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Tre temi da Doha e Lione: la debolezza di Kvitova è il caldo

Dopo l’Australia il circuito WTA ha proposto due vincitrici agli antipodi: a Doha il bis di una giocatrice esperta come Petra Kvitova, a Lione la prima vittoria in carriera della teenager Clara Tauson

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Petra Kvitova, Doha 2021 (dal suo profilo Twitter)

Le scelte tattiche di Petra Kvitova
Siamo abituati ad associare l’intelligenza tattica a un tipo di tennis costruito su scambi lunghi ed elaborati. Naturalmente non è una idea sbagliata, anzi, ma se la interpretiamo come una regola rigida, senza alternative, rischiamo di trasformarla in un luogo comune fuorviante.

Prendiamo il caso di Petra Kvitova. Sono convinto sia una giocatrice piuttosto intelligente in campo, molto attenta alla costruzione del match; però Kvitova esprime queste doti compatibilmente con le proprie caratteristiche fisico-tecniche. Dunque l’analisi va fatta partendo dalle sue specificità.

 

Per chi, come lei, è abituata a impostare i match su scambi brevi, spesso costruiti sull’uno-due, la strategia di una partita si sviluppa non solo all’interno del singolo quindici, ma ancora di più nell’accumularsi dei punti, cioè nella logica di continuità o variazione rispetto alle decisioni adottate nei punti precedenti. Mi rendo conto che è una prospettiva un po’ diversa rispetto all’idea della tennista “scacchista”, che tesse il singolo scambio come una ragnatela nella quale impigliare l’avversaria. Ma questo, evidentemente, non può essere un genere di tennis efficace per Petra.

Se si adotta una strategia decisamente di attacco, uno degli elementi fondamentali è il servizio. Quando Kvitova si è affermata sul circuito, era capace di battere oltre i 180 Km/h: non erano in tante a servire come lei, e già questo, unito alla pesantezza di palla nello scambio, bastava a fare la differenza contro molte avversarie.

Poi però negli anni le cose sono un po’ cambiate. A mio avviso il livello medio in WTA è cresciuto, sono aumentate le tenniste in grado di tirare forte, e oggi fra le prime cento del mondo la maggior parte riesce a reggere la potenza di Petra con maggiore sicurezza. In più la stessa Kvitova è leggermente scesa nella velocità della prima di servizio: forse perché ha perso un po’ di esplosività muscolare, o forse perché risente dell’infortunio ai legamenti della mano subito a fine 2016; fatto sta che oggi quasi mai supera i 175 Km/h con la prima.

Aggiungiamoci che non è stata capace di costruirsi un servizio in kick davvero incisivo, all’altezza del suo eccezionale slice, e abbiamo una situazione che nel tempo è diventata meno dominante sul piano strettamente tecnico. Eppure Petra è riuscita in parte a compensare questi limiti della battuta grazie alla intelligenza sul piano tattico, che si esprime soprattutto attraverso una scelta molto efficace delle direzioni di battuta.

Sicuramente il suo punto di forza, da mancina classica, è il servizio da sinistra slice a uscire. Partendo da questo vantaggio, Kvitova ha sviluppato tre soluzioni differenti. La prima: servizio a uscire + colpo vincente nello spazio di campo aperto; la seconda: servizio a uscire + contropiede sul movimento di chi sta rientrando verso il centro; la terza: il servizio vincente verso la T. Questa ultima soluzione naturalmente, non deriva da uno slice, ma diventa molto efficace proprio perché le avversarie devono preoccuparsi di coprire la traiettoria esterna, fatalmente concedendo spazio al centro.

Le cose sono però meno facili quando deve battere da destra. Per una mancina con un ottimo slice, sarebbe più semplice servire verso il centro piuttosto che esterno. Però per una tennista che ama accorciare lo scambio, i servizi a uscire sono più efficaci, perché tendono ad “aprire” di più il campo (per chi ha risposto, i metri da coprire sono di più), e questo facilita uno sviluppo più aggressivo del gioco.

Ecco perché per Kvitova la scelta tra servizio a uscire e quello verso il centro va dosata con molta cura. Andando fissa esterna, diventerebbe molto prevedibile. Andandoci poco, rischierebbe di dover scambiare troppo. Resta poi il servizio al corpo, che va adottato contro le giocatrici meno agili, o come soluzione a sorpresa rispetto alle direzioni prevalenti.

Ho fatto questo lungo preambolo perché nella finale di sabato scorso contro Muguruza (vinta 6-2, 6-1), Kvitova ha modificato le normali preferenze di servizio, aumentando in modo consistente il servizio al corpo da destra. In alcune fasi è arrivata a superare il 40%, un valore spropositato per le sue abitudini. Come mai?

