Su Osaka e una fragilità mentale inattesa. Errori di comunicazione e sciocchezze di opinionisti improvvisati

Editoriali del Direttore

Su Osaka e una fragilità mentale inattesa. Errori di comunicazione e sciocchezze di opinionisti improvvisati

PARIGI – La colpa non può essere delle conferenze stampa e di domande stupide, poco professionali. Ho presenziato a 100.000 incontri stampa, fidatevi. Intanto l’Italia del tennis surclassa la Francia e sogna 3 tennisti in ottavi

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Naomi Osaka - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Non è successo granchè questo mercoledì al Roland Garros che io non abbia già detto nel video. Avevo aspettato che Serena Williams finisse il suo match con Buzarnescu per registrarlo, perché se avesse perso avrei dovuto parlarne. Invece ha vinto con un vincente 6-1 il terzo set e quindi non restavano tanti argomenti al di là del pareggio azzurro di giornata, Fognini vincente in tre set e Trevisan sconfitta in tre (dopo essere stata avanti di un break in tutti e tre), di Nishikori che è stato in campo dieci set e otto ore fra Giannessi e Khachanov (il russo era avanti due set a uno), giusto per migliorare ancora il suo record straordinario nei match chiusi al quinto set: 27 vittorie su 33 maratone.

Il bello è che tutti sembrano considerarlo un tennista dal fisico fragile… perché spesso è rotto. Spesso si è ritirato. Ma il punto è che se sta bene il giapponese ha una solidità di testa che hanno in pochi. “Mi è sembrato d’aver giocato cinque match, non due, a un certo punto pensavo che non ce l’avrei fatta…ero e sono stanchissimo, poi mi sono ritrovato al quinto set e a quel punto non si molla…ci si prova”.

Innanzitutto vorrei fare i miei migliori auguri a Rafael Nadal, che oggi compie 35 anni – più di un terzo dei quali passati a vincere Roland Garros.

 

Poi vorrei tornare con questo editoriale sulla questione Osaka.

Quello che è successo non può non essere dispiaciuto a tutti. È ovvio che la vicenda poteva essere gestita meglio. Da un po’ tutti. Da Naomi che non aveva mai fatto trapelare di aver sofferto di depressione – addirittura dal 2018 all’epoca della tumultuosa finale con la Williams quando Serena dette di fuori di matto e a Naomi fu tolta perfino la gioia di esultare come avrebbe meritato – e la cosa ha colto tutti di sorpresa, forse perfino il suo management. È difficile pensare che una tennista che vince quattro finali di Slam su quattro possa essere un po’ fragile di testa. Ora lo dicono tutti che un conto può essere solidi di testa quando si tira dritto e rovescio e un altro quando si deve interfacciarsi un giorno sì e un giorno no con tante persone che ti fanno delle domande su tutto e di più, stupide come intelligenti, originali come banali, nuove come ripetitive.

Per lei questo era – è un problema – per tutti gli altri, o quasi, è stato una routine magari non sempre piacevole ma che faceva parte del gioco. Della participazione a un torneo che impone certe regole. Giuste o sbagliate che siano, Naomi avrebbe potuto parlarne per tempo al suo manager, alla WTA, a chiunque potesse magari studiare un modo per aiutarla. C’è chi soffre di claustrofobia, che non riesce a entrare in un ascensore, mica si può persuaderlo ad entrarci solo perché lo fanno quasi tutti gli altri. Le crisi di panico allora? Coloro che ne soffrono non trovano facilmente il rimedio a quella sindrome.

Insomma, con tutto il rispetto che la questione merita, c’è stato un indubbio difetto di comunicazione. E di timing. Si sarebbe potuto affrontare la questione con un parere medico circostanziato? Non lo so, ma non ci si è neppure pensato. Forse per scetticismo, per scarsa fiducia nella comprensione altrui. Però comportandosi così si è fatto certamente peggio.

Mai tagliare un qualcosa che non si possa ricucire. Naomi, pur con tutte le attenuanti del caso e della sua incerta condizione mentale, si è indiscutibilmente messa con le spalle al muro da sola. In pratica non ha avuto alternativa che prendere la decisione poi presa: lasciare il torneo, andarsene.

Naomi Osaka – Roland Garros 2021 (© Corinne Dubreuil_FFT)

La sua presa di posizione ha spiazzato perfino tutti i suoi colleghi che, pur rispettandola, hanno dimostrato di non capirla e di non condividerla. Non sono stati i giornalisti, come ho letto da qualche accusa superficiale, a considerarla responsabile di lesa maestà nei confronti di una regola che fa parte del gioco, della professione, di una tradizione da sempre esistente. Direi che sono stati per primi gli stessi giocatori a non condividerla. E non giocatori che avevano avuto il tempo per mettersi d’accordo, per concordare una linea comune. Ognuno ha detto le stesse cose, da chiunque fosse interpellato. E nessuno dei giocatori se l’è presa con i media. Quindi quanto ho scritto e sto scrivendo non è una difesa della casta che vuole proseguire ad avere le conferenze stampa come sempre. Che magari quanto è accaduto serva ad apportare quei correttivi che si crederanno necessari.

In 160 tornei dello Slam, e almeno altri 400 tornei seguiti fra Masters 1000, Finali ATP, per un numero totale di giorni che oltrepassano i 20.000, credo di aver assistito a 100.000 conferenze stampa e interviste. E ne ho viste sentite di di tutti i colori. Domande, e risposte, di tutti i tipi. Interessanti, meno interessanti, istruttive, diseducative, divertenti, noiose… insomma sbizzarritevi voi lettori nella scelta di tutti gli aggettivi possibili. Chi oggi dice che i tempi sono cambiati, che ormai bastano i social a sostituire le conferenze stampa, tutte le conferenze stampa, non si rende conto della sciocchezza che dice.

Una volta i giornalisti avevano rapporti diretti con i giocatori, non c’erano agenti a ostacolarli, media PR dei circuiti, guardie del corpo, security varie. Oggi l’unico modo perché un giornalista possa raccontare a chi ha visto una partita in TV qualcosa di più di quello che già sa è presenziare a una conferenza stampa oppure leggerne i transcript. Altra via non c’è. Pensare di abolirla vorrebbe dire lasciare in mano soltanto alle dichiarazioni pre-confezionate di agenti e uffici stampa, o dei social che ti ammanniscono quello che vogliono, un certo tipo di informazioni, di conoscenze. Ciò danneggerebbe, alla fine, per primi i giocatori, il loro appeal mediatico, i loro sponsor.

