Tre temi da Doha e Lione: la debolezza di Kvitova è il caldo - Pagina 2 di 4

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Tre temi da Doha e Lione: la debolezza di Kvitova è il caldo

Dopo l’Australia il circuito WTA ha proposto due vincitrici agli antipodi: a Doha il bis di una giocatrice esperta come Petra Kvitova, a Lione la prima vittoria in carriera della teenager Clara Tauson

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Petra Kvitova, Doha 2021 (dal suo profilo Twitter)

Petra Kvitova e gli Slam
Primo tema di oggi: come mai Kvitova ha vinto solo 2 Slam su 28 successi complessivi in WTA? Non è sotto media? Perché ha vinto solo a Wimbledon? In fondo sul cemento ha percentuali di vittoria di poco inferiori rispetto all’erba, e ha raccolto 19 titoli WTA.

Innanzitutto bisogna ricordare che, come quasi tutte le giocatrici, Petra ha attraversato in carriera fasi diverse sul piano emotivo, e a volte questi aspetti sono stati decisivi: per esempio nel 2013-4 è stato l’eccesso di responsabilità a farle perdere incontri nei quali era favoritissima. Battuta da Flipkens a Wimbledon e da Kumkhum In Australia, in un periodo per lei molto complicato a livello Slam, terminato però con il successo a Wimbledon 2014.

 

Ma anche dopo il ritorno dall’accoltellamento alla mano (2017-8) ha avuto bisogno di diversi Major per ritrovare il giusto atteggiamento al momento di scendere in campo, e non farsi sopraffare da un eccessivo desiderio di fare bene, che finiva per diventare controproducente. Però, secondo me, si è esagerato nel descriverla come una tennista umorale, soggetta ad alti e bassi inspiegabili. Certo, da giocatrice che pratica un tennis di attacco estremo va incontro a giornate più o meno positive ma, secondo me, non quanto molti credono.

 

Al di là degli aspetti psicologici, ancora più spesso a farle ottenere risultati deludenti negli Slam sono state cause fisico-ambientali: Kvitova patisce terribilmente il caldo. E se è caldo-umido ancora peggio, visto che soffre di asma. Quando sono stati divulgati documenti della WADA, con le deroghe concesse ad alcune atlete per assumere farmaci altrimenti vietati, è emerso che sin dal 2009 Petra prendeva un farmaco contro l’asma.

Kvitova e il caldo. La metterei in questo modo: il rendimento di Petra, scende progressivamente quando la temperatura sale, e supera i 26-27 gradi. Se poi si va oltre i 30 gradi, diventa sfavorita contro la maggior parte delle giocatrici fra le prime 50-60 del mondo. Se poi sono forti in difesa e in grado di allungare lo scambio, è quasi spacciata.

Con certe temperature è come se il suo valore, da Top 10 sulla carta, scendesse di dieci posizioni per ogni grado di in più. La ricordo in un match contro Kirilenko a Indian Wells 2013, in preda a una specie di colpo di calore che le fece chiudere un game commettendo quattro doppi falli di fila: il game perfetto al contrario.

Forse penserete che stia esagerando, ma se andate a recuperare il meteo di certe sconfitte, troverete una stretta correlazione: per esempio nel 2015 contro Bacsinszky a Parigi (2-6, 6-0, 6-3) o contro Pennetta a New York (4-6, 6-4, 6-2, in quella edizione Flavia vinse poi il titolo). Partite nelle quali Kvitova è durata un set o poco più, prima di sciogliersi letteralmente al sole, commettendo errori sempre più frequenti.

E qualcosa di simile è accaduto anche quest’anno a Melbourne contro Sorana Cirstea. Prima che cominciasse il match ho controllato le temperature: erano previsti 28 gradi a salire. Per questo, una volta perso il primo set, e dunque la possibilità di una vittoria rapida, ero praticamente certo che Petra non avrebbe avuto la brillantezza fisica per rimontare e vincere in tre set (ha vinto Cirstea per 6-4, 1-6, 6-1).

Di solito le temperature più alte negli Slam si raggiungono in Australia e Stati Uniti, e infatti le poche volte in cui Kvitova è arrivata (quasi) in fondo in questi Slam sul cemento, è perché ha trovato settimane insolitamente fresche. Oppure perché nelle giornate in cui era a rischio è stata programmata in mattinata, prima che il sole cominciasse a picchiare in modo inesorabile, e ha vinto rapidamente.

