Su Osaka e una fragilità mentale inattesa. Errori di comunicazione e sciocchezze di opinionisti improvvisati

Editoriali del Direttore

Su Osaka e una fragilità mentale inattesa. Errori di comunicazione e sciocchezze di opinionisti improvvisati

PARIGI – La colpa non può essere delle conferenze stampa e di domande stupide, poco professionali. Ho presenziato a 100.000 incontri stampa, fidatevi. Intanto l’Italia del tennis surclassa la Francia e sogna 3 tennisti in ottavi

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Non è successo granchè questo mercoledì al Roland Garros che io non abbia già detto nel video. Avevo aspettato che Serena Williams finisse il suo match con Buzarnescu per registrarlo, perché se avesse perso avrei dovuto parlarne. Invece ha vinto con un vincente 6-1 il terzo set e quindi non restavano tanti argomenti al di là del pareggio azzurro di giornata, Fognini vincente in tre set e Trevisan sconfitta in tre (dopo essere stata avanti di un break in tutti e tre), di Nishikori che è stato in campo dieci set e otto ore fra Giannessi e Khachanov (il russo era avanti due set a uno), giusto per migliorare ancora il suo record straordinario nei match chiusi al quinto set: 27 vittorie su 33 maratone.

Il bello è che tutti sembrano considerarlo un tennista dal fisico fragile… perché spesso è rotto. Spesso si è ritirato. Ma il punto è che se sta bene il giapponese ha una solidità di testa che hanno in pochi. “Mi è sembrato d’aver giocato cinque match, non due, a un certo punto pensavo che non ce l’avrei fatta…ero e sono stanchissimo, poi mi sono ritrovato al quinto set e a quel punto non si molla…ci si prova”.

Innanzitutto vorrei fare i miei migliori auguri a Rafael Nadal, che oggi compie 35 anni – più di un terzo dei quali passati a vincere Roland Garros.

 

Poi vorrei tornare con questo editoriale sulla questione Osaka.

Quello che è successo non può non essere dispiaciuto a tutti. È ovvio che la vicenda poteva essere gestita meglio. Da un po’ tutti. Da Naomi che non aveva mai fatto trapelare di aver sofferto di depressione – addirittura dal 2018 all’epoca della tumultuosa finale con la Williams quando Serena dette di fuori di matto e a Naomi fu tolta perfino la gioia di esultare come avrebbe meritato – e la cosa ha colto tutti di sorpresa, forse perfino il suo management. È difficile pensare che una tennista che vince quattro finali di Slam su quattro possa essere un po’ fragile di testa. Ora lo dicono tutti che un conto può essere solidi di testa quando si tira dritto e rovescio e un altro quando si deve interfacciarsi un giorno sì e un giorno no con tante persone che ti fanno delle domande su tutto e di più, stupide come intelligenti, originali come banali, nuove come ripetitive.

Per lei questo era – è un problema – per tutti gli altri, o quasi, è stato una routine magari non sempre piacevole ma che faceva parte del gioco. Della participazione a un torneo che impone certe regole. Giuste o sbagliate che siano, Naomi avrebbe potuto parlarne per tempo al suo manager, alla WTA, a chiunque potesse magari studiare un modo per aiutarla. C’è chi soffre di claustrofobia, che non riesce a entrare in un ascensore, mica si può persuaderlo ad entrarci solo perché lo fanno quasi tutti gli altri. Le crisi di panico allora? Coloro che ne soffrono non trovano facilmente il rimedio a quella sindrome.

Insomma, con tutto il rispetto che la questione merita, c’è stato un indubbio difetto di comunicazione. E di timing. Si sarebbe potuto affrontare la questione con un parere medico circostanziato? Non lo so, ma non ci si è neppure pensato. Forse per scetticismo, per scarsa fiducia nella comprensione altrui. Però comportandosi così si è fatto certamente peggio.

Mai tagliare un qualcosa che non si possa ricucire. Naomi, pur con tutte le attenuanti del caso e della sua incerta condizione mentale, si è indiscutibilmente messa con le spalle al muro da sola. In pratica non ha avuto alternativa che prendere la decisione poi presa: lasciare il torneo, andarsene.

Naomi Osaka – Roland Garros 2021 (© Corinne Dubreuil_FFT)

La sua presa di posizione ha spiazzato perfino tutti i suoi colleghi che, pur rispettandola, hanno dimostrato di non capirla e di non condividerla. Non sono stati i giornalisti, come ho letto da qualche accusa superficiale, a considerarla responsabile di lesa maestà nei confronti di una regola che fa parte del gioco, della professione, di una tradizione da sempre esistente. Direi che sono stati per primi gli stessi giocatori a non condividerla. E non giocatori che avevano avuto il tempo per mettersi d’accordo, per concordare una linea comune. Ognuno ha detto le stesse cose, da chiunque fosse interpellato. E nessuno dei giocatori se l’è presa con i media. Quindi quanto ho scritto e sto scrivendo non è una difesa della casta che vuole proseguire ad avere le conferenze stampa come sempre. Che magari quanto è accaduto serva ad apportare quei correttivi che si crederanno necessari.

In 160 tornei dello Slam, e almeno altri 400 tornei seguiti fra Masters 1000, Finali ATP, per un numero totale di giorni che oltrepassano i 20.000, credo di aver assistito a 100.000 conferenze stampa e interviste. E ne ho viste sentite di di tutti i colori. Domande, e risposte, di tutti i tipi. Interessanti, meno interessanti, istruttive, diseducative, divertenti, noiose… insomma sbizzarritevi voi lettori nella scelta di tutti gli aggettivi possibili. Chi oggi dice che i tempi sono cambiati, che ormai bastano i social a sostituire le conferenze stampa, tutte le conferenze stampa, non si rende conto della sciocchezza che dice.