Nessun dubita che l’inattesa esternazione di Naomi, quell’improvviso mettersi a nudo di fronte al mondo del tennis, dei colleghi, del pubblico, della stampa, sia stata sofferta. Molto sofferta. Ma i tempi e i modi in cui l’ha fatta sono frutto di un suo errore di valutazione sulle reazioni che avrebbe ricevuto. Cui è seguito un successivo errore: quello di negarsi a chi voleva raggiungerla per ottenere almeno un minimo (dovuto!) di spiegazione.

Errori da ragazza ancora giovanissima alle prese con problema più grande di lei. Ma tali da provocare una reazione “muro contro muro”, perché se si entra come un elefante in un negozio di cristalleria il meno che ti puoi aspettare è che il proprietario del negozio reagisca in modo anche virulento, anche eccessivo.

Se non avesse fatto il secondo errore di cui sopra, probabilmente Gilles Moretton e soci l’avrebbero ascoltata, avrebbero evitato di uscire immediatamente allo scoperto con dichiarazioni pubbliche e minacciose, avrebbero trovato un modo più soft per affrontare la situazione. Ma fino a lunedì sera Naomi non ha fatto conoscere il suo problema e le ragioni del suo comportamento. E le motivazioni inizialmente addotte da Naomi non sono subito apparse credibili. Domande ripetitive, irrispettose dello status psicologico di un atleta. Un atleta professionista che non ha soltanto il piacere-onere di giocare bene a tennis, ma anche quello di sostenere e promuovere il proprio sport per favorirne lo sviluppo. Per accrescerne la popolarità. 

Offrirsi al publico, attraverso il contatto anche ripetuto con i media (quando si ha poi sempre la possibilità di dire “No comment, passiamo ad altra domanda”) non è una situazione venutasi a creare per caso. Modificabile? In parte sì, ma non prendendola di petto a tre giorni dall’inizio di uno Slam e pretendendo un tipo di trattamento diverso da quello accettato da tutti gli altri colleghi. Fa parte del lavoro doversi rendere disponibile dopo ogni match anche per un’ora alla volta a tv, radio, giornali. Porta via anche tempo, certo. E magari a chi ha appena perso per l’ennesima volta su una determinata superficie sentirsi instillare il dubbio che forse quella superficie non fa proprio per lei, può anche determinare un complesso, un piccolo trauma.

Naomi Osaka – Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Penso, ad esempio, a quante volte Sara Errani si è sentita chiedere del suo servizio, se non potesse fare qualcosa per migliorarlo. Di sicuro sarà diventato un incubo e probabilmente ne avrà a che patito le conseguenze, però ragazzi dello sport, del competere a livello professionistico, la solidità mentale è come un dritto e un rovescio. Chi riesce a reagire a una serie di sconfitte, a una serie di critiche è più forte e competitivo di chi non ci riesce.

Proprio in questi giorni ho sentito ripetere da Sinner e Musetti, quasi si fossero fatti le confidenze, “quel che conta è la testa, il mio colpo migliore contro Herbert è stata… la forza mentale” ha detto Sinner (che pure aveva avuto anche una notevole dose di fortuna, come quella che il suo avversario ha avuto meno forza mentale di lui). E Musetti, quasi come le stesse parole, gli ha fatto eco, giustificando il suo ottimo avvio contro Goffin con “una questione di testa, mi ero preparato così”. La testa conta in campo e fuori dal campo. Anche alle avversarie più amiche e comprensive della Osaka non sarebbe andato a genio di dover accettare supinamente di continuare a dare la propria disponibilità (non meno di 100 ore l’anno per chi giochi 80 partite) e lei no, senza aver neppure fatto trapelare minimamente un problema, un serio e certificato problema di salute? La regola è uguale per tutti.

Soffre se le dicono che sull’erba e sulla terra rossa non è forte come sul cemento? Beh, ma allora Pete Sampras, campione di 14 Slam (7 a Wimbledon) che sulla terra rossa del Roland Garros non è approdato che una sola volta in semifinale, avrebbe dovuto rifiutarsi di parlare di terra rossa per sempre e non venire dopo ogni sconfitta a Parigi a rispondere alle domande dei giornalisti? E Serena Williams (che ha parlato di Osaka) quante ne ha vissute? Dacché ha perso con Roberta Vinci, dacché diventata mamma, dacché ha perso quattro finali di Slam da quattro avversarie che avrebbe dovuto battere e sempre in due set?

Anch’io ho visto diverse tenniste scoppiare in lacrime in conferenza stampa, dopo una sconfitta o una domanda rozza e poco sensibile, perché magari gli era morto un genitore o perché era stata lasciata dal promesso sposo e un giornalista aveva voluto mettere il dito nella piaga. Ci sta. In tutti i mestieri del mondo c’è chi è più bravo e sensibile a fare domande e chi lo è meno. Come sul campo da tennis c’è chi gioca meglio e chi gioca peggio. Ma ripeto: non si può fare di tutte le erbe un fascio, quando si è assistito a 100.000 conferenze stampa e molte, moltissime, sono state memorabili. E utili alla conoscenza del personaggio che ci stava di fronte. L’opinione pubblica ha diritto di sapere quanto più sia possibile di un campione che vede giocare per centinaia di ore in TV e dal vivo.

Chiaro che Naomi è un essere più fragile e vulnerabile di quanto tutti sospettassimo e che il suo benessere ci deve stare a cuore. I problemi della mente non possono essere trattati superficialmente da posizioni… “oggettive”. Sono soggettivi per definizione. Io spero che Naomi li possa risolvere, ma di sicuro ora sono ancora pesanti, direi più pesanti di quanto lo fossero una settimana fa. Mi sorprenderei se riuscisse a risolverli prima di Wimbledon che è alle porte, fra quattro settimane.

Ma mi ha sorpreso così tanto quel che è successo, da parte di una tennista che ha sempre avuto – oltretutto – i più grandi apprezzamenti dai giornalisti di tutto il mondo. Djokovic, al cospetto di Federer e Nadal, potrebbe dire di essere stato spesso oggetto di cattiva stampa – per un motivo o per un altro, più giustificati e meno giustificati – ma Naomi ha sempre goduto di buona, ottima stampa. Questo avvalora la sensazione che il suo sia davvero un problema psico-mentale davvero serio. Di non facile e immediata soluzione. Ora più che mai.

