttore alla vigilia dell’ottavo di finale tra Berrettini e Federer a Wimbledon 2019), ma avrebbe vinto.

Purtroppo non è andata così e poichè questa sconfitta rischia di compromettere la qualificazione del nostro connazionale alle Finals di Torino, spinti da amor di patria ci concediamo la magra consolazione di toglierci dalla scarpa un sassolino entratovi intorno alla metà del secondo parziale, ovvero quando l’esito dell’incontro sembrava ormai irrimediabilmente segnato a favore del giocatore che in un’altra sede abbiamo scherzosamente definito l’apparente frutto dell’amore tra Sir Andy Murray e Pippi Calzelunghe.

 

Mentre Tiafoe in quei fatidici momenti tra un punto e l’altro ha iniziato a improvvisare gag con il pubblico, scherzare con il giudice di sedia, scambiare battute con Jannik al cambio di campo, la nostra memoria volava verso un lontano episodio accaduto 30 novembre 1975 al Master di Stoccolma.

Narrano le cronache che quel giorno Ilie Nastase – ispiratore dell’immortale “Istrione” cantata da Charles Aznavour e numero 1 della classifica ATP del 23 agosto 1973, l’equivalente tennistico del primo cent di Paperon de’ Paperoni –  provocò a tale punto quel campione di tennis e umanità che si chiamava Arthur Ashe da indurlo ad abbandonare l’incontro per protesta prima della sua conclusione.

Tra le tante “perle” pronunciate in quella occasione da Nastase ve ne è una che spicca per sublime impudenza: “Arbitro, Ashe viene continuamente a rete ed io con tutto questo buio non riesco più a vederlo”.

Nastase (che era bizzarro ma non cattivo) il giorno dopo ottenne il perdono del suo avversario portandogli personalmente in dono un enorme mazzo di fiori in compagnia – se non ricordiamo male – dello scriba Gianni Clerici.

Perché citiamo questo fatto remoto?

Perché mutatis mutandis – locuzione sul cui reale significato nutriamo seri dubbi sin dai tempi del liceo – durante l’incontro tra Sinner e Tiafoe per un istante ci è sembrato che lo spirito di “Nasty” aleggiasse sul campo a colori invertiti: Tiafoe impersonava Nastase e Sinner Ashe.

Sinner apparentemente non ha manifestato insofferenza per il comportamento di Tiafoe, ma nel corso delle partite egli ha sempre un linguaggio non verbale che desterebbe l’ammirazione di una guardia svizzera pontificia e quindi per capire il suo reale stato d’animo in quei momenti dobbiamo attenerci all’intervista post-partita nella quale con il consueto garbo ma con fermezza ha dichiarato che Tiafoe con il suo comportamento è andato oltre i limiti imposti dal regolamento e che il giudice di sedia a suo parere avrebbe dovuto sanzionarlo.

Noi la pensiamo come lui.

Tiafoe è un tennista naturalmente dotato di un carattere estroverso ed empatico; queste caratteristiche fanno di lui una persona molto diversa da Ilie Nastase (purtroppo per lui lo è anche come tennista, ma questo esula dal nostro discorso) e, unite a uno stile di gioco vario e divertente, lo rendono un beniamino del pubblico; ma in più occasioni, soprattutto quando la partita volge al brutto, ci sembra che egli strumentalizzi ad arte la sua estroversione allo scopo di distrarre l’avversario ben sapendo che in uno sport in cui il risultato finale spesso dipende da pochi punti distrarsi può risultare fatale.  Non è l’unico del circuito. In questa specialità Gael Monfils gli è maestro.

Ma, da solo o in compagnia, ciò non cambia il succo del nostro discorso, ovvero: un giocatore ha il diritto di provare in tutti i modi a vincere la partita purchè resti nell’ambito del regolamento; se ne esce, il giudice – che, ricordiamolo, è pagato (e pure bene) per fare rispettare le regole – deve ricondurvelo, ricorrendo se necessario a sanzioni.

Che regole ha violato sabato Tiafoe? Per esempio e ripetutamente quella del tempo massimo entro il quale un giocatore deve riprendere il gioco tra un punto e l’altro. Queste infrazioni hanno pesato sul risultato finale? Forse sì, forse no, ma ha poca importanza. Ciò che conta è che l’arbitro avrebbe dovuto fare rispettare il regolamento e non lo ha fatto, sic et simpliciter.

