Le denuncia che (forse) Francesca Schiavone non si è resa conto di fare

Editoriali del Direttore

Le denuncia che (forse) Francesca Schiavone non si è resa conto di fare

Ma oggi 4 vittorie possibili su 6 match. Ieri una sola sorpresa intera, Suarez Navarro k.o. più due mezze. La Schiavone riuscirà dove la FIT ha fallito?

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Guarda qui tutte le foto più belle del Day 1 di Wimbledon 2015!

Non ci sono state grandissime sorprese, al di fuori della batosta presa (6-2 6-0) dalla Suarez Navarro dalla lettone che vinse qui il torneo junior l’anno scorso, Jelena Ostapenko, figlia di una tennista di buon livello dell’ex Unione Sovietica (Jelena Jakovleva) e di un portiere di serie A dell’Ucraina (non meglio identificato…) e che abbiamo intervistato in esclusiva per Ubitennis. La Ostapenko ha goduto di una wild card proprio per aver vinto il torneo un anno fa, ma è appena n.140, non aveva mai battuto una top 50 e vantava un paio di vittorie su top 100 (Smitkova, Wickmayer, Peer) e… una sconfitta in tre set con la Flipkens. La Suarez Navarro, n.9, non è una specialista dell’erba, tuttavia ha comunque raggiunto qui una volta gli ottavi, e soprattutto il fatto che abbia fatto appena due games con una ragazzina – per quanto dotata – è abbastanza clamoroso. Ci ho scambiato una velocissima battuta e mi ha detto che non aveva alcun problema fisico.

 

Anche Tommy Robredo, ha perso nettamente; tre set a zero e punteggio ascendente con il qualificato australiano Millman, n.120. Gli australiani, anche se hanno abbandonato l’erba nella maggior parte dei loro tornei, sull’erba sono spesso pericolosi: per via del vento presente in molte loro città si lanciano la palla bassa – proprio il contrario dei cechi: pensate a Lendl, Berdych… – e tendono ad attaccare più che a restare a fondocampo. Vedi anche Kyrgios. Che non ha avuto problemi con un argentino tipico: Schwartzman, fino a che non si è un po’ distratto: 6-0 6-2 7-6. Mi ha sorpreso un po’ in negativo la sconfitta di Kokkinakis infatti, anche se Leo Mayer è un argentino… anomalo che ha vendicato Schwartzman.

Djokovic ha regolato Kohlschreiber quando doveva: tre set fotocopia. Sempre 4 pari, sempre Djokovic che teneva il servizio per salire 5-4 e sempre il tedesco che lo perdeva nel decimo game. Ci sono state due maratone, quella persa dal vecchio leone Lleyton Hewitt, ex campione qui nel 2002, battuto solo 11-9 al quinto – vedi articolo dedicato – e quella vinta da Fernando Verdasco 13-11 al quinto sullo slovacco Klizan nella battaglia tutta mancina.

Per quanto ci riguarda se non ci fosse stato un derby italiano, quindi con un nostro connazionale obbligato a vincere, avremmo perso tutti gli incontri, quattro su quattro quando giocati contro avversari stranieri. Solo la Errani ha raggiunto il secondo turno dei cinque connazionali in gara questo lunedì. Ci è riuscita a spese della Schiavone che si è presentata in sala stampa con un suo “discorsino” scritto di cui vi abbiamo dato altrove nel sito l’estratto. Val la pena leggerlo, è il… “dopo Schiavone tennista” e “l’ante-Schiavone” che si prefigge di fare quel che il tennis italiano non ha saputo fare: formare coach all’altezza in un Paese che non li ha avuti se no Francesca, Flavia, Sara, Fabio, non sarebbero stati costretti a cercarseli all’estero… tirar su dei giovani che possano sfruttare la loro esperienza, visto che nonostante i ripetuti successi in Fed Cup, dietro alla generazioni delle ragazze vincenti, non si intravede al momento il ricambio sperato. Nei tornei junior le nostre perdono sempre subito e se non fosse per la Giorgi, altra tennista che di italiano ha solo la nascita e non il coach, saremmo messi malissimo. La Schiavone, non so quanto consapevolmente, ha messo il dito nella piaga, raccontandoci il suo progetto. Ha spiegato, dopo averlo vissuto da tennista negli ultimi 15 anni: “Il mio obiettivo intanto è raggiungere il record degli Slam consecutivi, oggi sono a 60…”. La giapponese Sugiyama, contro la quale Francesca disputò un match infinito durato 4 giorni con nove interruzioni per la pioggia all’US Open di tanti anni fa, ne ha giocati 62. Questo vuol dire che Francesca se vuole arrivare a 63 dovrà giocare almeno i prossimi US Open, Australian Open e Roland Garros. Probabilmente se dovesse uscire di classifica dalle top 100 dovrebbe contare su una wild card, ma sono sicuro che ovunque gliela darebbero, più che ovunque al Roland Garros.

