Ons Jabeur: che peccato se ve la siete persa!

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Ons Jabeur: che peccato se ve la siete persa!

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Ons Jabeur è stata forse la protagonista della prima settimana di Indian Wells, dove pur perdendo contro Caroline Wozniacki ha colpito tutti per il suo tennis atipico e creativo

Non capita spesso di riuscire a colpire gli spettatori perdendo una partita; a maggior ragione se si è una giovane qualificata e si finisce per non raccogliere nemmeno un set.
Eppure chi ha assistito al match di sabato scorso tra Caroline Wozniacki e Ons Jabeur converrà con me che, almeno per un giorno, con il suo gioco straordinario la quasi sconosciuta 130 del mondo ha rubato la scena alla numero 5.
Dico quasi sconosciuta perché in realtà stiamo parlando di una piccola stella del tennis giovanile, visto che nel suo palmares vanta una vittoria al Roland Garros junior 2011, la finale del 2010, una semifinale agli US Open 2011, un quarto a Wimbledon 2010, e il quarto posto nel ranking.
Qualche nome di avversarie sconfitte da junior? Bouchard, Svitolina, Garcia, Stephens, Puig, Cepelova, Beck, Witthoeft…

Nel periodo dei successi parigini era seguita da un coach italiano, Luca Appino, che allora lavorava per la federazione tunisina e che in precedenza come talent scout per la Babolat aveva messo sotto contratto, da giovanissimi, futuri campioni come Nadal, Roddick, Clijsters, Safina.
Insomma, Jabeur non è proprio un nome uscito dal nulla, ma comunque la sua fama è limitata agli esperti di tennis giovanile.

 

Per quanto mi riguarda non è una novità assoluta, dato che l’avevo vista giocare per la prima volta tre anni fa, in una delle prime occasioni di confronto con le professioniste. Purtroppo  non riesco a seguire il tennis giovanile, per cui di solito mi limito a questo: cerco di rimanere aggiornato sui risultati dei tornei junior più importanti in modo da individuare le giocatrici più promettenti, e comincio a vederle quando passano professioniste.
Ons è tunisina, ed essendo una delle pochissime tenniste di qualità di cultura araba, ha potuto usufruire di tre wild card dagli organizzatori del torneo di Doha (dal 2012 in poi); un palcoscenico importante per misurarsi con il meglio del tennis mondiale. Così la prima volta l’ho scoperta contro Virginie Razzano nel 2012 (partita persa 3-6, 6-2, 3-6).
Mi aveva colpito immediatamente per due ragioni: la straordinaria qualità del suo braccio e la condizione fisica del tutto insufficiente.

In molti replicheranno che nel circuito femminile ci sono altre giocatrici che non sono certo al massimo della forma; e spesso il primo nome che si cita è quello di Taylor Townsend. Per quanto mi riguarda definirei Townsend una giocatrice chiaramente sovrappeso ma con una preparazione atletica a livello professionale che la rende in grado di muoversi rapidamente in campo, e di affrontare senza problemi un match di tre set. Certo, se non si portasse dietro dei chili di troppo sarebbe meglio, ma quando gioca si capisce che può reggere il confronto.

Invece la prima volta che ho visto Jabeur avevo avuto la sensazione di una ragazza non pronta agli sforzi del circuito pro. Anche lei non era certo asciuttissima (ma meno sovrappeso di Taylor) ma il problema vero era che in molte occasioni finiva per perdere il punto per l’evidente deficit fisico che le impediva di reggere lo sforzo che gli scambi richiedevano.
In compenso il controllo di palla era sicuramente di livello superiore; tutto quanto richiedeva tocco e manualità più che prestanza atletica, Jabeur lo eseguiva come poche.

Alla seconda occasione avevo avuto la stessa identica sensazione: gran braccio, ma fisico insufficiente.
E qui devo confessare che avevo cominciato a trarre delle conclusioni; mi ero detto, forse un po’ brutalmente: “Nel tennis contemporaneo si può avere anche il braccio migliore del mondo, ma se non si raggiunge un livello almeno accettabile di condizione atletica non si hanno speranze di poter competere davvero. A distanza di un anno questa ragazza è sempre uguale, forse le manca il fisico necessario per stare nella WTA. Non tutti nascono con un corpo adatto per fare sport professionalmente”.
Una valutazione molto dura, e affrettata. Forse se avessi cercato di saperne di più avrei potuto almeno mitigare il pessimismo; avrei così scoperto che nei due anni successivi al passaggio tra le adulte era andata incontro ad alcuni infortuni che l’avevano penalizzata, impedendole di prepararsi correttamente, e di giocare nei tornei con continuità.
Comunque l’attenzione al suo nome quando mi capitava di incrociarla nei tabelloni c’era sempre, ma non avevo più cercato di seguirla in TV.

In compenso aveva fatto notizia nell’occasione in cui era riuscita per la prima volta a raggiungere i quarti di finale di un torneo WTA (Baku, 2013, sconfiggendo fra l’altro la campionessa in carica Jovanovski) perché si era ritirata mentre conduceva 6-3, 4-1. Grande sfortuna? In realtà andando a guardare nel dettaglio il tabellone si scopriva che la sua avversaria in semifinale sarebbe stata la giocatrice israeliana Shahar Peer, e che magari l’infortunio non era così serio.

Del resto questo è un dubbio che ha riguardato recentemente un altro giocatore tunisino, Malek Jaziri, ugualmente ritiratosi mentre era in vantaggio, senza così poter affrontare l’israeliano Sela al turno successivo. E Jaziri sempre in quello stesso anno, il 2013, si era ritirato in situazione analoga: in quella occasione l’ITF era intervenuta sospendendo la Tunisia per una anno dalla Coppa Davis.
Tre ritiri essendo in vantaggio, e sempre quando nel turno successivo arriva un israeliano. Per quanto mi riguarda, al di là delle dichiarazioni ufficiali dei tennisti, la mia idea ce l’ho e mi piacerebbe soltanto sapere se certe decisioni sono prese d’accordo con i giocatori o se invece è la federazione che si fa sentire con argomenti persuasivi.

Tornando però a Jabeur, che qualcosa forse fosse cambiato nella sua situazione avevo cominciato a sospettarlo all’inizio di quest’anno, quando aveva passato spedita le qualificazioni agli Australian Open.
Quando si è ripetuta nelle qualificazioni di Indian Wells, e in più ha sconfitto Kaia Kanepi al primo turno, ho deciso di tornare a seguirla in TV. E mai scelta è stata meglio ripagata.

Contro Wozniacki, si è presentata una giocatrice non ancora nella forma ideale, ma finalmente pronta per reggere il confronto anche sul piano fisico. Elastica di gambe, più reattiva che resistente, in grado di giocare il suo tennis senza andare in debito di ossigeno al primo scambio un po’ più lungo del solito. E gli effetti si sono visti. La partita è finita 7-6 (3), 6-4, per Wozniacki, ma nel primo set le cose sarebbero potute andare diversamente se fosse riuscita ad essere soltanto un po’ più concreta.

Comincio con la battuta: malgrado non sia molto alta (1,67 per la scheda WTA) quello che sorprende è la capacità di  generare velocità inattese, vicine ai 190 km/h, grazie ad una accelerazione di braccio eccezionale. Non ricorre frequentemente ai questi servizi “a tutta”, ma è una risorsa che Jabeur utilizza in momenti particolari del match, e che alterna a battute meno potenti e più cariche di spin:

https://youtu.be/96rEQ68Zrx0?t=729

Un po’ come le accade anche con il dritto: passa da palle lavorate a improvvise accelerazioni; in queste occasioni partono dei traccianti davvero impegnativi da controllare, posto che l’avversaria riesca a raggiungerli. E questo sia con il dritto classico che con quello inside out:

https://youtu.be/96rEQ68Zrx0?t=289

Di rovescio non sembrerebbe in grado di spingere con la stessa potenza, ma poi si scopre che invece sa eseguire sulle palle a rimbalzo alto un rovescio “al salto”, che normalmente è un colpo rarissimo nel tennis femminile, e con cui invece ottiene un surplus di velocità inatteso:

https://www.youtube.com/watch?v=96rEQ68Zrx0&feature=youtu.be&t=85

In più dispone di uno slice ad una mano che alterna al colpo bimane e che le consente di variare le situazioni di gioco:

https://youtu.be/96rEQ68Zrx0?t=149

Con il back riesce anche a gestire in modo accettabile le situazioni difensive, che comunque non sono certo il suo punto forte, anche perché è evidente quanto preferisca assumere il controllo dello scambio per assecondare al meglio il suo estro.
Servizio, dritto, rovescio. Detto questo, per moltissime giocatrici si potrebbe aver descritto quasi tutto del loro gioco. Ma non per Jabeur, visto che utilizza molte altre soluzioni: palle corte, gioco di volo, colpi al rimbalzo nei pressi della rete.

Nello spazio di un articolo non si riesce ad entrare nel dettaglio di tutto quanto Ons ha mostrato nella sola partita contro Wozniacki. Colpi di tocco calibrati al centimetro, palle corte mascherate alla perfezione, attacchi inattesi:

https://youtu.be/96rEQ68Zrx0?t=676

e in più anche idee un po’ folli, come uno smash trasformato in una smorzata.

La stessa Wozniacki nell’intervista in campo a fine match, al momento di commentare il gioco della sua avversaria, ad un certo punto ha fatto ricorso alla comunicazione gestuale: ha cominciato a mulinare le braccia in aria, per indicare che non c’erano parole sufficienti per sintetizzare tutto quello che aveva dovuto fronteggiare nei set appena conclusi.

Contro Caroline il punto debole di Jabeur è stata sicuramente la risposta: e visto che Wozniacki in questo periodo non sta servendo in modo trascendentale, è un aspetto del gioco che andrebbe migliorato per poter progredire.
L’altro aspetto che potrebbe fare la differenza è la riduzione del numero degli errori non forzati. E’ chiaro che quando si gioca un tennis del genere  l’errore è fisiologico, ma oltre un certo numero i gratuiti diventano una zavorra determinante.

Come dicevo prima, Jabeur ha mostrato che sul piano fisico si sta preparando con concreti risultati: ha retto più che decorosamente il confronto contro la peggiore avversaria possibile sul piano della resistenza: e in alcune occasioni ha anche saputo vincere palleggi lunghi. A metà 2014 è passata all’Academy di Mouratoglou che infatti, nel secondo set, si è presentato tra il pubblico per seguirla. Le cose stavano andando bene, e quindi una capatina in tribuna per farsi vedere non guastava… ma questa è una mia malignità del tutto irrilevante.

Sul piano tattico devo confessare che per tutto il match sono rimasto con un dubbio che deriva dalla mia limitata conoscenza di Jabeur. Mi spiego: molta parte degli scambi da fondo si è svolta sulla diagonale dei rovesci, e a mio avviso questo non ha deposto a suo favore, visto che Wozniacki soffre invece il gioco sull’altra diagonale.
Se è accaduto questo direi che ci possono essere tre possibili spiegazioni:

1) anche Jabeur ha una predilezione per il gioco di rovescio tale da farle assecondare la situazione (cosa che a me non sembrerebbe proprio)
2) le mancava la sicurezza necessaria per utilizzare con la dovuta frequenza il rovescio lungolinea per cambiare le geometrie
3) non si è del tutto resa conto che troppo spesso insisteva sul colpo migliore dell’avversaria.

Su questo sospendo il giudizio: credo andrà rivista in altre situazioni per approfondire ulteriormente le sue capacità tattiche.

Sul piano della personalità le cose invece sono sembrate subito chiare; affrontava per la prima volta una top ten, e malgrado questo Jabeur ha mostrato di non farsi per nulla intimorire. Ecco ad esempio dove si posiziona per rispondere su una seconda di Wozniacki:

E nemmeno il grande torneo l’ha intimidita. Anzi: è evidente che quando è in campo ama il rapporto con il pubblico:

https://youtu.be/96rEQ68Zrx0?t=662

e le piace l’idea di divertirlo con il suo repertorio fuori dal comune. Però qualche volta la sua estroversione rischia di trasformarsi in un gusto per il colpo spettacolare che potrebbe andare a discapito della concretezza:

https://www.youtube.com/watch?v=96rEQ68Zrx0&feature=youtu.be&t=450

Intendiamoci, come spettatore sono felicissimo di assistere a scelte del genere, ma se fossi il suo manager le chiederei di badare un po’ di più al sodo. Anche perché si può fare spettacolo solamente con efficaci colpi di volo, vista la rarità con cui nel tennis contemporaneo capita di vederli eseguire come si deve:

https://youtu.be/96rEQ68Zrx0?t=486

Estroversa in campo, quanto misurata in altre occasioni, come in questa intervista, se non sbaglio rilasciata dopo il successo allo Slam Junior (purtroppo non capisco l’arabo, se qualcuno vuole aiutare, è più che ben accetto):

E per il futuro? Se si fa fatica a fare ragionamenti a lungo termine per giocatrici più standardizzate, farlo per Jabeur è ancora più arduo.
Innanzitutto bisogna considerare la tendenza all’infortunio che ha mostrato negli anni passati. Non vorrei sembrare uno iettatore, ma qualsiasi ragionamento per le stagioni a venire credo non possa prescindere da periodi sufficientemente lunghi di completa efficienza fisica.

A questo bisogna aggiungere che un gioco come quello che ha mostrato, pieno di estro e creatività, è particolarmente difficile da praticare con continuità. Giorno dopo giorno, partita dopo partita, nel circuito WTA si rischia di venire consumate mentalmente, e non c’è niente di peggio della routine per un tipo di tennis del genere, che richiede massima freschezza mentale.

C’è anche da ricordare che per i giocatori che dispongono di un arsenale di colpi molto vasto è molto più difficile imparare a fare la scelta giusta nelle diverse situazioni. Per cui, inevitabilmente, la maturazione sul piano tattico è più lunga e complessa rispetto a chi pratica un tennis scarno e ripetitivo.

Per parte mia, cercherò di seguirla appena possibile, sperando che sia in grado di esibirsi altre volte ai livelli di sabato scorso.
E per chi non ha avuto la fortuna di vedere l’intero match, questi sono almeno gli highlights:

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=8JxYYDBUlAM#t=3

 

 

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L’insostenibile leggerezza di Leylah Fernandez

È possibile affermarsi ad alti livelli nel tennis contemporaneo malgrado un fisico minuto? Una giovane canadese prova a dimostrarlo, sfidando il circuito WTA

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Leylah Fernandez - Acapulco 2020

Questa settimana, con il torneo Palermo, è ripreso il tennis ufficiale, quello con le regole tradizionali e i punti WTA assegnati a chi vince le partite. Certo, non significa essere tornati alla normalità pre-Covid, considerando i tanti fattori extra sportivi che rendono precaria la gestione degli eventi, ma si prova a ripartire, e a riallacciare i fili di una attività che si è fermata all’inizio di marzo.

Sono infatti passati cinque mesi da quando Indian Wells è stato cancellato, con una decisione presa alla vigilia dei primi match. Per l’articolo di questo settimana, ho pensato di trattare un tema che ci riporta a quei giorni, alle ultime notizie relative al tennis giocato prima dello stop causato dalla pandemia.

La notizia a cui mi riferisco ci sembra oggi molto piccola, visto tutto quanto accaduto dopo, ma è comunque legata al torneo californiano; parlo della assegnazione delle wild card annunciate alla vigilia. A Indian Wells gli organizzatori avevano deciso di premiare, oltre alle tenniste locali, anche due giocatrici non statunitensi. La prima era Kim Clijsters, al ritorno alla attività agonistica. La seconda era una giovanissima canadese, Leylah Fernandez, diciassette anni, che nel mese di febbraio aveva raccolto risultati sorprendenti.

 

Fernandez in occasione del confronto fra Svizzera e Canada di Fed Cup (Biel, 7-8 febbraio) aveva battuto la numero 5 del mondo Belinda Bencic Poi si era trasferita in Messico e, partendo dalle qualificazioni, ad Acapulco aveva raggiunto la finale (sconfitta da Heather Watson). Quindi a Monterrey si era spinta sino ai quarti di finale (fermata da Svitolina). Insomma Leylah era una delle giocatrici del momento, e a Indian Wells avevano pensato che meritasse un riconoscimento, pur essendo ancora fuori dalla prime 100 del ranking.

Per Fernandez quel mese di febbraio ha rappresentato un salto di qualità improvviso, di quelli che si spiegano soprattutto con i progressi repentini dovuti alla età. Stiamo infatti parlando di una teenager nata il 6 settembre 2002, con alle spalle pochissimi match nel circuito maggiore. Del resto sino alla metà del 2019, Leylah aveva giocato soprattutto a livello junior, con risultati piuttosto notevoli: la vittoria al torneo Grado A di Porto Alegre nel 2018, e poi nel 2019 la finale all’Australian Open 2019 (battuta dalla coetanea danese Clara Tauson), e la vittoria al Roland Garros, in finale su Emma Navarro: sei partite vinte senza lasciare per strada nemmeno un set.

Dopo il successo nello Slam parigino, aveva deciso di non giocare più a livello junior, rinunciando quindi all’erba di Roehampton e Wimbledon e poi anche allo US Open, per dedicarsi a tornei ITF in nord America. Obiettivo: crescere nel ranking WTA. Questa scelta (che mi lascia un po’ perplesso, perché per una giovane americana non sono tante le occasioni di sperimentare l’erba) non le ha comunque impedito di diventare numero 1 del mondo junior nel mese di settembre.