Una volta i giornalisti avevano rapporti diretti con i giocatori, non c’erano agenti a ostacolarli, media PR dei circuiti, guardie del corpo, security varie. Oggi l’unico modo perché un giornalista possa raccontare a chi ha visto una partita in TV qualcosa di più di quello che già sa è presenziare a una conferenza stampa oppure leggerne i transcript. Altra via non c’è. Pensare di abolirla vorrebbe dire lasciare in mano soltanto alle dichiarazioni pre-confezionate di agenti e uffici stampa, o dei social che ti ammanniscono quello che vogliono, un certo tipo di informazioni, di conoscenze. Ciò danneggerebbe, alla fine, per primi i giocatori, il loro appeal mediatico, i loro sponsor.

Nessun dubita che l’inattesa esternazione di Naomi, quell’improvviso mettersi a nudo di fronte al mondo del tennis, dei colleghi, del pubblico, della stampa, sia stata sofferta. Molto sofferta. Ma i tempi e i modi in cui l’ha fatta sono frutto di un suo errore di valutazione sulle reazioni che avrebbe ricevuto. Cui è seguito un successivo errore: quello di negarsi a chi voleva raggiungerla per ottenere almeno un minimo (dovuto!) di spiegazione.

Errori da ragazza ancora giovanissima alle prese con problema più grande di lei. Ma tali da provocare una reazione “muro contro muro”, perché se si entra come un elefante in un negozio di cristalleria il meno che ti puoi aspettare è che il proprietario del negozio reagisca in modo anche virulento, anche eccessivo.

Se non avesse fatto il secondo errore di cui sopra, probabilmente Gilles Moretton e soci l’avrebbero ascoltata, avrebbero evitato di uscire immediatamente allo scoperto con dichiarazioni pubbliche e minacciose, avrebbero trovato un modo più soft per affrontare la situazione. Ma fino a lunedì sera Naomi non ha fatto conoscere il suo problema e le ragioni del suo comportamento. E le motivazioni inizialmente addotte da Naomi non sono subito apparse credibili. Domande ripetitive, irrispettose dello status psicologico di un atleta. Un atleta professionista che non ha soltanto il piacere-onere di giocare bene a tennis, ma anche quello di sostenere e promuovere il proprio sport per favorirne lo sviluppo. Per accrescerne la popolarità. 

Offrirsi al publico, attraverso il contatto anche ripetuto con i media (quando si ha poi sempre la possibilità di dire “No comment, passiamo ad altra domanda”) non è una situazione venutasi a creare per caso. Modificabile? In parte sì, ma non prendendola di petto a tre giorni dall’inizio di uno Slam e pretendendo un tipo di trattamento diverso da quello accettato da tutti gli altri colleghi. Fa parte del lavoro doversi rendere disponibile dopo ogni match anche per un’ora alla volta a tv, radio, giornali. Porta via anche tempo, certo. E magari a chi ha appena perso per l’ennesima volta su una determinata superficie sentirsi instillare il dubbio che forse quella superficie non fa proprio per lei, può anche determinare un complesso, un piccolo trauma.

Naomi Osaka – Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Penso, ad esempio, a quante volte Sara Errani si è sentita chiedere del suo servizio, se non potesse fare qualcosa per migliorarlo. Di sicuro sarà diventato un incubo e probabilmente ne avrà a che patito le conseguenze, però ragazzi dello sport, del competere a livello professionistico, la solidità mentale è come un dritto e un rovescio. Chi riesce a reagire a una serie di sconfitte, a una serie di critiche è più forte e competitivo di chi non ci riesce.

Proprio in questi giorni ho sentito ripetere da Sinner e Musetti, quasi si fossero fatti le confidenze, “quel che conta è la testa, il mio colpo migliore contro Herbert è stata… la forza mentale” ha detto Sinner (che pure aveva avuto anche una notevole dose di fortuna, come quella che il suo avversario ha avuto meno forza mentale di lui). E Musetti, quasi come le stesse parole, gli ha fatto eco, giustificando il suo ottimo avvio contro Goffin con “una questione di testa, mi ero preparato così”. La testa conta in campo e fuori dal campo. Anche alle avversarie più amiche e comprensive della Osaka non sarebbe andato a genio di dover accettare supinamente di continuare a dare la propria disponibilità (non meno di 100 ore l’anno per chi giochi 80 partite) e lei no, senza aver neppure fatto trapelare minimamente un problema, un serio e certificato problema di salute? La regola è uguale per tutti.

Soffre se le dicono che sull’erba e sulla terra rossa non è forte come sul cemento? Beh, ma allora Pete Sampras, campione di 14 Slam (7 a Wimbledon) che sulla terra rossa del Roland Garros non è approdato che una sola volta in semifinale, avrebbe dovuto rifiutarsi di parlare di terra rossa per sempre e non venire dopo ogni sconfitta a Parigi a rispondere alle domande dei giornalisti? E Serena Williams (che ha parlato di Osaka) quante ne ha vissute? Dacché ha perso con Roberta Vinci, dacché diventata mamma, dacché ha perso quattro finali di Slam da quattro avversarie che avrebbe dovuto battere e sempre in due set?

