40 anni di Wta agli Us Open

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40 anni di Wta agli Us Open

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Steffi Graf batte Gabriela Sabatini e festeggia il Golden Slam

TENNIS US OPEN – Nel 40mo anniversario della WTA, ricordiamo i grandi momenti degli Us Open al femminile dal ’73. L’ultima vittoria di Billie Jean King, i record di Evert e Navratilova, il Golden Slam di Steffi Graf, le sorelle Williams.

Come molti di voi già sapranno, il 1973 è l’anno della nascita della WTA, acronimo di Women Tennis Association, ma ancor più sinonimo di pari diritti e pari opportunità nel tennis professionistico. E’ celebre e già raccontata (Wimbledon celebra i 40 anni della WTA, Uomini e donne sono uguali) la storia di come Billy Jean King guidò un gruppo di 63 tenniste, barricandole il 20 giugno in una stanza del Gloucester Hotel di Londra, per poi riemergere con i documenti legali che attestavano la nascita della WTA e quindi l’espansione a livello globale di quello che era stato il Virginia Slims Tour.

Gli US Open furono il primo slam, proprio nel 1973, ad assegnare pari montepremi per i tornei maschile e femminile e, in occasione del 40ennale dalla nascita della WTA, sul sito dello Slam americano compare un countdown che fino all’8 settembre svelerà ogni giorno un evento o un fatto significativo volto a celebrare i successi e la realizzazione di donne come giocatrici negli ultimi 40 anni. Sulla scia di questa simpatica ed interessante iniziativa, noi vi proponiamo un excursus temporale attraverso personaggi, match passati alla storia, primati raggiunti e curiosità.

 

1974 – L’ultimo trionfo a New York di Billie Jean King
E’ facile ricordare Billie Jean King più per le battaglie intraprese fuori dal campo che per i successi ottenuti in carriera, lei stessa in un’intervista del 1984, dopo essersi ritirata dalle competizioni in singolare,  esprime qualche rimpianto su ciò che avrebbe potuto realizzare se si fosse dedicata solo al tennis “A volte quando sto guardando una come Martina [Navratilova], mi ricordo quanto era bello essere la numero uno. Credetemi,  è il momento migliore nella vostra vita. Non lasciate mai che nessuno dica qualcosa di diverso…. il mio unico rammarico è che ho dovuto fare troppo fuori dal campo. In fondo, mi chiedo quanto sarei potuta essere brava se mi fossi concentrata solo sul tennis. ” Ad ogni modo, se non si fosse impegnata per i diritti delle giocatrici, lei stessa e molte dopo di lei avrebbero avuto meno opportunità e meno sostegno per portare avanti le proprie carriere”.
Vincendo il quarto US Open nel ’74 divenne la seconda tennista, dopo Margaret Court, a trionfare in una prova dello Slam a trent’anni compiuti, finendo nuovamente l’anno da numero uno secondo la classifica stilata dalla WTA.

1977 – Tracy Austin debutta agli US Open
Al suo debutto nello Slam Americano era già celebrata come un prodigio e forse in molti diranno che l’eliminazione della campionessa in carica degli Open di Francia, Sue Barker, non sia stata poi una così gran sorpresa. Di certo, l’allora 14enne Californiana che amava spazzolare le righe, divenne rapidissimamente la beniamina di casa, tanto da ricevere una telefonata del presidente Jimmy Carter alla vigilia del quarto di finale perso contro Betty Stove “Quando mi hanno detto negli spogliatoi che lui era al telefono, ho pensato che fosse uno scherzo” ha ricordato in un’intervista del 2007 con ESPN “Sono sicura di avere detto al massimo sette parole.”
L’anno successivo non riuscì ad aggiudicarsi il torneo, fermata nuovamente nei quarti, questa volta da Chris Evert, campionessa in carica da tre anni, ma nel ’79 interruppe il regno della collega statunitense aggiudicandosi la finale 64 63, divenendo la più giovane vincitrice dell’evento a sedici anni e nove mesi.  Austin, che divenne numero uno l’aprile dell’anno successivo, riuscì a vincere nuovamente il torneo nel 1981, di fatto il secondo è ultimo Slam vinto in singolare, battendo Martina Navratilova 16 76(74) 76(71).

1971-89 – I record di Chris Evert
Nei quarti di finale del 1987 Chris Evert veniva sconfitta  63 26 46 da Lori McNeil, perdendo per la prima volta in sedici anni prima delle semifinali. Ma questo non è l’unico record assoluto conseguito dall’americana nello Slam di casa, i suo primati iniziano quando aveva solo sedici anni e l’accompagnano fino alla fine della propria carriera nel 1989:
1975-1978 è l’unica donna ad aver vinto lo US Open su due superfici diverse (terra dal ’75 al ’77)
1975-1979 31 match e 46 sets consecutivi vinti
1975-1982 conquista 6 titoli di cui 4 consecutivi dal ’75 al ‘78
1975-1984 gioca 9 finali di cui 6 consecutive dal ’75 all’ ‘80
1971-1989 101 match vinti con una percentuale di realizzazione dell’ 89.38% (101-12)
Ai record conseguiti nel solo Slam americano se ne aggiungono molti altri che di fatto la proiettano tra le migliori tenniste della storia, basti pensare che nei confronti diretti con le tenniste dominanti della sua epoca ha un riscontro negativo solo nei confronti di Martina Navratilova (37-43), Tracy Austin(8-9) e l’emergente Steffi Graf (6-8, perdendo gli ultimi 8 incontri).