In pratica dalla primavera del 2019 Fernandez si è dedicata alla scalata della classifica, per raggiungere in fretta posizioni che le permettessero almeno di accedere alle qualificazioni Slam. E poi, se possibile, anche all’ingresso diretto nella maggior parte dei tornei WTA e dei Major (significa all’incirca sfiorare la top 100). Ricordo che nel 2019 Fernandez aveva cominciato la stagione fuori dalle prime 400 e l’aveva conclusa come numero 209.

All’inizio di quest’anno, Leylah ha centrato il primo obiettivo importante: vittoria nei tre turni di qualificazione e ingresso al main draw dell’Australian Open (poi sconfitta da Lauren Davis al primo turno). Qualche settimana dopo sono arrivati gli exploit già descritti sopra, tra Fed Cup e Messico. Nei due tornei messicani che le sono valsi l’attuale posizione numero 118, le giocatrici più importanti sconfitte sono state Varvara Lepchenko, Lizette Cabrera, Nao Hibino, Stephanie Voegele, Anastasia Potapova.

Ma l’avversaria più di prestigio battuta è stata senza dubbio Sloane Stephens (6-7, 6-3, 6-3). Va detto però che Stephens stava attraversando un pessimo momento di forma: nel 2020 aveva raccolto solo sconfitte, con l’eccezione proprio di Acapulco, dove aveva battuto al primo turno Emma Navarro (sì, quella Navarro che era stata l’avversaria di Fernandez nella finale junior del Roland Garros, e che però da professionista è oltre il 400mo posto in classifica).

Proviamo a definire il quadro della situazione di Fernandez alla luce degli ultimi risultati. Al momento fra le prime 200 del mondo l’unica giocatrice più giovane di lei presente in classifica è Coco Gauff (nata addirittura nel 2004), che però in quanto a precocità costituisce davvero un caso straordinario, capace di confrontarsi con i record assoluti di tutta la storia dell’era Open.

Senza arrivare a quegli estremi, Fernandez rappresenta comunque un esempio molto interessante di giocatrice che compie il passaggio da junior a pro, raccogliendo con sorprendente rapidità risultati significativi. In generale le imprese di Leylah nell’ultimo biennio rappresentano un ulteriore tassello nella crescita del tennis canadese, che nelle ultime stagioni ha espresso parecchi nomi con grande potenziale, e non solo a livello femminile.

a pagina 2: La formazione di Leylah Fernandez

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L’unità di misura di Elise Mertens

La storia di una giocatrice che curiosamente ha compiuto il salto di qualità a partire da uno degli episodi più anomali e controversi degli ultimi anni

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Elise Mertens - Doha 2019 (foto via Twitter, @QatarTennis)

Vi ricordate di Chanelle Scheepers? Capisco che la domanda suoni bizzarra. Anzi, immagino che la maggior parte dei lettori avrà aggrottato la fronte, e cominciato a esplorare gli angoli più reconditi della propria memoria alla ricerca di una risposta.

Avete ragione. Non voglio dire che Scheepers possa essere l’equivalente manzoniano del Carneade di Don Abbondio, ma siamo lì. Eppure quando penso ad Elise Mertens mi viene in mente Chanelle Scheepers. Però la ragione di questa strana associazione posso spiegarla solo alla fine, una volta chiarito il mio punto di vista su Mertens. Quindi prima occorre approfondire la storia e le caratteristiche di Elise, per poter capire fino in fondo il senso della domanda iniziale.

L’idea di scrivere di Elise Mertens mi è venuta durante la stesura degli articoli sui migliori colpi in WTA. Al momento di scegliere le “elette”, Mertens è comparsa in quattro graduatorie: nelle risposte interlocutorie, nei pallonetti, nella lettura e nella costruzione del gioco. Eppure pur essendo già stata ampiamente Top 20 (la sua migliore classifica è numero 12, nel novembre 2018), non le avevo ancora dedicato un articolo. È venuto il momento di colmare la lacuna.

 

Gli inizi di Elise Mertens
Mertens è nata a Lovanio il 17 novembre 1995. Nasce prematura con oltre due mesi di anticipo, unica sopravvissuta di una gravidanza gemellare. Ha detto a questo proposito: “Forse nel tennis sono una lottatrice perché ho cominciato a lottare sin dai primi giorni di vita, quando ho rischiato di non sopravvivere”. A quattro anni inizia a giocare a tennis, seguendo la sorella maggiore Lauren; e ben presto si scopre che sul campo la più dotata in famiglia è la sorella minore. Di lì a poco il Belgio diventerà una nazione leader nel tennis femminile grazie alle imprese di Henin e Clijsters, che sono inevitabilmente gli idoli di Elise da bambina.

A soli tredici anni prende una decisione fondamentale: sceglie di dedicarsi soprattutto al tennis, cominciando a viaggiare per il mondo, accompagnata di solito dalla madre. Della sua carriera da junior colpisce la quantità e la distanza degli spostamenti. Normalmente una tennista di 14-16 anni quando si sposta all’estero tende a stare vicino al proprio paese, raramente cambiando continente. Invece Mertens gioca ovunque: dal Bangladesh all’Egitto, dagli Stati Uniti al Perù, dalla Thailandia alla Colombia. Oltre ai tornei in Europa.

L’attività giovanile è molto intensa (quasi 190 match di singolare nei tornei organizzati da ITF), con risultati notevoli ma non fenomenali. Vince 3 titoli in totale (nessun grado A, un solo grado 1, a Linz nel 2013) ma siccome raramente perde ai primi turni, riesce a entrare in Top 10: numero 7 nell’aprile 2013.

Le giocatrici nate come lei nel 1995 che faranno strada si chiamano Keys, Kontaveit, Sakkari, Putintseva, Peterson, Witthoeft. Nella carriera da junior, però, la sconfitta più dura la vive contro una avversaria più giovane di sei mesi: nell’ottobre 2010 in Thailandia, perde 6-1, 6-0 contro Ashleigh Barty, che è dell’aprile 1996.

Nel suo anno più orientato agli alti livelli da junior, il 2012, Mertens perde nel torneo di Santa Croce da Rebecca Peterson, al Bonfiglio da Bernarda Pera (nata però nel novembre 1994), al Roland Garros da Eugenie Bouchard (anche lei più anziana, del 1994), a Wimbledon da Anett Kontaveit (1995) e allo US Open da Taylor Townsend (1996).

Rispetto ad altre coetanee, Mertens comincia tardi l’attività fra le adulte. Di fatto il suo primo ranking WTA lo ottiene nel 2013, quando va per i 18 anni. Tanto per fare un paragone: alla stessa età Madison Keys sta già entrando in Top 100 e chiuderà quella stagione in Top 40. Il passaggio al professionismo per Elise non è solo tardivo, ma anche non proprio semplice.

Ha scritto lei stessa di recente per Behind the Racquet: “Non è facile compiere il grande passo. Ero in top 10 da junior e mi sono sentita di nuovo al buio, cominciando tutto da capo. È stato emozionante poter ricominciare, ma ho anche avuto paura di tutto il lavoro che mi aspettava. (…) Ho iniziato a giocare i tornei pro più tardi delle altre, a 17 anni, e sono diventata completamente professionista a 18. All’inizio non è stato semplice capire tutte le nuove avversarie. Ho perso molte partite in quel periodo. Ma la sensazione avuta quando ho vinto il primo 10k è stata incredibile. Quella sensazione vincente ti fa andare avanti, la passione ti fa andare avanti”.

Dal 2013 al 2016 sono stagioni di progressi, che le permettono di salire nel ranking senza però imprese memorabili: numero 577 a fine 2013, poi numero 240, quindi 151 e a fine 2016 numero 120. È una traiettoria sicuramente positiva, ma non straordinaria. sino a quando, all’inizio del 2017, arriva il momento che cambia la sua carriera.

a pagina 2: La svolta di Hobart

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L’impegno di Naomi Osaka

Cosa significa per la giocatrice più pagata al mondo prendere posizioni politiche precise e scendere in piazza a manifestare?

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

All’inizio di luglio Naomi Osaka ha scritto alla rivista Esquire, prendendo una posizione pubblica nel dibattito politico che si è sviluppato in seguito alla morte di George Floyd. A mio avviso costituisce una scelta interessante, e non tanto frequente fra le tenniste di vertice degli ultimi anni. Per questo penso meriti qualche riflessione.

Innanzitutto devo sgombrare il campo da un possibile equivoco. Sono dell’idea che un sito di sport debba parlare di sport, evitando di abbandonare il proprio ambito di riferimento. E non credo che i lettori debbano aspettarsi da un articolo di tennis valutazioni e giudizi sulla questione del razzismo negli USA, su “Black Lives Matter”, etc. etc. In più sono profondamente convinto che per scrivere articoli su un argomento tanto importante occorra avere un livello di competenza su avvenimenti e contesto che non sento di possedere. Naturalmente ho le mie opinioni (penso che Osaka abbia ragione), ma non ho intenzione di entrare nel merito politico del tema.

Qui vorrei piuttosto ragionare su un argomento differente: su che cosa significhi per Osaka avere assunto posizioni politiche tanto nette in modo pubblico. Ricordo che, prima della pubblicazione del testo su Esquire, a fine maggio Naomi aveva già postato sui social un filmato che ritraeva la sua partecipazione a una delle manifestazioni tenute a Minneapolis successive alla morte di George Floyd. E anche se questo messaggio forse aveva avuto meno risonanza, si può dire fosse per certi aspetti anche più forte, visto che non è frequente per un personaggio pubblico decidere di spostarsi in un altra città per unirsi in prima persona alla folla dei manifestanti.

 

Forse sbaglio, ma per esempio non credo che Serena Williams si sia mai spinta tanto avanti. Anche il suo boicottaggio a Indian Wells è sempre stato focalizzato sul singolo torneo e sulle vicende personali che aveva vissuto, più che su una questione politica a vasto raggio, di carattere generale.

Scorrendo la pagina Twitter di Naomi Osaka, ci si rende conto che nelle ultime settimane sono diversi i tweet che si occupano di aspetti politici e sociali. Come dicevo sopra, non è molto frequente che una tennista di vertice come Naomi (già numero 1 del mondo e vincitrice di Slam) si schieri con tale evidenza all’interno del dibattito politico. Siamo più abituati a grandi sportivi che preferiscono evitare di definire inequivocabilmente le loro convinzioni ideologiche. Le ragioni di questo disimpegno possono essere personali: scarso interesse verso la situazione, o desiderio di riservatezza. Ma la prima motivazione che viene in mente, è quella economica. Economica perché gli sportivi più popolari ricavano una quota significativa dei loro introiti dalle sponsorizzazioni.

Proprio qualche settimana fa abbiamo appreso da Forbes che Osaka a soli 22 anni costituisce la figura di riferimento di un piccolo impero commerciale. Con 37,4 milioni di dollari totali guadagnati nel 2019, Naomi è infatti risultata la sportiva donna più pagata della storia. E l’atleta (uomini e donne) numero 29 della classifica complessiva relativa ai guadagni.

Se però guardiamo dentro al suo bilancio, le cose si fanno ancora più interessanti. Di questi 37,4 milioni totali, infatti, ben 34 derivano dagli sponsor. Se consideriamo solo questa fonte di profitto, Osaka nella classifica sale addirittura al numero 8 a livello assoluto (uomini e donne). E nel tennis solo Federer guadagna dagli sponsor più di lei. Atleti come Djokovic, Nadal, Serena Williams, nel 2019 hanno ricavato meno di Naomi.

Credo di non sbagliare se sostengo che ogni agente di grandi sportivi suggerisce al proprio cliente di non esternare su argomenti che possono scontentare una parte del pubblico, e quindi del mercato. In un certo senso è insito nel concetto stesso di testimonial: al testimonial si chiede di piacere alle persone; anzi: di piacere al maggior numero di persone possibile. Ecco perché quando lo sportivo è un testimonial veramente importante, si preferisce che assuma atteggiamenti “ecumenici” e non divisivi.

Certo, si possono verificare anche casi opposti, cioè di sportivi che a priori non possono offrire una immagine unificante, e vengono scelti dalle aziende perché sono “contro”. Penso per esempio a giocatori come Dennis Rodman o più recentemente alla decisione di Nike di mettere sotto contratto Colin Kaepernick. Ma è molto improbabile che diventino i più pagati dagli sponsor.

E non è nemmeno così importante se oggi certe scelte politiche possono sembrare più “mainstream” (valutazione comunque tutta da dimostrare): in ogni caso per chi deve promuovere un prodotto sul mercato, non conta solo essere in linea con la maggioranza, ma anche non inimicarsi la minoranza.

Probabilmente il testimonial sportivo per eccellenza degli ultimi anni è stato Michael Jordan; e a lui si attribuisce una frase che spiega in poche parole la situazione: “Anche i repubblicani comprano le scarpe sportive”. Che questa famosa affermazione sia vera o no (Jordan forse non l’ha mai pronunciata, ma non l’ha nemmeno smentita prima che diventasse proverbiale), resta il fatto che sintetizza molto bene l’idea di un testimonial che deve maneggiare con estrema circospezione certi argomenti, perché possono diventare esplosivi.

La storia dello sport ci insegna anche che le prese di posizione politiche possono diventare devastanti per la carriera di un atleta. Uno dei casi più celebri riguarda i protagonisti della protesta sul podio dei 200 metri delle Olimpiadi di Città del Messico ’68 (Tommie Smith, John Carlos, ma anche l’australiano Peter Norman), che hanno pagato dure conseguenze per quella immagine diventata un simbolo mondiale.

Torniamo al tennis. Forse il caso di grande giocatrice che quando era ancora in attività si è più esposta su questioni extrasportive è stata Martina Navratilova. Nel momento in cui ha dichiarato pubblicamente la propria omosessualità, per la mentalità dell’epoca stava compiendo un atto politico, più di quanto forse possa apparire oggi. Un atto che non era stato privo di conseguenze.

Nel documentario che ESPN ha dedicato alla sua rivalità con Chris Evert (Unmatched, uscito nel 2013) Martina ricorda che quando ha cominciato a vincere molto, c’erano media statunitensi che presentavano le sue partite contro Chris come uno scontro tra bene e male. Scontro nel quale Evert impersonava il bene (la “fidanzata” della porta accanto) e Navratilova il male (la giocatrice proveniente da un paese comunista e per di più lesbica):

Certo, se paragoniamo le conseguenze sulla carriera avute da Navratilova con quelle subite dagli sprinter di Città del Messico ci rendiamo conto che Martina ha avuto molti meno problemi. E questo varrà sicuramente anche per Osaka; non solo perchè sono cambiati i tempi, ma anche perché, al contrario di altre discipline, il tennista professionista è sostanzialmente una entità autonoma, che (se gioca bene ed è forte) non deve passare attraverso le maglie delle federazioni o dei club per poter svolgere la propria attività.

Però non sono in ogni caso tutte rose e fiori. Una tennista in attrito con la propria federazione potrebbe dover rinunciare alla Fed Cup e molto probabilmente anche alle Olimpiadi. A proposito di Olimpiadi: Osaka lo scorso anno era stata scelta dal comitato di Tokyo 2020 come testimonial dei Giochi (rinviati al 2021 a causa della pandemia); e chissà se gli organizzatori dell’evento hanno gradito le sue ultime mosse pubbliche.

Questo ci introduce a un altro aspetto che riguarda Naomi: il pronunciamento politico di una giocatrice giapponese su questioni che hanno avuto il loro fulcro negli Stati Uniti. Ricordo che Osaka è nata in Giappone (da madre giapponese e padre haitiano), ma la sua famiglia si è trasferita negli USA quando lei aveva tra anni, e dunque negli USA risiede da circa 20 anni.

Ecco, la scelta di Osaka è forse un po’ più coraggiosa se teniamo conto del fatto che Naomi è scesa in piazza negli Stati Uniti da “straniera”. Infatti per obblighi stabiliti dalla legge giapponese, lo scorso anno ha dovuto rinunciare al passaporto statunitense. Ma evidentemente in questo caso ha prevalso la sua storia personale, ricca di riferimenti transnazionali, che non si possono confinare dentro i vincoli di una cittadinanza. Lo ha sostenuto lei stessa in una parte dell’articolo su Esquire:Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”.

Ecco un altro elemento da non sottovalutare della decisione di Osaka: la sua scelta politica a favore di una società plurale, espressa in quanto giocatrice e cittadina giapponese. Non dimentichiamo che se Osaka ha guadagnato così tanto, molto lo deve agli sponsor del sol levante. E cultura e mentalità giapponese non sono quelle statunitensi.

Ha scritto Naomi a proposito del suo rapporto con il paese di nascita: “Il Giappone è una nazione molto omogenea, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora, siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media”.

Sotto questo aspetto va ricordato come lo scorso anno ci furono polemiche per un cartone animato realizzato da uno sponsor giapponese di Naomi in cui era raffigurata come una giocatrice di pelle bianca. Allora lei si era espressa in modo tutto sommato più accomodante (“Avrebbero dovuto parlarmene”). Difficile dire se perché ritenesse la vicenda secondaria, o perché non desiderasse ancora esporsi in modo così deciso come ha fatto di recente. E questa evoluzione ci conduce agli aspetti più personali del suo impegno.

a pagina 2: L’aspetto personale della Osaka “politica”

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