La grande fuga dal Canada, da Djokovic a Sinner: strategia o un pessimo segnale per i 1000?

La parabola del Masters 1000 canadese: dai quarti stellari del 2009 al grande vuoto di oggi

Di Francesco De Salvin
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Jannik Sinner - Wimbledon 2026

L’estate nordamericana del tennis sta assistendo a un cambio di rotta epocale, un tempo impensabile per la stabilità del circuito ATP. Già, perché la tendenza dei migliori giocatori del mondo, ultimo dei quali Jannik Sinner, a rinunciare all’Open del Canada (che alterna annualmente la sede maschile e femminile tra Montreal e Toronto) per preservarsi esclusivamente per il Masters 1000 di Cincinnati e soprattutto per lo US Open si è definitivamente consolidata.

Il dato più fragoroso riguarda il tabellone di quest’anno dell’OPen del Canada, che a Montreal vedrà l’assenza in blocco di Jannik Sinner, Carlos Alcaraz e Novak Djokovic (e a fare da apripista sono state le recenti rinunce nel tabellone femminile di protagoniste come Jasmine Paolini, Karolina Muchova ed Emma Raducanu). Delle decisioni coordinate dalle circostanze, certo, ma che trasformano radicalmente la fisionomia di uno dei tornei più antichi del circuito (basti pensare che il torneo maschile si svolse per la prima volta nel 1881), un tempo baluardo inattaccabile di massima competitività.

I numeri della diserzione: quanti “No” dicono i big?

I numeri raccontano una realtà impietosa per gli organizzatori canadesi. Il forfait in blocco dei sunnominati top player evidenzia quanto l’evento soffra ormai di una sistematica emorragia di campioni. Per ritrovare l’ultima volta in cui i primi tre del ranking ATP hanno partecipato contemporaneamente al torneo canadese bisogna risalire addirittura al 2013. Il caso più emblematico rimane quello di Novak Djokovic, attualmente numero 7 del mondo, che ha trasformato la propria abituale rinuncia in una vera e propria scelta strategica: il serbo non gioca in Canada dal lontano 2018, preferendo concentrare le energie su Cincinnati— torneo da lui vinto in modo epico nel 2023 — e su Flushing Meadows.

Per comprendere l’evoluzione dell’albo d’oro e il progressivo calo di presenza dei big, ecco il quadro completo dal 2013 ad oggi:

AnnoVincitoreRanking ATP Vincitore
2013Rafa NadalNo. 3
2014Jo-Wilfried TsongaNo. 15
2015Andy MurrayNo. 3
2016Novak DjokovicNo. 1
2017Alexander ZverevNo. 8
2018Rafa NadalNo. 1
2019Rafa NadalNo. 2
2020Annullato
2021Daniil MedvedevNo. 2
2022Pablo Carreño BustaNo. 23
2023Jannik SinnerNo. 8
2024Alexei PopyrinNo. 62
2025Ben SheltonNo. 7

Sono quattro anni che un top 5 non vince il torneo, addirittura sette dall’ultima vittoria di un n.1 al mondo. Che ovviamente diventeranno otto, visto che Sinner quest’anno in Canada non ci sarà. Due delle vittorie più clamorose a livello 1000 degli ultimi anni, inoltre, sono arrivate proprio sui campi canadesi, con Carreno prima e Popyrin poi, vincitore pur essendo addirittura fuori dai primi 50. Un ulteriore dato di una parabola discendente per il torneo negli ultimi anni, che conferma la sempre minore appetibilità.

Il precedente della scorsa stagione: la prima vera fuga di massa

Provando a scandagliare ancor di più le radici di questo trend, occorre guardare a quanto accaduto già nel 2025, anno della prima vera fuga di massa favorita da un calendario compresso a sole due settimane dalle finali di Wimbledon. In quell’occasione, il torneo canadese perse contemporaneamente i “Big Three” del circuito maschile: Sinner (frenato da un problema al gomito rimediato proprio a Londra), Djokovic (alle prese con un risentimento all’inguine) e Alcaraz, a cui si aggiunse anche il forfait del britannico Jack Draper, lo scorso anno solido top 10. Il contagio colpì duro anche la WTA: il tabellone femminile perse giocatrici del calibro di Aryna Sabalenka e Paula Badosa.

Lo sfogo degli organizzatori e le ragioni di Sinner per non giocare in Canada

Ma a dare ulteriore concretezza a questo clima è stato l’ultimo recente forfait di Jannik Sinner dal Canada, giunto in accoppiata con quello del sunnominato Djokovic. Il numero 1 del mondo ha spiegato lucidamente di aver preso la decisione “per dare priorità alla salute” in vista di New York. Dichiarazioni che hanno incassato la formale comprensione, ma anche l’amarezza di Valerie Tetreault, direttrice del torneo di Montreal: “Rispettiamo la decisione, ma la frequenza di questi ritiri dell’ultimo minuto solleva una questione più ampia per il nostro sport. I fan si aspettano giustamente di vedere competere i migliori del mondo”.

Perché Cincinnati “vince” il derby del cemento

Dunque, perché Cincinnati continua ad avere la meglio sul Canada? La ragione non risiede nel fascino o nella storia, ambiti in cui l’Open del Canada (terzo torneo più antico al mondo dopo Wimbledon e US Open) non ha nulla da invidiare a nessuno. La spiegazione è tutta logistica e tattica. Posizionato nell’imminente ridosso dello Slam newyorchese, il Masters 1000 dell’Ohio rappresenta il trampolino perfetto per il cemento statunitense. Chi spende troppo in Canada rischia lo svuotamento fisico e mentale prima ancora di mettere piede a Flushing Meadows; chi gioca a Cincinnati, invece, può calibrare i ritmi sapendo di essere già alle battute finali della preparazione.

Un contrasto nostalgico: il leggendario 2009

Come se non bastasse, questa diffusa abitudine alla rinuncia fa stridere ancor di più il confronto con il passato e in particolare con un’edizione che è rimasta scolpita nei libri di storia del tennis moderno: quella del 2009. Quell’anno, il Masters 1000 canadese stabilì un primato unico e tuttora imbattuto nell’era ATP (dal 1990 ad oggi): tutti i primi 8 giocatori del seeding ufficiale riuscirono a qualificarsi per i quarti di finale. Un tabellone d’acciaio senza alcuna defezione ai vertici che regalò un venerdì indimenticabile con sfide da brivido: Roger Federer contro Jo-Wilfried Tsonga, Rafa Nadal opposto a Juan Martín Del Potro, Andy Murray contro Nikolay Davydenko e Novak Djokovic di fronte ad Andy Roddick (alla fine il torneo fu vinto da Murray).

L’utopia della regolarità e la nuova era del circuito

In quel tennis d’inizio millennio, la doppietta Canada-Cincinnati era considerata un passaggio d’obbligo, una prova di forza per dimostrare la propria supremazia sul cemento americano. Oggigiorno, con l’esasperazione atletica dei tagli di palla, le superfici sempre più esigenti e la gestione millimetrica dei carichi di lavoro, ritrovare una densità di quel livello nei quarti di finale di un Masters 1000 è diventata pura utopia. Sì, insomma, il circuito è cambiato e Cincinnati è rimasta l’unica vera “superstite” a raccogliere le ambizioni dei migliori al mondo, mentre il Canada si ritrova costretto a ripensare il proprio ruolo in un calendario ATP sempre più intasato e privo di sconti.

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