Quando Petra ha raggiunto la finale dell’Australian Open 2019, unica volta in carriera sul cemento, è andata proprio così: ha sempre evitato il sole cocente. Il clima generale delle due settimane era stato più fresco del solito. Però in due turni le si prospettavano giornate davvero calde, e in quei casi se l’è cavata per motivi diversi. La prima volta contro Ashleigh Barty (6-1, 6-4) ha avuto la fortuna di giocare come prima nel serale: se gli organizzatori invece che fare una scelta commerciale avessero fatto una scelta “nazionalista”, l’avrebbero programmata alle due del pomeriggio, e probabilmente avrebbe perso. Del resto l’anno successivo le cose sono andate proprio così: ha giocato contro Barty nel pomeriggio. E ha perso (7-6, 6-2).

In quel 2019 la semifinale contro Collins era prevista in una giornata terribile per Kvitova, caldissima. Sembrava destinata al capolinea. Però anche in questo caso è stata aiutata dalle circostanze. Proprio l’eccesso di caldo ha fatto entrare in vigore le heat rules, con conseguente chiusura del tetto a match in corso. Risultato finale: Kvitova b. Collins 7-6, 6-0, con il tetto chiuso dopo otto game. Partita equilibratissima sotto il sole, a senso unico indoor. Non abbiamo la controprova, naturalmente, ma chissà come sarebbero andate le cose senza la chiusura del tetto.

E la finale? Beh, secondo me in finale contro Osaka ha perso per una ragione molto più ovvia: Kvitova ha trovato una rivale che era più forte di lei (e che per il momento in carriera l’ha sempre battuta), capace di offrire del grandissimo tennis e di dare vita a una delle più belle finali Slam degli ultimi anni (7-6, 5-7, 6-4). In questo caso il clima non credo c’entri qualcosa.

Esagero con il caldo? Se controllate il suo palmarès, l’unico torneo che ha vinto nell’estate statunitense è New Haven; dove però molto spesso era la testa di serie numero 1, e come tale coccolata dagli organizzatori, che la programmavano con grande attenzione per evitarle le ore peggiori. Quindi: non solo concorrenza limitata, ma anche un certo favoritismo nella scelta degli orari dei match. Cosa che, evidentemente, non accade negli Slam. Per questo penso che una delle più grandi imprese della sua carriera sia stata la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, affrontate in condizioni climatiche per lei davvero ostili.

E la sessione serale, tipica degli Slam extraeuropei? Risulta di solito una soluzione un po’ più favorevole per Kvitova, ma non sempre, perché anche in questo caso le cose non sono così semplici. Intanto di sera cresce l’umidità, e in generale le condizioni rallentano, e questo non è buono per lei, che soffre di asma e ama il veloce. Non solo. Il serale prevede due match. E il secondo finisce a volte molto tardi. Petra ha raccontato che di natura si sveglia molto presto e va a dormire presto, e quindi dopo una certa ora le si “spegne l’interruttore” delle energie, per una banale questione di ritmi quotidiani. Crolli verticali li ha avuti, per esempio, contro Marion Bartoli a New York 2012, in un incontro iniziato molto tardi (1-6, 6-2, 6-0).

Rimane infine da ricordare che Kvitova non gioca male sulla terra battuta, ma di sicuro al Roland Garros non parte con gli stessi vantaggi tecnici che avrebbe su terreni simili ma più rapidi, come la terra in altura di Madrid (dove ha vinto tre volte).

Sia chiaro. Non racconto tutte queste cose per giustificare certe controprestazioni di Kvitova. Non si tratta di giustificare, ma di spiegare. Non voglio nemmeno provare ad attribuire meriti o demeriti. Sto semplicemente evidenziando che Petra ha precisi limiti fisici, che di solito non appartengono alla maggior parte delle atlete di valore mondiale. E di questo paga le conseguenze sotto forma di sconfitte.

In conclusione: ho esordito dicendo che ritengo eccessive le descrizioni che la tratteggiano come una tennista straordinariamente umorale. A questo punto però, non si deve eccedere nemmeno nell’opposto: non basta cioè un termometro per sapere se Kvitova vincerà o meno i match. Sarebbe davvero troppo semplicistico. Perché poi, naturalmente, nella sua storia degli Slam ci sono molte vicende, partite finite bene, o male, per tanti altri motivi. Ma per entrare nel dettaglio di tutti i Major disputati occorrerebbe uno spazio ben maggiore, e forse si perderebbe la visione di insieme della questione.

a pagina 3: Le scelte tattiche di Petra Kvitova

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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Wimbledon, lo Slam dell’esperienza?

Dopo la cancellazione del 2020, il tennis torna finalmente a giocare sull’erba: tantissime incognite e poche certezze alla vigilia dei Championships femminili

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Ad appena due settimane dalla fine del Roland Garros, e con una preparazione alla superficie più limitata del solito, è già il momento di giocare a Wimbledon. Sfogliando l’albo d’oro con i nomi delle vincitrici delle ultime edizioni, ci si rende conto che il più importante torneo su erba sta diventando una eccezione in WTA. Infatti mentre negli altri Slam la generazione più giovane è sempre riuscita a prevalere, a Londra ultimamente le cose sono andate in modo diverso.

