Dal Future durante la guerra civile alla 'gara' con Federer: Paolo Lorenzi si racconta

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Dal Future durante la guerra civile alla ‘gara’ con Federer: Paolo Lorenzi si racconta

Intervista al (quasi) 39enne Paolo Lorenzi, che sembra aver vissuto due carriere. “Tanti giocatori pensano di non poter più migliorare a 26 anni”. La nuova vita in Florida, il ritiro ancora lontano (‘Ma ogni anno potrebbe essere l’ultimo’) e i pronostici su Sinner e Musetti: “Numero 1 e top 10. Esagero?”

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto Jo Vinci)

Abbiamo raggiunto telefonicamente Paolo Lorenzi, che si sta allenando a Tirrenia dopo lo stop per il leggero infortunio al polpaccio, a pochi giorni dall’intervista con Giulio Zeppieri (che il 7 dicembre ha compiuto 19 anni). Quasi vent’anni esatti di differenza tra i due, nati rispettivamente nel 1981 e nel 2001, perché Paolino compirà 39 anni martedì 15 dicembre; abbiamo pensato di proporvi questo confronto generazionale a distanza di pochi giorni. Non facciamo gli auguri a Lorenzi perché pare porti male, farli in anticipo, ma lo ringraziamo per la solita disponibilità. E per le parole che ha speso nei nostri confronti.


Buongiorno Paolo, come va il polpaccio?
Molto meglio anche se è molto probabile che la mia stagione si concluda qua. (Ovviamente Lorenzi ha fatto di tutto per tornare in campo ed è andato a giocare l’ultimo Challenger della stagione a Maia in Portogallo, venendo eliminato al secondo turno da Zapata Miralles, ndr).

Quando parli dei tuoi tornei sembra di sfogliare l’atlante geografico. Rimbalzi da una parte all’altra del pianeta come un vero giramondo.
Per me è una cosa abbastanza normale perché quando inizia la stagione indoor se ami la terra rossa, come nel mio caso, ti devi spostare, migrare come le rondini.

 

Va bene, ma nel tuo caso c’è qualcosa di più. L’istinto del vero viaggiatore. Sbaglio?
Effettivamente mi è sempre piaciuto andare in giro. Ed è stata una fortuna visto il lavoro che faccio.

Il posto più strano dove hai giocato in tutti questi anni?
Direi il Future ad Abidjan in Costa d’Avorio nel 2009. Il montepremi era interessante e, iscrivendomi anche in doppio con Giancarlo Petrazzuolo, si rientrava abbondantemente delle spese. Peccato che fosse in corso una sanguinosa guerra civile, di cui non sapevamo nulla, e la città era presidiata da militari armati fino ai denti. Per non parlare dell’hotel, talmente malmesso che dopo tre giorni Petrazzuolo decide di tornarsene a casa. Io, rimasto solo, mi barrico in camera con i miei libri e mi faccio portare su i pasti. Uscivo solo per andare a giocare. In questo posto incredibile c’erano in realtà anche giocatori interessanti: Haider-Maurer, Donskoy e Andrej Martin che battei nei quarti. Il mio avversario in finale fu un giocatore del posto con classifica modesta (Valentin Sanon n.540 ATP, ndr). E io vinsi (6-3 6-4) nonostante i tifosi, accompagnati dai suonatori di bonghi, facessero un tifo infernale per il mio avversario.

Come mai la scelta di andare a vivere a Sarasota, Florida?
Guarda è successo tutto un po’ per caso. Parecchi anni fa vi giocai un Challenger (2012, sconfitta in finale contro Sam Querrey, ndr) e lì ho conobbi Giovanni Migliorini, proprietario di un paio di ristoranti con cui diventammo amici. Così ho avuto modo di scoprire un posto magnifico, bel clima, acqua sempre calda, l’Accademia IMG per allenarmi. Forse la località che mi è piaciuta di più tra tutte quelle che ho visto in giro per il mondo.

Tua moglie era d’accordo?
Dicevo sempre: “Appena smetto di giocare ci trasferiamo là”. Ma, visto che non smetto mai, quando mi hanno dato la green card abbiamo colto al volo l’occasione anticipando i tempi. All’inizio Elisa non era troppo convinta anche perché con l’inglese non è che se la cavasse tanto. Poi io ho ci ho messo del mio perché, appena arrivati, sono partito per una serie di tornei e sono stato via quattro mesi (ride, ndr.) Adesso però ci troviamo magnificamente.

