I numeri della settimana: Hubi e Jannik, amici-rivali

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I numeri della settimana: Hubi e Jannik, amici-rivali

La finale del primo Masters 1000 del 2021 ha messo di fronte due ragazzi che si conoscono molto bene… Sinner ha già un rendimento da Top 10

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1- il torneo nel quale Hubert Hurkacz, prima di giocare a Miami, aveva sconfitto almeno due top 20 nel corso della stessa competizione (era accaduto solo alla ATP Cup 2020, quando aveva superato Thiem e Schwartzmann). In Florid,a il 24enne di Wroclaw ha dato una svolta alla sua carriera e giocando il Miami Open da 37 ATP è divenuto il giocatore con la decima peggior classifica a vincere un Masters 1000 (il record in tal senso è di Roberto Carretero che da 143° giocatore al mondo nel 1996 vinse Amburgo in finale su Alex Corretja). Per riuscirci, dopo aver eliminato al primo turno Denis Kudla, Hurkacz in Florida ha superato cinque giocatori dalla classifica migliore della sua. Nell’ordine, Shapovalov (contro il quale aveva perso nettamente a Dubai la settimana precedente), Raonic (trovandosi a due punti dalla sconfitta sul 5-6 15-30 del terzo set, prima di prevalere al tie- break), Tsitsipas (rimontando un set e un break al greco, che lo aveva sconfitto in cinque dei sei precedenti scontri diretti), Rublev (sconfitto per la seconda volta dopo il successo ottenuto lo scorso settembre a Roma), e Sinner in finale.

Hurkacz, che da junior non aveva mai fatto cose egregie (è stato al massimo 29° in questa categoria) ha avuto qualche difficoltà nel passaggio al professionismo, riuscendo “solo” a ventun anni, nel 2018, a fare il salto nel grande tennis: quell’anno è passato dal 218 ATP col quale tre anni fa aveva aperto la stagione, all’ingresso nei primi cento che gli aveva consentito anche la partecipazione alle ATP Next Gen Finals, dove si faceva conoscere al grande pubblico italiano e internazionale. La vera esplosione di Hubert è arrivata però tra febbraio e marzo del 2019: a Dubai sconfiggeva per la prima volta in carriera un top 50, ma non uno qualunque, bensì l’allora 6 ATP Kei Nishikori. Nel torneo successivo, a Indian Wells, per la prima volta raggiungeva i quarti in un Masters 1000, mostrando progressi evidenti, poi confermati nell’agosto di due anni fa dal primo titolo della carriera, l’ATP 250 vinto a Winston Salem in finale su Benoit Paire: risultati decisivi per chiudere l’annata nella top 40. Nel 2020, dopo un buonissimo inizio nella trasferta australiana (tra ATP Cup e seconda semifinale della carriera nel circuito maggiore, raggiunta a Auckland) era calato di rendimento e anche in seguito alla ripresa del circuito dopo la sospensione dovuta alla pandemia, non aveva più vinto tre partite di fila.

La svolta nel primo torneo giocato quest’anno, l’ATP 250 di Delray Beach, conquistato superando nell’atto conclusivo Korda. Quel che era sempre mancata a “Hubi” era in realtà la continuità di rendimento, una mancanza che gli aveva impedito di arrivare alle seconde settimane di uno Slam e, prima di Miami, di vincere consecutivamente partite contro i migliori colleghi del circuito. E dire che picchi di rendimento avevano già consentito a Hurkacz di superare ben sette volte dei top ten (ha un bilancio di 2-0 oltre che con Rublev, anche con Thiem e Bautista Agut), ma, prima di Miami, a Hubert era mancata la continuità di risultati necessaria per imporsi nei tornei importanti.