1987 – Martina Navratilova vince tutti e tre i titoli
In occasione del 100esimo anniversario del torneo, Martina Navratilova divenne la regina indiscussa dello Slam americano, aggiudicandosi la Tripla Corona, ossia tutti e tre i titoli: il singolare sconfiggendo Steffy Graf 76(74) 61, il doppio in coppia con Pam Shriver e il doppio misto assieme a Emilio Sanchez.
Val pena ricordare che durante tutta la durata del torneo singolare Martina non perse nemmeno un set, inoltre, l’allora 30enne cecoslovacca, vinse lo stesso giorno, a distanza di tre ore, il doppio e il doppio misto, dove assieme a Sanchez dovette fronteggiare due match points prima di aggiudicarsi il titolo al tie break del terzo set, sconfiggendo la coppia americana Betsy Nagelsen /Paul Annacone 6-4, 6-7 (6), 7-6 (12) “Quando abbiamo subito il break, Emilio mi ha detto che era molto nervoso, e lo ero anch’io, non solo per la partita, ma anche per la tripla. Lui non sapeva nemmeno che stavo per una tripla. E non avevo intenzione di dirglielo”.

1988 – Steffi Graf completa il  Golden Slam
Il 1988 è l’anno dell’impresa e a compierla è Steffi Graf, allora 19enne e già numero 1 dall’anno precedente. Quello di Steffi è un primato assoluto per l’era Open, prima di lei furono capaci di vincere tutti e quattro i tornei dello Slam nello stesso anno solo Margaret Smith Court nel 1970 e Maureen Connolly nel 1953, ma nessuna portò a casa anche la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Dopo essersi aggiudicata gli Australian Open e il Roland Garros, Graf riesce nell’impresa di interrompere il regno incontrastato di Martina Navratilova ai Championship, la cecoslovacca, aveva infatti vinto le ultime sei edizioni, totalizzando otto successi sui campi londinesi. Agli US Open trova in finale l’amica e rivale Gabriela Sabatini, l’esito dell’incontro è 63 36 61 che vale per Steffi la realizzazione di un sogno che si protrarrà fino alla fine del torneo Olimpico a Seul, dove conquistò la medaglia d’oro in singolare e il bronzo in doppio. Alla fine della stagione aveva totalizzato solo 3 sconfitte e realizzato una striscia di 47 vittorie consecutive, conquistando 10 titoli a cui vanno sommate le medaglie olimpiche.

1991-93 – Il dominio di Monica Seles
Dal Gennaio 1991 all’Australian Open del ‘93 Monica Seles si aggiudicò 7 titoli del Grande Slam su 8 finali disputate, tra cui i 2 US Open, rispettivamente ai danni di Martina Navratilova 76(74) 61 e Arantxa Sánchez Vicario 63 63, stabilendo un record vittorie/sconfitte di 55-1, pari al 98%, nei tornei del Grande Slam. In particolare, nel 92’, Seles si trovava stabilmente alla prima posizione mondiale, raggiunta con rapidità aggiudicandosi 30 titoli a partire dal suo debutto come professionista nell’ ’89, tra cui due Virginia Slim Championship ai danni di Martina Navratilova (’91 e ’92).
Il 30 Aprile del ’93, la tennista Jugoslava verrà pugnalata da un fan squilibrato di Steffy Graf durante il torneo di Amburgo. La ferita riportata per fortuna non fu troppo grave, ma l’episodio le provocò uno shock psicologico molto profondo, tanto da indurla ad abbandonare il professionismo per oltre due anni. Nel  ’95 decise di rientrare nel circuito vincendo agevolmente il torneo di Toronto, subito dopo arrivò nuovamente in finale agli US Open, dove perse una partita molto combattuta  contro la sua avversaria di sempre, Steffi Graf.

1997 – La scalata di Martina Hingis e Venus Williams
Alla vigilia della finale del ‘97 Martina Hingis, 17 anni non ancora compiuti, era già una giovanissima stella, capace di raggiungere nello stesso anno tutte le finali Slam, vincendo per altro gli Australian Open e i Championship. Venus, tre mesi più anziana della Hingis, era alla sua prima apparizione nel main draw del torneo e fino a quel momento non era mai andata oltre il secondo turno in un major.
La finale, non è stata in realtà un gran partita, Martina ha potuto approfittare della tensione e dell’inesperienza ad alti livelli della propria avversaria, aggiudicandosi il torneo senza intoppi e col punteggio 60 64. Ci sono però due aspetti importanti che caratterizzano quest’incontro: Venus è stata la prima afroamericana a raggiungere la finale di uno Slam dopo Arthur Ashe (trionfo cui è dedicato un capitolo di “Il successo è un viaggio”, la biografia del campione scritta dal nostro Alessandro Mastroluca) nel 1968 “Questo momento, nel primo anno dell’ Arthur Ashe Stadium, rappresenta lo stare tutti insieme, tutti hanno la possibilità di giocare” per Venus è stato un privilegio giocare nello stadio appena intitolato, inoltre quest’incontro rappresenta il cambio della guardia, da questo momento in poi né Graf né Seles disputeranno più una finale a New York, Martina si ripresenterà nelle due finali successive perdendo rispettivamente da Davenport e Serena, mentre dal 2000 al 2002 la conquista del titolo sarà quasi esclusivamente un affare di casa Williams, considerando anche la finale vinta da Serena su Davenport proprio nel 2000.