Penso l’abbia fatto per due motivi. Il primo legato alla sua esperienza favorevole nei precedenti contro Garbiñe: una sola sconfitta nel loro primo match (del 2015), e poi 4 vittorie su 4 (diventate 5) negli ultimi incontri. Evidentemente Petra deve avere verificato che la sua battuta verso il corpo risulta più efficace contro Muguruza rispetto alla media delle avversarie.

Ma credo che la seconda ragione fosse che, nel corso del match, Petra si sia resa conto che colpiva la palla meglio della avversaria, e per una volta non doveva tanto preoccuparsi di chiudere in fretta lo scambio. Di fatto quando il palleggio si prolungava, anche solo giocando profondo al centro, gli errori non forzati di Muguruza erano più frequenti di quelli di Kvitova: a fine match 27 i gratuiti di Garbiñe, 18 di Petra. Partendo da queste basi, la scelta logica nella direzione del servizio diventava quindi abbastanza inusuale per le abitudini di Kvitova. Vale a dire: meno servizi a uscire e più soluzioni alternative, verso il centro o al corpo. La statistica finale dei servizi da destra è risultata questa: 21% a uscire, 39% al corpo, 39% al centro.

Due anni fa a Doha si era già disputata una finale tra Kvitova e Muguruza (vinta da Petra per 3-6, 6-3, 6-4). E curiosamente, proprio come sabato scorso, in semifinale Garbiñe era avanzata senza scendere in campo per forfait dell’avversaria (allora Halep). Ma se due anni fa era risultato un piccolo vantaggio, perché le aveva permesso di spendere meno energie in vista della finale, penso che in questa ultima occasione il forfait di Azarenka si sia trasformato in uno svantaggio per Muguruza. Da venerdì in poi, infatti, a Doha si è alzato un vento molto intenso, che richiedeva profondi aggiustamenti a seconda che si giocasse a destra o a sinistra rispetto al giudice di sedia.

Kvitova ha potuto adattarsi a queste condizioni durante il match di semifinale contro Pegula, arrivando pronta ad affrontare il vento della finale. Muguruza invece non ha sperimentato in semifinale le nuove condizioni, e secondo me ha patito le conseguenze nella partita decisiva.

Per esempio: Petra sapeva fin dall’inizio che giocando a destra del giudice di sedia la palla viaggiava di più, e bastava quasi appoggiarla per sfoderare colpi molto incisivi, perché il vento aggiungeva un notevole “boost” alla traiettoria. In certi frangenti sembrava quasi una accelerazione da videogioco, tanto era intensa. Per lo stesso motivo se non si stava molto attente a dosare la spinta, era facile che la palla finisse irrimediabilmente lunga.

Ebbene, durante la finale, Muguruza da quel lato di campo ha “sparato” lunghe parecchie palle di rovescio, il colpo sul quale normalmente è più forte e sicura. E, a pensarci bene, questo è del tutto comprensibile, perché è proprio sul colpo nel quale una giocatrice si sente più sicura che riduce i margini di sicurezza, forte del proprio controllo superiore. Ma a Doha la situazione era anomala, e l’andamento del match così repentino (nel giro di tre quarti d’ora la partita era compromessa) non ha lasciato a Garbiñe il tempo di introiettare le contromisure (6-2, 6-1).

Spero di non essere stato troppo noioso, ma era necessario per spiegare le ragioni per le quali Kvitova nella finale di Doha ha in parte abbandonato le proprie classiche direzioni di servizio, attuando con sagacia i cambiamenti necessari a indirizzare lo scambio nel modo a lei più vantaggioso in quella particolare situazione di gioco.

Lasciatemi chiudere con una piccola osservazione polemica. A volte sento liquidare le giocatrici contemporanee come “sparapalle”, senza intelligenza. A me invece viene da pensare che chi le definisce in questo modo, spesso non veda l’intelligenza in campo, semplicemente perché manca la capacità di individuarla.

a pagina 4: Clara Tauson

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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Wimbledon, lo Slam dell’esperienza?

Dopo la cancellazione del 2020, il tennis torna finalmente a giocare sull’erba: tantissime incognite e poche certezze alla vigilia dei Championships femminili

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Ad appena due settimane dalla fine del Roland Garros, e con una preparazione alla superficie più limitata del solito, è già il momento di giocare a Wimbledon. Sfogliando l’albo d’oro con i nomi delle vincitrici delle ultime edizioni, ci si rende conto che il più importante torneo su erba sta diventando una eccezione in WTA. Infatti mentre negli altri Slam la generazione più giovane è sempre riuscita a prevalere, a Londra ultimamente le cose sono andate in modo diverso.

