Marcello Marchesini, l'uomo che ha salvato il 2020 dei challenger italiani: "Vedere Musetti ci riempie d'orgoglio"

Interviste

Marcello Marchesini, l’uomo che ha salvato il 2020 dei challenger italiani: “Vedere Musetti ci riempie d’orgoglio”

Il fondatore di MEF Tennis Events, che quest’anno ha organizzato ben quattro challenger oltre agli Assoluti di Todi, si racconta a Ubitennis. “Con molti giocatori siamo diventati amici. Ramos-Vinolas mi chiamo di notte per andare al pronto soccorso!”

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Marcello Marchesini con Lorenzo Musetti (foto Marta Magni)

Siamo con Marcello Marchesini, fondatore e Presidente del MEF Tennis Events che quest’anno, subito dopo il lockdown, ha organizzato ben quattro Challenger (Todi, Forlì e i due di Parma), nonché il ritorno degli Assoluti Italiani e la fase finale del Campionato Italiano a squadre di Serie A. Uno sforzo straordinario in quest’anno così particolare, che si concluderà con il secondo challenger organizzato a Parma, questa volta su cemento indoor (da oggi 2 novembre fino a domenica 9) e purtroppo senza spettatori a causa della recrudescenza dell’epidemia di COVID-19 in Italia.

L’intervista è stata realizzata il 14 ottobre, dopo la conclusione del primo challenger di Parma disputato su terra battuta e vinto da Frances Tiafoe.

Buongiorno Marcello, parlaci del neonato Challenger 80 indoor di Parma che avrà luogo nella prima settimana di novembre al PalaRaschi.
È successo che sono stati cancellati alcuni Challenger in Europa e così l’ATP, con cui da mesi ci sentiamo quasi quotidianamente, mi ha chiesto di verificare la possibilità di organizzare velocemente un torneo indoor. E velocemente in questo caso significa non più di cinque giorni, un vero miracolo. Abbiamo subito coinvolto le istituzioni, il Comune, l’Azienda Turistica che nel suo Presidente Davide Cassani si è dimostrata entusiasta. Allora abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo buttati.

 

Hai un’idea dell’entry list o è prematuro?
Purtroppo non abbiamo dato molto tempo ai giocatori per organizzarsi. Come al solito puntiamo molto sulle wild card soprattutto rivolgendoci a quei giocatori che stanno cercando gli ultimi punti per entrare nel main draw dei prossimi Australian Open. Quindi sarà sicuramente un torneo di buon livello, se poi avremo qualche ciliegina sulla torta lo si saprà probabilmente solo all’ultimo momento.

Nel pomeriggio di sabato è stato sorteggiato il tabellone principale del secondo challenger di Parma, che vedrà il ritorno in campo di Lorenzo Musetti dopo l’infortunio che lo ha costretto al ritiro nella semifinale dell’ATP di Pula. Ci sarà anche Luca Nardi, in totale sono undici gli italiani nel main draw, con tre derby al primo turno (Nardi-Zeppieri, Marcora-Napolitano e Baldi-Musetti). Nessun top 100, dopo la cancellazione di Sugita.

Facciamo un passo indietro, torniamo a Todi da dove tutto è iniziato. Precisamente a quando con sette amici rilevaste un circolo comunale praticamente dismesso chiedendo alla banca un mutuo importante. Ti chiedo: quegli amici sono rimasti tali o hanno maledetto quel giorno?
No no, sono rimasti amici. Anzi il rapporto si è consolidato anche perché ci conosciamo da bambini e sanno com’è il mio carattere. Un vulcano sempre in eruzione, una persona che butta il cuore oltre l’ostacolo. Gli presentai questo progetto nel novembre 2005.

E la famiglia come reagì?
Ho una famiglia straordinaria, le ragazze (Elena e Federica, ndr) avevano appena 15 anni e quindi non erano così coinvolte. Mia moglie mi conosce e sa che alla fine non sono uno così pazzo. Il fattore rischio c’è sempre ma cerco di calcolarlo al meglio.