E tu come vai con l’inglese?
Meglio ma è normale vivendo lì. Poi nel circuito devi per forza parlare inglese e/o spagnolo.

Che vita fai in Florida? Frequenti italiani?
Soprattutto italiani perché questo mio amico nei suoi ristoranti organizza sempre delle grandi tavolate di connazionali. Siamo davvero un bel gruppo.

Tra poco fai festeggi i 39 anni. Recentemente a Parma ti ho chiesto se avessi ingaggiato una gara con Federer su chi si ritira più tardi.
Sai, se devo eguagliare il suo prize-money sono costretto a giocare per sempre… e non mi basterebbe (ride, ndr).

A proposito di Federer, ho letto di quell’aneddoto di voi due a Wimbledon.
Troppo divertente, ero col mio allenatore Galoppini nel tunnel che portava al campo 1 e avevamo davanti Federer e il suo coach che all’epoca era Stefan Edberg. Io dissi a Claudio che per me il problema non era tanto battere Federer ma piuttosto che avrei perso anche da quell’altro (ride, ndr).

Tempo di bilanci?
Quanto ai bilanci cosa posso dirti? Ancora mi piace allenarmi, mi diverto a giocare i tornei. Quando una mattina mi sveglierò e mi accorgerò di non averne voglia, quello sarà il momento. Ma fino a che avrò queste buone sensazioni vado avanti. Ciò non toglie che ogni anno potrebbe essere l’ultimo.

L’anno scorso a Manerbio hai raggiunto le 400 vittorie nel circuito Challenger e hai nel mirino il record di Ramirez Hidalgo che è a 423. Quanto ti manca?
Dovrebbero mancare 6 o 7 partite, non so di preciso. (con l’ultima vittoria del 2020 a Maia, Lorenzi ha toccato quota 420 quindi gliene mancano 4 per superarlo, ndr). Ramirez Hidalgo comunque mi ha detto che se lo supero riprende a giocare visto che sostiene di avere il ranking protetto (ride. Ricordiamo che l’ex tennista spagnolo sta per compiere 43 anni e ha giocato l’ultimo match in un challenger nel giugno 2019, ndr).

“Crederci sempre” e “illusione” sono stati i mantra della tua carriera.
Illusione sì. Quando a 26 anni mi trasferii a Livorno ero ancora convinto di poter diventare un giocatore forte, e per forte intendo un top 100 che può giocare gli Slam direttamente in tabellone. Ci sono invece tanti giocatori che a 26 anni se sono ancora 200 in classifica non pensano più di poter migliorare, si accontentano.

A 26 anni Borg si ritirò.
Pensa te!

Parliamo di ATP. Raccontami di Kitzbuhel 2016, l’unico torneo ATP che hai vinto in carriera.
Fu una settimana fantastica. L’Argentina ci aveva appena battuto a Pesaro in Davis ed io, in coppia con Fognini, avevo perso il doppio 6-4 al quinto. Dunque il morale non era altissimo. Poi, pur avendo sempre giocato bene in altura, a Kitzbuhel non avevo mai brillato. Invece fu una settimana fantastica.

Paolo Lorenzi con il trofeo di Kitzbuhel

Le tre finali ATP che hai perso (San Paolo, Quito e Umago) ti hanno lasciato dei rimpianti?
Sicuramente quella di Quito perché non solo ebbi match point ma con Estrella Burgos in altura avevamo già fatto varie finali Challenger e avevo sempre vinto io al terzo. Quella fu l’unica finale che persi con lui (febbraio 2017 col punteggio di 7-6 5-7 6-7, ndr).

Con tutto questo tennis ti rimane tempo per seguire qualche altro sport?
Quando posso seguo la Fiorentina, ma adesso col fuso orario è un bel problema. Non mi dispiaceva seguire anche il basket quando a Siena c’era la Mens Sana. Qui in Florida ne ho approfittato per andare a vedere qualche partita NBA.

Quando sei in viaggio fai anche del turismo?
Ultimamente ho sviluppato una grande passione eno-gastronomica, quindi vado a caccia di buoni ristoranti. Soprattutto se il giorno dopo non devo giocare.

