Il giorno in cui la Russia (ri)conquistò il tennis

evidenza

Il giorno in cui la Russia (ri)conquistò il tennis

Grazie alla sconfitta di Djokovic a Dubai, Daniil Medvedev sarà il nuovo numero 1 al mondo, lunedì 28 febbraio, interrompendo 18 anni di dominio “Fab Four”

Pubblicato

il

Daniil Medvedev - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)
 

Sono giorni, anzi ore, piuttosto difficili per il mondo così come lo conosciamo. Comunque la si voglia vedere, comunque la si voglia pensare, impossibile non utilizzare l’aggettivo storico per tracciare il solco che ci divide tra la routine quotidiana e il sordo rumore degli eventi che cambiano così rapidamente ad est delle nostre vite. Ma per quanto complesso e attraverso l’utilizzo di accrocchi linguistici e concettuali, non possiamo non ricadere all’interno del contesto all’interno del quale ci muoviamo. Il tennis, appunto.

Non vorremmo ovviamente paragonare situazioni e contesti distanti anni luce, utilizzando impropriamente quell’aggettivo di cui sopra ma per rispetto e amore della materia di cui trattiamo non possiamo comunque esimerci dal definirlo storico il momento che stiamo vivendo anche nel mondo del nostro amato sport. È a causa della sconfitta odierna dell’attuale numero 1 al mondo, Novak Djokovic, subita a Dubai da Jiri Vesely, che da lunedì 28 febbraio ci sarà un nuovo re del circuito, quel Daniil Medvedev che avrebbe già potuto scalzarlo in classifica a Melbourne, e invece cadde sotto i colpi di uno dei cosiddetti “Fab four”, Rafael Nadal, vittorioso in cinque set. Ma questa è un’altra storia… o forse no.

È la storia di un cambio al vertice della classifica ATP che dal 2004, precisamente dal 2 febbraio 2004, ha sempre visto uno dei so called Fab Four svettare nel ranking. Allora a cedere lo scettro fu Andy Roddick, il cui regno durò 13 settimane, a favore di un ragazzo svizzero che di nome si chiamava Roger, che quello scettro lo tenne saldamente in mano per 237 settimane consecutivamente. Da lì e fino al giorno che verrà a breve, un continuo interscambio di ruoli tra, Federer appunto, Nadal, Murray e Djokovic, il tutto avvenuto nell’arco di oltre 18 anni, per la precisione 921 settimane così divise:

 

Novak Djokovic 361

Roger Federer 310

Rafael Nadal 209

Andy Murray 41

A pensarci bene un ragazzo, appassionato di tennis, che si approccia all’età adulta non ha visto altro. Non poco se consideriamo che nei precedenti 18 anni, quindi dal 1986 al 2004 quel ruolo è stato appannaggio di altrettanti tennisti: da Lendl a Ferrero, passando per giocatori come Wilander, Edberg, Becker, Courier, Sampras, Agassi, Muster, Rios, Moya, Kafelnikov, Rafter, Safin, Kuerten, Hewitt, gente che ha vinto e riempito le pagine dei libri che raccontano le imprese di questo sport.

Ed è curioso che a porre fine a questa oligarchia, il cui ultimo periodo è stato notevolmente di stampo serbo, sia Jiri Vesely, tennista che condivide proprio con Medvedev un record: sono gli unici due giocatori ad aver incontrato più volte Djokovic durante il suo regno, permettendosi il lusso di avere uno score nei suoi confronti comunque positivo. Daniil ha uno score di 4-3 su Novak, mentre è un secco 2-0 quello di Vasely su Djokovic. Un’imbattibilità nei confronti dell’ormai ex numero 1 al mondo che, sia nella forma che nella sostanza, il tennista ceco condivide con Nick Kyrgios, Daniel Evans, Taro Daniel e Marat Safin. Ed è insieme a Safin e Kafelnikov che Medvedev diventa il terzo giocatore russo a conquistare la prima posizione in classifica: il moscovita diventa, di fatto, il 27° numero uno nella storia, nonché il primo tennista nato negli anni ’90 a salire al comando.

Il risvolto della medaglia in un periodo che, all’inizio di questo breve scritto, abbiamo definito storica per la Russia e forse per il mondo intero, per questioni tutt’altro che attinenti alla sfera sportiva ma che ritrova nello sport e nel tennis una piccola distrazione a questioni ben più complesse e difficoltose che attraversano i pensieri di tutti. Daniil, in altri tempi, in altri momenti, avrebbe meritato le copertine dei giornali del suo Paese per la portata dell’impresa sportiva che invece ed inevitabilmente, saranno occupate da altro; una parte infinitesimale di un prezzo che ancora nessuno ha idea di quanto caro possa essere.

