Era 'lo Strano', oggi è in top 100 ed è 'quello famoso' di Avola: auguri a Salvatore Caruso

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Era ‘lo Strano’, oggi è in top 100 ed è ‘quello famoso’ di Avola: auguri a Salvatore Caruso

Il tennista siciliano compie 28 anni. “Contro i giocatori forti ho più motivazioni, ed è più facile trovarne uno meno motivato. A livello challenger sono tutti affamati”. I 3 giorni con Federer a Zurigo nel 2013: “Ero emozionato, lui fu un signore. Ma mi rubò una racchetta!”

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Salvatore Caruso - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Abbiamo contattato telefonicamente Salvatore Caruso, che con Marco Cecchinato forma la miglior coppia di tennisti siciliani dai tempi di Alessio di Mauro (ex n.68 ATP). In questo periodo ‘Sabbo’ sta svolgendo la preparazione invernale a Siracusa e oggi compie 28 anni. Abbiamo deciso di fargli un piccolo regalo, lo stesso fatto a Giulio Zeppieri per il compimento dei 19 anni: un’intervista da pubblicare il giorno del suo compleanno.

Oltre a Caruso, oggi c’è anche il redivivo Paolo Lorenzi a festeggiare i suoi 39 anni. A lui abbiamo consegnato il regalo con qualche giorno d’anticipo, e lo ringraziamo ancora per la disponibilità. Caruso è stato protagonista di un’ottima seconda parte di 2020: qualificazioni superate a Cincinnati/New York, terzo turno allo US Open, finale raggiunta al challenger di Parma (battuto solo da Tiafoe) e quarti a Sofia, il torneo vinto da Sinner, nel quale – con un pizzico di rammarico – Caruso è stato sconfitto da Gasquet.

Questo è quello che ci ha raccontato.

 

Buongiorno Salvo, innanzitutto grazie del tuo tempo. 
Figurati, è sempre un piacere parlare con Ubitennis.

Lo spostamento dell’Australian Open a febbraio ti ha creato problemi?
Un po’ sì, ma non posso fare altro che adeguarmi. Intanto continuo ad allenarmi qui a Siracusa, con un clima che ricorda un po’ l’Australia (ride, ndr).

Non dirmi che siete ancora in maniche corte?
Effettivamente sì, anche se questa settimana la temperatura si è un po’ abbassata ed è scesa sotto i 20 gradi.

Va bene, lo dici per farci invidia. In gennaio cercherai di riprogrammare il tuo calendario?
Potrei anche, ma sinceramente non credo che riescano ad organizzare qualcosa nel periodo che era stato riservato all’Australian Open. (sembra invece che un paio di tornei a gennaio si giocheranno, ndr).

Il 15 dicembre è il tuo compleanno, lo stesso giorno in cui lo festeggia anche Paolo Lorenzi. Un’incredibile coincidenza visto che molti pensano tu sia il suo erede naturale.
Io sarei felice anche solo di avvicinarmi a quello che ha fatto Paolo che, prima di tutto, è una persona splendida. Poi come non prenderlo ad esempio? È l’atleta che ha dimostrato che alla lunga il lavoro paga sempre e che il talento da solo non basta.

Siete nati lo stesso giorno, avete avuto carriere simili, ma siete in realtà molto diversi. Lui così giramondo, tu profondamente legato alle tue radici.
Sì, hai ragione, io sono molto (e lo ripete tre volte, ndr) attaccato alla mia terra. Sono stato anche fortunato perché il mio allenatore (Paolo Cannova) e il mio preparatore atletico (Pino Maiori) sono di qui. Se si fossero trasferiti altrove, magari all’estero, li avrei seguiti a occhi chiusi. Per fortuna non è successo.

All’estero ti sarebbe toccato cercare un ristorante siciliano, immagino. 
O avrei aperto una pasticceria in cui avrei preparato personalmente i cannoli siciliani (ride, ndr).

Ti piace cucinare?
Adesso non esageriamo. Mia madre cucina troppo bene e non voglio entrare in una competizione senza speranza. Questo ovviamente mi complica la vita quando sono in viaggio (ride, ndr).