2001 – La prima finale in casa Williams
Difficile immaginare l’ascesa contemporanea di due sorelle al vertice del tennis mondiale, eppure loro ce l’hanno fatta, anche se la strada è stata lunga, con pazienza e dedizione sono arrivate in cima. Alla vigilia degli US Open del 2001 Venus aveva già conquistato tre titoli Slam, Wimbledon 2000 e 2001 e aspettava di riconfermarsi anche a New York, Serena invece solo uno, lo US Open del 1999. Era dal 1884, con la finale disputata a Wimbledon dalle sorelle Watson, che il trofeo di uno Slam non veniva assegnato in famiglia.
La partita non fu delle migliori, con Venus e Serena impegnate nel contrastare le proprie emozioni e un pubblico che a ragione non sapeva da che parte stare. Fu la prima finale trasmessa in prima serata e la curiosità di vedere le due sorelle contendersi il titolo attirò 23 milioni di spettatori, Diana Ross cantò God Bless America e fra il pubblico vi erano numerosi personaggi famosi. Venus si aggiudicò l’incontro 62 64, vincendo il suo secondo US Open.

2003 – Una finale tutta belga
Il 2003 è l’anno di Justine Henin e Kim Clijsters, le due belghe si erano già affrontate nella finale degli Open di Francia dove Justine aveva sconfitto la connazionale vincendo il primo titolo Slam della propria carriera. Ma ciò che si ricorda meglio di quell’anno non è tanto la finale, quanto la semifinale tra Henin e Capriati, tenutasi appena 18 ore prima e durata 3 ore e 3 minuti. Capriati, tre volte campionessa Slam e di certo la favorita del pubblico, si trovava avanti di un set e di un break prima che Henin prendesse in mano la situazione vincendo cinque giochi consecutivi, l’ultimo dei quali la portò avanti di un break nel terzo parziale. In un emozionante finale, Capriati, dopo essersi riportata in vantaggio, può servire per l’incontro, ma due errori gratuiti di troppo consentono a Henin di trascinarla al tie break, dove finalmente riuscirà ad aggiudicarsi un posto in finale.
La fatica della semifinale non impedisce a Justine di ottenere il titolo, battendo in due set la connazionale Clijsters  75 61 “Non sapevo se sarei stata in grado di competere e lottare al 100%. E’ difficile quando si deve giocare una finale Slam e si hanno solo venti ore per recuperare. Sono sempre stata una grande combattente”. Henin vincerà nuovamente gli US Open nel 2007 come prima testa di serie, Clijsters da parte sua ebbe modo di rifarsi vincendo il titolo tre volte, nel 2005 e dopo essere rientrata nel circuito nel 2009 e 2010.

2004 – Il match che segnò la svolta
I quarti di finale del 2004, disputati tra Serena Williams e Jennifer Capriati furono teatro di un’infinità di chiamate contestate e colpi al fulmicotone. Di certo il match ha soddisfatto le aspettative degli spettatori, ma rimane storica la chiamata del giudice di sedia Mariana Alves, che tramite overrule chiamò fuori un perfetto rovescio vincente della Williams, nonostante non ci fossero state chiamate dai vicini giudici di linea. Gli errori arbitrali condussero Serena a perdere la partita 26 64 64, consentendo a Capriati di recuperare dal set di svantaggio.
Dopo il match Serena si palesò infuriata “Sono molto arrabbiata e amareggiata adesso” “ Mi sento tradita, dovrei andare avanti? Mi sento derubata”. A fronte del replay televisivo la USTA non poté fare a meno di scusarsi e il giudice Alves fu interdetta dall’arbitrare altre partite nel corso del torneo.
Questo match è considerato lo spartiacque che ha condotto all’utilizzo dell’occhio di falco durante gli incontri; dopo una serie di test effettuati nel 2005, l’ITF ha approvato il sistema di controllo e gli US Open sono stati il primo slam ad introdurlo già nel 2006, concedendo ai giocatori due chiamate per set.

2006 – Navratilova senza età
“Tutte le ere hanno i loro grandi giocatori, ma Martina sta a cavallo di varie ere come la più grande” a dirlo è Billy Jean King e come darle torto? Questa campionessa, già leggenda, ha avuto la grinta per rimettersi in gioco a cinquant’anni e vincere uno slam in doppio misto con Bob Brian, sconfiggendo in due set, 62 63, i cechi Kveta Peschke e Martin Damm. “Si possono fare grandi cose indipendentemente dalla vostra età se ci si crede e, sai, se lo si desidera” ha detto dopo l’ultimo dei suoi sedici titoli agli US Open “Non fatevi limitare dalle persone che dicono: ‘No, non puoi farlo perché sei troppo vecchio o perché sei pesante o non sei un atleta.’ Qualunque siano le vostre limitazioni, non lasciate che vi definiscano. Io non l’ho permesso”. Un altro record che si perde fra quelli già registrati in carriera.

