Federer c’è ancora! Lunedì memorabile al Roland Garros: i Fab 3 del mondo vs i Fab 3 d’Italia [VIDEO]

Editoriali del Direttore

Federer c’è ancora! Lunedì memorabile al Roland Garros: i Fab 3 del mondo vs i Fab 3 d’Italia [VIDEO]

PARIGI – Sinner-Nadal, Musetti-Djokovic, Berrettini-Federer, super spettacolo: i nostri contro i più del grandi del terzo millennio. Ma il mondo guarda all’Italtennis e a 5 azzurri fra i primi 21 della Race to Torino

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Rafa Nadal e Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Il momento d’oro del tennis italiano prosegue. Tre italiani (uomini) in ottavi al Roland Garros. Mai accaduto nell’era Open, quella del tennis professionistico dove tutto è diventato più difficile, più internazionale  e più competitivo fin dai primissimi turni. E dei tre, due, Musetti e Sinner, sono giovanissimi, addirittura diciannovenni, teenager. Il terzo, Berrettini ha 25 anni e da due anni è un top 10. Qui l’unico che è mancato all’appuntamento è Sonego, 26 anni, che però a Roma era stato il migliore di tutti, semifinalista dopo aver battuto Thiem e Rublev, n.4 e n.7 ATP. Nella Race to Torino che – intendiamoci! – è molto giovane e in questo periodo dell’anno lascia il tempo che trova, Berrettini è n.8, Sinner è n.9, Sonego è n.15, Musetti è n.19 e Fognini è n.21.

Cinque tra i primi 21 del mondo! Roba che se qualcuno me lo avesse detto due anni fa gli avrei dato del pazzo. Tutta la stampa straniera ne parla, perché la sensazione generale è che questo possa essere solo l’inizio di un periodo d’oro prolungato nel tempo e non un’annata e poi puff, tutto che svanisce. Tutti si chiedono e ci chiedono come lo si possa spiegare e su Ubitennis lo abbiamo scritto ormai talmente tante volte che credo che i lettori non ne possano più.

In estrema sintesi tutto consegue a una serie di concause:

 
  • un’attività organizzativa che non c’era più dagli anni ’90 quando avevamo otto tornei ATP, con tanti challenger e futures che aiutano tantissimo a fare punti ed esperienza senza dover investire grandi capitali per le trasferte all’estero
  • la crescita tecnica di coach privati super-appassionati disposti ad investire su se stessi e i loro allievi anche quando non potevano avere nessuna certezza che sarebbero sbocciati dei campioni: Piatti è quello che ha preso sotto le sue ali Sinner a 13 anni (grazie a Sartori che glielo segnalò), Santopadre ha fatto altrettanto con Berrettini ancor prima, a 10-11 anni, Tartarini idem, anno più anno meno, Gipo Arbino con Lorenzo Sonego stessa cosa. Anziché tecnici legati a uno stipendio federale e meno disposti a rischiare, e soprattutto a viaggiare, questi sono stati anche imprenditori. Hanno creduto nei loro allievi, li hanno “sposati” senza risparmiarsi, trasmettendo la dottrina del lavoro che paga più del talento, e non hanno mai abbandonato il loro credo
  • dopo una dozzina abbondante di anni in cui la nostra Federtennis ha preferito intestardirsi nel far guerra ai team privati, per “sponsorizzare” invece i propri giovani selezionati al centro tecnico federale, i deludenti risultati dello stesso hanno convinto la FIT a cambiare rotta, a usare criteri e incentivi oggettivi per aiutare anche gli allievi degli altri coach, dei team indipendenti. La resa all’evidenza era stata inevitabile: dal centro FIT di Tirrenia creato nel 2004 è uscito fuori un solo top 100, Alessandro Giannessi, in mezzo a centinaia di esperimenti ed esperienze fallite. Le scelte fatte evidentemente non erano buone, le motivazioni di coach e allievi insufficienti, il clima non era produttivo.

Mi fermo qui. Torno a Berrettini, che battendo in tre set il coreano Kwon diventa il primo tennista italiano ad aver raggiunto gli ottavi di finale in tutti i 4 Slam. Panatta, Barazzutti e Pietrangeli, non ce l’avevano fatta in Australia, Fognini è mancato (sinora) a Wimbledon. Forse Matteo ha trovato il modo di leggermi in anteprima, poiché in conferenza ha sottolineato un aspetto che avevo appena finito di introdurre: “Siamo partiti tutti da lontano con un progetto a lungo termine, con allenatori storici…”.

Ci sarebbero altri discorsi, come quelli che ci hanno penalizzato in passato – vedi i modesti investimenti sulla formazione dei coach e il modesto ricorso ai coach stranieri più esperti e più capaci “perché costano troppo”…quando chi meglio investe meglio viene ripagato – ma sarebbero forse noiosi per chi li ha già letti. Oggi però val la pena di ripetere almeno quelli sopra esposti perché so che sempre più gente, sempre più giovani, si avvicineranno al nostro sport. Ci leggerà qualcuno di più, perché questi risultati sono eclatanti e l’interesse generale cresce in proporzione. Il tennis rischia (che bel rischio!) di diventare grazie a questi ragazzi il secondo sport più popolare d’Italia dopo il calcio.

Due dei tre italiani in ottavi non sono certo favoriti – lunedì Sinner affronta per la terza volta in meno di un anno Nadal, Musetti giocherà contro Djokovic – mentre Berrettini trova un Federer che è venuto fuori da una maratona di 3 ore e 35 minuti contro il tedesco Koepfer, che le ha provate tutte. Ma Matteo ha qualche chance in più degli altri. Perché lui oggi è il più solido ed esperto dei nostri. Perché Federer a 40 anni e sulla terra rossa non può essere più il miglior Federer, perché – infine – lo svizzero potrebbe risentire dello sforzo immane compiuto in una notte molto umida contro Koepfer. E in risposta a una mia domanda, che sono riusciti a porgli tramite un… cartello con una scritta, che ho posto davanti a me (erano ormai le 2 di notte) dal momento che il moderatore non mi ha dato la parola per fare la mia domanda a Roger, il campione svizzero (che ha visto il cartello e ha preso la parola) ha detto che non è sicuro di giocare lunedì.

Roger Federer – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Davvero comunque Roger non finisce mai di stupire. L’aver retto così, fino a mezzanotte e tre quarti, questa partita così dura e lunga, significa che Roger si è preparato molto meglio di quanto forse la gente credeva. E Berrettini – che io sospetto avrebbe preferito affrontare Koepfer per mille motivi – sa che Roger avrà tutto il pubblico a favore quando il loro match finirà sul Philippe Chatrier. Anche Nadal-Sinner, a mio avviso, verrà giocato sul Philippe Chatrier e la cosa dispiacerà magari un po’ a Musetti, che ci avrebbe tenuto a giocare sul campo più importante. Per Lorenzo, però, potrebbe costituire un buon presagio il fatto che, quando Cecchinato battè Djokovic, la partita si svolse sul Suzanne Lenglen.     

Magari – e mi auguro di no – i nostri eroi perderanno tutti e tre, ma tutti e tre sono destinati a fare molta più strada in un prossimo futuro. Oggi esultiamo per tre giocatori in contemporanea negli ottavi, presto lo faremo per un paio che saranno nei quarti, magari in semifinale e almeno uno in finale. Chi dei tre non lo so.

Quando a Berrettini sono stati fatti i complimenti per essere diventato il primo tennista italiano di tutti i tempi a centrare gli ottavi in tutti i quattro Slam, lui ha sorriso ringraziando e poi ha subito aggiunto: “Mi fa piacere, ne sono orgoglioso, potevo fare meglio già in Australia quest’anno (quando si è dovuto ritirare per quello stiramento addominale che lo ha messo a riposo forzato per due mesi, ndr) e comunque magari mi piacerebbe arrivare nelle semifinali di tutti gli Slam…”. Se ci riuscisse supererebbe persino Francesca Schiavone, che in tutti gli Slam è arrivata ai quarti.

Insomma, è proprio così. I ragazzi sono forti perché non si accontentano di quanto hanno già raggiunto. Sono già fra i migliori del mondo, sono già famosi e ricchi, ma vogliono di più. Sono ben consapevoli della loro forza. Sinner dice che odia perdere – e chi legge penserà che si tratta di una banalità – ma ascoltandolo dal vivo si avverte che davvero è quel tipo di determinazione, di consapevolezza, di irriducibilità, di ambizione, il prodromo di una carriera di successo. “Sciavo e se arrivavo secondo in uno slalom ero furioso, mai contento. Così nel tennis; ho perso due volte contro Nadal, in situazioni diverse, a Parigi al mio primo quarto di finale in uno Slam e a Roma dove ci tenevo perché si giocava in Italia, ma alla fine ho perso ed ero arrabbiato con me stesso tutte e due le volte. Con Nadal il rapporto personale è ottimo. Siamo stati insieme giorno e sera per due settimane di quarantena in Australia….”

Della partita giocata e vinta da Musetti su Cecchinato avrete letto la cronaca, forse sentito il mio audio a caldo, visto il mio video… oppure niente di tutto questo. Era il decimo derby italiano a Parigi, il secondo a richiedere cinque set, dopo quello vinto dal mio consocio e compagno di tanti doppi Pierino Toci da Montecatini contro Beppe Merlo da Merano, nel ’69, quando Beppe aveva 42 anni e Toci 20. Ricordo bene di aver assistito a tantissimi derby azzurri in diversi tornei, internazionali e nazionali, ma non ho sicuramente mai visto uno del livello straordinario che hanno saputo offrire Musetti e Cecchinato.

Ok, Panatta e Barazzutti, che si sono affrontati mille volte – dieci nel circuito ATP con cinque vittorie ciascuno, ma non so più quante agli Assoluti e in altre gare nazionali – giocavano un altro tipo di tennis, racchette di legno eccetera, ma anche dopo di loro quando ho visto ad esempio Canè con Camporese (3-0 per Omar in ATP), Furlan contro Gaudenzi (4-0 per Renzo), nessuna partita si è mai lontanamente avvicinata al livello di questa.

Un match di Fantatennis” l’ha definito Cecchinato, perché Musetti ha fatto talmente tante di quelle cose, tweener, traccianti dietro la schiena, pallonetti passanti impossibili, vere magie e prodezze come – giuro – non ne ho mai viste tante così in un solo match. Cecchinato non credeva ai suoi occhi. Ma lo stesso Cecchinato ha fatto punti pazzeschi. Io credo che Marco giochi addirittura meglio di tre anni fa quando qui battè Djokovic – che magari non era il miglior Djokovic – e credo che buona parte del merito debba andare a Massimo Sartori che lo ha… restituito a nuova vita.

Certo volee di rovescio, anche quelle dorsali alte, certi smash sul pallonetti a candela difficilissimi, le solite splendide smorzate, molti punti da spellarsi le mani per gli applausi, per l’uno come per l’altro contendente. Il Ceck ha trovato un Musetti monstre, forse eccitato dal suo primo Slam e dalla consapevolezza di non avere nulla da perdere a giocare sulle ali dell’entusiasmo. Splendido a vedersi Lorenzo, ma anche incredibilmente efficace, incisivo. Non solo show, dunque, ma sostanza.

Lorenzo Musetti – Roland Garros 2021 (foto Twitter @RolandGarros)

Cresce l’interesse dalla gente per il tennis, cresce anche quello degli sponsor per i nostri ragazzi, per i tornei – con le ATP Finals e la Davis che dovrebbero trarne grandi vantaggi (figurarsi se avessimo uno, due partecipanti alle ATP Finals di Torino), inevitabilmente. Spero anche per Ubitennis naturalmente.

Non credo che questa novità, possa inquinare l’attitudine fin qui assolutamente encomiabile di tutti i nostri migliori ragazzi, e di quelli che verranno trascinati dal loro esempio, come nella storia del tennis è successo nel tempo, agli americani eredi di Connors e McEnroe, agli australiani “nipoti” di Hoad e Rosewall, ai francesi sulla scia di Noah, Forget e Leconte, agli svedesi su quella di Borg, ai tedeschi su quella di Becker e Graf, agli spagnoli su quella di Bruguera, e via dicendo. L’esempio e l’emulazione sono spesso andati a braccetto. E non era il braccino del tennista.

I nostri ragazzi non sono soltanto molto forti. Sono tutti estremamente maturi, solidi, seri, beneducati. E fra loro, così come fra i loro coach il rapporto è di sana, sanissima rivalità sportiva. Ma anche di collaborazione e di sostegno reciproco. Anche il match fra Cecchinato e Musetti è stato giocato all’insegna del fair-play.

Interpellato su Musetti, Sinner ha ripetuto cose già dette tante volte: Lorenzo è un giocatore incredibile, ha molte opzioni con la palla. Certo lunedì sarà dura. Lui ha Djokovic e io ho Rafa, ma è una buona cosa. Sarà un bel test. Io e Lorenzo siamo diversi, abbiamo due stili diversi, una diversa personalità, differenti stili, diversa personalità. Lui è molto talentuoso, più di me. Anche fisicamente è messo meglio di me, è forte fisicamente. Ha più opzioni di me, ma non c’è un solo sistema di gioco. Io sono più alto, lui è più …emozionale, io do meno a vedere le mie emozioni, ma veniamo da due posti italiani diversi…”.

Come anticipato, alle 2,10 del mattino ecco Federer che mette in dubbio la sua partecipazione all’incontro con Matteo Berrettini. Secondo Simon Graf, autore di un libro su Roger Federer, le probabilità che Roger non giochi sono piuttosto alte. “Ha già ottenuto quello che voleva, è arrivato in seconda settimana, ha dimostrato a se stesso che ha una buona condizione fisica e tecnica, il Roland Garros non era un obiettivo, il timore di rischiare di pregiudicare la stagione sull’erba, Wimbledon, c’è. Qui non vincerebbe comunque il torneo, giocare per perdere contro Berrettini o Djokovic… è solo una sensazione, magari finirà per giocare, ma il fatto che abbia subito messo in dubbio la partecipazione non mi pare casuale. Su come si regoleranno gli organizzatori, cioè se ne l dubbio programmare il suo match sul Lenglen invece che sullo Chatrier, non credo che a lui interessi molto“. 

A lui forse no, agli organizzatori sì. E anche a Musetti che sogna di giocare sul centrale contro Djokovic e pensava che gli sarebbe toccato, quando invece in condizioni normali, potendo mettere sullo Chatrier solamente due singolari maschili e due femminili, i due maschili sarebbero stati ovviamente Federer-Berrettini e Nadal-Sinner.

Lorenzo Musetti con Novak Djokovic dopo aver vinto l’Australian Open junior

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Editoriali del Direttore

Berrettini non è arrivato alla finale di Wimbledon per caso. Si ripeterà in altri Slam, su erba e cemento

LONDRA – Matteo Berrettini ha dato l’impressione di poter fare ancora meglio e di più. Ma Djokovic è il miglior tennista del mondo: 20 Slam che potrebbero diventare 25 o più. Matteo sarà protagonista di altre finali

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Capisco che possa apparire banale, ma secondo me Matteo Berrettini va soprattutto ringraziato. Oggettivamente raggiungere una finale di Wimbledon è una grossa impresa. E averla compiuta dopo aver vinto anche il torneo del Queen’s ne incrementa il valore. Undici partite vinte sull’erba di fila prima di una sconfitta finale assai dignitosa al termine di una partita durata 3 ore e 24 minuti – non un’oretta e mezzo – con un fenomeno come Djokovic che negli ultimi 10 anni ha vinto 6 Wimbledon. Non per caso.

Come detto in altre occasioni, nessuno può battere chi non gli si presenta di fronte. Berrettini ha battuto tutti quelli che ha incontrato, undici avversari fra Queen’s e Wimbledon, salvo il n.1 del mondo. Qui a Wimbledon come a Parigi, E quando aveva perso la semifinale dello US Open l’aveva persa con Rafa Nadal che poi vinse il torneo.

Poteva battere anche Djokovic? Nessuno è sempre imbattibile, ma Djokovic vince più di tutti e se è vero che Matteo ha manifestato qualche rimpianto riguardo alla propria prestazione, e forse ha ragione (e diremo poi il perché), anche Djokovic non ha forse giocato al meglio delle sue possibilità, era stranamente nervoso all’inizio (due doppi falli nel primo game, subito palla break) e ha perso il l’unico set, il primo, nel quale era stato avanti 5-2. Nessuno può sapere se Djokovic non avrebbe alzato la propria asticella se Berrettini avesse giocato ancora meglio di quel che ha fatto. Ma a Djokovic è accaduto spesso di elevare il proprio livello se l’avversario faceva crescere il suo.

 

La finale non è stata sempre bellissima, ma nel complesso è stata godibile. Si poteva temere alla vigilia che Berrettini pagasse lo scotto dell’esordio in una finale a Wimbledon e oggi si può dire che così non è stato anche se non abbiamo visto il miglior Berrettini e lui non si è piaciuto. Però come si fa a sapere se non sia stato proprio Djokovic a condizionarlo, al di là del discorso legato alla sua inesperienza, all’inevitabile emozione. Wimbledon, il Centre Court, la gente che grida Matteo, Matteo sul campo più leggendario fra tutti.

Sai che l’avversario è il miglior ribattitore del mondo, che un servizio qualsiasi può non bastare, viene fatto di strafare, di esagerare. E così la percentuale di primi servizi, di solito superiore al 70%, contro Djokovic scende al 59%. E tutti allora a dire: Berrettini oggi, a dispetto dei 16 ace, ha servito male. O non come al solito. I dati nudi e crudi dicono questo, ma non tengono conto di tanti altri fattori, primo fra tutti…chi hai davanti! La prima di servizio è mancata, certo, ma probabilmente per i motivi che ho appena accennato. E se non entra la prima è più facile per il più grande ribattitore che dovendo rispondere alla seconda si giochino più scambi.

E chi è favorito se si giocano più scambi? Djokovic perché si muove meglio, è più rapido, recupera tutto e di più perché ha gambe e agilità assolutamente uniche. E soprattutto ha un rovescio (in particolare lungolinea) che Berrettini si sogna, anche se il suo slice è enormemente migliorato. Ma non al punto, ad esempio, di fare una decina di punti con i passanti, quando l’astuto stratega serbo si ricorda che la miglior difesa è l’attacco e decide di venire a rete più spesso del solito. A prendersi un discreto bottino di punti. Ovviamente lo fa sul rovescio di Matteo. Che di passanti vincenti di rovescio ne ha giocati meno delle dita di una mano.

Matteo non poteva che cercare di tenere il pallino del gioco in mano. Quindi rischiando. Se rischi tanto, e fai 55 vincenti, fai anche tanti errori: 44. E allora coloro che hanno osservato come la percentuale di prime palle di Matteo fosse inferiore al solito (per i motivi di cui sopra però…), sosterranno anche che Matteo ha sbagliato troppi dritti. Ma chi lo sostiene non sembra tenere conto del fatto che dall’altra parte della rete c’è un certo Djokovic che più scambia, più palleggia e più punti ti farà. Chiaro che tirando a tutta randa per accorciare gli scambi sbagli di più e sembrano errori gratuiti. Ma non lo sono.

Quanto dico non è un alibi per tutto. Il secondo break subito nel secondo set, per esempio, è frutto di una mancanza di concentrazione ancora perfettibile. Avevo lodato Matteo l’altro giorno per il break imposto a Hurkacz nel primo game del quarto set, quando avrebbe potuto risentire psicologicamente della perdita del terzo. Stavolta è stato meno solido mentalmente. Avevo lodato la gran mano mostrata da Matteo contro Ivashka, questa volta contro una situazione e un avversario che gli mettevano più pressione, i tocchi sono stati più rozzi e imprecisi. Palle corte meno assassine, recuperi su dropshot meno vincenti.

Ha commesso, come già una volta contro Hurkacz, l’errore di chiedere il Falco dopo una prima di servizio perdendo ritmo e concentrazione e commettendo il quasi inevitabile doppio fallo che ha contribuito in partenza al break subito sull’1 pari del terzo set. In quel game peraltro Djokovic ha però giocato sul 30 pari un rovescio passante in cross straordinario su un missile di Matteo, che avrebbe poi cacciato in rete un rovescio slice. E nel game successivo Matteo ha avuto due palle break non impossibile da trasformare, soprattutto la prima quando un passante di dritto avrebbe potuto garantirgli il contro-break per il 2 pari, anziché il 3-1. Sul mio bloc notes ho trovato questo appunto: la folla che ha cominciato a far echeggiare le grida “Matteo, Matteo!” ha fatto allungare i tempi fra un punto e l’altro, ha consentito a Djokovic di concentrarsi maggiormente, di caricarsi, e ne sono venuti fuori due bei punti per il serbo.

Ecco, io credo che già alla seconda finale di Slam – cui credo Matteo approderà in tempi non lontani (la penso come Wilander, anche se un lettore superstizioso vorrebbe attribuirci poteri capaci di scacciare queste ipotesi futuribili) – queste ingenuità non si ripeteranno più. Questi episodi hanno spinto qualcuno a credere che il Djokovic di ieri non fosse il miglior Djokovic, ma quando c’era bisogno Novak era subito migliore.

Insomma onore ai meriti di Matteo che ha fatto conquistare al tennis spazi inusuali sui media, perfino in tempi di febbre collettiva per l’EuroCalcio e i ragazzi di Mancini campioni d’Europa. Matteo, terzo nella Race verso le finali di Torino, ha fatto un grandissimo spot per quell’evento che ci attende a metà novembre nel capoluogo piemontese. E a Tokyo penso che potrà farne un altro, soprattutto se alle assenze di Federer e Nadal si dovesse aggiungere anche quella di Novak che ieri ha definito la sua partecipazione ai Giochi molto incerta, “al 50%”.

Novak è combattuto, per la recrudescenza della pandemia in Oriente, per il Golden Slam (come Steffi Graf nel 1988 a Seul) che sfumerebbe pur essendo certamente alla sua portata. Ma è indubbio che questo possa essere l’anno buono per il Grande Slam, se Novak eviterà di colpire un altro giudice di linea con una pallata.  Eh, già Novak ha raggiunto i rivali di sempre, Roger e Rafa, a quota 20 Major – un cammino accelerato intrapreso non tanto fa, 3 anni e mezzo direi – e se non avesse avuto la sfortuna di centrare la giudice di linea allo US open sarebbe probabilmente già a quota 21.

Mi stupirebbe, visti i chiari di luna, se Novak non vincesse 25 Slam, tanti insomma da dissipare ogni dubbio su chi sia stato il tennista più forte di questa epoca. Che poi non sia il più bello da vedere… quello è tutto un altro paio di maniche. Ci hanno viziati Federer per un verso, Nadal dall’altro. Due marziani che, come ha ricordato Novak, sono stati uno stimolo perenne a migliorarsi. Novak potrebbe fare altrettanto nei confronti di Matteo che certamente misurandosi in occasioni e con avversari del genere, non potrà che migliorarsi.

Ma intanto, ribadisco quanto detto all’inizio, gli appassionati di tennis gli devono tutti un grande, grandissimo grazie. Augurandogli di restare fra i primi 3/5 della race fino a Torino. E oltre.

Il tabellone maschile di Wimbledon con tutti i risultati aggiornati


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Editoriali del Direttore

Wimbledon: la finale e le caratteristiche di Berrettini e Djokovic al microscopio. Le pagelle dei colpi

LONDRA – Quali sono gli “argomenti” a favore di Djokovic e quali quelli a favore di Berrettini. Si va in campo alle 15

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Novak Djokovic a Wimbledon 2021 (Credit: @ATPTour on Twitter)

È l’immediata vigilia della prima finale di Wimbledon mai giocata da un tennista italiano. A dispetto della partita giocata da Matteo Berrettini contro Hurkacz, nessuno break subito, appena due palle break concesse e salvate con un servizio vincente e un ace, 8 punti persi in 14 dei 18 turni di servizio, il pronostico è tutto a favore di Novak Djokovic che gioca la sua trentesima finale di Slam contro il romano che si trova ad affrontare la sua primissima.

Nel mio prediletto ristorante Thai del Wimbledon Village incrocio Brad Gilbert, ex n.4 del mondo e “bestia nera” di Boris Becker, opinionista di Tennis Channel nonché autore del libro Winning Ugly (“Vinci giocando sporco”) che ha venduto un milione di copie “perché è stato tradotto in una quindicina di lingue”, spiega lui. Quando gli chiedo cosa pensa della finale Djokovic-Berrettini, ride ed esclama: “Good Luck!” (Buona fortuna!). Insomma, alle chance del nostro proprio non mostra di credere. Poi concede: “Speriamo sia una buona partita, tutto dipende da come servirà Berrettini, magari quattro set?”. Come mai così severo? “Djokovic è Djokovic”.

Così parlò Zarathustra. E allora io mi chiedo a che cosa ci possiamo attaccare, oltre che al servizio devastante di “Berretto” che anche nel migliore dei casi dovrà comunque vedersela con il miglior ribattitore del mondo. “Finora Matteo non ha incontrato grandi ribattitori” dice Gilbert quando gli sciorino i dati al servizio di cui sopra, le percentuali impressionanti di punti vinti quando gli entra la prima, quasi sempre vicinissime al 90%. Contro Hurkacz, l’86%.

 

Prima di addentrarsi nel giochino delle pagelle, colpo su colpo, premettiamo cosa gioca a favore di Djokovic. E poi a favore di Berrettini. Per il serbo: l’esperienza. Per “Berretto”: il poter giocare tranquillo, non ha nulla da perdere. A favore di Djokovic: la consapevolezza di essere il più forte tennista del mondo. Di Berrettini: la fiducia derivante dall’imbattibilità negli ultimi 11 incontri sull’erba.

A sfavore di Djokovic: aver goduto del tabellone più fortunato di sempre negli Slam, non aver fronteggiato né alcun top-ten, né alcun test sufficientemente severo. A sfavore di Berrettini: aver già perso due partite con Djokovic, una nettissima alle finali ATP 2019 (3 game in tutto), l’altra a Parigi poche settimane fa, in quattro set. Bilancio set: 5-1 per Djokovic. A sfavore di Djokovic: la tensione derivante dal grande obiettivo dei 20 Slam e di un possibile Grande Slam, soprattutto se il match cominciasse in salita, magari un set perso a innervosire il serbo che finora ha compiuto solo passeggiate e non è più tanto abituato a soffrire.

A sfavore di Berrettini: la conoscenza della forza di Djokovic se l’avvio fosse invece favorevole al serbo che è tennista quasi impossibile da rimontare. Un primo set concluso al tie-break, e magari preceduto da opportunità importanti per l’uno o per l’altro finalista, potrebbe avere strascichi piuttosto pesanti nel prosieguo della partita anche se entrambi hanno carattere e qualità per reagire. Ma Djokovic potrebbe innervosirsi, Berrettini potrebbe demoralizzarsi. E non il contrario.

A favore di Djokovicsottolinea il telecronista serbo Nebojsa Viskovic che ha raccontato fra i 500 e i 600 match di Nole – “c’è che mai come questa volta è arrivato fresco alla finale. Nessun problema, nessuno stress”. A favore di Berrettini: il clima di generale entusiasmo che circonda il suo clan, la sensazione che tutto gira talmente bene che… niente potrà girare male. A sfavore di Djokovic: il difficile rapporto che ha con il pubblico inglese, e non solo se gioca contro Federer. A favore di Berrettini: un pubblico che, a prescindere dalla simpatia o dalla antipatia che nutre per Djokovic, tende a tifare per l’Underdog, lo sfavorito nella speranza di assistere a una bella lotta e non a una mattanza (che pure non si può escludere) per poter sfruttare al meglio il biglietto in proprio possesso.  A favore di Berrettini: un campo, il Centre Court, piuttosto veloce se non piove e non subentra il tetto. Anche così si spiegano 22 ace.

Matteo Berrettini – ATP Queen’s 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

PAGELLE

La Superfice: erba

  • Djokovic 9
  • Berrettini 9

Forse, sebbene Djokovic abbia vinto cinque volte questo torneo, l’erba è la superfice sulla quale Berrettini ha le maggior possibilità di disputare un match equilibrato, grazie al servizio e a quel rovescio slice che sulla terra rossa camminerebbe di meno e rimbalzerebbe più alto. Come spiega nell’intervista pubblicata ieri Mats Wilander.

E veniamo alle pagelle dei singoli colpi e/o attitudini.

Servizio

  • Berrettini 10
  • Djokovic 8

Non vedo nessuno servire meglio di Berretto, soprattutto come varietà di angoli. Come potenza ci sono i vari giganti, Isner, Opelka, Karlovic che possono rivaleggiare con Berrettini, ma come continuità di rendimento e tenuta mentale, giorno dopo giorno, Berrettini è di un’altra categoria rispetto a quei giocatori che sparano missili. Anche a Djokovic non è facile strappare il servizio, ma sia la prima sia la seconda non sono al livello di quelle di Matteo.

Risposta

  • Djokovic 10
  • Berrettini 6

Nole è il miglior ribattitore del mondo, Berrettini uno dei meno forti in risposta, anche se recentemente – come ha osservato anche Mats Wilander – di rovescio ha preso a rispondere “coperto” piuttosto bene. Ma mai risposte immediatamente vincenti. Semmai preparatorie al colpo successivo, quasi sempre un diritto devastante.

Voléè

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

Matteo è otto centimetri più alto di Novak, ha una maggior apertura… alare. Passarlo a rete è più difficile che passare Djokovic, anche perché Novak non si assesta sempre nella migliore posizione.

Smash

  • Berrettini 9
  • Djokovic 5

Novak soffre terribilmente i pallonetti che scendono giù a candela. Non gli piace star lì ad aspettare che la palla gli venga giù mentre magari la gente sugli spalti mormora. Vorrebbe non avere il tempo di pensare che si tratta di un colpo… senza ritorno. In generale, il numero uno del mondo soffre tutti i colpi giocati sopra la testa.

Dritto

  • Berrettini 10
  • Djokovic 7

Quello di Matteo è il più terrificante del circuito, ora che non gioca del Potro, che è in pensione Mano de Pedra Gonzales. Per Djokovic non è un colpo naturale come il rovescio.

Rovescio

Novak Djokovic (SRB) playing against Kevin Anderson (RSA) in the second round of the Gentlemen’s Singles on Centre Court at The Championships 2021. Held at The All England Lawn Tennis Club, Wimbledon. Day 3 Wednesday 30/06/2021. Credit: AELTC/Ian Walton
  • Djokovic 10
  • Berrettini 5

Il serbo lo mette dove vuole, costantemente. Forse un pochino meno incisivo di quello di Zverev, è però più continuo. Quello di Berrettini, ancorché in progresso – soprattutto nello sliceè il punto più debole dell’azzurro. Chi è capace di attaccarlo sul rovescio, in modo sufficientemente frequente, difficilmente verrà passato.

Palla corta

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

È diventata un’arma letale e fondamentale per entrambi. Ed entrambi la giocano con coraggio anche quando il punteggio è delicato. Nel corso del torneo ne hanno entrambi giocato alcune importanti.

Tocco di palla

  • Berrettini 9
  • Djokovic 8

Faccio fatica a individuare un tennista che abbia miglior tocco di palla, al rimbalzo come in volée, di Matteo Berrettini. Un titolo a un mio editoriale in cui associavo la delicatezza del tocco di Berrettini a quella di John McEnroe (quasi eh…), ha fatto scalpore su chi non aveva poi letto l’articolo. Nole ha un buon controllo ma meno tocco.

Cambi di direzione e agilità

  • Djokovic 10
  • Berrettini 6

Nessuno al mondo è più agile dell’uomo di caucciù serbo. I suoi recuperi sono fenomenali. Contro Djokovic non basterà un solo missile di dritto, oppure due, per fare il punto. Se Sonego è stato ribattezzato “Polpo”, Djokovic sarebbe “Piovra regina”. Per fargli punto scaricando tutti i suoi dritti bisogna tirarne una sequela. Matteo con il suo metro e 96 è certo agile per la sua altezza, ma in questo settore il divario fra DjokerNole e lui è pesante.

Aggressività 

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

L’unica possibilità che ha Matteo per sottrarsi agli scambi che a lungo andare finirebbero sul suo rovescio e li vincerebbe quasi tutti Novak, è fare un gioco d’attacco e mantenere costantemente l’iniziativa, tenere sempre lui il pallino del gioco.

Resistenza

  • Djokovic 9
  • Berrettini 7

Credo che nonostante i quasi 10 anni in più, Novak ancora oggi abbia più “fisico” di Matteo. In un match che andasse per le lunghe crederei più in Djokovic che in Berrettini.

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Editoriali del Direttore

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LONDRA – Può battere anche Djokovic? Io non credo, salvo che batta come ieri. In 14 game (su 18) ha ceduto 8 punti! Vero che Djokovic è il miglior ribattitore del mondo, ma secondo Mats Wilander potrebbe non bastare. Un pensiero per Rino Tommasi e Gianni Clerici

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_David Gray)

L’emozione per la prima finale storica conquistata da un tennista italiano, Matteo Berrettini, cui tutti gli appassionati come me saranno per sempre grati, ancora mi procura un groppo in gola. Grazie Matteo, mille volte grazie per un momento che ho atteso per 47 anni a Wimbledon, per 45 anni da quando non riuscii a trattenere le lacrime a Parigi per il trionfo di Adriano Panatta al Roland Garros e mi ero però illuso che avrei assistito ad altri trionfi italiani negli Slam. Ci hanno dovuto pensare le donne, Francesca Schiavone e Flavia Pennetta, ma da Adriano in poi…

A proposito: Adriano ieri compieva 71 anni… auguri! Matteo è romano come te (anche se tifa Fiorentina e ieri i siti viola lo celebravano grazie al nonno!) Forse Matteo ha fatto un bel regalo anche a te. Almeno non ti ricorderanno più la tua sconfitta nei quarti con DuPre! Lo so che questa è una finale e non un trionfo come quello di Adriano nel ’76, ma Wimbledon è Wimbledon, è il sogno di ogni bambino che prende una racchetta in mano e gioca il suo primo torneo. Cosa vorresti vincere da grande se tu diventassi un campione? Ma Wimbledon perbacco, certo Wimbledon!, è stata la risposta – magari inconfessata – di tutti i ragazzini che avevano la forza di sognare.

Sono trascorse 134 edizioni dei Championships, da quella che Arthur Gore vinse nel 1877 in Worple Road, qui a due passi da Church Road, e mai nessuna finale era stata raggiunta. Come un mantra abbiamo ripetuto per 61 anni che Nicola Pietrangeli era stato l’unico a raggiungere le semifinali, anno del Signore (Pietrangeli, eh) 1960.

 

La mission impossibile di Matteo Berrettini non si è ancora conclusa, anche se io benedico già adesso il momento in cui sconfiggendo tutte le perplessità legate alla pandemia, alle difficoltà che Wimbledon e il Governo inglese creavano con la quarantena obbligatoria, evitata grazie all’esenzione procuratami dalla Tv Serba SportKlub, ho deciso di venire in Inghilterra trascinato dalla sensazione che i tennisti italiani potessero fare meglio di sempre. Con Berrettini n.7 del seeding sognare un quarto di finale non era sognare in modo esagerato.

Vabbè, consentitemi in questo momento di straordinaria felicità per tutto il tennis italiano di condividere con voi la mia, sia pure con un piccolo grande rimpianto: mi dispiace davvero che i miei grandi, grandissimi amici, Maestri, compagni in mille tornei, Rino Tommasi e Gianni Clerici, non abbiano potuto godere questa gioia, questa soddisfazione che Matteo ha potuto regalare a me e non a loro che non stanno bene (e chissà se hanno potuto vedere in TV). Mi è parso proprio di sentire con assoluta chiarezza invece il grande e commosso applauso che Robertino Lombardi non è riuscito a trattenere facendo sobbalzare tutti gli angeli, Lassù.

Torno sulla terra, anzi sull’erba dell’All England Club per dire che questa domenica delle due Italie nei due templi, Wimbledon e Wembley – e poche ore prima che l’Italia del pallone, di Mancini, di Chiesa sfidi l’Inghilterra di Kane e soci per un match in cui spero che l’arbitro sia migliore di quello che ha condannato la Danimarca – Matteo si troverà di fronte il numero uno del mondo, un signore serbo che è deciso, decisissimo a vincere il suo sesto Wimbledon, il terzo consecutivo. Ciò perché riuscendoci raggiungerebbe i 20 Slam di Roger e Rafa, conquisterebbe il terzo Slam del 2021 e sarebbe incredibilmente vicino a coronare il sogno di realizzare il Grande Slam che né Federer né Nadal, i suoi grandi sempiterni rivali, hanno potuto accarezzare.

Su Ubitennis i lettori più fedeli avranno letto l’eccellente cronaca di Antonio Ortu, ascoltato un mio audio quando ancora la mia voce tremava per l’emozione pochi minuti dopo la grande e storica impresa di Matteo, forse visto il video che trovate in calce a questo articolo e che ho fatto ieri sera in fretta e furia dopo aver ascoltato le interviste di Matteo, di Novak e parlato a lungo con un ammiratissimo Mats Wilander che mi ha pronosticato per Matteo un futuro da campione Slam, senza escludere affatto che questo futuro possa arrivare già domenica.

Con quel servizio e quel dritto, quella solidità di testa che gli ha consentito di strappare la battuta subito a Hurkacz nel quarto set dopo aver appena perso il terzo…- ha detto fra le altre cose Mats di cui leggerete a parte – per me quello è il segnale che mi aspettavo per capire che avevo di fronte un vero campione, un giocatore che vincerà sicuramente Slam”. Uno, più, già questo?

Matteo Berrettini – Wimbledon 2021 (credit AELTC/Jed Leicester)

Non ci azzecca sempre nei pronostici Mats, perché ama sbilanciarsi e giocare d’effetto, però non si può negare che lo svedese ex n.1 del mondo, nonché sette volte campione di Slam, di tennis ne mastichi parecchio, ne capisca davvero. Eppoi che gli spiritosi si divertano pure a chiamarlo Gufander!

Comunque è certo che alle 16,14 inglesi in punto Matteo ha conquistato fin qui il punto più bello della sua vita. Più bello ancora dei 22 ace con i quali ha seppellito il malcapitato polacco che, battuti il n.2 del mondo Medvedev in cinque set e il leggendario Federer per tre set a zero, non poteva aspettarsi davvero di non riuscire mai a strappare un solo game di battuta al nostro campione. Un campione che non ha mai tremato. Un campione che oggi è n.3 nella Race del 2021 per aver vinto 25 partite su 28 dal successo in casa Djokovic (Belgrado) in poi, le ultime 11 consecutive sull’erba. Un campione davvero solido come una roccia se è vero che a Hurkacz ha concesso soltanto due misere palle break, una nel sesto gioco del primo set (annullata da una servizio vincente), un’altra sul 4-0 del secondo (ace n.8!). In altre parole in quelle due sparute occasioni non gli ha fatto toccare palla! Manco lo spazio per illuderlo. Due secondi, boom, boom e via.

Una prestazione impressionante, da parte di un giocatore che giocava la sua prima semifinale a Wimbledon, che rimetteva piede sul Centre Court due anni dopo una severa lezione infertagli da Sua Maestà Federer, che poteva accusare la pressione di essere il favorito. “Oggi credo che quella partita mi abbia aiutato…”. Matteo ha spazzolato, fra servizi mai uguali e dritti potentissimi, tutte le righe del campo, “sbiancandole”. A Un certo punto ha messo la quinta (ma oggi certe macchina anche la sesta, la settima) e ha inanellato 11 game di fila: dal 2-3 al 6-3, 6-0, 1-0.

Matteo del resto era già partito in tromba. Fin dall’inizio. Un servizio a zero (e i “love-game” sono stati ben sei, quelli a 15 otto… totale 14!) e sull’1 a 1 subito tre palle break per lui. Lo so che ai colleghi che si ispirano a Hemingway questi numeri annoiano, ma fra tante iperboli che troverete qua e là, sono curioso di constatare se qualcuno ha fatto caso a questi dati per me assolutamente impressionanti: se uno tiene 14 game di servizio (su 18 in tutto) concedendo 8 punti in 14 game, voi vi rendete il senso di frustrazione che può soverchiare anche psicologicamente chi gli giochi contro?

E, per carità, magari domenica sarà tutta un’altra partita, Matteo forse non servirà così bene perché vattelapesca come reagirà alla sua prima finale Slam contro uno che gioca la finale Slam n.30, con la prima che risale addirittura al 2007 quando perse ventenne da Federer a New York (gliene ho chiesto conto e leggerete la risposta nella traduzione dell’intervista); e poi Djokovic è Djokovic, indiscutibilmente il miglior tennista del mondo dell’ultimo periodo, l’ultimo degli imbattibili. Ma può stare davvero tranquillo il miglior ribattitore del mondo contro uno che serva a quel modo?

Chiaro che se cominceranno a scambiare diventerà un altro affare, la mobilità di Matteo e la completezza complessiva dei due colpi da fondocampo non è paragonabile a quella di Nole, anche se il “nostro” ha messo su uno slice di rovescio tutt’altro che disprezzabile sull’erba dove a fatica si alza dai fili del prato più chic che ci sia. Chiedere al riguardo informazioni a Hurkacz, il giustiziere di Sinner a Miami, che ha battuto ogni record di palle steccate ieri.

Hubert Hurkacz, triste – Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Florian Eisele)

Matteo ha giocato – sotto gli occhi di Ajla, di papà, mamma e fratello Jacopo giunti dall’Italia con non so quale esenzione (se fosse quella di 72 ore non potrebbero assistere alla finale!) il miglior match del torneo, non c’è dubbio. Ho sentito il radiocronista di Radio Wimbledon che a un certo punto ha detto: ““This is terrifying, big hitting outside the Big Four, this is some of the best grass court play we’ve seen”; ovvero ‘Al di là dei Big Four questo è una fra i miglior tennis su erba che si sia mai visto!’”. Quasi quasi mi dispiace che Matteo non si sia tenuto in serbo – già…in serbo… – qualche cartuccia da sparare domenica. Ma non è detto che non ne abbia altre, altrettanto micidiali.

Quando incontrò Vincenzo Santopadre, 11 anni fa, Matteo, 14 anni, pensò che sarebbe stato un sogno entrare fra i primi 100 tennisti del mondo. Vincenzo, che gli sembrava un fenomeno, era stato per l’appunto n.100, come best ranking. Vincenzo è stato fondamentale per la crescita di Matteo: “Pazienza se perdi i tornei junior perché sbagli troppi servizi, troppi dritti. Quelli diventeranno la tua arma quando sarai cresciuto…”. Matteo non era davvero un metro e 96 come oggi. Non vinceva percentuali intorno al 90% quando mette la prima. Ma Vincenzo lo aveva convinto a giocare un tennis aggressivo, rischioso… al prezzo di tante sconfitte giovanili si sarebbe seminato per raccogliere più tardi.

Il raccolto è una finale a Wimbledon. “Non l’ho mai neppure sognato, mi sarebbe sembrato troppo… questa è un’emozione fantastica, anche se non fossi stato il primo italiano lo sarebbe stata di certo”. E, come dice Matteo, “il torneo non è finito, c’è ancora una partita e devo credere di potercela fare a vincere anche quella. Se poi non accadrà, pazienza”.

Anche se per me, piccolo anziano scrivano fiorentino, Matteo ha già vinto. Comunque.

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