Anch’io ho visto diverse tenniste scoppiare in lacrime in conferenza stampa, dopo una sconfitta o una domanda rozza e poco sensibile, perché magari gli era morto un genitore o perché era stata lasciata dal promesso sposo e un giornalista aveva voluto mettere il dito nella piaga. Ci sta. In tutti i mestieri del mondo c’è chi è più bravo e sensibile a fare domande e chi lo è meno. Come sul campo da tennis c’è chi gioca meglio e chi gioca peggio. Ma ripeto: non si può fare di tutte le erbe un fascio, quando si è assistito a 100.000 conferenze stampa e molte, moltissime, sono state memorabili. E utili alla conoscenza del personaggio che ci stava di fronte. L’opinione pubblica ha diritto di sapere quanto più sia possibile di un campione che vede giocare per centinaia di ore in TV e dal vivo.

Chiaro che Naomi è un essere più fragile e vulnerabile di quanto tutti sospettassimo e che il suo benessere ci deve stare a cuore. I problemi della mente non possono essere trattati superficialmente da posizioni… “oggettive”. Sono soggettivi per definizione. Io spero che Naomi li possa risolvere, ma di sicuro ora sono ancora pesanti, direi più pesanti di quanto lo fossero una settimana fa. Mi sorprenderei se riuscisse a risolverli prima di Wimbledon che è alle porte, fra quattro settimane.

Ma mi ha sorpreso così tanto quel che è successo, da parte di una tennista che ha sempre avuto – oltretutto – i più grandi apprezzamenti dai giornalisti di tutto il mondo. Djokovic, al cospetto di Federer e Nadal, potrebbe dire di essere stato spesso oggetto di cattiva stampa – per un motivo o per un altro, più giustificati e meno giustificati – ma Naomi ha sempre goduto di buona, ottima stampa. Questo avvalora la sensazione che il suo sia davvero un problema psico-mentale davvero serio. Di non facile e immediata soluzione. Ora più che mai.

Io in mezzo secolo di professione e un migliaio di tornei non mi ero mai trovato a vivere una situazione del genere, anche se ricordo il caso di Mardy Fish. Il tennista statunitense, tra il terzo turno e gli ottavi dello US Open 2012, vide aggravarsi le sue condizioni di salute mentale che, come avrebbe poi raccontato, erano già abbastanza precarie. Fish ebbe un attacco d’ansia durante il match (vinto) contro Simon e decise di non scendere in campo agli ottavi contro Federer; avrebbe poi giocato solo altre quindici partite in tre anni, prima del ritiro definitivo allo US Open 2015. Nonostante il precedente di Fish e altri che spesso vengono raccontati grazie all’iniziativa Behind The Racquet, questa storia di Naomi ha avuto davvero uno svolgimento particolare.

TORNANDO AL TORNEO – Oggi speriamo non piova. Ieri il meteo francese ha ciccato clamorosamente il suo pronostico. Non è caduta una goccia. Oggi chissà. Io penso che potremmo forse assistere ad una giornata trionfale, con sei vittorie azzurre. Quella di Camila Giorgi su Gracheva, di Berrettini su Coria, di Musetti su Nishioka, di Seppi su Kwon, di Cecchinato su de Minaur, di Sinner su Mager (ma se succede che vince Mager su Sinner sempre sei restano).

Vedo più perdente che vincente la Paolini con la Sakkari. Ma se quei cinque ragazzi vincono, avremmo sei italiani al terzo turno e due derby, Berrettini-Seppi e Cecchinato-Musetti che garantirebbero due italiani in ottavi (come già un anno fa) ma anche un terzo assai possibile, Fognini se superasse Delbonis da Fabio battuto cinque volte su otto.

Matteo Berrettini – Roland Garros 2021 (foto via Twitter @rolandgarros)

Se penso che abbiamo invidiato per anni il tennis francese che qui aveva 17 giocatori in tabellone (e 9 in qualificazione tutti bocciati) e per la prima volta nella storia del Roland Garros ne ha solo tre al secondo turno (più 4 ragazze di 11 all’avvio e di altre 7 in quali, anch’esse tutte bocciate), mi stropiccio gli occhi. I “cugini” per ora ci battono soltanto come numero di top-100: loro ne hanno 11, noi 10. Ma è questione di poco tempo. Molti dei loro sono quasi tutti sull’orlo della pensione, Tsonga, Gasquet, Monfils, Simon. I nostri sono giovani, giovanissimi e rampanti.

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Editoriali del Direttore

Caso Djokovic – Ha prevalso la ragion di Stato. E’ stata una scelta politica ma credo sia giusto così

Dalla vicenda escono male tutti, Craig Tiley in testa. Poi Djokovic e non per essere andato a Melbourne. Ma per come ci è andato. Male anche l’Australia. Bravi soltanto tutti i giudici

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Mi spiace che manchi il n.1 del mondo ad uno Slam. Non uno qualsiasi, soprattutto in Australia, dal momento che Novak Djokovic lo aveva vinto 9 volte e le ultime tre. Ma sono anche d’accordo con Rafa Nadal quando dice con buon senso e senza voler infierire su un Djokovic in disgrazia, “Nessun giocatore al mondo, è più importante di un evento”.

E mi pare il caso di ricordare qui che quando, in solidarietà allo jugoslavo Nikki Pilic squalificato dalla sua federazione per essersi rifiutato di giocare gratis in Coppa Davis, un’ottantina di tennisti boicottarono l’edizione di Wimbledon 1973 – vinta dal ceco Jan Kodes sul russo della Georgia Alex Metreveli (nei loro Paesi allora guai a scioperare!) – il chairman dell’All England Committe H.David disse: “The Championships are more important than any player” (non credo ci sia bisogno di tradurre).

E i Championships – gli inglesi chiamano così il torneo di Wimbledon come se nessun altro “campionato” potesse lontanamente pretendere di valere quanto quello dell’All England Lawn Tennis Club – nel ’73 batterono il record d’affluenza, dando più che ragione al loro Chairman.

 

A questo punto lasciatemi anche dire un bel “meno male!”… che finalmente torneremo a scrivere e parlare di tennis giocato dopo questa lunga saga che ha stressato particolarmente tutto Ubitennis per via del continuo affluire di notizie imprevedibili e contradditorie fra loro, ma anche delle migliaia di commenti che ci hanno sommerso, giorno dopo giorno. Talvolta abbiamo addirittura dovuto chiuderne l’accesso perché non ce la facevamo a moderarli tutti. E’ stato uno sforzo immane anche perché alcuni lettori hanno scritto papiri infiniti, mentre altri non si sono stancati di ripetere lo stesso concetto decine di volte, così come non hanno cessato di lanciarsi strali e “beccarsi” fra pro-Djokovic e anti-Djokovic, fra SìVax e NoVax.

 E queste ultime baruffe ci hanno messo sovente molto più in difficoltà all’atto di moderarli, perché implicavano spesso competenze da medici, da giuristi, perfino da statisti, quali certo non siamo.

Devo dire che non mi ha sorpreso affatto la conclusione della saga Djokovic. Chi mi aveva chiesto nei giorni scorsi un pronostico conosce la risposta che gli ho dato.

Era francamente contro ogni logica pensare che Djokovic potesse sfangarla  contro il Governo australiano dopo tutto quello che ha attraversato l’Australia, il Paese più rigido del mondo nell’affrontare la pandemia e anche il Paese dove le regole vengono applicate generalmente con un rigore tale che io mi sono permesso spesso in passato – anche per esserne stato vittima  in un’occasione – di considerarlo assolutamente esagerato.

Ci sono ragioni storiche che hanno dato origine a questa tendenza: i primi abitanti australiani “deportati” dall’Inghilterra non erano davvero persone che si potessero mandare in giro a briglia sciolte.

Pochi ricorderanno ormai l’editoriale che scrissi quando la saga Djokovic cominciò. Il titolo era (e sono dovuto andare a cercarlo in cima alla home page, sotto la voce di menu Editoriali): Il caso Djokovic: Sospettare è populismo? Mostrare equilibrio è pilatesco? Forse sono Ponzio Pilato.

Si scrivono tante cose, facendo questo mestiere, e non sempre si ricordano. Così ho voluto controllare se avessi scritto qualche bestialità. Può capitare.

Se vi va leggetelo oggi (rileggetelo?) anche voi. Non mi pare di dover fare sostanziali correzioni.

Allora Djokovic non aveva ancora compromesso la sua immagine col commettere tutta quella serie di comportamenti poco esemplari e certamente superficiali in epoca pandemica: mancati distanziamenti a volto scoperto, interviste da “positivo” nascondendo di esserlo ai colleghi dell’Equipe, nessun controllo sulla crocetta che barrava il “non ho effettuato alcun viaggio negli ultimi 14 giorni” prima del volo Marbella-Dubai-Melbourne.

A pagina 2 Djokovic tradito da Tiley

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Editoriali del Direttore

Il caso Djokovic: Sospettare è populismo? Mostrare equilibrio è pilatesco? Forse sono Ponzio Pilato

Le circostanze, e le coincidenze con precedenti prese di posizione di Djokovic, mettono in cattiva luce sia lui sia le autorità scientifiche (e non) australiane. Ma le prove della presunta farsa non ci sono. Se il n.1 del mondo farà chiarezza sarà un bene per tutti, per lui per primo

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L’esenzione sanitaria ottenuta da Novak Djokovic, che consentirà al tennista serbo di partecipare nelle vesti di favorito al torneo vinto nove volte in quel di Melbourne, suscita in me sentimenti fortemente contrastanti.

Capisco bene, quindi, perché li abbia suscitati anche nell’opinione pubblica assai divisa e pesantemente scatenata sui social. Anche se talvolta – seppur non sempre – questa si mostra troppo influenzata dalla simpatia o antipatia nutrita per il personaggio Djokovic, dal tifo per lui come per i suoi rivali sempiterni Nadal e Federer assestati sullo stesso trono dei 20 Slam.

Ho letto oltre 500 commenti su Ubitennis e me ne arrivano in continuazione altri attraverso infinite notifiche sul cellulare.

 

Dopo di che confesso il mio imbarazzo. Riuscirò a dire qualcosa di nuovo, di diverso da quanto è stato già scritto in tutte le possibili salse, fra accusatori implacabili e difensori magari poco credibili?

Sono sorpreso dall’arrivo di questa esenzione? No. Non lo sono perché mi pareva impossibile che Djokovic fosse da tempo così convinto di poterla ottenere.

Era così convinto da recarsi a Marbella ad allenarsi con le stesse palle dell’Australian Open anziché andare a praticare l’altro suo sport prediletto, lo sci, con la sua famiglia. Doveva avere almeno un asso in mano da poter giocare.

Quando lui diceva “wait and see” appariva più che fiducioso di ottenere quella risposta favorevole che poi ha effettivamente avuto. Che senso poteva avere, altrimenti, illudere se stesso e gli altri?

Perché ha preferito non dare mai spiegazioni al riguardo? Forse per lo stesso motivo per il quale probabilmente anche quando sarà a Melbourne penserà di non dover dare mai alcuna spiegazione. Anche se io mi auguro fortemente il contrario. Sono, a scanso di equivoci, certamente favorevole a una trasparenza che lui non ha avuto.

Io non posso sapere quali siano le sue spiegazioni, né i motivi della esenzione. Così come non sono sicuro al cento per cento che i motivi attraverso i quali si poteva ottenere l’esenzione fossero soltanto quelli che sappiamo. Ho letto che è così, questo sì. I protocolli fissano criteri e parametri, ma se ne emergesse uno non contemplato ma reputato grave dal comitato scientifico X, io mi chiedo…dovrebbe essere scartato a priori?

Non so se sarebbe giusto e vi assicuro che non mi sto arrampicando sugli specchi a difesa della posizione di Djokovic, perché non mi pongo assolutamente nè questo obiettivo nè un altro. Ho scritto anche in questi giorni che sono pro-vaccino, e assolutamente contrario alle teorie dei NoVax. Non vi ergete a complottisti anche nei miei confronti adesso eh!

Ma, così come do fiducia alla scienza quando mi dice che vaccinandomi tre volte a distanze sempre più brevi corro meno rischi di andare all’altro mondo o anche di finire intubato in qualche ospedale – e non ho conoscenze mediche tali da poter smentire chi lo sostiene né sono uno che si innamora dei complotti – così mi sento di dare fiducia (o se preferite …in dovere di dar fiducia) anche a un doppio comitato scientifico, quello australiano e quello del solo Stato di Victoria. Anche se non può essere paragonabile all’autorevolezza di un’autorizzazione EMA.  Vorrei essere rassicurato, questo magari sì perchè mi tranquillizzerebbe maggiormente, sul fatto che il parere sulle esenzioni – quella per Djokovic come quella per altri tennisti – possa essere stata davvero blind, cieca, cioè senza sapere chi fosse il personaggio “esaminato”. Però penso anche che non sia facile “oscurare” tutti gli esami presentati di un soggetto, in modo da non renderlo individuabile.

Attenzione: trattandosi di pareri scientifici, ma comunque espressi da esseri umani (per quanto presumibilmente iper-preparati e voglio sperare e credere anche intellettualmente onesti) essi possono tuttavia essere discrezionali. E fallaci. Magari nello Stato del Queensland a Djokovic l’esenzione non sarebbe stata data (e nemmeno in chissà quanti Paesi europei e del mondo) e invece nello Stato di Victoria sì (e chissà in quanti altri Paesi europei e del mondo). Ho letto più volte dell’esistenza di diverse esenzioni per diversi vaccini, tanto per fare un esempio. Anche in questo caso, come riguardo a chi professa teorie NOVAX non sposo teorie complottiste. Non ritengo giusto potermi considerare depositario di verità assolute. Al contrario di tanti pareri assolutisti che leggo.

Chissà, forse mi illudo che non sia così. Forse voglio illudermi che non sia così. Una posizione da vero e grande ingenuo la mia? Può essere, anche se arrivo al punto di sconfessare  completamente il cinico Andreotti quando diceva “a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”.

Anche perché, io personalmente nei confronti della rigidità morale del mondo australiano, ho avuto in più occasioni anche forte motivo di dubitare. Un esempio? Il “matrimonio politico” fra Open d’Australia, ATP (con ATP Cup) e soprattutto Laver Cup. Non ha nulla a che vedere con ciò di cui stiamo parladno, siamo su tutt’altro piano, non ci sono né Governi né Comitati Scientifici coinvolti, ma il fatto di distribuire spudoratamente punti ATP in prove cui non tutti possono partecipare e dare equo rigore statistico (fino a “inquinare” perfino gli head to head) a match d’esibizione quali sono certamente quelli della Laver Cup (non c’è neppure il terzo set, ma un long tiebreak), ai miei occhi ha fatto perdere credibilità nei confronti di alcune autorità australiane nonchè della stessa ATP.. Per me è stato uno scandalo. Ma, questa è un’altra storia e mi fermo qui.

Tornando al caso Djokovic…non mi sento, in assenza di informazioni che solo lui e i medici australiani possono conoscere, di contestare il diritto all’esenzione.

Penso anche che se a concederla è un comitato di più persone, di più medici che si presume abbiano un certo status professionale e una certa notorietà, è abbastanza improbabile che tutte queste persone si espongano al rischio di venire un domani smentite e sconfessate. Sarebbe roba da cancellazione dall’albo dei medici. Possibile che in tanti vogliano correre questi rischi?

E il suo diritto a mantenere la privacy sulla propria salute? Credo sia incontestabile anche se Djokovic è un personaggio pubblico che qualche obbligo nei confronti del pubblico ce lo potrebbe (dovrebbe?) avere. O sentire. Ma nessuno può obbligarlo a rivelare quello che ha e che riguarda la sua salute, la sua privacy. Nè, tantomeno, si può invocare che lo faccia uno speaker d’un qualsiasi comitato scientifico australiano.

Di sicuro la prolungata e misteriosa vicenda non può non suscitare in tutti che una grande curiosità. Che cosa diavolo ha Djokovic, un atleta da tutti sempre considerato una sorta di Superman? Perché lui è così misterioso…salvo aver fatto sempre pochi misteri sulle sue perplessità riguardo alla vaccinazione, “al mettersi qualcosa nel proprio corpo”? E ciò ancor prima, molto prima che i vaccini venissero alla luce, Astra Zeneca, Pfizer, Moderna, Johnson fra gli approvati, Sputnik e altri fra i non approvati.

Decisamente Novak è un tipo molto particolare. Certamente non banale. E quando si dice una cosa del genere di un individuo, di fatto si sottolinea la sua imprevedibilità – nel bene e nel male: questo è il problema – per i canoni normali attraverso cui si esprime una pubblica opinione.

Ci ha sorpreso mille volte per i suoi atteggiamenti e comportamenti. Sul campo, ma forse più ancora fuori dal campo. Cioè quando si è addentrato in altri campi. Esempio l’alimentazione: è vegano? O è semplicemente vegetariano? O soltanto allergico al glutine? O sta meglio se non ingerisce glutine, sic et simpliciter? No, non è celiaco come molti a un certo punto si erano persuasi che lui fosse. E l’acqua pranizzata? E lui che diceva di abbracciare gli alberi per ricavarne energia? Boh. Misteri su misteri. Vogliamo parlare del suo fisico (invidiabile per chiunque, secondo quanto si credeva di sapere almeno fino a ieri…) e la sua cura quasi ossessiva: Nole è sempre stato di gomma e, così magro, si è aiutato in tutti i modi possibili (la famigerata camera ipobarica a uovo di cui esisterebbero solo 20 prototipi …il cui utilizzo è consentito in certi Paesi sì, in altri no?), ma si è procurato anche qualche danno che ne minaccia magari l’integrità? Quelli che gli sono valsi l’esenzione? Ricordate quando Nole soffrì in modo pesante di quel malanno al gomito e non voleva saperne di farsi operare? Poi però lo ha fatto. E l’operazione, al di là dei suoi dubbi, delle sue ritrosie, forse delle sue paure, sembra sia riuscita assai bene, a giudicare dai risultati. Anche qui, mistero su mistero. E ricordate il periodo del Guru, Pepe Imaz, di quello strano tipo che pareva influenzarlo tantissimo e che si occupava in particolare di suo fratello? In quel periodo Novak non beccava più palla, sembrava frastornato. Poi Pepe Imaz sparì.

Poi Novak si è ritrovato a colloquiare e a condividere alcune teorie abbastanza stravaganti – ma stravaganti per me, mica per tutti eh –  con Chervin Jafarieh, appassionato di filosofie orientali che sostenne quanto “fosse eccitante vivere in un periodo di pandemia quando tanti muoiono di Covid-19!”.

Djokovic ha indubbiamente una notevole propensione a far …casino, a suscitare reazioni di ogni tipo. Organizza l’AdriaTour in piena era Covid e inevitabilmente, mentre tanti tennisti e spettatori restano contagiati (lui compreso), fa dire ai più: “Ma che bisogno c’era?”

Avvicina, o si lascia avvicinare (chi lo sa?), personaggi dal passato politico a dir poco riprovevole e non si sa perché lo faccia o gli accada. Ma è anche generoso come pochi, come ha dimostrato con quel milione dato all’ospedale di Bergamo dopo la tragica prima ondata COVID, e tutti gli aiuti dati al popolo serbo che non a caso lo adora. Quando aiuta non tiene a farlo sapere. La sua è vera generosità, non sembra farlo, come tanti, per ricavarne guadagni fiscali…Anche se poi, per una delle tante contraddizioni, abita a Montecarlo e a quelli ci pensa stando lì.

Io credo di conoscere Djokovic più di tanti, per averlo visto in situazioni in cui tanti non l’hanno visto. E ho potuto apprezzare certi lati del suo carattere. E non altri. Avrei preferito ad esempio, per come la penso io sui vaccini naturalmente, che lui con l’influenza di cui gode sul popolo serbo, anziché far serpeggiare la sua sfiducia nel vaccino, avesse invece incoraggiato i serbi a vaccinarsi. L’avesse fatto forse i serbi sarebbero vaccinati al 75% e non al 48%. Per carità, padronissimo di non farlo se non ci crede, ma dal mio (magari discutibile…) punto di vista un gran peccato.

Tuttavia non riesco a pensarlo come un personaggio negativo, opportunista e senza scrupoli. Semmai a volte, mi pare straordinariamente ingenuo, più naif che furbo. Come quando, dopo aver colpito involontariamente la giudice di linea all’US Open, pensava di poter convincere il supervisor a non squalificarlo. Non aveva una chance di riuscirci, ma si batteva come se ce l’avesse. Ma a caldo quella poteva essere una reazione istintiva.

Il suo “wait and see” è diverso, finisce per non poter essere considerato istintivo. L’attesa è stata lunga. Troppo lunga perché lui non avesse seri motivi per credere in un felice sbocco.

Non condivido il suo pensiero riguarda al COVID, non mi sembra di poter condividere i suoi comportamenti per via della sua assenza di trasparenza…però non conoscendo tutto quel che lo riguarda trovo difficile permettermi un giudizio. Perchè sarebbe comunque superficiale. Ecco perchè sono certo che qualche lettore mi darà del Ponzio Pilato. Pazienza, prendo il rischio.

Ora mi chiedo: è stata una vittoria di Pirro? La pagherà? Perché io non riesco a credere che in Australia sarà ben accolto dalla gente e dagli spettatori. Che lo fischino anche pesantemente non mi sorprenderebbe per nulla.

E se Novak ha patito tanto, tantissimo, in modo perfino inaspettato ed esagerato, la pressione del Grande Slam fallendo clamorosamente la sfida finale con Medvedev a New York, dovrà essere mille volte più forte mentalmente per arrivare in fondo all’Australian Open. Ciò a meno che un tabellone incredibilmente fortunato lo aiuti dal primo turno, consentendogli di approdare almeno alle semifinali.

Poi, in due match, potrebbe accadere di tutto. Dipenderebbe anche dagli avversari, naturalmente.

Come accennavo sopra…se Novak ha una chance di recuperare un minimo il favore del pubblico, dopo aver tenuto questo comportamento che ai più non può essere che apparso assolutamente ambiguo, dovrebbe avere la sensibilità di spiegare qualcosa alla gente. Qualcosa di credibile, ovviamente, se quel qualcosa esiste.

Perché se non lo farà, la gente farà fatica a credere alla sua buona fede. Al perché uno che si è sempre presentato assertore NoVax abbia successivamente assunto queste posizioni sempre ambigue non è chiaro. Se aveva già motivi medici per non vaccinarsi che bisogno c’era? Sono motivi subentrati dopo?

Un mistero dopo l’altro mi impedisce di proclamare sentenze senz’appello. A parlar chiaro, semmai, è stato solo il padre. E non avrebbe dovuto.

Una condotta, quella di Nole ben diversa da quella di uno Zverev che ha detto seriamente di essere diabetico, di un Sampras che seppure non subito confessò di essere affetto di anemia mediterranea. Quando Pete lo disse dette un vantaggio agli avversari. Magari Djokovic preferisce non darlo, non denunciare una propria debolezza.

Ma il modus operandi di Nole, soprattutto negli ultimi tempi, avrebbe insospettito chiunque, diciamo la verità. E non è possibile che lui non se ne sia reso conto. Se ne frega di quel che pensa la gente? Beh no. Sarebbe l’ennesima contraddizione! Ha sempre sofferto che la gente tifasse più per Federer e per Nadal piuttosto che per lui. Ricordate Wimbledon 2019? E mille altri posti. Ricordate le lacrime di commozione all’ultimo US Open quando contro Medvedev ha avuto il sostegno degli americani che in passato non lo avevano mai amato, quando di fronte aveva gli altri Fab?

Pensare che abbia ottenuto l’esenzione solo perché n.1 del mondo è, a mio modesto avviso, una valutazione di pancia che è normale possa piacere alla gente, quindi un tantino populista. Anche se la tentazione di essere un tantino populista, soprattutto d’istinto, ce l’ho avuta anch’io, lo ammetto.

Chi non si è trovato a vivere situazioni di insopportabili favoritismi, assurde opacità? E non vorrebbe ribellarsi a quelli che considera soprusi, ingiustizie, favori concessi a quei privilegiati per i quali la legge fa eccezioni smentendo il postulato della legge uguale per tutti? Però io credo che si dovrebbe sempre cercare di essere equilibrati. Io almeno ci provo. Anche se avverto comportamenti ondivaghi da parte di autorità cui si dovrebbe pretendere invece massima coerenza perchè non si possano insinuare (legittimi?) sospetti.

Da appassionato di tennis, e di bel tennis, è ovvio che verrebbe di fare il tifo per il miglior torneo possibile, con tutti i migliori protagonisti in campo, chissà magari per una grande ed ennesima finale Djokovic-Nadal con i due campioni che si battono per conquistare lo Slam n.21 – che finale sarebbe ! – ma in questo caso forse avrei sopportato meglio l’ordinario dispiacere per l’assenza di un big, per quella di Nole a Melbourne. L’avrei ritenuta conseguente e coerente con i suoi princìpi, così come ho apprezzato il comportamento di Herbert che però ha ritenuto di non poter chiedere alcuna esenzione. Così invece, capisco perchè tanti restino con il dubbio che il verdetto possa essere stato “accomodato” per via del suo status di n.1 del mondo, per i riflessi economici sul torneo di Melbourne, addirittura sul PIL di tutto il Paese (perchè ci fu raccontato che l’Open d’Australia arrivava ad avere riflessi super importanti per tutto lo Stato di Vittoria…).

Per finire dubito che vincente o perdente si placheranno per tutto gennaio le polemiche sul suo conto, salvo che – come detto e ribadito – lui capisca per primo che gli converrebbe fare chiarezza. Anche se è stato incredibilmente testardo a non averla fatta fin qua.

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Editoriali del Direttore

30 profezie a ritroso del Mago Ubaldo su Federer, Djokovic, Nadal, Zverev, Medvedev, Sinner, Berrettini, Fognini, Sonego, Musetti, Serena Williams (prima parte)

Il Mago si espone su argomenti delicati, Covid, vaccini e No-Vax. I vaticinii di un anno fa…un trionfo! Trenta indovinati. Djokovic dovrebbe impallidire a confronti dei risultati del Mago

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Novak Djokovic - Bercy 2021 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ragazzi, buon anno dal mago Ubaldo che…ama parlar chiaro. Anche se questo tradizionale articolo si chiuderà…col darvi una notizia che per alcuni potrebbe essere una piccola delusione. Ma non è detto.

Ma intanto lo comincio dicendo che tutti i maghi sono in difficoltà, non solo io, con questa piaga del Covid, del Delta, dell’Omicron e di tutte queste varianti che stanno ammorbando il mondo e annebbiando sempre più fittamente ogni sfera di cristallo, la mia inclusa.

