Numeri: alle Finals comunque i migliori otto del 2020, Nadal e il problema "indoor"

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Numeri: alle Finals comunque i migliori otto del 2020, Nadal e il problema “indoor”

La pesante assenza di Roger Federer crea a sorpresa una situazione non scontata: a Londra ci saranno i giocatori con più punti fatti nel 2020. Nadal raggiunge quota 27 tornei indoor consecutivi senza un titolo

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27- i tornei consecutivi giocati sul duro indoor da Rafael Nadal senza aver vinto alcun titolo. L’ultimo (e unico) risale al Masters 1000 che nel 2005 si giocava ad ottobre a Madrid, dove lo spagnolo si impose in finale su Ljubicic al tie-break del quinto, dopo aver rimontato uno svantaggio di due set. Non c’è alcun dubbio che il maiorchino sia uno dei campioni più straordinari della storia del tennis e del resto proprio la settimana scorsa è stato capace di raggiungere due traguardi statistici molto prestigiosi. Arrivando in semifinale al Masters 1000 di Parigi-Bercy è innanzitutto entrato nel ristretto club -a cui già appartenevano Connors, Federer e Lendl- dei tennisti capaci di raggiungere le 1000 vittorie (a fronte di appena 201 sconfitte) nel circuito maggiore (di queste 282 sono arrivate negli Slam e 387 nei Masters 1000). Il maiorchino ha inoltre stabilito il record assoluto di settimane consecutive nella top ten, ben 790, corrispondenti ai più di 15 anni trascorsi da quando vi entrò per la prima volta nell’aprile del 2005, quando pur avendo iniziato la stagione fuori dalla top 50, vi riuscì dopo aver vinto in due settimane consecutive Monte Carlo e Barcellona. Eppure, come tutti i più grandi campioni sportivi anche Rafa ha un tallone d’Achille, che quasi puntualmente si manifesta quando gioca sul cemento in condizioni indoor. Se i tredici Roland Garros vinti non lasciano dubbi sul fatto che nessuno vincerà mai come Nadal sulla terra battuta e gli altri sette Slam (nonché un Olimpiade e nove Masters 1000) conquistati sulle altre superfici certificano la sua impressionante grandezza anche al di fuori del rosso, fa specie vedere come in condizioni indoor Rafa stenti. Ovviamente non in senso assoluto: Nadal ha raggiunto traguardi comunque difficili (come due finali alle ATP Finals e altre tre tra Bercy, Basilea e Rotterdam) e il suo bilancio quando gioca sul tappeto nei palasport contro i top ten è di 20 vittorie e 21 sconfitte. Tale record non si discosta poi di molto da quello da lui avuto contro lo stesso tipo di giocatori affrontati sul cemento all’aperto o sull’erba, consistente in 56 successi e 50 debacle (la sua nettissima supremazia sulla terra falserebbe ogni considerazione e non viene qui considerata). Anche andando a restringere l’attenzione sullo score di Nadal contro i top 5 non vi sono grosse differenze tra i confronti diretti giocati sul tappeto indoor (8 W-12 L) e quelli totalizzati tra cemento outdoor ed erba (23 W- 31 L). Piuttosto, quando ha giocato indoor a Rafa sono venuti meno i picchi raggiunti sulle altre superfici e non basta citare il torneo vinto su terra (questa superficie fa per lui un’immensa differenza) indoor a San Paolo nel 2013 in finale su Nalbandian o quanto accaduto lo scorso dicembre, quando ha conquistato la sua quinta Coppa Davis vincendo tutti e cinque gli incontri di singolare disputati: quella competizione, pur molto importante, non era un tradizionale torneo e sul suo cammino Rafa ha comunque affrontato solo tre top 20. Quando Nadal gioca sul duro indoor, una condizione di gioco non perfettamente adatta al suo tennis e sulla quale da una decina d’anni si cimenta anche molto poco e solo nell’ultima parte di stagione, in preparazione alle ATP Finals (a cui ha partecipato nove volte) si è tolto anche soddisfazioni importanti (ad esempio, ha sconfitto due volte Djokovic, una Federer e tre Murray) ma sinora è stato incapace di centrare, quantomeno negli ultimi tre lustri, il grande acuto. Ci proverà alla O2 Arena nei prossimi giorni.

