Halep, Stephens, Bouchard: di chi è il futuro?

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Halep, Stephens, Bouchard: di chi è il futuro?

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TENNIS AL FEMMINILE – Halep, Stephens e Bouchard sono in questo momento le tre giocatrici più giovani  nelle prime venti del ranking. La precocità nel raggiungere risultati di una certa importanza è garanzia di grandi carriere? Un confronto con il recente passato.

“Io l’avevo detto molto tempo fa”.
Quante volte leggiamo nei post frasi simili, che comunicano l’orgoglio di chi rivendica un giudizio lungimirante? E’ una delle cose che sembra fare più piacere agli appassionati di tennis (ma per la verità non solo a loro).
E così, quando una giovane si fa notare ad inizio carriera, per molti sembra quasi inevitabile cercare di prevedere fino a che punto saprà spingersi. Entrerà in top ten? Potrà vincere un grande torneo, magari perfino uno Slam?

Al di là delle pure sensazioni, come procedere per definire un giudizio?
A me sembra estremamente complicato riuscire ad esprimersi con certezza. E infatti difficilmente lo faccio. Ma come potrei, se il più delle volte non riesco ad arrivare a conclusioni che risultino davvero convincenti innanzitutto per me stesso?
Ecco perché, di fronte ad un tema con così tante incognite, ho pensato che una possibile risposta sul futuro si potesse provare a scoprire nel passato. No, non è un paradosso: è il tentativo di provare a ricercare nelle stagioni trascorse situazioni simili; non per avere risposte inequivocabili, ma se non altro per ricavare almeno indirizzi di massima.

 

L’articolo di oggi fa riferimento alle tre giocatrici più giovani attualmente presenti nella top 20. Si tratta di Halep, Stephens e Bouchard. Numero 5, 16, 19 del ranking di questa settimana.

Per fare un confronto analogo, ho proceduto in modo abbastanza semplice. Ho recuperato le classifiche a ritroso (di due anni in due anni) per poter valutare che cosa hanno effettivamente ottenuto in carriera le tre più giovani presenti nella top venti del marzo 2012, 2010, 2008, sino al 2000.
Nella prima tabella trovate i ranking relativi al marzo degli anni pari dal 2014 sino al 2000. In giallo sono evidenziate le tre giocatrici più giovani, quelle a cui fare riferimento.

Tabella 1 migliori giovani per stagione wta

Nella tabella successiva trovate ulteriori informazioni. A sinistra, con lo sfondo giallo, i dati “fotografati” al giorno del ranking rilevato, senza alcuna informazione successiva, in modo da renderli paragonabili a quanto sappiamo oggi di Halep, Stephens e Bouchard.
A destra, nella parte celeste, ci sono i risultati migliori di carriera; i migliori risultati possono essere successivi come precedenti alla data di riferimento. In caso il miglior ranking raggiunto sia precedente, compare con un asterisco. Ad esempio: nel marzo 2012 Wozniacki era numero 6 del mondo, e dato che il suo best ranking (1, come noto) è di fine 2010 compare con un asterisco, ad indicare che è stato raggiunto in una stagione precedente.

Tabella 2

Che cosa si nota da questi numeri?
Direi che per prima cosa salta all’occhio l’aumento dell’età media delle giocatrici. La precocità diventa sempre meno spiccata. Ma questo non ci aiuta per il futuro.

Dati più utili: se escludiamo gli anni più lontani e ci limitiamo alle stagioni più recenti, si vede che non è facile confermare le speranze, e che ad oggi sono poche quelle che sono riuscite ad arrivare ad una vittoria Slam. Delle giocatrici che compaiono in questa tabella dal 2006 in poi, per il momento ce l’hanno fatta solo Sharapova, Ivanovic, Kvitova e Azarenka. Tutte le altre “giovani” (o ex giovani) sono ancora alla caccia del primo Major. Alla portata di quasi tutte risulta invece la top ten e la semifinale Slam. Una buona probabilità si può assegnare anche al raggiungimento della finale. Ma l’ultimo passo, quello della vittoria, sembra di gran lunga più difficile da compiere.