 
Hubert Hurkacz e Jannik Sinner – Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Da questa settimana è il sedicesimo giocatore al mondo: vedremo se l’importante successo lo aiuterà a trovare la spinta per dare ulteriore lustro alla scuola polacca, che nel femminile ha goduto durante lo scorso decennio dei successi dell’ex 2 WTA Agnieska Radwanska, ma che nel settore maschile negli ultimi anni aveva avuto lampi molto sporadici solo da Janowicz (finalista a Parigi Bercy nel 2012 e semifinalista a Wimbledon l’anno successivo, best career ranking 14 ATP) e Kubot (quest’ultimo soprattutto in doppio, dove tre anni fa è stato numero 1 al mondo). Da quando però esistono le classifiche ufficiali la Polonia in singolare ha avuto un solo suo rappresentante nella top ten del ranking ATP, Wojtek Fibak (che vi entrò nel 1977), il quale è stato vincitore di quindici tornei del circuito maggiore a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta.

2225 – i punti guadagnati da Jannik Sinner da gennaio 2020 ad oggi. Per capire quanti siano, è sufficiente confrontare i risultati dell’azzurro con quelli ottenuti nello stesso periodo dei suoi colleghi e notare come negli ultimi quindici mesi in tutto il circuito ATP solo nove tennisti abbiano fatto meglio dell’azzurro. Al fine di approfondire in tal senso la molto precoce maturazione tennistica dall’allievo di Riccardo Piatti, abbiamo costruito un ranking, sicuramente imperfetto (conteggia due volte i punti ottenuti nei tornei che si giocano nei primi tre mesi della stagione) ma simile – per numero di Slam e di tornei complessivamente giocati – a quello usato precedentemente alla pandemia. Quantomeno lo è sicuramente di più del metodo di calcolo attualmente utilizzato dall’ATP o anche di una classifica stilata con i risultati delle ultime cinquantadue settimane effettive, visto che da metà marzo sino a fine agosto 2020 il circuito si è fermato.

Con la nostra classifica, della quale elenchiamo la top 50 completa, Jannik sarebbe nella top 10 e avrebbe più consistenti onori e benefici (relativamente all’assegnazione di vantaggiose teste di serie nei tornei più importanti) di quelli di cui gode con la pur buonissima 23° posizione che l’ATP gli assegna questa settimana. Nell’ultima colonna, quella con il gradiente di colori, si va dal bianco al rosso in base a quanto si è stati penalizzati dal nuovo ranking ATP: il più avvantaggiato è Federer, mentre i due tennisti a cui è stato tolto di più sono Martinez e Musetti.

Del resto Sinner, da gennaio dell’anno scorso, ovvero da quando da pochi mesi si era affacciato nel circuito maggiore e nella top 100 (dove sosta ininterrottamente da novembre 2019), ha già messo in bacheca due titoli (a novembre 2020 a Sofia e a gennaio in Australia), raggiunto il primo quarto di finale in uno Slam (al Roland Garros , impegnando duramente Nadal per due set), la prima finale in un Masters 1000 (la scorsa settimana a Miami), ha sconfitto top 10 (Goffin a Rotterdam, Zverev sulla terra parigina e Tsitsipas a Roma) in tre delle sette occasioni che li ha incontrati, e ha avuto la meglio in quattro occasioni su sei contro rivali con una classifica tra la undicesima e la ventesima posizione del ranking ATP.

Nella Race di questa settimana Jannik è settimo e a Miami, alla prima finale importante affrontata ad appena 19 anni e mezzo, si è arreso a un giocatore, Hurkacz – anch’egli penalizzato dall’attuale metodologia utilizzata dall’ATP per il calcolo della classifica, anche se meno di Sinner – non famoso al grande pubblico. Confrontando la nostra classifica con quella utilizzata dall’ATP, balza subito all’occhio che in top ten il più penalizzato dal regolamento introdotto dopo la sospensione del circuito a causa della pandemia è Rublev: il russo è terzo considerando i risultati da gennaio 2020 ed è invece “solo” ottavo nel ranking ufficiale. Anche Milos Raonic è decisamente danneggiato dalle nuove regole: il canadese è nono con soli 90 punti in più di Sinner, ma risulta solo diciannovesimo per il computer che redige la classifica.