Prima di tornare sul “progetto Schiavone” – che è poi l’idea di costruire una “tennis academy” per tirar su finalmente qualcuno, sia coach sia giocatori (“Non solo ragazze eh, anche ragazzi, ma siamo ancora a livello embrionale, devo trovare un gruppo di persone – investitori? – che vogliano collaborare”), qualche riga sulle sconfitte italiane di primo turno. Prima di tutto Flavia Pennetta. Beh, qui a Wimbledon c’è il nostro massimo specialista di tennis femminile, AGF: leggete lui e capirete tutto quel che è successo e perché. Inutile che io aggiunga granché: solo osservo che sempre più spesso Flavia cala nel terzo set. Oggi addirittura per 4 games di fila. Poi è vero che si è ripresa. Ma rimontare un set da 0-4 è uno stress che costa caro. Raramente si porta a casa la partita. Sia Flavia sia Francesca rifiutano sempre ostinatamente di attribuire ad un calo fisico le loro sconfitte al terzo set. Ma io credo che l’età abbia il suo peso. 35 anni Francesca, 33 Flavia, quando fa caldo come faceva qui a Wimbledon sotto il sole e su una superficie che, a detta di Sara Errani, ti stanca molto più che la terra rossa – “E’ un problema di appoggi, di muscoli, di come ci si deve costantemente piegare”è dura combattere contro l’anagrafe. Di Roby Vinci, 32 anni, ho praticamente visto, non avendo il dono dell’ubiquità, soltanto che era sempre indietro nel punteggio, sia nel primo sia nel secondo set, anche se nel secondo aveva recuperato. Però nella sua intervista ha spiegato diverse cosucce, compresa una certa mancanza di fiducia, e la decisione di non proseguire a giocare il doppio una volta che avrà cessato l’attività come singolarista. “Non penso davvero con Karin di dover sfidare i risultati raggiunti insieme a Sara, sarebbe impossibile”. Peccato abbia perso… anche perché avrebbe potuto dare vita contro Sara Errani ad un altro derby, dai risvolti abbastanza interessanti visto il clamore che seguì al loro divorzio annunciato con tanto di comunicato stampa.

Mi resta da dire qualcosa su Simone Bolelli, ancora una volta arresosi solo al quinto set a Kei Nishikori, come un anno fa (ma l’anno scorso il match fu giocato in due manche, in due giorni). Contro Baghdatis nei quarti di Nottingham meno di una settimana fa non era stato capace di conquistarsi una palla break (e aveva perso 64 64) e contro Nishikori ha giocato un bel match, ma alla fine nel quinto set non è stato capace di impensierirlo sui suoi game di servizio. Eppure il giapponesino, migliorato ancora da fondocampo (“Non mi dava tempo, anticipa tantissimo, gioca meglio di un anno fa, da fondocampo non gli facevo il punto”) non ha il servizio di Karlovic. “Devo migliorare nella risposta, ne sbaglio troppe anche sulle seconde palle dell’avversario, e negli spostamenti”. Per carità Simone sembrava uscito dal grande tennis per via dei suoi ripetuti infortuni ed è già un piacere ritrovarlo competitivo (“Credo di valere più della mia classifica, n.55 Atp…” ) ma insomma l’8 ottobre compirà 30 anni. Non è più un pivellino. Difficile credere che possa fare miracoli, anche se ogni tanto certi suoi match – tipo quello con Troicki a Parigi – illudono.

Lasciate le triste note italiane, non senza palesare un po’ più di ottimismo per la seconda giornata dei Championships. Seppi deve battere l’australiano “new brit” Klein, n.177 anche se degli australiani ho detto sopra che occorre sempre diffidare sull’erba, idem la Giorgi n.32 sulla Pereira n.77, e forse anche la Knapp n.43 sulla Rybarikova n.65… Ho sempre timore a sbilanciarmi su Fognini sull’erba anche se Smyczek n.77 dovrebbe essere davvero alla sua portata se non si fa innervosire da qualche chiamata dubbia e non eccede nelle “fogninate”. Vanni ringrazia il suo santo protettore per essere entrato in tabellone grazie a Ferrer – evitando Djokovic grazie al ritardo con cui Ferrer si è ritirato – e in fondo con Ward può giocarsela: gli sta dietro due posti in classifica, lui è 113 e Ward 111, ma chissà quante partite ha giocato Ward sull’erba: 50? 75? Luca è alle prime esperienze erbivore invece. Sarà dura, molto dura, anche se con il servizio che ha può far match equilibrato, se ci crede. Lorenzi con Vesely invece lo vedo proprio male. Insomma con sei italiani in gara oggi ci potrebbe scappare anche un 4-2 a favore, però un 3 a 3 non sarebbe un disastro.

La cosa più… promettente della giornata per noi italiani è legata all’annuncio di Francesca Schiavone che sta già pensando a quando avrà superato il record dei 62 Slam consecutivi della Sugiyama per mettere al servizio di giovani talenti – “Ci sono, ci sono” ha continuato a ripetere – la sua esperienza di giocatrice. “Non sono ancora una coach, spero di saperlo fare, ma soprattutto vorrei creare in Italia anche quel che non c’è stato a sufficienza: bravi allenatori. Qualcuno ce n’è, ma se ce ne fossero stati di più, noi non saremmo andate tutte, io, Flavia, Sara (e avrebbe potuto aggiungere Fognini…) in Spagna”.
Francesca non si è probabilmente resa conto di aver detto quanto su Ubitennis scrivo da tempo immemorabile, spesso deriso dai filofederali. Questo dei coach di livello è stato un problema che la nostra FIT ha fortemente trascurato. Non l’ha considerato, né Galgani prima, né Binaghi poi in 40 anni di gestione combinata fra i due (salvo brevi commissariamenti) una priorità.

Qualche coach bravo c’era ma non era disposto a subire condizionamenti politici: penso ad Alberto Castellani, Riccardo Piatti, Claudio Pistolesi, Massimo Sartori, per citarne solo alcuni che hanno preferito occuparsi di giocatori stranieri per non avere a che fare con una federazione che preferisce le passerelle televisive (su Supertennis e non solo) a fatti più concreti.
Se non è mai uscito nessuno da Tirrenia un motivo ci sarà secondo voi o no? Niente. Se uno lo scrive significa che è pregudizialmente contrario a chi ha la responsabilità tecnica di quel centro, e politica nell’ideazione dello stesso. In tutti i Paesi del mondo questi centri d’allevamento non hanno funzionato. Salvo forse che in Francia dove non mettono soldi dove non devono metterli, ma li indirizzano con intelligenza.