2009 – Il ritorno di Kim
Dopo tre anni di assenza dalle competizioni Kim Clijsters fa centro al primo colpo, aggiudicandosi il primo torneo Slam a cui prende parte, divenendo il primo giocatore, uomo o donna, a vincere gli US Open entrando con una wild card. Con appena sette partite ufficiali alle spalle è riuscita nell’impresa di sconfiggere Marion Bartoli, Venus, allora terza testa di serie e Li Na, per poi aggiudicarsi, in semifinale, lo scalpo di Serena con un perentorio 64 75. In finale Clijsters troverà Caroline Wozniacki e completerà la sua improbabile corsa al titolo battendo la danese 75 63.
La cerimonia di premiazione è ricordata come una delle più toccanti, dove Kim condivide la gioia col marito e la piccola Jada, all’epoca di soli diciotto mesi. Clijsters è riuscita nel compito eccezionale di conciliare la vita privata, la famiglia e la maternità con la propria carriera, prima di lei solo Evonne Goolagong vantava il primato di Mamma Slam, dopo essere divenuta mamma nel ’76, vinse Wimbledon nel 1980.
Nel 2010 Kim difende il titolo battendo una spaesata Vera Zvonareva 61 62, inoltre viene nominata WTA Comeback Player of the Year nel 2009 e WTA Player of the Year nel 2010, nel 2011 tornerà in vetta alla classifica WTA dopo aver vinto gli Australian Open.

2011 – Esther Vergeer vince il suo ultimo US Open
Il 2011 vede l’ultima apparizione di Esther Vergeer a Flushing Meadows, la tennista olandese viene considerata la giocatrice che ha dominato maggiormente uno sport, tanto da diventare un’icona e un esempio di determinazione sia per i diversamente abili che per tutti gli atleti di qualsiasi disciplina. A fine carriera, nel 2012, il suo palmares conterà 700 vittorie, di cui 470 consecutive fino all’ultima apparizione nelle competizioni ufficiali, avvenuta alle Olimpiadi di Londra, dove ha conquistato la medaglia d’oro in singolare e doppio. In totale ha vinto 160 titoli in singolare e 133 in doppio, fra cui, in entrambi i casi, 21 sono Slam, tutti quelli a cui ha partecipato. Il suo dominio come numero uno, si è esteso dal ’99 fino al febbraio 2013, quando ha annunciato il ritiro dal professionismo.

2012 – Il quarto US Open di Serena
L’estate del 2012 è stata sicuramente magica per Serena Williams, reduce dalla vittoria a Wimbledon e dalla due medaglie d’oro, singolare e doppio, conquistate alle Olimpiadi di Londra, la vittoria agli US Open non poteva che essere la ciliegina sulla torta ad una stagione che sembrava partita male, con l’infortunio alla caviglia patito a Brisbane e la sconfitta al primo turno del Roland Garros per mano di un’incredibile Virgine Razzano.
Battendo Viktoria Azarenka, dopo aver recuperato un deficit di 3-5 nell’ultimo è decisivo set, con la bielorussa a due punti dal match, Serena è diventata la quarta donna a vincere gli US Open dopo aver compiuto i trent’anni, unendosi a Margaret Court (31), Martina Navratilova (30) e Billie Jean King (30), inoltre, questo febbraio è diventata la più anziana numero uno di sempre.

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Chi l’ha visto? Ernests Gulbis, Mr Genio e Sregolatezza

Ripercorriamo la carriera di uno dei tennisti più talentuosi e meno continui dell’ultimo ventennio

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Ernests Gulbis - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Questa rubrica nasce come approfondimento su tennisti che negli ultimi anni sono stati dimenticati a causa della loro clamorosa discesa nel ranking ATP, nonostante qualche stagione prima fossero stati in grado di raggiungere l’elite del tennis mondiale. Cerchiamo di capire le ragioni di questo calo e soprattutto diamo un occhio al futuro, per ipotizzare se un grande ritorno è possibile.

La prima puntata è dedicata a uno dei più grandi talenti degli ultimi anni, Ernests Gulbis. Un giocatore che ha fatto parlare di sé non solo per i suoi risultati sul campo ma anche per alcune vicissitudini nella sfera privata che hanno probabilmente contribuito a una caduta da cui il lettone pare non avere più la forza di rialzarsi. Girovagando tra un challenger e l’altro, negli ultimi anni è quasi caduto nell’anonimato. Uno status quasi assurdo per un tennista che sette stagioni fa, nel 2014, chiudeva da numero tredici del mondo dopo aver raggiunto la sua prima semifinale Slam nel giugno dello stesso anno a Parigi. Dopo quel risultato, si era addirittura issato fino alla decima posizione del ranking ATP.

