Federer c’è ancora! Lunedì memorabile al Roland Garros: i Fab 3 del mondo vs i Fab 3 d’Italia [VIDEO]

Editoriali del Direttore

Federer c’è ancora! Lunedì memorabile al Roland Garros: i Fab 3 del mondo vs i Fab 3 d’Italia [VIDEO]

PARIGI – Sinner-Nadal, Musetti-Djokovic, Berrettini-Federer, super spettacolo: i nostri contro i più del grandi del terzo millennio. Ma il mondo guarda all’Italtennis e a 5 azzurri fra i primi 21 della Race to Torino

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Rafa Nadal e Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il momento d’oro del tennis italiano prosegue. Tre italiani (uomini) in ottavi al Roland Garros. Mai accaduto nell’era Open, quella del tennis professionistico dove tutto è diventato più difficile, più internazionale  e più competitivo fin dai primissimi turni. E dei tre, due, Musetti e Sinner, sono giovanissimi, addirittura diciannovenni, teenager. Il terzo, Berrettini ha 25 anni e da due anni è un top 10. Qui l’unico che è mancato all’appuntamento è Sonego, 26 anni, che però a Roma era stato il migliore di tutti, semifinalista dopo aver battuto Thiem e Rublev, n.4 e n.7 ATP. Nella Race to Torino che – intendiamoci! – è molto giovane e in questo periodo dell’anno lascia il tempo che trova, Berrettini è n.8, Sinner è n.9, Sonego è n.15, Musetti è n.19 e Fognini è n.21.

Cinque tra i primi 21 del mondo! Roba che se qualcuno me lo avesse detto due anni fa gli avrei dato del pazzo. Tutta la stampa straniera ne parla, perché la sensazione generale è che questo possa essere solo l’inizio di un periodo d’oro prolungato nel tempo e non un’annata e poi puff, tutto che svanisce. Tutti si chiedono e ci chiedono come lo si possa spiegare e su Ubitennis lo abbiamo scritto ormai talmente tante volte che credo che i lettori non ne possano più.

In estrema sintesi tutto consegue a una serie di concause:

 
  • un’attività organizzativa che non c’era più dagli anni ’90 quando avevamo otto tornei ATP, con tanti challenger e futures che aiutano tantissimo a fare punti ed esperienza senza dover investire grandi capitali per le trasferte all’estero
  • la crescita tecnica di coach privati super-appassionati disposti ad investire su se stessi e i loro allievi anche quando non potevano avere nessuna certezza che sarebbero sbocciati dei campioni: Piatti è quello che ha preso sotto le sue ali Sinner a 13 anni (grazie a Sartori che glielo segnalò), Santopadre ha fatto altrettanto con Berrettini ancor prima, a 10-11 anni, Tartarini idem, anno più anno meno, Gipo Arbino con Lorenzo Sonego stessa cosa. Anziché tecnici legati a uno stipendio federale e meno disposti a rischiare, e soprattutto a viaggiare, questi sono stati anche imprenditori. Hanno creduto nei loro allievi, li hanno “sposati” senza risparmiarsi, trasmettendo la dottrina del lavoro che paga più del talento, e non hanno mai abbandonato il loro credo
  • dopo una dozzina abbondante di anni in cui la nostra Federtennis ha preferito intestardirsi nel far guerra ai team privati, per “sponsorizzare” invece i propri giovani selezionati al centro tecnico federale, i deludenti risultati dello stesso hanno convinto la FIT a cambiare rotta, a usare criteri e incentivi oggettivi per aiutare anche gli allievi degli altri coach, dei team indipendenti. La resa all’evidenza era stata inevitabile: dal centro FIT di Tirrenia creato nel 2004 è uscito fuori un solo top 100, Alessandro Giannessi, in mezzo a centinaia di esperimenti ed esperienze fallite. Le scelte fatte evidentemente non erano buone, le motivazioni di coach e allievi insufficienti, il clima non era produttivo.

Mi fermo qui. Torno a Berrettini, che battendo in tre set il coreano Kwon diventa il primo tennista italiano ad aver raggiunto gli ottavi di finale in tutti i 4 Slam. Panatta, Barazzutti e Pietrangeli, non ce l’avevano fatta in Australia, Fognini è mancato (sinora) a Wimbledon. Forse Matteo ha trovato il modo di leggermi in anteprima, poiché in conferenza ha sottolineato un aspetto che avevo appena finito di introdurre: “Siamo partiti tutti da lontano con un progetto a lungo termine, con allenatori storici…”.

Ci sarebbero altri discorsi, come quelli che ci hanno penalizzato in passato – vedi i modesti investimenti sulla formazione dei coach e il modesto ricorso ai coach stranieri più esperti e più capaci “perché costano troppo”…quando chi meglio investe meglio viene ripagato – ma sarebbero forse noiosi per chi li ha già letti. Oggi però val la pena di ripetere almeno quelli sopra esposti perché so che sempre più gente, sempre più giovani, si avvicineranno al nostro sport. Ci leggerà qualcuno di più, perché questi risultati sono eclatanti e l’interesse generale cresce in proporzione. Il tennis rischia (che bel rischio!) di diventare grazie a questi ragazzi il secondo sport più popolare d’Italia dopo il calcio.

