Wimbledon: Berrettini è già nella storia... che non finisce qui. L’occasione pare d’oro

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Wimbledon: Berrettini è già nella storia… che non finisce qui. L’occasione pare d’oro

“Sarei entrato pensando di poter vincere anche contro Federer. Hurkacz è forte ma posso batterlo”. Ha vinto giocando così così. Fra lui e Fognini la differenza è nella solidità e nei risultati. Nove gli italiani semifinalisti negli Slam

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)
 

Come possono cambiare rapidamente le cose e gli scenari nella vita. Tre anni e mezzo fa, in quel di Melbourne per l’Australian Open, Matteo Berrettini e Hubert Hurkacz si incontrarono nel secondo turno delle qualificazioni. Tra parentesi vinse Matteo 7-6(5) 6-3. I due si sono affrontati nuovamente, ma in un primo turno, a Miami 2019, e quella volta prevalse Hurkacz, 6-4 6-3… perché a Miami battere il polacco non è facile. Quest’anno non c’è riuscito nessuno e lui è stato il primo polacco a vincere un torneo Masters 1000.

Domani questi due ragazzi, 25 anni Matteo, 24 Hubert detto Hubi (ma con l’h eh!) si ritrovano a disputarsi una semifinale del torneo più prestigioso fra tutti, Wimbledon, per raggiungere una finale da sogno contro il vincente fra Djokovic e Shapovalov, con il serbo strafavorito e super candidato domenica a raggiungere i 20 Slam di Federer e Nadal. Per tutti e due, Matteo classe 1996 (12 aprile) e Hubert 10 mesi più giovane (febbraio 1997) significa riscrivere la storia del tennis nel proprio Paese comunque vada questo venerdì.

L’unico italiano che aveva giocato una semifinale nel tempio del tennis era stato Nicola Pietrangeli nel 1960, quindi otto anni prima dell’inizio dell’Era Open, e l’abbiamo scritto e ricordato fino alla nausea, mentre nessun polacco è stato mai capace di tanto dacché Clopton Wingfield inventò il tennis che visse la prima edizione di Wimbledon con i Championships del 1877.

 

“Mio padre ha 59 anni, non era neppure nato nel ’60, è del ’61, cioè dopo il risultato di Pietrangeli, accidenti sto scrivendo la storia e mi piace, ne sono fiero – ha detto subito Matteo con gli occhi che gli brillavano -. Non mi voglio fermare qui, ci proverò perché ci credo, ci avrei creduto indipendentemente dall’avversario in semifinale, Federer o Hurkacz. Non so cosa sia successo nel match che hanno giocato, salvo il risultato che avevo già visto sul campo e sul momento mi ha anche un po’ deconcentrato… ma mentre due anni fa con Federer pur sperando di vincere pensavo soprattutto a fare una bella partita (che non fece…), questa volta sapevo che Roger non poteva essere quello del 2019 e anch’io non ero più quello del 2019… quindi sarebbe stato diverso. Comunque oggi so che ho vinto senza giocare il mio miglior tennis.

Poi Matteo ripassa in un attimo la storia degli ultimi due anni: “Non sono stati sempre momenti facili, fra Pandemia, infortuni un anno fa e quest’anno in Australia e tanta gente che metteva in dubbio le mie qualità, i miei meriti”. Raggiungendo le semifinali e battendo in 4 set Aliassime, n.19 del ranking ATP (il miglior classificato fin qui), Matteo ha fatto un passo in più rispetto al suo status di testa di serie n.7 che gli “prometteva” i quarti, Hurkacz due in più, visto che era testa di serie n.14.

Vincenzo Santopadre, coach e Pigmalione di Matteo, ha osservato ieri nell’intervista audio che mi ha reso pochi minuti dopo la vittoria del suo poulain sull’amico Felix Auger-Aliassime, che Matteo giocherà anche questo sesto match da favorito… essendo lui il n.7 del seeding, con 120 giocatori sulla carta sarebbe sempre tenuto a vincere, quindi anche con Hurkacz”. In questo caso la carta è… l’erba. Laddove Matteo è reduce da 10 vittorie consecutive, perché ha vinto 5 partite al Queen’s e altre 5 all’All England Club. Tanto per cominciare è diventato member del Queen’s, come tutti coloro che hanno vinto quel torneo. E all’All England Club per ora è nel club dei last Eight (quello dei Last 4 non l’hanno ancora varato…) e potrà venire a Wimbledon vita natural durante avendo diritto anche a quattro biglietti l’anno per sé, familiari e amici. Oggi sembra una sciocchezza, ma se andate a chiederlo ai Last Eight di anni addietro, vi assicuro che lo considerano un grande privilegio.