100- il numero percentuale di tennisti partecipanti alle prossime ATP Finals occupanti anche i primi otto posti della classifica virtuale dei risultati ottenuti nei soli tornei disputati negli ultimi undici mesi. Un dato ovvio per ogni passata edizione del torneo che chiude il calendario del circuito maschile, ma che lo è molto meno in un’annata in cui -a causa della pandemia da Covid-19 e del conseguente taglio del calendario- non sono stati giocati lo Slam più prestigioso (Wimbledon), 6 Masters 1000, 7 ATP 500 e ben 23 ATP 250 inizialmente in programma: un buco corrispondente a più di 17000 punti non assegnati ai soli vincitori di questi quasi quaranta tornei. Pochissimi al momento della ripresa -con il nuovo regolamento del ranking, adattato all’emergenza sanitaria internazionale consentendo ai tennisti l’opzione di poter mantenere in classifica il miglior risultato di ogni torneo tra il 2019 e il 2020-  avrebbero immaginato che alla O2 Arena tra dieci giorni sarebbero arrivati effettivamente gli otto giocatori ad aver fatto i migliori risultati da gennaio ad oggi. Invece, grazie alla dolorosa assenza di Roger Federer, alla deludente sconfitta di Berrettini contro Giron a Bercy e soprattutto alla concomitante vittoria di Medvedev la scorsa settimana nel Masters 1000 parigino (il russo sino a qualche giorno fa era solo nono per risultati raggiunti nel 2020), si è verificata questa coincidenza che sostanzialmente dà ancora più valore all’imminente svolgimento di quello che un tempo era chiamato Masters. Una concomitanza tanto più curiosa se si osserva la forte discrepanza esistente tra le restanti posizioni della top 20 della classifica ufficiale della ATP con quella ottenuta a fini solo statistici dei risultati raggiunti esclusivamente nei tornei giocati quest’anno. In entrambe ci sono sette giocatori (Raonic, Carreno, Shapovalov, Monfils, Bautista, Wawrinka e Dimitrov), mentre solo nella seconda figurano cinque tennisti nati dal 1996 in poi (Ruud, Garin, Humbert, Auger Aliassime e Coric), segno di un ricambio generazionale che, fenomeni della racchetta a parte,  in particolare da questo 2020 è effettivamente in atto. Un’impressione resa ancora più reale da una seconda osservazione che si ricava dal confronto tra le due classifiche: a parte Djokovic e Nadal (che per la loro grandezza quasi non fanno statistica) e il tre volte campione di Major Stan Wawrinka, solo Monfils e Bautista hanno compiuto i trent’anni tra i venti giocatori ad aver fatto meglio nei pochi tornei giocati nel 2020: tra i restanti ben dieci sono under 25 e, tra di loro, sette sono nati non prima del 1997.

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Il Covid non ferma l’entusiasmo per Torino: 40.000 biglietti già venduti. Ma il ranking resta congelato

Sono stati già staccati quasi un quarto dei 180.000 biglietti a disposizione, per un incasso momentaneo di 5 milioni. C’è fiducia per un evento a porte aperte

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O2 Arena - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Un anno ancora una volta incerto attende l’Italia. Un anno che ha però una grande certezza: vedrà svolgersi la prima edizione delle ATP Finals ospitate dalla città di Torino. Giovedì 14 gennaio nel grattacielo Intesa San Paolo del capoluogo piemontese si è tenuta la presentazione del torneo, con Andrea Gaudenzi, presidente ATP, e Angelo Binaghi, presidente FIT, tra i presenti. Oltre alle parole dette in sede di presentazione, Gaudenzi ha parlato anche con le stampa italiana, non solo del grande evento che ospiterà l’Italia il prossimo autunno. Ad ogni modo, l’enorme risonanza è più che giustificata. Come ha riportato Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello Sport, i numeri per ora sorridono alle Finals torinesi.

