Dimitrov ha dato spettacolo, ma ora contro Fognini? L'ultima follia di Djokovic...

Editoriali del Direttore

Dimitrov ha dato spettacolo, ma ora contro Fognini? L’ultima follia di Djokovic…

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Dimitrov al torneo di Indian Wells 2015
 

MONTECARLO – Continui errori di programmazione sui campi del Country Club. E di Andreas Seppi che non impara le troppe lezioni. Novak Djokovic, meglio di Alberto Tomba, e un generoso senza limiti. Vero come pochi

Oh finalmente una bella giornata di tennis, oltre che di bel tempo che secondo il meteo locale ci sosterrà per tutta la settimana…

E noi incrociamo le dita, memori di finali interrotte dalla pioggia e di giornate terribilmente umide.

 

Il match migliore della giornata? Naturalmente Dimitrov-Verdasco. Una bella lotta di un paio d’ore. Lo avevo previsto nell’editoriale di ieri, criticando gli organizzatori per averlo decentrato sul “court de princes” e quindi non è senno di poi. Minor visibilità, minor copertura televisiva, perchè non tutti hanno coperto il torneo come Sky con più canali. E comunque anche Sky tiene la sua miglior coppia di telecronisti, Elena Pero e Paolo Bertolucci, sul campo centrale per un’ovvia ragione: la cabina televisiva è sistemata su quel campo, commentare sui monitor i match che si disputano sugli altri campi non avrebbe senso. Tanto varrebbe commentarla da Milano, e infatti gli altri campi da Milano sono commentati. Un errore incomprensibile, insomma, quello degli organizzatori..ma che sarebbe stato probabilmente apprezzato da Monsieur Chauvin. La Francia e i francesi davanti a tutto e tutti.

Anche se qui, nel Principato di Monaco, talvolta gli italiani sono tanti quasi quanto i francesi. E non bisognerebbe dimenticarlo. Come è stato fatto da chi aveva programmato lunedì sera Fognini e Bolelli sul campo n.11 contro i colombiani Cabal-Farah. Dalla Colombia i sostenitori erano pochi, ma dall’Italia parecchi. Come abbiamo scritto nel live, è stato impossibile accedervi per chi non si era sistemato lì un’ora prima.

Tanto per smentire chi pensa che io critichi solo il torneo di Roma (gente che non ha mai letto evidentemente le mie cronache con le critiche fatte per anni a certe assurde programmazioni dell’US Open dettate dalla CBS in barba ad ogni criterio tecnico e spesso logico e rispettoso in ugual misura delle esigenze dei giocatori – da SuperSaturday del 1984 in poi; potrei riesumare decine di articoli critici nei confronti di altri tornei), trovo che un’organizzazione che non si preoccupi di riservare almeno una decina di posti ai giornalisti dei Paesi dei protagonisti di un incontro… sia una cattiva organizzazione. Tanti anni fa poteva succedere, su certi campi periferici, anche a Wimbledon e Parigi. Ma piano piano le varie associazioni di giornalisti sono riusciti a far migliorare le cose. Premendo su ATP, Wta, direttori dei tornei. Anche le cose che ho scritto ore fa su questo sito a proposito di Roma, del suo torneo, della pessima organizzazione per quanto riguarda la situazione logistica di sala stampa, sala interviste, etc, sono costruttive; hanno lo scopo di risvegliare le menti sopite e provocare reazioni positive, non tanto nei lettori quanto negli organizzatori, perché rimedino a ciò che in questi anni si sono dimenticati di sistemare.

Ma, problemi di categoria giornalistica a parte, sottovalutare l’affluenza degli appassionati italiani è un errore grave per chi ormai dovrebbe aver capito come funzionano le cose qui. Oltretutto Fognini gioca quasi in casa. Sta a 40 minuti da qui, ha tanti tifosi, e l’exploit australiano ha reso certamente appealing ogni prestazione del duo Cabal-Farah. Cabal – apro inciso – aveva fatto finale al Roland Garros nel 2011 in coppia con l’argentino Eduardo Schwank. Quindi la coppia colombiana che aveva vinto recentemente un torneo, offriva anche una probabile resistenza di buon livello e un buono spettacolo.

