Marcello Marchesini, l'uomo che ha salvato il 2020 dei challenger italiani: "Vedere Musetti ci riempie d'orgoglio"

Interviste

Marcello Marchesini, l’uomo che ha salvato il 2020 dei challenger italiani: “Vedere Musetti ci riempie d’orgoglio”

Il fondatore di MEF Tennis Events, che quest’anno ha organizzato ben quattro challenger oltre agli Assoluti di Todi, si racconta a Ubitennis. “Con molti giocatori siamo diventati amici. Ramos-Vinolas mi chiamo di notte per andare al pronto soccorso!”

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Marcello Marchesini con Lorenzo Musetti (foto Marta Magni)

Siamo con Marcello Marchesini, fondatore e Presidente del MEF Tennis Events che quest’anno, subito dopo il lockdown, ha organizzato ben quattro Challenger (Todi, Forlì e i due di Parma), nonché il ritorno degli Assoluti Italiani e la fase finale del Campionato Italiano a squadre di Serie A. Uno sforzo straordinario in quest’anno così particolare, che si concluderà con il secondo challenger organizzato a Parma, questa volta su cemento indoor (da oggi 2 novembre fino a domenica 9) e purtroppo senza spettatori a causa della recrudescenza dell’epidemia di COVID-19 in Italia.

L’intervista è stata realizzata il 14 ottobre, dopo la conclusione del primo challenger di Parma disputato su terra battuta e vinto da Frances Tiafoe.

Buongiorno Marcello, parlaci del neonato Challenger 80 indoor di Parma che avrà luogo nella prima settimana di novembre al PalaRaschi.
È successo che sono stati cancellati alcuni Challenger in Europa e così l’ATP, con cui da mesi ci sentiamo quasi quotidianamente, mi ha chiesto di verificare la possibilità di organizzare velocemente un torneo indoor. E velocemente in questo caso significa non più di cinque giorni, un vero miracolo. Abbiamo subito coinvolto le istituzioni, il Comune, l’Azienda Turistica che nel suo Presidente Davide Cassani si è dimostrata entusiasta. Allora abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo buttati.

 

Hai un’idea dell’entry list o è prematuro?
Purtroppo non abbiamo dato molto tempo ai giocatori per organizzarsi. Come al solito puntiamo molto sulle wild card soprattutto rivolgendoci a quei giocatori che stanno cercando gli ultimi punti per entrare nel main draw dei prossimi Australian Open. Quindi sarà sicuramente un torneo di buon livello, se poi avremo qualche ciliegina sulla torta lo si saprà probabilmente solo all’ultimo momento.

Nel pomeriggio di sabato è stato sorteggiato il tabellone principale del secondo challenger di Parma, che vedrà il ritorno in campo di Lorenzo Musetti dopo l’infortunio che lo ha costretto al ritiro nella semifinale dell’ATP di Pula. Ci sarà anche Luca Nardi, in totale sono undici gli italiani nel main draw, con tre derby al primo turno (Nardi-Zeppieri, Marcora-Napolitano e Baldi-Musetti). Nessun top 100, dopo la cancellazione di Sugita.

Facciamo un passo indietro, torniamo a Todi da dove tutto è iniziato. Precisamente a quando con sette amici rilevaste un circolo comunale praticamente dismesso chiedendo alla banca un mutuo importante. Ti chiedo: quegli amici sono rimasti tali o hanno maledetto quel giorno?
No no, sono rimasti amici. Anzi il rapporto si è consolidato anche perché ci conosciamo da bambini e sanno com’è il mio carattere. Un vulcano sempre in eruzione, una persona che butta il cuore oltre l’ostacolo. Gli presentai questo progetto nel novembre 2005.

E la famiglia come reagì?
Ho una famiglia straordinaria, le ragazze (Elena e Federica, ndr) avevano appena 15 anni e quindi non erano così coinvolte. Mia moglie mi conosce e sa che alla fine non sono uno così pazzo. Il fattore rischio c’è sempre ma cerco di calcolarlo al meglio.