Non si parla d’altro, in tutte le case, frequentate da persone negative (che vorremo non frequentare), da persone positive (idem come sopra), in genere da persone…che comunque siano e si sentano…ci viene il dubbio se sia il caso di frequentare anziché magari imparare a vivere meglio – almeno per un po’ – con se stessi e una propria solitudine, quella che deve essere costruttiva e non depressiva (e deprimente).

 

Gnotis te eauton – italianizzo, non avendo la tastiera più adatta all’alfabeto greco bizantino di derivazione fenicia …a scanso di equivoci non ce l’ho neppure per quello cirillico caro a russi e bielorussi, ucraini, serbi, macedoni, bulgari, ruteni– ma quella frase lassù ad inizio paragrafo mal trascritta significa “conosci te stesso”, secondo le vaghe reminiscenze del greco studiato al classico anche dal vostro Mago.

Posso solo chiedermi: ma non è che si impara a conoscere meglio se stessi concentrandosi fortemente su quel poco di cui siamo a conoscenza…pur sapendo socraticamente di non sapere? 

Due anni fa non c’era Mago al mondo che si aspettasse la pandemia, forse solo il Mago di Wuhan. Il Mago Ubaldo, si fece trovare clamorosamente impreparato. Ma errore comune mezzo gaudio, disse a se stesso per giustificarsi,  avendo commesso la clamorosa topica di profetizzare exploit straordinari di tanti campioni diversi perfino in quei 6 mesi del 2020 in cui a tennis non si giocò affatto.

E un anno dopo?

Beh, siamo e siate onesti: un anno fa non c’era Mago che non intravedesse l’alba di un vaccino miracoloso. Sembrava fosse solo questione di tempo: 3 mesi? 6 mesi? Di Maghi No-Vax non c’era neppure l’ombra. Tutt’al più apparirono i primi maghi “complottisti”, cioè quelli che vaticinarono che se il vaccino magico fosse apparso e comparso troppo presto, senza i necessari periodi di test, ciò sarebbe dipeso soltanto dagli interessi di quella casa farmaceutica e, alle sue spalle, di questo o quel Governo e Paese.

E il popolo con l’anello al naso avrebbe dovuto bere l’amaro calice davanti alla tv dove si esibivano di continuo frotte di virologi più o meno interessati a costruirsi un’immagine, un portafogli.

La scienza per i maghi complottisti? Poco seria. I comitati scientifici chiamati a garantire la validità dei vaccini? Ostaggi frettolosi di dare una qualche risposta a Governi e Paesi in crisi, avallando furbizie e furbetti della farmaceutica.

Semmai c’era quel Mago X che garantiva che Astra-Zeneca era il vaccino più efficace anche se costava di meno, poi c’era il Mago Y che invece suggeriva di dar più fiducia al Moderna (il cui nome però sembrava un po’ troppo…al passo con i tempi), quell’altro Mago che giurava sulle qualità straordinarie dello Pfizer, mentre un collega Mago famoso per la sua pigrizia faceva leva sui suoi simili: “Meglio il Johnson, basta una sola dose e ti rompi meno le scatole!”. Un mio amico mago russo – che abita a San Marino – assicurava: “Tranquilli, lo Sputnik va benissimo”. I comitati scientifici non lo approvano? “Certo ce l’hanno con Putin, sono anticomunisti”.

Poi c’era un collega serbo, amico di Djokovic – ma non di Coric e Ivanisevic – al confine dell’Italia, dalle parti di Trieste, che diceva di non farne di nulla, perché mettersi qualcosa in corpo, un qualche siero solo per favorire tutte quelle aziende farmaceutiche che pensavano soltanto ad arricchirsi, sarebbe stato un boomerang alla propria salute. Neppure un numero esorbitanti di decessi, e una percentuale decisamente migliore di intubati, ha persuaso il mio collega serbo a modificare il proprio orientamento. Testardo o soltanto coerente?

 E voi ponete quest’interrogativo imbarazzante (Not too bad…) al Mago Ubaldo?

Lasciatemi dire che un Mago che scrive su Ubitennis si deve augurare soltanto che i lettori del primo sito tennistico d’Italia crescano ancora. E non diminuiscano per cause naturali. Come accadrebbe se il Covid continuasse a mietere vittime come faceva nei primi mesi dello scorso anno.

Guerra al Covid, dunque, con tutte le armi di cui si dispone. I vaccini non garantiscono l’invulnerabilità, magari!,  ma ne riducono oggettivamente – leggasi statisticamente – la pericolosità?

Fino ad oggi sembra che sia proprio così. Lo dice chi lavora all’interno degli ospedali e constata quanti siano i ricoverati e gli intubati, fra coloro che sono stati vaccinati e coloro che non lo sono stati. Sono percentuali ben diverse, innegabili.

E se così è, allora si prosegua a vaccinare il maggior numero delle persone nell’interesse generale, almeno fino a che un gruppo di scienziati altamente qualificati, che abbia cioè fatto studi seri e approfonditi su tutto quanto sta accadendo non provi – scienza contro scienza! – che sia meglio non vaccinarsi.

In tal caso ci dovremmo fermare tutti, nella corsa verso questi vaccini eventualmente controproducenti. Guai a fidarsi, però, di “esperti” improvvisati. Ce ne sono troppi a giro.

A pagina 2 le profezie 2021 indovinate dal Mago Ubaldo

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