Questo Berrettini sembra d’annata 2019

Editoriali del Direttore

Questo Berrettini sembra d’annata 2019

Due vittorie su due top… 11 non si buttano via neppure in allenamento. E l’ATP Cup distribuisce punti. Thiem è più avanti nel ranking, ma senza dubbio lo soffre. E Matteo mi è parso più agile e scattante del solito

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Matteo Berrettini - ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)
 
 

Chi se lo aspettava un Matteo Berrettini in così grande spolvero? Io, son sincero, no di certo. Avevo avvertito la grande fiducia di Vincenzo Santopadre nei confronti del suo poulain, ma si sa che talvolta i coach si “innamorano” dei propri pupilli, si illudono a seguito di allenamenti nei quali sembrano in grado di spaccare il mondo, ma poi la realtà di una vera partita spesso offre scenari diversi e meno idilliaci.

Dopo un 2020 molto meno brillante di quello che lo aveva visto protagonista di una grande stagione nel 2019, primo italiano dopo 41 anni a qualificarsi fra gli otto Maestri delle ATP Finals, si erano diffuse molte perplessità sul conto del tennista romano. Dubbi legati soprattutto a una apparente fragilità fisica, in particolare delle caviglie, sfortunatamente emersa in diversi periodi della scorsa stagione. Ma il tennis davvero straordinario con cui Matteo si è sbarazzato di Dominic Thiem, primo top-3 sconfitto in carriera, in tutta franchezza mi ha notevolmente impressionato.

Anche contro Monfils, seppure in modo meno continuo e convincente, Matteo non ha solo giocato ancora una volta piuttosto bene, ma ha dimostrato una condizione atletica e un’agilità nei recuperi, nei cambi di direzione, che non gli ricordavo. I punteggi sono quasi identici, 6-2 6-4 a Thiem, 6-4 6-2 a Monfils – anche Sinner ha vinto 6-2 6-4 su Vukic, un punteggio leit-motiv per i “nostri” nella notte Down Under – anche se il secondo duello è stato molto più contrastato, al di là delle diverse condizioni climatiche (più caldo), del campo (più veloce), della diversa garra del francese rispetto all’austriaco meno determinato del solito e non in gran giornata.

 

Se ho visto giusto, ciò dovrebbe significare che Matteo ha lavorato davvero bene nella difficile epoca Covid, quando magari molti potevano pensare che la sua love-story con la bella e simpatica Ajla Tomlianovic potesse averlo distratto più del dovuto. Sia chiaro che non voglio commettere l’errore di sopravvalutare l’importanza da attribuire a match di ATP Cup, manifestazione che molti tennisti approcciano sì con il desiderio di far bene, ma anche come ad un allenamento in vista del torneo che più conta, quello che comincia lunedì prossimo, l’Open d’Australia.

Senza assolutamente voler sminuire il successo di Matteo ai danni del campione austriaco dell’ultimo US Open, ho avuto l’impressione che Thiem non fosse centrato come nei suoi giorni migliori. Qualcuno mi faceva notare addirittura che la sua muscolatura apparisse (ma dalla tv…) un po’ meno sviluppata e poderosa del solito e questa – se fosse vera – potrebbe essere forse conseguenza di un lavoro meno spinto e pesante del solito (a causa del Covid?) per l’austriaco che è notoriamente uno stakanovista dei… lavori pesanti in condizioni normali. È giusto ricordare anche che lo scorso anno Thiem disputò un grande Australian Open, lottando fino all’ultimo in finale con Djokovic… dopo che nell’ATP Cup aveva giocato invece malissimo.

Resta il fatto che Berrettini si trova evidentemente piuttosto a suo agio quando deve affrontare Thiem. Altrimenti non lo avrebbe battuto tre volte su cinque e sfiorando la vittoria una quarta, a Vienna quando se l’austriaco non fosse stato sospinto da un pubblico incandescente a reagire a un inizio difficoltoso avrebbe probabilmente perso. Fu allora che… mi feci prendere dall’entusiasmo e arrivai a dire che visto e considerato che Thiem è classe ’93 mentre Berrettini è classe ’96, tutto sommato si poteva dire che in fondo Matteo avendo dimostrato di poter giocare alla pari con l’austriaco più anziano di tre anni pareva in vantaggio “potenziale” sulla tabella di marcia dell’austriaco.

Beh, ripeto, ho abbastanza anni di tennis alle spalle per sapere che a volte certe caratteristiche tecniche favoriscono certi risultati – sono stati scritti tanti articoli sulle “bestie nere” di questo e quel giocatore e non mi vengono mai a noia, bisognerà riscriverne uno – e quindi non avrei dovuto lasciarmi trascinare dal mio entusiasmo… patriottico e dalla simpatia che nutro nei confronti di Matteo. Fatto sta che ad ogni sconfitta di Matteo nel 2020 e a ogni successo di Thiem, nel frattempo asceso al terzo posto del ranking ATP, gli amici lettori di Ubitennis mi hanno preso di mira dicendomene di tutti i colori, rinfacciandomi le peggio cose.

Avevano più ragione loro di quanta ne avessi io, lo ammetto, tuttavia io confido ancora in ulteriori progressi di Matteo, progressi che tutti coloro che hanno scritto in tempi recenti che lui sarebbe precipitato attorno alla trentesima posizione evidentemente non condividono. Ma è abbastanza raro che un giocatore di 25 anni peggiori rispetto a quando ne aveva 23. Se non altro l’esperienza dovrebbe aiutare. E anche una maggiore serenità.

Diverse volte in passato Matteo ha dimostrato di soffrire più del necessario quando doveva chiudere un set o anche un match. Il servizio inappuntabile fino ai momenti decisivi si bloccava un po’ sul più bello. L’abitudine a gareggiare e a trovarsi in frangenti del genere, con il passare degli anni, aiuta a fronteggiare meglio quelle situazioni. Questo è vero fino a quando… si scollina, quando cioè si arriva a quell’età in cui si comincia inevitabilmente a pensare di non essere più forti come una volta, insomma a dubitare di se stessi.

Ricordo che la prima volta che lo sentii dire fu con Martina Navratilova. Non so più se fu dopo che perse la finale di Wimbledon con Conchita Martinez nel ’94, quando si pensava che avrebbe vinto il torneo lei per la decima volta, ma ricordo che disse: Si sente molto più la pressione a una certa età che quando si è giovani e incoscienti o di quando ci si è fatta un po’ di esperienza, ma io forse me ne sono fatta troppa e ora è più dura”. Ho sempre poi pensato che le stesse sensazioni di Martina deve averle provate Serena Williams, da quella semifinale persa con Roberta Vinci all’US Open in poi. Fino alle quattro finali di Slam giocate dopo l’avvenuta maternità, tutte giocate da favorita o quasi e tutte perse in due soli set!

Chissà se quella tensione da “vet” ora l’avverte Fabio Fognini. Vedremo, intanto dopo il brutto esordio con il n.2 austriaco, Fabio ha fatto vedere confortanti segni di ripresa contro Paire che peraltro gli ha dato una mano regalandogli un set e un bel po’ di game prima di decidersi a giocare come saprebbe. Scusate la digressione!

Intanto, per tornare a Matteo che con dritto e servizio in vena può farsi rispettare da tutti, beh è vero che lo scorso anno aveva mantenuto la decima posizione solo grazie ai punti conquistati e “congelati” dell’anno prima, ma qui ha cominciato a mettere da parte un piccolo bottino di punti ATP che potrebbero un domani fargli comodo. Che Matteo sogni di difendere la propria posizione e di poter essere fra gli otto che giocheranno a Torino mi pare legittimo. Che poi ci riesca è un’altra storia.

Intanto sarà dura, fra coloro che lo precedono, che a Torino possa esserci Roger Federer, se lo svizzero non si metterà di buzzo buono a giocare un bel po’ di tornei. Non sono mica sicurissimo – altra digressione! – che agli appassionati italiani di tennis faccia più piacere vedere Berrettini a Torino piuttosto che Federer… Beh, io vedo sempre volentierissimo Federer, ci mancherebbe!, ma in fondo l’ho visto già tantissime volte. Per dire che preferisco Berrettini alle ATP Finals. E non solo perché per il tennis italiano sarebbe un grandissimo spot. Se poi ci fosse anche Sinner… vabbè, sono le cinque del mattino. Sto aspettando che arrivi Sinner dopo la vittoria su Vukic, con conferenza stampa annunciata per le 05:05… è meglio che mi appresti a continuare i miei sogni… in branda. E prima che mia moglie mi chieda il divorzio.

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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