Io in mezzo secolo di professione e un migliaio di tornei non mi ero mai trovato a vivere una situazione del genere, anche se ricordo il caso di Mardy Fish. Il tennista statunitense, tra il terzo turno e gli ottavi dello US Open 2012, vide aggravarsi le sue condizioni di salute mentale che, come avrebbe poi raccontato, erano già abbastanza precarie. Fish ebbe un attacco d’ansia durante il match (vinto) contro Simon e decise di non scendere in campo agli ottavi contro Federer; avrebbe poi giocato solo altre quindici partite in tre anni, prima del ritiro definitivo allo US Open 2015. Nonostante il precedente di Fish e altri che spesso vengono raccontati grazie all’iniziativa Behind The Racquet, questa storia di Naomi ha avuto davvero uno svolgimento particolare.

TORNANDO AL TORNEO – Oggi speriamo non piova. Ieri il meteo francese ha ciccato clamorosamente il suo pronostico. Non è caduta una goccia. Oggi chissà. Io penso che potremmo forse assistere ad una giornata trionfale, con sei vittorie azzurre. Quella di Camila Giorgi su Gracheva, di Berrettini su Coria, di Musetti su Nishioka, di Seppi su Kwon, di Cecchinato su de Minaur, di Sinner su Mager (ma se succede che vince Mager su Sinner sempre sei restano).

Vedo più perdente che vincente la Paolini con la Sakkari. Ma se quei cinque ragazzi vincono, avremmo sei italiani al terzo turno e due derby, Berrettini-Seppi e Cecchinato-Musetti che garantirebbero due italiani in ottavi (come già un anno fa) ma anche un terzo assai possibile, Fognini se superasse Delbonis da Fabio battuto cinque volte su otto.

Matteo Berrettini – Roland Garros 2021 (foto via Twitter @rolandgarros)

Se penso che abbiamo invidiato per anni il tennis francese che qui aveva 17 giocatori in tabellone (e 9 in qualificazione tutti bocciati) e per la prima volta nella storia del Roland Garros ne ha solo tre al secondo turno (più 4 ragazze di 11 all’avvio e di altre 7 in quali, anch’esse tutte bocciate), mi stropiccio gli occhi. I “cugini” per ora ci battono soltanto come numero di top-100: loro ne hanno 11, noi 10. Ma è questione di poco tempo. Molti dei loro sono quasi tutti sull’orlo della pensione, Tsonga, Gasquet, Monfils, Simon. I nostri sono giovani, giovanissimi e rampanti.

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Editoriali del Direttore

US Open: Djokovic meritava il Grande Slam più di chiunque. Ha perso per sempre il treno?

Era più stanco o più stressato? Ha vinto più Medvedev o ha perso più lui? Non è il Superman dalla forza mentale che si credeva. Il pianto di un uomo che ha comunque colto un successo fin qui sfuggitogli

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Ho scritto mille volte, nel corso dei vari dibattiti su chi meritasse di essere il più forte fra i tre grandi di questo terzo millennio, di non tifare per nessun tennista in particolare, ma di tifare di volta in volta per la storia giornalisticamente più bella da scrivere.

Ad esempio la vittoria di Federer su Nadal sulla terra rossa e viceversa quella di Nadal su Federer sull’erba, tanto per esprimere in sintesi un’idea.

Così non ho alcuna difficoltà ad ammettere che domenica sera ho sperato fortemente in un successo di Djokovic, perché quella sarebbe stata una vittoria epica, certamente storica. E per quanto riguarda me personalmente forse unica, perché se sono passati 52 anni dall’ultima di Rod Laver non è affatto detto che avrò il privilegio di poter celebrare un futuro Grande Slam. L’ottuagenario australiano di Rockhampton era in tribuna e resta – almeno per un altro anno – il membro solitario del club più esclusivo della storia moderna del tennis.

 

So bene che i fan più sperticati di Federer e Nadal tifavano Medvedev soprattutto temendo il sorpasso nel numero di Slam vinti, che ora rimangono 20 per ciascuno e non è neppure detto – come ho subito accennato nel video che ho registrato tre ore dopo la conclusione della finale – che in futuro sia modificato, perché se oggi come oggi a dispetto della bruciante batista Djokovic sembra dei tre il candidato più probabile ad accrescerne il numero, i vari Medvedev, Zverev, Tsitsipas, non sono per nulla disposti a farsi da parte senza colpo ferire.

Mi fa piacere che anche grande parte del pubblico dell’Ashe Stadium, sebbene maleducato e scorretto oltre ogni dire, abbia sentito la vicenda allo stesso mio modo. E mi fa piacere anche che per una volta Djokovic abbia potuto sentirsi “speciale”, come ha detto luianche se immagino che avrebbe preferito uscire fra i ‘buuuh’ ma vittorioso. Per una vita si era trovato invece, soprattutto contro Federer ma anche contro Nadal, negli scomodi e indesiderati panni vestiti ieri sera da Medvedev. Quando Nole vinse la finale di Wimbledon 2019, a seguito di quei due match point svaniti per Federer, il pubblico inglese – anch’esso privo di un minimo fairplay – riuscì a togliergli perfino la voglia di esultare al loro cospetto.

Certo può anche essere che molti presenti all’Ashe Stadium abbiano incoraggiato l’improbabile “resurrezione” di Djokovic sul 6-4 6-4 5-2 perché viene naturale tifare per l’underdog, lo sfavorito, e per godersi più a lungo un match per il quale si è pagato un biglietto abbastanza salato, però credo che possa aver prevalso anche il desiderio di assistere a un evento sportivamente storico. Forse anche per poter raccontare agli amici, o a se stessi, “quel giorno c’ero anch’io”. Il mio modo di vivere e “sentire” il tennis non mi consente di amare e capire chi tifa contro. Mi sta bene e capisco invece chi tifa per. Eppure ho tanti amici, perfino tra alcuni colleghi, che non fanno mistero di tifare contro un giocatore perché non vogliono che possa superare il loro prediletto.

