Rendimento post-lockdown: Djokovic al comando, Sinner da Top 10

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Rendimento post-lockdown: Djokovic al comando, Sinner da Top 10

Thiem ha fatto più punti di tutti negli Slam, mentre Rublev è quello che ha vinto più partite. Meglio la programmazione tradizionale di Nole o il poco ma buono di Nadal?

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Novak Djokovic e Rafa Nadal - Roland Garros 2020 (via Twitter, @australianopen)

Per chi fosse interessato, i dati completi sui Top 100 possono essere consultati qui

Ormai è stato scritto ad nauseam, ma a pochi giorni dall’inizio di un nuovo anno di tennis occorre tirare fuori di nuovo il truismo: la stagione 2020 è stata unica nella storia del gioco, e per certi versi non è stata una stagione ma due, visto il baratro di cinque mesi solcato dal coronavirus fra marzo e agosto. Il blocco ha causato una temporanea riforma del ranking, che ha un po’ gattopardescamente assicurato la permanenza al top anche a chi, per vari motivi, non è sceso in campo alla ripresa o ha reso al di sotto delle aspettative, offuscando parzialmente la natura competitiva e meritocratica delle classifiche – a scanso di equivoci, non si tratta di una critica, il modello scelto è stato il migliore possibile date le circostanze.

Per questo motivo, è interessante guardare a chi ha fatto meglio tra agosto e novembre, così da vedere quali possano essere le gerarchie attuali del gioco e se i risultati degli ultimi mesi possano avere un valore predittivo per il 2021, soprattutto in termini di attendibilità. Per fare una valutazione si sono scelti tre valori: percentuale di vittorie, vittorie totali e punti totali.

 

I DATI

Di seguito si possono vedere i 15 giocatori con la più alta percentuale di vittorie sull’ATP Tour da agosto a novembre, con fra parentesi i tornei in cui hanno vinto più della metà delle partite giocate:

  • Djokovic 82,14 (Cincinnati, US Open, Roma, Roland Garros)
  • Rublev 78,79 (US Open, Amburgo, Roland Garros, San Pietroburgo, Vienna)
  • Zverev 78,57 (US Open, Roland Garros, Colonia 1, Colonia 2, Bercy)
  • Nadal 77,78 (Roma, Roland Garros, Bercy)
  • Medvedev 76,92 (Cincinnati, US Open, Vienna, Bercy, Finals)
  • Thiem (US Open, Roland Garros, Vienna, Finals) e Raonic (Cincinnati, US Open, San Pietroburgo, Anversa, Bercy) 76,19
  • Sinner 72,73 (Roma, Roland Garros, Colonia 2, Sofia)
  • Hanfmann 70 (Kitzbuhel)
  • Bautista Agut 68,75 (Cincinnati, US Open, Amburgo, Roland Garros, Colonia 1)
  • Humbert (Roma, Amburgo, Anversa, Bercy) e Carreno Busta (US Open, Roland Garros, Bercy) 66,67
  • Davidovich Fokina (US Open, Colonia 1, Colonia 2, Bercy) e Dimitrov (Roma, Roland Garros, Vienna) 64,7
  • Tsitsipas 64 (Cincinnati, US Open, Amburgo, Roland Garros)

La parola d’ordine qui è continuità. Come si può notare, infatti, i primi sei di questa classifica fanno parte della Top 8 del ranking, segno che sostanzialmente i migliori hanno continuato a macinare vittorie, incluso Rublev che si è guadagnato il posto alle Finals da agosto in poi ma che aveva comunque vinto due tornei (Doha ed Adelaide) a inizio anno – non era scontato che questo succedesse, ed è indice di un approccio costruttivo ai mesi di interruzione del circuito.

Gli unici intrusi oltre il 70 percento di vittorie sono Milos Raonic, che ha dimostrato di essere ancora competitivo ai massimi livelli se sano (ha fatto bene in particolare nei 1000 di Cincinnati/New York e Bercy), Yannick Hanfmann, favorito dal gran torneo giocato a Kitzbuhel ma comunque solido anche quando il campione si estende a qualificazioni e Challenger (ha vinto due terzi dei match totali giocati) e Jannik Sinner. L’azzurro ha finito la stagione vincendo 13 delle ultime 16 partite (una delle sconfitte è stata un ritiro, e le altre sono arrivate con Nadal e Zverev) e dimostrato una grande continuità che fa ben sperare per il futuro, soprattutto se si considera che, dopo una partenza lenta con i crampi di New York, l’altoatesino ha iniziato ad ingranare sulla superficie meno amata, la terra battuta, e questo è forse l’elemento più confortante.

La sua ascesa è ancora più evidente, peraltro, se si guarda ai 15 giocatori che hanno vinto più partite (sempre nel circuito maggiore), con Sinner ad occupare la quinta piazza:

  • Rublev 26
  • Djokovic 23
  • Zverev 22
  • Medvedev 20
  • Thiem, Tsitsipas, Raonic, Schwartzman e Sinner 16
  • Nadal, Humbert e Carreno Busta 14
  • Shapovalov 13
  • Mannarino e Coric 12

Sinner non è l’unico Next Gen a comparire in una delle due classifiche (due nomi di giocatori in forte ascesa ma forse non ancora troppo noti, la cui presenza in queste liste può quindi colpire, sono quelli di Alejandro Davidovich Fokina e di Ugo Humbert), mentre la presenza di giocatori sopra i 30 anni (al di là di Nadal e Djokovic, ça va sans dire) inizia a rarefarsi – gli unici altri nomi sono quelli di Bautista Agut e Mannarino. 

Per riassumere, in ogni caso, il rapporto fra i due dati è rappresentato nel seguente grafico, che include chi ha vinto almeno il 60 percento dei propri match:

Rapporto fra vittorie e percentuale di incontri vinti (agosto-novembre 2020)

Il primo dato che salta agli occhi è che gli stessi giocatori occupano il podio nelle due categorie, con Djokovic e Rublev a darsi la staffetta al comando e Zverev subito dietro. Mentre Nole però gioca e vince quasi solo nell’acme dei tornei (1000, Slam e Finals), il russo e il tedesco hanno diversificato un po’ di più: Rublev ha vinto 15 partite (su 15) nei tre 500 giocati, quindi più della metà delle 26 ottenute, mentre Sascha (che pure ha raggiunto due grandi finali a Flushing Meadows e a Bercy) ha rimpolpato il suo bottino con otto vittorie consecutive nel quindicinale di Colonia, un doppio torneo creato quasi solo per lui.    

In virtù di questo approccio bottom-up e più dimesso dei due, le cose cambiano quando si guardano i 15 leader per punti totali, con Zverev che scivola al quinto posto e Rublev al sesto:

  • Djokovic 3870
  • Medvedev 3545
  • Thiem 3260
  • Nadal 2940
  • Zverev 2690
  • Rublev 2565
  • Schwartzman 1750
  • Tsitsipas 1735
  • Carreno Busta 1360
  • Raonic 1275
  • Shapovalov 990
  • Sinner 865
  • Coric 850
  • Ruud 740
  • Humbert e Bautista Agut 720

Ciò che colpisce in un ranking tanto circoscritto è che i vincitori Slam (intestatari di assegni da 2000 punti cadauno) siano esclusi dai primi due posti, cosa che ci dice molto di quanto portare a casa quei sette match da tre su cinque costi dal punto di vista fisico.

Dopo aver vinto Flushing Meadows, Thiem (primo sia dalla ripresa che in tutto il 2020 per punti conquistati negli Slam) ha saltato Roma, è crollato nel quinto set contro Schwartzman a Parigi, ha giocato Vienna con un problema al piede, ha saltato Bercy, e si è espresso al meglio solo alla O2 Arena; Nadal, di contro, ha scelto (giustamente) di concentrarsi sul suo Slam preferito, vincendo un numero relativamente basso di partite ma chiaramente ottenendo ciò che voleva dalla propria filosofia programmatica (a parte forse vincere un grande torneo indoor dopo 15 anni). Entrambi sono superati da Medvedev, che ha avuto un rendimento per certi versi opposto a quello del connazionale Rublev: nei 500 ha avuto un ruolino da sole tre vittorie ed altrettante sconfitte, mentre fra 1000, Slam e Finals ha vinto 17 match su 20 (10 su 15 per Andrey).

Detto questo, si noterà come Djokovic conduca sia per percentuale di vittorie che per punti totali. Fa dunque sorridere che si possa considerare il post-lockdown come un fallimento per Nole, perché se è vero che non è riuscito ad accorciare le distanze da Federer per il record totale di Slam vinti (perdendo anzi terreno da Nadal) o a raggiungere lo svizzero per vittorie alle ATP Finals, ha comunque vinto due Master 1000 (negli eventi maggiori ha vinto 21 incontri, più di tutti, ed è secondo solo a Medvedev per percentuale, 85 percento a 84) e si è assicurato il sesto titolo di numero uno di fine anno, pareggiando il record Open di Sampras e avvicinandosi sempre più al record di settimane in vetta. Ciononostante, sorge spontaneo il quesito su quale approccio sia stato migliore, se quello più tradizionale del serbo o quello più calibrato di Nadal, che ha deciso di dosarsi giocando (e stravincendo) un solo Slam – la risposta non può che essere soggettiva in questo caso.

CONCLUSIONI

Torniamo però alle domande iniziali: le classifiche di questi tre mesi sono una rappresentazione fedele dei valori del tennis maschile? Possono darci indicazioni per il futuro? Come sempre, la risposta non è manichea. Da un lato, si è fatta menzione della superiorità manifesta dei top player che sono scesi in campo validando la propria posizione di preminenza, e questo sembrerebbe far pensare che tutto sommato il gotha del gioco sia consolidato, e probabilmente è così.

D’altro canto, però, ci sono dei caveat altrettanto evidenti, rappresentati dall’assenza di molti grandi giocatori e dalle condizioni psico-fisiche di altri, talmente negative da non poter essere oggettivamente considerate dei trend a lungo termine. Da agosto, quattro top 100 non sono mai scesi in campo: Federer, Kyrgios, Tsonga e Pouille. Altri non hanno vinto neanche una partita in assoluto: Basilashvili (zero su nove!), Monfils e Querrey sono rimasti a secco, mentre quelli che hanno vinto delle partite ma non nel tour principale sono Chardy, Sousa, Ymer, Kohlschreiber e Mager.

In Top 50, inoltre, diversi sono rimasti sotto i propri standard, spesso per ragioni specifiche: tra loro Fognini (reduce da un doppio intervento alle caviglie), Paire (la cui non abnegazione durante il lockdown non è mai stata in dubbio), Edmund, e in misura minore Goffin, unico altro Top 25 oltre al ligure e a La Monf a rimanere sotto il 50 percento di vittorie – nel suo caso i preparativi per le nozze e la susseguente positività al Covid-19 sono le probabili cause.

In sintesi, pertanto, molti giocatori hanno dovuto prendere questa fase (loro malgrado) come un periodo transitorio in cui risolvere i propri problemi fisici con il conforto del nuovo ranking, per molti altri è possibile che le motivazioni siano venute a mancare, e per la sicurezza in classifica e per la mancanza del pubblico, e per altri la condotta durante il lockdown potrebbe non essere stata ineccepibile. Inoltre, la distribuzione dei tornei a livello di superfici è stata un po’ diversa dal solito, senza erba, con una percentuale di molto inferiore di tornei sul cemento all’aperto e con delle condizioni probabilmente irripetibili su terra – giocatori che hanno fatto bene soprattutto indoor, come per esempio Mannarino, o sul rosso pesante dell’autunno appena passato, potrebbero non riuscire a ripetere gli stessi risultati nel 2021.

La somma di questi fattori fa quindi pensare che il declino dei delusi possa essere solo temporaneo, anche se va sottolineato che molti dei tennisti elencati fra gli inattivi o fra quelli dal rendimento negativo sono decisamente avanti con gli anni, e come detto gli ultratrentenni in grande spolvero da agosto non sono stati molti – è possibile che la lunga pausa abbia consumato gli ultimi scampoli della competitività della gran parte dei veterani.  

CHALLENGER E QUALIFICAZIONI

Diamo una breve occhiata, infine, a chi è stato particolarmente continuo nelle aree ancillari al tour principale. Di seguito si trova un grafico che mette in relazione vittorie totali e percentuale fra coloro che includendo qualificazioni e Challenger hanno raggiunto il 60 percento di vittorie:

Rapporto fra vittorie e percentuale di incontri vinti di chi ha giocato Challenger e qualificazioni (agosto-novembre 2020)

Tolti Stan Wawrinka, che ha deciso di giocare i due Challenger di Praga invece di giocare a New York, finendo per affrontare avversari ben al di sotto del suo livello, e Ricardas Berankis (troppe poche partite per fare una valutazione), gli altri (Cecchinato e Martinez in particolare) hanno tutti vinto in maniera consistente, spesso trovando degli exploit anche nel circuito maggiore. E nel 2021 aver chiuso così tante partite potrebbe spingerli a salire ulteriormente in classifica, perché una vittoria è una vittoria a qualsiasi livello, e trovare continuità ed autostima in una fase con così pochi tornei potrebbe garantire loro un vantaggio, al netto, urge ribadirlo, di condizioni che potrebbero essere molto diverse.

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I Big Three continueranno a fare la storia

Da questa settimana, il leggendario Steve Flink farà parte della squadra di Ubitennis, contribuendo con due articoli speciali ogni mese. Il primo si concentra sulla caccia di Federer, Nadal e Djokovic al record di Slam vinti

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Djokovic, Federer, Nadal (foto di Tasha Pop)

I più grandi giocatori di sempre si distinguono per la suprema maestria, lo straordinario talento e lo sconvolgente acume che dimostrano durante le partite. Sono atleti superiori, agonisti di altissimo livello e persone eccezionali, che sanno come raggiungere il successo con la loro volontà, la forza del pensiero e il profondo impegno. Sono migliori di chiunque altro perché trovano il sapore della sconfitta intollerabile e perché riescono a gestire con compostezza ed estro una pressione quasi insopportabile.

E fra questi troviamo Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic, un trio di icone che ha totalmente catturato per quasi due decenni l’immaginario del pubblico sportivo, dominando questo sport con imprese eterne. Pensateci: Federer e Nadal sono appaiati in cima alla classifica maschile dei vincitori di Slam in singolare con 20 titoli ciascuno, mentre Djokovic è appena al di sotto dei suoi due principali rivali a 18. Federer ha 39 anni, Nadal 34 e Djokovic 33, ma ciò non sembra avere importanza: sono tutti e tre inscalfibili e, per molti versi, senza età. Combattono con ferocia il trascorrere del tempo e sono ancora sempre loro a dettare il ritmo e a trionfare nei tornei maggiori.

Dopo che Djokovic si è di recente assicurato il suo nono Australian Open, utile anche a colmare il divario tra lui e i suoi rivali, i tifosi di tutto il mondo hanno ripreso a concentrarsi con rinnovato vigore sull’affascinante rivalità tra questi tre giganti dello sport per la supremazia storica nei prestigiosi eventi del Grande Slam. Alla luce di ciò, siamo stati costretti a riesaminare la competizione tra i tre e a immaginare cosa succederà e chi sarà in cima alla montagna del tennis quando tutto sarà finito.

 

Ma prima di proporvi la mia previsione, lasciatemi riflettere su cosa è accaduto in questi anni che ci ha portati a questa situazione. Il passato non è necessariamente un prologo di quello che succederà, ma vale la pena considerarlo per capire cosa potrebbe riservare il futuro a questo incomparabile trio.

Alla fine del 2005 – con Djokovic già N.83 al mondo ma appena 18enne e non ancora competitivo nelle prove Slam – Federer aveva già collezionato sei titoli – il suo primo major a Wimbledon 2003, poi tre nel 2004 e altri due nel 2005. Lo stesso anno un Nadal 19enne vinceva il suo primo Slam al Roland Garros e quindi, anche se con cinque titoli in meno del suo rivale svizzero, il mancino spagnolo era ufficialmente all’inseguimento.

Tre anni più tardi, alla fine del 2008, Federer incrementava il suo vantaggio su Nadal. Era così a quota 13 titoli Major, mentre Nadal portava il suo totale a cinque, ma Federer aveva ancora un margine maggiore rispetto a qualche anno prima. Ciononostante, dopo aver vinto il suo quarto titolo al Roland Garros quell’anno, Nadal era riuscito a uscire vittorioso anche ai Championships, fermando Federer sui prati dell’All England Club in un’epica finale che lo aveva portato a vincere Wimbledon per la prima volta.

Rafa Nadal e Roger Federer – Wimbledon 2008 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Si è trattato di certo di un momento cruciale non solo nella rivalità Nadal-Federer, ma anche nella storia del gioco. Federer aveva vinto Wimbledon per cinque anni di fila fino ad allora, ma ora Nadal era riuscito a prevalere sul migliore giocatore al mondo su erba e sul suo terreno preferito. Nel mentre, Djokovic lasciava il segno a Melbourne durante la stagione 2008, vincendo il suo primo titolo all’Australian Open e rivendicando qui il suo primo Major. Anche quello è stato un momento decisivo nella storia del tennis e chiaramente un segno premonitore sul futuro del carismatico serbo.

Spostiamoci alla fine del 2011, con Djokovic che celebrava una stagione spettacolare vincendo 3 dei 4 titoli del Grande Slam. Aveva iniziato quella stagione magnificamente, dominando 41 match di fila prima che Federer lo eliminasse nelle semifinali del Roland Garros. Grazie a quella spettacolare stagione, Djokovic si ritrovava a quel punto con quattro titoli del Grande Slam nel suo palmares, ma Federer e Nadal erano ancora molto al di sopra di lui con rispettivamente 16 e 10 titoli. Nel 2009, con il suo sesto titolo a Wimbledon Federer aveva straordinariamente superato il record di Pete Sampras di 14 Major, ma purtroppo ne aveva poi vinto solo uno nel 2010 e nessuno nel 2011. Nadal ne aveva raccolti cinque in tre anni per terminare il 2011 un po’ più vicino a Federer, anche se ancora ben distante. Inoltre, sia Federer che Nadal capivano che Djokovic era adesso inequivocabilmente e irrevocabilmente a caccia di Slam. Sembrava però ancora inconcepibile che Djokovic potesse mai raggiungere Federer, ma gli appassionati più arguti sapevano che Djokovic aveva appena iniziato ad esplorare il suo pieno potenziale.

Il serbo, però, avrebbe poi raccolto solo altri tre Slam dal 2012 al 2014, meno di quello che molti dei sopracitati osservatori avevano previsto. Nadal ne accumulava quattro in quei tre anni, mentre Federer solo uno – Wimbledon 2012. Al calo del sipario del 2014, il conteggio era il seguente: Federer 17, Nadal 14, Djokovic 7.

Consideriamo ora la situazione a fine 2017. In quella stagione Federer e Nadal si erano spartiti i quattro Slam, mentre Djokovic aveva avuto una stagione difficile. Nel 2015 e nel 2016, Djokovic si era affermato come il primo tennista del circuito maschile ad aver vinto quattro Major di fila dai tempi di Rod Laver che aveva completato il suo secondo Grande Slam nel 1969. Djokovic aveva vinto tre Slam nel 2015 e altri due nel 2016, per poi accusare problemi al gomito che gli avevano impedito di aggiungerne altri alla sua collezione. Alla fine del 2017, Federer aveva raggiunto i 19 titoli, Nadal 16 e Djokovic 12. Gli esperti di tennis erano concentrati sulla gara tra Federer e Nadal, due competitors che stavano letteralmente segnando la storia, restando però ben attenti alle incursioni di Djokovic.

Comunque, poiché Nadal era cinque anni più giovane di Federer, c’era la crescente sensazione che potesse essere lui l’uomo che avrebbe eguagliato o superato Federer in numero di major vinti. Djokovic stava lottando con i suoi problemi fisici. La maggior parte delle autorità tennistiche credevano che il serbo sarebbe stato destinato a concludere la sua carriera al terzo posto in questa classifica, presumibilmente avrebbe superato Sampras, ma era ancora un’ipotesi azzardata pensare che avrebbe superato Federer e Nadal.

Ma guardate cosa è successo da allora: dopo un’operazione al gomito, Djokovic dalla metà del 2018 è tornato ancora una volta al top del suo gioco, rientrando nel giro delle vittorie nel momento in cui contava di più. Quell’anno si era assicurato il titolo a Wimbledon e allo US Open, aggiungendo poi altri due Major nel 2019, e ad oggi è stato vittorioso agli ultimi tre Australian Open. Ha vinto sei degli ultimi 10 Major, portando il suo totale di titoli del Grande Slam a 18.

Nel frattempo, Nadal ha raggiunto Federer a quota 20 lo scorso autunno con il suo tredicesimo trionfo all’Open di Francia. La continuità dello spagnolo, prevalentemente al Roland Garros, è stata la sua più grande forza. Ha stabilito un record nel circuito maschile vincendo almeno un Major per dieci anni consecutivi (2005-2014), e in 14 delle precedenti 16 stagioni, dal 2005 al 2020, ha vinto uno o più Major. Si è così guadagnato il suo posto accanto a Federer in cima alla lista. Il Maestro svizzero, comunque, è stato fuori dai giochi nei Major dalla semifinale dell’Australian Open nel 2020 persa per mano di Djokovic. Prima di allora, aveva avuto due match point nella finale di Wimbledon 2019 per poi perdere da un incredibile Djokovic, inchinandosi galantemente al tiebreak al quinto sul 12-12. Ha così perso un’opportunità d’oro per spodestare sia Nadal che Djokovic nello stesso torneo dello Slam, un’impresa da lui mai realizzata.

A pagina 2, le previsioni di Flink sugli ultimi anni dei Big Three

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WTA

Psicodramma Svitolina a Doha: Azarenka infortunata la beffa in due set. Semifinale con Muguruza

Vika entra in campo con evidenti problemi alla schiena, ma riesce a portare a casa il match grazie anche alla complicità della propria avversaria. Kvitova supera Kontaveit in tre set, Pegula rulla Pliskova

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La giornata dei quarti di finale al WTA 500 di Doha è stata davvero interessante e ricca di sorprese. Il primo incontro, quello tra Petra Kvitova e Anett Kontaveit, è stato sicuramente il più bello dal punto di vista della qualità di gioco. Entrambe le giocatrici si sono infatti scambiate legnate da fondo e vincenti (più di 30 per tutte e due le giocatrici) per tre set e quasi due ore. Alla fine è stata Kvitova a spuntarla, ma l’estone ha giocato davvero bene. I primi due set hanno avuto andamento simile e identico punteggio: nel primo Kvitova ha preso subito il sopravvento, salendo 5-1 e chiudendo 6-3; nel secondo è stata Kontaveit a guidare fin dall’inizio. Nel terzo parziale ci si aspettava grande equilibrio, ma la ceca è partita con una marcia in più e in un battibaleno si è trovata avanti 3-0 con un doppio break di vantaggio.

A questo punto Kontaveit ha trovato la forza e il tennis per reagire, strappando il servizio all’avversaria e inaugurando una serie di quattro break consecutivi (cinque considerando anche quello che ha dato il 3-0 a Kvitova). Sul 5-2 però Petra non ha esitato e alla prima occasione ha posto fine ad una partita davvero divertente e di buonissimo livello. La sua avversaria in semifinale sarà Jessica Pegula che, a sorpresa (ma non troppo), ha dominato la partita contro Karolina Pliskova. La statunitense, recentemente giunta ai quarti di finale dell’Australian Open, ha impiegato appena un’ora per sbarazzarsi di una Pliskova troppo brutta per essere vera, con il punteggio di 6-3 6-1.

Il quarto di finale teoricamente più stuzzicante alla vigilia, ovvero quello che vedeva opposte Elina Svitolina e Vika Azarenka, è stato molto deludente sotto il profilo del gioco, ma ricco di pathos. Nonostante quello che il 6-2 6-4 potrebbe lasciare intendere, per Vika vincere questa partita è stata tutt’altro che una passeggiata, anzi è stato un mezzo miracolo, incoraggiato dalla prestazione davvero da dimenticare della sua avversaria. La bielorussa si è presentata in campo in evidenti difficoltà fisiche: sin dal palleggio e dai servizi di riscaldamento si potevano notare plateali smorfie di dolore, legate probabilmente a qualche problema alla schiena o al fianco. I primi punti hanno confermato il sospetto, con Vika che dopo ogni colpo appariva corrucciata e dolorante. Nonostante questo, Svitolina le ha regalato un immediato break in apertura, prontamente recuperato nel game successivo, durante il quale Azarenka si è fermata per farsi trattare la parte bassa della schiena.

 

Giocare contro un’avversaria infortunata non è mai facile, ma Svitolina è sembrata completamente in balìa della situazione, schiacciata dai troppi pensieri. L’ucraina non è riuscita a far muovere a sufficienza Vika, permettendole anzi di colpire da posizioni piuttosto comode. Colpendo quasi da ferma, la bielorussa si è costruita un piccolo tesoretto di quattro game consecutivi che l’hanno proiettata sul 5-1, permettendole poi di chiudere sul 6-2. Nel secondo set la musica non è cambiata molto: Svitolina, sempre molto frustrata e incapace di venire a patti con la situazione, ha tenuto botta fino al 2-2 prima di perdere tre giochi di fila. Sotto 5-2, Elina ha prima recuperato uno dei due break di svantaggio e poi si è portata sul 5-4 al termine di un game fiume da diciotto punti nel corso del quale ha annullato anche due match point. Chiamata a servire una seconda volta per chiudere la partita, Azarenka è riuscita finalmente a vincere al terzo match point, avviandosi poi a rete a testa bassa, senza neanche la forza di esultare.

A sfidare Vika nelle semifinali sarà Garbine Muguruza, che ha impiegato 68 minuti a sbarazzarsi di Maria Sakkari nell’ultimo match in programma. Una prova brillante della giocatrice spagnola, capace di approfittare delle difficoltà al servizio di Sakkari. Il primo set è rimasto relativamente in equilibrio fino al 3-3, momento in cui Garbine ha cambiato marcia e ha infilato tre giochi consecutivi per portarsi avanti. Dominio assoluto invece nel secondo parziale. La greca ha provato a scuotersi e a restare in partita nonostante l’immediato tentativo di break della sua avversaria, ma a suon di colpi vincenti Muguruza le ha rifilato un 6-1 e ha centrato la semifinale. 2-2 i precedenti, l’ultimo vinto dalla spagnola sulla terra di Roma nel 2020.