Da quando l’elettronica ha quasi ovunque sostituito i giudici di linea, fare rispettare il regolamento è l’unico compito importante demandato alla responsabilità di questi ultimi.

Se non lo assolvono correttamente tanto vale mettere sul seggiolone un manichino della Rinascente.

Fine dell’intemerata. Speriamo che questa sfortunata partita non debba davvero compromettere la corsa alle Finals di Sinner che al Master 1000 di Parigi Bercy è atteso al primo turno da un avversario difficile.

Pensate che titolo potremmo fare se lui e Berrettini giocassero entrambi a Torino: “Matteo e Jannik come gli Abbagnale”.

Guai a Tiafoe se ci fa perdere l’occasione.

Continua a leggere

Flash

US Open, Medvedev tra i Grandi, ma Djokovic non ha ancora finito di vincere

Il russo può diventare una minaccia su tutte le superfici. Sebbene il numero uno al mondo non abbia espresso il suo miglior tennis per assicurarsi il Grande Slam, ha conquistato la folla come mai prima d’ora

Pubblicato

il

Daniil Medvedev - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Era da un paio d’anni ormai che gli intenditori del tennis aspettavano di veder comparire il nome di Daniil Medvedev fra i campioni Slam; il russo si trovava da tempo sull’orlo di questo traguardo. Tra l’estate e l’autunno 2019, infatti, aveva fatto passi da gigante nel ranking: in questo lasso di tempo era arrivato alla finale di tutti e sei i tornei a cui aveva partecipato, ma soprattutto era arrivato terribilmente vicino a diventare il vincitore dello US Open. Sfidando niente meno che Rafael Nadal, Medvedev, in svantaggio per due set a zero e sotto di un break nel terzo set, per poco non aveva vinto il match e rivendicato il titolo.

Medvedev aveva trascinato Nadal al quinto set in un match tortuoso, che, iniziato nel tardo pomeriggio, si era protratto fino a sera inoltrata. Era riuscito a rimontare dai due break di svantaggio nel quinto set e a salvare due match point prima che Nadal risalisse 30-40 dell’ultimo game di questo avvincente match, vincendolo 7-5 6-3 5-7 4-6 6-4. Medvedev aveva concluso il 2018 al numero 16 del ranking, ma l’impeto del 2019 l’aveva portato a raggiungere il quinto posto.

Il russo di 1,98 ha poi proseguito la sua ascesa con una stagione 2020 stellare. Ha tentato di nuovo la corsa allo US Open, raggiungendo le semifinali senza perdere nemmeno un set: è qui che è stato sconfitto da un ispirato Dominic Thiem. Per nulla turbato da questo piccolo incidente di percorso, verso la fine dell’anno ha conquistato due titoli consecutivi al Masters 1000 di Parigi e alle ATP Finals di Londra, dov’è imbattuto e ha sbaragliato le prime tre teste di serie del torneo – Novak Djokovic, Rafael Nadal e Dominic Thiem – in un’impresa senza precedenti. Nello spazio di questi due tornei e delle dieci vittorie consecutive ottenute, Medvedev ha battuto ben sette giocatori della Top 10. Quando Medvedev, all’inizio del 2021, ha raggiunto la finale del suo secondo Slam, l’ha fatto con 20 vittorie consecutive alle spalle. Diversi esperti si aspettavano che Medvedev sfondasse proprio sul palco di Melbourne, rivendicando il suo posto tra i campioni. Ma Djokovic ha negato questo prestigioso trofeo a Medvedev, giocando un match magistrale e vincendo il suo nono Australian Open con un trionfante punteggio di 7-5 6-2 6-2.

 

La sconfitta ha finito per rallentare non poco la corsa tennistica di Medvedev. Le modifiche apportate al suo gioco si possono però interpretare come dei passi nella direzione giusta. Arrivato al Roland Garros con un record personale di 0-4, Medvedev ha trovato un po’ di fiducia sulla terra rossa e raggiunto i quarti di finale, dove però, con un certo disappunto, è stato sonoramente sconfitto da Stefanos Tsitsipas. La sconfitta deve avergli bruciato parecchio, considerato che aveva battuto il greco in sei dei loro sette match incontri prima del Roland Garros. Medvedev si è incamminato poi verso Wimbledon, e ancora una volta è arrivato agli ottavi di uno Slam, facendosi però sfilare dalle mani un vantaggio di due set a uno con Hubert Hurkacz in un incontro giocato su due giorni.