Intanto grazie a questa seconda semifinale Slam –La prima è la più bella perché più inattesa, la seconda magari la sogni con qualche fondamento in più, ma Wimbledon è Wimbledon, il sogno di tutti coloro che puntano a diventare giocatori di tennis” -, e alla contemporanea sconfitta di Roger Federer con Hurkacz, Matteo scavalca il campione svizzero nella classifica ATP, diventa n.8 mentre Roger che giocava il suo 58mo quarto di finale scivola a 9. Matteo nella Race verso Torino sale addirittura almeno a n.5 anche se dovesse perdere con Hurkacz che “è forte – dice Matteo che non può sapere che Hubi ha fatto solo 12 errori gratuiti in 3 set con Federer, sennò magari si spaventerebbe un pochino – ma su questi campi non è impossibile batterlo”.

Nella storia del tennis italiano i semifinalisti Slam sono stati nove, Matteo incluso. Nessuno in Australia, tutti a Parigi salvo Barazzutti che lo è stato anche a New York. Gli altri sono stati Nicola Pietrangeli (5 volte: Wimbledon ’60, Parigi ’59,’60,’61 e ’64), Adriano Panatta (3 volte a Parigi, ’73 ’75 e ’76 quando vinse), Giorgio De Stefani (a Parigi due volte, 1932 e 1934), Beppe Merlo (due a Parigi: 1955 e 1956), Corrado Barazzutti (a Parigi e a New York nel ’78), Hubert de Morpurgo (a Parigi 1930), Orlando Sirola (a Parigi 1960), Marco Cecchinato (Parigi 2018).

Tanta roba, quella messa su da Matteo. Una classifica meno importante, e tuttavia significativa, è quella che lo vede in testa alla classifica degli ace a Wimbledon, 77, sebbene ieri (12 a fine match) il servizio avesse tardato a carburare e verso la fine del secondo set ricordo di aver visto che Aliassime ne aveva fatti più di lui, 7 contro 5.

Mentre contro Ivaskha Matteo mi aveva entusiasmato per la facilità con cui aveva giocato anche i colpi più difficili, e mi ero lasciato andare a quel complimento sulle sue qualità di tocco che hanno scioccato un po’ i tifosi di John McEnroe, contro Aliassime Matteo mi è piaciuto per come ha potuto reagire a una giornata in cui invece non era granché ispirato, né particolarmente centrato. Si è anche innervosito, ad un certo punto quando ha perso il secondo set, ed è stato molto bravo a non perdere la testa quando si è trovato sotto 15-40 nel terzo game del terzo set. Lì ha sparato due prime di servizio da campione. Sì, perché fino a quel momento ne aveva messe dentro pochissime. E metterle a segno nei momenti che più contano è segno di classe, di talento, non solo di sangue freddo… tipo quello di Jorginho (eh sì, mi è rimasto impresso, l’avevo accennato anche ieri) che ha trasformato il rigore decisivo contro la Spagna facendo un mini-saltello prima del tiro e poi appoggiando delicatamente il pallone dall’altra parte rispetto a dove aveva fatto tuffare il portiere spagnolo, quasi fosse un tiro in allenamento.

Da quel momento in poi Matteo è diventato ingiocabile sui propri turni di servizio, e quando Felix sul 5 pari del terzo è piombato in una mini crisi, Matteo ha fatto 5 game di fila, è andato in fuga 7-5 e 3-0 e chi s’è visto s’è visto. Quindi ok sottolineare sempre la qualità dei servizi e dei dritti di Matteo, però essere così solidi di nervi da battere bene, anzi benissimo, match dopo match e senza tremare nei momenti più importanti di un match, vuole dire tanto, tantissimo.