Per quanto riguarda il miglior match del giorno, con la vittoria di Dimitrov di cui ha dato ampio e dettagliato resoconto Carlo Carnevale nella sua cronaca – a proposito, vi sono piaciute le cronache degli altri nostri inviati Fedele, Guidobaldi, Prestileo? E i live con tutto ciò che chi guarda soltanto la tv non può vedere? – sono contento anche del risultato, ma da un punto di vista strettamente giornalistico perchè non ho ovviamente nulla contro Fernando Verdasco. Ma Verdasco a novembre avrà 32 anni e rappresenta un po’ il passato del tennis, ivi inclusa la finale raggiunta qui a Montecarlo quando però fece un solo game con Nadal.

Mentre Dimitrov, sia o non sia un Baby-Fed (accostamento che fa inferocire i tifosi dello svizzero), a 23 anni è una realtà del presente e, spero, del futuro. Se l’apprezza anche Maria Sharapova…

Verdasco, talvolta portato a mollare quando la strada si fa troppo in salita, ha invece lottato come un pazzo fino all’ultimo. Perso il primo set ha rimontato vincendo il secondo, ha avuto 6 palle per il 5 pari nel terzo, risalendo dall’1-4 e due break di svantaggio. Insomma si è battuto come un leone. Ma Dimitrov, talvolta discontinuo, non è stato da meno.

Non mi è ancora completamente chiaro quale sia per lui la miglior superficie: ma contro Verdasco ha fronteggiato con notevole disinvoltura i grandi top-spin del madrileno. Un anno fa al Roland Garros il bulgaro non aveva saputo affrontare allo stesso modo i servizi di Karlovic che non gli aveva lasciato nemmeno un set, dopo avergli frantumato qualsiasi accenno di ritmo, eliminandolo al primo turno.

Ricordo che un anno fa a Roma, Dimitrov aveva centrato le semifinali, le prime in un Masters 1000, ma poi era stato dominato, quasi ridicolizzato, da Nadal

Sulla terra rossa un torneo vinto a Bucarest, due finali giocate a Gstaad e Baastad, forse non dicono sul suo potenziale quanto la vittoria conquistata a spese di Djokovic a Madrid 2013.

Sarà Dimitrov a rappresentare un vero test per Fognini, o sarà Fognini a rappresentare un test per Dimitrov, ricordando che i due hanno vinto un duello ciascuno?

In questo momento la sensazione è che Dimitrov sia più vicino alla miglior condizione più che Fognini. Ma sono sensazioni che possono essere smentite in un baleno.

Perché per certi versi si potrebbe dire di Fognini quel che Tsonga – bentornato Jo Wilfried, secondo torneo, terzo match vinto – ha detto oggi del tedesco Struff dopo averlo battuto: “Impossibile in allenamento trovare uno che giochi come Struff, lui ha giocato come se giocasse alla Roulette Russa…tutti i colpi un rischio”.

Beh, Fognini magari non rischia ad ogni colpo come Struff, n.76, ma le sue giornate sono talmente imprevedibili, che nemmeno un Dimitrov in buona forma può sentirsi completamente al sicuro. A meno che le cose non si mettano subito bene per lui e male per Fabio, che la fiducia in se stesso in singolare la deve ancora ritrovare e per questo non sono completamente sicuro che la scelta di giocare continuamente anche il doppio sia la migliore. Mi rendo conto che, come ha detto lui questo lunedì, “Aver vinto a sorpresa l’Australian Open e fatto bene anche a Indian Wells significa aver ipotecato le finali Masters Atp di Londra”, che capisco sia un traguardo ambito e ben ricompensato (anche per gli allenatori dei due, non del tutto disinteressati…), ma forse un tennista che ha tanti problemi di concentrazione come ha sempre avuto Fabio Fognini si mette davanti a una sfida complicata se vuole reggere su entrambi i fronti. Qual è la sua priorità oggi che, dopo essere stato n.13 del mondo, si ritrova a n.28 e a rischio di uscire dai top-30? Deciderà lui. E spero che decida davvero lui, più che il suo allenatore in questo caso. I soldi più facili dicono che debba scegliere il doppio. La risalita più difficile, ma alla fine di maggior soddisfazione, dice che dovrebbe scegliere il singolare.

