Dal Future durante la guerra civile alla 'gara' con Federer: Paolo Lorenzi si racconta

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Dal Future durante la guerra civile alla ‘gara’ con Federer: Paolo Lorenzi si racconta

Intervista al (quasi) 39enne Paolo Lorenzi, che sembra aver vissuto due carriere. “Tanti giocatori pensano di non poter più migliorare a 26 anni”. La nuova vita in Florida, il ritiro ancora lontano (‘Ma ogni anno potrebbe essere l’ultimo’) e i pronostici su Sinner e Musetti: “Numero 1 e top 10. Esagero?”

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto Jo Vinci)

Abbiamo raggiunto telefonicamente Paolo Lorenzi, che si sta allenando a Tirrenia dopo lo stop per il leggero infortunio al polpaccio, a pochi giorni dall’intervista con Giulio Zeppieri (che il 7 dicembre ha compiuto 19 anni). Quasi vent’anni esatti di differenza tra i due, nati rispettivamente nel 1981 e nel 2001, perché Paolino compirà 39 anni martedì 15 dicembre; abbiamo pensato di proporvi questo confronto generazionale a distanza di pochi giorni. Non facciamo gli auguri a Lorenzi perché pare porti male, farli in anticipo, ma lo ringraziamo per la solita disponibilità. E per le parole che ha speso nei nostri confronti.


Buongiorno Paolo, come va il polpaccio?
Molto meglio anche se è molto probabile che la mia stagione si concluda qua. (Ovviamente Lorenzi ha fatto di tutto per tornare in campo ed è andato a giocare l’ultimo Challenger della stagione a Maia in Portogallo, venendo eliminato al secondo turno da Zapata Miralles, ndr).

Quando parli dei tuoi tornei sembra di sfogliare l’atlante geografico. Rimbalzi da una parte all’altra del pianeta come un vero giramondo.
Per me è una cosa abbastanza normale perché quando inizia la stagione indoor se ami la terra rossa, come nel mio caso, ti devi spostare, migrare come le rondini.

 

Va bene, ma nel tuo caso c’è qualcosa di più. L’istinto del vero viaggiatore. Sbaglio?
Effettivamente mi è sempre piaciuto andare in giro. Ed è stata una fortuna visto il lavoro che faccio.

Il posto più strano dove hai giocato in tutti questi anni?
Direi il Future ad Abidjan in Costa d’Avorio nel 2009. Il montepremi era interessante e, iscrivendomi anche in doppio con Giancarlo Petrazzuolo, si rientrava abbondantemente delle spese. Peccato che fosse in corso una sanguinosa guerra civile, di cui non sapevamo nulla, e la città era presidiata da militari armati fino ai denti. Per non parlare dell’hotel, talmente malmesso che dopo tre giorni Petrazzuolo decide di tornarsene a casa. Io, rimasto solo, mi barrico in camera con i miei libri e mi faccio portare su i pasti. Uscivo solo per andare a giocare. In questo posto incredibile c’erano in realtà anche giocatori interessanti: Haider-Maurer, Donskoy e Andrej Martin che battei nei quarti. Il mio avversario in finale fu un giocatore del posto con classifica modesta (Valentin Sanon n.540 ATP, ndr). E io vinsi (6-3 6-4) nonostante i tifosi, accompagnati dai suonatori di bonghi, facessero un tifo infernale per il mio avversario.

Come mai la scelta di andare a vivere a Sarasota, Florida?
Guarda è successo tutto un po’ per caso. Parecchi anni fa vi giocai un Challenger (2012, sconfitta in finale contro Sam Querrey, ndr) e lì ho conobbi Giovanni Migliorini, proprietario di un paio di ristoranti con cui diventammo amici. Così ho avuto modo di scoprire un posto magnifico, bel clima, acqua sempre calda, l’Accademia IMG per allenarmi. Forse la località che mi è piaciuta di più tra tutte quelle che ho visto in giro per il mondo.