La prevendita dei biglietti è iniziata il 30 novembre 2020 e nel primo mese sono arrivate richieste per 40.000 biglietti su un totale di 180.000 a disposizione per l’intero evento. Un dato ottimo, considerando le incertezze dovute al Covid-19: la situazione attuale non suggerirebbe un’apertura al pubblico, ma mancano ancora dieci mesi al Master 2021 e questi numeri ci dicono che la speranza vive ancora. In aggiunta, il 20% degli acquisti sinora registrati provengono da Paesi fuori dall’Europa, come confermato da Gaudenzi in conferenza stampa, citando aree remote come Giappone e Australia. L’incasso momentaneamente ammonta a quasi 5 milioni di euro.

Un’altra notizia importante data dal presidente dell’ATP riguarda un argomento abbastanza spinoso, che speriamo ben presto non si dovrà più trattare: il “congelamento” del ranking ATP. Nella sua intervista alla Gazzetta dello Sport ha detto che da marzo vorrebbe “riprendere con il ranking classico e avere una race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”.

 

Tuttavia il ritorno al sistema di classifica che conosciamo non avverrà a breve. L’ATP ha approvato un’estensione di due settimane del nuovo sistema di classifiche, approvato la scorsa estate, che rimarrà valido fino al 15 di marzo. Non verranno quindi scalati i punti conquistati a Indian Wells 2019. Il Masters 1000 californiano è stato rinviato a data da destinarsi per il 2021.

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Gaudenzi: “Il tennis sopravviverà al ritiro di Federer, Nadal e Djokovic”

Il presidente ATP ha parlato con la Gazzetta dello Sport, dalle Finals di Torino alle questioni legate a ranking e calendario. La sinergia con WTA e ITF e i danni economici causati dalla pandemia

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Andrea Gaudenzi (foto ATP Tour 2019)

Andrea Gaudenzi si sta preparando alla sua seconda stagione a capo dell’ATP, e ha parlato con Riccardo Crivelli delle sfide affrontate in questo primo anno segnato prima dagli incendi australiani e dall’interruzione del circuito per via della pandemia. Senza dubbio si è trattato del momento più complicato per il tennis (e non solo) dalla seconda guerra mondiale ad oggi, ma secondo Gaudenzi la crisi ha comunque avuto un piccolo risvolto positivo, cioè quello di “[u]nire le varie anime del tennis. La pandemia ha portato solo una cosa di buono: abbiamo lavorato finalmente in sinergia con WTA e ITF. Del resto le settimane sono 52 per tutti ed è inutile forzare la mano da una parte o dall’altra. Ci sono troppe regole diverse, troppe complessità organizzative: è il momento di superarle“.

Per questo motivo, il dirigente non guarda con favore al terzo grande scoglio emerso nel 2020, cioè la secessione operata dalla PTPA di Djokovic e Pospisil, un progetto che a suo parere non può portare benefici: “Ci sono tre giocatori nel board dell’ATP, nessuna decisione può essere presa contro il loro interesse. Siamo aperti al confronto e ai suggerimenti, ma la divisione non porterà da nessuna parte“.

Gaudenzi ha rivelato che presto le classifiche potrebbero tornare alla normalità: Da marzo vorremmo riprendere il ranking classico, e avere una Race con i soli risultati stagionali. A patto di poter disputare un numero elevato di tornei”. Proprio la densità del calendario, però, è la questione più complicata da dirimere al momento: “Siamo ancora in piena pandemia, pur sforzandoci non possiamo ragionare troppo a lungo termine. Per questo aggiorneremo il calendario ogni trimestre: fino all’estate avremo delle preoccupazioni, poi credo che dall’autunno, grazie al vaccino, ci avvicineremo alla normalità. In ogni caso al momenti tutti i tornei in programma da aprile in poi sono confermati”.

 

La problematica, tuttavia, non è solamente legata agli impedimenti generati da questa ondata del coronavirus, ma anche ai danni economici causati ai tornei minori da quella precedente, e Gaudenzi lo sa bene: “Stiamo ancora studiando le carte, certamente è stato un periodo durissimo. Tutti i tornei giocati dopo il lockdown hanno subito perdite, gli Slam e i Masters 1000 più o meno hanno resistito, il problema sono stati, e saranno, i 250. Ma per loro gli aiuti economici arriveranno più corposi”.