Che peccato che Andreas Seppi si sia fatto nuovamente battere, dopo aver condotto per 4-2 al terzo set, da Robredo. Ma errare è umano, perseverare diabolico. Non si possono perdere due turni di servizi finali facendo un solo quindici, Vuol dire servire male, non prendere iniziativa, farsi sorprendere da un vecchio marpione come lo spagnolo. Per la settima volta in 10 incontri. Quando imparerà Andreas a prendere lui l’iniziativa anche nei games finali invece di aspettare gli errori dell’avversario, errori che possono anche non venire?

In attesa dell’esordio di Roger Federer, contro Chardy – che ho visto l’anno scorso in una serata umida al Foro Italico vincere 7-6 al terzo e 8 punti a 6 nel tiebreak contro Roger nel solo match giocato sulla terra rossa (i due sul “duro” li ha vinti lo svizzero) – e dell’altro elvetico Wawrinka, campione in carica, contro un Monaco in ripresa, questa giornata di martedì mi ha consentito di rivedere all’opera Novak Djokovic. Ma non tanto sul campo, dove il qualificato Ramos Vinolas non poteva costituire un ostacolo probante, quanto dopo. 61 64 e via al secondo turno dove troverà Haider-Maurer capace di lottare per 2h e 50 m per aver la meglio su un ritrovato Tomic: 67 76 64. Gran battaglia.

Ma sentite cosa è successo dopo la conferenza stampa di rito, con Djokovic che aveva ricevuto complimenti per come parla ormai sia in francese sia in italiano. I serbi hanno una facilità nell’apprendere la nostra lingua che fa tanta più impressione se pensiamo a quanto sia invece difficile per noi italiani imparare la loro.

Nel corso della conferenza stampa Djoker Nole aveva voluto rendere omaggio (dopo averlo visto comparire in fondo alla sala, con la solita grande capacità d’improvvisazione che lo caratterizza) ad un suo grande amico d’infanzia italo-francese che anch’io ho trovato personaggio interessante e per questo intervistato.

Andate a leggere la flash dedicata all’intervista fatta al bellissimo ragazzo amico di Djokovic che scherzando mi aveva definito “Misterioso” quando, dopo averlo a lungo tampinato, non riuscivo a bloccarlo. Alla fine mi ha detto, fra le altre cose, “Siamo amici fin da ragazzini…” e quando io l’ho pregato di raccontarmi qualche aneddoto lui si schermiva “Ma sono fatti personali…”. Alla fine si è fatto sfuggire un “Novak mi ha presentato anche la mia ex ragazza…” senza aggiungere null’altro all’aneddoto. Sarebbe finita lì, sennonchè…

Beh, solo più tardi in sala stampa avrei scoperto, grazie alla preparazione fisiognomica di Laura Guidobaldi che lo ha… “smascherato” da una foto di cui sono entrato in possesso e che abbiamo pubblicato…che l’uomo testimone di nozze di Novak era stato fidanzato con Ana Ivanovic! Ecco chi era stata la ragazza presentatagli da Novak….

Ma quel che volevo raccontarvi è altro. Finisce la conferenza stampa e Novak chiede a Nicola Arzani dell’Atp in rigoroso italiano: “Tutto finito Nicola, niente tv? Non devo fare più niente?”.

Nicola conferma. E allora Djoko dice al volo in una frazione di secondo : “Beh allora vado dai miei amici di ‘Djokolife’ (anche per questa sua improvvisata vedete nostra flash)”…

Arzani preccupato che Nole possa mischiarsi alla folla, gli dice: “Sì, ma passiamo da qua, da dentro, così eviti la gente…”

E Novak: “Ma no dai, da qua si fa prima, basta correre…”. E lui, l’ex testimone di nozze Mark Stilitano più il vostro vecchio cronista che voleva parlare con l’amico di Novak più che con Novak per raccogliere qualche aneddoto inedito, abbandonano Arzani che, impotente ad arginare quel tornado serbo spalanca le braccia in segno di resa, e scattano giù per le scalette a perdifiato e a tempo record. Se non mi sono ammazzato per seguirli e per le scalette, e nello slalom fatto fra centinaia, forse migliaia di spettatori in giro per il Country Club nella corsa verso il Villaggio dell’Hospitality (in realtà degli sponsor e degli stand), è un vero miracolo. Mi avesse visto mia moglie mi avrebbe dato del pazzo, o dell’incosciente.

In un battibaleno chi lo ha visto ha avvertito gli altri, così ragazzini e ragazzine a caccia di autografi, ma anche adulti, si sono scatenati alla rincorsa prima, all’assedio poi davanti alla tenda della Djoko-life dove campeggiava anche, nelle due versioni italiana e inglese, anche il libro autobiografico di Djokovic. Un assembramento pazzesco. Ma Djokovic mi era parso migliore, nello schivare i “ragazzi-paletti” del miglior Tomba dei tempi in cui vinceva le medaglie d’oro alle Olimpiadi. Uno spettacolo. E uno spettacolo di generosità anche Novak nel firmare tutti i blocnotes, i foglietti che gli presentavano sotto gli occhi, cercando davvero di non deludere troppa gente. Ma era impossibile soddisfare tutti. Uno spettacolo.

E Mark Stilitano su Novak: “Tanta gente pensa che Novak talvolta reciti. E invece lui è davvero così. È spontaneo e generoso. Voleva fare un piacere ai suoi amici e ha deciso di farlo. Lui è sempre così, davvero. Chi non lo conosce non può saperlo”.

Ed è oggi più che mai anche la mia sensazione.

 

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Australian Open

Australian Open: Il fenomeno Djokovic è di un altro pianeta. Tsitsipas non poteva fare di più. Non è la parola fine sul GOAT

I fenomeni non sono stati solo tre, Djokovic, Federer e Nadal. Perché se si dà peso primario ai titoli Slam, Rosewall e Laver non possono essere ignorati. E perchè un solo anno, e non sempre, laurea il vero n.1

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Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

Non ho mai pensato che potesse finire diversamente. L’unico momento di dubbio l’ho avuto – insieme a Djokovic – quando entrambi abbiamo temuto che il suo problema alla coscia fosse un problema serio.

Così come gli altri due fenomeni, Federer e Nadal (elencati, a scanso equivoci, in ordine alfabetico), Novak Djokovic è di un altro pianeta rispetto a tutti gli altri contendenti. Come fenomeni sono stati nello sport più popolare – se cito soltanto i fenomeni del calcio, anziché altre discipline sportive, è perché è più facile che quasi tutti capiscano di che cosa parlo – Pelè a cavallo degli anni 60/70, Maradona un ventennio dopo, Messi e Cristiano Ronaldo nel terzo millennio.

 

Djokovic, Federer e Nadal (ancora in ordine alfabetico) hanno lasciato le briciole a tutti gli altri tennisti loro contemporanei. E l’hanno fatto con una continuità spaventosa, in un arco temporale inimmaginabile che ha spaziato fra i 15 e i 20 anni. Davvero incredibile.

Mentre i campioni Slam del passato una volta superati i 30 anni difficilmente riuscivano a restare competitivi per più anni,– salvo rarissime eccezioni: Rosewall, Connors, Agassi su tutti – mentre  qualche straordinario campione come Borg o McEnroe ha smesso di giocare o di vincere già a 26 anni – questi tre hanno continuato a dominare il resto della concorrenza come se fosse la cosa più normale del mondo. E tutti a sorprendersi, a meravigliarsi con infinito stupore quando ciò, a uno dei tre, ma mai a tutti e tre insieme, non succedeva.

Nel conquistare il meritato appellativo di “fenomeni” i tre supercampioni non si sono limitati a registrare un record dopo l’altro pur dovendosi affrontare fra le 50 e le 60 volte in pazzeschi testa a testa, dopo essersi inseguiti come i celebri duellanti di Conrad ai tempi di Napoleone ai 5 angoli/continenti del mondo sulle più varie superfici. Ma tutti e tre hanno dato dimostrazione di formidabili e superiori doti tecniche, atletiche, caratteriali, intellettuali, morali, umane. Ho forse dimenticato un qualche aspetto?

A trovar loro un vero difetto, come campioni e come uomini, personalmente ho sempre fatto fatica. Anche perché li ho conosciuti tutti da vicino e fin da quando hanno cominciato a cogliere i loro primi stupefacenti successi, quasi imberbi, a 16 e 17 anni. Quando anche un “parvenu” del tennis avrebbe intravisto le loro eccezionali qualità. Personalità intelligenza, simpatia, resilienza, determinazione, avevano tutto fin da subito. Le si potevano scorgere a occhio nudo, senza farsi condizionare dalla semplice precocità.

Forse proprio Djokovic, il più giovane dei tre e colui che sembra destinato a restare sulla breccia più a lungo degli altri, è quello – anche per le sue posizioni NOVAX (peraltro coerenti al massimo, diversamente da chi ha presentato certificati falsi assolutamente imperdonabili) – che ha sollevato più casi controversi. Talvolta nemmeno interamente per sue responsabilità. Il background della sua famiglia, l’educazione, lo stile di vita, sono stati diversi da quelli di Federer e Nadal.

Eppoi lui è arrivato dopo di loro, quasi un intruso, in un mondo che tennisticamente si era diviso all’80% fra federeriani e nadaliani. Per conquistarsi un posto, ha dovuto farsi spazio fra loro, impossessandosi di quel 20% che era rimasto ai neutrali. E dovendo giocare dappertutto con folle di tifosi più ostili che amiche. In patria è diventato un simbolo, un eroe, un semiDio. Fuori no. E’ stata dura, molto più dura che per gli altri due fenomeni conquistarsi un suo pubblico, un suo status internazionale. Lo ha potuto fare nel solo modo che lo sport consente: i risultati. Risultati assolutamente straordinari. Pian piano ha battuto i suoi leggendari rivali più volte di quanto di avesse perso. Pian piano ha autorizzato i suoi estimatori a inserirlo nell’eterno dibattito sul GOAT, sul più forte giocatore di tutti i tempi.

Non si metteranno mai d’accordo i tifosi dei tre fenomeni. Tutti avranno buoni motivi per sponsorizzare il loro fenomeno d’elezione. Chi privilegerà un’epoca ad un’altra, una strong era a una weak era (e qualche vuoto pneumatico al top dei competitor c’è stato per tutti e tre), chi lo stile e l’eleganza, chi la forza e la garra, chi la completezza, chi una superficie o un’altra. E qualunque conclusione verrà raggiunta sarà sempre ingiusta. Anche perché se in uno stesso anno possono cambiare in maniera pazzesca le cose – pensate solo al 2016 con i primi 6 mesi di Djokovic e i secondi 6 mesi di Murray – e figurarsi da un anno all’altro – pensate al 2017 e ai 4 Slam divisi fra i “risorti” Federer e Nadal che molti avevano già dati per finiti – se si dovessero confrontare pacchetti di più anni, in cui sono magari cambiate le attrezzature, le superfici, ogni paragone fra epoche diverse condurrebbe a emettere verdetti assolutamente discutibili, comunque superficiali.

Oggi, e chiudo questo lunga premessa, i fan di Djokovic ebbri di gioia per i 22 Slam che hanno consentito a Nole di eguagliare i 22 di Rafa Nadal e di “staccare” definitivamente i 20 di Federer sembrano aver buon gioco a sostenere che chi vincerà più Slam a fine carriera potrà tappare la bocca a tutti gi altri pretendenti al GOAT.

Ma non è così. Ken Rosewall, cui abbiamo dedicato un bell’articolo in questi giorni, ha vinto 8 Slam ma ne ha dovuti saltare – perché professionista per 11 anni – ben 44. E Rod Laver, unico campione ad aver realizzato due volte il Grande Slam (1962 e 1969, a sette anni di distanza, i suoi migliori 7 anni…), ha vinto 11 Slam dovendo saltare 20 Slam fra il 1963 e il 1967. Non potevano essere loro i GOAT? I fenomeni del tennis non sono stati solo tre.

Quelle ultime due lettere, A e T,  stanno per ALL TIME. Se allora ALL TIME, per i motivi su esposti, non si può dire, limitiamoci allora a dire chi sia stato il miglior tennista del mondo anno per anno. E solo in quel caso è più probabile che non ci si sbagli, anche se – ripetendo l’esempio fatto poc’anzi – se si prende in esame un anno come il 2016 nel quale Novak domina i rimi sei mesi, Andy Murray i secondi sei, e il computer ATP assegna il numero uno year-ending a Murray perché vince la finale del Masters…beh anche in quel caso siamo così sicuri che il verdetto fosse così inequivocabile, inappellabile? Una sola partita può decidere chi sia il miglior tennista di tutto l’anno, solo perché lo dice un computer che – cito per l’ennesima volta Rino Tommasi – “sa far di conto, ma il tennis non lo capisce?”.

Vabbè, torno sulla finale e sulla superiorità disarmante di Djokovic perfino al termine di un match non immune da pecche, da errori evitabili, da nervosismi quasi inesplicabili come quello che lo ha colto a metà del secondo set quando avrebbe potuto continuare a gestire tranquillamente il match come aveva fatto fino ad allora.

Tsitsipas non poteva far molto di più, salvo che – nel tiebreak del secondo set – evitare quei quattro errori di dritto, il suo colpo migliore andato improvvisamente…in barca.

Ma Djokovic, che è indiscutibilmente da anni il miglior ribattitore del mondo – e qui, su questo giudizio, credo possano essere d’accordo perfino i tifosi di Federer e Nadal – era stato ingiocabile sui propri servizi. Fino a quel game in cui Tsitsipas è riuscito – sul 4-5 del secondo set-  a conquistarsi contemporaneamente sia la prima palla break che l’unico setpoint Djokovic, aveva lasciato al più temibile dei suoi avversari la miseria di sei punti nel primo set in cinque turni di battuta (la sola volta che Stefanos era arrivato a 30 però Novak era avanti già 3-1 e 40-0) e nel secondo set 5 punti nei quattro turni di servizioMai Tsitsipas era ancora arrivato a 40.

Ok? Bene: c’è arrivato in quel frangente e sulla pallabreak-setpoint che fa Djokovic? Prima di servizio e dritto vincente.

Poi un tiebreak giocato maluccio da entrambi, perché sul 4-1 per Nole frutto di tre minibreak seguiti a 3 inattesi errori di dritto di Tsitsipas Nole ha prima regalato un insolito rovescio per lui banalissimo e poi ha fatto anche il secondo doppio fallo del suo match. Ma sul 4 pari ecco di nuovo Tsitsipas, evidentemente teso come una corda di violino, sbagliare un quarto dritto! Djokovic non se l’è fatto dire due volte e dal 4 pari al 7-4 è stato un gioco da ragazzi.

Qualcuno poteva illudersi che dopo il toilette break e l’unico servizio perso da Nole all’inizio del terzo set le cose potessero cambiare? Forse neppure l’irriducibile Tsitsipas. 

Dal 2 a 2 in poi Djokovic – che ribadisco essere il miglior ribattitore del mondo – tiene per 4 volte consecutive il servizio a zero: 17 punti di fila (contando l’ultimo che gli aveva dato il 2-1 in un game vinto a 15). Cui seguiranno gli altri primi tre del tiebreak che decide l’ultimo tiebreak in cui, giusto per non illudere Tsitsi e le migliaia di fan greci che non smettevano di gridare “Tsitsipas, Tsitsipas” – mentre fuori dal centrale la stragrande maggioranza nel garden davanti al mega schermo era invece serba (mica facile procurarsi i biglietti…) – Djokovic sale sul 5-0, subisce dopo 20 punti conquistati con il servizio un mini-break, ma poco dopo chiude con un dritto vincente sul terzo matchpoint.

Sì, mi scuso, ho riscritto una cronaca che Cipriano Colonna aveva già scritto brillantemente chiudendola su Ubitennis nei 5 minuti successivi alla conclusione, ma solo per sottolineare come oggi perfino un Djokovic che ha giocato senza fare troppe cose straordinarie, è stato assolutamente ingiocabile in 12 turni di servizio su 14 (salvo che sul 4-5 e sul primo gae del terzo set) ed è sempre stato fortissimo – sì, proprio come sempre – quando doveva rispondere.

I suoi record li abbiamo già ricordati dappertutto. Non credo serva scriverli ancora, prima di cominciare a pensare a che cosa potrà accadere nel regno di Nadal al Roland Garros. Novak ha perso un solo set nel torneo, ma perché con Couacaud al secondo turno gli faceva male la coscia sinistra. Però se fossi stato a Melbourne tutti i suoi dieci trionfi, i 22, i 93, le 374 settimane da n.1 (verso le 377 di Steffi Graf) magari avrei trovato un modo per ricordarglieli in conferenza stampa.

Qua dico soltanto….davvero not too bad! carissimo fenomeno Djokodiecivic.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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Australian Open

Australian Open: a quasi 36 anni un exploit di Rafa Nadal stupiva. Di Novak Djokovic no. Tre obiettivi per il serbo, due per Tsitsipas

Curiosità per il caso Srdjan Djokovic: autoconfinato in hotel, domiciliari imposti o nel box di Novak? Mi piace più Rybakina di Sabalenka

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Che dire dopo due semifinali scontate che non sono mai state incerte ma sono state più lunghe soltanto perché i due vincitori si sono distratti un po’?

Tsitsipas poteva vincere 7-6 6-4 6-4 quella che era stata preannunciata come la semifinale probabilmente più equilibrata (lo è stata) e invece nei momenti in cui poteva chiudere due set su tre – ha servito sul 5-3 nel primo, sul 5-4 nel terzo, quando poi ha avuto anche due matchpoint nel tiebreak – è stato meno deciso e così ha avuto bisogno del quarto set. Nel quale, a scanso di equivoci, è salito subito sul 3-0 e non si è fatto più riacchiappare.

 

Quanto a Djokovic beh… se avesse vinto 6-1 6-1 6-2 nessuno si sarebbe sorpreso, perché nel primo set vinto invece soltanto 7-5 Djokovic era avanti 5-1 con setpoint. Lo avesse trasformato, e non si fosse messo a discutere con l’arbitro che gli aveva inflitto un time-warning, avrebbe perso solo 5 game in tre set dopo averne persi 6 con de Minaur e 7 con Rublev.

Contando gli ultimi due punti del primo set Djokovic ha conquistato nei successivi 95 punti… la bellezza di 62 punti lasciandone appena 33 al suo malcapitato avversario che però, secondo me, era già stracontento di aver raggiunto una semifinale di uno Slam e non gli è detto che gli ricapiti.

Quello di Djokovic nelle fasi finali di questo torneo (con un unico set perso per colpa della gamba con il francesino Couacaud) è stato un dominio così schiacciante che impressiona noi e, forse, anche i suoi rivali.

Forse l’unico che non si lascia impressionare troppo è proprio Stefanos Tsitsipas, anche se con Djokovic ha perso 10 volte su 12.

Però c’è quella finale di Parigi che Djokovic aveva dimenticato (non credo l’avesse fatto apposta…) nella quale Tsitsipas aveva vinto i primi due set, a dare fiducia al tennista ateniese che oggi è certo più forte di allora.

Semmai viene da chiedersi se anche Djokovic col passare degli anni, anziché diventare più vulnerabile, non sia invece diventato più forte sulla soglia dei 36 anni. Per la verità io avrei quasi quest’ultima impressione. Oltre che gli avversari Nole sembra infatti in grado di sconfiggere l’anagrafe.

Per esser più chiari: la rimonta del quasi trentaseienne Rafa Nadal con Daniil Medvedev un anno fa ebbe del miracoloso, dell’assolutamente sorprendente. Tant’è che tutti sottolinearono quell’impresa come una straordinaria riprova del grande carattere del guerriero Nadal.

Per carità, quel Medvedev, che pochi mesi prima aveva stoppato Djokovic in finale all’US Open, impedendogli la conquista del Grande Slam, era un giocatore ben più forte di de Minaur, Rublev e Paul, tuttavia la vittoria di Nadal fu celebrata – certo anche per il modo in cui era avvenuta – come una clamorosa e sorprendente impresa.

Invece quel che sta facendo Djokovic, che ha perso una sola partita (con Rune a Bercy) da un pezzo a questa parte – e a prescindere dalle 27 vittorie consecutive all’open d’Australia – sembra perfettamente normale, tutt’altro che una impresa straordinaria.

Dei quasi 36 anni di Nadal un anno fa parlavano tutti, si preoccupavano i suoi fan. Dei quasi 36 anni di Djokovic nessuno ne parla, nessuno se ne preoccupa, tranne qualche volta lui stesso appena avverte un dolorino…perché è chiaramente un ipocondriaco cui se sente male a un dito pensa sia dolorante tutto il braccio.

Certamente Novak ha preso cura del proprio corpo come nessun altro, con una determinazione e una attenzione straordinaria, quasi ossessiva e assolutamente non comune.

Vedremo che cosa succederà domenica mattina con Tsitsipas. Che timori reverenziali non ne ha. E questa è la sua forza. I giocatori più… presuntuosi, e non solo ambiziosi, alla fine sono quelli che vincono più spesso degli altri. E Tsitsipas, che spesso appare quasi arrogantello e non sempre simpaticissimo, è uno che crede molto in se stesso. È una condizione ideale per vincere davvero.

E vedremo anche – sebbene ciò sia argomento molto più marginale – se Djokovic senior tornerà sul campo a seguire il figlio o resterà confinato davanti alla tv nella sua camera d’hotel. Autoconfinato o “fermato” come fosse incastrato in qualcosa di simile agli arresti domiciliari?

Non è ancora chiaro, qui UP-ABOVE, se sia stata una sua decisione (o di Novak) quella di non venire a vedere Nole contro Tommy Paul o se invece Tennis Australia, sollecitata dal sindaco di Melbourne e/o da altri politici Governativi, abbia ritirato l’accredito a papà Srdjan.

A Wimbledon – ho saputo -il finalista del torneo può disporre di 35 biglietti, 10 nel suo box, 25 in ottime posizioni, ma il giocatore è tenuto a dichiarare a chi vanno i biglietti.

Come funzioni a Melbourne non so. Papà Djokovic l’altro giorno è stato ingenuo protagonista di una gaffe e nelle risposte ad alcuni lettori, in calce all’articolo che riguardava la sua vicenda, ho cercato di spiegare perché non si trattava tanto di discutere del diritto a una libertà di pensiero, di espressione e di azione, ma semmai era – almeno secondo me – una questione di rispetto nei confronti di chi aveva invitato tutta una famiglia in un luogo dove erano state stabilite certe regole.

Non è questione di impedire a qualcuno la libertà di esprimere il proprio pensiero. È questione semmai di educazione, stile, rispetto nei confronti di chi ti ospita e – a torto o a ragione (non è il caso di discuterne quando si è ospiti) – desidera imporre certe regole, certi comportamenti.

Ripeto: magari sono regole e obblighi comportamentali sbagliati – sapeste quante volte mi sono trovato io stesso costretto in certi tornei a dover sopportare regole che non condividevo affatto, e talvolta mi sono trovato in buona fede a non rispettarle, tanto mi parevano inconcepibili e inimmaginabili – ma una volta che accetti di trovarti in certe situazioni non puoi permetterti di dire e fare quello che ti pare.

Clicca qui per leggere il seguito a pagina 2: “Srdjan in una specie di libertà condizionata per per non aver immaginato il casino che avrebbe sollevato? Il pensiero di Nole, le presunte responsabilità della sicurezza dell’Australian Open e le TV down under. E la finale femminile, con favorita…

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