A proposito dell’attaccamento al territorio so del tuo nuovo sponsor, lo Zafran Hotel di Donnalucata.
Vero, ci ha messo in contatto un amico comune. L’hotel è un hotel boutique, un piccolo gioiello affacciato sul mare con appena 11 camere, una vista unica, un ottimo ristorante e il direttore Santo Gambuzza, guarda caso originario di Avola, è un grande appassionato di tennis. Così si sono create le condizioni perché io possa dare un piccolo contributo a promuovere la mia terra. 

Quando eri ragazzino ti chiamavano ‘Salvo lo strano’. I tuoi amici non si capacitavano del fatto che tu non giocassi a pallone come tutti.
Lo dicevano con affetto e comunque a me piaceva essere quello un po’ diverso. 

E adesso sei anche ‘quello famoso’. 
Avola è un paese di 32.000 abitanti per cui ci conosciamo tutti e la gente partecipa di cuore alle mie vicende. Anzi, visto che io sono spesso via, più che altro fermano mio padre per fargli i complimenti, chiedergli notizie. 

Tuo padre non era convintissimo della tua carriera tennistica. 
Sai, mio padre gestisce un negozio di biancheria per la casa da ormai tre generazioni e forse avrebbe avuto piacere che io e i miei fratelli continuassimo nella tradizione. Ma lui e mia madre non ci hanno mai forzati in questo senso. 

Cosa fanno i tuoi fratelli?
Mio fratello Antonio gioca a tennis, ha 21 anni e sta muovendo i primi passi nel professionismo. Mia sorella insegna italiano e latino a Milano, dopo aver lavorato diversi anni alla Scala come aiuto regista. 

La tua carriera è cresciuta in maniera molto graduale, senza il grafico altalenante che ha contraddistinto molti tuoi colleghi. Ogni anno hai aggiunto un mattoncino con la pazienza della formichina (chiuderà il 2020 da numero 76 del mondo, ndr).
Verissimo, cerco di migliorare un po’ ogni anno e soprattutto di non disperdere nel tempo i progressi fatti. Questo si riflette direttamente sulla classifica. Quest’anno sarà la decima preparazione invernale che affronto e ogni volta sono più motivato della precedente. 

Salvatore Caruso – ATP Challenger Forlì 2020 (foto Marta Magni)

Paolo Cannova nel corso degli anni ha insistito molto perché tu cominciassi a giocare sul cemento e, di conseguenza, a lavorare sul servizio. 
Nel 2013 quando ho affrontato i primi Challenger americani mi sono completamente affidato a lui. Fu una grande intuizione: migliorando nel servizio sarei migliorato anche in tutti gli altri aspetti del gioco. Era un investimento a lungo termine di cui adesso stiamo raccogliendo i frutti. In fin dei conti la maggior parte della stagione si gioca sul cemento o comunque sul veloce e non ha molto senso limitarsi alla terra battuta. 

Quando non giochi cosa ti piace fare?
Quando sono a casa mi piace godermi la famiglia e ovviamente vedo gli amici. Siamo cresciuti assieme e per loro non sono il Salvatore Caruso che si vede in TV, ma solo Salvo. 

Musica, Netflix?
La musica non la seguo particolarmente, Netflix invece mi è utilissimo quando sono in giro per tornei. Mi piacciono soprattutto le serie TV, in questo momento sto guardando ‘Le regole del delitto perfetto’. Il sistema legale americano mi intriga molto.

Allora avrai visto ‘Suits’.
Ovviamente sì, anche se per me il capolavoro è senz’altro ‘Prison Break’, la prima serie TV che ho visto. Per me quella è ‘LA SERIE’. 

Con l’inglese come te la cavi?
Molto bene, lo parlo tranquillamente. Anzi, diverse cose le guardo in lingua originale.

Che rapporto hai con i social?
Di mio non sarei molto attivo ma mi rendo conto che le persone sono molto interessate a sapere di più della mia vita e allora cerco di accontentarle. 

Prima degli incontri hai dei riti particolari?
Se in un torneo mi accorgo di un gesto che mi ha portato bene, cerco di ripeterlo. Ma questa piccola superstizione scade alla fine del torneo stesso, dura al massimo una settimana. 

Hai amici nel circuito?
Chiaramente con gli italiani ho un rapporto più immediato, in particolare con Alessandro Giannessi e Federico Gaio, anche se ultimamente non riesco a vederli troppo spesso. Di recente si è creata una bella amicizia anche con Alejandro Davidovich Fokina, ottima persona. 

