WTA Toronto: una nervosa e discontinua Halep rimonta Pegula, in finale andrà a caccia del 24°titolo

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WTA Toronto: una nervosa e discontinua Halep rimonta Pegula, in finale andrà a caccia del 24°titolo

Simona Halep torna in finale al Canada Open dopo quattro anni, cercherà il primo titolo a Toronto nella sua 18esima finale ‘1000’

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Simona Halep – WTA Toronto 2022 (foto Gyles Dias via Twitter @NBOtoronto
 

[15] S. Halep b. [7] J. Pegula 2-6 6-3 6-4

Nella psicologia sportiva si utilizza spesso l’espressione nikefobia, termine di origine greca composto dalle parole nike e phobos, che significano rispettivamente vittoria e paura. Quindi unendo i due sostantivi in un unico concetto, ecco venire fuori quella sindrome che comunemente affligge gli atleti: ‘la paura di vincere’. Ebbene questo principio legato alla mentalità nello sport, è stato il vero leitmotiv della prima semifinale di scena a Toronto del National Bank Open presented by Rogers. Un match che ha visto prevalere la tds n. 15 Simona Halep sulla n. 7 del tabellone Jessica Pegula, in rimonta per 2-6 6-3 6-4 dopo 2h14, nel quale ci sono stati ben 11 game decisi ai vantaggi, di cui 5 nel terzo set (4 nei primi quattro giochi).

Ma soprattutto, ogni qualvolta si aveva la sensazione che una delle due protagoniste avesse sferrato il colpo decisivo, puntualmente l’altra riusciva a trovare energie inattese e a ribaltare l’inerzia. Basti pensare che l’americana ha avuto l’opportunità per salire sul 3-1 e servizio nella frazione finale, ritrovandosi invece sotto 4-2, o ancora non ha sfruttato due palle break in apertura di secondo parziale. Questa costante instabilità, che ha condizionato l’intero match, ha reso nervose le due giocatrici: specialmente Halep, quasi mai vista così su di giri, chiedere per credere alla sua povera racchetta. Alla fine l’esperienza ha fornito quello spunto in più alla rumena, complice una Pegula spentasi dopo una prima parte di gara dominata, con una performance in risposta e di dritto così opposta al resto della sfida difficilmente riverificabile. Tuttavia per Simona in ottica finale, c’è da registrare la seconda si servizio: 10 doppi falli, molti nei momenti più caldi, e solo il 44% di punti vinti.

 

L’ex n. 1 contro la vincente di Pliskova/Haddad Maia, andrà a caccia del 24°titolo in carriera, il nono a livello di categoria ‘1000’, nei quali quella di domani sarà la diciottesima finale in assoluto. Ritorna invece nell’ultimo atto del Canada Open dopo quattro anni, vittoria nel 2018 a Montreal su Stephens, e cercherà il terzo titolo – trionfò sempre nel Quebec e sempre contro un’americana, Keys, nel 2016 -. A Toronto vanta come miglior risultato, l’atto conclusivo del 2015 dove perse da Bencic; per la rumena è la seconda finale stagionale dopo il successo ad inizio anno a Melbourne su Kudermetova.

IL MATCH – Inizio da incubo per Halep, che nel primo game della partita commette due doppi falli da destra e più in generale vede la propria prima di servizio latitare parecchio: in un gioco da 8 punti per cinque volte la rumena è costretta a dover ripiegare sulla seconda. Dal canto suo ha invece tutt’altra partenza Pegula, che facendo leva sull’evidenti difficoltà dell’avversaria con il fondamentale d’inizio gioco ha un approccio alla sfida dirompente, attraverso una sistematica pressione imposta alla n. 7 del mondo mediante una favolosa risposta di dritto.

Jessica oltre a prendere immediatamente il controllo del punto, con queste ribattute eseguite in grande anticipo, dimostra fin da subito l’intenzione di variare maggiormente il gioco per evitare d’infilarsi negli scambi di resistenza e solidità da fondo, dove chiaramente l’ex n. 1 del ranking avrebbe vita sin troppo facile: così la statunitense modifica costantemente altezza e traiettoria delle proprie esecuzioni, alternando rovesci in top spin molto carici, con parabole abbastanza spinte, a quelli tagliati per fornire palle più basse e insidiose a Simo. Le straordinarie capacità difensive della tds n. 15 del tabellone, le permettono di salvarsi nel primo gioco del match annullando una palla break, che fa capire appieno la prospettiva del duello: una battaglia su ogni singolo quindici.

Anche se, nel terzo game ritornano i problemi in battuta per la due volte campionessa Slam: questa volta la prima opportunità è fatale all’allieva di Mouratoglou, con la 28enne di Buffalo che ancora supportata da una stratosferica abilità nell’anticipare la risposta di dritto – straordinaria da vedere quando riesce a mettere i piedi in campo – breakka e sale 2-1. Jes è brillantissima, nonostante ciò nel game successivo perde un po’ le misure del campo dalla parte del dritto, fino a quel momento scintillante, e Halep non si fa pregare arrampicandosi sul 15-40. A questo punto, tuttavia, i ruoli si scambiano ed è Pegula ad entrare in versione muro di gomma: la giocatrice a stelle e strisce risale la china frantumando anche una terza opportunità di contro-break ai vantaggi.

La 30enne di Costanza è stranamente nervosa, ed inevitabilmente i suoi nervi cedono all’intemperie dell’adrenalina e della rabbia dopo aver visto le chance per rimettersi in scia, sfumare via inesorabilmente. Inoltre continuano a materializzarsi enormi grattacapi per la due volte campionessa del torneo, a causa di un servizio totalmente fragile, soprattutto sulla seconda Simona è veramente in perenne agonia. Non è un caso infatti che la n. 15 WTA sia autrice di doppi falli a ripetizione, che mandano Pegula addirittura avanti sul 4-1 pesante con il secondo break sigillato a 0.

Con il set ormai compromesso, Halep perde pienamente le staffe scaraventando ripetutamente la racchetta sul campo. La n. 1 del tennis femminile d’oltreoceano sta semplicemente fornendo una prestazione perfetta, condita anche da una strabiliante verticalizzazione del gioco che la porta a mostrare tutte le sue eccezionali doti al volo nei pressi della rete. E così dopo 35 minuti, nei quali la regina di Wimbledon 2019 riesce appena in tempo a conquistare il suo secondo turno di servizio, l’americana vince 6-2 il parziale inaugurale.

L’inizio del secondo set sembrerebbe ripercorrere le stesse orme dell’avvio di gara, con l’attuale top 10 in campo a guadagnarsi immediatamente due possibilità per l’allungo, anche nella seconda frazione. Ma come accaduto in precedenza – ad inizio partita – Halep rimonta dal 15-40 e va sul 1-0 con un ace, perché il cuore di una campionessa non muore mai. Ecco che però arriva puntuale il momento di rottura rispetto all’andamento del set d’apertura, in questa circostanza la rumena fa subito sentire sulle spalle di Jes il peso delle occasioni mancate: la 30enne di Costanza trova finalmente profondità nei colpi, ma anche maggiore penetrazione a livello di timing, e può perciò centrare il primo break della sua partita.

Questo strappo, in verità, da inizio ad un frangente della sfida dove la qualità della contesa cala vistosamente: si susseguono infatti altri due break consecutivi con Simona che prima restituisce e poi si riprende il vantaggio. Tanti errori la fanno da padrona in questo momento, ma in particolar modo crescono e non poco quelli di Pegula, la quale gioca due turni di fila in battuta completamente disastrosi. Ebbene, dopo 31 minuti di secondo set, l’inerzia si è totalmente invertita ed è bastato un attimo per far sì che Halep volasse sul 4-1. Simo ora dovrebbe piazzare l’accelerata decisiva facendo fruttare i gratuiti della newyorkese, prima che l’americana si riprenda dal torpore nel quale si è imbrigliata dopo aver dominato il primo set; la rumena arriverebbe pure a due punti dal doppio break – in termini di punteggio sarebbe valso il 5-1 – ma manca di killer instinct.

Perciò è costretta a fronteggiare quattro break point nel settimo game, che avrebbero rimesso nuovamente tutto in discussione, ma per sua fortuna dopo 14 punti un po’ per demeriti della n. 7, un po’ per la propria forza di volontà di non mollare mai; la 30enne di Costanza mantiene la testa del set. Si giunge dunque al momento della verità, e pur tormentata dal 5 doppio errore della sua partita, Halep non si scompone e rimanda il verdetto al terzo (6-3 in 45 minuti).

I colpi della n. 15 adesso sono incisivi, ha ritrovato quella sua consueta forza nel palleggio prolungato da fondo: ora Pegula non riesce più a sfondare, a differenza del primo parziale dove era la rumena a dover fare gli straordinari per vincere un punto. E difatti la rottura della 28enne di Buffalo prosegue anche in apertura del set decisivo, l’ex n. 1 è in assoluto controllo gestendo alla perfezione ogni singolo quindici tra soluzioni piatte e colpi più lavorati.

Jessica capisce allora che deve provare a compiere il forcing finale, altrimenti l’avversaria non sarebbe più raggiungibile, e ritorna così a scompaginare i piani rumeni attraverso la smorzata. Ma il problema di Simona continua a riscontrare le proprie radici nella seconda di servizio, altri due doppi falli forniscono sul piatto d’argento, alla settima forza del seeding, il contro-break. Addirittura potrebbe verificarsi il terzo strappo in altrettanti game nel set, ma la possibilità di nuovo allungo rumeno si frantuma, così come rischia di fare la stessa fine la racchetta di Simona. Oramai siamo entrati nella fase ‘psicodramma’, la costanza negativa torna a far visita – 8 doppio fallo – ad Halep, che è vittima di un passaggio a vuoto: va sotto 0-40, ma Pegula spreca le tre occasioni più anche una quarta ai vantaggi, per via di un dritto sopito dalla sindrome della paura di vincere.

Potevamo essere 3-1 per l’americana, ed invece Jessica dopo le chance gettate al vento per la prima volta vede i propri nervi perdere di lucidità: parziale di 10 punti a 1 per la n. 15, con l’ennesimo ribaltamento del match che certifica il 4-2 in favore di Halep. Jessica ormai ha smarrito completamente l’impatto con palla e concede il doppio break, ma se pensate che siamo vicini alla conclusione vi sbagliate di grosso; Simona non ha il giusto cinismo e si fa recuperare uno dei due break. Tuttavia si procura due match point nel nono game, ma la racchetta dell’ex n. 1 percossa svariate volte sul terreno fa capire come ambedue non vengano sfruttati. L’ultima risorsa per Halep è rifugiarsi sotto l’asciugamano, estraniamento dalla realtà che porta i suoi frutti: il secondo tentativo di servire per il match è quello buono, il terzo match ball pone fine ad un terzo set a dir poco thriller.

IL TABELLONE DEL WTA 1000 DI TORONTO

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Australian Open

Australian Open, preview finale maschile: Tsitsipas per la storia, Djokovic per la leggenda. Entrambi per la prima posizione

Manca sempre meno alla finale più attesa, l’ideale. Il greco e il serbo si contendono pezzi di storia personale e mito, oltre che il n.1 del ranking

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Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic - Shanghai 2019 (foto via Twitter, @atptour)

[3] Stefanos Tsitsipas – [4] Novak Djokovic

Il torneo delle sorprese e delle rivelazioni, tra eliminazioni eccellenti e storie da ricordare, si è infine ritrovato nella finale che era più lecito attendersi, tra i due giocatori migliori delle due metà di tabellone, e che hanno sempre mostrato grande feeling con l’Australia. Stefanos Tsitsipas, dopo tre semifinali perse negli ultimi quattro anni, battendo Khachanov ha finalmente conquistato la prima finale qui all’Australian Open, la seconda in carriera in uno Slam (al Roland Garros, dove si fece rimontare due set di vantaggio da Djokovic…anche se nessuno dei due sembra ricordarlo), mostrando maturità e gestione della tensione. Per il serbo sarà il decimo atto conclusivo sulla Rod Laver Arena, con 9 vittorie su 9 finali giocate in precedenza, l’ultima nel 2021 contro Medvedev. Sarà inoltre la 33° finale in assoluto in un Major, curiosamente la sesta di fila contro un avversario che non ha mai vinto un torneo del grande Slam (l’ultima volta contro un giocatore già campione in precedenza fu contro Nadal al Roland Garros d’ottobre, nel 2020).

La vittoria di Nole domani, con la partita che inizierà alle 9:30 italiane, gli porterebbe in dote il ventiduesimo titolo dello Slam, andando così a raggiungere Nadal al primo posto per vittorie nei Major, scrivendo un’ulteriore pagina di storia, entrando sempre più nella leggenda. Tsitsipas avrà invece l’occasione di divenire il diciannovesimo vincitore Slam del XXI secolo, e del secondo millennio, il primo a vincere il titolo di battezzo all’Australian Open da Wawrinka nel 2014. Sul piatto ci sarà però anche la prima posizione in classifica, con il vincitore che da lunedì scavalcherà Carlos Alcaraz come n.1 del mondo; occasione che si ripete per il secondo Slam di fila, dato che anche Carlitos è salito sul gradino più alto del podio dopo la vittoria nella finale dello US Open contro Ruud. I precedenti parlano abbastanza chiaro: 10-2 a favore di Djokovic, che ha vinto gli ultimi nove, con l’ultima vittoria del greco a Shangai 2019; da notare che però dei sette incontri sul cemento, (5-2 per il serbo) Tsitsipas ha vinto due dei tre match outdoor, capitolando sempre indoor. Inoltre, l’unico precedente a livello Slam è sempre in una finale, quella famosa del Roland Garros 2021.

 

Alla luce di ciò, dell’esperienza e del gioco mostrato nell’arco del torneo, è quasi impossibile non figurarsi già le immagini del serbo che alza il trofeo sotto il cielo dell’estate australiana, eppure…Eppure Tsitsipas ha giocato un Australian Open d’esperienza e qualità, di eleganza e sostanza, superando sempre con successo gli ostacoli e mostrandosi maturo come mai era successo nella sua carriera probabilmente. Ha saputo gestire i vantaggi e le rimonte, i giocatori che amano il ritmo alto e quelli che si esaltano in scambi lunghi e poco intensi; soprattutto, potrà giocare il suo dritto a braccio sciolto, e il servizio a cuor leggero, perché domani il favorito non è lui. Novak Djokovic gioca praticamente ogni match con il pronostico dalla sua da 10 anni (salvo qualche incrocio con Nadal sulla terra), dunque pensare che soffra la pressione è quasi utopico, ma che abbia un calo lo si può opinare. Il n.4 del mondo ha perso finora solo 50 game (qui nel 2011 vinse lasciandone per strada solo 60, il quantitativo di game più basso concesso nella sua carriera negli Slam vinti), di cui solo 5 break. Numeri che manifestano netta dominanza.

Va però sottolineato che domani troverà il primo (non ce ne vogliano Paul, Rublev, De Minaur e compagnia) “vero” avversario, che possa realmente dargli filo da torcere e giocarsela a viso aperto, senza timore reverenziale. Il greco ha già dimostrato che può farlo, che sa affrontare le leggende senza guardarle dal basso ma da pari a pari, come dimostra l’opera d’arte compiuta contro Nadal ai quarti del 2021. Il n.3 del seeding dovrà cercare di servire benissimo e di piazzare bene la battuta, trovandosi contro il miglior ribattitore del circuito, oltre che sbagliare il meno possibile e cercare di essere più incisivo che può con il dritto. Una tattica per uscire dallo scambio, e non concedere a Djokovic il tempo di martellarlo sulla diagonale del rovescio (il chiaro tallone d’Achille) potrebbe essere usare lo slice per poi prendere la rete, così da costringere il serbo a un gioco veloce, frenetico, senza troppo margine per preparare i colpi. D’altro canto è verosimile che Nole sappia quanto sin da subito dovrà cercare il lato sinistro di Stefanos soprattutto con cambi in lungolinea, senza dargli così tempo per girarsi sul dritto. Dovesse andare su questi binari, decisi da Djokovic, allora bisognerà dare ragione ai bookmakers: 1,20 su Bet365 e Snai la sua vittoria, 1,23 su Sisal, con queste ultime due che pagano invece 4,50 volte la posta il primo Slam di Tsitsipas, contro il 4,80 di Bet.

In Grecia spereranno che per una volta le quote si sbaglino, come forse molti di coloro che si auspicano questo tanto decantato cambio generazionale. Tsitsipas non è nuovissimo a ribaltare i pronostici, ma domani dovrà compiere il suo capolavoro, alla prima finale a Melbourne Park. Il suo avversario, che forse potrebbe quasi essere definito “passato” dai meno attenti, la prima finale qui la giocò esattamente 15 anni e un giorno fa, il 27 gennaio 2008 contro Jo Tsonga (che ora si è ritirato). Sarà uno scontro di stili, epoche, gioco, totale si potrebbe definire. Come lo spettacolo che ne uscirà, questo è poco ma sicuro.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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Wilander sui Fab 4: “Vedremo se le rivalità del futuro saranno allo stesso livello”. Schett: “Non credo che a Djokovic manchi Federer”

Le parole degli opinionisti di Eurosport sul tramonto di un’era, e su quanto lascerà in eredità. “Novak sarà l’ultimo dei tre a giocare, grazie al suo corpo” dice Mats Wilander

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Mats Wilander e Barbara Schett

Il tennis, come tutti i grandi sport, vive dei grandi nomi che lo popolano, delle imprese, i momenti epici… e soprattutto delle rivalità. Le contrapposizioni tra grandi giocatori che alle volte quasi arrivano a prendere forma di complementarità e contemporanea distanza come yin e yang. Ma rivalità del livello di quelle dei Fab Four, la cui era sta ormai finendo, è difficile pensare di rivederne. “Ci mancheranno tremendamente“, spiega Matts Wilander dai microfoni di Eurosport, “penso che Novak sarà l’ultimo dei tre a giocare, grazie al suo corpo. Sembra essere in grado di affrontare gli infortuni che subisce. È così fresco, sembra così giovane, presumo batterà Federer anche nello sci (hobby che il campione svizzero ha ripreso a praticare dopo 15 anni, ndr), visto che Novak è cresciuto sciando. Ci mancherà“.

L’ex campione svedese sa quanto abbiano dato al tennis questi grandissimi, come prima aveva fatto lui insieme a Edberg e Lendl, e prima di loro Borg, Connors e McEnroe, o Sampras e Agassi subito dopo. In fin dei conti ci saranno altri grandissimi giocatori, altri duelli epici, ma varranno un Fedal o i 59 incontri di Rafa e Nole? La risposta dell’ex n.1 al mondo è chiara, ma lascia aperta una porticina: “Non dobbiamo preoccuparci che questi tre se ne vadano, perché si tratta solo di rivalità. Abbiamo visto Alcaraz e Jannik Sinner allo US Open lo scorso anno e per me è stato come “oh mio dio”, è tutta una questione di rivalità. La domanda è: ne avremo come le abbiamo avute con Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic. E Andy Murray“.

Barbara Schett, il volto di punta della cosiddetta “casa degli Slam” (almeno in TV), esamina lo stesso argomento, ma da una prospettiva diversa e più spinosa: cioè quanto e se realmente si possa dire che a un Novak Djokovic, ancora in piene forze sul circuito, manchi l’amico-rivale Roger Federer. Una questione non scontata, e che certamente vale la pena di considerare: “Novak ha detto che gli manca Roger nel Tour, ma quelle rivalità li hanno portati tutti e quattro dove sono oggi, a ricoprire il ruolo che hanno nel Tour in questo momento“.

 

Non credo che gli manchi Roger“, pizzica Schett, “probabilmente perché ha ottime possibilità di entrare nei libri di storia vincendo il maggior numero di titoli del Grande Slam di sempre. Certo, c’è Rafael Nadal, ma lui [Djokovic] è in ottima forma. Ha dei problemi ma non subisce infortuni gravi e sembra che il suo corpo stia davvero bene. Ed è anche ancora così motivato. 21 titoli del Grande Slam non sono sufficienti per Novak Djokovic ed è bello da vedere. Da un lato, probabilmente gli manca Roger Federer, ma dall’altro penso che probabilmente sia felice che non ci sia più“. Una disamina interessante della giornalista austriaca, che tratta chiaramente l’ipotesi di una felicità meramente sportiva, ma che considerando quanti titoli e quante vittorie si siano strappati a vicenda il serbo e lo svizzero, non è poi così azzardata.

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