Se per esempio si confrontano le vincitrici dei Championships con quelle del Roland Garros emergono due tendenze opposte. A Parigi da sei anni consecutivi si afferma sempre una giocatrice al primo titolo Slam della carriera. A Wimbledon accade l’opposto: dal 2014 hanno vinto solo giocatrici che già vantavano successi in precedenti Major. Per ritrovare una “esordiente” occorre risalire al 2013, con Marion Bartoli, che pure al momento della vittoria aveva 28 anni compiuti, e comunque vantava una finale a Wimbledon raggiunta nel 2007 (sconfitta da Venus Williams, ma dopo aver eliminato Justine Henin).

 

Quale potrebbe essere la spiegazione? La più logica mi sembra questa: l’erba richiede una certa esperienza, soprattutto perché durante la stagione si gioca pochissimo sui prati e quindi le tenniste con qualche anno in più di carriera riescono meglio a interpretare la superficie di gran lunga meno praticata nel circuito.

Sotto questo aspetto lo spostamento in avanti del Roland Garros 2021, che ha ridotto a sole due settimane la distanza tra i due Slam, non ha agevolato la preparazione alla nuova superficie, e sicuramente metterà a dura prova il rendimento tecnico di tutte le protagoniste, specie nei primi turni. Insomma: le sorprese potrebbero aumentare ulteriormente.

A fronte di questa compressione di calendario, le scelte di programmazione delle tenniste di vertice sono state le più disparate: c’è chi si è iscritta a entrambi i WTA 500 previsti (Berlino ed Eastbourne), chi ha optato per un solo impegno (la prevalenza è per il secondo, Eastbourne), e chi proprio non scenderà in campo. E non si tratta di nomi da poco: Barty, Halep, Williams per esempio, hanno preso questa strada, e si presenteranno ai Championships senza aver disputato alcun match dopo il Roland Garros.

Aspettiamoci anche diversi ritiri precauzionali dai tornei in corso questa settimana (Eastbourne e il WTA 250 di Bad Homburg), proprio perché la vicinanza con lo Slam consiglia massima prudenza. Decisioni in tal senso sono già arrivate, per esempio, da Stephens, Keys e Vekic, che si sono cancellate all’ultimo momento dal tabellone.

Insomma, per il tennis sono ancora tempi non facili. Si naviga a vista, e tutte queste complicazioni logistiche (più o meno direttamente collegate alla pandemia) non favoriscono uno svolgimento lineare dei grandi tornei.

Non è finita: dopo l’esperienza del Roland Garros, con le prime tre giocatrici del mondo (Barty, Osaka, Halep) fermate da ritiri o forfait, ci ritroviamo in una situazione molto simile. Esattamente come a Parigi, prima ancora che si cominci una assenza è già sicura. In Francia era assente Simona, in Inghilterra mancherà Naomi, ma rimangono comunque dubbi sulla piena efficienza fisica di Barty e di Halep. E, lo ricordo, Halep è la campionessa del 2019, oltre che campionessa in carica, visto che nel 2020 Wimbledon non si è disputato.

Le prime sedici teste di serie
Una premessa indispensabile: nel momento in cui scrivo non sono ancora state rese note le teste di serie ufficiali. Non si possono escludere ulteriori forfait e in più a Wimbledon, per quanto riguarda le donne, esiste la possibilità di aggiustamenti nelle teste di serie a discrezione degli organizzatori. Per esempio nel 2018 Serena Williams era oltre il numero 180 del ranking, ma venne accreditata della testa di serie numero 25 (e poi arrivò in finale). Non credo che quest’anno ci saranno interventi, ma naturalmente la certezza l’avremo solo a tabelloni sorteggiati.

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli nomi, ecco una tabella che spero possa aiutare nella valutazione delle prime sedici giocatrici, perché non tutte vantano rendimenti su erba paragonabili a quelli ottenuti sulle altre superfici. La differenza tra percentuale di vittorie in carriera e percentuale di vittorie su erba dovrebbe evidenziare se a Wimbledon vanno considerate più o meno forti rispetto al loro rendimento complessivo.

A titolo di curiosità: queste sono le teste di serie delle giocatrici che hanno vinto a Wimbledon dal 2010 in poi. Tra parentesi il numero di testa di serie: Serena W. (1) Kvitova (8), Serena (6), Bartoli (15), Kvitova (6), Serena (1), Serena (1), Muguruza (14), Kerber (11), Halep (7). In sostanza la vincitrice è sempre uscita dal gruppo delle prime sedici.

a pagina 2: La situazione delle teste di serie da 1 a 8

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