Quando sei in viaggio riesci a fare del turismo?
Partiamo dal presupposto che sono uno molto pigro per cui mi capita che nei giorni off me ne stia a riposare in hotel. Se però mi trovo in una grande città cerco di sforzarmi. 

La mia opinione è che per te sia quasi più facile giocare in top 100 che affrontare la giungla dei Challenger.
Hai ragione, contro un giocatore forte la mia motivazione è più alta e tra i top 100 può anche capitare di incontrare un avversario in quel momento poco motivato. A livello Challenger questo non succede mai, sono tutti perennemente affamati. Certo quando giochi con un avversario di prima fascia devi avere il giusto livello per competere. Se no, motivato o meno, ti rulla.

A proposito di gente forte, nel 2013 ti sei allenato tre giorni a Zurigo con Federer.
Con Roger sono stati tre giorni incredibili. Oggi forse avrei un approccio diverso ma allora ero davvero molto emozionato. Lui comunque è un signore dentro e fuori dal campo. Appena mi vede mi dice: ‘Grazie di essere venuto’. Ma davvero? Il più grande che mi ringrazia? Da non credere.

Però ti ha fregato una racchetta.
L’ultimo giorno, quando ormai eravamo entrati un po’ più in confidenza, io me ne vado al bar del Circolo e quando torno non trovo più la mia racchetta. Roger rideva sotto i baffi.

Com’è finita?
È finita che adesso Federer ha un souvenir in più a casa sua (ride, ndr).

Poi hai giocato due volte contro Djokovic.
Nel 2019 sul centrale del Roland Garros incontrai Nole al terzo turno (dopo aver battuto Jaume Munar e Gilles Simon, ndr). Purtroppo vissi quella partita come una specie di premio per il bel torneo fatto, senza credere davvero di poter competere. Quest’anno a Roma sono invece entrato in campo per vincere. Forse è stata la miglior partita da me mai giocata e il punteggio 6-3  6-2 è stato fin troppo severo, come lo stesso Nole ha ammesso.

Cosa mi dici di Sinner e Musetti?
Con Sinner quest’anno ho vinto nelle qualificazioni di Cincinnati (partita giocata a New York, ndr). Lui ha un modo molto freddo di affrontare le partite mentre Musetti è probabilmente più emotivo. Poi è ovvio che Lorenzo ha una mano incredibile, ma il talento di Sinner nel gestire le proprie emozioni è unico. Alla sua età, su determinati palcoscenici a me sarebbero tremate le gambe.

E Alcaraz? Ha vinto tre Challenger in rapida sequenza ma personalmente non mi convince tanto.
Lui ha un altro tipo di talento. È molto rapido, ti prende il tempo. Sono però convinto anch’io che i nostri due ragazzi abbiano più margini di crescita.

Il tuo rapporto con i soldi?
I soldi vanno rispettati perché i miei genitori mi hanno insegnato questo, soprattutto quando ti sono costati tanti sacrifici. Ritengo però che siano un mezzo e non un fine. Per cui non è che, arrivato al n.70 del mondo, smetto di investire sulla mia persona. Anzi, adesso non solo posso portare nei tornei Paolo Cannova e Pino Maiori, ma anche permettermi un fisioterapista (Niccolò), un osteopata (Matteo), un biologo dello sport (Michele) e una psicologa (la dott.ssa Monica Bazzano). 

Segui altri sport?
Sono malato di Moto GP!

Il tuo pilota preferito?
Valentino, non ci sono dubbi. E ti confesso che sono preoccupato pensando al suo imminente ritiro. In realtà sto già iniziando a diminuire le dosi di Moto GP e a dedicarmi più intensamente alla Formula 1. 

E il ciclismo? Dalla Sicilia viene il tuo quasi omonimo Damiano Caruso, ottimo atleta professionista e vincitore di tappe al Tour e alla Vuelta.
Lo conosco bene, abbiamo lo stesso nutrizionista. E non mi dispiace guardare un po’ di ciclismo in TV, anche se dovrei chiedere a Damiano di spiegarmi alcune cose. Talvolta le tattiche di gara mi risultano un po’ oscure. 

Grazie Salvo, ti ringrazio del tuo tempo e ti faccio tanti auguri di buon compleanno e di Buone Feste.
Ricambio di cuore gli auguri e vi ringrazio per l’attenzione.

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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