Il tennis di Fognini è più divertente, più vario ed esplosivo? Certo che sì, però poi i passaggi a vuoto di Fognini hanno fatto sì che in 15 anni di carriera il ligure ha raggiunto un solo quarto di finale in uno Slam, al Roland Garros 10 anni fa, e invece Matteo può già vantare due semifinali in due Slam diversi (US Open 2019 e Wimbledon 2021… che non è finito) e un quarto di finale all’ultimo Roland Garros. E nel best ranking ATP gli è già passato davanti. Lui è salito a n.8 e fra i top 10 c’è da una sessantina di mesi, Fognini – che resta il miglior italiano dai tempi di Panatta – solo come una meteora. La forza mentale, la resilienza, nel tennis non contano meno di un bel rovescio.

Poi ci vuole anche il fisico. E il fisico, per quanto ci sia chi lo ha di natura in misura maggiore rispetto ad altri, va coltivato, allenato, migliorato continuamente. Quando il fisico non regge più, vuoi per gli infortuni, vuoi per l’età, vuoi per lo scarso allenamento (vero Kyrgios?) ecco che le magagne vengono a galla, come i nodi al pettine. Ieri sono venuti quelli di Roger Federer, così come l’altro giorno erano venuti quelli di Nick Kyrgios.

Due storie diverse, certo, ma con conclusioni non dissimili, perché a questi livelli chi non ha una condizione mostruosa prima o poi paga pegno. A 40 anni è già un miracolo aver visto Federer capace di raggiungere il terzo turno a Parigi e i quarti qua, grazie alla sua classe smisurata. Si sa che avrebbe voluto giocare di più da inizio anno, almeno una quindicina o una ventina di match, invece ne ha giocati appena nove. Troppo pochi per sperare nell’ennesimo miracolo, anche solo per raggiungere la 14ma semifinale a Wimbledon. I miracoli a lungo andare nel tennis non esistono. Ora Roger, che non sa ancora come interpretare le sconfitte patite con Aliassime a Halle e con Hurkacz sul Centre Court, ha detto che vuol concertare con il suo team (Ljubicic, Luthi e Paganini) il da farsi.

Non ha ancora sciolto la riserva sulla sua partecipazione a Tokyo, dove secondo i miei colleghi svizzeri, ha ben poca voglia di andare… senza Mirka, i gemelli, dovendo lottare con tutte le restrizioni dovute alla pandemia. Gli sponsor premono però… Vero è che, per via di tante assenze e di match sulla corta distanza dei due set su tre, forse ipotizzare un possibile successo a Tokyo è meno fuori luogo che all’US Open. “Sono triste in questo momento, ma mi sentirò meglio fra pochi giorni, il mio obiettivo è sempre stato di tornare a giocare ancora un torneo qui. Sono riuscito a farcela e di questo sono felice. È stata una strada lunga, molto più lunga di quella che mi aspettavo per il recupero, ma sono contento di averla fatta. L’obiettivo è giocare, non ritirarmi, magari essere qui per Wimbledon 2022 ma alla mia età non c’è nulla di certo.

Ieri sera, ovviamente rattristato e soprattutto un po’ frastornato da quel 6-0 finale cui non era certo abituato – in uno Slam ne aveva patito uno solo a Parigi 2008 con Nadal e certo a Wimbledon sulla sua erba prediletta nessuno avrebbe mai potuto prevederlo – non se l’è sentita di sbilanciarsi. D’altra parte subito dopo una bruciante sconfitta per 3 set a zero, non era davvero il momento ideale per fare programmi o rilasciare dichiarazioni prive di… retromarcia.

Tornando a parlare del… nostro eroe, certo è un po’ un peccato che l’impresa storica già compiuta da Berrettini abbia avuto pochi testimoni. La pandemia e l’obbligo della quarantena ha tenuto tutti i giornalisti italiani della carta stampata a casa, salvo Paolo Rossi di Repubblica i cui 5 giorni scadono sabato, e quelli che venissero oggi o domani in teoria non potrebbero vederlo dal vivo. So solo che ieri, per il fatto che sul campo centrale giocava Federer con la possibilità che quella fosse anche l’ultima sua apparizione in un torneo vinto 8 volte in 19 partecipazioni, sul campo n.1 dove hanno giocato Matteo e Felix Auger Aliassime, per quasi tutta la partita siamo stati soltanto in due a occupare una tribuna stampa deserta: una giornalista irlandese che scrive per un’agenzia britannica e il sottoscritto.

Sugli spalti c’era abbastanza pubblico, 3.000 presenze forse, ma non di più. Il clima era buono, anche se per chi giocava c’era parecchio vento. Verso le 19 locali, qualche spettatore se ne è andato, per via dell’imminente semifinale fra Inghilterra e Danimarca. Uno spettatore, forse un tantino su di gomito, ha gridato ad un certo punto del terzo set “Com’on Denmark!”, chissà perché. Eppure non sembrava fosse danese. Forse era solo un “hater” degli inglesi. O un provocatore. Lo hanno zittito con una selva di “buuhh”. E non si è più fatto sentire.

Oggi sentirò il mio amico Thomasz Thomazezski, per farmi raccontare le reazioni in Polonia per l’exploit del loro tennista. Già lo sentii all’epoca della finale di Miami, prima che Hurkcacz battesse in modo abbastanza netto Jannik Sinner. Certamente i polacchi avevano riposto più attenzioni e speranze su Iga Swiatek (battuta dalla classe della Jabeur) che non su Hubert Hurkacz che tutti dipingono come un ragazzo super gentile e super beneducato, mai una parola fuori posto, mai stato forte fra gli junior, sbocciato in ritardo sulle superfici veloci grazie a un ottimo servizio e a un tennis aggressivo. Un po’ tutto come Matteo, direi.

Per il polacco l’aver giocato due match sul Centre Court, contro Medvedev e contro Federer, è un piccolo vantaggio nei confronti di Berrettini che invece non ci ha più giocato da quando affrontò anche lui Federer nel 2019… e non fu un gran bel ricordo (6-1 6-2 6-2). Peraltro il polacco ha giocato per tre giorni di fila (cinque set fra lunedì e martedì, tre set ieri) contro Medvedev e Federer, match sicuramente impegnativi mentalmente. E anche l’aver battuto l’idolo di gioventù Federer potrebbe avere un po’ destabilizzato, fiaccato psicologicamente un tipo tranquillo come il ragazzo di Wroclaw che ha sposato l’alimentazione vegana: “Affrontare Roger sull’erba non poteva essere un impegno da poco, anche mentale. Sono contento di come ho reagito nel secondo set quando mi sono trovato sotto 4-1…”.

A Stoccarda aveva perso al primo turno da uno svizzero rampante ma ancora poco conosciuto, Dominic Stricker, qui il polacco che quando tira forte chiude per un attimo gli occhi ha battuto lo svizzero più famoso del suo Paese dopo aver infilato uno dopo l’altro vittime di livello, a cominciare dal nostro Musetti che gli ha strappato un game più di Federer, per proseguire con Giron, Bublik, Medvedev e Roger. Un percorso tutto sommato più difficile di quello toccato a Berrettini. Romano de Roma, seppur tifoso della Fiorentina per via di nonno Berrettini che ha influenzato tutta la famiglia. E romano è anche Nicola Pietrangeli che non è per nulla geloso del record eguagliato: “Anzi, io spero proprio che lo batta. Magari vincesse tutte e due le partite che mancano”.

Intanto a Wimbledon non c’è un solo azzurro, Berrettini, in semifinale. Nel doppio c’è anche Simone Bolelli, in coppia con l’argentino Maximo Gonzalez. In semifinale i due troveranno Zeballos/Granollers.

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Coppa Davis

Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti, era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

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Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il duo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

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Gli infortuni di Berrettini

Gli infortuni di Sinner

Mentre a Torino, a poche ore dalla finale ATP Djokovic-Ruud (3-0 i precedenti, tutti italiani e tutti a favore di Djokovic che non ha mai perso un set con il norvegese), Angelo Binaghi tirava la giacchetta ai tre ministri presenti, Abodi, Zangrillo e Santanchè, invocando più soldi per la sua già ricca federazione, arrivava da Malaga la notizia ufficiale più scontata e che colpevolmente non abbiamo dato prima pur conoscendola benissimo: dopo Jannik Sinner anche Berrettini non scenderà in campo contro gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Sock e Paul giovedì 24 novembre.

