Wimbledon: Berrettini è già nella storia... che non finisce qui. L’occasione pare d’oro

Editoriali del Direttore

Wimbledon: Berrettini è già nella storia… che non finisce qui. L’occasione pare d’oro

“Sarei entrato pensando di poter vincere anche contro Federer. Hurkacz è forte ma posso batterlo”. Ha vinto giocando così così. Fra lui e Fognini la differenza è nella solidità e nei risultati. Nove gli italiani semifinalisti negli Slam

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)
 
 

Come possono cambiare rapidamente le cose e gli scenari nella vita. Tre anni e mezzo fa, in quel di Melbourne per l’Australian Open, Matteo Berrettini e Hubert Hurkacz si incontrarono nel secondo turno delle qualificazioni. Tra parentesi vinse Matteo 7-6(5) 6-3. I due si sono affrontati nuovamente, ma in un primo turno, a Miami 2019, e quella volta prevalse Hurkacz, 6-4 6-3… perché a Miami battere il polacco non è facile. Quest’anno non c’è riuscito nessuno e lui è stato il primo polacco a vincere un torneo Masters 1000.

Domani questi due ragazzi, 25 anni Matteo, 24 Hubert detto Hubi (ma con l’h eh!) si ritrovano a disputarsi una semifinale del torneo più prestigioso fra tutti, Wimbledon, per raggiungere una finale da sogno contro il vincente fra Djokovic e Shapovalov, con il serbo strafavorito e super candidato domenica a raggiungere i 20 Slam di Federer e Nadal. Per tutti e due, Matteo classe 1996 (12 aprile) e Hubert 10 mesi più giovane (febbraio 1997) significa riscrivere la storia del tennis nel proprio Paese comunque vada questo venerdì.

L’unico italiano che aveva giocato una semifinale nel tempio del tennis era stato Nicola Pietrangeli nel 1960, quindi otto anni prima dell’inizio dell’Era Open, e l’abbiamo scritto e ricordato fino alla nausea, mentre nessun polacco è stato mai capace di tanto dacché Clopton Wingfield inventò il tennis che visse la prima edizione di Wimbledon con i Championships del 1877.

 

“Mio padre ha 59 anni, non era neppure nato nel ’60, è del ’61, cioè dopo il risultato di Pietrangeli, accidenti sto scrivendo la storia e mi piace, ne sono fiero – ha detto subito Matteo con gli occhi che gli brillavano -. Non mi voglio fermare qui, ci proverò perché ci credo, ci avrei creduto indipendentemente dall’avversario in semifinale, Federer o Hurkacz. Non so cosa sia successo nel match che hanno giocato, salvo il risultato che avevo già visto sul campo e sul momento mi ha anche un po’ deconcentrato… ma mentre due anni fa con Federer pur sperando di vincere pensavo soprattutto a fare una bella partita (che non fece…), questa volta sapevo che Roger non poteva essere quello del 2019 e anch’io non ero più quello del 2019… quindi sarebbe stato diverso. Comunque oggi so che ho vinto senza giocare il mio miglior tennis.

Poi Matteo ripassa in un attimo la storia degli ultimi due anni: “Non sono stati sempre momenti facili, fra Pandemia, infortuni un anno fa e quest’anno in Australia e tanta gente che metteva in dubbio le mie qualità, i miei meriti”. Raggiungendo le semifinali e battendo in 4 set Aliassime, n.19 del ranking ATP (il miglior classificato fin qui), Matteo ha fatto un passo in più rispetto al suo status di testa di serie n.7 che gli “prometteva” i quarti, Hurkacz due in più, visto che era testa di serie n.14.

Vincenzo Santopadre, coach e Pigmalione di Matteo, ha osservato ieri nell’intervista audio che mi ha reso pochi minuti dopo la vittoria del suo poulain sull’amico Felix Auger-Aliassime, che Matteo giocherà anche questo sesto match da favorito… essendo lui il n.7 del seeding, con 120 giocatori sulla carta sarebbe sempre tenuto a vincere, quindi anche con Hurkacz”. In questo caso la carta è… l’erba. Laddove Matteo è reduce da 10 vittorie consecutive, perché ha vinto 5 partite al Queen’s e altre 5 all’All England Club. Tanto per cominciare è diventato member del Queen’s, come tutti coloro che hanno vinto quel torneo. E all’All England Club per ora è nel club dei last Eight (quello dei Last 4 non l’hanno ancora varato…) e potrà venire a Wimbledon vita natural durante avendo diritto anche a quattro biglietti l’anno per sé, familiari e amici. Oggi sembra una sciocchezza, ma se andate a chiederlo ai Last Eight di anni addietro, vi assicuro che lo considerano un grande privilegio.

Intanto grazie a questa seconda semifinale Slam –La prima è la più bella perché più inattesa, la seconda magari la sogni con qualche fondamento in più, ma Wimbledon è Wimbledon, il sogno di tutti coloro che puntano a diventare giocatori di tennis” -, e alla contemporanea sconfitta di Roger Federer con Hurkacz, Matteo scavalca il campione svizzero nella classifica ATP, diventa n.8 mentre Roger che giocava il suo 58mo quarto di finale scivola a 9. Matteo nella Race verso Torino sale addirittura almeno a n.5 anche se dovesse perdere con Hurkacz che “è forte – dice Matteo che non può sapere che Hubi ha fatto solo 12 errori gratuiti in 3 set con Federer, sennò magari si spaventerebbe un pochino – ma su questi campi non è impossibile batterlo”.

Nella storia del tennis italiano i semifinalisti Slam sono stati nove, Matteo incluso. Nessuno in Australia, tutti a Parigi salvo Barazzutti che lo è stato anche a New York. Gli altri sono stati Nicola Pietrangeli (5 volte: Wimbledon ’60, Parigi ’59,’60,’61 e ’64), Adriano Panatta (3 volte a Parigi, ’73 ’75 e ’76 quando vinse), Giorgio De Stefani (a Parigi due volte, 1932 e 1934), Beppe Merlo (due a Parigi: 1955 e 1956), Corrado Barazzutti (a Parigi e a New York nel ’78), Hubert de Morpurgo (a Parigi 1930), Orlando Sirola (a Parigi 1960), Marco Cecchinato (Parigi 2018).

Tanta roba, quella messa su da Matteo. Una classifica meno importante, e tuttavia significativa, è quella che lo vede in testa alla classifica degli ace a Wimbledon, 77, sebbene ieri (12 a fine match) il servizio avesse tardato a carburare e verso la fine del secondo set ricordo di aver visto che Aliassime ne aveva fatti più di lui, 7 contro 5.

Mentre contro Ivaskha Matteo mi aveva entusiasmato per la facilità con cui aveva giocato anche i colpi più difficili, e mi ero lasciato andare a quel complimento sulle sue qualità di tocco che hanno scioccato un po’ i tifosi di John McEnroe, contro Aliassime Matteo mi è piaciuto per come ha potuto reagire a una giornata in cui invece non era granché ispirato, né particolarmente centrato. Si è anche innervosito, ad un certo punto quando ha perso il secondo set, ed è stato molto bravo a non perdere la testa quando si è trovato sotto 15-40 nel terzo game del terzo set. Lì ha sparato due prime di servizio da campione. Sì, perché fino a quel momento ne aveva messe dentro pochissime. E metterle a segno nei momenti che più contano è segno di classe, di talento, non solo di sangue freddo… tipo quello di Jorginho (eh sì, mi è rimasto impresso, l’avevo accennato anche ieri) che ha trasformato il rigore decisivo contro la Spagna facendo un mini-saltello prima del tiro e poi appoggiando delicatamente il pallone dall’altra parte rispetto a dove aveva fatto tuffare il portiere spagnolo, quasi fosse un tiro in allenamento.

Da quel momento in poi Matteo è diventato ingiocabile sui propri turni di servizio, e quando Felix sul 5 pari del terzo è piombato in una mini crisi, Matteo ha fatto 5 game di fila, è andato in fuga 7-5 e 3-0 e chi s’è visto s’è visto. Quindi ok sottolineare sempre la qualità dei servizi e dei dritti di Matteo, però essere così solidi di nervi da battere bene, anzi benissimo, match dopo match e senza tremare nei momenti più importanti di un match, vuole dire tanto, tantissimo.

Il tennis di Fognini è più divertente, più vario ed esplosivo? Certo che sì, però poi i passaggi a vuoto di Fognini hanno fatto sì che in 15 anni di carriera il ligure ha raggiunto un solo quarto di finale in uno Slam, al Roland Garros 10 anni fa, e invece Matteo può già vantare due semifinali in due Slam diversi (US Open 2019 e Wimbledon 2021… che non è finito) e un quarto di finale all’ultimo Roland Garros. E nel best ranking ATP gli è già passato davanti. Lui è salito a n.8 e fra i top 10 c’è da una sessantina di mesi, Fognini – che resta il miglior italiano dai tempi di Panatta – solo come una meteora. La forza mentale, la resilienza, nel tennis non contano meno di un bel rovescio.

Poi ci vuole anche il fisico. E il fisico, per quanto ci sia chi lo ha di natura in misura maggiore rispetto ad altri, va coltivato, allenato, migliorato continuamente. Quando il fisico non regge più, vuoi per gli infortuni, vuoi per l’età, vuoi per lo scarso allenamento (vero Kyrgios?) ecco che le magagne vengono a galla, come i nodi al pettine. Ieri sono venuti quelli di Roger Federer, così come l’altro giorno erano venuti quelli di Nick Kyrgios.

Due storie diverse, certo, ma con conclusioni non dissimili, perché a questi livelli chi non ha una condizione mostruosa prima o poi paga pegno. A 40 anni è già un miracolo aver visto Federer capace di raggiungere il terzo turno a Parigi e i quarti qua, grazie alla sua classe smisurata. Si sa che avrebbe voluto giocare di più da inizio anno, almeno una quindicina o una ventina di match, invece ne ha giocati appena nove. Troppo pochi per sperare nell’ennesimo miracolo, anche solo per raggiungere la 14ma semifinale a Wimbledon. I miracoli a lungo andare nel tennis non esistono. Ora Roger, che non sa ancora come interpretare le sconfitte patite con Aliassime a Halle e con Hurkacz sul Centre Court, ha detto che vuol concertare con il suo team (Ljubicic, Luthi e Paganini) il da farsi.

Non ha ancora sciolto la riserva sulla sua partecipazione a Tokyo, dove secondo i miei colleghi svizzeri, ha ben poca voglia di andare… senza Mirka, i gemelli, dovendo lottare con tutte le restrizioni dovute alla pandemia. Gli sponsor premono però… Vero è che, per via di tante assenze e di match sulla corta distanza dei due set su tre, forse ipotizzare un possibile successo a Tokyo è meno fuori luogo che all’US Open. “Sono triste in questo momento, ma mi sentirò meglio fra pochi giorni, il mio obiettivo è sempre stato di tornare a giocare ancora un torneo qui. Sono riuscito a farcela e di questo sono felice. È stata una strada lunga, molto più lunga di quella che mi aspettavo per il recupero, ma sono contento di averla fatta. L’obiettivo è giocare, non ritirarmi, magari essere qui per Wimbledon 2022 ma alla mia età non c’è nulla di certo.

Ieri sera, ovviamente rattristato e soprattutto un po’ frastornato da quel 6-0 finale cui non era certo abituato – in uno Slam ne aveva patito uno solo a Parigi 2008 con Nadal e certo a Wimbledon sulla sua erba prediletta nessuno avrebbe mai potuto prevederlo – non se l’è sentita di sbilanciarsi. D’altra parte subito dopo una bruciante sconfitta per 3 set a zero, non era davvero il momento ideale per fare programmi o rilasciare dichiarazioni prive di… retromarcia.

Tornando a parlare del… nostro eroe, certo è un po’ un peccato che l’impresa storica già compiuta da Berrettini abbia avuto pochi testimoni. La pandemia e l’obbligo della quarantena ha tenuto tutti i giornalisti italiani della carta stampata a casa, salvo Paolo Rossi di Repubblica i cui 5 giorni scadono sabato, e quelli che venissero oggi o domani in teoria non potrebbero vederlo dal vivo. So solo che ieri, per il fatto che sul campo centrale giocava Federer con la possibilità che quella fosse anche l’ultima sua apparizione in un torneo vinto 8 volte in 19 partecipazioni, sul campo n.1 dove hanno giocato Matteo e Felix Auger Aliassime, per quasi tutta la partita siamo stati soltanto in due a occupare una tribuna stampa deserta: una giornalista irlandese che scrive per un’agenzia britannica e il sottoscritto.

Sugli spalti c’era abbastanza pubblico, 3.000 presenze forse, ma non di più. Il clima era buono, anche se per chi giocava c’era parecchio vento. Verso le 19 locali, qualche spettatore se ne è andato, per via dell’imminente semifinale fra Inghilterra e Danimarca. Uno spettatore, forse un tantino su di gomito, ha gridato ad un certo punto del terzo set “Com’on Denmark!”, chissà perché. Eppure non sembrava fosse danese. Forse era solo un “hater” degli inglesi. O un provocatore. Lo hanno zittito con una selva di “buuhh”. E non si è più fatto sentire.

Oggi sentirò il mio amico Thomasz Thomazezski, per farmi raccontare le reazioni in Polonia per l’exploit del loro tennista. Già lo sentii all’epoca della finale di Miami, prima che Hurkcacz battesse in modo abbastanza netto Jannik Sinner. Certamente i polacchi avevano riposto più attenzioni e speranze su Iga Swiatek (battuta dalla classe della Jabeur) che non su Hubert Hurkacz che tutti dipingono come un ragazzo super gentile e super beneducato, mai una parola fuori posto, mai stato forte fra gli junior, sbocciato in ritardo sulle superfici veloci grazie a un ottimo servizio e a un tennis aggressivo. Un po’ tutto come Matteo, direi.

Per il polacco l’aver giocato due match sul Centre Court, contro Medvedev e contro Federer, è un piccolo vantaggio nei confronti di Berrettini che invece non ci ha più giocato da quando affrontò anche lui Federer nel 2019… e non fu un gran bel ricordo (6-1 6-2 6-2). Peraltro il polacco ha giocato per tre giorni di fila (cinque set fra lunedì e martedì, tre set ieri) contro Medvedev e Federer, match sicuramente impegnativi mentalmente. E anche l’aver battuto l’idolo di gioventù Federer potrebbe avere un po’ destabilizzato, fiaccato psicologicamente un tipo tranquillo come il ragazzo di Wroclaw che ha sposato l’alimentazione vegana: “Affrontare Roger sull’erba non poteva essere un impegno da poco, anche mentale. Sono contento di come ho reagito nel secondo set quando mi sono trovato sotto 4-1…”.

A Stoccarda aveva perso al primo turno da uno svizzero rampante ma ancora poco conosciuto, Dominic Stricker, qui il polacco che quando tira forte chiude per un attimo gli occhi ha battuto lo svizzero più famoso del suo Paese dopo aver infilato uno dopo l’altro vittime di livello, a cominciare dal nostro Musetti che gli ha strappato un game più di Federer, per proseguire con Giron, Bublik, Medvedev e Roger. Un percorso tutto sommato più difficile di quello toccato a Berrettini. Romano de Roma, seppur tifoso della Fiorentina per via di nonno Berrettini che ha influenzato tutta la famiglia. E romano è anche Nicola Pietrangeli che non è per nulla geloso del record eguagliato: “Anzi, io spero proprio che lo batta. Magari vincesse tutte e due le partite che mancano”.

Intanto a Wimbledon non c’è un solo azzurro, Berrettini, in semifinale. Nel doppio c’è anche Simone Bolelli, in coppia con l’argentino Maximo Gonzalez. In semifinale i due troveranno Zeballos/Granollers.

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ATP

Roland Garros: a Wimbledon senza Medvedev e Zverev, a New York senza Djokovic, l’avversario di Rafa Nadal per il Grande Slam è il piede?

Se guarisce, Rafa Nadal vincerà tornei sui campi rossi, due set su tre, per almeno due anni. La sua superiorità? In 7 finali su 14 non ha perso un set e in ciascuno dei 21 set, in media, meno di due games e mezzo

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Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Clicca qui per i commenti di Ubaldo Scanagatta alle finali del Roland Garros 2022

A distanza di tre secoli dal più grande re della sua storia, Luigi XIV, la Francia del tennis oggi celebra il re spagnolo della terra battuta, Rafa XIV, il quale dopo il 14mo trionfo sul Philippe Chatrier potrebbe dire, parafrasando il motto di Re Sole “L’Etat, c’est moi!”, “Le Roland Garros, c’est moi!”.

Nonostante un piede che ha raccontato di aver dovuto anestetizzare per poter scendere in campo, dopo che a fine match del secondo turno contro Corentin Moutet era tornato in albergo zoppicando così vistosamente da pensare al ritiro, Rafa Nadal ha dominato l’ennesima finale della sua leggendaria storia parigina cominciata con la prima incoronazione nel 2005 e dipanatasi in 14 trionfali capitoli, sette dei quali con un avversario costretto ad inchinarsi al suo cospetto in soli 3 set, come è successo anche a Casper Ruud, il primo vichingo norvegese capace di centrare una finale d’uno Slam.

 

Mai nessuno in finale, neppure uno dei suoi più grandi rivali, Federer e Djokovic (il primo sconfitto in ben 4 finali, il secondo in 3) è riuscito a trascinarlo al quinto set. Quelle altre sette finali che non ha vinto in tre set, Rafa le ha infatti vinte in quattro. Senza rischiare mai nulla. Dominandole tutte, tanto che si fa fatica a ricordarne una particolarmente combattutaForse quella del 2006 contro un Federer che ancora si illudeva di poterlo battere su questi campi: 1-6, 6-1, 6-4, 7-6(4). Le ho viste tutte e credo di ricordarmele piuttosto bene, ma una finale davvero combattuta che desse l’impressione di una possibile sconfitta di Rafa non riesco a ricordarla.

Nelle sette finali vinte in tre set Rafa ha letteralmente bastonato tutti in modo impressionante: a cominciare da Federer (lasciandogli 4 game in tutto nel 2008),  Djokovic (7 game nel 2020), Wawrinka (6 game nel 2017), Ferrer (8 game nel 2013), Thiem (9 game nel 2018), Soderling (10 game nel 2010). E ieri la settima vittima in 3 set è stato Ruud (6 game raccolti). Ha concesso in queste sue vittoriose passeggiate finali in 3 set un totale di 51 game in 21 set: la media è 2,42meno di due game e mezzo a set. Pauroso, Formidabile. Fenomenale. Gli aggettivi sono già stati usati tutti. Ciascuno metta quello che più gli aggrada. D’altra parte soltanto 22 sue partite su 113 non sono finite in tre set, come è invece accaduto per più dell’80% dei suoi match.

Ieri in un match così a senso unico da risultare fortemente noioso, privo di ogni suspense tranne che per  quel brevissimo “nanomomento” in cui Ruud è stato avanti 3-1 nel secondo set, ma quasi si fosse pentito di cotanto ardire ha immediatamente ceduto il proprio servizio e perso 11 game di fila, confesso che pur avendo cercato di tenere tutti i punti e tutti i dettagli come sempre – all’insegna del “non si sa mai” – mi sono invece perso il conto degli sbadigli dei miei vicini di postazione nella piccionaia della tribuna stampa.

Confesso anche di aver scambiato all’inizio i reiterati, e bruttissimi, “Ruuuuud, Ruuuuud, Ruuuuud!” del pubblico che non sapeva come svagarsi al di là dei meritati osanna ad ogni dritto vincente del Toro di Manacor, per dei “buuuuhbuuuuh” che sulle prime proprio non mi spiegavo.

Insomma la colpa del mancato spettacolo non era davvero di Nadal, e neppure dell’impotente Ruud che si è visto indirizzare il 75 per cento dei colpi di Rafa sul rovescio e sopra la spalla.

Non essendo dotato dell’anticipo di Djokovic e nemmeno di quello di Soderling 2009 – i due che lo hanno battuto al Roland Garros – Ruud faceva due passi indietro per colpire la palla all’altezza dell’anca e così facendo apriva il campo ai fendenti di Rafa. Nessuno ha mai battuto Rafa giocando da lontano. Il solo modo per tentare di batterlo è giocare continuamente d’anticipo. Ma Ruud non sa farlo.

Lui, il buon Casper, si è reso conto che non c’era storia da metà del secondo set e con lui la gente che sì, era tutta per Rafa e gridava “Rafà, Rafà, Rafà!”, ma avrebbe voluto assistere – accanto a Hugh Grant, Michael Douglas e altre star – anche ad un po’ di lotta che invece non c’è proprio stata. Gli applausi per i dritti uncinati di Rafa, ma anche per i rovesci in spettacolare giornata di grazia, si susseguivano con insistente frequenza, ma l’entusiasmo non poteva essere quello delle battaglie del maiorchino con Aliassime e Djokovic (oltre 4 ore ciascuno) e con lo sfortunatissimo Zverev (3 ore per due set neppure conclusi).

Così il boato più alto non è stato quando Rafa ha trasformato il match point, ma quando ha detto: “Non è facile, e non so cosa succederà nel futuro, ma lotterò per continuare ancora”.

Chi temeva il suo ritiro – dopo che in mattinata si erano sparse le fake news di cui abbiamo subito dato conto qui su Ubitennis non appena il media p.r. di Rafa, Benito Perez Barbadillo, le ha denunciate come tale – ha tirato un collettivo sospirone di sollievo. E l’altra fake news era quella che aveva garantito la presenza di Roger Federer.

Vedremo Rafa anche a Wimbledon, fra tre settimane? Io non credo sebbene le buone motivazioni non mancherebbero perché Rafa ha vinto per la prima volta i primi due Slam dell’anno, raggiungendo quota 22 con due Slam di vantaggio su Federer che appare fuori gioco e su Djokovic che non lo è. E’ quindi teoricamente per la prima volta in carriera in corsa per il Grande Slam. Inoltre è risalito a n.4 ATP. E poichè a Wimbledon non potranno esserci né Medvedev, per via del blocco ai tennisti russi messo in atto dall’All England Club, né il povero Zverev infortunato per chissà quanto, Rafa sarebbe testa di serie n.2 ai Championships in un tabellone che non vedrebbe in gara l’altro russo top-ten Rublev, ma avrebbe come immediate teste di serie alle sue spalle Tsitsipas che sull’erba non ha mai brillato e poi Ruud e Alcaraz che di certo come erbivori sono delle incognite. Quindi oggi come oggi Aliassime, Berrettini (che chissà in quale forma sarà), Norrie, Sinner (se si sarà rimesso…), Hurkacz, Fritz… insomma un parterre de roi assai poco reale.

Però, dopo aver io scritto tutto questo, non si può non tener contro di quanto ha detto Rafa: “Gioco con un’infiltrazione sul nervo grazie alla quale il piede viene addormentatoAltrimenti il dolore sarebbe insopportabile… e non solo per giocare, ma anche solo per camminare! Non avevo voluto parlarne prima del torneo, ma ora vi devo dire come stanno le cose”, ha detto il più anziano campione della storia open del Roland Garros, 36 anni e 2 giorni. Ha soppiantato un altro spagnolo, Andres Gimeno, che vinse questo torneo a 34 anni e 10 mesi.

Francamente oltre che un grande e vecchio campione, un grande e straordinario sportivo (“Non gioco per raggiungere nuovi traguardi, per vincere più Slam di Djokovic e Federer, anche se certo mi può far piacere… ma gioco perché amo il tennis e mi piace competere”) Rafa è certamente anche un grande uomoNon si può, anche per chi sia tifoso di Federer piuttosto che di Djokovic, non provare per lui infinita ammirazione.

“Ma ora basta così. O si trova un rimedio a questa situazione o io non far più quello che ho fatto qui a Parigi che per me è il torneo più bello del mondo. Rischio di non poter mai più camminare…” ha aggiunto lui che l’altro giorno aveva detto: “Preferirei perdere questo Slam ma avere un piede nuovo”.

Spero che i medici di Rafa trovino la soluzione per farlo giocare a Wimbledon…anche perché se lo vincesse potrebbe recarsi anche a New York, dove forse Djokovic non potrà partecipare. Sia chiaro che non è che io me lo auguri.

In questo momento, infatti, negli Stati Uniti non sembrano per nulla propensi a cambiare le misure che impediscono l’ingresso al Paese a chi non si voglia vaccinare. Insomma, considerato il campo di partecipazione a Wimbledon e poi forse anche a New York, le chances di conquistare il Santo Graal del tennis, il Grande Slam, potrebbero anche esserci per un Rafa improvvisamente sano.

Ma come essere ottimisti se tutti i dottori alternatisi al fianco di Rafa non hanno ancora trovato una soluzione in tutto questo tempo?

Nel frattempo lasciatemi ricordare che quando Pete Sampras conquistò il suo quattordicesimo Slam in tanti pensammo che sarebbe stato un record quasi insuperabile. Invece Rafa quei 14 Slam li ha vinti in un solo torneo, a Parigi. Sono più dei 9 Slam vinti da Djokovic in Australia, degli 8 vinti da Federer a Wimbledon.

Gli Slam sono 22 e i tornei vinti da Rafa 92 (di cui 63 sulla terra battuta): sono ancora lontani dai 103 di Federer, ma Federer è ormai un ex, anche se lo vedremo magari alla Laver Cup e poi per quello che potrebbe essere il canto del cigno nella sua Basilea. E per Rafa, da quel che si è visto in questo Roland Garros, con…un piede nuovo vincere un’altra decina di tornei sulla terra rossa nei prossimi due anni potrebbe essere tutt’altro che una mission impossible“Se fosse possibile adorerei continuare!” ha detto alla fin di questo torneo splendidamente organizzato – fantastiche le traduzioni in diretta delle interviste sul campo in due lingue, grandi le celebrazioni emozionati dell’addio di Jo Wilfried Tsonga e di Gilles Simon (“Ci abbiamo lavorato da febbraio” ha detto Amelie Mauresmo). Un torneo che ha registrato 613.500 spettatori (anche se l’US Open 2019 ne fece 737.000) con dei ricavi superiori ai 300 milioni di euro, con più di 40 milioni di spettatori davanti alle tv di tutto il mondo (erano 38 milioni domenica).

E se fosse possibile noi adoreremmo continuare a veder giocare Rafa Nadal. L’ho detto anche in un video su Instagram l’altra mattina quando dovevano ancora affrontarsi per la cinquantanovesima volta Djokovic e Nadal: un appassionato di musica non si stancherebbe mai di ascoltare Mozart e Beethoven. E uno di tennis di guardare Rafa Nadal, Novak Djokovic e Roger Federer. Speriamo durino il più a lungo possibile. E ad maiora.

Grazie a tutti di averci seguito con quasi 4 milioni di pagine visualizzate, sempre più di 100.000/120.000 visite con un picco di quasi 200.000 (193.000 e spiccioli). Grazie in particolare a chi ha collaborato in Italia, perchè quelli che erano inviati qua a Parigi hanno lavorato tantissimo, ma si sono anche divertiti di più…a seguire le gesta di Martina Trevisan, gli exploit di Camila Giorgi, i primi due set di Musetti contro Tsitsipas, i 5 set di Sonego e Ruud, il set fantastico di Sinner contro Rublev prima di farsi male (quanti rimpianti! Al posto di Ruud avrebbe potuto esserci lui, Jannik,  e forse si sarebbe difeso meglio…) e tante belle partite, di Djokovic e Nadal, di Nadal e Zverev, di Zverev e Alcaraz, di Zverev e Baez, di Alcaraz e Ramos Vinolas, di Rune e Tsitsipas, di Ruud e Rune, per citarne solo alcune. Ora comincia la stagione sull’erba e speriamo che Matteo Berrettini sia guarito del tutto e sia in forma come un anno fa.

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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Editoriali del Direttore

L’opinione del Direttore Scanagatta sul “Caso del fisico malprotetto di Sinner , una gallina dalle uova d’oro su cui c’è anche, e forse soprattutto, una…battaglia del grano!”

Le dichiarazioni dell’ex fisioterapista di Sinner, Claudio Zimaglia, sui presunti errori della nuova gestione. I risvolti economici della decisione di Sinner

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Jannik Sinner - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ho letto l’articolo di Stefano Semeraro che giornalisticamente non fa una piega, anche se al team Vagnozzi-Vittur non avrà fatto certo piacere leggerlo. Hanno scritto cose abbastanza simili anche Federico Ferrero, che ha recentemente pubblicato un libro su e con Riccardo Piatti, il quale ultimo compare con una sua rubrica sulla rivista diretta da Semeraro, Il Tennis Italiano. Che quindi loro due abbiano informazioni, e magari indicazioni, di prima mano è certo.

Sicuramente l’ex fisioterapista di Jannik Sinner e del team Piatti, Claudio Zimaglia, è uno che sa fare il suo mestiere, sa quello di cui parla.

Se però sia stato giusto, e di buon gusto, rilasciare queste dichiarazioni certamente critiche sulla gestione del nuovo team che affianca Sinner, beh francamente non mi pare.

 

Soprattutto quando associa la partecipazione di Jannik a vari eventi, extra tennis e tennis (Dubai, Umago…) alla voglia di mettere fieno in cascina. Denunce e affermazioni che avrei evitato. Soprattutto da parte di chi lavora nel precedente team, ante-divorzio.

Se, come dicono e ripetono nel team Piatti, quel che a loro sta a cuore è il futuro di Jannik, il bene del ragazzo e il rapporto con il ragazzo cui dicono di voler immutato bene, beh avrebbero potuto dire queste cose a lui e non alla stampa (premesso che Semeraro fa inappuntabilmente il suo lavoro nel diffonderle se qualcuno lo informa in tal senso).

Non vorrei, invece, che sulla pelle di Sinner si facesse una guerra fra team perché si tratta di battersi per l’immagine di Jannik che è – e scusate l’espressione molto poco soft – una gallina che fa le uova d’oro.

Ha più sponsor Sinner – se si pensa che dalla sola Nike dovrebbe prendere la bellezza di 150 milioni di dollari per 10 anni (e quanti allora da Lavazza, Technogym, Rolex, Parmigiano Reggiano, Head, AlfaRomeo, Intesasanpaolo, e tutti quelli che  a memoria dimentico?)! –  che parlare per lui di contratti del valore di un miliardo di dollari non è fuori luogo.

Quali sono le percentuali su questi guadagni di un team, e quali erano? Il 30%? O anche solo il 20%?

Capirete bene che sono somme enormi che consentono di andare avanti a decine e decine di persone all’interno di un team super variegato, dal manager Lawrence Frankopan di Starwings in giù.

I soldi sono importanti quando sono tanti così e non si può escludere che in buona parte siano stati anche alla base del divorzio. Poi, in primis come in secundisci saranno state anche ragioni tecniche per arrivare al divorzio: a) la manifesta inferiorità tecnica e di varietà di schemi, palesata quando ci sono stati duelli con i top-fiveb) la volontà di affrancarsi da un team eccellente per certi versi ma forse invadente per altri, c) quella necessità di libertà, di respiro… che tante volte i figli avvertono anche nei confronti dei loro encomiabili genitori.

Non sono in grado, non conoscendo le meccaniche interne e le soluzioni prospettate e adottate dai due team in aperta concorrenza (tecnica e, ribadisco, economica) per sapere quale dei due team abbia più ragione sulla questione del fisico di Jannick e dei suoi infortuni.

Dall’esterno, e da quanto mi suggerisce chi invece conosce abbastanza bene le due situazioni dei due team – ed è persona che non ha interessi personali e di cui molto mi fido – direi che anche il team Piatti ha qualche responsabilità nell’aver fatto giocare Jannik tantissimo, torneo dopo torneo (sia pure per l’obiettivo ATP Finals, da un lato comprensibile), prima dell’Australia.

In pratica Jannik non avrebbe fatto allora i necessari richiami atletici, ma si è buttato nella nuova stagione un po’ all’impronta. È l’anno scorso, insomma, che si è allenato abbastanza poco, più che negli ultimi mesiE le conseguenze sono arrivate quest’anno.  

Che poi passare da avere un bravo fisio come Zimaglia, che conosce ogni cm del tuo corpo, a non averlo più, non c’è dubbio che si tratti di un bel cambiamento… Ci vuole tempo per adattarsi, va trovato qualcuno che sappia come prevenire futuri infortuni. È vero che Jannik non ha il fisico già formato di Alcaraz o di un Ruud, ma comunque – anche se ha una postura naturale che non lo aiuta e che non è facile da correggere– non è in prospettiva un atleta così fragile che non si possa lavorarci seriamente per costruirlo come un atleta fortissimo. C’è tempo, ha solo 21 anni.

Eppoi c’è da dire un’altra cosa sugli infortuni di Jannik. Il COVID e le vesciche non sono dei veri e propri “infortuni”. Semmai lo è questo del ginocchio e speriamo che non sia niente di grave.

Ma sono cose che possono accadere senza che ci siano necessariamente precise responsabilitàCi sono passati decine di giocatori, a tutti i livelli, e con alle spalle i migliori team fisio e medici. Quando fai un cambiamento così drastico come quello che ha fatto lui, è inevitabile che serva un po’ di tempo per riadattarsiSinner, dopotutto non sta andando male, ha perso solo da grandi giocatori, dimostrando di aver fatto progressi al servizio, nella varietà di schemi, gioco a rete, tendenza a servirsi delle smorzate. Serve più tempo per fare valutazioni più serie. Senza fretta. Se ha fatto bene a lasciare il team Piatti, se ha fatto male a passare al team Vagnozzi (e non magari a un terzo team o ad altro coach), solo il tempo ce lo dirà.

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: Please Ash Barty, ripensaci, ritorna. Iga Swiatek non ha avversarie. Ci vuole almeno una grande rivale. Quanto a Nadal se non credete che fosse stanco…

PARIGI – Steffi Graf aveva Gabriela Sabatini e poi Arantxa Sanchez prima di Monica Seles. Dietro alla Swiatek c’è il vuoto. Tutte le altre giocano per il secondo posto

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Iga Swiatek - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il torneo femminile del Roland Garros è finito come tutti avevano previsto. Con la vittoria-passeggiata di Iga Swiatek, la dominatrice di quest’epoca post-Barty, con 58 set vinti e 2 persi, con l’ennesima finale, l’ottava, in cui le avversarie di media non vincono più di 4 game. Negli ultimi 58 set ne ha persi solo 2. Impressionante. Con 35 vittorie consecutive, la stessa striscia record di Venus Williams (senza contare le 74 di Martina Navratilova nell’84, e altre preistoriche, dalla Divina Lenglen in poi).

La vittima di turno, l’americanina Coco Gauff, ha finito distrutta, affranta e in lacrime sulla sua seggiolina, dopo aver rimediato un pesante 6-1, 6-3 senza storia, senza una minima suspence, e nonostante tutto il pubblico scandisse a più riprese il suo nome “Cocò, Cocò, Cocò!” che a Parigi non aveva fatto altrettanto furore dai tempi della Chanel, nella speranza di assistere a una parvenza di lotta. Che purtroppo nella finale a senso unico non c’è proprio stata.

D’altra parte Coco giocava la sua prima finale, a 18 anni. Ha fatto quel che poteva, lei che non aveva perso un set in tutto il torneo. Ma non è stato granchè, purtroppo per lei e per lo spettacolo. Sono quasi certo che la vedremo impegnata in altre finali in avvenire, ma certo ieri ha un po’ deluso.

 

Giocherà altre finali sia perché dopo i 18 anni tutti migliorano, sia perchè il panorama del tennis femminile non sembra attualmente in grado di offrire grandi variazioni al dominio della ragazza polacca che è talmente più forte di tutte le sue avversarie da farmi ricordare i primi anni letteralmente dominati da Steffi Graf: il 1988 ad esempio… quando Steffi fece il Golden Slam, conquistando tutti i 4 Slam più l’oro olimpico a Seul. E i suoi Slam ve li ricordate?

 Iga è talmente concentrata sul tennis che di tutto il resto non si cura. Oppure conoscete forse un’altra ragazza che scopre come affrontare per la prima volta il problema del proprio make-up soltanto sei mesi prima del ventunesimo compleanno?

Lo ha confessato lei stessa, anche se le è certo capitato di apparire sulle “copertine” di diverse riviste, perché allora sono stati altri a occuparsi del trucco. D’altra parte il padre, ex canottiere, è un tipo molto severo, molto “strict” come mi spiegano i giornalisti polacchi Adam Romer e Miroslav Zukowski che vedo più spesso in giro per tornei, anche se di questi tempi i giornalisti polacchi che seguono il tennis si stanno moltiplicando – così come quelli norvegesi per via di Casper Ruud – dal momento che non c’è notiziario televisivo che non dia in continuazione, anche 10 volte al giorno, a cadenze di mezzora come fa la CNN, qualche notizia su Iga, ormai il personaggio sportivo più popolare polacco insieme al calciatore del Bayern Munich Robert Lewandoski (che era ieri al Roland Garros per vedere Iga: “Non sapevo che ci fosse…e meno male – ha detto Iga – avrei aggiunto stress a stress!”).

“Sono più che felice di questa vittoria e sono ancora più orgogliosa, perché ne 2020 pensai di essere stata fortunata, mentre stavolta sento che ho davvero fatto il lavoro che dovevo e me lo merito”.

Certo che se lo merita. Nessuna altra tennista si avvicina neppure lontanamente al suo tennis. Merito suo e del suo team, in cui il ruolo leader è esercitato dalla psicologa Daria Abramovich e nel quale, dopo 5 anni di brillanti successi con il coach Piotr Sierzputowski, si è improvvisamente proceduto lo scorso novembre fra lo stupore generale – tre giorni prima c’era Piotr accanto a Iga che riassumeva la sua annata 2021 – ad avvicendarlo con un altro noto coach, Tomasz Wiktorowski.

Questi era stato per 7 anni il coach di Agniewzka Radwanska _ ehi, se non faccio nemmeno un refuso è un miracolo!- e poi era diventato il direttore del torneo di Gdnynia, un WTA 250 che ora si sposterà su Varsavia e che appartiene al papà di Iga, Tomasz.

A quest’ultimo riguardo, con una famiglia di un tennista che diventa proprietario di un torneo, sembra un po’ di raccontare la analoga storia della famiglia Djokovic che, fra fratello Djordie e padre Srdyan gestiscono il torneo di Belgrado che io mi sono trovato a “coprire” da inviato recentemente: la sola differenza è che mamma Djokovic, Dayana, è ben presente al Novak Tennis Club, mentre la mamma di Iga, la dottoressa Dorota, da un lustro separatisi da Thomasz, da qualche anno è sparita completamente dal giro… Non la si vede da nessuna parte, non concede interviste, apparentemente si congratula con le vittorie della figlia solo via email, se devo dare credito alle mie fonti di informazione. Anche ieri Iga ha pubblicamente ringraziato il suo team e suo padre – che molto ha fatto per spingerla a giocare  a tennis, cercando ogni dove i finanziamenti necessari quando invece la madre era assai scettica, avrebbe forse preferito che studiasse… – ma non ha detto una parola riguardo a sua madre, quasi non esistesse. Strano no? Che sarà successo? Diciamo che sono fatti suoi e chiudiamola qui.

Invece non si può chiudere il fatto che questo dominio esagerato, eccessivo, di Iga, fa bene a lei, ma nuoce al circuito WTA, perché non ci sono alternative, non ci sono rivali in grado di impensierirla.

Le grandi rivalità sono il sapore di uno sport, di qualsiasi sport. Nel tennis maschile non sono mancate. Per non risalire alle calende greche nel tennis open ci sono stati Borg, Connors e McEnroe, Lendl, Becker e Edberg, Sampras, Agassi, Courier e Chang, finchè nel terzo millennium ecco Federer, Nadal e Djokovic (e pure, un gradino sotto, Murray e Wawrinka).

In quello femminile dopo la più grande rivalità per antonomasia fra le due extraterrestri Navratilova e Evert, ecco Graf, Sabatini, Sanchez e Seles, poi Hingis, le Williams, Mauresmo, Capriati, Henin, Clijsters, Sharapova. Altra roba.

Ash Barty e Iga Swiatek, ecco, questa sì che avrebbe potuto essere una grande, grandissima rivalità oggi. Ma purtroppo l’australiana ha deciso di fare la baby pensionata. E buonanotte allora se non sorgerà una nuova stella che finora non si intravede proprio. Ok, Coco Gauff ha solo 18 anni, diamo tempo al tempo, è giusto aspettarla un po’ anche se non mi sembra un assoluto fenomeno come quelle ragazze che ho citato poco fa. Certo è che per ora e per quanto si è potuto vedere ieri, ancora non sembra da Gran Premio.

Voglio ora aggiungere una cosetta riguardo a quanto ho scritto ieri su Rafa e che ha suscitato vivaci reazioni contrarie. Avevo scritto di un Nadal stanchissimo contro Zverev e sul fatto che parecchi qui che hanno visto il match dal vivo avevano la mia stessa netta sensazione: e cioè che man mano che il match fosse andato per le lunghe, le chances di vittoria del pur fragile Zverev sarebbero aumentate. Anche se opposto a un fenomeno di resilienza come Rafa Nadal.

Non mi riferivo soltanto all’opinione di alcuni colleghi, ma anche di alcuni ex campioni, Proisy, Pioline, Wilander, Leconte…Tutta gente che conosce bene il tennis, ne capisce, e conosce bene anche Nadal. Sa quanto lui sia un formidabile lottatore, un irriducibile guerriero, uno che non si arrende mai e un tal fenomeno che guai a darlo per sconfitto, soprattutto se è in vantaggio di un set e alla vigilia di di un tiebreak che avrebbe potuto anche portarlo avanti per due set a zero. Ma, attenzione, anche sul set pari con altri due set di un paio d’ore da giocare ancora. Non era scritto da nessuna parte che Zverev avrebbe dovuto perdere quel secondo tiebreak, sebbene avesse perso il primo per un soffio, con 4 setpoint consecutivi a favore.

Ebbene, una gran parte dei lettori che hanno espresso i loro commenti su Ubitennis hanno sostenuto che era fuori di ogni logica sostenere che Nadal fosse stanco. Così stanco da poter finire la benzina.

Ovvio che manca la controprova. Però vi dico che un conto è guardare le partite in tv e un altro conto è guardarle dal vivo. Lo schermo rimpicciolisce. Un metro diventa pochi centimetri. Se dal vivo si vede un giocatore che arriva in ritardo su una palla, per mezzo metro o uno, ci se ne accorge e lo si sottolinea. In tv invece quel metro sembra roba da niente. Il metro sembra un ritardo irrisorio, ininfluente. Roba di centimetri.

Concludo: potete non fidarmi di me, o di quei giocatori che ho citato e intervistato sopra, ma vi assicuro che la stanchezza di un tennista non la si giudica soltanto dagli errori. Ma anche da come arriva sulla palla. E in tv credete di poter capire tutto e invece non è così.

Chi poi non ha capito neppure che stare in campo due ore in più non sarebbe stato un vantaggio per Nadal, im vista della finale odierna con Ruud, beh… mi arrendo. Ho detto e lo ripetoche aver risparmiato due ore di fatica sul campo è stata una fortunabuena sorte por el senor Nadal.

Per quanto fenomeno c’è un limite fisico ed atletico anche per Nadal a 36 anni. Non è che se uno ha fatto una rimonta strepitosa a Melbourne contro Medvedev, è scontato che possa farne altre all’infinito,  ogni piè sospinto e comunque, con qualunque condizione di freschezza,  sia arrivato a giocare la finale. Se pensate che sia bionico, e cioè che avere giocato 11 ore in 6 giorni oppure 14, sia la stessa cosa, beh – di nuovo – mi arrendo all’illogicità dell’assunto.

Quindi riguardo a oggi penso che il fattore esperienza e il fattore pubblico, oltre all’indubbio fattore classe e diversa personalità di Nadal, gli dovrebbero permettere di vincere il suo quattordicesimo Roland GarrosPerò … se mi voleste convincere che sarà più avvantaggiato se il match andrà per le lunghe, beh, io non ci stodico contre come nel bridge, anche se so bene che di certo ha giocato molte più maratone importanti rispetto a Casper Ruud.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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