Nei momenti off cosa ti piace fare?
Leggo tanto, prima quando partivo mettevo in valigia almeno 5 o 6 libri, adesso la tecnologia mi aiuta e sfrutto molto i kindle. Il mio libro preferito è senza dubbio “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas che ho letto più di una volta.Poi uso parecchio Netlix. Adesso sto guardando “Sherlock Holmes” e recentemente ho finito “La casa di carta”. Tutto rigorosamente in inglese così ne approfitto anche per migliorare la lingua.

Nel circuito chi sono i tuoi migliori amici?
Noi italiani siamo molto bravi perché quando ci incontriamo in giro per tornei andiamo sempre a cena assieme. Gaio e Giannessi sono quelli con cui sono più legato soprattutto perché negli anni di Tirrenia abbiamo sviluppato uno splendido rapporto. Ma, ripeto, anche con gli altri facciamo gruppo ed è molto bello.

Vengono anche i più giovani?
Sì certo, Dalla Valle, Pellegrino e anche altri, in particolare quelli che sono passati da Tirrenia.

A proposito di giovani, fammi un pronostico secco. Best ranking in carriera di Sinner e Musetti.
Sinner numero 1 e Musetti top 10. Esagero?

Un altro giovane che ben conosci è Giulio Zeppieri che l’anno scorso ti sconfisse a Parma.
Gran bella partita la sua, purtroppo per me. Giocò un ottimo tennis, spingeva molto.

Recentemente stavo guardando il Challenger di Orlando ho visto un ragazzino molto interessante: Zachary Svajda, 18 anni scarsi. Ti ricorda qualcosa vero?
Stai buono, non farmi ricordare quella partita (US Open 2019, primo turno, ndr). Faticai come un matto, sotto due set a zero, sotto di un break al quarto. Mi salvai per un pelo. John Isner, con cui si allena spesso, mi disse alla fine: “Bravino il ragazzo eh?”.  Mi domando però come mai tutti mi chiedono sempre di Sinner e Musetti, ragazzi e giocatori fantastici intendiamoci, ma forse stiamo trascurando un po’ Berrettini. In fin dei conti è il numero 10 del mondo!

Credo che il suo fantastico 2019 sia stato abbondantemente sottolineato dalla stampa specializzata. Poi hai ragione a dire che forse quest’anno è stato dato un po’ per scontato.
Non è giusto darlo per scontato, anche perché credo che sia un giocatore con ampi margini di miglioramento. Lasciando stare quest’anno che ha avuto tanti problemi fisici, l’anno scorso stava già cominciando a migliorare sui punti deboli. Per quanto è alto non si muove poi così male. E sul rovescio aveva cominciato a lavorare su interessanti variazioni. Penso proprio che l’anno prossimo alle ATP Finals di Torino avremo tre giocatori.

Torniamo agli Slam, qual è il tuo preferito?
New York, ma è normale. Fu lì che vinsi la mia prima partita Slam dopo 13 eliminazioni al primo turno! Flushing Meadows mi è sempre rimasto nel cuore, e anche tecnicamente è il torneo che si adatta maggiormente al mio stile. Infatti la palla è un po’ più lenta e rimbalza più alta rispetto agli Australian Open e ad altri tornei sul cemento.

Programmi per il prossimo anno?
Innanzitutto spero che si potrà finalmente andare in giro senza limitazioni e che ci libereremo da quest’incubo del Covid-19. Inizierò in gennaio con le qualificazioni degli Australian Open (sappiamo adesso che si giocheranno prima del 15 gennaio fuori dall’Australia, ndr). Verrò di sicuro in Europa, ovviamente anche in Italia, ma aspetterò che si giochi sulla terra battuta. La stagione indoor, come dicevo, cerco sempre di evitarla. Ad esempio avevo preso informazioni per Parma e quando mi hanno detto che la superficie era la stessa, velocissima, su cui si giocava la serie A ho rinunciato. Stesso discorso per Ortisei perché su questi campi è difficile fare la differenza. Se l’altro serve bene e gli girano due o tre palle la partita è già finita. Non è il mio tennis.

Grazie Paolo, auguri per il tuo imminente compleanno e per la stagione che ti aspetta.
Grazie a voi per tutto il lavoro che fate per il tennis.