Ciononostante, durante l’estate Medvedev si rimette in forma e vince il Masters 1000 in Canada. Arrivato allo US Open da testa di serie numero due, con una silenziosa sicurezza di sé e un cauto ottimismo, Medvedev è un uomo con una missione da compiere. Approfittando di un tabellone favorevole, non perde un set fino ai quarti di finale, ma fatica leggermente contro il qualificato olandese Botic Van de Zandschulp prima di chiudere la partita con un favorevole 7-5 nel quarto set. Poi disintegra la testa di serie numero 12, Felix Auger-Aliassime, in tre set. Questa vittoria contro l’atletico canadese traghetta Medvedev alla sua terza finale Major e la seconda a New York. Per gli osservatori più attenti, l’occasione è quella giusta per pareggiare i conti con un uomo sull’orlo di un’ineffabile, storica missione, che risponde al nome di Novak Djokovic.

Il numero uno al mondo si trova a fronteggiare il tipo di pressione che solo un collega della sua straordinaria caratura può comprendere. Conquistato a giugno il suo secondo French Open, Djokovic si era portato a metà strada del Grande Slam e aveva la mente concentrata sull’ambizioso obiettivo. Ha partecipato a Wimbledon non soltanto per aggiudicarsi la vittoria del più prestigioso torneo al mondo, ma anche per vincere il terzo Slam consecutivo. A New York cercava l’ultimo pezzo del puzzle. Nessun tennista del circuito maschile dopo Rod Laver, che ottenne il suo secondo Grande Slam nel 1969, era stato in grado di aggiudicarsi i primi tre Major della stagione e posizionarsi ad un solo Major dal Grande Slam.

Rod Laver

I media e i colleghi di Djokovic l’avevano sicuramente informato che solo cinque atleti nella storia del tennis avevano vinto tutti e quattro gli Slam dell’anno, aggiudicandosi il Grande Slam. Accadde per la prima volta nel 1938, quando il californiano Don Budge – proprietario, probabilmente, del miglior rovescio che il tennis abbia mai visto – realizzò questa impresa memorabile. Poi venne il turno di Maureen Connolly nel 1953; ebbe successo principalmente perché aveva i colpi migliori del mondo tennistico femminile e per il suo footwork esemplare. Il mancino Laver – un colpitore australiano impareggiabile – conquistò il suo primo Grande Slam nel 1962 da dilettante e il suo secondo da professionista sette anni più tardi. Venne poi il turno di Margaret Smith Court, che realizzò il sogno del Grand Slam nel 1970. Diciotto anni più tardi fu la volta di Steffi Graf: la tedesca dai piedi veloci e dal dritto esplosivo rimase imbattuta ai tornei dello Slam nel 1988.

Ed eccoci all’epilogo. Nessuno dai tempi di Graf aveva più ottenuto il Grande Slam, a riprova del fatto che sia un compito estremamente arduo sia per il tennis maschile che per quello femminile. Teniamo presente anche che diversi tra i tennisti più talentuosi non sono arrivati nemmeno vicini a compiere questa impresa.

Certo, Roger Federer in tre stagioni (2004, 2006 and 2007) ha vinto tre dei quattro Slam, ma senza avvicinarsi al Grande Slam, non riuscendo in quegli anni a fare l’ultimo passo al Roland Garros. L’anno in cui vinse l’Open di Francia (2009) aveva già perso la finale dell’Austrialian Open, sconfitto da Nadal. Rafa ha conquistato gli ultimi tre Slam a Parigi, Londra e New York nel 2010, ma solo dopo aver perso nei quarti all’Australian Open. Quando nel 2009 Nadal vinse l’Australian Open, perse per la prima volta al Roland Garros contro Robin Soderling, e così le sue chance di completare il Grande Slam svanirono. Lo stesso Djokovic è riuscito nell’impresa di conquistare quattro Slam di fila, da Wimbledon del 2015 al Roland Garros del 2016. Si trovava in effetti a metà dalla conquista del Grande Slam nel 2016, perdendo tuttavia al terzo turno di Wimbledon contro Sam Querrey, e così l’opportunità è scomparsa nel nulla.