Due dei tre italiani in ottavi non sono certo favoriti – lunedì Sinner affronta per la terza volta in meno di un anno Nadal, Musetti giocherà contro Djokovic – mentre Berrettini trova un Federer che è venuto fuori da una maratona di 3 ore e 35 minuti contro il tedesco Koepfer, che le ha provate tutte. Ma Matteo ha qualche chance in più degli altri. Perché lui oggi è il più solido ed esperto dei nostri. Perché Federer a 40 anni e sulla terra rossa non può essere più il miglior Federer, perché – infine – lo svizzero potrebbe risentire dello sforzo immane compiuto in una notte molto umida contro Koepfer. E in risposta a una mia domanda, che sono riusciti a porgli tramite un… cartello con una scritta, che ho posto davanti a me (erano ormai le 2 di notte) dal momento che il moderatore non mi ha dato la parola per fare la mia domanda a Roger, il campione svizzero (che ha visto il cartello e ha preso la parola) ha detto che non è sicuro di giocare lunedì.

Roger Federer – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Davvero comunque Roger non finisce mai di stupire. L’aver retto così, fino a mezzanotte e tre quarti, questa partita così dura e lunga, significa che Roger si è preparato molto meglio di quanto forse la gente credeva. E Berrettini – che io sospetto avrebbe preferito affrontare Koepfer per mille motivi – sa che Roger avrà tutto il pubblico a favore quando il loro match finirà sul Philippe Chatrier. Anche Nadal-Sinner, a mio avviso, verrà giocato sul Philippe Chatrier e la cosa dispiacerà magari un po’ a Musetti, che ci avrebbe tenuto a giocare sul campo più importante. Per Lorenzo, però, potrebbe costituire un buon presagio il fatto che, quando Cecchinato battè Djokovic, la partita si svolse sul Suzanne Lenglen.     

Magari – e mi auguro di no – i nostri eroi perderanno tutti e tre, ma tutti e tre sono destinati a fare molta più strada in un prossimo futuro. Oggi esultiamo per tre giocatori in contemporanea negli ottavi, presto lo faremo per un paio che saranno nei quarti, magari in semifinale e almeno uno in finale. Chi dei tre non lo so.

Quando a Berrettini sono stati fatti i complimenti per essere diventato il primo tennista italiano di tutti i tempi a centrare gli ottavi in tutti i quattro Slam, lui ha sorriso ringraziando e poi ha subito aggiunto: “Mi fa piacere, ne sono orgoglioso, potevo fare meglio già in Australia quest’anno (quando si è dovuto ritirare per quello stiramento addominale che lo ha messo a riposo forzato per due mesi, ndr) e comunque magari mi piacerebbe arrivare nelle semifinali di tutti gli Slam…”. Se ci riuscisse supererebbe persino Francesca Schiavone, che in tutti gli Slam è arrivata ai quarti.

Insomma, è proprio così. I ragazzi sono forti perché non si accontentano di quanto hanno già raggiunto. Sono già fra i migliori del mondo, sono già famosi e ricchi, ma vogliono di più. Sono ben consapevoli della loro forza. Sinner dice che odia perdere – e chi legge penserà che si tratta di una banalità – ma ascoltandolo dal vivo si avverte che davvero è quel tipo di determinazione, di consapevolezza, di irriducibilità, di ambizione, il prodromo di una carriera di successo. “Sciavo e se arrivavo secondo in uno slalom ero furioso, mai contento. Così nel tennis; ho perso due volte contro Nadal, in situazioni diverse, a Parigi al mio primo quarto di finale in uno Slam e a Roma dove ci tenevo perché si giocava in Italia, ma alla fine ho perso ed ero arrabbiato con me stesso tutte e due le volte. Con Nadal il rapporto personale è ottimo. Siamo stati insieme giorno e sera per due settimane di quarantena in Australia….”

Della partita giocata e vinta da Musetti su Cecchinato avrete letto la cronaca, forse sentito il mio audio a caldo, visto il mio video… oppure niente di tutto questo. Era il decimo derby italiano a Parigi, il secondo a richiedere cinque set, dopo quello vinto dal mio consocio e compagno di tanti doppi Pierino Toci da Montecatini contro Beppe Merlo da Merano, nel ’69, quando Beppe aveva 42 anni e Toci 20. Ricordo bene di aver assistito a tantissimi derby azzurri in diversi tornei, internazionali e nazionali, ma non ho sicuramente mai visto uno del livello straordinario che hanno saputo offrire Musetti e Cecchinato.

Ok, Panatta e Barazzutti, che si sono affrontati mille volte – dieci nel circuito ATP con cinque vittorie ciascuno, ma non so più quante agli Assoluti e in altre gare nazionali – giocavano un altro tipo di tennis, racchette di legno eccetera, ma anche dopo di loro quando ho visto ad esempio Canè con Camporese (3-0 per Omar in ATP), Furlan contro Gaudenzi (4-0 per Renzo), nessuna partita si è mai lontanamente avvicinata al livello di questa.

Un match di Fantatennis” l’ha definito Cecchinato, perché Musetti ha fatto talmente tante di quelle cose, tweener, traccianti dietro la schiena, pallonetti passanti impossibili, vere magie e prodezze come – giuro – non ne ho mai viste tante così in un solo match. Cecchinato non credeva ai suoi occhi. Ma lo stesso Cecchinato ha fatto punti pazzeschi. Io credo che Marco giochi addirittura meglio di tre anni fa quando qui battè Djokovic – che magari non era il miglior Djokovic – e credo che buona parte del merito debba andare a Massimo Sartori che lo ha… restituito a nuova vita.