Ovunque hanno funzionato i team privati, vedi Spagna, “dove i coach parlano fra loro, collaborano, si aiutano – ha detto Francesca Schiavone – mentre in Italia un coach dice “Queso ragazzo è mio” e tiene nascosto ogni cosa. Va cambiata anche questa mentalità!”.

Beh, non so come andrà a finire questo progetto della “Schiavo”. Non so se anche al suo progetto qualcuno cercherà di metterci sopra il cappello. Condizionandolo. Con i soldi si condizionano molte cose, media, critica, progetti. L’unica cosa che non manca a questa FIT sono i soldi. E questo è un merito sicuro di Binaghi, anche se magari i circoli si sono sentiti strangolati da certi balzelli abbastanza ingiustificati.

Ma quel che ha detto la Schiavone, con toni pacati e non da denuncia, nasconde invece la denuncia implicita di un fallimento quarantennale che nemmeno i successi delle ragazze (e più negli Slam, date retta, che nelle Fed Cup dove le avversarie non erano mai tutte…) sono stati tramutati in semine produttive. Non c’è stato quello sviluppo che un buon manager avrebbe dovuto procurare perché non si è stati in grado di fare la giusta analisi. L’ho scritto mille volte e mi stavo stufando di ripeterlo. Mi fa piacere che adesso da un pulpito che non è il mio, quello di Francesca Schiavone che pure dalla nostra FIT è stata non poco gratificata allorquando vinse il Roland Garros nel 2010 con quel premio esagerato (400 mila euro dopo che aveva vinto lì già un milione ad aggiungersi ai 7/8 già guadagnati di soli premi), io abbia sentito dire esattamente le stesse cose che ho sempre sostenuto. È una questione di priorità. Per anni questa FIT, e le precedenti sia chiaro, hanno sottovalutato l’importanza di creare una buona scuola maestri, e da quella estrarre una buona scuola di coach internazionali mandandoli in giro a farsi esperienze che non potevano essere solo a loro rischio totale.

Come Francesca, se ci parlaste, la pensano anche Sara, Flavia e tutte le altre ragazze. Che pure, da un lato, non potevano certo mettersi a criticare apertamente – come per fortuna posso fare io – chi le ha spesso aiutate economicamente in maniera importante. Ma soltanto dopo che si erano “costruite” da sole il loro livello, con i loro coach stranieri.

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Editoriali del Direttore

Sinner in finale a Miami: può diventare il più forte italiano di sempre? [VIDEO]

Una prova di sicurezza e maturità raramente vista prima in un teenager. Già n. 7 della race, forse le ATP Finals di Torino non sono solo un sogno

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Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Pazzesco Jannik Sinner, davvero. Giocava la sua prima semifinale di un Masters 1000, contro un avversario molto più esperto di lui, ancorché battuto già tre settimane fa a Dubai, lo spagnolo Bautista Agut, n.12 del mondo ma da anni sempre compreso fra il n.8 e il n.12, e lo ha ribattuto. Ancora in tre set, ancora rimontandolo. 5-7 6-4 6-4 in 2 h e 29 minuti, dopo essere stato in svantaggio di un set ed essersi trovato sul 3 pari del secondo sotto per 0-40, e aver lì salvato quattro pallebreak che lo avrebbero probabilmente tramortito… se non fosse che questo ragazzo di 19 anni e mezzo e solido come lo sono certi montanari della sua valle, la Val Pusteria, non muore mai, non si arrende mai.

In tutta la partita Sinner si è concesso un unico passaggio a vuoto, dall’1 a 0 per lui sullo 0-15. Li ha ceduto quattro punti a fila e sull’1 pari del terzo set ha perso il servizio a zero. Sotto 2-1 ha subito a zero anche il successivo game di battuta di Bautista Agut. 3-1 e 0-15, 12 punti consecutivi volati via in un attimo. Roba da matare un toro. Niente affatto. Come se nulla fosse Sinner ha ricominciato a sparare bordate di dritto e rovescio e sul 2-3 è stato lui a strappare a zero la battuta allo spagnolo che pure non mollava un centimetro. Per un set e mezzo, all’inizio, sembrava lo spagnolo quello che comandava il gioco, e se Sinner si sentiva costretto a prendere dei rischi, una, due, tre pallate vicino alla riga non gli bastavano a fare il punto, finché arrivava quasi inevitabilmente l’errore.

Ci sono stati due game interlocutori dal 3 a 3, con chi batteva che ha tenuto il servizio senza troppi patemi. E sul 4 pari Sinner ha giocato un game spettacolare contro Bautista Agut che ha dato per la prima volta la sensazione di essere come intimidito contro un giovane che non aveva più paura di niente e pareva incredibilmente centrato. Probabilmente ha immaginato di poter fare la stessa fine che a Dubai. E proprio questo è quello che successo, perché Sinner sul 5-4 ha risposto con una aggressività paurosa vincendo 4 punti su 4 e lasciando trasecolato, come colpito da una serie di pugni da k.o. il suo ben più esperto avversario

 

Eh sì che Bautista (32 anni) non ha davvero perso il match. È stato Sinner a vincerlo. Nei quarti lo spagnolo aveva battuto il grande favorito del torneo, il russo Medvedev, n.2 del mondo (e primo n.2 ad essersi inserito così in alto dal 20’05 a oggi quando le prime due posizioni erano sempre state tenute da qualcuno dei Fab Four). E lo aveva battuto per la terza volta. Una bestia nera per il russo. Così come bestia nera sembra essere diventato adesso Sinner per Bautista Agut. Battere una volta un giocatore di quella forza ci sta, batterlo due volte è molto più difficile. In finale giocherà domani contro Hurkacz, il polacco giunto a sorpresa in finale dopo aver battuto Tsitsipas e Rublev.

Jannik è il secondo italiano capace di arrivare in finale a un Masters 1000. Il primo era stato Fabio Fognini a Montecarlo nel 2019 (torneo poi vinto sul serbo Lajovic: ma in precedenza Fabio aveva battuto Nadal), e tutti e due sono curiosamente riusciti a compiere l’impresa durante la settimana di Pasqua e sconfiggendo uno spagnolo in semifinale (Fognini aveva battuto addirittura Rafael Nadal).

È incredibile, sono contentissimo – dichiarava sul campo Jannik che all’inizio della settimana aveva raggiunto il suo best ranking, n.31 ATP e che ora è già virtualmente n.21 comunque finisca la finale domenica –. Alla fine sul 5-4 e suo servizio ho deciso di prendere rischi e ha pagato”. Lucidissimo anche fuori dal campo, un minuto dopo il più grande traguardo fin qui centrato in carriera.

Ma Jannik è un fenomeno e ormai l’hanno capito tutti. Di traguardi ne centrerà sicuramente tanti altri. Per il momento è diventato solamente il quarto giocatore nella storia del tennis a raggiungere la finale di un Masters 1000 prima del compimento del ventesimo anno di età: gli altri tre si chiamano Andre Agassi, Rafael Nadal e Novak Djokovic.

A 19 anni e mezzo ho visto soltanto Rafa Nadal giocare a questi livelli e con altrettanta solidità. Ma Rafa era un mostro e lo ha dimostrato in 20 anni di straordinaria carriera. Il tennis di Sinner assomiglia di più a quello di Djokovic, e non solo perché anche lui è destro, ha il rovescio più sicuro del dritto, viene a rete proprio quando è necessario – ma il più delle volte non lo è perché fa il punto da fondocampo – e non è mancino come Rafa.

Ma quando vidi per la prima volta Djokovic, diciottenne a Montecarlo – e da teenager era l’unico fra i primi 100 del mondo (classe 1987 il serbo era n.83 a fine 2005) – Novak non mi dette la stessa impressione di solidità, soprattutto mentale, che mi dà oggi Sinner, capace di rovesciare match che sembrano persi e di giocare gli ultimi game di match importantissimi come se ne avesse giocati mille. Tutti questi grandi giocatori, campioni anche in precocità, hanno continuato a migliorare anno dopo anno, tanto che a 34 anni Novak e a 35 Rafa sono tennisti più completi di quanto lo fossero una quindicina di anni prima.

Mi chiedo dove potrà arrivare Sinner nel pieno della sua maturità fisica, fra 7 o 8 anni, se già adesso è capace di giocare così. Di ragionare così. Se vince Miami entra fra i primi 20 del mondo, ma intanto è già fra i primi 7 della ATP Race se si guardano i risultati di quest’anno. Vorrebbe dire che sarebbe già qualificato per le finali ATP che si giocheranno per la prima volta a Torino a novembre. Djokovic chiuse il 2006 a n. 16. Sinner gli sta avanti. In Italia uno così non lo abbiamo mai avuto.

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Editoriali del Direttore

Lorenzo Musetti diventerà un campione con la C maiuscola

Il direttore Scanagatta si sbilancia. Si legge di “Simil-Gasquet”, “Simil-Djokovic”, “Simil-Roddick”. I n.1 che non avevano dritto e servizio. Nella newsletter di Ubitennis il confronto tra Sinner e Musetti

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Lorenzo Musetti - Acapulco 2021 (foto AMT2021)

Abbiamo già la certezza di aver trovato un campione in Lorenzo Musetti ? 

Lasciatemi rispondere, sperando che lui e il suo clan non mi leggano: sì, quasi.

Fra essere top-40/50 quanto lui è già adesso e fra esser Campioni con la C maiuscola ce ne corre. E per questo dico quasi. E poi guai a lasciarsi abbacinare soltanto dai primi lampi, dal bel gioco, dal talento. Anni fa quanti avremmo scommesso sull’avvenire di Simone Bolelli fra i fortissimi? Ricordo che dopo una sua grandissima partita contro del Potro al Roland Garros mi ero decisamente sbilanciato nei suoi confronti. Guai a non essere prudenti, dunque.

 

Preciso, indirizzandomi a chi ci legge e che non sia un habitué, tutte cose che ai lettori invece più informati appariranno informazioni stranote e considerazioni banali: Lorenzo, come del resto tutti coloro che erano fuori dai top-100 (e quindi la stragrande maggioranza dei giovani e giovanissimi) non ha davvero avuto un vantaggio dalla classifica “congelata” dal COVID-19 per il biennio 2019-2020. Ne ha anzi patito le nefaste conseguenze. Per lui la classifica era ed è ancora fondamentale. Era numero 120 fino a questo lunedì; fuori dal posto 104 – notoriamente – non hai certezze di entrare nei tabelloni dello Slam, devi passare attraverso le forche caudine delle qualificazioni.

Anche per partecipare ai Masters 1000, agli ATP 500, agli ATP 250 hai necessità di avere una classifica che ti consenta di entrare. In questo caso non basta neppure essere n.94 come sarà da lunedì. E non basterà neppure essere n.77 come sarebbe stato se avesse battuto Tsitsipas. Neanche essere n. 46 ti mette al riparo dall’obbligo di fare le qualificazioni per un Masters 1000 tipo Montecarlo, Madrid o Roma. Nelle settimane degli ATP 500 i tornei sono due, per cui magari devi essere fra i primi 30 a Dubai e fra i primi 23 a Acapulco, ma poi all’atto pratico entri in un torno se sei n. 49 (Thompson a Dubai) o n.64 (Tiafoe a Acapulco). Però partecipare a un torneo piuttosto che a un altro dipende pur sempre dalla tua classifica, e infatti per entrare nel main draw di Miami – alla fine ce l’ha fatta – gli sono servite una trentina di defezioni, l’ultima (decisiva) quella di Millman.

Jannik Sinner, dall’alto del suo ranking top-30/35, non ha in pratica più quel problema. Non si guarda indietro. E può dire legittimamente a chi gli chiede quali obiettivi di classifica si ponga, top-20, top 10, top 5: “La classifica per me non è importante come imparare a giocare sempre meglio”. E in effetti quando avrà imparato, anno dopo anno, sempre di più quel che ha da imparare (nello sbucciare patate e carote e poi nel preparare i piatti sapendo la ricetta), la classifica sarà una conseguenza.

Torno ab ovo. Musetti campione con la C maiuscola. Beh, battere 3 top 20 in soli quattro tornei è un gran bel segnale. Il potenziale c’è tutto. Gli aspetti tecnici sono confortanti?

Tanti hanno intravisto somiglianze tecniche fra Richard Gasquet e Lorenzo Musetti.Fra questi anche io che ho letto il primo articolo su Gasquet quando Richard comparve a 9 anni sulla prima pagina del mensile Tennis Magazine diretto dal mio amico Jean Couvercelle. All’epoca quella copertina fu considerato un mezzo scandalo in Francia: “Facendo così ‘brucerete’ questo ragazzino caricandolo di chissà quali aspettative!” fu scritto da più parti. All’interno della rivista c’erano diverse  fotografie del bambino di Beziers che, allenato dal papà maestro fin dall’età di 4 anni, colpiva rovesci a una mano che tutti definivano assolutamente straordinari. A Tarbes, dove si gioca il Les Petit As, ricordano ancora un duello epico fra i coetanei Gasquet e Nadal…

Gasquet ruppe il ghiaccio tra i “pro” a casa nostra, nei challenger di Barletta e Napoli. Poco dopo avrei visto giocare Richard dal vivo quando nel 2005 fece semifinale a Montecarlo e, se non mi confondo con un altro torneo del Principato, mi pare che nei quarti aveva annullato match point a Roger Federer. Richard aveva solo 18 anni perché i 19 li avrebbe compiuti il 18 giugno. Il rovescio era magnifico già allora, il dritto no, il servizio neppure. Un po’ come Lorenzo, che però di dritti è già capace di farne almeno un paio e secondo me ha maggior mano del francese. L’ho visto nelle palle corte, in alcuni cross stretti, in certi affondi. Luca Baldissera ha già analizzato certi aspetti tecnici collegandoli ad alcune foto.

Di Gasquet oggi Musetti ha la tendenza a giocare molto dietro alla riga di fondocampo, troppo vicino ai teloni. Naturalmente Tsitsipas ne ha approfittato. Sia venendo a rete spesso e volentieri (mi pare 17 punti a rete su 18 nel primo set), sia sorprendendolo spesso con i drop-shot.

Allora, chi ha visto il mio video pubblicato in giornata, sa già come la penso. Fossi Musetti firmerei per una carriera alla Gasquet, anche se niente gli impedirà di sognare di salire anche più su. Il francese, pur con i limiti sopra descritti, è arrivato ad essere N.7 del mondo del mondo a 21 anni e di restare sempre sulla breccia ad altissimi livelli, con due semifinali a Wimbledon, un quarto allo US open e al Roland Garros, ottavi ripetuti più volte in tutti gli Slam. Finali di Davis e chi più ne ha più ne metta, insieme a una ventina di milioni di dollari di soli premi. Non noccioline. Ecco perché firmerei per avere una carriera come la sua.

Ciò detto Lorenzo potrebbe fare ancora meglio. Troppe presto per dirlo? Certo che sì. Come troppo presto per escluderlo. Il talento c’è ed è indiscutibile. La varietà di colpi, la solidità atletica e mentale a 19 anni sono fuori dal comune. Il rovescio magnifico, il tocco di palla superbo, l’attitudine splendida, la famiglia fantastica, l’equipe tecnica che lo segue ottima. Altrimenti non sarebbe l’unico 2002 fra i primi 100 con un curriculum da top 40/50.

ESEMPI CHE FANNO BEN SPERARE

C’è chi ha osservato che la storia insegnerebbe che quasi tutti i tennisti più forti del mondo avevano un gran servizio e un gran dritto. Ma non è stato sempre vero. Anche nel caso in cui – come Gasquet – Lorenzo non riuscisse malauguratamente a diventare fluido nel dritto come lo è nel rovescio, beh voglio ricordarvi che certi n.1 del mondo non erano assolutamente dei fenomeni quando dovevano colpire la palla con il dritto.

Quali? I primi che mi vengono in mente sono Jimmy Connors, Stefan Edberg, Guga Kuerten, Lleyton Hewitt, Andy Murray. Erano decisamente più forti con il rovescio che con il dritto. Su Jim Courier non saprei. Questa apparente debolezza sul lato destro non ha loro impedito di diventare n.1 del mondo. Nel caso di Connors, Kuerten e Hewitt non c’era nemmeno un gran servizio a sostenerli. Passando a considerare i top 10 di oggi beh un gran servizio – la “prima” eh, non la “seconda” quand’è nervoso… – lo ha certo Zverev, un altro tennista cui si predice un possibile futuro da n.1 sebbene il dritto non sia davvero all’altezza del rovescio. E lo stesso vale per Medvedev, neo n.2 del mondo.

Eppoi, suvvia, non esageriamo. Il dritto di Musetti, ancorchè certo migliorabilissimo, non è quello di Quinzi che proprio non ha mai camminato. Non sarà forse mai il suo colpo, ma già il fatto che sappia colpirlo con due movimenti diversi, alla Nadal e non, è già un ottimo punto di partenza.

La lezione inflittagli da Tsitsipas – pur con la premessa che è arrivata su un tennista stanco da 13 ore e mezzo di tennis in 7 giorni con battaglie assai stressanti anche sotto il profilo mentale – servirà certamente al “secondo padre” Tartarini e a Lorenzo per imparare ad allenarsi giocando più vicino alla riga di fondocampo, quando non addirittura dentro. Soprattutto quando si deve rispondere a una seconda di servizio due o tre passi in avanti si dovrebbe cercare di farli. Si sbaglieranno tante risposte all’inizio, ma prima o poi si imparerà. Il dato di soli TRE break dopo aver avuto 14 palle break contro Dimitrov che non serviva tutte prima, deve far riflettere.

Lorenzo Musetti – Acapulco 2021 (foto AMT 2021)

Non dimentichiamo, a proposito del lavoro da fare sul dritto, che nei primi anni di carriera anche Novak Djokovic ha dovuto sistemare il dritto che non era efficace come oggi. Teneva il gomito alto. Correzioni ne ha dovute fare eccome, con il gran lavoro impostato da Marian Vajda. Idem sul servizio. Oggi, anche con l’aiuto dei video, è più facile – o meno difficile – lavorare su certi punti deboli.

Ho detto di Musetti “simil-Gasquet”, così come potrei dire – esagerando un po’ perché il fisico è ben diverso e anche in questo caso i risultati per ora sono più onirici che realisti – Sinner “simil- Djokovic” per l’intensità del suo gioco da fondo con due colpi altrettanto solidi (il rovescio un po’ più sicuro, ma lo era anche per Nole) e Berrettini “simil-Roddick”, bombardiere di servizio e dritto e rovescio altrettanto modesto se rapportato ai migliori del mondo.

Rimpiango, con i giocatori che abbiamo adesso – a breve mi aspetto che possano essere 5 fra i primi 30/40, Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego, Musetti – il tramonto della vecchia Coppa Davis. Con la Davis tradizionale saremmo stati da finale quasi assicurata anno dopo anno, dovendo lottare soltanto con Russia e Canada, e prima o poi un’altra vittoria ci sarebbe scappata. Non a caso siamo andati in finale nell’ATP Cup, dove però i singolari sono solo due. Ma in questo momento anziché rimpiangere ciò che non potrà essere voglio godere al pensiero di ciò che potrà essere. Abbiamo due ragazzi di 19 anni che il mondo del tennis ci invidia e un movimento complessivo importante. Evviva.

POST SCRIPTUM

P.S. Il più lungo post scriptum della storia è un copia e incolla estratto dalla newsletter alla quale i lettori di Ubitennis dovrebbero assolutamente iscriversi. Potete leggerne un assaggio qui, e sappiate che vi siete persi un sacco di altre “chicche” scritte da Claudio Giuliani con il suo stile super-brioso. Ha trattato oltre al confronto Sinner-Musetti altri sette argomenti da leggere tutti di un fiato!

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…e buona lettura!

Sinner è monotono, Musetti sa giocare“. Dopo ogni partita, dell’uno o dell’altro, parte la litania. Sempre uguale, pronunciata dal maestro del circolo come dal commentatore famoso. L’irresistibile fascino del giudizio affrettato, l’incapacità di stabilire dei canoni di discussione e provare ad elaborare quindi un pensiero più articolato. Fatica sprecata imbastire un confronto, questa gente andrebbe praticamente ignorata.

Che Sinner e Musetti sono due giocatori diversi è noto anche a chi sta sveglio di notte a vedere le barche a vela, come è vero che hanno e avranno tifosi diversi. Per quanto riguarda il giudizio nei loro riguardi adesso non è neanche una questione di età e di ranking, considerato che Jannik è avanti in entrambi. Fra qualche anno, quando i due avranno giocato un centinaio di partite nel Tour, potremo iniziare a capire quanto valgono realmente. In questa fase, sembra che a fare la differenza nel giudizio di questi due
golden boy del tennis azzurro siano più le loro personalità e la maniera con la quale colpiscono la palla.

Musetti dà l’idea di essere uno di quei giocatori che amano i match importanti e i campi centrali. Cioè lui gioca su un terreno sgarrupato alle Canarie contro un indiano che di solito fa il doppio ed è capace che perde giocando pure male, poi però sul centrale di Acapulco riesce a battere Schwartzman avendo modo di fare tutta la sua mimica, le braccia larghe à la Kyrgios dopo un hot shot e lo sdraiarsi a terra manco fosse Rafa dopo l’ennesimo Roland Garros vinto.

Non che a Sinner non piaccia giocare sul campo centrale contro un top 10, solo che Jannik in questa fase ci dà la percezione di un tennista inquadrato nello stare concentrato sui suoi colpi e sulla partita sempre e comunque e in qualsiasi condizione. Riesce a eliminare condizionamenti esterni, da questo punto di vista è avanti non solo a Musetti ma anche a tanti altri giocatori.

Quando lui dice che ha imparato di più allenandosi con Nadal prima di Melbourne di questo parla, di mindset. E questo la dice lunga su quanto Jannik stia lavorando in prospettiva. Dopo la vittoria contro Bautista, rispondendo ad una domanda che chiedeva della differenza di cento posizioni nel ranking fra lui e Musetti, ha detto che secondo lui “uno a 19 anni non deve preoccuparsi della classifica ma fare solo esperienza”. Parole che sembrano più di Riccardo Piatti, il suo coach, che di Jannik, ma che dicono molto.

Ma ai tifosi amanti dell’estetica, del bel gesto, Sinner non piacerà mai, e pazienza se il tennis moderno esige una solidità da fondo campo e una costanza di rendimento al servizio per stare nei piani alti della classifica. Non c’è molto posto per amanti delle volée sotto la rete o per i professionisti dell’hot shot, anche perché fosse così avremmo molti più fuoriclasse nelle prime posizioni.

Ecco quindi che il brio di Musetti, la sua personalità, il sorriso contagioso ma soprattutto il suo rovescio lungolinea sono gli sguardi che fanno innamorare, perché è in quelli che alcuni tifosi vedono la bellezza. Questo è forse meglio o peggio del saper tirare 10 dritti in pressione senza sbagliare mai? No, è solo diverso.

Non è mica un peccato innamorarsi della bellezza, del più bello della scuola, tanto vedrete che anche il nerd esperto di computer troverà l’amore, e la loro storia magari durerà più a lungo di un flirt.

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Editoriali del Direttore

Il doppio exploit in sole 24 ore di Sinner e Musetti è un inedito assoluto

I due ragazzi di 19 anni fanno sognare l’Italia. Pur separati da più di 80 posti, Sinner e Musetti sono il nostro futuro. Hanno battuto due top-11 giocando alla grande. Ma non aspettiamoci subito la continuità dei tennisti più maturi

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Jannik Sinner e Lorenzo Musetti - Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

La memoria a una certa età vacilla e Internet in questo caso non aiuta, però non ricordo che nell’arco di 24 ore due tennisti italiani abbiano conquistato due vittorie su due top-15, il n.9 del mondo Schwartzman vittima di Lorenzo Musetti e il n.11 Bautista Agut per mano di Jannik Sinner. Mentre scrivo queste righe, peraltro, Musetti si è già confermato battendo anche il n.56 del mondo Tiafoe (n.29 ATP nel febbraio 2019 dopo aver raggiunto i quarti all’Australian Open) per approdare ai quarti dell’ATP 500 di Acapulco, il traguardo sinora più prestigioso della sua carriera. E’ virtualmente n.108 e se battesse anche Dimitrov salirebbe intorno al n.94 portando il contingente italiano tra i top-100 per la prima volta a 9 (che potrebbero diventare 10 se Mager, oggi n.101, facesse il passettino più piccolo).

Resta molto ragguardevole e molto singolare quanto fatto da Musetti e Sinner in poche ore, contro due avversari tanto prestigiosi. Così a… lume di naso direi che non era mai successo, ma se volessi essere proprio sicuro di estrapolare un dato-record mai registrato, posso garantire che il fatto che siano stati due ragazzi di 19 anni i protagonisti di un tale exploit è certamente inedito.

Certamente non ci sono state tante situazioni in cui più tennisti italiani avessero l’opportunità di giocare nelle stesse 24 ore con due top-ten (o top-11…) e quindi di realizzare lo stesso doppio exploit di Sinner e Musetti. Poteva succedere in Coppa Davis quando l’Italia incontrava uno squadrone.

 

Mi viene in mente la finale del 1979 a San Francisco, quando con Panatta e Barazzutti affrontammo McEnroe e Gerulaitis (rispettivamente n.3 e 4 del mondo) senza vincere un set e senza arrivare mai a cinque game in nessun set dei quattro singolari. Il risultato finale fu un pesante 5-0. È successo anche nel 1995 a Palermo, quando nei quarti di finale vennero a farci visita in Sicilia il n.1 e il n.2 del mondo Pete Sampras e Andre Agassi, che avevano portato anche il costume da bagno per un week-end in cui il capoluogo siciliano venne invece investito addirittura dalla neve. L’Italia schierò Gaudenzi e Furlan, battuti tre set a zero rispettivamente da Agassi e Sampras, mentre in doppio Brandi e Pescosolido riuscirono a strappare un set a Palmer-Reneberg (6-1 6-7 6-4 6-3); finì ancora 5-0 per gli statunitensi. Il precedente più recente risale alla semifinale 2014 a Ginevra contro la Svizzera di Federer (n.3) e Wawrinka (n.4), che avrebbe poi trionfato in finale sulla Francia a Lille. Anche in quell’occasione l’Italia non vinse alcun set contro i due fenomeni, ma riuscì a strappare un 3-2 grazie alla vittoria in doppio (Bolelli-Fognini) e al punto ininfluente di Seppi contro la riserva Lammer, a risultato acquisito.

Insomma, abbiamo visto che è difficile persino rintracciare due sfide ravvicinate tra italiani e top 10. Che siano arrivate addirittura due vittorie su due – e per mano di due 19enni – resta parecchio inedito.