C’è anche un piccolo gruppo di giocatori che ha vinto i primi tre Slam dell’anno, avvicinandosi al traguardo del Grande Slam. Il primo di questi, dall’Australia, fu Jack Crawford nel 1933. Vinse i primi tre Slam e poi raggiunse la finale degli US Championships a Forest Hills. Ad appena un set dall’aggiudicarsi il Grande Slam, perse contro il talentuoso britannico Fred Perry. Simile il caso di un altro australiano, Lew Hoad, che si trovava a un match dal Grand Slam nel 1956 quando il suo connazionale Ken Rosewall lo sconfisse nella finale di Forest Hills. Nel 1984, Martina Navratilova vinse il French Open, Wimbledon e lo US Open. All’epoca l’Australian Open era l’ultimo Slam della stagione, e Navratilova venne battuta a Kooyong da Helena Sukova nelle semifinali. Nel 2015, infine, Serena Williams perse clamorosamente contro Roberta Vinci nella semifinale di Flushing Meadows.

E così, arrivando allo US Open quest’anno, Djokovic si è trovato circondato da tutte queste informazioni storiche. Il trentaquattrenne mirava ad affermarsi come il giocatore più anziano a vincere il Grande Slam, e nelle sue prime due ardue settimane a New York si è districato bene nel suo lato del tabellone. La sua ansia è stata palpabile sin dall’inizio, ma ad ogni match è riuscito a superare le proprie difficoltà e alzare l’asticella del suo gioco quando necessario. Nel primo round, dopo una breve crisi nel secondo set, Djokovic chiude facilmente il match per 6-1 6-7(5) 6-2 6-1 contro il qualificato danese Holger Vitus Nodskov Rune, che termina la partita con i crampi. L’olandese Tallon Griekspoor affronta Djokovic nel secondo round, dove la prima testa di serie gli concede solo sette games nel corso dei tre set. Il finalista dello US Open 2014 Kei Nishikori strappa il primo set a Djokovic prima di farsi battere per la diciassettesima volta di fila per 6-7(4) 6-3 6-3 6-2. Nei sedicesimi di finale, la giovane wild card americana Jenson Brooksby si presenta con un’alta intensità di gioco che disturba leggermente Djokovic, ma nel secondo set il trentaquattrenne ritrova il proprio passo e non lo perde più, vincendo 1-6 6-3 6-2 6-2.

Giunto ai quarti di finale, Djokovic affronta la testa di serie numero sette del torneo Matteo Berrettini. L’italiano aveva perso contro Djokovic nei quarti del Roland Garros e ancora nella finale di Wimbledon. Djokovic ha quindi la meglio per la terza volta di fila contro questo tennista dall’ottimo servizio con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 6-3. Il palco è dunque pronto per la sfida tra Djokovic e la testa di serie numero quattro Sascha Zverev, in grande forma. Il teutonico aveva vinto 16 match di fila prima del suo rendez-vous con Djokovic, conquistando la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo e poi vincendo il Masters 1000 a Cincinnati. A Tokyo, Zverev è riuscito a rimontare un set e un break di svantaggio dal 6-1 3-2 aggiudicandosi otto game di fila, e dieci degli ultimi undici, fino a vincere 1-6 6-3 6-1. Ma a New York Djokovic gioca il miglior match del suo torneo, pressando ferocemente fino a guadagnarsi una palpitante vittoria in cinque set per 4-6 6-2 6-4 4-6 6-2 in tre ore e 34 minuti di gioco. Nel quinto set, Djokovic colleziona 24 dei primi 30 punti, scappando sul 5-0. Anche se Zverev vince con onore i successivi due game, Djokovic chiude il match con aggiudicandosi un terzo break nel set durante l’ottavo e ultimo game.