Certo volee di rovescio, anche quelle dorsali alte, certi smash sul pallonetti a candela difficilissimi, le solite splendide smorzate, molti punti da spellarsi le mani per gli applausi, per l’uno come per l’altro contendente. Il Ceck ha trovato un Musetti monstre, forse eccitato dal suo primo Slam e dalla consapevolezza di non avere nulla da perdere a giocare sulle ali dell’entusiasmo. Splendido a vedersi Lorenzo, ma anche incredibilmente efficace, incisivo. Non solo show, dunque, ma sostanza.

Lorenzo Musetti – Roland Garros 2021 (foto Twitter @RolandGarros)

Cresce l’interesse dalla gente per il tennis, cresce anche quello degli sponsor per i nostri ragazzi, per i tornei – con le ATP Finals e la Davis che dovrebbero trarne grandi vantaggi (figurarsi se avessimo uno, due partecipanti alle ATP Finals di Torino), inevitabilmente. Spero anche per Ubitennis naturalmente.

Non credo che questa novità, possa inquinare l’attitudine fin qui assolutamente encomiabile di tutti i nostri migliori ragazzi, e di quelli che verranno trascinati dal loro esempio, come nella storia del tennis è successo nel tempo, agli americani eredi di Connors e McEnroe, agli australiani “nipoti” di Hoad e Rosewall, ai francesi sulla scia di Noah, Forget e Leconte, agli svedesi su quella di Borg, ai tedeschi su quella di Becker e Graf, agli spagnoli su quella di Bruguera, e via dicendo. L’esempio e l’emulazione sono spesso andati a braccetto. E non era il braccino del tennista.

I nostri ragazzi non sono soltanto molto forti. Sono tutti estremamente maturi, solidi, seri, beneducati. E fra loro, così come fra i loro coach il rapporto è di sana, sanissima rivalità sportiva. Ma anche di collaborazione e di sostegno reciproco. Anche il match fra Cecchinato e Musetti è stato giocato all’insegna del fair-play.

Interpellato su Musetti, Sinner ha ripetuto cose già dette tante volte: Lorenzo è un giocatore incredibile, ha molte opzioni con la palla. Certo lunedì sarà dura. Lui ha Djokovic e io ho Rafa, ma è una buona cosa. Sarà un bel test. Io e Lorenzo siamo diversi, abbiamo due stili diversi, una diversa personalità, differenti stili, diversa personalità. Lui è molto talentuoso, più di me. Anche fisicamente è messo meglio di me, è forte fisicamente. Ha più opzioni di me, ma non c’è un solo sistema di gioco. Io sono più alto, lui è più …emozionale, io do meno a vedere le mie emozioni, ma veniamo da due posti italiani diversi…”.

Come anticipato, alle 2,10 del mattino ecco Federer che mette in dubbio la sua partecipazione all’incontro con Matteo Berrettini. Secondo Simon Graf, autore di un libro su Roger Federer, le probabilità che Roger non giochi sono piuttosto alte. “Ha già ottenuto quello che voleva, è arrivato in seconda settimana, ha dimostrato a se stesso che ha una buona condizione fisica e tecnica, il Roland Garros non era un obiettivo, il timore di rischiare di pregiudicare la stagione sull’erba, Wimbledon, c’è. Qui non vincerebbe comunque il torneo, giocare per perdere contro Berrettini o Djokovic… è solo una sensazione, magari finirà per giocare, ma il fatto che abbia subito messo in dubbio la partecipazione non mi pare casuale. Su come si regoleranno gli organizzatori, cioè se ne l dubbio programmare il suo match sul Lenglen invece che sullo Chatrier, non credo che a lui interessi molto“. 

A lui forse no, agli organizzatori sì. E anche a Musetti che sogna di giocare sul centrale contro Djokovic e pensava che gli sarebbe toccato, quando invece in condizioni normali, potendo mettere sullo Chatrier solamente due singolari maschili e due femminili, i due maschili sarebbero stati ovviamente Federer-Berrettini e Nadal-Sinner.

Lorenzo Musetti con Novak Djokovic dopo aver vinto l’Australian Open junior

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Australian Open

Australian Open: Medvedev-Kyrgios che show. Perché l’australiano mi ricorda Fognini. Ma che personalità il russo!

Un match da cento replay. A Nick e Fabio non è mai mancato il talento. Ma la testa. A Daniil anche…fino a 3 anni fa. Ma poi il russo, mai banale, ha saputo mettersi in discussione. È decisamente molto intelligente

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Se non era difficile prevedere che Nick Kyrgios avrebbe cercato di dare spettacolo contro Medvedev, non era facile prevedere che ci sarebbe riuscito a lungo.

Oggi si può dire che c’è ampiamente riuscito. Al di là di ogni previsione anche se ha perso un gran match che è stato anche un fantastico show. Per merito suo e della varietà creativa delle sue soluzioni, ma anche per la straordinaria resilienza del n.2 del mondo, capace di controllarsi come non sarebbe mai stato capace tempo addietro.

“Cinque anni fa avrei spaccato un paio di racchette e avrei probabilmente perso” ha detto il russo, rispondendo nel corso di una “diretta” con Mats Wilander su Eurosport-Discovery.

 

Lo si può criticare quanto si vuole, ma è indubbio che le partite migliori di Kyrgios, come quelle di Fognini, meritano di essere viste e il prezzo del biglietto. Per me Kyrgios e Fognini hanno tantissimo in comune. Mi riesce quasi difficile dissociarne il pensiero al riguardo.

I due meritano anche di essere definiti per quello che sono: due tennisti di grandissimo talento, evviva!, ma anche di grandissima maleducazione. Purtroppo!