La cosa però non è andata subito benissimo e ti sei ritrovato con un Circolo sovradimensionato per la realtà territoriale cui si rivolgeva.
La nostra intenzione era di creare un’Accademia. E fu sicuramente un errore. Pensavo che ci avrebbe garantito continuità e respiro economico. Non andò così e quindi nell’aprile 2007 parlai del mio nuovo progetto, cioè di organizzare un Challenger, a Franco Pecci, proprietario della Blu Panorama Airlines. Un mio grande amico nonché un vero appassionato di sport. Infatti era già sponsor della squadra di pallavolo femminile di Todi che militava in B2. Un progetto che sembrava follia: un torneo Challenger nella città più piccola del mondo.

Cosa ti rispose?
Mi disse immediatamente di sì, incoraggiandomi. Chiamai subito l’ATP e mi dissero che si era liberata una data nella seconda metà di settembre, subito dopo lo US Open. Di questo torneo abbiamo avuto undici edizioni consecutive e quest’anno, dopo aver saltato il 2019, abbiamo festeggiato la dodicesima.

Siamo al 2014, quando nasce la MEF Tennis Events (dalle iniziali di Marcello, Elena e Federica, ndr).
Sai, le cose andavano sempre bene, i tornei piacevano e allora tutti mi dicevano di provare a fare di questa attività un vero lavoro. Non solo il mio amico Franco Pecci ma anche, tra gli altri, Cino Marchese e Corrado Barazzutti. Il tutto si concretizzò nel dicembre 2014 quando fondammo questa società e chiesi subito all’ATP un’altra data che sarebbe poi diventata il Challenger di Perugia 2015.

Ricordiamo che all’inizio del 2020 avevi in programma l’organizzazione di ben sei tornei. Poi la pandemia ha rimescolato tutto.
Panico totale, ricordo che l’8 marzo ero a Padova (in quel periodo facevo più di 8000 km al mese in macchina per incontrare gli sponsor) e avevo chiuso un contratto importante. Ero veramente felice e mentre tornavo a Todi cantavo. Il 10 dichiararono il lockdown e ci trovammo tutti chiusi in casa. Lì ho passato due settimane d’inferno: vedevo finire il mio lavoro, il mio e quello delle mie figlie.

Ma non ti sei rassegnato.
Certamente no, cominciai a ragionare sul da farsi perché credo che si debbano cogliere le opportunità anche nei momenti più difficili. Mi venne in mente di fare questo MEF Tennis Tour. Chiamai tutti i giocatori, i loro coach e tutti erano entusiasti. Cominciai a far trapelare la cosa anche approfittando del fatto che i giornali in quei giorni avevano ben poche notizie ed erano affamati di novità.

Come in tutti i momenti difficili i migliori sopravvivono. A parte il fatto che con le nuove regole che l’ATP aveva introdotto c’era già stata una forte selezione naturale. Le spese di organizzazione erano aumentate molto.
Proprio così. Questa pandemia, per colpa della quale dobbiamo garantire misure incredibili, ha solo reso più difficile una situazione che si era già notevolmente complicata. Pensa che all’inizio andavo in banca la mattina a cambiare gli assegni degli sponsor per poter pagare il pomeriggio i prize money. Adesso, tanto per dire, devi pagare tutto due mesi prima. Se non sei un professionista è durissima.

Quando hai la data dall’ATP come ti muovi?
Per prima cosa chiedo un incontro con le istituzioni per valutare assieme la ricaduta economica immediata e il ritorno d’immagine. Se le istituzioni ci credono e quindi investono si parte alla ricerca degli sponsor che, nella maggior parte dei casi, sono del territorio.