Una volta chiarito come sento e penso… e starei per aggiungere ‘ammesso che a qualcuno interessi’, ma tanti lettori però me lo hanno spesso chiesto, dico la mia sul match. Medvedev ha giocato da fenomeno, direi simil miglior Djokovic “uomo di gomma” quando c’è stato da recuperare palle “disumane”, correndo come non è normale che corra un uomo di un metro e 98 centimetri, anche se è magro come un giunco (seppur più duro di un bambù), ma dire che Djokovic era teso come una corda di violino, tanto da non riuscir mai a liberarsi dalle sue streghe, è dir poco.

Forse soltanto se gli fosse riuscito quel break all’inizio del secondo set, quando è stato 0-40 sul servizio di Medvedev nel secondo game, avrebbe potuto ritrovar se stesso. L’occasione a mio avviso l’ha avuta sulla prima palla break, quando il vero Djokovic avrebbe recuperato la smorzata di Medvedev senza metterla in bocca al russo. Sulle altre è arrivato l’ace n.9, poi un rovescio slice deficitario (come quasi tutti nella serata serba: le gambe di Djoker sembravano di legno, macché di gomma!) prima dell’ace n.10 e un altro punto per Medvedev peso come una mazzata decisiva alla psiche già turbata di Nole.

Fra due giocatori di simil livello le vittorie di uno sull’altro si spiegano quasi sempre con una giornata buona di un tennista e una giornata meno buona dell’altro. Però è sempre difficile dire fino a che punto una partita l’abbia vinta uno e persa l’altro. Ci si addentra nel gioco delle percentuali. E se dicessi che l’ha persa più Djokovic passerei per suo tifoso. Se dicessi che l’ha vinta più Medvedev passerei invece per tifoso di Federer o Nadal, o tutti e due.

Ma un’opinione va espressa. Intanto, dati a Medvedev i meriti di Medvedev, perché il russo che diventa il terzo Slam-winner del suo Paese dopo Safin e Kafelnikov ha servito davvero come un Isner/Opelka in buona giornata – 3 punti appena persi in tutto il primo set in 5 game di servizio contro il miglior ribattitore del mondo hanno indirizzato per l’uno e per l’altro un po’ tutto il match – va scelto il tipo di analisi per spiegare la deludente partita di Djokovic: era più stanco o più stressato, se non vogliamo cavarcela con un pilatesco “tutti e due”?

Chi propende per la stanchezza dice che Nole è stato in campo quasi sei ore più di Medvedev e sottolinea che il russo ha passeggiato in tutti i suoi incontri, avendo lasciato un solo set – e dopo aver vinto i primi due – al perticone olandese dal nome impronunciabile come quelli di certi ciclisti fiamminghi e che non scrivo altrimenti… faccio un refuso! (van de Zandschulp, ndR!). Alla fine Novak ha perso nove set (se si contano anche gli ultimi tre, che un po’ vanno contati perché in quanto persi contano eccome) e Medvedev uno soltanto.

Ma la tesi della stanchezza mi convince poco. In fondo Novak si era fermato per quasi un mese, dalla sconfitta olimpica di Tokyo in poi. E i set persi a Flushing, salvo i i due con Zverev, sembravano più frutto di distrazione che altro. Non si è mai avuta la sensazione, nel corso di tutte quelle partite salvo che nella semifinale di venerdì con il tedesco campione olimpico, che quelle partite Novak potesse perderle. Anche contro Berrettini… sì, c’è stato un primo set di straordinario livello e intensità, cui però ha fatto seguito un 6-2 6-2 6-3.

Secondo me l’ipotesi stanchezza fisica si regge quindi soltanto sulla semifinale lottata, ma vinta 6-2 al quinto, contro Zverev. Certo ad una modesta stanchezza fisica può aggiungersi la stanchezza mentale. Dopo quello che era successo a Tokyo, trovarsi indietro di un set, e per 6-2, contro Zverev, poteva aver prosciugato qualche energia nervosa. Ma chi non aveva scritto che Djokovic si era dimostrato ancora una volta campione indistruttibile, quasi robotico? I 34 anni di Novak non li cita mai nessuno – a differenza di quanto accadeva per Federer e anche per Nadal – perché all’uomo di caucciù non si richiede un certificato anagrafico.

Insomma, io propendo decisamente per la teoria dell’iper stress che colpì a suo tempo – leggi 2015 e match con Roberta Vinci – Serena Williams. Nessun tennista meglio di Serena può capire cosa sia successo a Novak.

Ma con una differenza sostanziale. Sul conto di Serena  e del suo diritto a essere considerata la più forte tennista almeno della sua epoca, nessuno ha mai dubitato. Invece Djokovic, dopo aver sofferto e lottato moltissimpo per ergersi al livello degli altri due mostri… nati prima di lui, è riuscito a instillare il dubbio di poter essere considerato più forte di loro, ma senza averne mai l’assoluta certezza. Conquistare il Grande Slam, più ancora che sorpassarli come numero di Slam (che potrà sempre riuscire a fare), poteva dare il colpo decisivo alla storia da scrivere.

Sulle sue spalle c’era quindi un peso ancora più grosso che su quelle di Serena. E contro Medvedev non riusciva a spingere la palla, a tenere l’iniziativa nemmeno quando avrebbe potuto. Sentendosi disperatamente impotente ha pensato che l’unica strada possibile fosse quella di buttarsi a rete ogni piè sospinto. C’è andato 47 volte. Mai così tante a mia memoria in passato. Non era lui. Vero è, tuttavia, che quanto gli è accaduto va considerato piuttosto come una sorpresa. A molti, e anche a me, Nole – dopo quei sei mesi di confusione mentale, il guru della seconda metà del 2016 – sembrava essersi trasformato nell’incarnazione di una sorta di Superman capace di portare la forza mentale a livelli sconosciuti per la razza umana. E invece, non solo perché lo abbiamo visto per la prima volta anche piangere su un campo da tennis, commovendosi come sarebbe capitato a tanti, accorgendosi di essere caro e “speciale” per uno stadio intero, lo abbiamo improvvisamente riscoperto terrestre, umano. Uomo anche fragile come tutti noi comuni mortali nelle nostre giornate meno brillanti.

Novak Djokovic – US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Ma forse c’entra anche il fatto che il Medvedev di 9 mesi fa nella finale dell’Open d’Australia conquistato per la nona volta da Djokovic era lontano parente del russo ammirato domenica notte?

Diciamolo una volta per tutte: i risultati contraddittori di più partite giocati dagli stessi protagonisti di livello ravvicinato sono la prova provata di come ogni partita possa fare storia a sé, perché anche accennandone solo alcune restano troppe le componenti di tipo tecnico (la superficie è solo una di quelle…), fisico (impossibile essere sempre al 100 per 100 della condizione così come ritrovarsi nelle identiche condizioni dell’avversario nel corso di un torneo, perché non saranno mai stati uguali avversari, orari, incontri disputati, campi, clima), mentale (non sono mai uguali gli obiettivi diversi dalla ordinaria aspirazione alla vittoria, mai uguali le condizioni di stress, il vissuto, i desiderata), casuale (un net fortunoso e sfortunato su un punto importante, un infortunio, una pallata scagliata che colpisce un giudice di linea, oppure un altoparlante che irradia musica a tutto volume sulla palla break e consente a un giocatore di rigiocarsela con maggior chance è un esempio casuale …ma non così casuale in questa circostanza!).

New York ha rovesciato il match di Melbourne come fosse un calzino. Ma anche se qualcuno avrà giudicato Djokovic un po’ ruffiano – o, peggio, ipocrita se gli sta sulle scatole – quando ha detto: “Il mio cuore è pieno di gioia e sono l’uomo più felice perché mi avete fatto sentire speciale sul campo, non mi ero mai sentito così”, io invece credo che sia stato sincero.

Perché a suo modo anche Djokovic ha vinto qualcosa, una vittoria diversa dalle altre e dallo Slam numero 21, ma non meno importante e significativa. Per un campione l’amore della gente conta tanto. Djokovic ha probabilmente un po’ sofferto il suo ruolo subalterno nei confronti dei due primi Fab. Lo è stato per l’opinione pubblica ed è umano che potesse farsene un complesso, seppure mai confessato. Chi, del resto, lo avrebbe confessato?

Ma per chi come me crede di conoscerlo abbastanza, anche per averlo incrociato e visto fuori dal campo da tennis – come a Montecarlo in tante preparazioni del tradizionale Players Show in cui ho visto Novak far di tutto, dal presentatore al cantante, dal ballerino all’autore di sketch – Nole è migliore dell’immagine che molti hanno di lui.

E’ un ragazzo intelligente e ricco di personalità, un sentimentale, un generoso che d’istinto si butta anche in imprese complesse dalle quali molti altri rifuggirebbero (la PTPA è una di quelle) e nelle quali – vedi Adria Tour e più che l’organizzazione della stessa i contorni “social” ad essa costruiti attorno – è stato certamente un po’ superficiale, certamente non impeccabile.

Ma poiché tutto ciò c’entra poco con quanto è successo domenica sera, qui mollo. Concludo dicendo che lui è secondo me il tennista più completo, anche se stilisticamente forse l’interprete del tennis meno elegante, dei celebri Fab Four. Ma, grazie al fatto che si è dimostrato capace di vincere Slam e Masters 1000 a ripetizione su tutte le superfici degli Slam e pure indoor, è stato alla fine il più vicino a realizzare il Grande Slam, oltre che l’unico a vincerli consecutivamente sia pure non in un “calendar year”.  Per questo motivo trovo che meritasse più lui degli altri di conquistare quanto gli è appena sfuggito. E mi dispiace che abbia fallito questo appuntamento con la storia. Medvedev è stato il primo a vincere una finale con un Fab Four. Ed è stato indiscutibilmente migliore di Novak domenica notte. Nonostante quel gioco sgraziato, storto, davvero poco ortodosso, da sconsigliare a chiunque insegni tennis, lontano mille anni luce dal tennis classico eppur unico di Roger Federer – lo so, suona come un ossimoro, ma per me è unico anche quello del mancino di Maiorca – Daniil vincerà altri Slam. Però non sarebbe crollato il mondo se avesse aspettato ancora un altro Slam. Per me, insomma, era meglio se Medvedev ne vinceva anche due – o pure tre – nel 2022, ma non nel 2021. Temo infatti che anche per Nole, come prima per Roger e Rafa, sia passato un treno che non ripasserà. 

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Editoriali del Direttore

US Open: il “solito” record azzurro con Berrettini e Sinner. Un torneo più aperto che mai

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Matteo Berrettini - US Open 2021 (Andrew Ong/USTA)

Due battaglie di cinque set e di quasi quattro ore, hanno avuto come esito finale l’ennesimo record per il tennis azzurro in questo 2021. Non ce l’ha purtroppo fatta lo sfinito Andreas Seppi, poco lucido nei momenti importanti con il tedesco Otte a farci stabilire il record di tre italiani contemporaneamente in ottavi di uno Slam e a al primo ottavo tutto italiano (finora avevamo avuto un terzo turno fra Lorenzi e Fabbiano allo US Open 2017 e fra Musetti e Cecchinato al Roland Garros quest’anno), ma abbiamo comunque per la prima volta due italiani che hanno raggiunto gli ottavi nello stesso US Open.

E cioè i nostri due migliori giocatori, Matteo Berrettini n.8 del mondo vittorioso sul vincitore di Winston-Salem Ivashka per la seconda volta (su due) e Jannik Sinner n.16 (ma sarà almeno n.13, best ranking, fra 9 giorni) vittorioso per la seconda volta (su tre) su Monfils che ha fatto di tutto come tennista e come impareggiabile showman per portare dalla sua parte tutto il pubblico.

Furbo Monfils, che a 35 anni ha fatto valere tutta la sua esperienza e per poco non gli riusciva il colpaccio. Ancora un po’ ingenuo, e discontinuo, invece Sinner, bravo però a riprendersi dal brutto colpo del set perso, il quarto, nonostante un 4 a 0 di vantaggio.

 

Ma abbiamo visto come, con il ritorno degli spettatori a spalti gremiti – inciso: attenzione, non voglio fare il menagramo, ma ieri negli Stati Uniti ci sono stati 1.500 morti di Covid e 70.000 nuovi contagiati. Per il numero dei morti, in proporzione agli abitanti, è come se in Italia ieri ne avessimo avuti 300. Non si creda, ahinoi, di aver già debellato il Covid! Attendo con grande curiosità di sapere quanti di 1.500 morti avessero fatto il vaccino… – il tifo può trascinare un Alcaraz, una Rogers, lo stesso Monfils che pareva non averne più sullo 0-4, Sock per un set contro Zverev (finché non s’è fatto male), a compiere piccoli grandi miracoli.