I PRIMI EXPLOIT

Personaggio per certi versi fuori dagli schemi, Ernests Gulbis si affaccia al grande tennis per la prima volta allo US Open del 2007. Il lettone, senza testa di serie, mette in riga Potito Starace, Michael Berrer e soprattutto Tommy Robredo senza perdere nemmeno un set. Lo spagnolo addirittura si presentava a quell’edizione dello US Open da testa di serie numero otto, ma Ernests gli concederà la miseria di sei game. Agli ottavi la sua corsa s’interrompe contro Carlos Moyà in quattro set in un match condizionato dal vento e dalla scarsa precisione con il dritto, colpo che ha sempre costituito il punto debole di Gulbis.

 

Grazie soprattutto a questo exploit, Gulbis finisce per la prima volta in carriera la stagione dentro la top 100, precisamente al numero 61. Dopo alcuni mesi di up and down il talento di Riga, al Roland Garros del 2008, si presenta definitivamente al mondo del tennis raggiungendo i quarti di finale, favorito anche da un tabellone alla portata. La testa di serie più alta che elimina è James Blake, numero 7 del mondo, al secondo turno. Da buon americano nato negli anni ‘80 James non ha mai amato la terra battuta e ha vinto due partite consecutive al Roland Garros solo una volta in carriera, nel 2006. Successivamente Ernests sconfigge Lapentti nettamente per ripetersi al turno successivo contro Llodra. Si arrenderà a Novak Djokovic, in quel momento numero tre del mondo e all’ombra dei suoi rivali Federer e Nadal, in tre set equilibrati.

La terra battuta sarà la superficie preferita di Gulbis durante tutta la carriera. Dotato di un ottimo servizio e un rovescio a due mani fantastico (potesse prestarlo a Berrettini, vincere uno Slam sarebbe tutt’altro che un miraggio!) il lettone ha sempre avuto nel dritto il colpo chiave del suo tennis. Il movimento (attuale, poi vi spiegheremo il perché di questa puntualizzazione) è molto particolare; la mano sinistra è protesa in avanti con il palmo aperto come a indicare la pallina, mentre il braccio destro porta la testa della racchetta nel punto più lontano raggiungibile. Questa esecuzione, criticata da molti, è sempre stata più efficace sulla terra dal momento che ha più tempo per preparare il movimento.

Ma Ernests, sin da giovane, conferma che non gli si può chiedere di essere continuo per 52 settimane all’anno. Il suo tennis, puramente offensivo, è in grado di produrre fiammate che possono creare molti grattacapi ai migliori. Soprattutto a Federer; lo svizzero ha sempre sofferto il gioco del lettone. Con il rovescio Gulbis ha grande manualità e dunque soffre poco lo slice di Roger che, dovendo tenere la diagonale senza l’aiuto del suo amato back, va spesso in difficoltà. Poi, nelle giornate migliori, Ernests era in grado di dare un buon top spin alla palla anche con il dritto, obbligando Federer a rimanere lontano dalla riga di fondo.

Ernests Gulbis (foto Art Seitz)

Così, nel giro di due settimane, prima a Madrid (siamo nel 2010) Federer si salva vincendo contro il lettone 6-4 al terzo mentre la settimana seguente, sulla terra battuta più lenta di Roma, lo svizzero è costretto alla sconfitta all’esordio (7-5 al terzo set). La corsa di Gulbis però non finisce qui, dal momento che si arrenderà solo in semifinale al futuro campione Rafael Nadal a cui strapperà perfino un set. Così, all’inizio del Roland Garros del 2010, Gulbis sembra pronto a spiccare il volo. Dopo alcune stagioni d’alti e bassi, il lettone ha 24 anni e pare aver trovato la sua dimensione. D’altra parte non gli era mai accaduto di giocare due quarti di finale consecutivi in un 1000.

La fortuna, però, non è dalla sua parte. Un infortunio al bicipite femorale lo costringe a ritirarsi al primo turno del torneo parigino e dovrà aspettare un anno e mezzo per assaporare ancora la vittoria in un torneo dello Slam.

IL PRIMO RITORNO

Dopo una prima discesa fuori dalla top 100 a causa di altri problemi fisici, Gulbis torna nuovamente a prendersi la scena e a dare l’illusione a tutti gli appassionati che il futuro è suo. Il 2014 è l’anno migliore della sua carriera. Vince l’Open 13 a Marsiglia, raggiunge i quarti a Indian Wells e Madrid e si aggiudica il sesto torneo della carriera sulla terra battuta di Nizza. All’inizio del Roland Garros 2014 si trova nella stessa posizione di quattro stagioni prima, quando dopo una grande prima parte di stagione le aspettative su di lui per il secondo Slam dell’anno erano molto alte. Questa volta non delude: gioca il torneo della vita e agli ottavi di finale batte nuovamente Roger Federer, al termine di una battaglia in quattro set in cui il lettone gioca senza alcun timore reverenziale. Si conferma una piccola bestia nera per lo svizzero. Ancora una volta la sua corsa non si ferma dopo la vittoria su Federer: tritura in tre set Tomas Berdych e si arrende solo al quarto set contro Novak Djokovic. Il lunedì che segue la fine del Roland Garros festeggia il best ranking, numero 10 del mondo.