Tutti i giocatori sono concordi nel dire che i tuoi Challenger, per entry list e organizzazione, sono praticamente degli ATP 250 “sotto mentite spoglie”. Hai mai pensato di fare il grande salto?
Proprio quest’anno ci siamo andati molto vicini ma poi non ce la siamo sentita. Sono sì un po’ pazzo, ma non fino a questo punto. L’investimento sarebbe stato troppo importante. Preferisco fare le cose con gradualità e poi eravamo già molto impegnati. Pensa che anche il torneo di Forlì lo abbiamo organizzato in soli venti giorni.

Lorenzo Musetti e Andreas Seppi – Challenger Forlì 2020 (foto Felice Calabrò)

Prospettive per l’anno prossimo?
Si vive alla giornata perché non sappiamo come si evolverà la pandemia e l’attrattività di un torneo dipende molto dal montepremi. La buona organizzazione non basta. E dopo un anno di Covid quale sarà lo stato di salute della nostra economia?

Girando per il circolo l’impressione è che i giocatori vivano in un’atmosfera molto serena.
Qui mi prendo qualche merito. Tutti i giocatori sono molto tranquilli perché sanno dove vanno e come saranno trattati. Trovano gli stessi fisioterapisti, gli stessi stringer, lo stesso desk-office.

In oltre vent’anni avrai sviluppato un rapporto personale con i giocatori.
Con molti di loro siamo diventati amici. Per fare un solo esempio Simone Bolelli era un ragazzo quando cominciò a frequentare i nostri tornei, senza dimenticare Paolo Lorenzi, Federico Gaio e Marco Cecchinato.

Chissà quanti aneddoti.
Già, te ne racconto solo uno. Una volta Albert Ramos-Vinolas (tennista spagnolo che ha vinto in Italia 3 dei suoi 6 Challenger, ndr) mi chiamò nel cuore della notte lamentando un fortissimo mal di testa vicino all’orecchio. Lo passai a prendere e corremmo al pronto soccorso di Perugia mentre Albert quasi piangeva dal dolore. Eravamo tutti molto preoccupati, un ictus?

Invece?
Un tappo di cerume (ride, ndr).

Nei tuoi tornei ci sono molti giocatori italiani giovani.
Siamo molto felici di poter dare una mano ai giovani emergenti. Ad esempio abbiamo sempre dato una wild card a Lorenzo Musetti, come succederà anche per il prossimo torneo indoor di Parma. E vederlo a questi livelli ci riempie di orgoglio. Nessuno dimenticherà mai che la sua prima vittoria importante è stata a Forlì. Qui a Parma poi abbiamo invitato anche Giulio Zeppieri e altre occasioni non mancheranno.

Questo introduce una considerazione del Direttore Ubaldo Scanagatta. Dice che tu sei un benemerito del tennis italiano perché tanti giovani atleti hanno, grazie a te, l’opportunità di giocare con continuità e ad alto livello senza sobbarcarsi viaggi dispendiosi.
Sono felice per i complimenti di Ubaldo e soprattutto di aver potuto dare una mano anche quest’anno e non era per niente semplice.

Organizzi anche il campionato a squadre di Serie A. Un rapporto che continuerà?
Il contratto era triennale e scadeva quest’anno quando, eccezionalmente, si è giocata la fase finale outdoor. Il contratto è stato rinnovato per altri tre anni e se le cose andranno normalmente si tornerà alla formula indoor.

Intervista realizzata da Massimo Gaiba

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Focus

Nadal: “Ho perso una grande occasione, bravo Medvedev. Australian Open? Cerchiamo di far vivere il Tour”

Rafa Nadal: “Sta giocando alla grande, gli auguro il meglio”. Sulle difficoltà di disputare l’Australian Open: “Ci vuole flessibilità, dobbiamo accettare le decisioni di Melbourne e aiutare i giocatori. Le Finals su un’altra superficie? Non è il momento di parlarne”

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Rafael Nadal - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Questa volta ha perso, contro Medvedev, ma Rafael Nadal si dimostra ancora una volta campione di saggezza dando prova di lucidità, equilibrio e senso di responsabilità in conferenza stampa. Il match è stato serrato e ha avuto diversi volti, ma le Finals rimarranno un tabù per Nadal almeno per altri dodici mesi; in finale, a contendere il titolo di Maestro a Dominic Thiem, ci andrà infatti il russo a conferma dell’ormai avviato ricambio generazionale. Riportiamo di seguito le dichiarazioni di Rafa.