Passando ad osservare i nostri giocatori si nota che, utilizzando il ranking dei risultati ottenuti da gennaio 2020 in poi, avremmo un giocatore in più nella top 50 (Musetti, 38° nel nostro ranking ‘alternativo’) rispetto a quanto accade nella graduatoria ufficiale: si arriverebbe a cinque presenze azzurre, come riesce ai soli statunitensi, che però non hanno nessun loro rappresentante tra i primi 30 per rendimento. Berrettini e Fognini perdono una ventina di posizioni ciascuno nella nostra classifica (soprattutto a causa dei problemi fisici che li hanno costretti a ridurre la loro attività), mentre Sonego è 34° in entrambe le graduatorie. Tornando a Musetti, il giovane toscano è gia stato capace di battere un top ten (Schwartzman), due top 20 (Wawrinka e Dimitrov), tre top 50 e ulteriori sei volte tennisti tra la 51° e la 100° posizione del ranking (e di raggiungere prestigiosi piazzamenti come gli ottavi al Masters 1000 di Roma e le semifinali all’ATP 500 di Acapulco e all’ATP 250 di Santa Margherita di Pula). Il futuro, da qualsiasi angolazione lo si veda, sembra essere promettente per il tennis maschile italiano.

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Essere Roger Federer a bordo di un tram chiamato desiderio

Immaginaria intervista al fuoriclasse svizzero sul suo 2021 e sul futuro

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Ricordate la trama del film “essere John Malkovich”? Per chi non la ricordasse la riassumiamo in poche parole: un burattinaio di scarso talento trova un passaggio che gli permette di entrare nella mente di John Malkovich. Se un giornalista di scarso talento come il sottoscritto trovasse il passaggio per entrare nella mente di Roger Federer, quali pensieri incontrerebbe? Lo stesso Federer come giudica la sua stagione e come immagina le prossime?

In attesa di trovare quel passaggio, abbiamo immaginato di esserci trovati in sua compagnia in un rifugio immerso tra le nevi delle montagne svizzere e – favoriti dall’atmosfera di complicità creatasi a tavola tra generose porzioni di raclette e bicchieri di acquavite vallese – di averglielo chiesto e di avere ottenuto le risposte dalla sua viva voce.

Di seguito la trascrizione dell’intervista che non è mai avvenuta.

 

Roger, nel 2021 hai disputato complessivamente 5 tornei: Doha, Ginevra, Roland Garros, Halle e Wimbledon per un totale di 13 incontri, di cui 9 vinti e 4 perduti. A Parigi ti sei ritirato agli ottavia Wimbledon hai perso ai quarti di finale; nei tre restanti eventi non sei mai andato oltre il terzo turno…

R: Roberto, qual è la domanda? Se iniziamo così per la fine dell’intervista si saranno già sciolte le nevi e io un paio di sciatine vorrei ancora farmele, ginocchia permettendo.

Arrivo al punto: dal tuo punto di vista il bicchiere quest’anno è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Ti rispondo da due punti di vista. Sotto quello personale il bicchiere è pieno. Come ho già detto in altre occasioni il primo motivo per il quale mi sono sottoposto a questi interventi chirurgici era quello di potermi garantire una vita normale sotto il profilo fisico una volta appesa la racchetta al chiodo e da questo punto di vista mi ritengo pienamente soddisfatto. Dal punto di vista sportivo invece faccio più fatica a risponderti. Ci sono giocatori maturi di alto livello che in tutta la loro carriera non sono mai andati oltre un ottavo di finale in un Major.

per esempio Basilashvili, un solido Top 20 che quest’anno si è pure preso il lusso di batterti a Doha ma che in carriera non è mai andato oltre un ottavo a New York..

….per esempio Basilashvili (grazie per avermi ricordato quella partita in cui ho anche avuto un match point). Ma – con tutto il rispetto per Nikoloz – io ho una storia e delle capacità diverse dalle sue e ciò che per un bravo giocatore può rappresentare un exploit per me non lo è. Quindi, tornando alla tua domanda, la stagione sotto il profilo sportivo per me è stata solo parzialmente soddisfacente. Anche perché speravo di essere presente allo US Open.

Da 1 a 10 che voto ti dai?

6.

Molti tuoi fan – io incluso – sognavano un tuo rientro trionfale come avvenne nel 2017. Ci avevi fatto un pensierino anche tu?

No. All’epoca rimasi assente dai campi per meno di sei mesi, ovvero dalla semifinale di Wimbledon 2016 sino all’esibizione di Perth nella Hopman Cup a gennaio 2017. Questa volta la mia assenza è durata oltre un anno, da febbraio 2020 a marzo 2021; tanto per un atleta in generale, tantissimo per un atleta di 40 anni con 23 anni di professionismo alle spalle come il sottoscritto.

Il momento più brutto e il più bello del tuo 2021 sportivo.

Cronologicamente sono quasi coincidenti: la sconfitta a Wimbledon contro Hurkacz e l’ovazione tributatami dalla folla mentre lasciavo il campo al termine di quella partita. Posso citare anche quello più surreale?

Prego.

Roland Garros: Koepfer che entra nel mio rettangolo di gioco e sputa sul segno lasciato dalla pallina dopo avere subìto un break. Incredibile. E non solo riferito al 2021.

Ne convengo. Partita migliore dell’anno.

Quella contro Gasquet a Wimbledon. Però devo essere sincero: se Richard non esistesse dovrei inventarlo. Sembra fatto apposta per farmi fare bella figura. Anticipo la tua domanda e ti dico anche la peggiore: quella contro Auger-Aliassime ad Halle. Ci sta perdere al terzo contro un giocatore molto forte che ha quasi 20 anni meno di me; ma Halle dopo Wimbledon è il torneo che amo di più, ed averci perso mi ha fatto male; inoltre quella sconfitta mi ha impedito di mettere nelle gambe un paio di partite in più sull’erba che a Wimbledon mi avrebbero fatto molto comodo. Peccato.

Roger, quest’anno la tua città – Basilea – ti ha dedicato un tram, il Federer-Express. Supponiamo che ti venga dedicato un altro tram e che a questo venga messo il nome “desiderio”, che cosa desidereresti ottenere ancora dal tuo talento?

La macchina del tempo per poter tornare al 14 luglio 2019 e giocarmi in modo diverso i due match point contro Djokovic. Più seriamente: la possibilità di poter ancora lanciare un Hurrà di vittoria (se poi sono due anche meglio).

Dove ti piacerebbe farlo?

Credimi, non ha poi tanta importanza dove. Ovvio che mi piacerebbe farlo a Wimbledon, ma l’idea di poter alzare un trofeo, sentire gli applausi del pubblico, vedere i flash dei fotografi, in sé ha un valore inestimabile, che supera il dove e il come. Ora che ci penso però devo dire però che anche a Torino non sarebbe male.

Visto che hai citato Novak prendo spunto per un’ultima domanda: per chi hai fatto il tifo nella finale degli ultimi US Open?

Ancora un goccio di acquavite?

Repetita iuvant: è un lavoro di mera fantasia. Non abbiamo mangiato raclette e bevuto acquavite vallese con Federer.

Per ora.

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evidenza

Il Guardian racconta “Citizen Ashe”, la storia di un campione del gioco e dell’attivismo

Il nuovo documentario, uscito il 3 dicembre, ripercorre i trionfi di Arthur Ashe allo US Open e a Wimbledon e il suo rapporto con il movimento per i diritti civili

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Arthur Ashe partecipa a un'udienza sull'apartheid alle Nazione Unite (ph. Bettman)

Qui il link all’articolo originale; qui, invece, la recensione del New York Times

La benzina del successo tennistico di Arthur Ashe è stata la fiducia: ha affermato che se avesse creduto abbastanza in sé stesso avrebbe potuto colpire la pallina spalle alla rete. Nel 1968 ebbe un grande momento di forma, inanellando una striscia di due mesi senza sconfitte. All’atto conclusivo dello US Open batté Tom Okker, diventando il primo uomo di colore a vincere un titolo dello Slam in singolare maschile. Nel frattempo Ashe si trovava ad affrontare pressioni interiori ed esterne affinché prendesse posizione sui diritti civili: essendo cresciuto nel Sud segregazionista, era preoccupato dalla possibilità di contraccolpi violenti. Ma dopo la vittoria a Forest Hills era pronto a esporsi e farsi sentire, stando a quanto riporta un nuovo documentario, “Citizen Ashe” [riprendendo il titolo originale del film “Quarto potere”, vale a dire “Citizen Kane”, ndt], diretto da Rex Miller e Sam Pollard.

Nel film Johnnie Ashe ricorda che il fratello diceva: “Adesso sono un campione, le persone ascolteranno ciò che ho da dire. Sono il primo nero a vincere lo US Open, sarò richiestissimo“. Miller afferma che la previsione di Ashe si sarebbe presto avverata. “Letteralmente alcuni giorni dopo il successo di New York, Arthur era ospite nel programma ‘Meet the Press’ e decise di non poter più restare ai margini. Considerando anche gli eventi della primavera e dell’estate 1968, con gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, le proteste per la Guerra del Vietnam, i sit-in, tutto ciò che stava accadendo nel Paese, per lui era arrivato il momento di prendere la parola“.

 

“Citizen Ashe” è stato presentato sugli schermi al Doc New York City Film Festival il 13 novembre, prima dell’uscita ufficiale del 3 dicembre (negli Stati Uniti). Ci sono rari contributi audio e fotografie della stella del tennis; il film mostra l’impatto di Ashe dentro e fuori dal campo prima della sua morte, avvenuta a 49 anni nel 1993 a causa delle complicazioni dovute all’AIDS.

Il documentario mette in evidenza due vittorie nei Major arrivate all’inizio e verso la fine della sua carriera – US Open 1968 e Wimbledon 1975, quando sconfisse Jimmy Connors grazie al piano di gioco ideato con un gruppo di amici. Inoltre approfondisce il suo attivismo, anche in Sudafrica, dove sfidò l’apartheid una volta saputo che Nelson Mandela era finito in carcere per aver provato a votare. Dopo la diagnosi di AIDS, Ashe creò una fondazione dedicata alla sconfitta del virus.

Nel film sono presenti interviste a persone a lui vicine, come la moglie Jeanne Moutoussamy-Ashe, co-produttrice della pellicola, e il fratello Johnnie. “Tutto questo non sarebbe stato possibile se Jeanne non avesse partecipato attivamente“, dice Miller. “Era parte integrante del progetto, impegnata nella riuscita del film in prima persona“. Jeanne anche aiutato il regista a contattare giocatori quali Charlie Pasarell (parte del gruppo che stilò il piano per battere Connors) e John McEnroe, che ebbe un rapporto complicato con Ashe quando quest’ultimo fece da mentore per la squadra americana di Coppa Davis.

Secondo Pollard, “Arthur, insieme a Jim Brown, Kareem Abdul-Jabbar e Bill Russell, è stato una sorta di modello da seguire per le stelle odierne Colin Kaepernick, Serena e Venus Williams, Naomi Osaka, LeBron James. Ciò che fanno loro oggi non si pone in una tradizione inaugurata da loro“.

Questo film dà uno sguardo sui momenti che hanno formato Ashe da giovanissimo a Richmond, Virginia. Il tennista ha raccontato che era normale per i bambini di colore chiedersi se avrebbero mai potuto vivere bene in una società segregazionista e che ogni giovane con “più di un pizzico di intelligenza” se ne sarebbe andato. Anche Arthur lo fece – prima andò a Saint Louis per terminare le superiori, poi al college all’Università della California a Los Angeles (UCLA). Richmond rimaneva un triste ricordo per Ashe: aveva perso sua madre a sei anni. Suo padre faceva il custode in un campo sportivo per soli neri, dove il giovane Arhur imparò a giocare a tennis e fu scoperto dall’allenatore Robert Johnson, il quale aveva notato anche la promessa di colore e pioniera Althea Gibson.

Il documentario mostra quanto fu decisivo il 1968 sia per Ashe sia per gli Stati Uniti, da molteplici punti di vista. La carriera sportiva del futuro campione stava decollando: fu il primo uomo di colore ad essere selezionato per la squadra americana di Coppa Davis. Inoltre era entrato nell’esercito, come tenente di stanza a West Point, mentre suo fratello era impiegato in Vietnam. Johnnie si rese volontario per un altro turno di servizio in Asia, permettendo ad Arthur di rimanere in patria. “Fu un grande sacrificio“, dice Pollard. “Devi amare molto tuo fratello per fare una cosa del genere“. Ashe andò comunque in Vietnam, dove si trovò in prima linea e vide con i propri occhi militari feriti in servizio, cosa che lo colpì molto. Nel film Johnnie Ashe descrive quei momenti: “In qualche modo gli eventi lo riportarono a casa. Ho fatto la cosa giusta, al momento giusto per il giusto motivo“.

Nel frattempo Arthur Ashe si interrogava se quella fosse anche l’occasione opportuna per prendere posizione sui diritti civili. Atleti di colore come Muhammad Ali, Abdul-Jabbar [all’epoca ancora noto come Lew Alcindor, ndt], Russell e Brown appoggiavano il movimento, così Harry Edwards chiese ad Ashe di fare altrettanto, ma c’erano dei fattori a complicare la decisione. “Specialmente nel Sud non volevi creare ondate di protesta su basi razziali e mettere in questo modo la tua vita in pericolo“, continua Pollard. “C’era una sorta di segregazione molto netta in USA su determinate problematiche relative al colore della pelle, in special modo nel Sud. Ashe sapeva quali erano le regole del gioco e che se fosse voluto sopravvivere in America non avrebbe dovuto creare movimenti di protesta. Dovevi fare la cosa giusta. Questo è ciò che significava essere nero all’epoca“.

Comunque il regista aggiunge che “l’autostima di Arthur stava crescendo. Poteva dire la sua – non come Ali o Russell, l’avrebbe fatto a modo suo. Come dice nel film Edwards, gli afroamericani non sono monolitici: non fanno tutti le stesse cose alla stessa maniera. L’attivismo di Ashe avrebbe avuto un impatto potente“. A marzo Arthur tenne un discorso sui diritti civili alla Chiesa del Redentore di Washington, discorso che venne criticato dai ranghi più alti dell’esercito. In aprile stava guidando sul George Washington Bridge quando apprese dalla radio che Martin Luther King era stato assassinato. Nel corso della campagna presidenziale, chiacchierò di tennis con il candidato democratico Robert Kennedy prima che anche lui venisse ucciso a giugno. Qualche mese più tardi, Ashe vinse lo US Open e a quel punto era pronto a parlare delle cause che sosteneva: dai diritti civili all’educazione per abolire l’apartheid.

Stava cercando di cambiare il campo su cui giocare“, dice Miller. “Era ancora un patriota, era ancora nell’esercito e pensava che fosse la cosa giusta da fare. Era orgoglioso del servizio reso da suo fratello, e tutte queste cose andarono a incastrarsi quando conquistò il suo primo Slam – primo vincitore di colore in un Major e primo americano dell’era moderna a vincere a New York. Il trofeo gli garantì un palcoscenico dal quale poter dire la sua”.

Traduzione a cura di Lorenzo Andorlini

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Flash

WTA Awards 2021, annunciate le vincitrici: Ashleigh Barty giocatrice dell’anno

Doppio successo per Barbora Krejcikova: miglior doppista con Siniakova e singolarista più migliorata. Premiate anche Raducanu e Suarez Navarro

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Da St. Petersburg in Florida, sede del quartier generale della Women’s Tennis Association, arriva l’annuncio delle vincitrici dei WTA Awards 2021, i premi riservati alle migliori tenniste del Tour, suddivisi in cinque categorie. Migliore giocatrice dell’anno è la numero 1 del mondo Ashleigh Barty, premiata con il prestigioso riconoscimento già ottenuto nel 2019. Durante questa stagione, la venticinquenne di Ipswich ha vinto a Wimbledon il suo secondo titolo Slam dopo il trionfo al Roland Garros 2019. Ha inoltre alzato il trofeo a Miami dov’era campionessa uscente, a Cincinnati, allo Yarra Valley Classic e a Stoccarda. Prima anche nella Race, ha chiuso al primo posto la classifica per il terzo anno consecutivo – nel 2020 praticamente senza giocare, ma quelle erano le regole.

Dalla regina alle regine: le ceche Katerina Siniakova e Barbora Krejcikova vincono il premio per il doppio dell’anno. Rispettivamente numero 1 e 2 del ranking di specialità e prima coppia nella Race. Anche per loro si tratta di una seconda volta dopo il riconoscimento del 2018. Nel palmarès stagionale di Barbora e Katerina spiccano i titoli del Roland Garros e delle WTA Finals di Guadalajara, oltre alla medaglia d’oro olimpica.

Tocca adesso alla giocatrice più migliorata dell’anno, premio destinato alla tennista che “finisce l’anno in Top 50 dopo aver dimostrato significativi miglioramenti nell’arco della stagione”: è Barbora Krejcikova che, oltre a essersi fatta valere in doppio, in singolare ha alzato tre trofei, i primi della carriera. Protagonista dell’accoppiata vincente singolo/doppio al Roland Garros, ha vinto anche i tornei di Strasburgo e Praga. Più che in Top 50, Barbora ha chiuso l’anno in Top 5, dopo aver toccato persino la terza posizione in classifica.

 

Suona meglio in inglese, ma lo traduciamo comunque: il premio per la nuova arrivata del 2021 va a Emma Raducanu. Newcomer of the Year, “colei che è entrata in Top 100 e/o ha conseguito risultati degni di nota”; quindi, considerando che aveva finito il 2020 al 343° posto mentre ora è al 19° e che ha vinto lo US Open con una straordinaria cavalcata iniziata dalle qualificazioni, possiamo affermare che ha soddisfatto – e pure ampiamente – entrambe le condizioni, in barba alla possibilità ammessa da quel “e/o”. Inoltre, in Church Road, è stata la più giovane tennista britannica a raggiungere gli ottavi nella storia di Wimbledon. Come se non bastasse, in ottobre a Cluj-Napoca ha addirittura vinto il suo primo incontro in un torneo WTA.

Ultima nell’elenco delle categorie ma certo non nei cuori degli appassionati è Carla Suarez Navarro, premiata come Comeback Player of the Year, tennista al rientro dopo che la sua classifica era precipitata a causa di infortuni o motivi personali. Un ritorno particolarmente gradito, non solo perché una delle atlete più sportive e corrette del circuito, ma perché la scorsa stagione, quella in cui aveva programmato il ritiro, è stata interrotta dalla pandemia prima e dal linfoma di Hodgkin poi. La volontà di guarire e tornare a giocare per essere ricordata sul campo e “non in un letto di ospedale” è stata premiata e Carlita ha impugnato la racchetta a Parigi, Wimbledon, Olimpiadi, US Open e in Billie Jean King Cup.

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