Il tabellone completo di Doha

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ATP

Andy Murray gioca alla pari con Rublev per un set, ma questa volta è la testa a tradirlo

A Rotterdam, lo scozzese si scioglie sul più bello contro la testa di serie numero 4, ma non demorde: “Imparo molto da incontri come questo”

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Andy Murray - Rotterdam 2021 (via Twitter, @abnamrowtt)

La giornata di ieri al torneo ATP 500 di Rotterdam è stata caratterizzata dalle prestazioni non brillantissime dei due top player Medvedev e Zverev, entrambi incappati in un’inaspettata sconfitta. Andrey Rublev invece, testa di serie n. 4, nella sessione serale non si è fatto sorprendere da un Andy Murray apparso questa volta in buone condizioni fisiche, ma non altrettanto mentalmente. In passato anche la sconfitta dello scozzese si sarebbe dovuta annoverare tra quelle dei top player, ma purtroppo per lui i tempi sono cambiati e non è più uno degli uomini da battere. “Voglio giocare a questo livello perché imparo molto dagli incontri come quello di questa sera; i problemi che hai e gli errori che commetti si amplificano a questo livello” ha detto il 33enne dopo la sconfitta, a riprova della sua grande abnegazione verso il tennis.

Il match è stato equilibrato solamente nel primo set dove il russo si è dovuto adattare al gioco dello scozzese, rinunciando alle sue frequenti accelerazioni e optando per un gioco da fondo più regolare. “Con Andy non posso andare di fretta” ha spiegato Rublev a fine partita. “Non posso giocare col mio classico stile dove colpisco al massimo ogni pallina. Devo rallentare, variare il gioco e aspettare l’occasione giusta per accelerare”. I 24 vincenti messi comunque a segno certificano il fatto che sia stato lui a tenere maggiormente il controllo, e sul 5-5 del primo set ha piazzato l’affondo sfruttando la sua risposta di dritto. Murray gli ha dato una bella mano con due doppi falli e di conseguenza è arrivato il break che ha deciso il parziale per 7-5 durato più di un’ora.

Nel turno precedente Andy era riuscito a risalire da un set di svantaggio, contro Robin Haase, ma questa volta la montagna da scalare era troppo impervia e Rublev non si è mai lasciato avvicinare. Dal 2 pari in poi, il russo ha infilato quattro giochi consecutivi che lo hanno condotto alla 17esima vittoria consecutiva in un ATP 500, e ora è alla ricerca del suo quarto titolo consecutivo in questa categoria. Murray invece parlando della sua attuale condizione ha aggiunto: “Bisogna trovare il giusto equilibrio tra il numero sufficiente di match da giocare e il livello al quale io riesca ad imparare e trarne benefici il più rapidamente possibile. Credo che questa sera ci siano dei segnali positivi. Solo che quando contava di più io non sono stato bravo abbastanza. Devo migliorare”.

 

Dopo aver subìto il break nell’undicesimo game, Murray ha avuto due chance del contro-break ma non è riuscito a sfruttarle, e ha ammesso di averne risentito anche nel secondo parziale. Non sono abituato a fare questo tipo di errori in quei momenti e trovo la cosa un po’ frustrante. Mi rendo conto di essermici soffermato troppo con la mente nel prosieguo del match e questo ha influito nel secondo set”.

La voglia dello scozzese di tornare a competere con i migliori, per quanto qualcuno la possa trovare anacronistica se non addirittura una perdita di tempo, è ammirevole per la tenacia con la quale viene perseguita e c’è anche un suo collega illustre che in qualche modo si trova sulla stessa barca. “Io voglio andare in campo per competere e divertirmi, e credo che per Roger [Federer] sia lo stesso. Sono sicuro che si sarà allenato duramente e sia eccitato di poter tornare in campo. Sono certo che, una volta che il suo corpo avrà recuperato, sarà in grado di giocare un tennis di alto livello. Anche se dovesse esserci un calo nelle prestazioni fisiche, lui riuscirebbe a compensare con le sue abilità. Se la caverà alla grande”.

Il tabellone completo di Rotterdam

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