Ad ogni modo Matteo al suo primo quinto set di questo 2021 (in carriera ne ha vinti quattro su cinque) ha centrato per la terza volta di fila gli ottavi allo US Open e con Djokovic e Medvedev è anche il solo giocatore quest’anno ad averli raggiunti in tutti e quattro gli Slam a conferma di una solidità tecnica e psicologica fuori dal comune e quindi di un suo ranking ATP più che giustificato. Anzi, gli basterà ribattere Otte come già a Parigi – perse il primo set, vinse senza problemi in quattro – per salire al suo best ranking, n.7, anche se soltanto vincendo il torneo scavalcherebbe Rublev e Nadal salendo a n.5.

Jannik Sinner – US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

Jannik intanto è l’ottavo italiano di sempre in ottavi a New York, dopo Barazzutti e Berrettini che sono arrivati alle semifinali, Panatta, Pozzi, Sanguinetti, Fognini, Lorenzi. Ca va sans dire che, a 20 anni e meno di un mese, è anche di gran lunga il più giovane di sempre. Zverev sarà meno favorito contro Sinner di quanto Berrettini lo sarà con Otte, sebbene questo tedesco che già ci ha fatto fuori Sonego e Seppi evidentemente non possa più essere sottovalutato anche se la sia classifica (n.144) continua a rimanere incoraggiante per gli avversari. Sinner ha battuto Zverev a Parigi e anche quando ci ha perso a Colonia in due set (7-6, 6-3) il tedesco mostrò di soffrirlo tantissimo. Era nervosissimo e fu quasi scorretto, andando a riguardare in continuazione ‘il segno’ anche in una partita regolata da Hawk-Eye live.

Vero che Zverev pare più solido, più centrato. Ma negli Slam sappiamo che non ha mai battuto un top 10 e questo qualcosa significa, anche se lo scorso anno giocò la finale con Thiem dominando i primi due set (con l’austriaco però che gli dette mano…). Zverev non avrà lo stesso sostegno di Monfils da parte del pubblico. Piace meno alla gente. E agli americani poi…chi è un po’ tedesco e un po’ russo piace di solito ancora meno.

Diciamo che Sinner, perfetto sotto il profilo comportamentale – tutto quello che si è concesso sono stati due pugnetti sul telone nel dirigersi negli spogliatoi a fine quarto set, dopo che aveva visto vanificarsi un 4-0 di vantaggio – non ha ancora imparato a tirarsi il pubblico dalla sua parte… come invece sa fare Musetti. D’altra parte che il carattere di un toscano sia più estroverso di quello di un altoatesino rientra abbastanza nelle caratteristiche dei due popoli.

Vero è che Alcaraz l’altra sera con Tsitsipas ha mostrato una solidità nervosa, una serenità e, appunto, una capacità di sorridere e di gestire il pubblico, come se avesse già 30 anni. Confesso che mi ha davvero impressionato. Vero che Tsitsipas a Londra, Amburgo, Tokyo, Toronto, Cincinnati ha mostrato qualche inattesa fragilità, mentale e tecnica (di rovescio fa pochissimi punti ed è troppo prevedibile), ma quell’Alcaraz lì mi ha dato l’impressione di una esplosività nei colpi e una forza mentale da garantirgli un futuro da top-5.

Carlos Alcaraz – US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Mi è parso perfino più maturo di Sinner, però poi magari perderà già nei quarti. In ottavi contro Gojowczyk non credo proprio possa perderci, anche se nel tennis accade di tutto. Ricordo il nostro Marcora capace di battere Gojoczyck un paio di volte (a San Marino e a Oberstaufen…), ma sono passati 7 anni!. Contro il tedesco faccio sempre il tifo: per scrivere il suo cognome con due sole vocali devo controllare lo spelling dieci volte! Ma contro chi vincerà fra Tiafoe e Aliassime (bravo il canadese amico di Berrettini a battere al quinto Bautsita Agut dopo un match con lo stesso andamento di Sinner-Monfils) per Alcaraz sarà più dura, anche se arrivare nei quarti a 18 anni è tanta roba.

Come ho accennato nel video odierno, piuttosto ho l’impressione che Djokovic non sia così in palla e quanto a Zverev… lui stesso, anche se non gli costava nulla dirlo, ha fatto cenno al fatto che quel Sock avrebbe potuto batterlo se non si fosse infortunato e ritirato.

Medvedev finora ha affrontato avversari troppo modesti per poterne valutare appieno la forma. Né Berrettini né Sinner mi sono apparsi al 100 per cento. Vero che sulla distanza dei tre set su cinque è difficile che non ci siano pause. Non le ha avuto al servizio, finora, Opelka, ma non ha incontrato fenomeni. Quanto a Harris… buon giocatore, ma Shapovalov da un po’ di tempo mi delude. Grande potenziale ma anche grande discontinuità. Due anni fa mi sarei aspettato da lui maggior progressi in questo senso. Che si sia seduto un po’ sugli allori? O il taglio dei capelli gli ha fatto lo stesso effetto che a Sansone?

Insomma, vero che è nella seconda settimana di uno Slam che si misura il vero grado di forma dei giocatori, ma per ora non ho vere certezze al di fuori di quelle suggestioni che i vari CV – leggi carriere – invitano a prendere in considerazione.

Due parole al volo anche per le donne. Dopo il traumatico k.o. della Osaka – trauma per lei soprattutto, futuro incerto – c’è anche quello di Barty. Mi ha molto divertito il finale del match di Barty, avanti 5-2 e due volte a servire per il match anche se non ha mai avuto match point, contro Shelby Rogers. L’americana è stata bravissima a cambiare tattica nel match, a difendersi e improvvisamente ad accelerare, stupendi alcuni suoi rovesci lungolinea e in contropiede, ma addirittura fantastica nel post match, per simpatia e prontezza nelle risposte alla Shriver. Meriterebbe che le vedeste se avete Eurosport Player che consente di riguardare tutti i match e i post match, scorrendo in avanti le registrazioni. Gran lavoro di Discovery, devo dire.

Interessante l’avvento delle giovani Fernandez e Raducanu insieme alla resurrezione della Andreescu che quando gioca bene in realtà…gioca benissimo.