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Al femminile

Ons Jabeur, Top 10 del tutto speciale

I risultati raggiunti nelle ultime stagioni dalla giocatrice tunisina non hanno precedenti nella storia del tennis femminile

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

In questo mese di ottobre Ons Jabeur ha conquistato un risultato storico, senza precedenti nel tennis femminile: per la prima volta una giocatrice proveniente da un paese arabo è entrata in Top 10. Il traguardo, ufficiosamente ottenuto dopo la vittoria ottenuta su Anett Kontaveit a Indian Wells, è stato certificato da WTA lunedì 18 ottobre.

Jabeur, tunisina, è salita dal numero 14 al numero 8, posizione confermata nel ranking di questa settimana. Penso sia giusto considerare come storico questo risultato non solo perché non ha precedenti, ma perché una tale affermazione potrebbe rappresentare un punto di riferimento per altre atlete provenienti da un ambito geografico e culturale che sino a oggi non era mai stato protagonista ad alti livelli nel tennis.

Convenzionalmente parlare di “paese arabo” significa riferirsi a una ventina di stati situati fra Africa e Asia. In pratica, la fascia di nazioni nord-africane principalmente affacciate sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, più quelle collocate, in Asia, tra penisola Arabica e vicino Oriente.




 

Africa e Asia. L’Asia ha già avuto tenniste di successo, e lo stesso vale anche per l’Africa. Per l’Africa però, in gran parte limitate al Sudafrica. Per esempio Amanda Coetzer, nata nel 1971 e capace di spingersi sino alla posizione numero 3 nel 1997. O più di recente Chanelle Scheepers, nata nel 1984 e con un best ranking da numero 37 nel 2011.

Ma giocatrici come Coetzer e Scheepers hanno una formazione e una provenienza lontanissime dal mondo arabo e nordafricano. Stesso continente, ma contesti troppo diversi: non potevano certo essere nella condizione di fare da traino per il tennis in nord-Africa. Ecco dunque che la carriera di Jabeur rappresenta un nuovo punto di riferimento significativo sotto diversi aspetti.

Innanzitutto sul piano culturale. Jabeur potrebbe diventare una figura importante in paesi nei quali lo sport al femminile fatica a trovare spazi comparabili a quelli maschili. E visto che un riconoscimento nello sport rappresenta anche un riconoscimento in senso più esteso sul piano sociale, si capisce che Ons potrebbe assumere un ruolo da non trascurare per moltissime giovani donne. Ricordo che quando si parla di mondo arabo ci si riferisce a quasi mezzo miliardo di persone (per di più con l’età media molto più bassa rispetto all’Europa). Di questo ruolo Jabeur è consapevole: “A volte quando giochiamo in Fed Cup vengono a trovarci alcune squadre africane. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che lo sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere un esempio. Spero che potremo vedere più giocatori dall’Africa nel Tour”.

Ma anche sul piano del mercato sportivo l’impatto di Jabeur potrebbe assumere un certo peso. Di sicuro ai piani alti della WTA non sono dispiaciuti di avere trovato una giocatrice come lei, perché il mondo arabo è composto da nazioni con un reddito pro capite molto basso, ma anche da nazioni molto ricche. Già oggi vengono organizzati due tornei economicamente rilevanti a Doha e Dubai, e non è detto che in futuro una espansione di praticanti nei paesi arabi non possa far crescere il numero di eventi in calendario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Cina dopo il boom della generazione guidata da Li Na. E anche se oggi la pandemia ha fermato lo swing asiatico, l’apporto cinese rimane fondamentale per gli equilibri economici del circuito femminile.

Infine, visto che parliamo di Ons Jabeur e di tennis, ad essere contenti dei suoi successi penso siano anche i tanti appassionati sparsi per il mondo, di qualsiasi nazione e cultura, che semplicemente amano il gioco vario e creativo. Perché Jabeur non è speciale soltanto in quanto “tennista araba”, ma anche in quanto giocatrice di talento. Non solo: quando affronta i match, appare evidente che non ha la vittoria come scopo eslcusivo da raggiungere. Oltre al successo, quando scende in campo c’è anche la volontà di conquistare il favore del pubblico. A Jabeur, infatti, piace sorprendere gli spettatori attraverso prodezze inattese, e la ricerca del colpo spettacolare è parte stessa del suo DNA di tennista. “In campo sin da bambina mi piacevano i colpi divertenti e folli, mi piacevano le soluzioni originali. Riflettono la mia personalità.

E così, a 27 anni compiuti, Jabeur ha finalmente conquistato uno degli obiettivi che sin da ragazzina pensava di poter raggiungere. Ha scritto di recente per Behind the RacquetHo attraversato momenti difficili, mi sono chiesta se lasciare il tennis e tornare a scuola. Ma alla fine continuavo a tornare alla mia idea di ragazzina: diventare la numero 1 al mondo, vincere uno Slam. Non posso fare a meno di sognare in grande. Entrare fra le prime cento non era sufficiente per me, non mi avrebbe mai accontentato”.

Ora sembra che nessun traguardo le sia precluso, ma per arrivare a questo punto c’è voluto parecchio tempo. Dato che Jabeur è nata il 28 agosto 1994, non si può dire sia stata una giocatrice dalla maturazione rapida. Come mai? Penso che le ragioni siano legate in parte alle sue specificità fisico-tecniche, ma probabilmente anche la sua provenienza ha, almeno in parte, avuto un ruolo. Vediamo come.

a pagina 2: Gli inizi e i primi anni in WTA

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ATP

ATP Vienna: Berrettini avanza, le Finals sono una certezza

Ordinaria giornata di lavoro all’Erste Open per Matteo: Popyrin dà battaglia per un set

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Matteo Berrettini - Vienna 2021 (Foto Felice Calabro’)
[3]M. Berrettini b [Q]A. Popyrin 7-6(3) 6-3

Se Sinner dovrebbe offrire una cena di pesce a Hurkacz, certo Berrettini almeno un caffettino lo potrebbe proporre allo scozzese, visto che oggi Matteo si è guadagnato la matematica certezza di staccare il biglietto per le Nitto ATP Finals, unico italiano della storia a fare il bis. Ma lasciando da parte la matematica che tanto ci appassionerà nelle prossime due/tre settimane andiamo a vedere cos’è successo in campo. Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto. Una massima che in pratica si applica in tutti quei casi in cui due giocatori molto simili si incontrano allora 9 volte su 10 quello un po’ migliore tende a vincere. Certo, nei casi in cui coincidono la giornata ottima e la giornata mediocre, ma non è stato questo il caso e Berrettini ha portato a casa il match. 

Popyrin nel 2019 agli US Open aveva dato filo da torcere all’italiano prima di cedere in quarto set. Stasera, facendo le dovute proporzioni è successa un po’ la stessa cosa; il primo set si è mantenuto sui binari dell’equilibrio con Berrettini che ha fatto ampiamente il suo dovere sia sulla prima che sulla seconda, mentre l’Australiano, pur concedendo qualcosina in più della seconda, ha sbarrato la strada egregiamente con la prima. Insomma in una partita dominata dai servizi (come si vede anche dai dati) ha portato inevitabilmente il primo set al tie break. 

Un tie break nel quale entrambi i giocatori hanno accusato segni di nervosismo, con ben 4 minibreak nei primi 7 punti. Poi però Matteo ha ripreso il comando delle operazioni con l’uso intelligente di alcune palle sui piedi di Popyrin (molto intelligente l’uso dello slice lungolinea da parte del romano in alcune occasioni). In generale proprio la capacità di manovrare quando lo scambio si avviava e le combinazioni servizio e dritto non riuscivano a uccidere lo scambio è emersa con chiarezza la superiorità di Berrettini, come emerge dalle statistiche.

 

Il secondo set comincia così sulla falsariga del primo, con un Popyrin che perde un po’ di intensità al servizio, con Berrettini che arrivava più minacciosamente a palla break nel quarto game, nel quale però l’australiano riusciva in qualche modo a salvarsi. La sentenza era però nell’aria e veniva rimandata solo di un turno di servizio, chiuso da Matteo con sicurezza. Emblematico il punto che ha concesso il break a Berrettini, che grazie ad una velenosa risposta bloccata che finiva bassa sui piedi di Popyrin portava quest’ultimo all’errore e a consegnarsi ad una sconfitta in due set; sconfitta onorevole ma tutto sommato netta se consideriamo che l’avversario di Matteo non è riuscito in tutta la partita ad arrivare nemmeno a palla break. Nell’intervista post partita il tennista romano ha poi parlato ad ampio raggio, soprattutto in chiave Finals: 