Se Musetti battesse Dimitrov entrerebbe a vele spiegate fra i top100. Oggi è virtualmente n.108. Soltanto Sinner era stato più precoce nel superare uno dei primi 10 del ranking Atp, quando a 18 anni e 177 giorni batté Goffin a Rotterdam. Musetti con 19 anni e 14 giorni ha scavalcato il Caratti che nel 1990 a 20 anni e 2 mesi batté Brad Gilbert a New Haven (lo scrive www.loslalom.it).

Lorenzo Musetti – Acapulco 2021 (foto AMT 2021)

I tennisti italiani sono sempre maturati tardi, sui 24-25-26 anni hanno colto i loro risultati migliori anche se – sia pure senza la stessa continuità di un Sinner che già oggi prima di giocare contro Karatsev è n.30 del mondo (se lo batte sale a 27) – Adriano Panatta, Corrado Barazzutti e Paolo Bertolucci avevano hanno fatto vedere di che panni si vestivano e di quale futuro si sarebbero impadroniti fin da giovanissimi.

Adriano, classe 1950, a 17 anni e mezzo rimontò (9-11 9-7 6-3), un tennista di gran nome e risultati – Clark Graebner (finalista a Forest Hills 1967, ultimo US non ancora Open, semifinalista a Wimbledon ’68) e a 21 anni (quasi 22) nel ’72 raggiunse i quarti al Roland Garros battendo Ilie Nastase. Corrado, classe 1953, nel 1973 batté gente come Panatta (a Barcellona), e in Coppa Davis Kodes, Higueras e Santana. Paolo, classe 1951, nel 1972 batté Gimeno, Solomon, Gorman, Sandy Mayer.

Quella degli anni ’70 è stata l’epoca d’oro del tennis italiano, con Adriano che arrivò ad essere n.4, Corrado n.7, Paolo n.12 e, insieme a Zugarelli, classe 1949 e ancora terza categoria a 18 anni, i quattro moschettieri azzurri raggiunsero quattro finali di Coppa Davis in cinque anni fra il ’76 e l’80 (dopo la semifinale del ’74 persa in Sud Africa fra mille rimpianti, perché in finale con l’India avremmo vinto di sicuro) e se ne vinsero una sola fu probabilmente perché quelle finali si giocarono tutte in trasferta. Però se fra Adriano e Paolo c’era un solo anno di differenza, fra Adriano e Corrado ce n’erano tre.

Il caso di Sinner e Musetti che battono due top-11 (se Bautista Agut fosse stato ancora top-ten lui, che è stato n.9 come best ranking, la doppia impresa, due top-ten invece di due top-11, avrebbe fatto un effetto migliore) nell’arco di 24 ore è unico. Anche perché fra i due ragazzi ci sono poco più di sei mesi: Sinner è nato il 16 agosto 2001, Musetti il 3 marzo 2002.

Insomma, data la stagione del doppio exploit, diciamo pure se volete la banalità che una rondine non fa primavera, però c’è di che essere ottimisti senza correre il rischio di essere scambiati per monsieur Chauvin. Giusto per darvi un’idea: ieri un collega argentino di sempre, conosciuto nelle sale stampa dei grandi tornei nel 1974, Juan Jose Moro di Radio Buenos Aires, mi ha chiamato perché commentassi il “momento feliz” del tennis italiano. Non si tratta quindi di un nostro vezzo patriottico sottolineare un momento davvero particolare.

Josè Moro ricordava lui per primo che, insomma, se c’è grande attenzione e fiducia internazionale per gli exploit di Sinner e Musetti, non si può certo trascurare le presenze nelle posizioni di vertice del tennis mondiale di Matteo Berrettini n.10 del mondo e Lorenzo Sonego n.37 che non sono certo anziani a 24 e 25 anni ma, anzi, sembrano entrambi in grado di poter garantire importanti progressi.

Aspettiamoci ancora tanti alti e bassi, è inevitabile. Il livello di gioco mostrato da Musetti contro Schwartzman (l’argentino l’ho visto giocare meglio, ma insomma…) e da Sinner contro uno dei migliori Bautista Agut (lo spagnolo ha giocato alla grande) è stato davvero altissimo. Questo è l’aspetto che, al di là della vittoria raggiunta, è più significativo. Perché è il segno di un potenziale che tanti non hanno. Cui manca solo la continuità.

Jannik Sinner, pugnetto – ATP Dubai 2021 (courtesy of Dubai Duty Free Tennis Championships)

I due ragazzi, poi, ed è stato già scritto molte volte, sono molto ben seguiti. I loro coach, il loro ambiente, è sano, equilibrato, preparato. Non hanno tanti grilli per la testa. Hanno anzi anche la testa giusta. Fondamentale.

Ho trovato curiosa, simpatica e chiara l’umile metafora usata dal “cuoco” – e figlio di cuoco – Jannik: “Se parliamo di miglioramenti fra l’anno scorso e ora sono un altro giocatore. Fra un anno sarò un altro ancora, sperando sempre di fare progressi. In tutti gli aspetti, non solo un colpo, ma servizio, dritto, rovescio, proprio in tutto. Per imparare a fare un piatto devi fare dei passaggi: ora io sto pelando le patate e le carote, poi dopo inizierò a tagliarle, quindi piano piano a cucinarle, poi speriamo anche che arriva il momento in cui riesco a finire quel piatto. Che non vuol dire che ancora io non riesca a finire un piatto… ma solo che la ricetta ancora non la conosco!”.

Concetti semplici che Jannik non ripete a pappagallo, perché qualcuno glieli ha ficcati in testa. Li pensa davvero, li vive così. Ed è la sua forza.

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