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Editoriali del Direttore

US Open: tre azzurri agli ottavi come a Parigi? Djokovic su Tsitsipas e il pipì-break: “Un limite va messo”

Berrettini, Seppi e Sinner fanno sognare un nuovo record. Solo al Roland Garros 3 italiani insieme in ottavi. E solo 7 gli azzurri che li hanno giocati a New York. Djokovic: “Non capisco perché la regola sia così vaga”. E Brooksby fa lo Tsitsipas: 12 minuti più 7!

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Andreas Seppi - US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Soltanto sei volte nella storia degli Slam, iniziata nel 1877 con i primi Championships di Wimbledon, abbiamo potuto vantare tre italiani presenti contemporaneamente negli ottavi di finale di un singolo Slam. Ma è sempre accaduto soltanto al Roland Garros: 1947, 1952, 1958,1960, 1962 e quest’anno (con Berrettini che è poi giunto nei quarti contro Djokovic, con Sinner che ci ha perso con Nadal e con Musetti battuto da Djokovic).

Adesso ci sono buone probabilità che possa accadere per la prima volta anche allo US Open. Anche se ovviamente nulla è mai scontato, però è lecito essere ottimisti alla vigilia dei match di Berrettini contro Ivashka n.53 ATP, già battuto all’ultimo Wimbledon, di Sinner con Monfils (1 a 1 nei confronti diretti risalenti a 2 anni fa) e del magnifico e irriducibile Seppi contro il qualificato tedesco Otte n.144.

Due su tre ottavi avrebbero potuto essere certi se i match di terzo turno fossero stati derby azzurri, come potevano essere se Fognini non avesse perso contro Pospisil (poi battuto da Ivashka) e fosse quindi arrivato a confrontarsi con Berrettini rispettando il suo ruolo di testa di serie n.28, e se Sonego non si fosse fatto sorprendere da Otte e fosse lui e non il tedesco l’avversario di terzo turno di Seppi. Soltanto Sinner, testa di serie n.13, avrebbe dovuto comunque misurarsi con Monfils n.17, al terzo turno. Quando Berrettini centrò le semifinali dello US Open 2019 battè proprio Gael Monfils, al termine di un memorabile duello. Riuscirà nel medesimo exploit Sinner?

 

Nei primi due round, con Purcell e Svajda, le prove di Sinner non mi sono apparse particolarmente convincenti, però ne gli ultimi due anni – dacchè Jannik vinse a Anversa 6-3 6-2 e Monfils si prese la rivincita a Vienna 6-3 7-6 (8) – Sinner ha fatto certamente progressi e Monfils…ha compiuto 35 anni il 1 settembre.

Jannik è già certo di raggiungere come minimo il suo best ranking dal lunedì post US Open: anche dovesse andargli male con Monfils salirebbe a n.13. Niente male per un ragazzo che ha compiuto 20 anni lo scorso 16 agosto. Nei due precedenti US Open Jannik aveva perso sempre al primo turno, contro Wawrinka e Khachanov.

L’eccellente ranking conquistato da Jannik è stato raggiunto a dispetto di sorteggi non sempre benigni, a differenza di questa volta in cui gli è andata piuttosto bene. Basti ricordare che al Roland Garros (due volte) come a Roma (una) il suo cammino è stato stoppato da Rafa Nadal quando almeno un turno in più avrebbe potuto conquistarlo. Battere un Monfils in netta ripresa rispetto all’anno buio del Covid e del per lui insopportabile lock-down costellato di sconfitte, non sarà semplice perché il fresco sposo Gael a dispetto dei 35 anni ha ancora un fisico integro, da grande atleta. Non c’è da illudersi, insomma, sul fatto che un’eventuale maratona di cinque set debba metterlo in crisi. E Sinner non avrà da Monfils i regalini che sia Purcell sia il giovanissimo eppur talentuoso Svajda gli hanno fatto al momento buono di 3 set su 4.

Comunque sia, in chiave Race to Torino le premature sconfitte in questo US open di Casper Ruud (n.8 con 2675 punti che non potranno aumentare), Hubi Hurkacz (n.9 con 2505, anche lui fermo al palo) e anche Carreno Busta (n.13 con 1730) sembrano schiudere a Jannik, attualmente decimo con 2165 punti e una teorica possibilità di salire a 2.255 battendo Monfils, interessanti scenari. Avere due giocatori presenti a Torino nella prima di cinque edizioni torinesi delle Finals avrebbe un significato ancora più entusiasmante che non tre tennisti in ottavi a New York, anche se il derby Seppi-Berrettini garantirebbe almeno un italiano nei quarti, che è sempre un bel godere.

In quest’ultimo caso, come ho anticipato nel video che forse avrete visto sul sito o su Instagram, dopo aver espresso la mia grande soddisfazione per il traguardo eventualmente raggiunto da Seppi che fino a oggi non è mai andato oltre il terzo turno a New York mentre ha fatto ottavi in tutti gli altri tre Slam, mi augurerei una vittoria di Berrettini perché Matteo ha qualche chance in più di rendere dura la vita al grande favorito Novak Djokovic.

Ma tempo al tempo, così come non era davvero detto che Seppi battesse Fucsovics – e in quel modo poi, annullando cinque match point e chiudendo al suo sesto sul 15 a 13 del decisivo tiebreak – e poi a maggior ragione dopo quella maratona di oltre quattro ore anche Hurkacz n.10 del seeding, guai a sottovalutare Otte e le possibilità che il fisico di Andreas paghi lo scotto di tante battaglie. Incrociamo le dita, ma lui stesso ha detto: “Pagherei per risvegliarmi sabato mattina come mi sono sono trovato, senza dolori, questo giovedì!”.

Riguardo al suo duello con Ivashka, che “Berretto” aveva magistralmente controllato sull’erba del campo 12 entusiasmandomi a tal punto per certi suoi tocchi di fino che esagerando un po’ mi avevano spinto a fare un titolo esagerato (e da molti di coloro che non si erano peritati di leggere tutto il pezzo criticato scandalizzati), io ho provocato Matteo ieri notte chiedendogli se non ritenesse difficile battere lo stesso avversario due volte di fila. E lui ha replicato con chiara lucidità: “Può essere, ma preferisco sempre affrontare un avversario che ho già affrontato piuttosto che uno nuovo”.