Un match duro stasera. Hai avuto la sensazione che con l’allungarsi della partita ti siano mancate un po’ le energie e per questo Daniil alla fine abbia vinto? No, non credo. Penso che all’inizio del match sia stato migliore di me. Sono riuscito a salvare i miei servizi con fatica, poi ho giocato bene per ottenere il break e chiudere il set. Nel secondo è andata più o meno così all’inizio ma alla fine stavo giocando un po’ meglio di lui, poi sul 5-4 ha disputato un buon gioco e io no. Ho avuto una grande opportunità e perso una grande occasione. Bravo lui. Sta giocando alla grande. Gli auguro il meglio”.

Rafa non trova attenuanti fisiche – “No, va tutto bene, grazie” è la secca risposta – e non ha particolare voglia di affrontare l’argomento relativo alla superficie delle Finals, che si sono sempre disputate sul duro indoor, non certo la superficie preferita dello spagnolo. Un giornalista gli chiede: c’è frustrazione in te per questo? “Non è il momento ora di parlarne. Io sono un giocatore e accetto la superficie. Ho una mia opinione personale, ma non è il momento. Ho appena perso in semifinale. Ho avuto le mie chance ed ero vicino al disputare un’altra finale qui. Non ho giocato sufficientemente bene nel momento chiave del match. È tutto. Le altre cose non contano“.

 

Sullo svolgimento dell’Australian Open e la situazione delicata causa pandemia, ancora una volta Rafa dimostra lucidità ed equilibrio: Dobbiamo aspettare cosa dirà il governo dello stato di Victoria. Non siamo nessuno per sapere cosa sia meglio per il loro paese. Dobbiamo solo essere pazienti e accettare la situazione. È difficile per tutti. Dovremo essere flessibili e trovare la soluzione per giocare il maggior numero possibile di tornei, per far vivere il Tour e aiutare i tornei, i giocatori più bassi in classifica affinché possano continuare a giocare e tutti coloro che vivono con il nostro sport. Non solo i tennisti ma tutte le persone che sono coinvolte. Quindi cerchiamo di essere flessibili in tutti i modi. Speriamo che con il vaccino tutto ciò finisca presto, speriamo di poter tornare alla normalità in un paio di mesi, ma adesso è una situazione difficile“.

Nel futuro, nonostante l’età che avanza, gli obiettivi di Rafael Nadal non cambieranno. Il mio obiettivo è sempre lo stesso: andare ad ogni torneo per darmi la possibilità di competere al meglio e cercare di vincere. Questo è il mio scopo ogni anno. Le mie motivazioni sono sempre state le stesse. Il prossimo sarà un anno importante. Spero di essere pronto per combattere per le cose per cui amo lottare. Lavorerò duramente nella off-season per essere pronto quando ricominceremo“.  

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Focus

Djokovic: “Caso Zverev? Non sappiamo cosa sia successo ma lo scopriremo”

Il N.1 del mondo dopo la vittoria su Zverev a tutto campo: “Stagione strana ma l’abbiamo portata a termine. Con Thiem avrò le mie chances”

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Novak Djokovic - ATP Vienna 2020 (via Twitter, @atptour)

La vittoria su Sascha Zverev, sfoderando una continuità che mancava da un po’ nel suo gioco, ha evidentemente ridato il buon umore a Novak Djokovic e, con esso, la voglia di soffermarsi su diversi argomenti. La prima vittoria Slam di Thiem è stata la grande novità dell’anno. Ma quando un tennista capisce che otterrà dei grandi risultati? E, soprattutto, quando lo ha capito Djokovic?

“Quando sono giovani e iniziano a giocare lo sport che amano” risponde Nole. “La maggior parte di noi sogna di diventare il migliore del mondo e vincere i grandi tornei. Io ho iniziato a sognare già tra i cinque e i sette anni di vincere Wimbledon, lo consideravo la vetta del tennis, ma anche perché il primo incontro che ho visto in TV è stato Sampras in finale a Wimbledon, penso nel ’92 [1993, probabilmente]. Ho sempre avuto la convinzione di riuscire a realizzare quel sogno di vincere uno Slam, ma quando l’ho davvero vinto, in Australia nel 2008, è stata una sensazione nuova e in un certo modo inaspettata anche se la stavo aspettando. Una sensazione entusiasmante. Molto diverso è stato invece vincere Wimbledon nel 2011: è stato il mio terzo Slam, credo, e ho raggiunto il n. 1 per la prima volta, quindi è stato probabilmente il giorno più emozionante e appagante della mia carriera professionistica.

Gli aspetti positivi di questa strana stagione non sono mancati e, come spesso sottolineato da più parti, è andata meglio rispetto a quanto i lockdown di primavera annunciassero. “Sì, ‘strana’ è la parola giusta per descriverla. C’è stato un vuoto di sei mesi nel mezzo della stagione, ma siamo comunque riusciti a giocare tre Slam e tanti altri eventi importanti. C’erano diversi dubbi sulla stagione indoor a causa della differenza dal punto di vista dei rischi di contagio. Era chiaro che non avremo avuto pubblico. Spero che questa sensazione di entrare in uno stadio vuoto sia temporanea. Se giocheremo in Australia, avremo il 50% degli spettatori, che è tanto – il 10% sarebbe tanto per noi a questo punto. Solo sentire l’applauso dei fan e la loro energia è qualcosa che manca a tutti noi”. È mancato però proprio l’oggetto principale dei sogni dei giovani tennisti. “Wimbledon è stato l’unico Slam non giocato quest’anno, ma sarebbe stato difficile organizzarlo più avanti a causa dell’erba, che è una superficie unica e particolare, e quindi del clima. Spero che questa situazione passi molto presto”.

Al solito, sono ineludibili le domande sui giocatori accusati di violenza domestica. Nello specifico, l’assenza di una policy da parte dell’ATP, a differenza di alcune leghe statunitensi come la NFL e la NBA. “Non sappiamo cosa sia davvero successo” dice Novak. “Lo verremo a sapere, ovviamente. Conosco Sascha da quando era molto giovane, ho un gran rispetto per lui. Conosco la sua famiglia e sono della stessa generazione di sua fratello Mischa, quindi è stato triste sentire cosa stesse attraversando. Ripeto, non so cosa sia successo. Certamente sono contrario a ogni tipo di violenza. Possiamo solo aspettare e vedere cosa accade. L’ATP dovrebbe sviluppare una politica al riguardo? Sì, dovrebbe esserci, ma non abbiamo mai avuto casi come questo, se non sbaglio, perciò non è mai stato fatto. Forse questo caso motiverà l’ATP a fare qualcosa”.

Sempre a proposito di Sascha, Djokovic ha notato che adesso è trattato in modo differente negli spogliatoi ma, “per quel che mi riguarda, come ho detto, ho sempre avuto un ottimo rapporto con lui. Abbiamo trascorso del tempo insieme durante l’Adria Tour. Abbiamo parlato di diverse cose, anche personali, e ci siamo avvicinati molto. Non abbiamo però parlato del fatto specifico. Gli ho detto di essere pronto se ha bisogno di parlare. Lui ha comunque la sua famiglia e il suo team. La sta gestendo bene a giudicare dai risultati dell’ultimo mese, considerando quello che gli sta capitando fuori dal campo. Insomma, gli auguro sinceramente di risolvere tutto al più presto, così da potersi concentrare sulla sua vita e sulla carriera”.

 

Sulla semifinale di sabato che lo vedrà opposto a Dominic Thiem, Novak ricorda: “Ci ho perso nel girone un anno fa, un emozionante 7-6 al terzo. Ho tantissimo rispetto per Domi, il suo gioco, la sua etica del lavoro, Massú e tutto il suo team. Ogni volta che giochiamo – le ultime tre o quattro volte – è una specie di maratona, sempre emozionante. È una semifinale, quindi mi aspetto una battaglia dura. Lui è in forma e gli piace questa superficie. Ha battuto me e Roger l’anno scorso qui alla O2 e ha fatto finale. Adesso è un campione Slam e ciò lo carica di pressioni e aspettative, ma gli dà anche una grande determinazione e gli permette di giocare più libero e anche meglio di prima. Se io riesco a giocare bene come oggi, penso di avere buone possibilità”.

Dominic ha avuto modo di dire di sentirsi più fresco rispetto agli anni passati perché si è giocato meno, ma allo stesso tempo è stata una stagione impegnativa. Nole è d’accordo: Quest’anno non mi sento esausto come in passato, ma dal punto di vista mentale ed emotivo questa situazione ha richiesto molto ai giocatori: costantemente costretti in isolamento, impossibilitati a uscire o aprire le finestre qui in hotel. Tutte cose che diamo per scontate e purtroppo non abbiamo avuto, ma a un certo punto va tirata una riga e ringraziare di avere l’opportunità di giocare e terminare la stagione. Non abbiamo giocato per sei mesi, ma ci sono stati tanti match e un calendario intenso in questi tre mesi. Per me c’è stata anche la lotta per il n. 1 di fine anno che ha richiesto di essere costantemente presente e competitivo, pur non giocando tutte le settimane.

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Focus

La resa del campione in carica Tsitsipas: “Sono stato troppo tenero. È un mondo diverso e siamo davvero soli”

Senza pubblico, Stefanos Tsitsipas non riesce a dare il massimo: “Non sono soddisfatto di come ho lottato”. Il 2020 rimarrà un anno negativo per lui, soprattutto a causa della vita nella bolla

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Stefanos Tsitsipas - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Anche lo scorso anno Stefanos Tsitsipas si era congedato dal round robin perdendo in tre set contro Rafael Nadal, ma la sconfitta aveva prodotto tutt’altro esito: il greco – esordiente assoluto – qualificato per la semifinale e poi vincitore del torneo, lo spagnolo eliminato nonostante le due vittorie nel girone. Quest’anno, invece, Nadal continuerà a cullare il sogno di diventare Maestro per la prima volta e Tsitsipas deve già rimettere in palio la corona del 2019.

Non sono riuscito a mantenere il mio livello nel terzo set. Ho provato a rimanere calmo e concentrato, ma ho commesso troppi errori mentre Rafa è rimasto solido. Ho la sensazione di poter breakkare in diverse occasioni, ad essere sincero, sento addirittura di poter creare più occasioni e proverò a crescere e migliorare in questo. Spero davvero di lottare di più la prossima volta, perché non sono soddisfatto di come ho lottato oggi. Sono stato troppo tenero quando avrei dovuto essere forte. Troppo tenero per breakkare“. Questa di Stefanos è a metà tra una resa e un’ammissione di colpa, ma il tono di voce e la mimica facciale che si accompagnano alle sue parole spostano l’ago della bilancia verso la prima ipotesi.