Da questi dati sembrerebbe quindi che Halep dovrebbe avere ottime speranze di migliorare il suo quarto di finale Slam; mentre Bouchard e Stephens potrebbero davvero farcela ad entrare nelle prime dieci. Quasi di sicuro almeno una delle due.

Vorrei anche segnalare una stagione in particolare, perché consente di introdurre un aspetto che considero importante. Mi riferisco al marzo 2008. Di quelle giocatrici, solo Radwanska si è confermata, per le altre la carriera ha riservato più amarezze che soddisfazioni. Vaidisova, precocissima (è l’unica che compare già a 16 anni, nel 2006) si è ritirata a vent’anni. Szavay è stata perseguitata da problemi fisici, e ha annunciato il ritiro l’anno scorso.
Se aggiungiamo che il quarto nome per età del 2008 è quello di Tatiana Golovin (anche lei ritirata per irrecuperabili problemi alla schiena) si capisce che la gioventù e il talento non sempre garantiscono carriere di successo.La salute è un fattore determinante per uno sportivo, e i malanni sono in agguato. E questo rende ancora più difficile fare previsioni. E proprio in questi giorni Simona Halep sta affrontando problemi al piede che rallentano la sua ascesa.

Prima di chiudere non voglio sottrarmi ad un parere del tutto personale. Lo esprimerò in termini molto sintetici, anche perchè di Halep e Stephens mi sono occupato di recente in modo più approfondito.
Ho scritto sopra che al momento non riesco a costruire ragionamenti che mi convincano  davvero ad esprimere certezze sul futuro delle nostre tre protagoniste; e quindi il mio giudizio, non è su chi vincerà di più tra Halep, Stephens e Bouchard, ma sul loro tipo di gioco.

Per il mio gusto personale, scelgo Stephens. Al momento è la più discontinua, al punto da apparire in alcune occasioni svogliata in campo. L’altra sera ha subito un terribile 6-1, 6-0 da Wozniacki.
Mi spiace non aver trovato il filmato del coaching avuto a Doha con il suo preparatore atletico (Annacone, il suo attuale coach, non la seguiva in quel torneo): sembrava realmente infastidita dalla situazione, il suo atteggiamento era quello di chi avrebbe voluto stare ovunque piuttosto che al cambio campo di una partita di tennis. E però nelle giornate di voglia a me piace la sua capacità di giocare a tutto campo, avendo a disposizione molte soluzioni differenti, sia offensive che difensive; poi apprezzo molto anche la sua naturale abilità nello stare a rete e colpire di volo.

Al secondo posto metto Halep: mi conquista la parte tattica del suo tennis, estremamente lucida e razionale. Però mi piacerebbe avesse una maggiore capacità di sorprendere con colpi inattesi; fatto salvo forse per il passante in corsa di dritto (gliene riescono alcuni davvero quasi impossibili) trovo il resto del gioco perfino troppo logico.

Terza Bouchard.  Adesso sta arrivando il difficile, perché dopo la semifinale agli Australian Open è diventata uno “scalpo” di prestigio: la sconfitta a Miami con un’altra emergente (6-1, 1-6, 2-6 da Svitolina) indica che è dura confermarsi. Molto disciplinata, solida da fondo (meno di volo), credo che per il momento la chiave dei suoi migliori risultati sia stata soprattutto la forza mentale. Io però ho una predilezione per i tennisti che non riescono a mascherare del tutto le loro debolezze psicologiche, e che mi fanno partecipare di più ai loro stati d’animo.  Altrimenti non potrei “sopportare” giocatrici come Petra Kvitova, o ricordare con tanto rimpianto Ana Mandlikova.

Ecco, questi sono i miei giudizi, esclusivamente basati sull’affinità tennistica; per questo non sarei sorpreso se in molti la pensano diversamente da me.

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Alla prova dei fatti, stagione WTA 2019

Da Amanda Anisimova a CoCo Vandeweghe, top e flop delle previsioni avanzate all’inizio dell’anno

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Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Il primo gennaio avevo pubblicato un articolo dal titolo “WTA, chi migliorerà nel 2019?” con indicati i nomi di alcune giocatrici che pensavo sarebbero progredite nel corso dell’anno; ora che il calendario WTA è ufficialmente concluso, è arrivato il momento della verifica.