Se non mi sbaglio nel confondermi – come si usava dire una volta – i tennisti italiani (maschi eh) che abbiano raggiunto gli ottavi all’US open sono pochissimi. Soltanto sei: Barazzutti, Berrettini, Panatta, Pozzi, Sanguinetti e Fognini. Fra questi non figura Nicola Pietrangeli che li ha giocati solo tre volte (quando non era Open ovviamente): una volta ha perso al secondo turno (1964 dal britannico Sangster) e due volte al terzo (dagli americani Reed nel ’55 e da Stan Smith nel ’65).

Solo negli anni Settanta la partecipazione degli italiani allo US Open è entrata nella programmazione abituale dei nostri tennisti, come conseguenza della creazione del computer ATP, delle classifiche, dei punti stabiliti per gli Slam. Le presenza di Cucelli e Del Bello nel ’49 furono occasionali e dovute al fatto che l’Italia doveva giocare in Coppa Davis negli Stati Uniti per una semifinale interzone. La prima presenza italiana a Forest Hills era stata una sconfitta al primo turno del bolognese Umberto Cuccioli, un seconda categoria che stava studiando medicina negli Stati Uniti e che riuscì a farsi accettare nel tabellone perdendo subito dall’inglese Jones.

Insieme a Barazzutti che fece semifinale nel 1977 (battè Scanlon, Nastase, Edmondson, Walts e Gottfried, perse da Connors: si giocava 3 su 5 solo dagli ottavi in poi) e a Berrettini, semifinalista nel 2019 (battuto da Nadal dopo aver superato Rublev e Monfils) e in ottavi nel 2020 (fermato dalla vendetta di Rublev), gli altri azzurri in ottavi stanno sulle dita di una mano:

  • Adriano Panatta nel ’78 battè per ritiro Orantes sul 4-1, poi Nichols 6-2 6-4, quindi Riessen 7-5 al terzo. Perse da Connors 7-5 al quinto al termine di un match straordinario, secondo Rino Tommasi il migliore mai giocato da Adriano
  • Gianluca Pozzi nel ’94 superò Furlan, Mansdorf e Zoecke, perse da Karbacher in quattro set quando avrebbe potuto vincere. In quell’anno Andrea Gaudenzi sorprese Jim Courier testa di serie n.2 al secondo turno, ma poi fallì al terzo la prova del nove contro il modesto Renzebrink
  • Davide Sanguinetti nel 2005, 33 anni, battè Arthurs, Moya, Srichaphan in un match pazzesco che ricordo benissimo sull’Armstrong Stadium (6-3 4-6 6-7 7-6 76). Perse contro Nalbandian in quattro set dopo aver vinto il primo.
  • Fabio Fognini nel 2015 (l’anno della finale Pennetta-Vinci) con Fabio che rimontò due set a Rafa Nadal in un altro match “storico”. Nadal aveva perso una sola partita da un vantaggio di due set, contro Federer a Miami, e gli sarebbe poi capitato solo una terza volta (Tsitsipas all’Australian Open 2021)
  • Paolo Lorenzi nel 2017 battè Sousa, Muller e Fabbiano, perse da Anderson 6-4 al quarto set.

Per il resto, prima di riferirvi che cosa ha detto senza troppi peli sulla lingua ai colleghi serbi Novak Djokovic sul leit motif di questi giorni, i toilet-break di Tsitsipas e ora anche del suo imitatore Jenson Brooksby che si è concesso impunemente due break di 12 e 7 minuti (sic!) nel corso del suo match con il furibondo Fritz, osservo che finora in questi primi due turni si è trattato di un US Open estremamente rispettoso delle gerarchie del seeding. Nel torneo maschile sono approdati al terzo turno tutti i primi sette favoriti. Sono “saltati” il n.8 Ruud, il n.9 Carreno Busta, il n.10 Hurkacz, ma insomma niente di che. Eppure in ottavi però troveremo almeno tre outsider: Seppi o Otte, Laaksonen o Gojowczyk, Van De Zandschulp o Bagnis.

Fra le donne ancora maggior rispetto per il ranking: delle prime 16 teste di serie manca all’appello solo Brady n.12, infortunata e ritiratasi prima dell’inizio del torneo. Un fatto quasi più unico che raro (cito a memoria, però, non avendo il tempo di verificare). E una outsider sicura in ottavi al momento non c’è.

Ma veniamo a Djokovic: un collega serbo, Sasa Ozmo, gli ha chiesto che cosa pensasse della vicenda Tsitsipas che aveva fatto infuriare Andy Murray e che a Cincinnati aveva spinto Zverev ad accusare Tsitsipas di aver scambiato messaggi text con il padre mentre si era rinchiuso in bagno (un po’ come quegli studenti che si facevano tradurre le versioni di latino e greco dal gabinetto…). E Tsitsipas non è stato il solo casus belli: come detto, lo ha fatto anche Jenson Brooksby.

Novak: “Ho visto che Tsitsipas ha detto che non ha fatto nulla contro le regole e che non capisce perché sia stato così criticato; ha anche detto che dovrebbero esserci delle conseguenze solo per chi infrange qualche regola. E sono d’accordo con lui su questo. Al contempo capisco Andy e Zverev, che hanno avuto problemi con questa situazione. Ci dovrebbe essere un limite. Come tennista devi riconoscere che se vai avanti troppo a lungo danneggi il tuo avversario. Ma se guardiamo il libro delle regole, Tsitsipas non ne ha infranto alcuna”.

Dopo questo primo commento Novak ha però anche suggerito: “Dobbiamo assolutamente mettere un limite ai toilet-break, che sia 5 o 6 o 7 minuti. O altro. Un’orologio deve scattar e il countdown comincia appena il giocatore lascia il campo., E lo devi rispettare. Non capisco perché la regola sia così vaga: puoi stare per 2 minuti come per 20! Questa regola va cambiata. Lo ripeto e solidarizzo con Andy perché si è freddato nell’attesa, ma posso capire anche Tsitsipas perché dice: ‘Non c’è un limite di tempo, nessuno me lo ha imposto’. Questo è tutto quello che ho da dire”.

Beh, in questo caso il “ribelle” del PTPA Djokovic è stato un po’ troppo tenero con chi ha aspettato che scoppiasse questo caso senza prendere prima alcun provvedimento, inclusi quelli necessari per regolamentare meglio anche i MTO, sia per frequenza, sia per durata, sia per il luogo degli interventi. ATP, WTA e Slam hanno dormito a lungo. Speriamo si sveglino presto.  

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