Adesso che è andato ufficialmente in archivio, possiamo dirlo: non è stato un 2020 memorabile per Stefanos Tsitsipas, pur considerando la seconda semifinale Slam raggiunta al Roland Garros e persa non senza lottare fino in fondo contro Djokovic. Premettendo che due semifinali Slam a 22 anni sono un traguardo per il quale molti firmerebbero con il sangue, non è stato memorabile perché il greco ha dato la sensazione di fallire al momento del dunque in diverse occasione. Ne sono un esempio i sei match point sciupati contro Coric allo US Open, la rimonta subita da Rublev ad Amburgo e il mesto bilancio dello swing indoor tra Vienna, Parigi e Londra: due sole vittorie, quattro sconfitte e più di qualche rimpianto.

 

Nel 2020 ho avuto alcuni buoni risultati e subìto alcune brutte sconfitte” è il parere del diretto interessato, che come spesso gli accade sconfina nel filosofico (del resto, le radici sono quelle). “Sono successe cose nuove che non avevo affrontato in passato, alcune molto spiacevoli e altre belle. Cose che mi hanno dato molta gioia e mi hanno consentito, nonostante la pandemia, di essere in contatto con certe persone e divertirmi. Sì, c’è qualcosa di positivo che posso trarne e proverò a dimenticare le cose negative, perché chi ha bisogno di negatività in questo mondo? Proveremo ad arrivare in fondo al tunnel e vedere cosa ci riserva, di migliore, il futuro“.

Stefanos Tsitsipas – Bercy 2020 (via Twitter, @RolexPMasters)

Il tema fondante al quale Stefanos ritorna con grande frequenza è la solitudine sul campo, imposta dal virus. “Per me, il 2020 rimarrà un anno insoddisfacente a causa della situazione che abbiamo dovuto affrontare. La ricorderò come una specie di ‘limbo’ nel quale abbiamo dovuto attendere per tornare in campo, prima che ci venisse data l’opportunità di giocare. So soltanto di aver realizzato che il pubblico mi dà più adrenalina quando sono in campo e mi dà, come penso ad ogni giocatore, uno scopo più grande per cui giocare. Quando ci sono persone a guardarti è così esaltante; ho fatto del mio meglio, giocando solo per me stesso“. La posizione è chiara: io ce l’ho messa tutta, ma senza il supporto del pubblico mi manca sempre qualcosa.

Come ha già rilevato il direttore, che però lo assolve e lo comprende – ‘un ragazzo triste’, come nello splendido pezzo di Patty Pravo, ma non certo un bamboccione – l’atteggiamento in campo e le parole di Stefanos sembrano permeate da un costante velo di malinconia, di tristezza. “La cosa più complicata con cui confrontarsi in questi mesi? La vita nella bolla. Perché? Dopo un po’ diventa stancante, stare tutto il giorno nella stanza di un hotel aspettando di giocare. Ovviamente provano a intrattenerti con qualche attività nella players lounge, ma le persone hanno bisogno di spazio. È difficile non poter vedere i propri amici e gestire l’intera situazione e sono sicuro che gli altri giocatori risponderebbero la stessa cosa. Sono molto felice di non essermi lasciato buttare giù; ovviamente la tecnologia aiuta a connettersi più facilmente e sono grato di poter parlare ogni giorno con le persone che amo. Però è un mondo diverso e penso che sarà così per un po’. Siamo davvero soli“.

Su una cosa Stefanos potrà contare per attenuare il senso di solitudine nei prossimi dodici mesi. I 1300 punti della vittoria delle Finals nel 2019, che dopo un lungo tira e molla regolamentare interno all’ATP – di cui pubblicamente non si è mai parlato – dovrebbero seguire lo stesso destino dei punti maturati nei tornei che si sono disputati dopo la ripresa di agosto: ai ‘maestri’ sarà consentito conservare il miglior punteggio tra 2019 e 2020, e dunque il greco custodirà un bel tesoretto fino a novembre 2021. Quando sei costretto a restare parecchio tempo solo in hotel, meglio farlo con milletrecento punti ATP in più.

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