Matteo non si era quasi più allenato e lo si sapeva. Non si capiva che senso avesse continuare a mantenere una cortina di silenzio riguardo alla sua partecipazione.  Da Napoli in poi, quando si erano manifestati i primi sintomi di una (supposta) fascite alla vigilia della finale poi persa con Musetti tutti sapevamo che non era praticamente più riuscito ad allenarsi seriamente.

Su quanto accaduto a Napoli era venuta fuori una ridda di voci. Compresa quella che gli sarebbe stata praticata una iniezione che avrebbe procurato del pus e un’infezione. Voce smentita ma che aveva preso piede (è il caso di dire…). Chi aveva parlato di vesciche era stato smentito da alcuni, ma non da tutti. Il rigonfiamento del piede pareva garantito, stando ad alcune voci di spogliatoio. Ma alla fine, quale che fosse il fastidio, per almeno due settimane Matteo non era stato in grado di allenarsi. Poi era andato a Barcellona, dalla equipe medica del quale lui molto si fida togliendo inevitabilmente altro spazio agli allenamenti che relativamente agli arti inferiori non conveniva neppure fare per non compromettere ulteriormente la possibilità di recupero. Un’Odissea.

 

Poiché Ubitennis aveva dato in anteprima la notizia del forfait di Sinner, mi sembrava spocchioso – e quasi malaugurante – arrivare primi anche nel segnalare i malanni di Matteo, ma da giorni ci si chiedeva soltanto che cosa si aspettasse ad annunciarlo.

E oggi ci si può forse chiedere, pur apprezzando il gesto, che senso abbia che Matteo vada a Malaga. Forse che se l’Italia di Musetti e Sonego facesse il miracolo contro gli USA, da qui a sabato prossimo Matteo potrebbe recuperare per giocare la semifinale contro chi vincerà fra Canada e Germania? Onestamente non mi sembra pensabile. Né ragionevole. Solidarietà da teammate quindi? Forse. Ma a Sinner non è passato neppure per l’anticamera del cervello.

E’ inevitabile che a giocare i singolari siano adesso i due Lorenzo, Musetti e Sonego, sebbene anche quest’ultimo, giulivo reduce da una settimana alle Maldive laddove pensava che la sua annata tennistica si fosse conclusa, non sarà certo al massimo.

Sonego è stato convocato in fretta e furia quando Sinner ha detto che non ce l’avrebbe fatta. L’abbiamo visto allenarsi in recupero a Torino, allo Stampa Sporting, in maniera decisamente blanda, quasi temesse di potersi far male lui pure. Però una volta che Volandri gli ha chiesto di mettersi a disposizione soltanto un Sonego fuori condizione potrebbe essere accantonato per far posto a Fognini, reduce da un’annata no. Per la verità nel 2022 non ha brillato nessuno dei due: Sonego oggi è n.46 del mondo e aveva chiuso il 2021 a n.27, Fognini si trova 10 posti più giù, n.56 e 10 posti più giù era anche a fine anno rispetto a Sonego: n.37. Insomma hanno perso una trentina di posti ciascuno, mentre gli americani hanno visto salire vertiginosamente sia il ranking di Fritz, da n.23 a n.9, sia di Tiafoe da n.38 a n.19. Fino a due mesi fa era migliore il ranking dei due azzurri rispetto a quello dei tennisti “Made in USA” e senza sottovalutare le chances di Fognini e Bolelli, quasi quasi si riteneva che il punto più difficile da sostenere fosse quello del doppio, chiunque degli americani giocasse al fianco dello specialista Sock, anche se non è stato convocato da capitan Mardy Fish Ram che ha appena trionfato con l’inglese Salisbury nelle finali ATP superando il duo olimpionico e croato, Pavic e Mektic 7-6,6-4.

Insomma da squadra superfavorita che era, quella azzurra adesso è certamente un outsider alla fine di quest’annata che non ha davvero risparmiato nessuno dei due tennisti meglio classificati d’Italia, il n.15 Atp Sinner e il n.16 Berrettini. Due ex top-ten, best ranking n.6 Matteo e n.9 Jannik, che hanno giocato troppo pochi tornei per potersi mantenere sui livelli di un top-10. E traditi entrambi da Wimbledon: Jannik perché i punti ATP che avrebbe meritato non glieli hanno dati, Matteo perché si è beccato il COVID alla vigilia dei Championships nei quali l’anno prima aveva fatto finale.

Lorenzo Musetti ha dato il meglio di sé in Coppa Davis ma contro questo Fritz che ha giocato alla pari con tutti i più forti dei “Maestri” a Torino, cedendo solo dopo un doppio tiebreak al cospetto di Djokovic (dopo essere stato un break avanti nel finale del secondo set), il suo compito sarà durissimo. Per non parlare di quello di Sonego contro Tiafoe. Insomma, l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia nel 1976, 46 anni fa, con tutta probabilità resta ancora…l’unica. E invece io quest’anno ci speravo proprio in una seconda.

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ATP

Intesa Sanpaolo ATP Next Gen. Questo penso sul torneo di Milano. Che cosa farei fra un anno… sapendo i conti economici di queste 5 edizioni milanesi

Sei incontri al giorno, due di doppio, due di Next Gen, due di top-players. E under 19, non più under 21. Il diffuso gusto del talent scout. La crisi dei Carneadi del doppio

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Jiri Lehecka e Brandon Nakashima - 2022 Next Gen ATP Finals (Foto Giampiero Sposito/FIT)

Sono cominciate le ATP Finals e magari arrivo fuori tempo, ma vorrei dire quel che penso del torneo under 21 di Milano, le Intesa Sanpaolo Next Gen ATP che si sono appena concluse con la netta vittoria dell’imbattuto Brandon Nakashima.

Per prima cosa ricordo che questa quinta edizione è l’ultima che era prevista a Milano. E per seconda cosa che il calendario ATP del 2023 prevede che il torneo Next Gen si disputi nella stessa settimana delle ATP Finals.

Ritenere che la Federtennis riesca ad organizzare i due eventi nella stessa settimana in due città diverse, Torino e Milano, è abbastanza improbabile, se non proprio impossibile.

 

E non si potrebbe allora giocare tutto a Torino in 8 giorni, con le partite del round robin spalmate in sei giorni, al ritmo di due al giorno? Semifinali il sabato, finale la domenica.

Vorrebbe dire, mantenendo in vita il doppio cui l’ATP è praticamente obbligata non abbandonare – anche se i nomi di molti doppisti sono del tutto sconosciuti alla massa degli spettatori che non pagherebbero il biglietto per vederli  giocare  sebbene lo spettacolo sia in sé  tutt’altro che disprezzabile – che si dovrebbero giocare nei primi 6 giorni e ogni giorno 2 match next gen, due match di doppio, due match dei magnifici otto.

Sei partite al giorno, insomma, tre a partire dalle 10,30 per cercare di mettere in campo la partita di due potenziali “Maestri”, entro le 14.30. E dare il via alla sessione serale per gli altri tre match intorno alle 18.30.

Mediamente gli incontri di doppio e quelli dei Next Gen si concludono nell’ambito dell’ora mezzo, un’ora  e tre quarti. Il derby Passaro-Arnaldi durato 2h e 38 m, o i 5 set di Nakashima Arnaldi per 5 set è durato di più, 2 ore e mezzo, ma sono state eccezioni.

Per fare un ragionamento valido bisognerebbe conoscere quali siano esattamente le spese affrontate dalla FIT per Next Gen (montepremi, affitto Palalido, macchina organizzativa, con tantissime persone, personale) e quali siano gli incassi derivanti da biglietteria, diritti tv, vari sponsor.

Ricordo che mi fu detto che le prime edizioni (Due? Tre?) del Next Gen non furono… – se non proprio un bagno di sangue – certamente non un successo economico.

E queste ultime? Mah.

Sarebbe giusto, credo, avere informazioni precise, se non dettagliate voce per voce, di che cosa esce e che cosa entra nel bilancio federale del torneo. Per poi prendere una posizione ragionata e ragionevole.

Perché se uno pensa che rinunciare a un incasso della biglietteria e dei diritti tv, fosse antieconomico (ma non credo…) allora perderlo per trasferire tutto a Torino potrebbe risultare poco intelligente.

Di certo la Federtennis non darà queste infos al sottoscritto, perché Ubitennis può continuare a promuovere il tennis con 18 articoli al giorno, 5.000 l’anno facendo sforzi considerevoli e – consentitemi di dire – regalando agli appassionati prodotti giornalistici di buona qualità, ma per la FIT Ubitennis resta un nemico pubblico da ostacolare, negandogli con varie scuse poco credibili un congruo numero di accrediti stampa  che servirebbero soltanto a promuovere ancor meglio lo sport della racchetta, attraverso il nostro sito che ha numeri davvero importanti. Pazienza. Vero che non facciamo sviolinate a nessuno, ma farle mi sembrerebbe un tradimento professionale e deontologico. Io non dispero di poter contare, un giorno o l’altro, sull’intelligenza dei miei interlocutori. Prima o poi ci arriveranno.

Il torneo Intesa Sanpaolo Next Gen è certamente piaciuto tantissimo ai ragazzini. Fondamentalmente per un problema di concentrazione. Tenerla per un set e magari per più di un’ora è chiedere troppo a ragazzi delle SAT e di scuola compresi fra i 10 e i 14 anni.

Per loro venire al tennis è una festa con la musica a palla, le scritte cubitali che ricordano il setpoint, il matchpoint, l’ace al rullar di tamburi, l’out gridato dal giudice elettronico, la close call, il breakpoint, il no-ad, la palla game che è game-point per entrambi gli avversari.

Impossibile per i ragazzi sugli spalti, quando si ritrovano in quell’atmosfera rovente,  non prendere le parti di uno dei due tennisti, anche quando nessuno dei due è italiano.

E anche i tennisti, sebbene dicano tutti (o quasi) che prediligono il tennis classico, si ritrovano in un’atmosfera diversa, unica, mai sperimentata altrove. Alla fine si divertono alla grande, anche se lo stress procurato da quei ritmi concitati è davvero notevole.

Ma vale la pena subirlo se un Nakashima può mettersi in tasca 430.000 dollari quando per aver vinto il torneo ATP 250 di San Diego, la sua home town, aveva dovuto accontentarsi di 92 mila dollari. Meno di un quarto. E ragazzi come Passaro che ha vinto 108 mila dollari o come Arnaldi (80.000) si mettono in tasca soldi che consentono loro di pagarsi tutta una stagione per loro e il loro team.

La validità tecnica di questi match del Palalido è abbastanza discutibile, anche se abbiamo visto che a vincere il torneo sono in passato sempre stati signor giocatori, tennisti che poi sono diventati top-10. Tranne Chung, alludo a Tsitsipas, Sinner, Alcaraz. E vedremo che cosa farà Nakashima che ha dimostrato di essere di una solidità nervosa impressionante. Superiore. A Lehecka non gli ha fatto vincere un set su 6 manches.

Vi ricordo quanto ho già sottolineato nel video finale domenica scorsa: da Wimbledon (dove è arrivato negli ottavi dopo aver battuto Shapovalov) Nakashima ha vinto la bellezza di 16 tiebreak su 17!

Però se non si registra una netta superiorità la conclusione più frequente di queste partite, se il match è equilibrato, approda al tiebreak sul 3 pari.

Mentre nei set tradizionali c’è la possibilità di vincere un set arrivando a 6 con due game di scarto, e solo sul 6 pari si va al tiebreak, nella formula NextGen chi arriva per primo a 3-1 non ha vinto un bel nulla, mentre se ciascuno dei due contendenti tiene 3 turni di servizi si arriva al 3 pari e all’inevitabile, quasi scontato tiebreak.

E’ certo vero che in termini di promozione il torneo Next Gen avvicina al tennis tanti giovanissimi, glielo fa scoprire, li entusiasma, anche quando fanno quasi soltanto la caccia agli autografi… Si formano anche così i tennisti di domani. In termini di pura promozione del nostro sport il torneo Next Gen funziona alla grande. I ragazzini che sono stati a vedere quelle partite tornano a casa entusiasti e chiedono ai genitori di prendere lezioni e cominciare a giocare a tennis.

Un altro punto da discutere è il limite anagrafico. Si riapre un discorso già fatto all’epoca in cui i diciassettenni Wilander, Becker, Chang vincevano gli Slam adulti pur essendo under 18.

Che senso aveva un torneo junior vinto anche da alcuni nostri tennisti, Pistolesi, Galimberti e altri, quando i più forti junior vincevano già gli Slam?

Mi sono molto divertito a vedere a Milano la lotta furibonda fra i due grandi amiconi  Passaro e Arnaldi, entrambi ventunenni. Alle loro casse ha certo giovato partecipare alle Intesa Sanpaolo Next Gen – buon per loro! – però mi avrebbe più incuriosito osservare dei ragazzi del 2003 (o 2004) per poter intravedere le loro prospettive.

Quelli sono davvero Next Gen, mentre i 21nenni sono “current” Gen. Forse con minor avvenire anche se è vero che i “nostri prodotti locali” sono spesso maturati con qualche ritardo, ad eccezione di Sinner e Musetti.

Ma gente come Draper, come Nakashima, non sono più “future prospect. Sono realtà contemporanee. Hanno già vinto montepremi importanti, giocano nel circuito ATP ai più alti livelli. Nakashima ha fatto terzo turno a Parigi e New York, ottavi a Wimbledon…

Insomma io abbasserei il limite di età. A 19 anni.

Nel caso di un torneo Next Gen che si disputasse insieme al Masters finale dell’ATP per i magnifici 8, forse metterei in campo per primi al mattino i giocatori del doppio. Alle 10,30 del mattino. E poi i Next Gen verso mezzogiorno. E poi le mega star, intorno alle 14 o 14,30. Stesso iter per la sessione serale, a partire dalle 18 circa. Sì, perché gli appassionati di tennis hanno il gusto del talent scout, gli piace “scoprire” qualche talento per poter dire un giorno: “Io l’avevo detto che Tizio diventava davvero forte…!”

Mi chiedo oggi chi conosca e riconoscerebbe per strada, Heliovaara, Glasspool, Arevalo, Salisbury, giusto per citarne alcuni dal cognome più improbabile…, ma perfino la coppia n.1 del mondo formata da Skupski e Koolhof quanti sono gli appassionati che li riconoscono? Che sanno se uno è mancino oppure destro?

E allora capisco bene che l’associazione dei tennisti, ATP, voglia proteggere in qualche modo la specie in estinzione dei panda-doppisti, perché si tratta di tanti posti di lavoro per giocatori che a volte hanno anche più di 40 anni…

Io sono stato sempre un fanatico del doppio perché lo giocavo molto meglio del singolare. Ho vinto due volte i campionati italiani di seconda Categoria, nel ’72 e nel ’75 con due compagni diversi (Maurizio Bonaiti e Pullino Pellegrini) e sono stato finalista una terza volta. E quando al torneo ATP di Firenze ho visto Sonego e Vavassori giocare un grande match contro Dodig e Krajicek mi sono divertito moltissimo. E così il pubblico che naturalmente faceva un tifo pazzesco per i due azzurri (sconfitti solo al tiebreak del terzo set).

Però secondo me l’ATP deve preoccuparsi primariamente di sostenere la nuova linfa. Più i ragazzi promettenti che i doppisti.

Un ragazzo tipo Nardi, e suoi coetanei del 2003 – mica sono tutti come Rune – va sostenuto e incoraggiato anche economicamente. Non ho niente contro due bravissimi ragazzi come Passaro, Arnaldi e loro coetanei, ma difficilmente questi ragazzi diventeranno top-ten. O top 20.  Ovvio che io lo auguri a entrambi. I progressi straordinari che hanno fatto in un anno – Passaro da 600 ATP a ridosso dei primi 100 – la dicono lunga sulle qualità che comunque hanno messo in mostra.

E scommetterei che se accadrà che questi due salgano ancora alla grande, inserendosi fra i top20, o nei pressi, non vedranno l’ora – insieme ai loro coach – di incrociarmi per dirmi: ”Hai visto Ubaldo, tu che non credevi in me?”.

E allora a questo punto devo aggiungere – per onestà intellettuale – che quando vidi per le prime volte Andreas Seppi, ma anche Renzo Furlan che non aveva davvero un fisico da marcantonio né colpi che strappavano la racchetta dalle mani dei loro avversari – nessun power tennis – onestamente non pensavo davvero che sarebbero arrivati fra i primi 20 del mondo e avrebbero fatto l’eccellente carriera che invece hanno fatto.

Quindi guai se coach Tarpani e coach Petrone si arrendessero di fronte alle mie previsioni non troppo ottimistiche. Spero proprio di sbagliarmi. 

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