Continua a leggere
Commenti

Australian Open

Australian Open: Djokodiecivic, la corona di Melbourne è ancora di Nole. Tsitsipas deve rimandare la prima gioia Slam

Vola in doppia cifra come Nadal al Roland Garros e si riprende il trono del ranking mondiale. Tutto ciò vale il decimo trionfo nel proprio regno per Novak Djokovic. Stefanos Tsitsipas non sfrutta un set point nel secondo, rivelandosi non all’altezza nei momenti cruciali

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

[4] N. Djokovic b. [3] S. Tsitsipas 6-3 7-6(4) 7-6(5)

 

Sono 22 titoli Slam in carriera, primato ottenuto alla 33esima finale. Novak Djokovic aggancia Rafa Nadal nell’albo d’oro dei più vincenti nelle prove Majors scrivendo l’ennesimo capitolo di questa diarchia in cima al pallottoliere dei record, e divenendo proprio assieme al maiorchino il secondo nella storia – compreso il tennis femminile – ad aggiudicarsi la doppia cifra di successi in un singolo evento del Grande Slam. Un doppio aggancio allo spagnolo che significa decimo trionfo in altrettante finali disputate a Melbourne Park, quindici anni e 48 ore dopo il primo sigillo maturato il 27 gennaio 2008 contro Jo-Wilfried Tsonga. In assoluto per il serbo si tratta del 93° trofeo della carriera alla 132esima finale. Da lunedì, dunque Djokodiecivic tornerà in cima alla classifica mondiale. Deve invece rimandare la prima gioia Slam e la conseguente “prima volta” sul trono ATP Stefanos Tsitsipas, alla seconda finale Major dopo quella persa sempre per mano di Nole al Roland Garros 2021. La leggenda di Belgrado ha fatto valere la sua inarrivabile capacità di esprimere il meglio del proprio repertorio nei momenti cruciali della sfida, dove al contrario è mancato l’airone ellenico.

Il vero frangente di rottura del match si è però consumato sul finire del secondo set, quando il 24enne ateniese ha avuto a disposizione un set point nel decimo game. Un’occasione frutto di una parte di partita nella quale il Re del torneo aveva smarrito la bussola emotiva prima di raccogliere gli ingenti regali del rivale più giovane di undici anni nei due tie-break successivi. Ciò che si può imputare maggiormente alla prestazione di Stefanos è di essersi sciolto quando si sono realmente decise le sorti dello scontro, ma anche di non aver messo eccessivamente sotto pressione il serbo mediante un costante attacco in controtempo della rete. Ovvero la vera chiava di volta del confronto, che è stata tuttavia depotenziata già sul nascere per via di una gestione differente e dagli opposti risultati della battuta tra i due protagonisti. E se poi ci si mette una prova sotto gli standard necessari a questo livello pure in risposta, contro il solito Robo Nole si spiega il perché di una conclusione in tre set.

Visto che poi quando si arriva al dunque, quando la palla scotta veramente, vengono fuori gli occhi felini della tigre della Malesia. Quelli spiritati di un uomo, un campione, in grado a volte quasi di trasformarsi in un eroe della Marvel che difatti non perde da cinque anni sulla Rod Laver Arena – dai quarti del 2018 contro Chung – con una striscia di 28 successi in fila. Mentre una sconfitta contro un Top Ten addirittura non la subisce dal KO – sempre in quarti – con Stan The Man Wawrinka nel 2014. Piccola curiosità statistica, era accaduto solamente in altre due circostanze in Era Open che a giocarsi l’ultimo atto dell’Australian Open fossero la terza e la quarta testa di serie, nel’88 quando a trionfare fu Mats Wilander su Pat Cash e nel 2005 con vittoria di Marat Safin ai danni dell’idolo di casa Lleyton Hewitt.

IL MATCH – Il sorteggio viene vinto da Djokovic, che sceglie di servire. Il campione serbo mette subito in mostra i grandi miglioramenti compiuti nella seconda parte di carriera nel fondamentale d’inizio gioco, in particolar modo sulla seconda grazie ad un efficacie kick. A testimonianza poi di un eccezionale rendimento avuto da parte della battuta di Novak nel torneo, ci sono da costatare i 49 ace messi a referto prima di questa finale.

Al contrario, deve immediatamente soffrire nel suo primo turno di servizio Tsitsipas. Il 35enne di Belgrado lo inchioda fin dal primo quindici sulla diagonale sinistra allungando lo scambio in attesa di raccogliere l’inevitabile errore greco. Certamente sarà fondamentale per Stefanos, se vuole avere realmente chance di vittoria, riuscire ad essere molto incisivo in risposta quando il 21 volte campione Slam non potrà contare sulla propria prima. Ma come detto, si ritrova già al debutto della sua battuta nella sfida a dover rincorrere dal 15-40. Il 24enne di Atene estraendo però finalmente dal cilindro il proprio dirompente servizio, rimonta sventando le prime occasioni di break a diposizione del cannibale balcanico. Tuttavia nonostante lo strappo non sia maturato, vengono già fuori a partire dagli albori dell’incontro le enormi qualità della ribattuta di Nole.

La sensazione è infatti quella che Djokovic sia in pieno controllo delle dinamiche e dell’inerzia dello scontro. L’ex n. 1, inoltre, continua ad essere perfetto in battuta e difatti con quattro prime in altrettanti punti si aggiudica rapidamente il game del 2-1. Contestualmente, invece, proseguono le grandi difficoltà in battuta di Tsitsipas che questa volta non può evitare l’allungo di RoboNole. D’altronde quando ci si trova al cospetto della miglior ribattuta di tutti i tempi e si serve una sola prima sui sei punti del game in questione con tanto di doppio fallo, è praticamente fatale che si verifichi la seguente percezione: non avvertire mai, in nessun caso, di possedere anche soltanto per un effimero attimo la gestione tattica della partita.

Il nove volte vincitore dell’Happy Slam, da parte sua, non cenna a desistere dal procedere imperterrito con il piede sull’acceleratore a ritmo di un indomabile rullo compressore. La sua prestazione è finora essenzialmente priva di difetti, mostrando la sua solita magistrale copertura del campo oltre che una versione deluxe dei suoi fondamentali d’inizio punto: servizio e risposta.

Per quanto riguarda Tsitsi, per ora non si sono mai viste delle verticalizzazioni con conseguente presa della rete. Ebbene attaccare in controtempo è la vera arma sulla quale deve provare a contare la tds n. 3 per raggiungere il tanto agognato primo Major della carriera – anche se ciò significa esporsi ai chirurgici passanti serbi. Altrimenti per forza di cose gli scambi si prolungano eccessivamente, divenendo così il terreno di caccia preferito del classe ’87 di Belgrado. Banalmente se ci si mette a fare a pallate da fondo, la straordinaria consistenza di Djokovic abbinata alla sua intrinseca abilità nel difendersi e ribaltare al momento giusto l’inerzia del punto non lascerebbe scampo al più giovane rivale. Chiaramente però per poter mettere a punto questo piano tattico, il n. 4 ATP deve essere sostenuto da una grande performance della battuta, così da tenere il punto su una durata breve. Tutto questo è mancato, ciononostante il servizio di Stefanos è certamente cresciuto nella seconda parte del set, ma questo non può bastare. Deve anche essere in grado di variare opportunamente traiettorie ed effetti, spingere a tutta il servizio sempre e comunque può rivelarsi solo controproducente. Quando poi si approccia alla sfida con un evidente stato di pressione e quindi con troppa rigidità non potendo essere fluido come si dovrebbe – o vorrebbe, la prima entra di meno e di conseguenza crollano anche le certezze in termini di fiducia e consapevolezza dei propri mezzi.

Dopo lo scossone palesatosi nel quarto gioco, l’alternanza dei servizi non subisce più alcun momento di rottura e così Novak può intascarsi il set inaugurale per 6-3 in 36 minuti. In questa frazione d’apertura a certificare l’ imperforabilità del servizio serbo – pur aiutato da una ribattuta greca non all’altezza di una finale Slam – c’è un dato che svetta su tutti gli altri: il 94% di punti vinti con la prima, 17 su 18. Il greco si è al massimo inerpicato a 30, ma lo ha fatto in un solo turno di risposta e peraltro quando era già sotto 40-0.

I numeri in battuta del figlio di Apostolos sono via via andati migliorando, ma in una sfida del genere non può permettersi svarioni come quello avvenuto sul 2-1.

Un altro aspetto che senza dubbio si è potuto osservare pienamente nel primo parziale è la netta differenza nella gestione della modulazione della battuta: da una parte l’esperienza e la sagacia tattica nel saper ricercare sempre angoli mortiferi e diversi, soprattutto nei primi punti dei propri turni di servizio che sono poi quelli che indirizzano il game stesso; dall’altra decisamente più velocità impressa ma che tradisce meno lucidità ed intelligenza nel captare il momento della partita. Altra chiave tattica imprescindibile per Tsitsipas è quella di dover necessariamente salire come spessore e livello in risposta, a volte anche ricorrendo più spesso alla soluzione bloccata sul proprio monomane per far quantomeno partire lo scambio.

Perché è già di per se complesso per il greco, con Novak che sovente gli imprime costante pressione impedendogli di mettere i piedi in campo e giostrare il punto avendo l’iniziativa sulla racchetta. Infatti la risposta anticipata, uno dei cavalli di battaglia durante tutto il torneo dell’ateniese, non sta funzionando minimamente.

In apertura di secondo set si intravedono passi in avanti da parte di Stefanos, che ora riesce a sporcare maggiormente le sue traiettorie da fondo con più lift. In questo scenario anche il rovescio sale di livello, dimostrando più solidità nel reggere lo scambio sulla direttrice e di tanto in tanto stampandosi vincente sul lungolinea. Avrebbe addirittura la potenziale opportunità di costruirsi la possibilità per prendere la testa del parziale: sul 2-2, 15-30. Qui però il n. 4 del mondo non prende a pieni mani la chance cercando di essere lui il giocatore in campo a determinare le sorti, mostrando una passività che non si addice a questo frangente della gara. Perciò il polipo balcanico ritrova la prima dei giorni migliori e continua a guidare l’incontro. A questo punto, dopo non essersi dimostrato all’altezza per potersi sganciare nel punteggio, Tsitsi rischia di frantumarsi definitivamente con due turni di servizio consecutivi decisi ad oltranza. Ma in qualche modo ne viene fuori incolume, ecco che infatti qui si manifesta il vero e proprio turning point della sfida. Sul 3-3, 30-30 Djokovic in uno scatto sulla sinistra in open-stance per recuperare un’accelerazione del greco perde gli appoggi e finisce sdraiato sulla RLA. Per sua fortuna lascia andare la racchetta in tempo, per cui nessun danno fisico rilevante sulla coscia sinistra incerottata. Tuttavia alcuni strascichi psicologici, questo casuale avvenimento li porta in dote. Improvvisamente infatti Nole inizia ad innervosirsi tormentando il povero Ivanisevic nel suo box, reo di aver suggerito una discesa sul rovescio ellenico al quale ha fatto seguito un passante sulla riga. Dunque smarrisce concentrazione e attenzione, e questo inevitabilmente dà ulteriore fiducia al suo avversario che torna ad avere un importantissimo 15-30 sul 4-4 con il serbo in battuta, ma ancora una volta Stefanos manca la ghiotta occasione per inerpicarsi a palla break a causa di un paio di sanguinosi errori a rete: un back di approccio ed una volée di rovescio per quanto non semplicissima.

Ma il calo emotivo di Novak non pare cessare, anzi per certi versi cresce a dismisura. Ora il belgradese è vittima di un perenne stato di ansia e pressione, continua ad inveire contro Goran e tutto il suo team. Nervosismo totale che costringe la quarta forza del tabellone a dover fronteggiare un set point sul 4-5, 30-40. La classe delle leggende, però, lo sappiamo si manifesta quando sembrerebbe più difficile farlo. Dopo che erano diversi minuti in cui faticava ad essere incisivo da fondo, in cui aveva perso anche un pò di metri sul campo e addirittura nei quali aveva anche sbagliato un rovescio lungolinea in avanzamento – che perde in lunghezza una volta ogni 15 partite -; rialza il livello del suo tennis proprio sul set ball: scambio da 15 colpi dove ritrova profondità prima di chiudere il punto con un dritto winner.