Alexander Zverev e Novak Djokovic – US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

In tanti ci aspettavamo che a New York Djokovic replicasse la vittoria della finale dell’Australian Open contro Medvedev, non perché si sottovalutassero le capacità di Medvedev o si supponesse che non avrebbe combattuto con tutte le sue forze, ma perché secondo gli esperti sarebbero state l’abilità di Djokovic nei grandi match e la sua esperienza a prevalere. Dopotutto, questa sarebbe stata la sua trentunesima finale Slam, un numero da record che condivide con Federer. In aggiunta, negli ultimi anni, Djokovic è cresciuto in maniera incredibile nella sua capacità di dare il meglio nelle grandi occasioni. Prima di arrivare allo US Open, aveva vinto 12 delle sue ultime 14 finali Slam. Il record di Djokovic verso metà 2014 era di 6-7 in questi incontri, ma aveva poi vinto 14 delle successive 17 finali giocate, attestandosi a 20-10 prima di domenica. Questa percentuale di successo l’ha reso il favorito per la vittoria del ventunesimo Slam e per la realizzazione dell’obiettivo più ambizioso della sua carriera – la conquista del Grande Slam.

Ma quel che emerge già all’inizio della sfida con il venticinquenne russo è che Djokovic è ben distante dal necessario stato fisico, mentale ed emotivo. Il primo segno rivelatore l’abbiamo visto nel game di apertura. Djokovic conduce 40-15, ma poi commette quattro errori consecutivi subendo subito un break. Medvedev, chiaramente rassicurato da questo inizio, tiene il servizio portandosi 2-0 con due ace. Djokovic poi sprofonda in un 15-40, commettendo il suo ottavo errore non forzato del match. Pur vincendo quattro punti di fila e chiudendo il terzo game con due ace, Djokovic non è entrato in gara con il livello adeguato all’occasione. A Medvedev bastano solo 47 secondi per aggiudicarsi il 3-1 grazie a due ace, un servizio e un dritto vincenti. Nei successivi tre game al servizio, Medvedev concede solo due punti. Djokovic non riesce minimamente a leggere il servizio del suo avversario e, quando ci riesce, reagisce troppo lentamente. Medvedev, sicuro di sé, porta a casa il set per 6-4.

Siamo agli inizi secondo set quando Djokovic si procura delle occasioni che, se sfruttate, gli permetterebbero di alterare il corso del match. Raggiunge il punteggio di 0-40 sul servizio di Medvedev, ma manovra malamente un recupero di dritto su una palla smorzata, lasciandosi superare dal passante lungolinea del russo. Medvedev trova un ace sul 30-40, poi Djokovic sbaglia uno slice in back, buttando la palla a rete e infuriandosi. Medvedev si prende l’1-1 con un ace a cui fa seguire un servizio vincente. Djokovic salva un break point sulla strada del 2-1 e poi ottiene altre due palle break nel quarto game, ma Medvedev produce una volée smorzata bassa che provoca l’errore nel passante di dritto del serbo e poi salva la seconda con un rovescio lungo linea all’incrocio delle righe a cui Djokovic non riesce a rispondere. Medvedev raggiunge il 2-2, breakkando Djokovic nel quinto game; il russo gli concede solo due punti nei suoi ultimi tre game di servizio, chiudendo il set con un 6-4.

Djokovic è chiaramente sconfortato. Non è semplicemente fuori forma, come spiegherà dopo; sta giocando male sotto tutti i punti di vista. Medvedev arriva al 4-0 nel terzo set e presto raggiunge il 5-1. Il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium è pieno di tifosi di Djokovic che lo incoraggiano a gran voce, senza aver però molto per cui esultare durante il match. Medvedev si guadagna un match point sul 5-2 ma commette un doppio fallo, mandando in rete una seconda a 193 km/h mentre la folla applaude per il suo errore. Commette poi un altro doppio fallo, portando Djokovic a breakkarlo. Quando Djokovic riesce a tenere nel nono game, l’applauso del pubblico, per un uomo che raramente aveva ottenuto il suo sostegno, è sorprendente e visibilmente apprezzato dal numero uno al mondo.