Se per esempio si confrontano le vincitrici dei Championships con quelle del Roland Garros emergono due tendenze opposte. A Parigi da sei anni consecutivi si afferma sempre una giocatrice al primo titolo Slam della carriera. A Wimbledon accade l’opposto: dal 2014 hanno vinto solo giocatrici che già vantavano successi in precedenti Major. Per ritrovare una “esordiente” occorre risalire al 2013, con Marion Bartoli, che pure al momento della vittoria aveva 28 anni compiuti, e comunque vantava una finale a Wimbledon raggiunta nel 2007 (sconfitta da Venus Williams, ma dopo aver eliminato Justine Henin).

 

Quale potrebbe essere la spiegazione? La più logica mi sembra questa: l’erba richiede una certa esperienza, soprattutto perché durante la stagione si gioca pochissimo sui prati e quindi le tenniste con qualche anno in più di carriera riescono meglio a interpretare la superficie di gran lunga meno praticata nel circuito.

Sotto questo aspetto lo spostamento in avanti del Roland Garros 2021, che ha ridotto a sole due settimane la distanza tra i due Slam, non ha agevolato la preparazione alla nuova superficie, e sicuramente metterà a dura prova il rendimento tecnico di tutte le protagoniste, specie nei primi turni. Insomma: le sorprese potrebbero aumentare ulteriormente.

A fronte di questa compressione di calendario, le scelte di programmazione delle tenniste di vertice sono state le più disparate: c’è chi si è iscritta a entrambi i WTA 500 previsti (Berlino ed Eastbourne), chi ha optato per un solo impegno (la prevalenza è per il secondo, Eastbourne), e chi proprio non scenderà in campo. E non si tratta di nomi da poco: Barty, Halep, Williams per esempio, hanno preso questa strada, e si presenteranno ai Championships senza aver disputato alcun match dopo il Roland Garros.

Aspettiamoci anche diversi ritiri precauzionali dai tornei in corso questa settimana (Eastbourne e il WTA 250 di Bad Homburg), proprio perché la vicinanza con lo Slam consiglia massima prudenza. Decisioni in tal senso sono già arrivate, per esempio, da Stephens, Keys e Vekic, che si sono cancellate all’ultimo momento dal tabellone.

Insomma, per il tennis sono ancora tempi non facili. Si naviga a vista, e tutte queste complicazioni logistiche (più o meno direttamente collegate alla pandemia) non favoriscono uno svolgimento lineare dei grandi tornei.

Non è finita: dopo l’esperienza del Roland Garros, con le prime tre giocatrici del mondo (Barty, Osaka, Halep) fermate da ritiri o forfait, ci ritroviamo in una situazione molto simile. Esattamente come a Parigi, prima ancora che si cominci una assenza è già sicura. In Francia era assente Simona, in Inghilterra mancherà Naomi, ma rimangono comunque dubbi sulla piena efficienza fisica di Barty e di Halep. E, lo ricordo, Halep è la campionessa del 2019, oltre che campionessa in carica, visto che nel 2020 Wimbledon non si è disputato.

Le prime sedici teste di serie
Una premessa indispensabile: nel momento in cui scrivo non sono ancora state rese note le teste di serie ufficiali. Non si possono escludere ulteriori forfait e in più a Wimbledon, per quanto riguarda le donne, esiste la possibilità di aggiustamenti nelle teste di serie a discrezione degli organizzatori. Per esempio nel 2018 Serena Williams era oltre il numero 180 del ranking, ma venne accreditata della testa di serie numero 25 (e poi arrivò in finale). Non credo che quest’anno ci saranno interventi, ma naturalmente la certezza l’avremo solo a tabelloni sorteggiati.

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli nomi, ecco una tabella che spero possa aiutare nella valutazione delle prime sedici giocatrici, perché non tutte vantano rendimenti su erba paragonabili a quelli ottenuti sulle altre superfici. La differenza tra percentuale di vittorie in carriera e percentuale di vittorie su erba dovrebbe evidenziare se a Wimbledon vanno considerate più o meno forti rispetto al loro rendimento complessivo.

A titolo di curiosità: queste sono le teste di serie delle giocatrici che hanno vinto a Wimbledon dal 2010 in poi. Tra parentesi il numero di testa di serie: Serena W. (1) Kvitova (8), Serena (6), Bartoli (15), Kvitova (6), Serena (1), Serena (1), Muguruza (14), Kerber (11), Halep (7). In sostanza la vincitrice è sempre uscita dal gruppo delle prime sedici.

a pagina 2: La situazione delle teste di serie da 1 a 8

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