Prima di controllare, però, è necessario un chiarimento. Il ranking di partenza utilizzato non è quello che WTA definisce “Year-End” e che esce all’inizio di novembre. Le previsioni erano state fatte due mesi dopo, e nel frattempo alcune tenniste avevano giocato tornei ITF, determinando spostamenti in classifica non sempre trascurabili. Fare finta di nulla non mi sembrava corretto; ecco perché avevo deciso di utilizzare i dati del 31 dicembre 2018. Per esempio Potapova e Gasparyan erano migliorate, mentre Sabalenka aveva peggiorato, a causa dell’uscita dei punti vinti nel primo torneo del 2018.

Ripensandoci, mi sono reso conto che sarebbe stato meglio usare la classifica della settimana precedente alla scadenza dei primi tornei di gennaio, ma ormai è andata così; lo terrò presente per il futuro.

 

Non so se sono riuscito a spiegarmi, è sempre difficile sintetizzare i meccanismi del ranking. Ma non è poi così grave, in fondo questi articoli sono soprattutto una scusa per parlare di alcune giocatrici. E adesso cominciamo la verifica, seguendo l’ordine dell’articolo di gennaio.

CoCo Vandeweghe
ranking 31 dicembre 2018: n°100
ranking  4 novembre 2019: n°332
Differenza: – 232
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata, ma con notevoli attenuanti
Un disastro, almeno per le regole del nostro articolo. In realtà quest’anno Vandeweghe non ha giocato a tennis per problemi fisici: un complicato infortunio al piede destro l’ha tenuta fuori dal Tour per sette mesi. Il suo primo match è stato addirittura il 30 luglio nel torneo di San Josè, quando ormai la stagione si avviava verso la conclusione.

Al rientro era scesa al numero 638 della classifica; da allora ha intrapreso il cammino di recupero, grazie ad alcune wild card e a impegni nei tornei ITF, che le hanno permesso di risalire 300 posti in poche settimane. Il difficile arriverà al momento di attaccare i piani più alti del ranking.

Amanda Anisimova
ranking 31 dicembre 2018: n°96
ranking  4 novembre 2019: n°24
Differenza: + 72
Qualità/difficoltà della previsione: media
Dopo le imprese compiute quest’anno, oggi tutto sembra chiaro ed evidente, e consideriamo la posizione di Anisimova a inizio stagione ampiamente sottostimata. Ma quando si parla di una giocatrice di 17-18 anni (nata il 31 agosto 2001) non si può mai essere certi che non arrivino crisi di crescita.

La semifinale del Roland Garros, persa rocambolescamente contro la futura campionessa Barty, le aveva permesso di salire a ridosso delle prime venti (numero 21), poi la seconda parte di stagione è stata segnata dalla morte del padre, che era anche suo coach, con inevitabile forfait agli US Open e un finale di stagione in Asia con soli tre match.
Sarà straordinariamente interessante scoprire come funzionerà la nuova collaborazione tecnica con Carlos Rodriguez, ex coach di Justine Henin e di Li Na.

Kristyna Pliskova
ranking 31 dicembre 2018: n°94
ranking  4 novembre 2019: n°66
Differenza: + 28
Qualità/difficoltà della previsione: bassa
Se qualcuno ha presente l’articolo “gemello” dello scorso anno, forse ricorderà che la Pliskova mancina era stata una delle mie scelte sbagliate. Numero 61 nel gennaio 2018, aveva concluso la stagione oltre 30 posti indietro. Davvero un regresso eccessivo, che mi ha spinto a scommettere nuovamente su di lei: troppo invitante la posizione di partenza.

Alla fine Kristyna è tornata all’incirca dove era due stagioni fa. Siamo però ancora lontani dal numero 35, best ranking di carriera del luglio 2017. A 27 anni compiuti (è nata il 21 marzo 1992) non me la sento più di scommettere su un progresso nel 2020, anche se continuo a pensare che con più serenità nell’affrontare i punti importanti dei match potrebbe stare in posizioni di classifica migliori.

Anastasia Potapova
ranking 31 dicembre 2018: n°93
ranking  4 novembre 2019: n°93
Differenza: nessuna
Qualità/difficoltà della previsione: sbagliata
La stagione di Potapova è la conferma di quanto detto per Anisimova: di fronte a giovani emergenti per le quali tutti prefigurano un futuro radioso, le crisi di crescita sono sempre possibili. Dopo gli oltre 140 posti guadagnati nel 2018, Potapova non è riuscita a continuare sulla stessa linea, e si è fermata esattamente alla stessa posizione di partenza.

Nel 2019 il meglio lo ha raccolto sulla terra rossa, eliminando Sevastova a Praga e Kerber al Roland Garros. Poi, se si esclude la vittoria per ritiro contro Zhang, non è riuscita a sconfiggere altre Top 50, e questo dato un po’ preoccupa. Resta il fatto che condannarla per una stagione opaca è molto prematuro, visto che stiamo parlando di una giocatrice nata il 30 marzo 2001.

Margarita Gasparyan
ranking 31 dicembre 2018: n°92
ranking  4 novembre 2019: n°87
Differenza: + 5
Qualità/difficoltà della previsione: facile
Giudico facile la previsione perché Gasparyan al numero 92 del ranking era, sul piano tecnico, sottostimata. Alla fine, almeno formalmente, i numeri mi danno ragione, ma in sostanza è stata una stagione di stasi. E, ancora una volta, per guai fisici: non solo a causa del ginocchio sinistro di cristallo, ma anche per malanni vari che nel 2019 l’hanno portata a ben 5 ritiri a match in corso.

Cinque ritiri su 41 partite disputate sono quasi un record, e danno la misura della sua fragilità. Eppure sarebbe bastato uno stop in meno, quello di Wimbledon, e forse parleremmo in modo diverso del suo 2019. Invece un problema al quadricipite ha fermato Margarita al secondo turno dei Championships mentre conduceva su Svitolina (7-5, 5-5). La stessa Svitolina sconfitta qualche giorno prima a Birmingham (6-3, 3-6, 6-4) e che a Londra sarebbe arrivata in semifinale. Sliding doors…

a pagina 2: Le giocatrici fino alla posizione 40

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WTA Finals: ombre cinesi

Ashleigh Barty ha confermato il primato nel ranking vincendo il Masters 2019, ma l’organizzazione WTA non è stata all’altezza dell’importanza del torneo

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Elina Svitolina e Ashleigh Barty - WTA FInals 2019 Shenzhen

Si annunciava un Masters 2019 molto interessante, ricco di protagoniste con stili di gioco differenti e con nuove rivalità capaci di accrescere l’attenzione degli appassionati. Invece, alla prova dei fatti, la grande attesa si è risolta in un torneo zoppicante. Le prime due favorite, Andreescu e Osaka, non hanno nemmeno concluso il round robin per problemi fisici; si sono alzate parecchie lamentale per le caratteristiche del campo; e a conti fatti ci sono state addirittura quattro rinunce, tra forfait e ritiri. Insomma, il primo Masters cinese ha avuto più ombre che luci (che comunque non sono mancate). Cominciamo dalle condizioni di gioco, che hanno fatto discutere come non mai.

La “velocità” del campo
Dopo l’esperienza delle Finals 2018, caratterizzate dal lentissimo campo di Singapore (vedi nel dettaglio QUI), era inevitabile che si volesse sapere il prima possibile quali fossero le condizioni di gioco nella Arena di Shenzhen. Intervistate dopo gli allenamenti preparatori, le giocatrici hanno definito le condizioni di gioco “lente”. È stato l’inizio di un dibattito che è proseguito per tutta la settimana.

La questione è tornata ripetutamente nelle domande dei giornalisti presenti sul posto, negli articoli di chi ha scritto le cronache dei match, ma anche sui social media e sui forum di appassionati, inclusi quelli di Ubitennis. È del tutto comprensibile, perché si tratta di un tema importante, con significative conseguenze sul torneo. Penso però che per affrontarlo sia necessario cercare di essere più precisi e dettagliati, anche se alcuni passaggi risulteranno noiosi. Ma sono indispensabili per capirsi.

 

Parlare genericamente di velocità del campo, infatti, non è sufficiente per individuare il problema di Shenzhen e arrivare a una conclusione ragionevole e condivisa. Procediamo per gradi.

Punto primo. Quando si parla sinteticamente di “velocità” dei campi, in realtà si intende l’insieme delle condizioni di gioco, che comprendono quindi anche le palline, la qualità dell’aria (temperatura, umidità, densità etc) e perfino l’architettura dell’impianto. La gran parte di questi aspetti sono misurabili oggettivamente, e per questo alla fine si traducono in un valore che definisce la velocità del campo.

Punto secondo. Per quanto riguarda il cemento, si possono realizzare campi in cemento velocissimi come campi lentissimi. Sia chiaro: se sono così assertivo è perché queste non sono idee mie, pareri opinabili, ma dati di fatto certificati e misurati dalla Federazione Internazionale Tennis.

– Punto terzo. È la parte fondamentale per quanto riguarda Shenzhen. La tabella di riferimento ITF spiega come siano due i fattori fondamentali che determinano la velocità di una superficie: il coefficiente di frizione (attrito) e il coefficiente di restituzione (elasticità). È la loro combinazione che definisce la autentica velocità di un campo (Court Pace Rating):

Non conta quindi solo la velocità della palla dopo il contatto con il terreno, ma anche l’altezza del suo rimbalzo.

Spesso si è abituati ad associare automaticamente lentezza della palla a rimbalzo alto. Vale a dire: un campo “lento” ha rimbalzi più alti, mentre uno “veloce” rimbalzi più bassi. Ma è una semplificazione non corretta.
Si possono avere campi veloci con rimbalzi alti ma anche campi lenti con rimbalzi bassi: questi ultimi non saranno i più lenti in assoluto, ma rientreranno comunque nella categoria di quelli lenti. E con questo concetto chiudo la parte indiscutibile, perché legata ad aspetti oggettivi.

Arriviamo dunque alla mia personale interpretazione. Secondo me, le condizioni di gioco di Shenzhen appartenevano a quella poco frequente tipologia citata sopra: campo lento a rimbalzo basso. Per questa conclusione non faccio molto affidamento sulle riprese TV (basta spostare l’angolo della telecamera principale per essere ingannati su parabole e rimbalzi); lo deduco da una serie di altri indizi.

Innanzitutto le dichiarazioni delle protagoniste. Osaka, Pliskova e Kvitova hanno genericamente parlato di campo “lento”. Ma altre tenniste hanno detto di più. Ashleigh Barty dopo i primi allenamenti ha descritto il campo di Shenzhen come simile ad alcuni di Fed Cup, con una sottostruttura che produce rimbalzi più bassi del solito e non sempre prevedibili. “It’s a little bit of a similar surface to an indoor Fed Cup surface, where it’s on boards, a little bit lower bouncing at times, can be a little bit unpredictable with how it reacts to spin”.

Mentre Belinda Bencic ha usato la sabbia come paragone: ”I think these courts are, like, terrible for movement of players and for the muscles because it’s like sand”.

Forse chi si è dilungata di più sulle specificità è Simona Halep, che, giorno dopo giorno, ha cercato di descrivere sempre meglio le sue sensazioni a Shenzhen. Martedì 29 ottobre, dopo il match con Andreescu: “Il campo non è veloce ma allo stesso tempo non è lento” (“The court is not fast but not slow in the same time”). Sembra una dichiarazione senza senso, ma si spiega con le caratteristiche particolari che ho ipotizzato. Cioè alto attrito (classico riferimento dei campi lenti) “is not fast”; ma anche rimbalzo basso (classico riferimento dei campi veloci) “but not slow”.

Sempre Halep, mercoledì 30 ottobre dopo il match con Svitolina: Questo campo non fa per me. In un certo senso è molto morbido. (…) La palla a volte non ti “viene incontro”, a volte non rimbalza. È davvero difficile trovare il ritmo. Ecco perché in certi casi ho cominciato a picchiare troppo e ho finito per stancarmi”. (“This court is not great for me, for my game. It’s very soft in a way. (…) The ball doesn’t really come to you sometimes, sometimes doesn’t bounce. It’s really tough to find a rhythm. That’s why sometimes I start to overhit, and then I get tired”).

Queste le parole di alcune protagoniste. L’altro indizio fondamentale sono le partite, il modo in cui sono state condotte, gli schemi attuati, quelli che hanno reso oppure no. E da questi aspetti si possono dedurre anche le differenze con il campo del Masters dello scorso anno.

A mio avviso a Singapore 2018 il campo era del tipo lento a rimbalzo alto. Assorbiva energia e restituiva una palla senza peso ma facilmente gestibile. Queste condizioni erano così estreme da stravolgere i normali schemi di gioco: la palla rallentava e saliva in aria, in attesa di essere rimandata senza regalare potenza “gratis” a chi colpiva. Il tennis di pura rimessa era estremamente avvantaggiato, visto che ogni parabola era quasi sempre recuperabile; tanto che colpire lungolinea era diventato controproducente, perché si traduceva in un rischio senza ricompensa. Quasi aboliti anche i contropiede: nessuna giocatrice in difesa si muoveva prima, perché non era necessario anticipare le scelte dell’avversaria.

Non è stato così a Shenzhen. Campo lento ma con rimbalzo basso. Il rimbalzo basso ha invece reso difficili i recuperi sui cambi di geometrie, restituendo, se non altro, il vantaggio a chi rischiava i lungolinea. Altro aspetto che è diventato molto producente: lo slice. Come accade sull’erba classica, dove i back rimbalzano poco e rendono molto difficile e faticosa la loro gestione, sul campo di Shenzhen gli slice erano particolarmente efficaci. Mentre per ottenere un vincente in topspin occorreva potenza superiore (e questo spiega la fatica di Halep citata prima).

Malgrado simili problemi, il campo di Shenzhen consentiva quindi diverse tattiche di gioco vincenti, a differenza delle caratteristiche assolutamente monodimensionali privilegiate a Singapore. Resta comunque il fatto che nessuno dei 15 match disputati a Shenzhen si è concluso con entrambe le giocatrici con saldo positivo tra vincenti ed errori non forzati.

Teniamo presente tutto questo e analizziamo le qualità fisico-tecniche delle protagoniste. A mio avviso questo campo era il più adatto per due di loro: Ashleigh Barty e Kiki Bertens. Entrambe dotate di un ottimo servizio e di un dritto di potenza superiore, in grado di andare oltre la lentezza del campo. E con in più, rispetto alle altre, l’arma dello slice di rovescio, un colpo naturale che eseguono a regola d’arte. Un colpo in grado di incidere sulle avversarie nello scambio interlocutorio, tanto da far sentire loro la stanchezza in misura maggiore a fine match. Infatti contro Barty hanno ceduto alla distanza sia Bencic (5-7, 6-1, 6-2) che Pliskova (4-6, 6-2, 6-3).

Bertens è stata l’unica a sconfiggere Barty nello scontro diretto (3-6, 6-3, 6-4) e penso che se non fosse subentrata a girone iniziato (al posto di Osaka) avrebbe quasi sicuramente battuto Kvitova; mentre non sappiamo come sarebbero andate le cose con Bencic (7-5, 1-0 ritiro) se non avesse avuto un malessere, probabilmente dovuto al troppo tennis dell’ultimo periodo (nessuna ha giocato quanto lei dopo gli US Open).

a pagina 2: Gli infortuni

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Guida alle WTA Finals 2019

Al via a Shenzhen un Masters con quattro nomi diversi rispetto al 2018, tre esordienti assolute e con le più giovani considerate favorite. Vincerà davvero una fra Andreescu, Osaka e Barty?

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La foto ufficiale delle magnifiche otto - WTA Finals Shenzhen 2019 (foto via Twitter, @WTA)

Cominciano le WTA Finals, e se si dovesse trovare una parola che sintetizzi l’edizione 2019 si potrebbe forse scegliere “rinnovamento”. Rinnovamento per motivi tecnici, legati a quanto succede in campo, ma anche per motivi di politica sportiva, legati alle scelte extra campo.

La nuova sede: Shenzhen
Nel 2018, in vista della scadenza del contratto quinquennale con Singapore, WTA era alla ricerca di una nuova città che facesse da sede al suo torneo più importante (gli Slam sono gestiti da ITF e Federazioni nazionali). La scelta definitiva è stata compiuta fra cinque candidate: Manchester, Praga, San Pietroburgo, Shenzhen e Singapore; tre città europee e due asiatiche.

Al momento di confrontare le offerte economiche, quella cinese ha sbaragliato il campo, forte di cifre ineguagliabili: 14 milioni di dollari di premi a edizione, 140 milioni complessivi. Dieci anni di contratto con il montepremi per chi vince più alto della storia del tennis, un nuovo stadio costruito ad hoc (previsto per ospitare il torneo dal 2020), e la città di Shenzhen come sede, forse il luogo più emblematico del boom economico cinese.

 

Shenzhen infatti è una metropoli nata quasi dal nulla in meno di quarant’anni. Situata ai confini con Hong Kong, nel 1980 è una cittadina con meno di 50 mila abitanti, quando l’allora Premier cinese Deng Xiaoping la sceglie come area dove sperimentare una nuovo indirizzo politico, basato sul concetto di “Zona economica speciale”. Significa aprire agli investimenti stranieri offrendo in cambio manodopera a basso costo e la possibilità di arricchirsi anche per gli abitanti locali. Da quel momento inizia una corsa alla industrializzazione che attira popolazione da tutta la Cina. Oggi Shenzhen conta più di 12 milioni di abitanti: è considerata la più veloce espansione demografica di una città in tutta la storia della umanità.

Fin qui tutto in linea con i cliché che conosciamo sulla economia cinese degli ultimi decenni. Se non fosse che, dopo il boom manifatturiero, nel giro di pochi anni Shenzhen si trasforma ancora: mentre altre zone della nazione si sviluppano attraverso l’industrializzazione, la città comincia a convertirsi in un polo terziario. E la nuova vocazione è ulteriormente incoraggiata da recenti decisioni del governo cinese, che di fronte ai problemi e alle proteste della confinante Hong Kong, vuole fare di Shenzhen non più un luogo complementare alla economia della ex colonia inglese, quanto piuttosto una sua possibile alternativa.

Oggi Shenzhen si propone come una vetrina sul futuro della Cina: la prima metropoli al mondo con tutti i mezzi di trasporto pubblici esclusivamente elettrici, il luogo dove si insediano le filiali cinesi delle più grandi multinazionali, e che coerentemente con i nuovi criteri di sviluppo decide di organizzare eventi importanti anche nel campo dell’entertainment. Una città in continua evoluzione, con ambizioni che assomigliano sempre più a quelle di una capitale europea o nord-americana: Torino ha mobilitato le proprie forze per ottenere il Masters maschile? Shenzhen per quello femminile.

L’organizzazione del Masters è parte di una strategia che non è comunque priva di possibili incrinature. Su tutte la vicinanza con Hong Kong e le sue proteste: nelle scorse settimane i satelliti hanno fotografato circa 120 veicoli militari cinesi parcheggiati proprio all’interno dello stadio del Bay Sport Centre di Shenzhen, il complesso sportivo nel quale si trova anche l’Arena che quest’anno ospiterà le WTA Finals.

Vedremo anche se la crisi di Hong Kong inciderà o no sulla quantità di pubblico presente alle partite del Masters: i suoi abitanti costituivano un ideale bacino di riferimento, ma evidentemente al momento hanno altre priorità. E immagino i brividi che percorreranno la schiena di Steve Simon (CEO di WTA) se in una delle conferenze stampa spuntasse il tema di Hong Kong; è infatti bastato un solo tweet di sostegno alle proteste in corso da parte di un dirigente degli Houston Rockets, per mandare in crisi le relazioni tra basket statunitense e Cina, con serie conseguenze sul business NBA in oriente.

a pagina 2: Le novità tecniche

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