Sono ovviamente contento e molto orgoglioso di essere il primo italiano ad arrivare per due volte alle Finals e a raggiungere questo risultato… Rispetto al 2019 ho un livello di consapevolezza diverso: allora era stata un risultato completamente inatteso ed è stata un’esperienza fantastica poter aver preso parte a quell’evento; oggi la situazione è diversa: ho raggiunto maggior maturità e consapevolezza dei miei mezzi e sono convinto di poter far parte dell’elite del tennis…Rispetto a quello che erano i miei obiettivi e le mie aspettative, devo dire che anche in considerazione di quanto si stato complicato il 2020 – sia sotto il profilo agonistico che sotto il profilo personale – non mi aspettavo di riuscire a tagliare il traguardo delle Finals con tanto anticipo e con questo margine: pensavo fosse un obiettivo raggiungibile ma il come è andato oltre le aspettative…Essere a Torino sarà una grande festa, con le Finals organizzate in Italia e un italiano a rappresentare il nostro paese nella crema del tennis mondiale…rispetto alle mie condizioni fisiche al momento mi sento bene; giocare indoor è sempre una cosa particolare, giocare aiuta a trovare il feeling giusto, per cui ascolterò il mio corpo e se non ci saranno problemi confermerò la mia schedule per la fine anno che prevede appunto Vienna, Bercy, le Finals e la Davis”.

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ATP

ATP San Pietroburgo, passano Bublik e Korda

Giornata di riscaldamento in Russia, in attesa di Rublev, Shapovalov, RBA e Aslan

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Sebastian Korda – ATP 250 Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Un classico lunedì tranquillo al St. Petersburg Open, con tre soli incontri di singolare del tabellone principale. Sebastian Korda viene impegnato più del previsto da Nino Serdarusic, wild card croata che cede in due set molto tirati, con un solo break in tutto il match. Il primo parziale si decide al tie-break, con Korda che prende subito il largo aiutato dall’imprecisione del n. 248 ATP e mette a referto il 7-2. Nel secondo set, sul 5 pari, un paio di ottime risposte su altrettante seconde di Serdarusic e due gratuiti consentono a Korda di chiudere con la battuta. “Penso che lui abbia assolutamente giocato a un livello molto superiore alla sua classifica” spiega il classe 2000 di Bradenton. “Entrambi abbiamo servito molto bene, con tante prime in campo”. Tre su quattro, infatti, con percentuali di trasformazione più alte per Sebi, ma di tutto rispetto anche quelle di Nino che ha annullato 6 palle break delle 7 concesse. Non è invece mai riuscito a rendersi pericoloso in risposta e avrebbe forse dovuto provare a cambiare la posizione in ribattuta, sempre molto vicina al campo sulla prima statunitense e raramente aggressiva sulla seconda, contrariamente a quanto proposto da Korda, che ora affronterà il vincente fra van de Zandschulp e Nishioka, un duello tra qualificati.

Prima di loro, Jan-Lennard Struff ha fatto suo in due set il confronto inedito con James Duckworth, il ventinovenne di Sydney tormentato da mille infortuni che ha iniziato la stagione fuori dai primi 100 e ora è un solo passo dal varcare per la prima volta la soglia della top 50. Nell’occasione, ha faticato eccessivamente sulla propria seconda e non è riuscito a prendersi il primo parziale pur servendo sul 5-3 anche per merito della reazione tedesca. Struff si scatena anche nel tie-break per poi incamerare 6-3 la seconda partita in virtù dello strappo in un quarto gioco da ventisei punti. Al secondo turno troverà Alexander Bublik che senza alcun problema apparente supera Evgenii Tiurnev con un break per set in poco più di un’ora. Il numero 304, wild card alla seconda apparizione nel Tour, è in realtà coetaneo e concittadino del naturalizzato kazako nativo però di Gatchina, in Russia, e il bell’abbraccio sorridente fra i due a fine match fa intuire che qualcosa li lega: “Non ci volevo giocare” dirà infatti Bublik. “Siamo cresciuti insieme, è stato un incontro difficile e molto emotivo”.

Risultati:

 

J-L. Struff b. J. Duckworth 7-6(3) 6-3
[8] S. Korda b. [WC] N. Serdarusic 7-6(2) 7-5
[7] A. Bublik b. [WC] E. Tiurnev 6-3 6-4

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