Al cambio campo Djokovic si commuove, asciugandosi le lacrime con l’asciugamano. Medvedev va a servire una seconda volta per il match commettendo nuovamente un doppio fallo sul 40-15. All’insaputa di tutti il russo sta combattendo contro i crampi, cosa che nasconde molto bene al suo avversario e al pubblico. Per sua fortuna, sul 40-30 la sua prima di servizio è abbastanza buona da impedire a Djockovic di rispondere, e così Medvedev sventa una potenziale crisi e con un triplo 6-4 batte il rivale per la quarta volta delle nove in cui i due si sono confrontati in carriera.

Medvedev ha gestito la situazione straordinariamente bene, isolandosi dal rumore della folla con grande disciplina. Per Djokovic la situazione dev’essere stata triste e al contempo esasperante. Avere il pubblico così fortemente schierato dalla sua parte in uno Slam è un’esperienza che non aveva forse mai vissuto. Eppure, ha faticato molto per trovare anche solo un briciolo di quello che è il suo miglior tennis. È andato a rete 47 volte nei tre set e vinto 31 di quei punti. Ha giocato sorprendentemente bene il serve-and-volley, approfittando della posizione di Medvedev nel campo, ben dietro la linea di fondo nelle sue risposte.

Novak Djokovic – US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Ma Djokovic non ha avuto né la pazienza né la tenuta fisica né l’indole di rimanere a fondo campo a palleggiare con Medvedev, come aveva invece sempre fatto in passato. Le sue gambe erano affaticate, la mente affollata. Alla fine, ha fatto il gioco di Medvedev: il russo è tra i giocatori più astuti di questo sport nel leggere la direzione che sta prendendo la partita e adattare la propria strategia di conseguenza. La scelta dei colpi di Medvedev, la variazione della velocità e del ritmo, sono state di prima categoria. Medvedev sapeva bene di non star giocando contro il miglior Djokovic, ma si trovava di fronte ad un pubblico che gli tifava contro e stava tentando di vincere il suo primo titolo Slam. È stato capace di gestire queste circostanze tutto fuorché semplici. Medvedev ha fatto tutto quel che gli è stato richiesto e molto di più. È stato estremamente professionale. A fine match, Djokovic è stato molto signorile e non si è lasciato andare all’autocommiserazione. Ha lodato Medvedev e non ha cercato scuse per la sua sesta sconfitta sulle nove finali dello US Open giocate contro cinque avversari diversi.

Non si ripresenterà un’occasione simile a Djokovic. È lodevolmente arrivato a soli tre set dal completare il Grande Slam, e questo non può certo essere visto come un fallimento. La sconfitta di New York renderà Djokovic ancora più motivato per il 2022 e per la corsa al ventunesimo slam a Melbourne, titolo che gli permetterebbe di staccare Federer e Nadal. A maggio compirà trentacinque anni, ma continua ad essere in forma per la sua età. Certo, è parso ben più vecchio di Medvedev, ma questo è da imputare alle circostanze specifiche di questo match. Ha ancora tante partite da vincere.

Per quanto riguarda Medvedev, questo trionfo lo porterà a molte alte vittorie importanti. Nei prossimi sette anni può sperare di ottenere almeno altri cinque o sei titoli Slam, se non di più. Dove arriverà dipende parecchio da quanto riuscirà a adattarsi. Medvedev ha ampiamente dimostrato di essere un giocatore prodigioso sui campi veloci, cosa che lo avvantaggerà a Melbourne e a New York, anno dopo anno. Ma riuscirà a migliorare sull’erba e sulla terra rossa? Certo, ha fatto bene nelle sue presenze ai quarti del Roland Garros, ma dovrà riuscire a dare più filo da torcere ai suoi avversari sulla terra rossa di Parigi o sui prati dell’All England Club. Se fosse riuscito a sconfiggere Hurkacz quest’anno a Londra, Medvedev avrebbe quasi sicuramente raggiunto la finale e giocato contro Djokovic. Se avesse superato Tsitsipas a Parigi, sarebbe potuto arrivare alla finale anche lì.

Il mio punto di vista è che Medvedev si farà spazio sulle altre superfici, diventando pericoloso ovunque nei prossimi anni. Lo US Open 2021 farà da trampolino di lancio per un atleta con un ampio spettro di obiettivi e una forte determinazione. Raggiungerà nuove vette nel 2022 e anche dopo.

Traduzione a cura di Giulia Bosatra

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement