Roland Garros: il coraggio e la buena suerte di Nadal, il dramma Zverev mancato n.1. Tanti ritiri vissuti, ma nessuno così importante. Domani tocca a Ruud il cui idolo era Rafa

Editoriali del Direttore

Roland Garros: il coraggio e la buena suerte di Nadal, il dramma Zverev mancato n.1. Tanti ritiri vissuti, ma nessuno così importante. Domani tocca a Ruud il cui idolo era Rafa

PARIGI – Super spot per l’Accademia Nadal a Manacor nel giorno del compleanno del maiorchino. Ruud lo affronterà per la prima volta in un match non accademico. Due i fattori che gli giocano contro: il campo e l’esperienza

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Ero già pronto a fare una ricerca sui match più lunghi della storia del tennis, visto come si erano messe le cose, oltre tre ore di gioco fra Rafa Nadal e Sasha Zverev e non erano nemmeno finiti due set.  185 minuti per 24 game meno un un tiebreak (10 punti a 8) durato 18 minuti esatti: senza considerare le pause dei cambi campo la media per game sfiorava i 7 minuti (6,958333333…so che alcuni lettori sono pignoli).

Andando a quel passo il record del Roland Garros di Giustino-Moutet (2020), 6h e 05 m, victoire 0-6, 7-6, 7-6, 2-6, 18-16 sarebbe stato ridicolizzato e, en passant, anche quello  sulla distanza dei due set su tre stabilito nel 2009 nella semifinale di Madrid fra Djokovic e Nadal, 4 ore e 3 minuti, sarebbe stato polverizzato…se Rafa Nadal fosse riuscito a portare a termine la terza maratona in sei giorni.

 Otto ore e mezzo fra Aliassime e Djokovic, più altre tre ore nel giorno del suo compleanno, facevano già oltre 11, quando Zverev non sembrava per nulla disposto a fargli il suo regalo (salvo quando doveva mettere in campo la seconda di battuta oppure quando, sul secondo dei 4 setpoint consecutivi nel tiebreak condotto 6-2, aveva messo fuori una comoda volee di rovescio, quasi un rigore).

 

Già, proprio così. Nel drammatico momento in cui Zverev è finito a terraurlando di dolore per la distorsione alla caviglia destra – un’immagine davvero terribile con lui sdraiato che batteva i pugni a terra per essersi subito dolorosamente reso conto che la sua partita era finita proprio nel momento in cui un dritto lungolinea di Rafa conquistava il secondo tiebreak del match – il dubbio che il match potesse non avere un epilogo naturale sembrava decisamente più legato alla condizione fisica di Rafa Nadal che a qualcos’ altro.

Ho guardato le oltre tre ore del match, avvitato a un seggiolino della tribuna stampa accanto a Luca Marianantoni di Gazzetta e scambiando contemporaneamente di tanto in tanto impressioni whatsapp con mio figlio Giancarlo che a Firenze guardava l’appassionante duello alla tv – apprezzando su Eurosport la telecronaca dell’ottimo duo Federico Ferrero e Barbara Rossi – e vi posso garantire, scambiando commenti anche con altri vicini di banco, che non ero davvero il solo a pensare che continuando a quel modo difficilmente l’irriducibile Rafa l’avrebbe spuntata, se non avesse vinto nuovamente al tiebreak anche il secondo set mille volte pregiudicato da Zverev (ma un pochino anche da lui stesso in almeno deu break subiti). Ma, tuttavia, sono anche quasi sicuro che avrebbe giocato anche quel secondo tiebreak con lo stesso infinito coraggio del primo.

Mai dare per bollito Rafa, per carità, ma che fosse parecchio stanco mi pareva evidente. A Zverev, il fragile Zverev quando si trattava di chiudere un set, il primo come il secondo, sarebbe bastato nel prosieguo del match continuare a mantenere con pazienza e intraprendenza il pallino nei lunghi palleggi – 33 punti fatti su 53 negli scambi fra 5 e 8 palleggi, 20 su 36 in quelli con più di 9 palleggi – e perfino il fenomeno immarcescibile Nadal avrebbe prima o poi finito inevitabilmente la benzina.

Invece è successo quel che è successo. La scivolata dello sfortunatissimo  Zverev è stata rovinosa, il replay televisivo impressionante, rabbrividente. Ho avuto la sensazione che il malleolo avesse sfiorato l’argilla rossa. Mi sono subito augurato che non si fosse rotto i legamenti. Ma comunque sia andata, qualunque sia il verdetto, non gli ci vorrà poco a rimettersi, temo. Lo dirà l’ecografia. Ma secondo me sarà un mezzo miracolo se potrà riallenarsi come si deve prima di WimbledonEra iscritto a Halle (13 giugno), ma lì se lo possono scordare.

In quasi mezzo secolo da “voyeur” non ricordo di aver mai visto un tennista che, costretto al ritiro per un infortunio, fosse poi tornato sul campo con le grucce per stringere la mano all’arbitro, all’avversario e ufficializzare la resa.

 E comunque mai in un incontro di questa importanza, fra uno che aspirava –e aspira – a vincere il suo quattordicesimo Roland Garros e un altro che aspirava a diventare n.1 del mondo già due giorni dopo, cioè questa domenica (quando sulla carta avrebbe dovuto essere considerato favorito contro Ruud se…non avesse avuto paura di vincere).

 L’unica volta che avevo visto un giocatore, anzi due, entrare con le grucce su un campo da tennis fu uno scherzo: Ion Tiriac e Ilie Nastase qui sul Philippe Chatrier che al Roland Garros tornavano a giocare insieme da vecchietti per un match di leggende (quali certo sono stati e non solo in Romania).

Di ritiri per infortuni a seguito di cadute (e non di stiramenti o crami che sono cose diverse) ne ho visti invece alcuni (e, scusate il personalismo, uno anche vissuto di persona, ahimè, in finale a Forlì in un torneo di seconda categoria quando dopo 3 games il romano Bruno Orecchio mi giocò una diabolica palla corta sulla quale caddi peggio di Zverev senza essere Zverev: un mese di gesso in piena estate…e warning ancora adesso!) a cominciare da un Becker-Scanlon a Wimbledon 1984 con Boris sedicenne che contro il texano di 11 anni più anziano continuava a tuffarsi sull’erba come se fosse in piscina, finchè si fece anche lui una terribile storta e dovette abbandonare il match sul 6-2,2-6,7-6,1-2 per Scanlon. Accade l’anno prima di trionfare nel primo dei suoi tre Wimbledon (1985-1986-1989).

Di uscite dal campo in seggiola a rotelle qui ne ricordo due: la più recente qella di Kiki Bertens contro Sara Errani (2020) quando Sara perse 9-7 al terzo dopo aver servito invano 3 volte per il match, aver visto svanire un matchpoint e all’indirizzo dell’olandese che sui crampi sul campo ci aveva indubbiamente marciato un po’ disse frasi pesantucce assai (“Non mi piace essere presa per il c**o…”, fu solo la più gentile fra quelle).

Nel più lontano 2014 fu Shuai Peng a rimanere quasi paralizzata dai crampi agli US Open in semifinale con la Wozniacki e a dover uscire con la seggiola a rotelle. Assomigliò un po’ ai crampi che attanagliarono Stefano Pescosolido in Davis con il Brasile a Maceiò, quando rimase rigido come un baccalà e fu portato fuori a braccia.

Ma il mio ricordo forse più vivido è la finale di Coppa Davis a Mosca 1995, quando Pete Sampras vinse 6-4 al quinto con Chesnokov (che in semifinale aveva battuto Stich annullandogli 9 matchpoint!) con un dritto vincente nel colpire il quale finì per terra in preda ai crampi più spaventosi che io ricordi.

Miglior timing non poteva esserci… però fu portato anche lui fuori dal campo a braccia, come Pescosolido, perché non riuscì nemmeno a stringere la mano a Chesnokov e all’arbitro a fine primo match di quella finale che praticamente vinse da solo. Tre punti su tre. Infatti il giorno dopo Pete vinse il doppio al fianco di Todd Martin e nella terza giornata battè anche Kafelnikov. Sulla terra rossa lenta dell’Olympic Stadium e contro Kafelnikov e tutta Madre Russia non fu per nulla facile. Il mio titolo fu“La resurrezione di Pete”.

Già, perché sulla terra rossa di Parigi, quello stesso anno 1995 Pistol Pete aveva perso al primo turno. Dall’austriaco Gilbert Schaller.

Nel 1990, mio primo Australian Open per Tele+ ricordo che Gabriela Sabatini si era storta una caviglia nel corso di un match di terzo turno con la tedesca Claudia Porwik, ma venne ugualmente in seggiola a rotelle in sala stampa dopo che io avevo chiesto se era possibile intervistarla. Sei anni prima lei aveva arbitrato una finale del torneo giornalisti a Montecarlo fra l’argentino Guillermo Salatino e il sottoscritto (che le aveva fatto ottenere una wildcard al torneo junior di Santa Croce sull’Arno, naturalmente vinto). Credo che venne da me in segno di riconoscenza, anche se io non avevo insistito, pur essendo quello il mio primo Australian Open da “intervistatore ufficiale”.

Il Rebound Ace quando faceva caldo a Melbourne era terribile. Ci si restava appiccicati con le suole. Quell’anno – ma anche nei seguenti – ci furono diversi ritiri, non so più quante distorsioni e anche Mark Woodforde, il mancino dei due celebri Woodies, ne fu vittima.

Scusate tutte queste divagazioni che magari vi annoiano, ma le scrivo per mettere al servizio dei lettori una memoria storica che i più giovani non possono avere. Spero non disturbi. Se ne può certo fare a meno, magari non saranno interessanti, ma almeno li ho vissuti di persona e con il dito sul cellulare basta scrollare giù e leggere altro.

Del resto la cronaca dei due primi interminabili set l’ha già scritta per Ubitennis e in modo più che esauriente Vanni Gibertini.

Io posso solo aggiungere che non ricordavo di aver mai visto Nadal perdere il servizio 4 volte di fila (per prendere uno dei rarissimi 6-0 ne bastano tre…), anche se in due di quei servizi persi in una serie di ben 8 break in 9 games –situazione che per solito non si registra che in qualche singolare femminile e non fra giocatori capaci di battere sopra i 200 km orari – Rafa era stato avanti 40-15, nel secondo e nel sesto game di quel pazzo, anomalo secondo set. Né ricordavo di aver visto un giocatore della forza di Zverev, un aspirante in quel momento a diventare n.1 del mondo se fosse riuscito a vincere questo torneo… capace di perdere un set nonostante 4 setpoint consecutivi e di non chiuderne un altro quando ha servito per sul 5-4 e ha commesso ben 3 doppi falli, pur cercando di mettere la seconda palla in campo, con battute fra i 230 e i 240 km orari.

Mi sono detto in quei momenti: ma che potrebbe mai combinare il fragile Sasha se domenica fosse in finale e in lizza per diventare n.1 del mondo, ma non gli entrasse la “prima”? Ricordate Thiem-Zverev, finale US Open 2020?

Ecco, mi sono spiegato. Quella volta Zverev dominò i primi due set giocando con la stessa aggressività con cui ha giocato oggi i primi due, rovesci missili, ma anche dritti possenti e senza paura. La paura gli venne dopo. Anzi, si trattò di vera tremarella. 15 doppi falli e una serie di regali simili ad alcuni che ha fatto anche ieri con Nadal, sebbene non avesse alcuna intenzione di celebrarne il compleanno. C’era davvero anche parecchia umidità, sotto il tetto, palle più pesanti del solito –e a Rafa non piacevano davvero: “Non prendevano lo spin…” – la mano sudava, la segatura non usa più dai tempi di Lendl e a un certo punto al tedesco gli è pure volata via la racchetta in modo imbarazzante mentre voleva avventarsi su una palla per colpire un dritto senza misericordia.

Io confesso che pur avendo assistito da Montecarlo 2003 a 19 anni di “Rafa-legend” e  a non so più quanti suoi miracoli maiorchini –e davvero strepitosi, proprio miracolosi sono stati due spettacolari passanti di dritto nel tiebreak del primo set, uno incrociato e stretto, l’altro lungolinea sul quinto setpoint: solo quei due del magnifico repertorio Nadal valevano il prezzo del biglietto! – non mi sarei sentito di scommettere dieci euro sulla sua vittoria dopo quei due set interrotti così drammaticamente. Senza alcuna pietà e comprensione per i sogni di Sasha. Lasciatemi dire che si è trattata di una conclusione triste e ingiusta, anche se certo Nadal ha 14 anni di crediti da riscuotere. Ma, ripensandoci, non ne ha forse già riscossi parecchi?

Ripensandoci ancora: non solo Rafa ha vinto un match che probabilmente – mi scusino i tifosi di Nadal se la penso così nonostante l’indubbia fragilità di Zverev – avrebbe finito per perdere se si fosse protratto per altre due ore come sembrava dovesse, ma si è risparmiato anche quelle due o tre  ore (almeno!) che avrebbero potuto pesare moltissimo anche in caso di sua vittoria nel match di finale contro Casper Ruud.

Meglio di così, sia detto cinicamente, non gli poteva andare a fine di una giornata in cui non era stato brillantissimo e aveva subìto più che dettato gioco, fosse o no colpa della palle. Di certo giocava molto più corto del solito e questo aiutava Zverev a comandare di rovescio come di dritto. Per come è finita, davvero buena suerte senor Nadal, come dicono al suo Paese.

SPUNTI TECNICI: MARIN CILIC AO 2018, Lo sventaglio di dritto per l’assalto al titolo

Ruud ha già trovato in semifinale un Cilic già pago della semifinale raggiunta a caro prezzo a quasi 34 anni dopo la battaglia di cinque set con Rublev. Ha perso un set e dominato gli altri tre con l’intermezzo di 10 minuti della ragazza che ha pensato bene di incatenarsi alla rete per mandare al mondo un messaggio globale sulla necessitò di evitare l’eccessivo riscaldamento della terra. E ora il buon Casper non sa  quale razza di Nadal incapperà domenica. Il miglior Nadal? Un Nadal spossato per metà?

Di certo non potrà contare sulla sua collaborazione, né su quella del pubblico che sarà dalla parte del maiorchino come e più di sempre. Intanto è certo che la finale Nadal-Ruud è un’incredibile spot pubblicitario per l’Accademia di Nadal a Manacor.

Ruud ha cominciato a frequentarla 4 anni fa, quando il suo idolo era Rafa Nadal. Ora se lo ritrova per la prima volta di fronte in una partita vera e non in un allenamento… accademico (forse un tantino menomato, ma chissà se è vero) per l’appuntamento più prestigioso della sua carriera. Come reagirà. Da freddo nordico, quale sostiene di non essere –“Da ragazzino gridavo e spaccavo racchette…”?

Avrà una terribile pressione sulle spallelui che nell’ultimo anno e mezzo ha vinto più partite sulla terra rossa di chiunque altro, ma la freschezza della sua età e forse l’intima convinzione di non aver nulla da perdere, nonché la ragionevole presunzione che più il match andasse per le lunghe e maggiori diventerebbero le sue chances di successo, potrebbero equilibrare il fattore campo e il fattore esperienza. Due fattori che davvero non gli appartengono. 

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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Editoriali del Direttore

È morto Roberto Mazzanti, per 20 anni direttore di Matchball, la Bibbia dei veri appassionati di tennis

Tennis e giornalismo i suoi grandi amori. Sotto la sua guida saggia ed equilibrata hanno lavorato Rino Tommasi, Vittorio Piccioli, Viviano Vespignani, un giovanissimo Scanagatta. un imberbe Stefano Semeraro, il boy Luca Marianantoni e tanti altri. Era impossibile litigarci

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Aveva 82 anni, era stato colpito da un malore a gennaio. Purtroppo non si più ripreso Roberto Mazzanti, uno dei pochi, pochissimi giornalisti davvero signori, con i quali era impossibile litigare. Un uomo per bene. E non lo scrivo perchè ci ha lasciato, ma perchè è vero. E lo può dire e confermare chiunque lo abbia conosciuto.

Roberto era stato negli anni Settanta il direttore di Matchball (in edicola dal 1970 al 1996), la seconda rivista di tennis – dopo “Tennis Club” diretta da Rino Tommasi – per la quale poco più che ventenne avevo cominciato a collaborare, spinto dalla mia inesauribile passione per il tennis e per il giornalismo, gli stessi due grandi amori di Roberto. Per lui, come per me, era una passione romantica, senza mai l’ambizione di arricchirsi, ad alimentare quei due eterni amori.

Lui, bolognese, era cresciuto all’interno del Resto del Carlino dove era stato assunto inizialmente come correttore di bozze. Infatti, diventato poi redattore professionista del quotidiano bolognese, dividendosi fra le pagine della cronaca cittadina come dello sport – come sarebbe successo anche a chi scrive –  non avrebbe mai sopportato i refusi.

 

Non l’ho mai visto arrabbiato, mai perdere il controllo, mai alzare la voce. Un gentiluomo con aplomb british, mascherato da un moderato accento emiliano. Adorava guardare il tennis, non solo quello dei grandi – venne anche a vedermi giocare la finale di doppio dei campionati italiani di Seconda Categoria al Circolo Tennis Giardini Margherita, lui che frequentava la Virtus del presidente (anche FIT) Giorgio Neri – ma gli piaceva anche giocarlo. E lo ha fatto da dilettante fino a tempi anche recenti, sebbene avesse scoperto anche il golf e, negli anni, gli fosse venuta anche la passione per le automobili, la tecnologia, il loro evolversi.

Lavoravamo per lo stesso gruppo editoriale, la Poligrafici, ma io – più giovane e scapolo mentre lui era sposato – ero più  disponibile a sacrificare ferie e vacanze (a caccia di ospitalità o alberghi a due stelle) per andare a seguire il tennis nel maggior numero possibile di tornei.

Quindi per Nazione e “Carlino” accadeva che lui mi lasciasse il passo per gli Slam e che io lo lasciassi a lui per la Coppa Davis …che allora era una cosa seria, ma si esauriva in alcuni long-weekend e che potevano essere anche 5, 6 o 7 in un anno se l’Italia andava in finale come accadde per quattro anni su cinque fra il ’76 e l’80. Accadde anche che con quei ripetuti exploit dei nostri 4 moschettieri azzurri io mi ritrovassi a seguire insieme a Roberto anche quegli eventi a squadre.

Non esisteva Internet, né la composizione digital-elettronica e Matchball optò, anche per contrapporsi a “Il Tennis Italiano” che era un mensile, una cadenza quattordicinale. Usciva in edicole (sì, esistevano ancora…) ogni due martedì e sotto la guida di Roberto scrivevamo i nostri articoli Roberto, Rino Tommasi, Vittorio Piccioli, il sottoscritto, Paolo Francia, Viviano Vespignani e (diversi anni dopo) si sarebbe aggiunto, fra i tanti, anche Luca Marianantoni con tutti i numeri che si portava appresso. In redazione due giovani di belle speranze, Stefano Semeraro e Enrico Schiavina., Al lunedì mattina Matchball doveva essere “chiuso” in tipografia. La domenica sera…si finiva per scrivere editoriali, pagelle, statistiche, a notte inoltrata. Sempre facendo le corse, perché magari le partite, ai più diversi fusi orari, finivano tardissimo e la copertura era massiccia.  Per merito di tutto il team Matchball diventò ben presto la rivista leader e tale restò fino a che l’avvento di Internet, delle notizie on line, delle coperture televisive di più network, fece strage di gran parte delle riviste cartacee, impossibilitate a reggere la concorrenza sul piano della tempestività dell’informazione.

Roberto, giornalista elegante ed equilibrato, prediligeva i tennisti dal bel braccio, McEnroe, Panatta, Bertolucci (e più recentemente inevitabilmente Federer), Rino era prima innamorato di Rosewall e poi di Edberg, io stravedevo per l’arte e l’imprevedibilità di Nastase, per la grinta e i limiti tecnici di Connors oltre che per Boris Becker (per far da contraltare a Rino), quando sarebbe arrivato Luca avremmo annoverato nel team di Matchball anche un grande fan di Lendl.

Vabbè, vedete, anche adesso che Roberto ci ha improvvisamente lasciato affiorano nella mia mente tanti ricordi, tanti amichevoli dibattiti e lui che, con fare quasi ecumenico, mi diceva: “Dai Ubaldo scrivi le tue pagelle, falle un po’ tecniche, un po’ironiche, senza infierire mai troppo…anche se lo sappiamo tutti che se devi scrivere di promossi e bocciati, ai lettori piaceranno sempre più i voti bassi che quelli alti, quelli più critici che quelli pieni di elogi. Il mondo va così” diceva chiaramente dispiacendosene. E a quei tempi non esistevano ancora i leoni da tastiera, gli “webeti”. Che la terra ti sia lieve caro amico. E che tua moglie Anna, tuo figlio Luca, la tua nipotina adorata, sopportino con forza e coraggio il vuoto che lasci a loro e a tutti quelli che ti hanno stimato e voluto bene.

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Australian Open

Australian Open: Il fenomeno Djokovic è di un altro pianeta. Tsitsipas non poteva fare di più. Non è la parola fine sul GOAT

I fenomeni non sono stati solo tre, Djokovic, Federer e Nadal. Perché se si dà peso primario ai titoli Slam, Rosewall e Laver non possono essere ignorati. E perchè un solo anno, e non sempre, laurea il vero n.1

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Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

Non ho mai pensato che potesse finire diversamente. L’unico momento di dubbio l’ho avuto – insieme a Djokovic – quando entrambi abbiamo temuto che il suo problema alla coscia fosse un problema serio.

Così come gli altri due fenomeni, Federer e Nadal (elencati, a scanso equivoci, in ordine alfabetico), Novak Djokovic è di un altro pianeta rispetto a tutti gli altri contendenti. Come fenomeni sono stati nello sport più popolare – se cito soltanto i fenomeni del calcio, anziché altre discipline sportive, è perché è più facile che quasi tutti capiscano di che cosa parlo – Pelè a cavallo degli anni 60/70, Maradona un ventennio dopo, Messi e Cristiano Ronaldo nel terzo millennio.

 

Djokovic, Federer e Nadal (ancora in ordine alfabetico) hanno lasciato le briciole a tutti gli altri tennisti loro contemporanei. E l’hanno fatto con una continuità spaventosa, in un arco temporale inimmaginabile che ha spaziato fra i 15 e i 20 anni. Davvero incredibile.

Mentre i campioni Slam del passato una volta superati i 30 anni difficilmente riuscivano a restare competitivi per più anni,– salvo rarissime eccezioni: Rosewall, Connors, Agassi su tutti – mentre  qualche straordinario campione come Borg o McEnroe ha smesso di giocare o di vincere già a 26 anni – questi tre hanno continuato a dominare il resto della concorrenza come se fosse la cosa più normale del mondo. E tutti a sorprendersi, a meravigliarsi con infinito stupore quando ciò, a uno dei tre, ma mai a tutti e tre insieme, non succedeva.

Nel conquistare il meritato appellativo di “fenomeni” i tre supercampioni non si sono limitati a registrare un record dopo l’altro pur dovendosi affrontare fra le 50 e le 60 volte in pazzeschi testa a testa, dopo essersi inseguiti come i celebri duellanti di Conrad ai tempi di Napoleone ai 5 angoli/continenti del mondo sulle più varie superfici. Ma tutti e tre hanno dato dimostrazione di formidabili e superiori doti tecniche, atletiche, caratteriali, intellettuali, morali, umane. Ho forse dimenticato un qualche aspetto?

A trovar loro un vero difetto, come campioni e come uomini, personalmente ho sempre fatto fatica. Anche perché li ho conosciuti tutti da vicino e fin da quando hanno cominciato a cogliere i loro primi stupefacenti successi, quasi imberbi, a 16 e 17 anni. Quando anche un “parvenu” del tennis avrebbe intravisto le loro eccezionali qualità. Personalità intelligenza, simpatia, resilienza, determinazione, avevano tutto fin da subito. Le si potevano scorgere a occhio nudo, senza farsi condizionare dalla semplice precocità.

Forse proprio Djokovic, il più giovane dei tre e colui che sembra destinato a restare sulla breccia più a lungo degli altri, è quello – anche per le sue posizioni NOVAX (peraltro coerenti al massimo, diversamente da chi ha presentato certificati falsi assolutamente imperdonabili) – che ha sollevato più casi controversi. Talvolta nemmeno interamente per sue responsabilità. Il background della sua famiglia, l’educazione, lo stile di vita, sono stati diversi da quelli di Federer e Nadal.

Eppoi lui è arrivato dopo di loro, quasi un intruso, in un mondo che tennisticamente si era diviso all’80% fra federeriani e nadaliani. Per conquistarsi un posto, ha dovuto farsi spazio fra loro, impossessandosi di quel 20% che era rimasto ai neutrali. E dovendo giocare dappertutto con folle di tifosi più ostili che amiche. In patria è diventato un simbolo, un eroe, un semiDio. Fuori no. E’ stata dura, molto più dura che per gli altri due fenomeni conquistarsi un suo pubblico, un suo status internazionale. Lo ha potuto fare nel solo modo che lo sport consente: i risultati. Risultati assolutamente straordinari. Pian piano ha battuto i suoi leggendari rivali più volte di quanto di avesse perso. Pian piano ha autorizzato i suoi estimatori a inserirlo nell’eterno dibattito sul GOAT, sul più forte giocatore di tutti i tempi.

Non si metteranno mai d’accordo i tifosi dei tre fenomeni. Tutti avranno buoni motivi per sponsorizzare il loro fenomeno d’elezione. Chi privilegerà un’epoca ad un’altra, una strong era a una weak era (e qualche vuoto pneumatico al top dei competitor c’è stato per tutti e tre), chi lo stile e l’eleganza, chi la forza e la garra, chi la completezza, chi una superficie o un’altra. E qualunque conclusione verrà raggiunta sarà sempre ingiusta. Anche perché se in uno stesso anno possono cambiare in maniera pazzesca le cose – pensate solo al 2016 con i primi 6 mesi di Djokovic e i secondi 6 mesi di Murray – e figurarsi da un anno all’altro – pensate al 2017 e ai 4 Slam divisi fra i “risorti” Federer e Nadal che molti avevano già dati per finiti – se si dovessero confrontare pacchetti di più anni, in cui sono magari cambiate le attrezzature, le superfici, ogni paragone fra epoche diverse condurrebbe a emettere verdetti assolutamente discutibili, comunque superficiali.

Oggi, e chiudo questo lunga premessa, i fan di Djokovic ebbri di gioia per i 22 Slam che hanno consentito a Nole di eguagliare i 22 di Rafa Nadal e di “staccare” definitivamente i 20 di Federer sembrano aver buon gioco a sostenere che chi vincerà più Slam a fine carriera potrà tappare la bocca a tutti gi altri pretendenti al GOAT.

Ma non è così. Ken Rosewall, cui abbiamo dedicato un bell’articolo in questi giorni, ha vinto 8 Slam ma ne ha dovuti saltare – perché professionista per 11 anni – ben 44. E Rod Laver, unico campione ad aver realizzato due volte il Grande Slam (1962 e 1969, a sette anni di distanza, i suoi migliori 7 anni…), ha vinto 11 Slam dovendo saltare 20 Slam fra il 1963 e il 1967. Non potevano essere loro i GOAT? I fenomeni del tennis non sono stati solo tre.

Quelle ultime due lettere, A e T,  stanno per ALL TIME. Se allora ALL TIME, per i motivi su esposti, non si può dire, limitiamoci allora a dire chi sia stato il miglior tennista del mondo anno per anno. E solo in quel caso è più probabile che non ci si sbagli, anche se – ripetendo l’esempio fatto poc’anzi – se si prende in esame un anno come il 2016 nel quale Novak domina i rimi sei mesi, Andy Murray i secondi sei, e il computer ATP assegna il numero uno year-ending a Murray perché vince la finale del Masters…beh anche in quel caso siamo così sicuri che il verdetto fosse così inequivocabile, inappellabile? Una sola partita può decidere chi sia il miglior tennista di tutto l’anno, solo perché lo dice un computer che – cito per l’ennesima volta Rino Tommasi – “sa far di conto, ma il tennis non lo capisce?”.

Vabbè, torno sulla finale e sulla superiorità disarmante di Djokovic perfino al termine di un match non immune da pecche, da errori evitabili, da nervosismi quasi inesplicabili come quello che lo ha colto a metà del secondo set quando avrebbe potuto continuare a gestire tranquillamente il match come aveva fatto fino ad allora.

Tsitsipas non poteva far molto di più, salvo che – nel tiebreak del secondo set – evitare quei quattro errori di dritto, il suo colpo migliore andato improvvisamente…in barca.

Ma Djokovic, che è indiscutibilmente da anni il miglior ribattitore del mondo – e qui, su questo giudizio, credo possano essere d’accordo perfino i tifosi di Federer e Nadal – era stato ingiocabile sui propri servizi. Fino a quel game in cui Tsitsipas è riuscito – sul 4-5 del secondo set-  a conquistarsi contemporaneamente sia la prima palla break che l’unico setpoint Djokovic, aveva lasciato al più temibile dei suoi avversari la miseria di sei punti nel primo set in cinque turni di battuta (la sola volta che Stefanos era arrivato a 30 però Novak era avanti già 3-1 e 40-0) e nel secondo set 5 punti nei quattro turni di servizioMai Tsitsipas era ancora arrivato a 40.

Ok? Bene: c’è arrivato in quel frangente e sulla pallabreak-setpoint che fa Djokovic? Prima di servizio e dritto vincente.

Poi un tiebreak giocato maluccio da entrambi, perché sul 4-1 per Nole frutto di tre minibreak seguiti a 3 inattesi errori di dritto di Tsitsipas Nole ha prima regalato un insolito rovescio per lui banalissimo e poi ha fatto anche il secondo doppio fallo del suo match. Ma sul 4 pari ecco di nuovo Tsitsipas, evidentemente teso come una corda di violino, sbagliare un quarto dritto! Djokovic non se l’è fatto dire due volte e dal 4 pari al 7-4 è stato un gioco da ragazzi.

Qualcuno poteva illudersi che dopo il toilette break e l’unico servizio perso da Nole all’inizio del terzo set le cose potessero cambiare? Forse neppure l’irriducibile Tsitsipas. 

Dal 2 a 2 in poi Djokovic – che ribadisco essere il miglior ribattitore del mondo – tiene per 4 volte consecutive il servizio a zero: 17 punti di fila (contando l’ultimo che gli aveva dato il 2-1 in un game vinto a 15). Cui seguiranno gli altri primi tre del tiebreak che decide l’ultimo tiebreak in cui, giusto per non illudere Tsitsi e le migliaia di fan greci che non smettevano di gridare “Tsitsipas, Tsitsipas” – mentre fuori dal centrale la stragrande maggioranza nel garden davanti al mega schermo era invece serba (mica facile procurarsi i biglietti…) – Djokovic sale sul 5-0, subisce dopo 20 punti conquistati con il servizio un mini-break, ma poco dopo chiude con un dritto vincente sul terzo matchpoint.

Sì, mi scuso, ho riscritto una cronaca che Cipriano Colonna aveva già scritto brillantemente chiudendola su Ubitennis nei 5 minuti successivi alla conclusione, ma solo per sottolineare come oggi perfino un Djokovic che ha giocato senza fare troppe cose straordinarie, è stato assolutamente ingiocabile in 12 turni di servizio su 14 (salvo che sul 4-5 e sul primo gae del terzo set) ed è sempre stato fortissimo – sì, proprio come sempre – quando doveva rispondere.

I suoi record li abbiamo già ricordati dappertutto. Non credo serva scriverli ancora, prima di cominciare a pensare a che cosa potrà accadere nel regno di Nadal al Roland Garros. Novak ha perso un solo set nel torneo, ma perché con Couacaud al secondo turno gli faceva male la coscia sinistra. Però se fossi stato a Melbourne tutti i suoi dieci trionfi, i 22, i 93, le 374 settimane da n.1 (verso le 377 di Steffi Graf) magari avrei trovato un modo per ricordarglieli in conferenza stampa.

Qua dico soltanto….davvero not too bad! carissimo fenomeno Djokodiecivic.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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