Sarei stato, se fossi stato loro padre, fortemente orgoglioso del loro tennis e grandemente imbarazzato per i loro comportamenti. Non tutte le volte, nel primo come nel secondo caso. Ma diverse volte.

Nei giorni scorsi su Facebook (i cui commenti non sono abituato a leggere per cui spesso, se qualcuno non me li segnala, li perdo e non credo di perdere chissà che cosa) sono stato violentemente attaccato da alcuni Fognini-fans per quello che ho scritto su Fognini nel mio editoriale di qualche giorno fa. Ci sono stati anche alcuni, però, che invece hanno sottolineato diversi punti in cui evidenziavo le qualità di Fabio.

Non sono pentito di quel che ho scritto. Lo riscriverei pari pari anche oggi. Non mi faccio certo influenzare da chi non riesce a leggere con obiettività imparziale quel che scrivo. Poi, per carità, nobody is perfect e non costituisco davvero un’eccezione. Ma coloro che intravedono sempre pregiudizio e malafede in quel che leggono riguardo a quel scrivo non li sopporto proprio. Io posso sbagliare, ma scrivo quel che penso senza retropensieri per il gusto di accanirmi.

Potrei aggiungere a quell’articolo magari sfuggitovi che in tanti, e non solo io, abbiamo fortemente sperato che quando Fognini diventò n.13 del mondo nel 2013 potesse mettere la testa a posto. Che potesse d’improvviso maturare al punto da diventare un top-ten nell’arco di massimo un paio d’anni. Nel 2013 aveva 26 anni. Il tempo c’era. Se ci fosse riuscito sarebbe piaciuto moltissimo celebrarne il decollo a lui e a noi tutti che viviamo a stretto contatto con il mondo del tennis.

È evidente che già l’essere approdato a n.13 del mondo, di uno sport giocato da milioni di persone, era già un fantastico traguardo, ma a vederlo giocare nelle giornate di grazia, e nonostante l’handicap di un servizio che non avrebbe mai potuto essere quello di un Medvedev, di un Berrettini e di tutti quei giocatori più alti d’un metro e novanta, ci si sentiva tutti autorizzati a sognare un qualcosa di più: in un grande exploit in uno Slam (e non un solo quarto di finale in non so più quanti Slam), in un Masters 1000 (come quello che è arrivato soltanto a Montecarlo 2019, dopo un primo turno nel quale era stato lì lì per perdere malamente).

Che il suo mancato arrivo tra i top-ten molto prima del 2019 fosse principalmente un problema di testa non lo dice Ubaldo Scanagatta – che secondo i miei detrattori lo sosterrei perché scioccamente ce l’avrei con lui…- o tanti altri miei colleghi che l’hanno scritto allo stesso modo. Lo ha ammesso mille volte con grande e apprezzabilissima onestà, lo stesso Fabio Fognini. Se andaste su Internet trovereste dove e quando lo ha detto.

Ancora nel 2015 io speravo che arrivasse quel famoso clic che lo trasformasse da ottimo e fantastico giocatore per qualche giorno o magari settimana all’anno, in un campione a tutto tondo per 20 tornei, lungo tutto l’anno. Ne bastano 10 molto buoni per diventare top-ten. E’ sempre stato un problema di continuità.

Così come nella quarta serata di questo Open d’Australia avrei voluto essere seduto nella Rod Laver Arena per respirare quella grande e magica atmosfera vissuta nel corso di questo splendido duello Medvedev-Kyrgios – uno dei tre match più spettacolari fin qui – mi ritenni fortunato di essermi ritrovato invidiabilmente seduto nell’Arthur Ashe Stadium quando nel corso dell’US Open 2015 Fabio Fognini rimontò due set di handicap a Rafa Nadal che non aveva mai perso in uno Slam dopo essere stato avanti due set a zero (ci è poi riuscito anche Tsitsipas qui in Australia lo scorso anno)

E allora oggi ecco entusiasmarmi per il tennis di Kyrgios, ma anche per quello di Medvedev (non fraintendetemi che poi al russo arrivo…), e a fare le stesse considerazioni che facevo nel 2013 per Fognini n.13 del mondo che era capace di mettere k.o. (e più d’una volta) campioni come Nadal, come Murray…: Nick Kyrgios ha 26 anni, quasi 27, come allora Fognini, ma nonostante il formidabile talento che ha, nonostante che abbia battuto quasi tutti i più forti tennisti del mondo quando ha sentito l’ispirazione giusta, oggi è n.115 del mondo perché gioca e si impegna solo quando gli va, ma non è mai stato più su del n.13 del mondo. Già, per l’appunto proprio n.13 come Fognini nel 2013. Che strana coincidenza. E allora, come mi chiesi allora per Fabio, mi chiedo oggi per Nick – anche se lui è capace di dirti che non sa nemmeno che cosa farà domani, figurarsi quest’anno: “Non lo so, forse giocherà a tennis, ma ora il mio unico programma è… andare a cena” – ma metterà mai la testa a posto? Non sarebbe un peccato se non lo facesse? Non ci toglierebbe tante altre bellissime giornate di tennis ispirato, creativo, diverso da quello della maggior parte degli altri tennisti e non solo quando fa i tweener o i servizi da sottomano?

Allora se scrivo qualcosa del genere significa che ce l’ho con Kyrgios? Che gli voglio male? Niente affatto. Anzi Kyrgios mi sta proprio simpatico. E vi dirò di più, di certo sorprendendovi. A me, anche se mi ha fatto arrabbiare decine di volte, Fognini non riesce a starmi antipatico. Non ci crederete, ma è così. Il che non significa che certe volte gliene avrei dette di tutte. Vi sembra contraddittorio? Pazienza. Non devo convincervi. Se mi credete bene e se non mi credete è un problema vostro.

Ricordo, insistendo ancora mezzo minuto sul paragone Kyrgios-Fognini, che molti quando scrivevo “Ma Fognini riuscirà a cambiare testa?”, replicavano quel che replicherebbero certamente oggi anche per Kyrgios: “Se non lo ha fatto finora a 26 anni, ormai non lo fa più”.

E’ possibile che anche Kyrgios non cambi più. Però amici, avete fatto caso a quanti anni compierà Daniil Medvedev l’11 febbraio, fra una ventina di giorni: 26 anni!

Medvedev non ha sempre avuto la testa che ha oggi. Quella testa, e quella personalità,  che ha dimostrato controllandosi egregiamente mentre il pubblico tutto schierato dalla parte di Kyrgios lo buheggiava fra prima e seconda di servizio, fosse quello oppure non fosse un coro collettivo di “siuuuu” a ricordo di Cristiano Ronaldo. Medvedev ha mostrato uno straordinario self control, un eccezionale sangue freddo. Quanti avrebbero perso la testa al suo posto?

Io ho trovato che, al di là del suo tennis che certo può apparire sgraziato – ma mentre quello di Fognini è anche elegante, invece anche quello di Kyrgios mi pare abbastanza sgraziato – Medvedev abbia giocato in condizioni ambientali difficilissime una grande partita. Ha ceduto due volte il servizio, ha perso un set contro un Kyrgios sempre più adrenalinico, ma non si è disunito, né tantomeno distratto.

E trovo che sia stato straordinario anche nell’intervista post match sul campo con Jim Courier quando la gente continuava a urlargli addosso coprendo la voce sua e di Courier mentre lui si “toglieva il sassolino dalla scarpa” – come ha avuto modo di dire felicemente Simone Eterno nella sua telecronaca per Eurosport – e diceva “Stare calmi è l’unica cosa che si può fare quando il pubblico grida buuuh tra la prima e la seconda di servizio”  prima di dare una fantastica lezione di civiltà a tutti quelli che continuavano a ululare: “Non riesco a sentire Jim Courier, abbiate rispetto, ha vinto qui (grande Daniil!). Rispettate almeno lui perché sta parlando!”.

Ragazzi, questo è un vero campione, il n.2 del mondo, il favorito n.1 del torneo adesso, il campione dell’ultimo US Open, dell’ultima Coppa Davis, di due ATP Cup, il finalista dell’Australian Open 2021 e ha…un paio di attributi grossi così.

Chapeau! E ancora più chapeau perché lui, tennista mai banale in campo e fuori, è proprio l’esempio di uno che ha saputo imparare a vivere, è maturato, ha messo la testa a posto sebbene anche lui, come Fognini e Kyrgios, non ce l’avesse  a posto proprio per nulla.  

Io ero a Wimbledon 2017 quando opposto al belga Bemelmans, secondo turno a Wimbledon 2017, perse al quinto set e a fine partita aprì il portafogli per tirarne fuori un bel mucchio di monetine e lanciarlo al giudice di sedia. Non avevo mai visto niente di simile. Pensai che fosse pazzo!

Ed ero a New York 2019, quindi meno di 3 anni fa, aveva 23 anni e mezzo, non era più un pischello, quando alle prese con  Feliciano Lopez, strappò letteralmente di mano in maniera incomprensibile e inaccettabile un asciugamano a un ragazzino raccattapalle venendo giustamente beccato dal pubblico che continuò a farlo anche nel match successivo…solo che Daniil dopo averlo provocato “Se mi fischiate gioco meglio, mi caricate…” poi seppe rimediare, con intelligenza, e con grande sense of humour riuscì poi a portarlo tutto dalla sua parte.

Banale lui non sarà mai. Ma stupido nemmeno.

Poco più di un mesetto fa a Madrid fu capace di dire, in mezzo a un subisso di fischi: “Sono felice che la squadra abbia raggiunto la finale. Sono state due settimane fantastiche: battere la Spagna a Madrid è stata la cosa migliore della settimana, in spogliatoio eravamo davvero contenti di aver eliminato la squadra di casa, è una bella sensazione”.

E aggiunse: “È molto divertente, e lo dico dal 2019, la gente non ha ancora capito come farmi perdere: dovete tifare per me, altrimenti continuerò a vincere; comunque va bene, continuate così!”.

Dai, ragazzi, non è divertente avere personaggi così, quando tutti giocano a fare i santarellini, i politically correct?

Chiudo dicendo che Berrettini, Sonego e Sinner mi fanno sognare un’altra grande settimana per il tennis italiano. La prossima; Sinner ci sarà di sicuro, gli altri due non lo so. Ma ci conto.

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Editoriali del Direttore

La fortuna aiuta a battere i record. Esser fenomeni non basta. L’Oscar della sfortuna a Djokovic e …

L’infinita saggezza di Nadal. Il record di Feliciano Lopez è il ritratto della salute. La prudente neutralità di Federer, “primula rossa” crociata del tennis. La “bolla” di Sasha Zverev dopo il Covid di Misha.

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Feliciano Lopez - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

TABELLONE MASCHILE

TABELLONE FEMMINILE


Non basta essere veri fenomeni e saper far tutto con una racchetta in mano per vincere uno Slam. Figurarsi per vincerne tanti come è riuscito – e chi se non loro – ai Fab 3 che se ne sono accaparrati 60 degli ultimi 73 nonostante un’età sempre più avanzata. Guarda caso i soli di quei 13 che ne hanno vinto più d’uno dacchè Federer trionfò nel primissimo Wimbledon 2003, e cioè Murray e Wawrinka (3) ne hanno passate di tutti i colori fra sale chirurgiche qua e là, soprattutto lo scozzese. Gli altri hanno vinto un solo Slam, Gaudio, Safin, Roddick, del Potro, Cilic, Thiem e Medvedev (il russo è il solo che può aspirare al bis).

 

Rafa Nadal, dall’alto della sua infinita saggezza, l’ha sempre detto quando gli chiedevano che cosa si augurasse per l’anno che stava per cominciare: “Una buona salute e 12 mesi al riparo dagli infortuni”.

Chi non sottoscriverebbe, tennista o qualsiasi essere umano, una frase del genere?

Eh sì, anche se si nasce fenomeni, se si lavora seriamente per poter competere ed essere migliori di altri fenomeni, insieme a tanti segreti c’è anche quello che non si può comprare e che a qualcuno capita e ad altri no: la buona sorte.

Per stabilire grandi record ci vuole anche quella. E invocarla non guasta, anche per chi è magari superstizioso. Del resto, come diceva il grande Eduardo de Filippo, “Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo…porta male”.

L’Oscar della sfortuna in questo Australian Open per ora se lo sono contesi in due, ma con diverse responsabilità. Il primo è Novak Djokovic e il secondo lo nomino più in giù. Djokovic è il primo n.1 del mondo della storia che per aver tirato una pallata contro la rete di fondocampo – ma quanti l’hanno fatto? – ha colpito per l’appunto l’unica giudica di linea che stava ritta in piedi senza nessuno intorno nel raggio di 8 metri. E non l’ha colpita a una caviglia, al ginocchio, in pancia: no, l’ha colpita nella gola facendola stramazzare a terra, forse più per lo spavento che per il dolore. Anche lì: non poteva centrare un giudice di linea, un omone per nulla impressionabile che magari ci avrebbe fatto pure una risata su? Vabbè, andò così, sono passati un paio d’anni, Djokovic ci ha rimesso uno Slam come non poteva essere altrimenti stando alle regole più che sensate esistente,  ma uno Slam che avrebbe probabilmente vinto. Due anni dopo Novak Djokovic è ancora il primo n.1 del mondo della storia del tennis, ma direi anche della storia di tutti gli sport, che viene espulso da un Paese che lo aveva invitato a venire a dispetto di ogni regola e che gli aveva garantito il visto esentandolo dal vaccino.

Non ritorniamo adesso a discutere di tutta la saga perché fra poche ore avremo modo – semmai qualcuno ne avesse nostalgia – di tornarci sopra, perché i tre giudici della corte federale hanno promesso che ci faranno conoscere le motivazioni della sentenza. Qualunque cosa avranno scritto saranno nuove polemiche. Ci scommetto.

Come nel primo caso anche nel secondo Djokovic ha le sue colpe, non c’è dubbio. Se non tirava quella pallata…se si vaccinava…Insomma, se, se e se, dai se la sarà anche cercata, per carità, come negarlo?, ma un po’ di jella Nole l’ha anche avuta se oggi è ancora fermo a quota 20 Slam e non ha approfittato delle assenze degli altri due Fab.

Vero che pure gli altri due, Federer e Nadal – dal canto loro- possono dire di avere avuto anch’essi una discreta dose di jella negli ultimi anni, visto che ultimamente ogni due per tre si sono infortunati. Rafa per poco meno di un semestre, ma ci è abituato. E’ quasi sempre il secondo. Un semestre sabbatico? O prende l’aspettativa? Se anche si ferma per sei mesi gli sponsor non battono ciglia. Qualcuno la batterà per Djokovic, semmai. Lacoste? Beh, hanno annunciato di volersi sedere a tavolino. Per come è uscita dall’Australia, e dalla saga, l’immagine di Djokovic, si presume. Ma forse anche per capire se lui intende partecipare a una dozzina almeno delle tappe più importanti del circuito o se invece non intendendo vaccinarsi ne salterebbe un bel po’. Mi pare, a questo punto, una preoccupazioni abbastanza legittima da parte dei suoi sponsor. Se Djokovic non gioca non fa vedere i loro loghi. E scende in classifica.

in tutto questo pandemonio che fa e che dice Roger? Beh lui sembra proprio scomparso. E’ la primula rossa(crociata) del tennis. Sì, perché per strappargli una dichiarazione sul caso Djokovic l’avranno cercato in mille, ma nessuno l’ha trovato, tanto bene lui deve essersi nascosto.

Eppure non c’è collega svizzero che si occupi un minimo di tennis che non abbia scritto almeno una sua biografia e che quindi non abbia meno di un eccellente rapporto con lui. A chi non l’ha scritta non gli danno nemmeno il tesserino giornalistico, nella Confederazione Elvetica. E Roger è proprio il personaggio di fama universale che meglio rappresenta lo stereotipo della neutralità svizzera: sono sicuro che se, puntandogli una pistola ad una tempia, qualcuno lo avesse rintracciato e obbligato a dire la sua sul caso Djokovic sarebbe riuscito a trovare il modo più elegante – chi può mettere in discussione l’eleganza di Roger? – di non dire nulla di negativo su Craig Tiley, su Novak Djokovic, sull’Australia. Quando si dice che Federer è un fenomeno, beh, lo è in tutti i sensi. E, ripensandoci, gli svizzeri che lo conoscono meglio forse non l’hanno nemmeno cercato. Sapevano benissimo che non avrebbero mai scritto uno scoop.

Inciso autobiografico: perfino in Italia le biografie di Federer si sono sprecate. Ho più colleghi che le hanno scritte di quelli che non l’hanno fatto. Se non l’ho fatto anch’io – è il mio alibi – è tutta colpa di questo benedetto (???) Ubitennis che non mi dà tregua.

A pagina 2 il secondo sfortunato dell’Australian Open

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Australian Open

Fabio Fognini che cosa pensi di fare da grande? Berrettini e Sinner sono da semifinale?

Sognare costa poco, ma dando retta al ranking, Berrettini è il primo candidato a un posto in semifinale così come Sonego lo è per i quarti…contro Matteo. E Sinner, dopo il forfait di Ruud, lo è per i quarti: contro Tsitsipas?

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Dal record di partecipazione, 10 azzurri nel tabellone maschile, si passa al record degli eliminati al primo turno, sette su dieci, ma direi che il record che conta è il primo e non il secondo che è più una boutade.

E poi dopo aver visto il sorteggio direi che era tutto abbastanza prevedibile. Berrettini, Sinner e Sonego sono i nostri migliori giocatori, tutti e tre compresi fra le teste di serie, n.7, n.11 e n.25 ed è normale che abbiano superato il primo turno. Il solo ad aver perso un set è stato Berrettini che incontrava in Nakashima il giocatore più forte, il solo compreso fra i primi 100, e dopo aver perso ill primo set ha rischiato forte di cederne un altro perché non stava neppure bene, ma ha dimostrato anche in questa occasione una solidità di nervi non comune per venir fuori da una situazione preoccupante. Prima di dire che cosa mi aspetto dai nostri 3 tenori – vabbè, non è una definizione originale, ma mica potevo chiamarli Fab 3 – mi pare si debba spendere qualche commento su Fabio Fognini.

La sconfitta che fa più male forse è la sua. Anche perché è stata nettissima e contro un giocatore, Griekspoor, che anni fa lui avrebbe ridicolizzato. Invece Fabio ha raccolto 9 miseri game in tre set in un’oretta e tre quarti di tennis da dimenticare. La metà del suo avversario.

 

Non intendo assolutamente infierire nei confronti di Fabio. Mi aspetto che qualche maligno pensi che non si aspettasse altro che di farlo, visti i rapporti spesso polemici tenuti da Fognini nei confronti miei, di Ubitennis e dei suoi collaboratori, però mi pare che Fabio da un bel po’ non sia più lui.

a 35 anni è difficile tornare ad essere quello che si era se non si ha – o quantomeno si mostra di non avere – più neppure grande fiducia nelle proprie possibilità. E forse neppure la voglia di continuare a giocare. Tanto Murray appare irriducibile, tanto Fabio pare sconsolato, sfiduciato, quasi rassegnato.

Figurarsi se mi permetto di dargli consigli. Anche perché lui farebbe certamente il contrario di quel che io gli consigliassi. Ma giocare senza pensare di poter vincere non ha molto senso. Sono abbastanza sicuro che a lui non piaccia viaggiare, lasciando Flavia e tre bambini a Arma di Taggia, o anche in Spagna, per fare figure che non avrebbe mai fatto.

C’è il doppio, meno male, e l’amicizia con Bolelli che può essere uno stimolo a continuare. Qualche risultato, abbiamo visto, lì arriva ancora se non si affrontano i più forti della specialità come quelli che non gli hanno dato scampo in Davis a Torino, e questo lo può tenere su di morale.

Del resto tanti tennisti che non si sentivano di lasciare da un momento all’altro il tennis, l’agonismo, il circuito, gli amici frequentati per anni (nel caso di Fabio quasi una ventina d’anni fra carriera junior e adulta), si sono rifugiati nel doppio e hanno continuato a giocare e anche a guadagnare dei bei soldini fino a 40 anni e oltre.

Ovviamente quello dei soldi per Fabio è l’ultimo dei problemi, beato lui.

Fra moglie e marito – senza mettere il dito – i Fognini hanno guadagnato 30 milioni di dollari (lordi) di soli premi ufficiali.  Quanto da  sponsor, esibizioni, gettoni di presenza in Davis e Fed Cup non ho idea. E mica sono l’agente delle tasse. Ma la coppia Fognini potrà mantenere serenamente i 3 figli e i figli dei figli, forse anche i pronipoti.

Fabio è stato il miglior tennista che abbiamo avuto dal tramonto di Panatta e&. Miglior come talento puro dei tre migliori tennisti italiani di oggi, quei tre tenori che abbiamo visto essere ancora in gara a Melbourne.

Sono contento per lui che proprio poco prima che l’anagrafe e qualche problema fisico gli facessero pagare dazio, Fabio si sia tolto la soddisfazione di entrare finalmente fra i top-ten (n. 9 il 15 luglio– dopo essere stato n. 13 del mondo per un breve periodo nell’estate di 9 anni fa: chiuse l’anno a n.16) e di vincere un Masters 1000 a Montecarlo 2019. A febbraio perderà la seconda metà di quei 1000 punti congelati da allora e il suo ranking peggiorerà notevolmente.

Con Montecarlo ha vinto 9 tornei, ma purtroppo negli Slam non ha raggiunto grandissimi traguardi, un solo quarto di finale a Parigi 2011 quando battè annullando caterve di matchpoint Montanes negli ottavi ma facendosi così male da non poter disputare i quarti contro Djokovic.

Si fosse programmato meglio sarebbe probabilmente riuscito a qualificarsi una volta per un Masters che invece ha solo sfiorato.

Gli sono mancati dei centimetri per servire meglio, in tempi in cui i più forti tennisti oggi sono quasi tutti più vicini ai 2 metri che al metro e 90, ma forse ancora di più una testa per uno sport che è durissimo proprio per gli aspetti psicologici che comporta.

Non avendo mai avuto la continuità dei Fab Four, quelli sì veri fenomeni e stiamo constatando anche in questi giorni di cosa sia capace Andy Murray, i 35 anni di Fognini pesano di più, sono quasi come i 40 di un Federer. Nadal e Djokovic, vaccino a parte, reggono ancora alla grande, ma da Fognini ormai non credo ci si possa più aspettare vittorie in qualche torneo che conta. Qualche exploit magari ancora sì, perché di talento ne ha da vendere e quindi qualche bella giornata gli potrà anche capitare. Ma tre di fila non credo proprio. Il mio non vuole assolutamente essere un De Profundis, perché una partita ben giocata da Fognini varrà sempre il prezzo del biglietto, ma quante di queste partite riuscirà ancora a giocare? Cosa vuoi fare da grande caro Fabio? Ai posteri…  

E sempre posteri saranno anche quelli che vedranno a che punto del ranking mondiale sarà capace di issarsi Lorenzoo Musetti.

Speravo proprio che Lorenzo ce la facesse contro de Minaur e invece dopo un illusorio primo set, vinto in rimonta come avrete constatato dalla nostra cronaca e dalla sua intervista , è purtroppo sceso di intensità, ha perso sempre più campo. Tuttavia, anche se era certamente dispiaciuto, non credo possa avere troppi rimpianti.

De Minaur, classe 1999, fra meno di un mese compierà 23 anni. Ha cioè 3 anni più di Lorenzo (che è nato nel marzo 2002) e a quest’età tre anni di differenza sono un abisso.

Ho fiducia che fra tre anni Lorenzo sarà un altro giocatore.

Questa, come le altre sconfitte degli altri 6 azzurri eliminati ci stavano tutte. E salvo Travaglia che ha lottato parecchio, fino ai crampi, con Bautista Agut, e ha almeno vinto un set quando avrebbe potuto vincerne anche due –nel primo ha servito per il set ma ha perso il game a 15 – tutti gli altri hanno perso 3 set a zero. Dominati.

Ho scritto questo editoriale quando i “tre tenori” dovevano scendere in campo e spero di non portare loro male se dico che in teoria potrebbero arrivare tutti e tre nei quarti.

Se ciò accadesse, visto che per centrare quel traguardo Sonego e Berrettini, i gemelli diversi, si troverebbero l’un contro l’altro armati, avremmo la certezza di uno di loro due in semifinale. Roba da stropicciargli gli occhi, perché a seguito del ritiro di Ruud testa di serie n.8 nel settore di Sinner, Jannik è rimasto come il miglior classificato lì.

Quindi Sinner è il maggior candidato a raggiungere i quarti, proprio come Berrettini, ma senza avere sul suo cammino tennisti del calibro di Alcaraz e Korda che invece Matteo potrebbe dover affrontare. Per carità, il Braveheart Murray che ha vinto al quinto con Basilashvili e che a fine anno scorso  battè proprio Sinner non sarà certo avversario arrendevole, ma secondo me Sinner è più solido di Basilashvili…sebbene quando c’è da chiudere un set con il servizio a disposizione tende un po’ troppo spesso a irrigidirsi e a perderlo.

Forse sarebbe stato meglio per lui incontrare  Murray subito, già al secondo turno, perché lo scozzese sarebbe ancora stanco per la battaglia del primo turno, dopo la finale di domenica scorsa. Invece dovrà giocare contro il giapponese Taro Daniel e probabilmente avrà modo di recuperare.

C’è anche de Minaur nel settore di Sinner, ma Sinner oggi come oggi è ben più forte di Musetti. E De Minaur è comunque un tennista con limiti ben definiti.

Sinner giocherà da favorito i prossimi 3 match con Johnson, Murray e de Minaur. Se li vince eccolo nei quarti, probabilmente contro Tsitsipas, il n.4 del seeding e il più abbordabile rispetto a Medvedev, Zverev e secondo me anche rispetto a Nadal (che è n.6).

Sinner ha battuto a Tsitsipas a Roma, dove ci ha anche perso. E per quanto con il greco abbia perso 2 volte su 3 potrebbe – se arrivassero entrambi a scontrarsi – il traguardo della semifinale non sarebbe un traguardo impossibile.

Ben più difficile sarebbe l’eventuale semifinale con Medvedev, nonostante il matchpoint avuto a Torino…quando però il russo un momento sbadigliava (o si fingeva disinteressato) e un altro momento faceva numeri e recuperi da prestigiatore.

Lo so che mi sono spinto troppo in là, nemmeno io fossi parente del Mago Ubaldo, però se ho detto del tutto illogiche fatemelo pure presente. Non mi offendo. E non ho scritto che due italiani giocheranno due semifinali eh. Diciamo che, sebbene io guardi soprattutto a Berrettini contro Alcaraz con grandissima preoccupazione, quasi maggiore di quella che proverei alla vigilia di un Sonego-Monfils – ma attenzione già stanotte a Otte perchè a New York mi impressionò e non sarà facile domarlo, batte molto bene – magari sotto sotto ci spero. Voi no?

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