C’è poi una potenziale asperità a lungo termine, vale a dire l’impatto sul circuito maschile del ritiro di Federer, Nadal e Djokovic, che ormai non può essere troppo distante. Il numero uno ATP, tuttavia, non si dice troppo preoccupato: “Ho cominciato a giocare con Sampras e Agassi e si diceva che dopo di loro ci sarebbe stato il diluvio. Gli Internazionali d’Italia o Wimbledon mantengono la loro grandezza a prescindere dai protagonisti”. In Italia, in particolare, il gioco sembra destinato a crescere sempre di più, un po’ per le Finals, un po’ per la presenza di tanti grandi realtà e prospetti, Jannik Sinner su tutti. Qual è il parere di Gaudenzi sull’altoatesino? Ha testa e talento, è solido, arriverà lontano. Lo aspettiamo a Torino, ovviamente. Con gli altri italiani fortissimi”.

A proposito di Torino, Gaudenzi si è detto felice di quanto fatto finora per prepararle: “Un grande lavoro, di cui stiamo già valutando la bontà. Siamo molto ambiziosi, abbiamo uno standard molto alto fissato a Londra in 12 anni con più di 3 milioni di spettatori. Siamo fiduciosi che Torino, il Piemonte, l’Italia, faranno ancora meglio. Noi, come ATP, possiamo garantire la qualità dello show e del prodotto tennis a chi acquista il biglietto, ma sull’indotto serve l’impegno delle istituzioni sportive e politiche. Mi sembra che siamo sulla buona strada”.

L’ultima domanda dell’intervista ha invece riguardato il dibattito su potenziali cambiamenti regolamentari per rendere lo sport più rapido e appetibile, ma secondo Gaudenzi il lifting di cui ha bisogno il tennis riguarda la vendita del prodotto, non il prodotto in sé: Non sono fautore del cambiamento delle regole. Piuttosto pensiamo di rendere questo tennis più fruibile attraverso le nuove piattaforme. Dopo, magari, penseremo alle regole”.

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Naomi Osaka: “Atleti, fate sentire la vostra voce. Io non resterò zitta a palleggiare”

“Anche noi siamo vittime di pregiudizi e razzismo, proprio come chiunque altro. Perché affermare il contrario?”

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @naomiosaka)

Questo è un articolo tratto da Turning Points, una rubrica che analizza quali momenti critici del 2020 potranno avere effetto sul 2021. Comparso sul New York Times, lo abbiamo tradotto integralmente. Si tratta di un testo scritto in prima persona da Naomi Osaka.


Turning Point (l’accaduto): A seguito delle pressioni da parte dei loro giocatori e dei tifosi, le squadre delle quattro leghe sportive più importanti d’America cancellano partite e allenamenti per protestare contro il razzismo e la violenza da parte della polizia.

“Zitto e palleggia” (Shut up and dribble).

 

Questo è quello che una giornalista televisiva [Laura Ingraham di Fox News, ndr] ha suggerito di fare a LeBron James dopo che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a ESPN nel 2018, ha parlato di razzismo, di politica e delle difficoltà di essere un personaggio pubblico afroamericano.

Inutile dire che il consiglio non sia stato seguito. LeBron, l’attivista, ha attirato la mia attenzione nel 2012. Lui e i suoi compagni di squadra dei Miami Heat hanno postato una foto di loro incappucciati per protestare contro la morte di Trayvon Martin, un adolescente afroamericano della Florida che indossava un cappuccio mentre veniva ucciso a colpi di pistola da George Zimmerman, il coordinatore della ronda di quartiere locale. 

Nel 2014 Eric Garner, un afroamericano, muore a Staten Island dopo essere stato strangolato da alcuni agenti di polizia, una manovra al tempo proibita dalla polizia e che è successivamente divenuta illegale nello Stato di New York. Poco più tardi, in un riscaldamento pre-partita, LeBron ha indossato una maglietta con le ultime parole di Garner – “I can’t breathe” (Non riesco a respirare) – facilmente udibili in un video che ritrae i poliziotti mentre lo strangolano. Il resto della lega lo ha seguito, ma James è stato il punto focale.

Fast forward a quest’anno e lui è ancora sotto i riflettori. LeBron ha la voce più potente sulla piattaforma più grande e la usa per protestare contro il razzismo sistematico, l’ineguaglianza e l’abuso di potere da parte della polizia, il tutto mentre continua a giocare alla grande a dispetto di proteste senza precedenti, di una pandemia globale e di profonde ferite personali, inclusa la tragica scomparsa del nostro amico Kobe Bryant.

LeBron è indomito nel suo sostegno costante alla comunità afroamericana; è risoluto, schietto e appassionato. Sul parquet o al microfono lui è un’ispirazione, semplicemente inarrestabile. È dedito al suo lavoro come nel suo supporto alla comunità, nonostante continui a combattere contro un sistema consolidato che vuole zittire gli atleti che alzano la voce.

I musicisti cantano e scrivono sempre (e da sempre) di movimenti sociali, attivismo e uguaglianza. Gli attori danno voce alle loro opinioni e appoggiano personalmente candidati politici, organizzando raccolte fondi e feste. Ci si aspetta quasi che uomini d’affari, autori e artisti abbiano opinioni a proposito delle ultime notizie e difendano pubblicamente il loro punto di vista. Ma quando lo facciamo noi atleti, siamo sempre criticati se esprimiamo le nostre opinioni.

Naomi Osaka e LeBron James

Possibile che le persone ci considerino nient’altro che corpi – individui che raggiungono quello che è fisicamente quasi impossibile per tutti gli altri, e che divertono il pubblico spingendosi oltre i propri limiti? Possibile che si meraviglino che un insieme di muscoli, ossa, sangue e sudore possa anche esprimere un’opinione? Può lo sport essere solo sport e la politica essere solo politica?

Il messaggio è sempre lo stesso. Colpisci la palla. Fai canestro. Zitto e palleggia.

Ma qualunque sia l’argomento, si tende a ignorare un fatto importante: quando non giochiamo, viviamo nello stesso Paese di tutti gli altri. E come la maggior parte degli atleti può affermare, questo significa che anche noi siamo vittime delle stesse ingiustizie e diseguaglianze che hanno portato alla morte persone proprio come noi, ma che non dispongono delle stesse protezioni garantite dalla nostra fama, nonché dalla protezione e dal sostegno che riceviamo. Basta chiedere al giocatore NBA Sterling Brown, colpito con un taser da degli agenti di polizia, o al mio collega James Blake, scaraventato a terra e ammanettato dalla polizia per 15 minuti mentre era fuori da un albergo di New York (i poliziotti hanno poi dichiarato che si è trattato di uno “scambio d’identità”). Solo perché siamo atleti questo non significa che non siamo influenzati da quello che succede nel paese, o che siamo obbligati a tenere la bocca chiusa.

Lo sport non è mai stato apolitico, e finché continuerà ad essere giocato da esseri umani non lo sarà mai.

Muhammad Ali è stato per anni la voce della giustizia, anche quando venne condannato a cinque anni di reclusione per via del suo rifiuto alla leva obbligatoria, motivata dal suo credo religioso. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, Tommie Smith e John Carlos vennero fischiati quando alzarono i pugni guantati di nero sul podio, e affrontarono successivamente una marea di critiche da parte del pubblico e dai media quando tornarono negli Stati Uniti.

Colin Kaepernick ha messo a rischio la propria carriera quando si è inginocchiato durante l’inno nazionale prima di una partita della NFL, rischiando di non giocare più in una partita di lega per via del suo gesto.

Megan Rapinoe è una convinta sostenitrice del movimento LGBTQ+ e della parità salariale, anche se ciò ha dovuto significare tenere testa al presidente degli Stati Uniti e rifiutare un invito della Casa Bianca.

Venus Williams ha fatto molto più di quanto molti sappiano per portare avanti le battaglie di Billie Jean King e garantire uguaglianza per le donne nel tennis. Coco Gauff, nonostante la sua giovane età, è una fiera e appassionata sostenitrice del movimento Black Lives Matter, sia online che in pubblica presenza.

Nonostante i progressi ottenuti, continuo a pensare che noi atleti abbiamo ancora molta strada da fare. Oggi, data la copertura televisiva e il risalto sui social media, noi atleti disponiamo delle più grandi e visibili piattaforme mai esistite. Per come la vedo io, questo significa avere maggiore responsabilità di far sentire la nostra voce. Non resterò zitta a palleggiare.

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