È l’inizio della fine. Non solo dopo la sconfitta con Djokovic perde il prize money di 557.000 dollari in un casinò in Lettonia ma da quel momento la sua discesa sarà inesorabile. Quel 2014 sarà l’ultimo anno concluso nei primi cinquanta giocatori del mondo.

SWEET ILLUSIONS

Dal 2016 a oggi Gulbis ha finito solo un anno, il 2018, tra i primi 100 – precisamente al 95° posto del ranking. Nonostante questi numeri impietosi, Il talento di Riga non era sparito completamente dal tennis di alto livello prima dell’inizio della pandemia. Qualche exploit nel corso degli anni lo aveva piazzato, ma quello che li era mancato era la continuità. Continuità che pareva aver trovato a inizio 2020 quando all’Australian Open si era spinto addirittura al terzo turno dopo aver eliminato al primo turno Felix Auger Aliassime. Qualche settimana dopo avrebbe conquistato anche il challenger di Pau battendo in finale Jerzy Janowicz, un altro grande talento falcidiato dai troppi infortuni. In quel momento si poteva pensare che forse Ernests, dopo anni di limbo, potesse almeno tornare stabilmente in top 100 ma è arrivata la sospensione del tour e da quel momento il suo livello è sceso talmente tanto da non riuscire più a qualificarsi per alcun tabellone principale di Slam.

Allargando il discorso, dalla ripresa del tour all’ultimo US Open, contando anche le qualificazioni, Ernests ha perso ben 27 partite e ne ha vinte solo 16. È bene sottolineare come di queste 16 vittorie solo 6 sono arrivate nel tabellone principale di un torneo, ma tutte a livello challenger; nessuna a livello di circuito maggiore.

Ernsts Gulbis al World Team Tennis

In questo modo la situazione è precipitata e la sua classifica attuale è numero 193 al mondo. E se negli anni scorsi almeno entrava nel tabellone principale di tutti i Challenger, ora deve addirittura passare dalle qualificazioni anche nei tornei minori.

ATTRAVERSO LE FORCHE CAUDINE

Dal 2015, anno in cui è iniziata la sua discesa, Gulbis ha frequentato moltissimi tornei Challenger e, nonostante il grande talento, non ha ottenuto nessun particolare risultato se si eccettua la vittoria a Pau nel 2020. Questo probabilmente per tre ragioni: in primo luogo, rispetto alla stragrande maggioranza di chi frequenta i tornei minori, Gulbis ha giocato sui campi più belli e importanti al mondo, quindi soffre di più probabilmente il fatto di giocare in piccoli campi senza o con poco pubblico. Inoltre la sua famiglia è la terza più ricca di tutta la Lettonia, quindi spesso si trova davanti giocatori che a differenza sua hanno disperatamente bisogno di quella vittoria per continuare a giocare. In più, è importante sottolineare come il livello di questi Challenger non è assolutamente basso. Basti pensare che lo stesso Gulbis nel 2020 ha perso per ben quattro volte in poche settimane contro Aslan Karatsev che qualche mese dopo si sarebbe spinto fino alla semifinale dell’Australian Open.

Da questo punto di vista, è molto interessante un pensiero espresso da Novak Djokovic alcuni anni fa: “A livello di colpi non c’è differenza tra il numero uno e il numero 100. È una questione di chi ci crede di più e chi vuole maggiormente la vittoria. Quale giocatore è mentalmente più forte? Quale giocatore combatterà più duramente nei momenti importanti? Queste sono le cose che fanno la differenza in un campione”. Queste parole si addicono perfettamente al caso di Gulbis. Oggettivamente Karatsev non è così tanto più forte di Ernests da batterlo ben quattro volte consecutive in due mesi. È una questione di testa. Aslan giocava con il coltello tra i denti mentre Gulbis, purtroppo, non riesce a uscire dal pantano dei Challenger in cui i valori tecnici sono più azzerati. Come a dire, se gioca contro il numero 150 sul centrale di Parigi ha più chance di batterlo rispetto allo stesso match giocato su un campo semi-vuoto in un challenger.

RAPPORTI BURRASCOSI

Anche la carta d’identità non sorride di più al lettone. A trentatré anni non è il momento migliore per dover giocare le qualificazioni anche nei Challenger. Infatti un problema durante la sua carriera sono stati anche gli infortuni, che probabilmente si possono collegare a una preparazione spesso superficiale.

Non solo ho preso cattive decisioni, ma più che altro non ho prestato attenzione a quello che facevo, a come trattavo il mio corpo, a come mi allenavo” disse Ernests prima del Roland Garros 2014 che si è rivelato il torneo della vita fino a questo momento. Le cose probabilmente da questo punto di vista non sono migliorate. Per dare una scossa alla sua carriera, nel 2016 si è allenato per qualche mese con Larry Stefanki, ex allenatore tra gli altri di McEnroe, Rios, Gonzalez e Roddick. La loro collaborazione non era intesa per tutti i tornei ma per aiutare Gulbis a migliorare il dritto grazie a un movimento più corto e fluido. “Voglio che il mio dritto sia solido tanto quanto il mio rovescio” aveva affermato Ernests. 

La scelta di affidarsi a Stefanki era stata considerata come un serio tentativo da parte del lettone di tornare al top. D’altronde, l’americano aveva aiutato McEnroe a tornare in semifinale a Wimbledon nel 1992 dopo anni in cui John non otteneva più grandi risultati e, quando seguiva Roddick, era riuscito a insegnare a Andy lo slice di rovescio che lo avrebbe poi aiutato nella sua corsa fino alla finale di Wimbledon 2009. Seppur le premesse sembrassero buone, e nonostante un movimento di dritto rinnovato, Gulbis non è riuscito a tornare ai suoi livelli.

Ernests Gulbis (FOTO DI FABRIZIO MACCANI)

Il coach con cui sicuramente ha avuto il rapporto più lungo e duraturo è Gunter Bresnik: i due hanno lavorato dal 2012 al 2016 e poi dal 2018 fino al 2021. Il coach austriaco sembrava la persona ideale per Ernests, rigido e molto disciplinato, ma probabilmente non se l’è sentita di dedicare tutta la sua attenzione a Gulbis che qualche anno fa era dispiaciuto di essere passato in secondo piano quando Dominic Thiem, anche lui allenato da Bresnik, aveva conquistato la top 10. “Ho deciso di rimanere con il tennista che lavora più duramenteaveva spiegato il coach austriaco molto schiettamente.

FIAMMATE D’AUTORE

Da quella semifinale a Parigi nel 2014, Guibis ha regalato ancora qualche sprazzo del suo talento. Nel 2015 a Montreal, contro Djokovic che stava giocando forse il suo miglior tennis di sempre, ha avuto a disposizione due match point per sconfiggere il serbo in due set ma è poi stato sconfitto al terzo set. Nel 2017 a Wimbledon aveva battuto Del Potro per arrendersi ancora a Djokovic al terzo turno e, sempre ai Championships, ma nel 2018, si era spinto fino a gli ottavi battendo Zverev al terzo turno, allora già numero quattro del mondo. Fino all’Australian Open del 2020, torneo in cui – come abbiamo già detto – era arrivato al terzo turno. “Ogni due anni riesco a fare un bel torneo. Vediamo dove posso arrivare questa volta” aveva detto dopo la vittoria contro Bedene al secondo turno degli Australian Open 2020, “poi mi prendo una pausa per altri due anni” aveva aggiunto sorridendo.

Questi exploit dicono che Gulbis è un giocatore da grandi palcoscenici. Deve provare a tornare a calcare i campi più importanti al mondo perché è lì che trova il suo miglior tennis. E può tornare solo a essere stabilmente un top 50 se si dedica totalmente al tennis. Affidandosi a un coach che creda totalmente in lui. Prendendosi cura dei dettagli. Così, lentamente, può cominciare a vincere Challenger e superare qualche turno nei tornei ATP per riaffacciarsi negli Slam.

Anche dal punto di vista della personalità, con mille contraddizioni, è un personaggio che spiccherebbe in questi tempi in cui vige la diplomazia. “Rispetto Federer, Djokovic, Nadal e Murray, ma tutti e quattro sono noiosi. Le loro interviste sono noiose. È Federer che ha iniziato questa moda con la sua immagine di svizzero gentleman” disse Gulbis nel lontano 2013. Non c’è dubbio che il tennis abbia bisogno di personalità come Ernests; quindi seppur sia molto difficile da immaginare, non abbandoniamo la speranza di rivederlo ad alto livello.

Articolo a cura di Marco Lorenzoni

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ATP

ATP Anversa: Sinner supera Musetti e continua la corsa alle ATP Finals

Dura solo un set la resistenza di Lorenzo Musetti. Jannik Sinner vince il derby italiano in due set

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Jannik Sinner - Anversa 2021 (foto Twitter @eurppeanopen)

Sinner b. Musetti 7-5 6-2

Va a Jannik Sinner il derby italiano tra lui e Lorenzo Musetti. Il numero 12 del mondo, e testa di serie numero 1 del torneo, legittima il suo status di favorito della vigilia con una prestazione in crescendo, dimostrando come tra lui e Musetti attualmente ci sia una discreta differenza di livello, specialmente sul veloce. Buonissimi segnali comunque per Musetti, che nonostante la sconfitta ha giocato un’ottima partita contro un avversario di grande livello, e ha mostrato notevoli progressi rispetto agli ultimi disastrosi mesi sul cemento.

Non era la prima sfida assoluta tra i due, che si erano già sfidati in occasione della semifinale delle pre-qualificazioni degli Internazionali d’Italia 2019, vinta da Sinner con il punteggio di 6-7(5) 7-6(6) 6-3. Una partita durissima fisicamente e dal tasso tecnico estremamente elevato per un allora 18enne Sinner e 17enne Musetti. Non si sono mai incrociati in partite di livello ATP prima di questa partita, con Musetti che per arrivare qui ha ottenuto contro Mager al primo turno la prima vittoria davvero convincente dal Roland Garros.

 

Chi inizia meglio è sicuramente il tennista toscano, che dimostra da subito una grande concentrazione al servizio, che gli fa passare senza intoppi i primi game. In risposta Musetti è anche il primo ad avere palla break, guadagnata con un rovescio lungolinea spettacolare. Sinner però fa valere il suo peso palla superiore e si toglie l’impaccio con il servizio. Il livello di gioco si mantiene alto per tutto il proseguimento del set, con Musetti che nonostante qualche “cavallo” in meno di potenza rispetto a Sinner riesce a gestire sempre bene lo scambio.

La sfida si gioca per gran parte sulla diagonale di rovescio, la preferita di entrambi, in cui Musetti dimostra di riuscire a tenere testa al suo più quotato avversario. La prima palla break di Sinner arriva sul 5-5, causata da un errore marchiano di dritto del carrarese. E’ quella decisiva, Musetti tenta un coraggioso serve&volley sulla prima ma commette un brutto errore a rete, il primo del match, che lo condanna a cedere il servizio. Pochi problemi invece per Sinner nel chiudere il set sul suo servizio.

Sinner inizia il secondo set sulla spinta del finale del primo, mostrandosi sempre più solido e sempre più presente all’interno dello scambio. La qualità in risposta dell’altoatesino è aumentata col passare dei minuti e si guadagna anche la prima palla break del secondo set, rimontando da 40-15. Musetti dimostra però ancora una volta la sua grande personalità e ritenta il serve and volley, questa volta annullando la prima palla break.

Ritorna il pericolo per Musetti, che si affida ad un servizio oggi molto efficace e riesce a chiudere un game molto complicato. La diagonale che però sta cambiando la partita a favore di Sinner in questo secondo set è quella di dritto, in cui il numero 12 del mondo è molto più potente, preciso e soprattutto meno falloso. Proprio il dritto tradisce Musetti nel terzo game, con due errori non forzati consecutivi che consegnano il primo break del secondo set al suo avversario.

Sinner tiene il servizio senza troppi problemi e si fa di nuovo minaccioso nei turni di battuta di Musetti. Il semifinalista di Acapulco è molto più in difficoltà a gestire il ritmo ora elevatissimo di Sinner, che lo sbatte da un lato all’altro del campo con i suoi colpi. L’altoatesino sfrutta un Musetti ormai sfiduciato e rimedia il secondo break della partita, decisivo per la vittoria finale. Jannik ha la possibilità di chiudere nel settimo game con il terzo break consecutivo, ma sui due match point è bravissimo Musetti a reagire con un ace e uno splendido dritto vincente lungolinea. Il verdetto però è solo rimandato.

Sinner chiude così al primo match point sul suo servizio, sfruttando un rovescio in rete di Musetti e vola nei quarti di finale contro Arthur Rinderknech. Un avversario ostico per una partita che si preannuncia non facile, con l’unico precedente tra i due vinto dal francese negli ottavi di Lione di quest’anno. Musetti tornerà invece a giocare a Vienna, dove usufruirà di una wild card per il tabellone principale.

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Flash

WTA Tenerife: Giorgi avanza nonostante due penalty game!

Al termine di un match incredibile Camila la spunta nonostante ripetute ammonizioni. Al secondo turno giocherà con Kovinic

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Camila Giorgi a Wimbledon 2021 (Credit: AELTC/Ian Walton)

Camila Giorgi ha conquistato il passaggio al secondo turno del Tenerife Ladies Open in una partita rocambolesca come poche nella quale ha ricevuto ammonizioni a ripetizione, arrivando persino a dover cedere un punto e ben due game per le intemperanze sue e del padre Sergio.

La tennista marchigiana ha sconfitto la spagnola Alione Bolsova per 7-6(4) 3-6 6-4 in un match durato ben oltre le tre ore durante il quale ci sono state parecchie proteste da parte di Camila per le chiamate dei giudici di linea. Il primo warning era arrivato per una discussione prolungata da parte di Sergio Giorgi con l’arbitro, proseguita anche dopo che l’ufficiale di gara aveva invitato a terminare la conversazione. Poi ne sono arrivate altre per abuso di palla e per aver lanciato la racchetta nella rete, peraltro nemmeno troppo lontana dal raccattapalle, rischiando quindi una squalifica diretta.

Dopo aver vinto il primo set in volata al tie-break, Giorgi si era portata in vantaggio per 3-0 “pesante” nel secondo set, ma è stato proprio in quel momento che il nervosismo di Giorgi è arrivato al culmine, rimediando “warning” a ripetizione fino al penalty game del 3-2. Bolsova ha sfruttato il nervosismo della giocatrice italiana mettendo a segno una serie di sei giochi consecutivi che le hanno consegnato il secondo set.

 

Nella terza partita Giorgi ha ripreso il controllo del match, salendo fino al 5-2, ma poi facendosi “strappare il servizio” per colpa di un altro penalty game proprio quando avrebbe dovuto servire per il match. Fortunatamente per lei, Camila è poi riuscita a conquistare il game finale su servizio di Bolsova chiudendo quindi questa incredibile partita.

Giorgi, testa di serie n. 4 del torneo, se la dovrà vedere al secondo turno con la macedone Danka Kovinic (n. 74 WTA), contro la quale non ha mai giocato in match ufficiali.

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