La cosa però non è andata subito benissimo e ti sei ritrovato con un Circolo sovradimensionato per la realtà territoriale cui si rivolgeva.
La nostra intenzione era di creare un’Accademia. E fu sicuramente un errore. Pensavo che ci avrebbe garantito continuità e respiro economico. Non andò così e quindi nell’aprile 2007 parlai del mio nuovo progetto, cioè di organizzare un Challenger, a Franco Pecci, proprietario della Blu Panorama Airlines. Un mio grande amico nonché un vero appassionato di sport. Infatti era già sponsor della squadra di pallavolo femminile di Todi che militava in B2. Un progetto che sembrava follia: un torneo Challenger nella città più piccola del mondo.

Cosa ti rispose?
Mi disse immediatamente di sì, incoraggiandomi. Chiamai subito l’ATP e mi dissero che si era liberata una data nella seconda metà di settembre, subito dopo lo US Open. Di questo torneo abbiamo avuto undici edizioni consecutive e quest’anno, dopo aver saltato il 2019, abbiamo festeggiato la dodicesima.

Siamo al 2014, quando nasce la MEF Tennis Events (dalle iniziali di Marcello, Elena e Federica, ndr).
Sai, le cose andavano sempre bene, i tornei piacevano e allora tutti mi dicevano di provare a fare di questa attività un vero lavoro. Non solo il mio amico Franco Pecci ma anche, tra gli altri, Cino Marchese e Corrado Barazzutti. Il tutto si concretizzò nel dicembre 2014 quando fondammo questa società e chiesi subito all’ATP un’altra data che sarebbe poi diventata il Challenger di Perugia 2015.

Ricordiamo che all’inizio del 2020 avevi in programma l’organizzazione di ben sei tornei. Poi la pandemia ha rimescolato tutto.
Panico totale, ricordo che l’8 marzo ero a Padova (in quel periodo facevo più di 8000 km al mese in macchina per incontrare gli sponsor) e avevo chiuso un contratto importante. Ero veramente felice e mentre tornavo a Todi cantavo. Il 10 dichiararono il lockdown e ci trovammo tutti chiusi in casa. Lì ho passato due settimane d’inferno: vedevo finire il mio lavoro, il mio e quello delle mie figlie.

Ma non ti sei rassegnato.
Certamente no, cominciai a ragionare sul da farsi perché credo che si debbano cogliere le opportunità anche nei momenti più difficili. Mi venne in mente di fare questo MEF Tennis Tour. Chiamai tutti i giocatori, i loro coach e tutti erano entusiasti. Cominciai a far trapelare la cosa anche approfittando del fatto che i giornali in quei giorni avevano ben poche notizie ed erano affamati di novità.

Come in tutti i momenti difficili i migliori sopravvivono. A parte il fatto che con le nuove regole che l’ATP aveva introdotto c’era già stata una forte selezione naturale. Le spese di organizzazione erano aumentate molto.
Proprio così. Questa pandemia, per colpa della quale dobbiamo garantire misure incredibili, ha solo reso più difficile una situazione che si era già notevolmente complicata. Pensa che all’inizio andavo in banca la mattina a cambiare gli assegni degli sponsor per poter pagare il pomeriggio i prize money. Adesso, tanto per dire, devi pagare tutto due mesi prima. Se non sei un professionista è durissima.

Quando hai la data dall’ATP come ti muovi?
Per prima cosa chiedo un incontro con le istituzioni per valutare assieme la ricaduta economica immediata e il ritorno d’immagine. Se le istituzioni ci credono e quindi investono si parte alla ricerca degli sponsor che, nella maggior parte dei casi, sono del territorio.

Tutti i giocatori sono concordi nel dire che i tuoi Challenger, per entry list e organizzazione, sono praticamente degli ATP 250 “sotto mentite spoglie”. Hai mai pensato di fare il grande salto?
Proprio quest’anno ci siamo andati molto vicini ma poi non ce la siamo sentita. Sono sì un po’ pazzo, ma non fino a questo punto. L’investimento sarebbe stato troppo importante. Preferisco fare le cose con gradualità e poi eravamo già molto impegnati. Pensa che anche il torneo di Forlì lo abbiamo organizzato in soli venti giorni.

Lorenzo Musetti e Andreas Seppi – Challenger Forlì 2020 (foto Felice Calabrò)

Prospettive per l’anno prossimo?
Si vive alla giornata perché non sappiamo come si evolverà la pandemia e l’attrattività di un torneo dipende molto dal montepremi. La buona organizzazione non basta. E dopo un anno di Covid quale sarà lo stato di salute della nostra economia?

Girando per il circolo l’impressione è che i giocatori vivano in un’atmosfera molto serena.
Qui mi prendo qualche merito. Tutti i giocatori sono molto tranquilli perché sanno dove vanno e come saranno trattati. Trovano gli stessi fisioterapisti, gli stessi stringer, lo stesso desk-office.

In oltre vent’anni avrai sviluppato un rapporto personale con i giocatori.
Con molti di loro siamo diventati amici. Per fare un solo esempio Simone Bolelli era un ragazzo quando cominciò a frequentare i nostri tornei, senza dimenticare Paolo Lorenzi, Federico Gaio e Marco Cecchinato.

Chissà quanti aneddoti.
Già, te ne racconto solo uno. Una volta Albert Ramos-Vinolas (tennista spagnolo che ha vinto in Italia 3 dei suoi 6 Challenger, ndr) mi chiamò nel cuore della notte lamentando un fortissimo mal di testa vicino all’orecchio. Lo passai a prendere e corremmo al pronto soccorso di Perugia mentre Albert quasi piangeva dal dolore. Eravamo tutti molto preoccupati, un ictus?

Invece?
Un tappo di cerume (ride, ndr).

Nei tuoi tornei ci sono molti giocatori italiani giovani.
Siamo molto felici di poter dare una mano ai giovani emergenti. Ad esempio abbiamo sempre dato una wild card a Lorenzo Musetti, come succederà anche per il prossimo torneo indoor di Parma. E vederlo a questi livelli ci riempie di orgoglio. Nessuno dimenticherà mai che la sua prima vittoria importante è stata a Forlì. Qui a Parma poi abbiamo invitato anche Giulio Zeppieri e altre occasioni non mancheranno.

Questo introduce una considerazione del Direttore Ubaldo Scanagatta. Dice che tu sei un benemerito del tennis italiano perché tanti giovani atleti hanno, grazie a te, l’opportunità di giocare con continuità e ad alto livello senza sobbarcarsi viaggi dispendiosi.
Sono felice per i complimenti di Ubaldo e soprattutto di aver potuto dare una mano anche quest’anno e non era per niente semplice.

Organizzi anche il campionato a squadre di Serie A. Un rapporto che continuerà?
Il contratto era triennale e scadeva quest’anno quando, eccezionalmente, si è giocata la fase finale outdoor. Il contratto è stato rinnovato per altri tre anni e se le cose andranno normalmente si tornerà alla formula indoor.

Intervista realizzata da Massimo Gaiba

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Australian Open

Djokovic: “L’infortunio è uno strappo. Non è bello sentire chi giudica senza sapere i fatti”

Il nove volte campione dell’Australian Open Novak Djokovic in conferenza stampa. “Questo titolo è stato uno dei più impegnativi. Avrete la possibilità di vedere come ho recuperato dall’infortunio quando uscirà il documentario”

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Novak Djokovic - Australian Open 2021 (dal suo account Twitter)

Novak Djokovic è riuscito a fare quello che qualcuno, forse riponendo troppe speranze nel valore assoluto di Daniil Medvedev o sottovalutando le armi del più forte giocatore della storia di questo torneo, riteneva un po’ meno probabile degli ultimi anni. Vincere l’Australian Open, per la nona volta in carriera,

A inaugurare la conferenza stampa del vincitore c’è il boss del torneo e di Tennis Australia – Craig Tiley. “Vorrei proporre un brindisi in onore di Novak, autore di una prestazione esemplare come tutti avete visto. Ricordo che nel 2008 hai battezzato questi campi, era la tua prima vittoria e fu un momento speciale. Da allora hai vinto nove Australian Open: congratulazioni, Novak. Grazie per l’esempio che dai, dentro e fuori dal campo. Sei un campione vero, te lo meriti“. Nole contro-ringrazia per lo sforzo fatto nell’organizzare il torneo, c’è il brindisi e la conferenza può iniziare.

Nelle prime battute emerge subito il tema dell’infortunio patito nella sfida di terzo turno con Fritz, che ha reso questo trionfo ulteriormente pieno di significati. Nole chiarirà qualche domanda più tardi il suo punto di vista, in modo piuttosto deciso, confermando la diagnosi che aveva anticipato al termine di quella partita. “È uno strappo al muscolo obliquo dell’addome (non specifica se interno o esterno, due muscoli differenti, ndr). L’ho sentito appena è successo contro Fritz ed è quello che ho detto nell’intervista post-partita. Sono andato a intuito, ma ho pensato quello a causa dello schiocco e di come mi sono sentito subito dopo. Ero preoccupato e non sembravo in grado di giocare. Non ne avevo idea fino a due ore prima degli ottavi, quando sono sceso in campo e ho giocato a tennis per la prima volta dopo il terzo turno. Mi sentivo ok, il dolore era sopportabile e ho accettato di dover giocare con il dolore. Nello sport professionistico si gioca spesso con il dolore, ma questo era un dolore diverso, derivante da un infortunio piuttosto che da un indolenzimento. Se ero consapevole del fatto che avrei potuto peggiorare le cose? Sì, lo sapevo. Come ho già detto, se devo scegliere un torneo in cui rischiare un infortunio più grave pur di avere una chance di vincere, è questo. Ovviamente non ho fatto tutto da solo, il mio team e il mio fisioterapista hanno fatto un lavoro incredibile. Grazie a Dio sono riuscito a fare quello che ho fatto“.

 

Proprio sulla natura del suo infortunio, e sulla sua capacità di recuperare tanto rapidamente, Nole non ha ricevuto – eufemismo – grossi attestati di fiducia. “So che ci sono state molte speculazioni, la gente si è chiesta se fossi davvero infortunato e come abbia potuto recuperare così rapidamente. Lo capisco, ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione e di criticare. Mi sembra ingiusto, ma non sarà né la prima né l’ultima volta. Avrete la possibilità di vedere nel dettaglio cosa abbiamo fatto negli ultimi 9-10 giorni quando uscirà il documentario, a fine anno. Abbiamo ripreso molte delle cose che abbiamo fatto qui ma anche nei sei mesi precedenti. Potrete vedere di più sulla routine del mio recupero, cosa è successo dietro le quinte“.

Novak ci tiene a rimarcare la veridicità della sua versione, oltre all’umano dispiacere per le diverse critiche ricevute. “Non è bello sentire chi giudica senza aver davvero verificato i fatti. Ma come ho già detto, non è la prima volta – mi è successo molte volte in carriera. Sta a me decidere se reagire o meno e in che modo, ma non permetto che questo ostacoli il mio rendimento in campo. In un certo senso, credo che vincere il trofeo sia la mia risposta“. Non è la prima volta che Nole ammette, sebbene in modo velato, di sentirsi un po’ accerchiato dall’opinione pubblica. Gli chiedono se queste critiche costanti gli facciano male, in qualche modo. “Ovviamente sì, sono un essere umano come tutti. Provo emozioni e non mi piace quando vengo attaccato apertamente. Non posso dire che non mi interessa, devo essere onesto. Ma credo di aver sviluppato una corazza spessa nel corso degli anni per schivare queste cose e concentrarmi su ciò che conta“.


La conferenza è lunghissima, circa trenta minuti, e potete rivederla integralmente qui. Riporteremo in altra sede alcune battute di Djokovic sui suoi rivali, giovani e meno giovani.


Sul significato dei suoi nove trionfi australiani, Nole si lascia andare a una lunga considerazione. “Ognuno è differente, sono difficili da comparare. Sicuramente questo è stato uno dei più impegnativi dal punto di vista emotivo, per tutto quello che è successo fuori dal campo, l’infortunio, la quarantena. Queste quattro settimane sono state un viaggio sulle montagne russe. Ovviamente non sono l’unico a essermi trovato in quella situazione, non posso lamentarmi anche perché mi è andata meglio rispetto a chi non ha potuto allenarsi per 15-20 giorni. Ho provato emozioni contrastanti, molta sofferenza, molto sacrificio”.

Poi torna sulle difficoltà di organizzare il torneo in queste condizioni, e sulle difficoltà dei giocatori di restare concentrati sulle faccende di campo. “All’inizio non sembravamo i benvenuti a giudicare da quello che hanno scritto i media, ma alla fine credo sia stato un torneo di grande successo. Tutti ci auguriamo altri tornei come questo in calendario, ma sarà difficile vedere pubblico altrove. Per me è stato difficile mantenere la mente serena e concentrata su quello che contava di più, e ho speso molte risorse col mio team per ritrovarmi qui con il trofeo. Vedremo cosa mi riserverà il resta della stagione“.

Le risposte di Nole sono tutte molto lunghe e dettagliate. L’esigenza di tirare fuori quello che ha dentro è evidente, e traspare dall’espressione serena dipinta sul suo volto. “Nonostante io abbia vinto e giocato così tante finali negli Slam, mi godo ogni singolo successo – adesso persino di più perché so che più tempo passa, più difficile diventerà per me mettere le mani su un trofeo Slam. I giovani stanno arrivando e sono affamati come me, forse anche di più, e stanno sfidando me, Roger e Rafa. Non mi sento vecchio o stanco, ma biologicamente e realisticamente le cose sono diverse rispetto a dieci anni fa. Devo essere furbo con la programmazione, per essere in forma al momento giusto e gli Slam sono i tornei nei quali voglio esprimermi al meglio“.

A diradare ulteriormente la programmazione del campione serbo potrebbe contribuire anche il record che si è appena assicurato. “Essere diventato il numero 1 per settimane in testa alla classifica è anche un sollievo perché potrò spostare la mia attenzione principalmente sugli Slam. Quando competi per il numero 1, devi giocare l’intera stagione – e giocarla bene. I miei obiettivi si adatteranno e cambieranno un po’, il che significa che farò qualche modifica al calendario. Non sono costretto a farlo, ma avrò l’opportunità di farlo anche in qualità di padre e marito”.

Nole lascia intendere che da questo momento in poi gli Slam saranno una priorità, al pari della sua famiglia. “Devo fare in modo che la mia assenza da casa abbia un valore, sono in viaggio ed è da molto che non vedo i miei figli e mia moglie. Ovviamente mi mancano e non vedo l’ora di rivederli, però ci sono molte persone che soffrono più di me, quindi non posso lamentarmi”. Sarà inoltre probabile che nei prossimi mesi Nole dovrà rispettare le stesse imposizioni di Tennis Australia, ovvero staff al seguito ridotto e quindi niente famiglia al completo. “A giudicare da quello che stiamo vedendo in giro per il mondo, portare la famiglia in giro per il mondo sarà molto difficile perché ci sono regole che non consentono di viaggiare con più di due persone in occasione dei tornei. Non ho preso alcun impegno dopo l’Australia, vedremo. Ora sto solo cercando di godermi questo successo il più possibile“. Difficile fare altrimenti, dopo aver superato la prova del nove. A tutti gli effetti.

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Australian Open

Australian Open, Medvedev: “Il servizio di Djokovic è stato incredibile”

Medvedev riconosce i meriti di Djokovic: “Ha giocato a un livello così alto che non ho potuto fare meglio”. Ma non si perde d’animo: “La prossima volta proverò qualcosa di diverso, non so ancora cosa, ma sicuramente lo farò”

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Daniil Medvedev e Novak Djokovic - Finale Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Seconda sconfitta in una finale Slam per Daniil Medvedev, al cospetto di una grande versione di Novak Djokovic. Nonostante la pesantezza della sconfitta Daniil non sembra affranto, e si presenta in conferenza stampa molto affabile come lo era stato nella premiazione sul campo. “Probabilmente ha giocato a un livello così alto che non ho potuto giocare al meglio“, comincia Medvedev. “Non posso dire molto altro, ha giocato meglio di me oggi. Avrei potuto sicuramente fare meglio, ma non ci sono riuscito. Questo è il motivo per cui non ho il trofeo in mano“.

Il tennista russo spiega anche nel dettaglio l’aneddoto che aveva raccontato durante la premiazione, parlando del buon rapporto tra lui e Djokovic. “Non ricordo l’anno, ma solo che io dovevo andare a giocare a Minsk per un Futures. Lui doveva partire per Toronto o Montreal dopo aver vinto Wimbledon. Novak cercava qualcuno con cui allenarsi a Monaco e io ero lì. […] Venendo qui ho sentito storie dai giornalisti che Novak non è una brava persona. L’unica cosa negativa su di lui che ricordo… è che era in ritardo, per il resto fu gentilissimo con me. Dopo ci siamo visti altre volte, come quando mi ha portato col suo jet privato in Serbia per la Davis. All’epoca ero in top 100 da due settimane circa. È sempre stato molto gentile con me“.

Daniil Medvedev – Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Nella partita è stato cruciale il primo set, l’unico in cui Medvedev è stato capace di opporre resistenza al tennista serbo. “La differenza è stata lì, se andiamo a vedere il primo game che ho perso, il primo di servizio, ho messo solo prime in campo e mi ha breakkato. Non molti sono capaci di farlo, solo i primi tre al mondo. L’ultimo game eravamo 0-40 e stavo provando a recuperare. Ho messo due buoni servizi, un buon punto e mi trovo 30-40. Faccio un ottimo servizio e lui riesce in allungo a rimetterla in campo. La metto in rete e il set è finito. In quei momenti è più forte di tutti gli altri“.

 

Per Medvedev non è comunque la delusione più grande in una finale Slam, dato che nel 2019 contro Nadal era andato molto più vicino al successo finale. “La finale dello US Open mi brucia di più perché ho avuto molte più chance di oggi, ma mi fa stare bene il fatto che ho provato sempre a dare il massimo.“. Non è dello stesso avviso per quanto riguarda la partita di oggi. “Non sono molto contento di quello che ho fatto. Mi sembrava di aver dato il massimo, ma non è così. […] Non puoi essere al 100% per 365 giorni all’anno, ma il motivo per cui sono diventato più professionale da qualche anno è che do sempre il meglio, mangio meglio, mi alleno meglio e cose del genere. Per questo non avrò mai rimpianti, qualsiasi cosa farò nella mia carriera“. Pur essendo molto soggetto a colpi di testa, Medvedev è un tennista che assorbe molto bene le sconfitte. “La parte migliore del tennis è che quando vinci un torneo, se c’è un torneo la settimana successiva e perdi, in qualsiasi turno, nemmeno ti ricorderai di aver vinto prima“.

Dopo aver pagato dazio contro i due tennisti più forti in attività nelle due finali Slam disputate, per Medvedev è tempo di confronti. “Rafa ti da più tempo per pensare ma è molto forte in difesa e con il suo dritto. A volte pensi di aver fatto il punto e lui tira fuori dei grandissimi colpi. In ogni caso ti lascia più tempo per pensare e per adattarti. Oggi con Novak ho provato a mischiare un po’ le carte ma lui mi toglieva sempre il tempo, si è preso tutti i vantaggi possibili. La prossima volta proverò qualcosa di diverso: non so ancora cosa, ma sicuramente lo farò. Sono comunque due esperienze di cui sono grato“. Daniil è sicuro anche di un’altra cosa, ovvero quale sia stata la chiave della partita. “Il suo servizio oggi è stato incredibile, ha servito benissimo in tutti i punti importanti e quasi sempre sulle righe. […] Non penso abbia mai servito contro di me così bene come oggi”.

C’è spazio anche per una domanda sul suo rendimento sulle altre superfici. Al momento Medvedev non vince una partita su terra battuta dal 2019 e sui campi di Wimbledon non è mai andato oltre il terzo turno. Il russo è consapevole che c’è molto da lavorare. “Mi è sempre piaciuto giocare su erba, penso di poter fare dei buoni risultati lì, quindi vedremo quest’anno. Per quanto riguarda la terra, penso di poter giocare bene anche lì. A Montecarlo e Barcellona ho battuto dei buoni giocatori. Sicuramente ci sono parti del mio gioco che devo migliorare per fare bene sulla terra, bisogna vedere se sarò capace di farlo durante la mia carriera. […] L’obiettivo più importante di quest’anno è sicuramente passare il primo turno del Roland Garros”, dice sorridendo.

In chiusura, Medvedev torna sull’occasione mancata in avvio di secondo set. Per qualche istante è sembrato l’inizio di una rimonta, ma si è rivelato un fuoco di paglia. “Quando perdi un primo set molto duro è sempre positivo trovare il break subito, ti fa dimenticare il primo set. Pensavo fosse il momento del cambio di marcia ma mi sono trovato sotto 1-4 praticamente subito. Tornando indietro, avrei dovuto servire un ace in più o un vincente di dritto in più. Allo stesso tempo lui rimetteva tutto in campo, era aggressivo e faceva vincenti quando servivano. Come detto prima, è stato il migliore in campo oggi. Senza dubbio.

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Australian Open

Osaka vincente, ma sempre umile: “Un passo alla volta, devo ancora migliorare sulle altre superfici”

Sempre molto divertente in conferenza stampa, la giapponese mantiene un basso profilo nonostante il quarto Slam appena conquistato all’Australian Open

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La stella di Naomi Osaka continua la sua rapida ascesa, sia in campo che fuori. Tra le righe bianche che delimitano il rettangolo di gioco, è il suo tennis a parlare per lei, dicendoci a chiare lettere che al momento è la più forte di tutte. Fuori dal campo, Naomi sa stupire in maniera simile con dichiarazioni sincere e quasi mai banali. Una vera rarità in un mondo di conferenze stampa omologate e spesso interscambiabili. Anche dopo aver vinto il suo secondo Australian Open, nonché quarto Slam, in finale contro Jennifer Brady, la giocatrice giapponese si è a lungo intrattenuta con la stampa, rispondendo alle tante domande con la consueta genuinità e simpatia.

Per prima cosa Osaka ha ammesso di essere piuttosto nervosa al momento dell’ingresso in campo, ma di aver abbracciato questa tensione, riuscendo a non farsela nemica e di fatto neutralizzandola. In effetti la partita non è stata qualitativamente memorabile e sicuramente non al livello della semifinale dello scorso US Open, sempre vinta ai danni di Brady. “Stasera sentivo che sarebbe stata più una battaglia mentale. Penso che fossimo entrambe nervose. Ovviamente non posso parlare per lei, ma io ero estremamente nervosa. Prima della partita mi sono detta: ‘Probabilmente non giocherai bene, quindi non metterti addosso la pressione di giocare in maniera perfetta, ma semplicemente vai in campo e combatti su ogni punto.’ Il risultato poi poteva essere di ogni tipo, ma almeno avrei vissuto con la consapevolezza di aver dato tutta me stessa.”

Quattro Slam su quattro finali come prima di lei sono riusciti a fare solo Monica Seles e Roger Federer. “Direi che sono in buona compagnia. Spero di riuscire ad avere una carriera anche solo lontanamente paragonabile alla loro“, commenta con grande umiltà Naomi, a cui viene poi chiesto su quale altra superficie vorrebbe vincere prima uno Slam, dal momento che i suoi successi per ora sono arrivati tutti sul cemento. Tra terra e erba, Osaka sa già cosa scegliere e risponde con una battuta, che poi tanto battuta non è. “Spero sulla terra perché è quella che viene prima. Sento di dover ancora imparare a trovarmi a mio agio su quelle superfici. Questa è la cosa fondamentale per me perché non ho giocato da junior e quindi sono cresciuta senza giocare per niente sull’erba. Onestamente penso che potrei avere più fortuna sulla terra battuta, perché in passato non ho giocato affatto male. È solo qualcosa a cui devo abituarmi.”

 

A ventitré anni, poter vantare già quattro trofei Major in bacheca è qualcosa di straordinario e c’è già chi tenta di pronosticare quanti saranno alla fine della carriera di Osaka. Mats Wilander, ormai voce storica di Eurosport oltre che ex numero uno del mondo e sette volte campione Slam, ha dichiarato che potrebbero tranquillamente essere dieci se dovesse mantenersi in salute. Naomi ancora una volta mantiene un basso profilo: “Cerco di andare avanti un passo alla volta. Per me adesso l’obiettivo è arrivare a cinque. Se dovessi vincere il quinto allora magari punterei a sette o otto. Cerco sempre di non allargare troppo il quadro. Ovviamente è un onore che abbia detto quella cosa, ma non voglio caricarmi di pressioni e aspettative. Cerco di controllare quello che posso controllare, ovvero lavorare sodo e crearmi delle opportunità.

Basso profilo ovviamente non significa essere senza ambizioni. Questo è chiaro e lo dimostra il grande lavoro e l’impegno profuso da Osaka per poter essere sempre nella condizione giusta per vincere il più possibile. Il suo grande traguardo a lungo termine però non ha a che fare con il numero di Slam o il numero uno o un torneo in particolare, ma è qualcosa di più particolare. “Il mio obiettivo principale è, anche se magari suonerà strano, quello di giocare abbastanza a lungo da affrontare una ragazza che ha detto che io una volta ero la sua giocatrice preferita o qualcosa del genere.”

Molto dipenderà dalla sua longevità agonistica e dall’integrità fisica, ma ci sono pochi dubbi invece sul fatto che qualche piccola giocatrice o piccolo giocatore possa eleggerla a modello. L’influenza di Osaka è già adesso molto grande e, soprattutto, si estende ben al di fuori del campo da tennis. Nel corso del 2020, ha iniziato ad essere una figura extrasportiva con il suo supporto al movimento Black Lives Matter, cosa che l’ha improvvisamente proiettata sotto i riflettori della stampa. “Quando tutto è successo a New York, mi sono davvero spaventata perché sentivo di essere sotto questa luce che non riguardava il mio essere un’atleta e sotto la quale che non mi ero mai trovata prima. Le persone hanno iniziato a chiedermi cosa pensassi riguardo a moltissimi argomenti di cui non sapevo assolutamente niente. Mi piace parlare solo quando sono ben informata sull’argomento o almeno conosco una minuscola parte di ciò di cui sto per iniziare a parlare.” Stavolta però, a differenza dello US Open 2020, il suo titolo non è accompagnato da nessun messaggio particolare, nessun significato più profondo. “Sono arrivata in questo torneo concentrandomi esclusivamente sul tennis.”

Dal suo primo grande successo nella ormai celeberrima finale dello US Open 2018 contro Serena Williams a oggi, Naomi è cresciuta e ha imparato tanto, sul tennis e su se stessa. “Ho imparato che, sia in campo che fuori, va bene non essere sicuri di se stessi. Per quanto mi riguarda sento di essermi sempre costretta a essere “forte” o cose così. Penso che, se non ti senti bene, va bene non sentirsi bene. Ma devi guardare dentro di te e cercare di capire perché. È quello che ho fatto durante la quarantena prima degli US Open l’anno scorso ed è quello che ho fatto anche qui quando ero in quarantena.”

In tutti questi anni molte persone non le hanno fatto mancare sostegno e incoraggiamento. In primis il suo team, ovvero la sua seconda famiglia, come Osaka spesso ama dire, ma anche la sua famiglia vera e propria. In particolare, sua madre è sempre pronta a strapparle un sorriso e anche a dispensare consigli “tecnici”. “Mia mamma è buffa. Ogni volta che gioco un match mi dice di mettere semplicemente più palle in campo. Per lei la soluzione per vincere è mettere la palla in campo. Non le interessano cose come il ritmo o altro.” Sarebbe dunque soddisfatta della partita di oggi? “Penso che sia genuinamente contenta che io abbia vinto. È difficile accontentarla“, commenta ridendo Naomi.

Con quella odierna, le vittorie consecutive di Osaka diventano ventuno. L’ultima risale ormai a un anno fa in Fed Cup, ma Naomi non è certo convinta di essere imbattibile, né ha tantomeno dimenticato il sapore amaro della sconfitta. Anzi, probabilmente è proprio quel ricordo, lontano eppure non sbiadito, a spronarla. “Non mi aspetto di vincere tutte le partite quest’anno. Sicuramente dovrebbero darmi una medaglia se le vincessi tutte, ma non credo sia possibile. Tutti i tennisti vivono di alti e bassi, spero solo che i miei alti e bassi siano meno drastici quest’anno. Ricordo molto bene cosa si prova a perdere un match. Ricordo quando mi è successo qui e cosa mi passava per la testa in quel momento. In realtà mi rende triste ancora oggi, quindi è un ricordo piuttosto persistente.”

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