Tua moglie era d’accordo?
Dicevo sempre: “Appena smetto di giocare ci trasferiamo là”. Ma, visto che non smetto mai, quando mi hanno dato la green card abbiamo colto al volo l’occasione anticipando i tempi. All’inizio Elisa non era troppo convinta anche perché con l’inglese non è che se la cavasse tanto. Poi io ho ci ho messo del mio perché, appena arrivati, sono partito per una serie di tornei e sono stato via quattro mesi (ride, ndr.) Adesso però ci troviamo magnificamente.

E tu come vai con l’inglese?
Meglio ma è normale vivendo lì. Poi nel circuito devi per forza parlare inglese e/o spagnolo.

Che vita fai in Florida? Frequenti italiani?
Soprattutto italiani perché questo mio amico nei suoi ristoranti organizza sempre delle grandi tavolate di connazionali. Siamo davvero un bel gruppo.

Tra poco fai festeggi i 39 anni. Recentemente a Parma ti ho chiesto se avessi ingaggiato una gara con Federer su chi si ritira più tardi.
Sai, se devo eguagliare il suo prize-money sono costretto a giocare per sempre… e non mi basterebbe (ride, ndr).

A proposito di Federer, ho letto di quell’aneddoto di voi due a Wimbledon.
Troppo divertente, ero col mio allenatore Galoppini nel tunnel che portava al campo 1 e avevamo davanti Federer e il suo coach che all’epoca era Stefan Edberg. Io dissi a Claudio che per me il problema non era tanto battere Federer ma piuttosto che avrei perso anche da quell’altro (ride, ndr).

Tempo di bilanci?
Quanto ai bilanci cosa posso dirti? Ancora mi piace allenarmi, mi diverto a giocare i tornei. Quando una mattina mi sveglierò e mi accorgerò di non averne voglia, quello sarà il momento. Ma fino a che avrò queste buone sensazioni vado avanti. Ciò non toglie che ogni anno potrebbe essere l’ultimo.

L’anno scorso a Manerbio hai raggiunto le 400 vittorie nel circuito Challenger e hai nel mirino il record di Ramirez Hidalgo che è a 423. Quanto ti manca?
Dovrebbero mancare 6 o 7 partite, non so di preciso. (con l’ultima vittoria del 2020 a Maia, Lorenzi ha toccato quota 420 quindi gliene mancano 4 per superarlo, ndr). Ramirez Hidalgo comunque mi ha detto che se lo supero riprende a giocare visto che sostiene di avere il ranking protetto (ride. Ricordiamo che l’ex tennista spagnolo sta per compiere 43 anni e ha giocato l’ultimo match in un challenger nel giugno 2019, ndr).

“Crederci sempre” e “illusione” sono stati i mantra della tua carriera.
Illusione sì. Quando a 26 anni mi trasferii a Livorno ero ancora convinto di poter diventare un giocatore forte, e per forte intendo un top 100 che può giocare gli Slam direttamente in tabellone. Ci sono invece tanti giocatori che a 26 anni se sono ancora 200 in classifica non pensano più di poter migliorare, si accontentano.

A 26 anni Borg si ritirò.
Pensa te!

Parliamo di ATP. Raccontami di Kitzbuhel 2016, l’unico torneo ATP che hai vinto in carriera.
Fu una settimana fantastica. L’Argentina ci aveva appena battuto a Pesaro in Davis ed io, in coppia con Fognini, avevo perso il doppio 6-4 al quinto. Dunque il morale non era altissimo. Poi, pur avendo sempre giocato bene in altura, a Kitzbuhel non avevo mai brillato. Invece fu una settimana fantastica.

Paolo Lorenzi con il trofeo di Kitzbuhel

Le tre finali ATP che hai perso (San Paolo, Quito e Umago) ti hanno lasciato dei rimpianti?
Sicuramente quella di Quito perché non solo ebbi match point ma con Estrella Burgos in altura avevamo già fatto varie finali Challenger e avevo sempre vinto io al terzo. Quella fu l’unica finale che persi con lui (febbraio 2017 col punteggio di 7-6 5-7 6-7, ndr).

Con tutto questo tennis ti rimane tempo per seguire qualche altro sport?
Quando posso seguo la Fiorentina, ma adesso col fuso orario è un bel problema. Non mi dispiaceva seguire anche il basket quando a Siena c’era la Mens Sana. Qui in Florida ne ho approfittato per andare a vedere qualche partita NBA.

Quando sei in viaggio fai anche del turismo?
Ultimamente ho sviluppato una grande passione eno-gastronomica, quindi vado a caccia di buoni ristoranti. Soprattutto se il giorno dopo non devo giocare.

Nei momenti off cosa ti piace fare?
Leggo tanto, prima quando partivo mettevo in valigia almeno 5 o 6 libri, adesso la tecnologia mi aiuta e sfrutto molto i kindle. Il mio libro preferito è senza dubbio “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas che ho letto più di una volta.Poi uso parecchio Netlix. Adesso sto guardando “Sherlock Holmes” e recentemente ho finito “La casa di carta”. Tutto rigorosamente in inglese così ne approfitto anche per migliorare la lingua.

Nel circuito chi sono i tuoi migliori amici?
Noi italiani siamo molto bravi perché quando ci incontriamo in giro per tornei andiamo sempre a cena assieme. Gaio e Giannessi sono quelli con cui sono più legato soprattutto perché negli anni di Tirrenia abbiamo sviluppato uno splendido rapporto. Ma, ripeto, anche con gli altri facciamo gruppo ed è molto bello.

Vengono anche i più giovani?
Sì certo, Dalla Valle, Pellegrino e anche altri, in particolare quelli che sono passati da Tirrenia.

A proposito di giovani, fammi un pronostico secco. Best ranking in carriera di Sinner e Musetti.
Sinner numero 1 e Musetti top 10. Esagero?

Un altro giovane che ben conosci è Giulio Zeppieri che l’anno scorso ti sconfisse a Parma.
Gran bella partita la sua, purtroppo per me. Giocò un ottimo tennis, spingeva molto.

Recentemente stavo guardando il Challenger di Orlando ho visto un ragazzino molto interessante: Zachary Svajda, 18 anni scarsi. Ti ricorda qualcosa vero?
Stai buono, non farmi ricordare quella partita (US Open 2019, primo turno, ndr). Faticai come un matto, sotto due set a zero, sotto di un break al quarto. Mi salvai per un pelo. John Isner, con cui si allena spesso, mi disse alla fine: “Bravino il ragazzo eh?”.  Mi domando però come mai tutti mi chiedono sempre di Sinner e Musetti, ragazzi e giocatori fantastici intendiamoci, ma forse stiamo trascurando un po’ Berrettini. In fin dei conti è il numero 10 del mondo!

Credo che il suo fantastico 2019 sia stato abbondantemente sottolineato dalla stampa specializzata. Poi hai ragione a dire che forse quest’anno è stato dato un po’ per scontato.
Non è giusto darlo per scontato, anche perché credo che sia un giocatore con ampi margini di miglioramento. Lasciando stare quest’anno che ha avuto tanti problemi fisici, l’anno scorso stava già cominciando a migliorare sui punti deboli. Per quanto è alto non si muove poi così male. E sul rovescio aveva cominciato a lavorare su interessanti variazioni. Penso proprio che l’anno prossimo alle ATP Finals di Torino avremo tre giocatori.

Torniamo agli Slam, qual è il tuo preferito?
New York, ma è normale. Fu lì che vinsi la mia prima partita Slam dopo 13 eliminazioni al primo turno! Flushing Meadows mi è sempre rimasto nel cuore, e anche tecnicamente è il torneo che si adatta maggiormente al mio stile. Infatti la palla è un po’ più lenta e rimbalza più alta rispetto agli Australian Open e ad altri tornei sul cemento.

Programmi per il prossimo anno?
Innanzitutto spero che si potrà finalmente andare in giro senza limitazioni e che ci libereremo da quest’incubo del Covid-19. Inizierò in gennaio con le qualificazioni degli Australian Open (sappiamo adesso che si giocheranno prima del 15 gennaio fuori dall’Australia, ndr). Verrò di sicuro in Europa, ovviamente anche in Italia, ma aspetterò che si giochi sulla terra battuta. La stagione indoor, come dicevo, cerco sempre di evitarla. Ad esempio avevo preso informazioni per Parma e quando mi hanno detto che la superficie era la stessa, velocissima, su cui si giocava la serie A ho rinunciato. Stesso discorso per Ortisei perché su questi campi è difficile fare la differenza. Se l’altro serve bene e gli girano due o tre palle la partita è già finita. Non è il mio tennis.

Grazie Paolo, auguri per il tuo imminente compleanno e per la stagione che ti aspetta.
Grazie a voi per tutto il lavoro che fate per il tennis.

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Opinioni

Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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ATP

ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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ATP

Il battesimo del figlio d’arte: Sebastian Korda giocherà la prima finale a Delray Beach

Bella vittoria in due set su Cameron Norrie: il figlio di Petr Korda sfiderà Hurkacz per vincere il primo titolo in carriera ed entrare in top 100

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A quasi ventitré anni – era il 1° febbraio 1998 – dal primo, unico e contestatissimo successo Slam di papà Petr sui campi di Melbourne, il mondo del tennis deve volgere lo sguardo a Sebastian Korda, 20 anni, che raggiunge la prima finale della sua giovane carriera all’ATP 250 di Delray Beach.

Sui campi che guardano la costa della Florida opposta alle rive su cui è nato Sebastian – gli ha dato i natali Bradenton, ‘terra di tennis’ per via dell’accademia di Nick Bollettieri – Sebastian ha battuto in due set e con insospettabile saggezza Cameron Norrie, mancino dal tennis assai interessante. “Sono veramente gasato, non potrei essere più felice” ha detto Korda dopo il successo, tradendo tutta l’eccitazione dei vent’anni. “Mi sono allenato con il mio coach (Dean Goldfine, è nel team assieme a papà Petr – e chissà che non si aggiunga Agassi a breve, come da rumors), lui colpisce molto piatto. Ha funzionato. Norrie ha un gioco super estroso, il rovescio incrociato è di livello mondiale e il dritto è difficile da difendere. Sono contento del modo in cui ho giocato l’intera partita, per come sono rimasto aggressivo“.

Dicevamo dell’insospettabile saggezza perché dopo aver corsa di testa praticamente per tutto il match, sul 6-3 5-4 e servizio a disposizione il giovane Sebastian ha sentito un po’ la pressione e ha mancato due match point. “Sul primo è stato bravo lui, ma sul secondo ho fatto doppio fallo“. In realtà Korda ha buttato via entrambi i punti (il primo con un dritto abbastanza comodo in corridoio), ma ha ricevuto un piccolo aiuto dal suo avversario che nel game successivo gli ha reso il favore del doppio fallo; ottenuto così un altro break di vantaggio, lo statunitense ha rimesso in moto il suo tennis di pressione da fondocampo, sempre guidato dal dritto, e si è guadagnato la sua prima finale tra i grandi.

 

Non partirà favorito nel match contro Hubert Hurkacz, che da un lato ha fatto percorso netto – nessun set ceduto e due soli turni di servizio non difesi in tre partite – ma dall’altro non ha dovuto affrontare alcun top 100; tra quarti e semifinale, ha addirittura superato un giocatore che occupa la top 300 per un soffio (Quiroz) e un altro (Christian Harrison) che ha iniziato il torneo da numero 789 del mondo. Non certo un campo minato per il polacco, che ringrazia e oltre ai favori del pronostico in finale si prende anche la certezza di una testa di serie all’Australian Open (al momento la 29°); non a scapito di Lorenzo Sonego, per fortuna dell’italiano, poiché i forfait di Isner e Garin consentono al torinese di mantenere la 31° piazza nel seeding. Con Sinner che attende alla finestra: un altro forfait e ci sarà spazio anche per lui tra le teste di serie.

Il tabellone completo di Delray Beach

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