Chiamato a servire una seconda volta per restare nel set, l’ex n. 1 non trema nuovamente. Si arriva dunque al tie-break. Il game decisivo si rivela però il festival dell’orrore, con Nole che dopo aver ripulito la testa dai fantasmi della parte centrale del secondo set – scaturiti anche da un pubblico che a dirla alla Djokovic, si sta dimostrando troppo caciarone – vola velocemente sul 4-1. Ma è un vantaggio prodotto più dai gratuiti del greco che da effettivi meriti del n. 5 al mondo. Tuttavia il 35enne dell’est Europa torna a regalare qualcosa e complici due doppi falli rimette tutto in equilibrio. Stefanos però ancora una volta nel momento in cui conta per davvero esprimere il proprio miglior tennis, si esibisce in una fucina di erroracci. Perdipiù dei cinque che difatto confezionano la seconda frazione per il giocatore più esperto in campo, quattro per Tsitsi arrivano con il suo colpo migliore. Così il serbo mette nel fienile personale anche la seconda partita: 7-6(4) dopo oltre un’ora e dieci. Tie-break portato a casa da Djokovic facendo registrare un unico vincente e ben due doppi falli.

Si conclude quindi una frazione decisamente dimenticabile sul piano tecnico, infarcita di gratuiti, ma enormemente stimolante da un punto di vista della “cabeza” con svariati scossoni emotivi e di nervosismo reciproco. Ma alla fine siamo dove dovevamo essere, il Re del feudo di Melbourne avanti di due set. Per Tsitsi ora si fa veramente dura, considerando che Nole ha perso una solta volta in carriera con un simile vantaggio sul groppone: ai quarti del Roland Garros 2010 contro l’austriaco Jurgen Melzer. Un miracolo servirebbe al Dio greco, ma deve decisamente cambiare marcia. Perché, quando in una finale dell’Open d’Australia si è al cospetto del recordman di trionfi della storia; se si vuole provare ad invertire le pagine degli annali non ci si può permettere di disputare un tie-break commettendo una caterva di marchiani e sanguinosi errori con il proprio colpo migliore.

Si riparte con il tezro set dopo la pausa negli spogliatoi di Djokovic, con il serbo che ha un fisiologico calo in seguito ad un parziale durissimo e che ha richiesto tanto dispendio in termini di energie mentali. Primo break nel match a favore dell’ellenico, tuttavia la tds n. 4 ritrova immediatamente la bussola e piazza il contro-break. Nonostante la repentina reazione di RoboNovak, ancora qualche regalo di Tsitsipas. Bisogna però sottolineare come si è avuta la percezione che fosse unicamente uno strappo momentaneo, infatti in questo caso Novak non si è per nulla fatto prendere dalla frenesia o dal panico ma anzi ha dimostrato una calma olimpica a testimonianza della propria sicurezza: ovvero gli sarebbe bastato rimettersi focus dentro il match per agguantare il rivale nello score e così effettivamente è stato.

A questo punto, si assiste un frangente di stasi dell’incontro come se i due protagonisti in campo stessero anche un rifiatando dopo le innumerevoli spese energetiche sia fisiche che di testa. Dopo il vicendevole scambio di favori ad aprire il set, i servizi di rivelano inossidabili con soli cinque punti vinti dalla risposta (tre dal serbo, due dal greco) e ben quattro game vinti a zero per giungere al 5-4 a favore di Djokovic. Un set che tuttavia, pur viaggiando su una velocità di crociera sicuramente più imponente rispetto al parziale precedente, almeno regala qualche principio di variazione in più: smorzate da ambo le metà campo, e che forse da lato Tsitsipas dovevano essere esplorate maggiormente per cercare di sorprendere scostandosi dallo spartito principale. Così come doveva essere sondata di più l’opzione del back per rallentare il ritmo e darsi la possibilità di attuare la mezza luna attorno alla palla ed eseguire lo sventaglio del dritto con più efficacia.

Le battute non placano la loro ira, con Novak che addirittura vince quattordici punti in fila sul proprio servizio. Stefanos rischia di abdicare definitivamente al ritmo soffocante del serbo servendo per prolungare la contesa sul 4-5, ma in qualche modo dal 30-30 si salva. Perciò sarà ancora tie-break dirimente, con la sequela di quindici al servizio di Novak che recita 20 in fila. E purtroppo per il greco – e per il match – l’epilogo è il medesimo di quello andato in scena nel secondo set. Dopo una frazione di alto livello, in cui entrambi si erano espressi contemporaneamente su ottimi standard, ancora una volta quando conta l’airone ateniese spegne fragorosamente l’interruttore del suo tennis esibendosi in steccate e gratuiti grossolani. Allora sul 5-0, ci pensa il pubblico a fornire l’ultima ciambella salvifica al 24enne in campo disturbando palesemente Novak nell’esecuzione bimane. Come successo nel gioco decisivo del secondo, Stef si rifà sotto ma alla fine deve cedere al terzo championship point. Djokovic chiude al secondo tentativo in battuta con un set finale dalla durata pedissequa al secondo (1h11‘): 7-6(5) al termine di tre ore esatte di sfida.

Melbourne è ancora regno serbo, lo è per la decima volta.

Dichiarazioni a caldo dei due protagonisti durante la cerimonia di premiazione

Stefanos Tsitsipas: “Quello che hai ottenuto fino ad oggi è tutto nei numeri. Congratulazioni, non solo a te ma anche alla tua famiglia che ti ha sempre incoraggiato. Credo inoltre che siamo cresciuti in maniera simile, è stata una strada straordinaria. Ammiro tutto quello che hai fatto per lo sport, perché mi rende un giocatore migliore. Ho avuto il privilegio di giocare tante partite difficili, devo dire ancora una volta che Novak fa uscire il meglio da me. Lavoro da tutta una vita per crearmi opportunità come questa. Sei semplicemente fortissimo, uno dei migliori di sempre. Anzi devo dire il più grande tra tutti quelli che hanno preso una racchetta in mano. Non l’ho mai fatto. Voglio ringraziarti per aver spinto tutti i giocatori ha dare ancora di più e reso migliore la qualità del tennis. Non è facile perdere un’altra finale Slam. Però sono pronto a lavorare ancora più duramente. Ringrazio il mio team, sempre al mio fianco in questo viaggio che stiamo percorrendo insieme. Sono felice di avere vicino a me, persone che hanno i miei stessi obbiettivi, che mi incoraggiano e che hanno le mie stesse ambizioni. Sono molto privilegiato a fare questo sport, e poterlo chiamare lavoro. Dovrei ringraziare anche i tifosi greci che mi fanno sentire a casa tutte le volte. Tornare in Australia mi fa sempre venire in mente tante belle cose, i raccattapalle, ma anche i fotografi, lo staff, tutte le persone coinvolte con il torneo e con Tennis Australia. Il vostro lavoro non è semplice, abbiamo grande rispetto per voi anche se a volte non lo mostriamo. Ma vi assicuro che lo apprezziamo. Grazie a tutti, spero di rivedervi il prossimo anno“.

Novak Djokovic: “Buonasera a tutti. Prima cosa, Stefanos le tue parole mi hanno toccato. Sei stato molto gentile, molto rispettoso. L’ho apprezzo molto. In campo siamo feroci, a prescindere da chi sia dall’altra parte della rete e questo non significa che non dobbiamo dimostrare rispetto. E ci rendiamo conto anche degli sforzi, io ti faccio quindi le mie congratulazioni per un bellissimo torneo. Questa sera è stata una splendida battaglia. Hai ancora tanto tempo davanti a me, molto più di me. Non sarò l’ultima opportunità che avrai di vincere uno Slam. Mi congratulo con la tua famiglia, con il tuo team. So quanto tempo passate per cercare di renderti un miglior giocatore, ma anche una migliore persona in campo e fuori. Sei uno dei giocatori più professionali che ci sono sul Tour e credo tu sia una delle persone sicuramente più interessanti. Vorrei anche dire una cosa riguardo alla Grecia e alla Serbia, siamo ovviamente due Paesi non particolarmente grandi. Non abbiamo una grande tradizione nel tennis, non troppi giocatori nella storia hanno raggiunto i nostri stessi risultati. Quindi il messaggio per tutti i bambini in giro per il mondo, che magari stanno seguendo questo momento e sognano di essere qui al nostro posto; io vi dico: ‘Sognate in grande perché tutto è possibile, e non lasciate che nessuno vi tolga questa voglia di sognare. Non hai importanza da dove provieni, più svantaggi hai da bambino e più sfide devi affrontare; più forte sarai. Io e Stefanos lo dimostriamo. Innaffiate i vostri sogni come bagnate i fiori, trovate quelle persone possono sognare con voi perché potete farcela. Che viaggio per me, per la mia famiglia, per il mio team. So da dove ho iniziato e dove sono arrivato, non do nulla per scontato. Sono consapevole che a volte dovete tollerare l’aspetto peggiore del mio carattere sia in campo sia fuori. Apprezzo la vostra pazienza e i vostri incoraggiamenti. Perché ridi Goran – risata generale –. Non so se mi perdonerete mai per tutto quello che vi faccio passare. Ma devo ripeterlo più e più volte, questo trofeo è vostro quanto mio. Perciò, grazie. Siete e sarete sempre nel mio cuore. E’ stato uno dei tornei più complicati per me, considerando le circostanze. Non avevo giocato qui lo scorso anno, sono ritornato quest’anno. Voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno fatto sentire a mio agio tornando in Australia, a Melbourne. C’è un motivo se io ho sempre giocato il mio miglior tennis in Australia, su questo campo davanti a leggende come Rod Laver che ringrazio per essere ancora qui questa sera. Mi do dei pizzicotti per rendermi conto di quello che sto facendo, so che sto andando avanti da un po’ ma devo dire questa cosa. Sola la mia famiglia e la mia squadra sa quello che ho passato nelle ultime cinque settimane. E per questo credo sia la vittoria più bella della mia vita considerando tutto quello che ho dovuto sopportare. Ringrazio l’organizzazione quotidiana fenomenale, i volontari, tutte le persone che fanno parte di questo evento. Craig – Tiley, ndr – è stato di grande aiuto, non solo quest’anno ma sempre e so che dà il massimo per farci sentire a nostro agio. So che c’è stato un nuovo record battuto di spettatori, che ci sono tantissime persone che stanno seguendo il match in tv. E’ uno degli eventi migliori al mondo e speriamo di vederci il prossimo anno”.

Continua a leggere

Australian Open

Australian Open: come ti batto Nole (?)

Una finale a Melbourne contro Djokovic è proibitiva: i nostri consigli a Tsitsipas per imperdire al campione serbo il decimo trionfo australiano

Pubblicato

il

Stefanos Tsitsipas - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

 

I Big Three hanno vinto dappertutto, erba, terra, cemento, ma negli ultimi vent’anni ognuno ha regnato più o meno incontrastato sul proprio feudo personale: Rafa a Parigi (14 Coppe dei moschettieri, 109 partite vinte su 112), Roger a Wimbledon (8 titoli, 12 finali), Nole a Melbourne.

Le statistiche di Djokovic in Australia sono impressionanti: 9 trionfi – ben tre più degli inseguitori, Federer ed Emerson – neanche una finale persa; non solo, neanche una semifinale persa. A Melbourne Park è game set and match per il serbo da 27 partite, con la prova di forza su Paul annichilito anche il precedente primato di Agassi

In questa edizione Djoker ha ceduto un solo set, a Couacaud, un po’ per sufficienza un po’ per la menomazione alla coscia sinistra, poi ha messo tutti in riga.

Si può obiettare che non ha incrociato i migliori cementari in circolazione, Medvedev o Zverev o Alcaraz, i quali qualche volta, poche, l’hanno fatto piangere – anche se mai downunder. E che forse il presuntuoso Rune gli avrebbe complicato i piani più del monocorde Rublev.

Ma la vera ragione del cammino quasi netto di Nole, dei 110 giochi conquistati su 160, di un predominio ogni turno più dispotico, sta sì nelle sue straordinarie risorse fisico-mentali, ma anche nell’evidenza che nessuno degli avversari affrontati rientrava nelle due sole categorie di tennisti in grado di piegarlo: i bombardieri in giornata di grazia; gli universali di talento e personalità

Tra i primi viene in mente il Wawrinka di Parigi 2015, un bazooka sotto forma di uomo, capace di sfondare Nole a suon di vincenti da fondocampo – e sulla terra! Oppure, pur con la connivenza di un Djokovic frastornato dal profumo di Grande Slam e dall’imprevisto affetto del pubblico di casa, il Medvedev di New York 2021, che tirava la seconda a 190.

Tra gli universali di personalità, l’Alcaraz di Madrid 2022 e, appunto, il Rune dell’ultimo Bercy.

Guardiamo chi ha incontrato Nole finora: tralasciando gli impalpabili Carballes-Baena e Couacaud, Dimitrov ha un talento indiscusso e sa fare tutto, però non è un “winner”, altrimenti con quel braccio sarebbe andato ben oltre il master del 2017, peraltro vinto battendo Sock e Goffin.

E che dire di “Speedy Gonzalez” De Minaur? È giocatore di ritmo e di gamba, esattamente come Nole, peccato che, se di gamba può competere col serbo, di ritmo gli è dieci volte inferiore.

Di Rublev si è detto, lui apparterrebbe alla schiera dei bombardieri, sennonché mercoledì aveva le polveri bagnate, più o meno come sempre nei match che contano, e non avendo altre opzioni ha sbattuto contro il muro serbo.

Infine Tommy “Eastwood” Paul, un ibrido tra il bombardiere e il giocatore di tempo: non poteva essere l’americano, alla prima semifinale Slam in carriera, spuntato del servizio dalle risposte feline di Djokovic, a impensierire seriamente colui che domani si gioca il decimo titolo.

Nell’ultimo atto a disturbare il re di Melbourne ci proverà Stefanos Tsitsipas, l’Achille del Tennis che pare non avere più talloni vulnerabili. Il greco è l’ultimo diaframma tra il cannibale serbo e il record di major, ancorché in eventuale comproprietà con Nadal. Le sfide tra i due sfoggiano numeri limpidi e impietosi, Tsitsipas ne ha portate a casa due su dodici; però al Roland Garros 2021, nell’unica finale Slam disputata – quella maliziosamente dimenticata in conferenza stampa da Djokovic – sfiorò il sogno, andò sopra due set a zero, e pure nel quinto se la giocò fino alla fine.

Sono passati quasi due anni, Stefanos oggi è un ometto di 24, più solido di testa, più resistente sul lato sinistro, più consapevole della propria forza e, aspetto non marginale, in predicato di raggiungere la vetta del ranking, certa in caso di vittoria a Melbourne. Allo stesso tempo Djokovic è più anziano di due anni anche se, come ha scritto bene il Direttore, nessuno se n’è accorto.

Sarà dunque un conflitto di motivazioni, ma pure di gioco e tattiche. Tsitsipas dovrà fare ciò che sa ma non basterà: dovrà fare anche ciò che serve, ciò che raramente fanno gli altri. E allora, dal divano di casa, dall’alto della nostra classifica di 3.5, ci permettiamo di dargli qualche suggerimento.

Innanzitutto non dovrà cannoneggiare con il servizio, nessuno come Djokovic taglia il campo, anticipa e si appoggia sulla velocità della prima avversaria, in particolare sullo slice da destra – in questo torneo s’è perso il conto delle risposte vincenti col dritto incrociato da parte del serbo su siluri oltre i 200 all’ora. Tsitsipas dovrà lavorarla e variarla, la battuta, seguendola spesso e volentieri a rete; questo a prescindere dagli inevitabili passanti che subirà, il bilancio tra punti vinti e punti persi si farà alla stretta di mano.

A rete dovrà scendere quanto più possibile anche in fase di scambio, soprattutto quando avrà la palla buona sul dritto, per evitare che il diavolo balcanico sposti il gioco sulla diagonale mancina, dove già non ha rivali, figuriamoci col rovescio balbettante del greco. In quei casi Tsitsipas dovrà cercare il contropiede: è vero che Djokovic sembra possedere uno speciale radar con cui prevede la direzione dei colpi avversari, ma molto spesso, buttato da un lato del campo, si lancia subito nella parte rimasta aperta, lasciando sguarnito il contropiede, appunto. Stefanos dovrà giocare in modo strabico, un occhio alla palla, un occhio a Nole.

Se proprio non se la sentirà di attaccare ogni palla, da fondo dovrà modulare l’altezza delle traiettorie, tirare sempre il dritto a tutta farebbe il gioco del serbo, ne esalterebbe la capacità unica di ribattere qualsiasi oggetto volante passi dalle sue parti. Viceversa, alternare profondità e parabole consentirebbe al greco di mettere in “stallo” il contrattacco di Djokovic, che non ha nell’imprimere forza al colpo la migliore qualità.

Due consigli in risposta. Nei rari casi in cui Nole sbaglierà la prima – ha percentuali mostruose in questo AO – Tsitsipas dovrà avanzare, perché la seconda del serbo è lenta e salta: impattandola prima può attenuarne il kick e togliergli tempo. E Stefanos dovrà ricordarsi che sui break-point Nole da destra serve – quasi – sempre lo slice esterno, da sinistra – quasi – sempre la botta al centro.

Questo è quanto, così è come batteremmo noi il più vincente tennista della storia.

Rimane la sensazione che, seppur il greco seguisse alla lettera le nostre dritte, in Australia, oggi, l’unico che può battere Djokovic sia lo stesso Djokovic, il Djokovic che polemizza con l’arbitro e si fa rimontare nel primo set con Paul, quello che sgrida Ivanisevic e magari va in ebollizione emotiva alla quinta riga consecutiva di Tsitsipas. Ma sono illazioni, che perdono ancora più valore se si considera che non ci sono neanche più giudici di linea da impallinare.

Continua a leggere

evidenza

Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

Pubblicato

il

Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement