Le denuncia che (forse) Francesca Schiavone non si è resa conto di fare

Editoriali del Direttore

Le denuncia che (forse) Francesca Schiavone non si è resa conto di fare

Ma oggi 4 vittorie possibili su 6 match. Ieri una sola sorpresa intera, Suarez Navarro k.o. più due mezze. La Schiavone riuscirà dove la FIT ha fallito?

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Guarda qui tutte le foto più belle del Day 1 di Wimbledon 2015!

Non ci sono state grandissime sorprese, al di fuori della batosta presa (6-2 6-0) dalla Suarez Navarro dalla lettone che vinse qui il torneo junior l’anno scorso, Jelena Ostapenko, figlia di una tennista di buon livello dell’ex Unione Sovietica (Jelena Jakovleva) e di un portiere di serie A dell’Ucraina (non meglio identificato…) e che abbiamo intervistato in esclusiva per Ubitennis. La Ostapenko ha goduto di una wild card proprio per aver vinto il torneo un anno fa, ma è appena n.140, non aveva mai battuto una top 50 e vantava un paio di vittorie su top 100 (Smitkova, Wickmayer, Peer) e… una sconfitta in tre set con la Flipkens. La Suarez Navarro, n.9, non è una specialista dell’erba, tuttavia ha comunque raggiunto qui una volta gli ottavi, e soprattutto il fatto che abbia fatto appena due games con una ragazzina – per quanto dotata – è abbastanza clamoroso. Ci ho scambiato una velocissima battuta e mi ha detto che non aveva alcun problema fisico.

 

Anche Tommy Robredo, ha perso nettamente; tre set a zero e punteggio ascendente con il qualificato australiano Millman, n.120. Gli australiani, anche se hanno abbandonato l’erba nella maggior parte dei loro tornei, sull’erba sono spesso pericolosi: per via del vento presente in molte loro città si lanciano la palla bassa – proprio il contrario dei cechi: pensate a Lendl, Berdych… – e tendono ad attaccare più che a restare a fondocampo. Vedi anche Kyrgios. Che non ha avuto problemi con un argentino tipico: Schwartzman, fino a che non si è un po’ distratto: 6-0 6-2 7-6. Mi ha sorpreso un po’ in negativo la sconfitta di Kokkinakis infatti, anche se Leo Mayer è un argentino… anomalo che ha vendicato Schwartzman.

Djokovic ha regolato Kohlschreiber quando doveva: tre set fotocopia. Sempre 4 pari, sempre Djokovic che teneva il servizio per salire 5-4 e sempre il tedesco che lo perdeva nel decimo game. Ci sono state due maratone, quella persa dal vecchio leone Lleyton Hewitt, ex campione qui nel 2002, battuto solo 11-9 al quinto – vedi articolo dedicato – e quella vinta da Fernando Verdasco 13-11 al quinto sullo slovacco Klizan nella battaglia tutta mancina.

Per quanto ci riguarda se non ci fosse stato un derby italiano, quindi con un nostro connazionale obbligato a vincere, avremmo perso tutti gli incontri, quattro su quattro quando giocati contro avversari stranieri. Solo la Errani ha raggiunto il secondo turno dei cinque connazionali in gara questo lunedì. Ci è riuscita a spese della Schiavone che si è presentata in sala stampa con un suo “discorsino” scritto di cui vi abbiamo dato altrove nel sito l’estratto. Val la pena leggerlo, è il… “dopo Schiavone tennista” e “l’ante-Schiavone” che si prefigge di fare quel che il tennis italiano non ha saputo fare: formare coach all’altezza in un Paese che non li ha avuti se no Francesca, Flavia, Sara, Fabio, non sarebbero stati costretti a cercarseli all’estero… tirar su dei giovani che possano sfruttare la loro esperienza, visto che nonostante i ripetuti successi in Fed Cup, dietro alla generazioni delle ragazze vincenti, non si intravede al momento il ricambio sperato. Nei tornei junior le nostre perdono sempre subito e se non fosse per la Giorgi, altra tennista che di italiano ha solo la nascita e non il coach, saremmo messi malissimo. La Schiavone, non so quanto consapevolmente, ha messo il dito nella piaga, raccontandoci il suo progetto. Ha spiegato, dopo averlo vissuto da tennista negli ultimi 15 anni: “Il mio obiettivo intanto è raggiungere il record degli Slam consecutivi, oggi sono a 60…”. La giapponese Sugiyama, contro la quale Francesca disputò un match infinito durato 4 giorni con nove interruzioni per la pioggia all’US Open di tanti anni fa, ne ha giocati 62. Questo vuol dire che Francesca se vuole arrivare a 63 dovrà giocare almeno i prossimi US Open, Australian Open e Roland Garros. Probabilmente se dovesse uscire di classifica dalle top 100 dovrebbe contare su una wild card, ma sono sicuro che ovunque gliela darebbero, più che ovunque al Roland Garros.

Prima di tornare sul “progetto Schiavone” – che è poi l’idea di costruire una “tennis academy” per tirar su finalmente qualcuno, sia coach sia giocatori (“Non solo ragazze eh, anche ragazzi, ma siamo ancora a livello embrionale, devo trovare un gruppo di persone – investitori? – che vogliano collaborare”), qualche riga sulle sconfitte italiane di primo turno. Prima di tutto Flavia Pennetta. Beh, qui a Wimbledon c’è il nostro massimo specialista di tennis femminile, AGF: leggete lui e capirete tutto quel che è successo e perché. Inutile che io aggiunga granché: solo osservo che sempre più spesso Flavia cala nel terzo set. Oggi addirittura per 4 games di fila. Poi è vero che si è ripresa. Ma rimontare un set da 0-4 è uno stress che costa caro. Raramente si porta a casa la partita. Sia Flavia sia Francesca rifiutano sempre ostinatamente di attribuire ad un calo fisico le loro sconfitte al terzo set. Ma io credo che l’età abbia il suo peso. 35 anni Francesca, 33 Flavia, quando fa caldo come faceva qui a Wimbledon sotto il sole e su una superficie che, a detta di Sara Errani, ti stanca molto più che la terra rossa – “E’ un problema di appoggi, di muscoli, di come ci si deve costantemente piegare”è dura combattere contro l’anagrafe. Di Roby Vinci, 32 anni, ho praticamente visto, non avendo il dono dell’ubiquità, soltanto che era sempre indietro nel punteggio, sia nel primo sia nel secondo set, anche se nel secondo aveva recuperato. Però nella sua intervista ha spiegato diverse cosucce, compresa una certa mancanza di fiducia, e la decisione di non proseguire a giocare il doppio una volta che avrà cessato l’attività come singolarista. “Non penso davvero con Karin di dover sfidare i risultati raggiunti insieme a Sara, sarebbe impossibile”. Peccato abbia perso… anche perché avrebbe potuto dare vita contro Sara Errani ad un altro derby, dai risvolti abbastanza interessanti visto il clamore che seguì al loro divorzio annunciato con tanto di comunicato stampa.

Mi resta da dire qualcosa su Simone Bolelli, ancora una volta arresosi solo al quinto set a Kei Nishikori, come un anno fa (ma l’anno scorso il match fu giocato in due manche, in due giorni). Contro Baghdatis nei quarti di Nottingham meno di una settimana fa non era stato capace di conquistarsi una palla break (e aveva perso 64 64) e contro Nishikori ha giocato un bel match, ma alla fine nel quinto set non è stato capace di impensierirlo sui suoi game di servizio. Eppure il giapponesino, migliorato ancora da fondocampo (“Non mi dava tempo, anticipa tantissimo, gioca meglio di un anno fa, da fondocampo non gli facevo il punto”) non ha il servizio di Karlovic. “Devo migliorare nella risposta, ne sbaglio troppe anche sulle seconde palle dell’avversario, e negli spostamenti”. Per carità Simone sembrava uscito dal grande tennis per via dei suoi ripetuti infortuni ed è già un piacere ritrovarlo competitivo (“Credo di valere più della mia classifica, n.55 Atp…” ) ma insomma l’8 ottobre compirà 30 anni. Non è più un pivellino. Difficile credere che possa fare miracoli, anche se ogni tanto certi suoi match – tipo quello con Troicki a Parigi – illudono.

Lasciate le triste note italiane, non senza palesare un po’ più di ottimismo per la seconda giornata dei Championships. Seppi deve battere l’australiano “new brit” Klein, n.177 anche se degli australiani ho detto sopra che occorre sempre diffidare sull’erba, idem la Giorgi n.32 sulla Pereira n.77, e forse anche la Knapp n.43 sulla Rybarikova n.65… Ho sempre timore a sbilanciarmi su Fognini sull’erba anche se Smyczek n.77 dovrebbe essere davvero alla sua portata se non si fa innervosire da qualche chiamata dubbia e non eccede nelle “fogninate”. Vanni ringrazia il suo santo protettore per essere entrato in tabellone grazie a Ferrer – evitando Djokovic grazie al ritardo con cui Ferrer si è ritirato – e in fondo con Ward può giocarsela: gli sta dietro due posti in classifica, lui è 113 e Ward 111, ma chissà quante partite ha giocato Ward sull’erba: 50? 75? Luca è alle prime esperienze erbivore invece. Sarà dura, molto dura, anche se con il servizio che ha può far match equilibrato, se ci crede. Lorenzi con Vesely invece lo vedo proprio male. Insomma con sei italiani in gara oggi ci potrebbe scappare anche un 4-2 a favore, però un 3 a 3 non sarebbe un disastro.

La cosa più… promettente della giornata per noi italiani è legata all’annuncio di Francesca Schiavone che sta già pensando a quando avrà superato il record dei 62 Slam consecutivi della Sugiyama per mettere al servizio di giovani talenti – “Ci sono, ci sono” ha continuato a ripetere – la sua esperienza di giocatrice. “Non sono ancora una coach, spero di saperlo fare, ma soprattutto vorrei creare in Italia anche quel che non c’è stato a sufficienza: bravi allenatori. Qualcuno ce n’è, ma se ce ne fossero stati di più, noi non saremmo andate tutte, io, Flavia, Sara (e avrebbe potuto aggiungere Fognini…) in Spagna”.
Francesca non si è probabilmente resa conto di aver detto quanto su Ubitennis scrivo da tempo immemorabile, spesso deriso dai filofederali. Questo dei coach di livello è stato un problema che la nostra FIT ha fortemente trascurato. Non l’ha considerato, né Galgani prima, né Binaghi poi in 40 anni di gestione combinata fra i due (salvo brevi commissariamenti) una priorità.

Qualche coach bravo c’era ma non era disposto a subire condizionamenti politici: penso ad Alberto Castellani, Riccardo Piatti, Claudio Pistolesi, Massimo Sartori, per citarne solo alcuni che hanno preferito occuparsi di giocatori stranieri per non avere a che fare con una federazione che preferisce le passerelle televisive (su Supertennis e non solo) a fatti più concreti.
Se non è mai uscito nessuno da Tirrenia un motivo ci sarà secondo voi o no? Niente. Se uno lo scrive significa che è pregudizialmente contrario a chi ha la responsabilità tecnica di quel centro, e politica nell’ideazione dello stesso. In tutti i Paesi del mondo questi centri d’allevamento non hanno funzionato. Salvo forse che in Francia dove non mettono soldi dove non devono metterli, ma li indirizzano con intelligenza.

Ovunque hanno funzionato i team privati, vedi Spagna, “dove i coach parlano fra loro, collaborano, si aiutano – ha detto Francesca Schiavone – mentre in Italia un coach dice “Queso ragazzo è mio” e tiene nascosto ogni cosa. Va cambiata anche questa mentalità!”.

Beh, non so come andrà a finire questo progetto della “Schiavo”. Non so se anche al suo progetto qualcuno cercherà di metterci sopra il cappello. Condizionandolo. Con i soldi si condizionano molte cose, media, critica, progetti. L’unica cosa che non manca a questa FIT sono i soldi. E questo è un merito sicuro di Binaghi, anche se magari i circoli si sono sentiti strangolati da certi balzelli abbastanza ingiustificati.

Ma quel che ha detto la Schiavone, con toni pacati e non da denuncia, nasconde invece la denuncia implicita di un fallimento quarantennale che nemmeno i successi delle ragazze (e più negli Slam, date retta, che nelle Fed Cup dove le avversarie non erano mai tutte…) sono stati tramutati in semine produttive. Non c’è stato quello sviluppo che un buon manager avrebbe dovuto procurare perché non si è stati in grado di fare la giusta analisi. L’ho scritto mille volte e mi stavo stufando di ripeterlo. Mi fa piacere che adesso da un pulpito che non è il mio, quello di Francesca Schiavone che pure dalla nostra FIT è stata non poco gratificata allorquando vinse il Roland Garros nel 2010 con quel premio esagerato (400 mila euro dopo che aveva vinto lì già un milione ad aggiungersi ai 7/8 già guadagnati di soli premi), io abbia sentito dire esattamente le stesse cose che ho sempre sostenuto. È una questione di priorità. Per anni questa FIT, e le precedenti sia chiaro, hanno sottovalutato l’importanza di creare una buona scuola maestri, e da quella estrarre una buona scuola di coach internazionali mandandoli in giro a farsi esperienze che non potevano essere solo a loro rischio totale.

Come Francesca, se ci parlaste, la pensano anche Sara, Flavia e tutte le altre ragazze. Che pure, da un lato, non potevano certo mettersi a criticare apertamente – come per fortuna posso fare io – chi le ha spesso aiutate economicamente in maniera importante. Ma soltanto dopo che si erano “costruite” da sole il loro livello, con i loro coach stranieri.

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Coppa Davis

Coppa Davis: quell’annuncio tardivo di qualcosa che sapevamo tutti… Anche Berrettini out

L’Italia si ritrova outsider a Malaga nell’anno che ci faceva sognare una seconda insalatiera. Storia di una stagione falcidiata dagli infortuni

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Gli infortuni di Berrettini

Gli infortuni di Sinner

Mentre a Torino, a poche ore dalla finale ATP Djokovic-Ruud (3-0 i precedenti, tutti italiani e tutti a favore di Djokovic che non ha mai perso un set con il norvegese), Angelo Binaghi tirava la giacchetta ai tre ministri presenti, Abodi, Zangrillo e Santanchè, invocando più soldi per la sua già ricca federazione, arrivava da Malaga la notizia ufficiale più scontata e che colpevolmente non abbiamo dato prima pur conoscendola benissimo: dopo Jannik Sinner anche Berrettini non scenderà in campo contro gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Sock e Paul giovedì 24 novembre.

Matteo non si era quasi più allenato e lo si sapeva. Non si capiva che senso avesse continuare a mantenere una cortina di silenzio riguardo alla sua partecipazione.  Da Napoli in poi, quando si erano manifestati i primi sintomi di una (supposta) fascite alla vigilia della finale poi persa con Musetti tutti sapevamo che non era praticamente più riuscito ad allenarsi seriamente.

Su quanto accaduto a Napoli era venuta fuori una ridda di voci. Compresa quella che gli sarebbe stata praticata una iniezione che avrebbe procurato del pus e un’infezione. Voce smentita ma che aveva preso piede (è il caso di dire…). Chi aveva parlato di vesciche era stato smentito da alcuni, ma non da tutti. Il rigonfiamento del piede pareva garantito, stando ad alcune voci di spogliatoio. Ma alla fine, quale che fosse il fastidio, per almeno due settimane Matteo non era stato in grado di allenarsi. Poi era andato a Barcellona, dalla equipe medica del quale lui molto si fida togliendo inevitabilmente altro spazio agli allenamenti che relativamente agli arti inferiori non conveniva neppure fare per non compromettere ulteriormente la possibilità di recupero. Un’Odissea.

 

Poiché Ubitennis aveva dato in anteprima la notizia del forfait di Sinner, mi sembrava spocchioso – e quasi malaugurante – arrivare primi anche nel segnalare i malanni di Matteo, ma da giorni ci si chiedeva soltanto che cosa si aspettasse ad annunciarlo.

E oggi ci si può forse chiedere, pur apprezzando il gesto, che senso abbia che Matteo vada a Malaga. Forse che se l’Italia di Musetti e Sonego facesse il miracolo contro gli USA, da qui a sabato prossimo Matteo potrebbe recuperare per giocare la semifinale contro chi vincerà fra Canada e Germania? Onestamente non mi sembra pensabile. Né ragionevole. Solidarietà da teammate quindi? Forse. Ma a Sinner non è passato neppure per l’anticamera del cervello.

E’ inevitabile che a giocare i singolari siano adesso i due Lorenzo, Musetti e Sonego, sebbene anche quest’ultimo, giulivo reduce da una settimana alle Maldive laddove pensava che la sua annata tennistica si fosse conclusa, non sarà certo al massimo.

Sonego è stato convocato in fretta e furia quando Sinner ha detto che non ce l’avrebbe fatta. L’abbiamo visto allenarsi in recupero a Torino, allo Stampa Sporting, in maniera decisamente blanda, quasi temesse di potersi far male lui pure. Però una volta che Volandri gli ha chiesto di mettersi a disposizione soltanto un Sonego fuori condizione potrebbe essere accantonato per far posto a Fognini, reduce da un’annata no. Per la verità nel 2022 non ha brillato nessuno dei due: Sonego oggi è n.46 del mondo e aveva chiuso il 2021 a n.27, Fognini si trova 10 posti più giù, n.56 e 10 posti più giù era anche a fine anno rispetto a Sonego: n.37. Insomma hanno perso una trentina di posti ciascuno, mentre gli americani hanno visto salire vertiginosamente sia il ranking di Fritz, da n.23 a n.9, sia di Tiafoe da n.38 a n.19. Fino a due mesi fa era migliore il ranking dei due azzurri rispetto a quello dei tennisti “Made in USA” e senza sottovalutare le chances di Fognini e Bolelli, quasi quasi si riteneva che il punto più difficile da sostenere fosse quello del doppio, chiunque degli americani giocasse al fianco dello specialista Sock, anche se non è stato convocato da capitan Mardy Fish Ram che ha appena trionfato con l’inglese Salisbury nelle finali ATP superando il duo olimpionico e croato, Pavic e Mektic 7-6,6-4.

Insomma da squadra superfavorita che era, quella azzurra adesso è certamente un outsider alla fine di quest’annata che non ha davvero risparmiato nessuno dei due tennisti meglio classificati d’Italia, il n.15 Atp Sinner e il n.16 Berrettini. Due ex top-ten, best ranking n.6 Matteo e n.9 Jannik, che hanno giocato troppo pochi tornei per potersi mantenere sui livelli di un top-10. E traditi entrambi da Wimbledon: Jannik perché i punti ATP che avrebbe meritato non glieli hanno dati, Matteo perché si è beccato il COVID alla vigilia dei Championships nei quali l’anno prima aveva fatto finale.

Lorenzo Musetti ha dato il meglio di sé in Coppa Davis ma contro questo Fritz che ha giocato alla pari con tutti i più forti dei “Maestri” a Torino, cedendo solo dopo un doppio tiebreak al cospetto di Djokovic (dopo essere stato un break avanti nel finale del secondo set), il suo compito sarà durissimo. Per non parlare di quello di Sonego contro Tiafoe. Insomma, l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia nel 1976, 46 anni fa, con tutta probabilità resta ancora…l’unica. E invece io quest’anno ci speravo proprio in una seconda.

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ATP

Intesa Sanpaolo ATP Next Gen. Questo penso sul torneo di Milano. Che cosa farei fra un anno… sapendo i conti economici di queste 5 edizioni milanesi

Sei incontri al giorno, due di doppio, due di Next Gen, due di top-players. E under 19, non più under 21. Il diffuso gusto del talent scout. La crisi dei Carneadi del doppio

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Jiri Lehecka e Brandon Nakashima - 2022 Next Gen ATP Finals (Foto Giampiero Sposito/FIT)

Sono cominciate le ATP Finals e magari arrivo fuori tempo, ma vorrei dire quel che penso del torneo under 21 di Milano, le Intesa Sanpaolo Next Gen ATP che si sono appena concluse con la netta vittoria dell’imbattuto Brandon Nakashima.

Per prima cosa ricordo che questa quinta edizione è l’ultima che era prevista a Milano. E per seconda cosa che il calendario ATP del 2023 prevede che il torneo Next Gen si disputi nella stessa settimana delle ATP Finals.

Ritenere che la Federtennis riesca ad organizzare i due eventi nella stessa settimana in due città diverse, Torino e Milano, è abbastanza improbabile, se non proprio impossibile.

 

E non si potrebbe allora giocare tutto a Torino in 8 giorni, con le partite del round robin spalmate in sei giorni, al ritmo di due al giorno? Semifinali il sabato, finale la domenica.

Vorrebbe dire, mantenendo in vita il doppio cui l’ATP è praticamente obbligata non abbandonare – anche se i nomi di molti doppisti sono del tutto sconosciuti alla massa degli spettatori che non pagherebbero il biglietto per vederli  giocare  sebbene lo spettacolo sia in sé  tutt’altro che disprezzabile – che si dovrebbero giocare nei primi 6 giorni e ogni giorno 2 match next gen, due match di doppio, due match dei magnifici otto.

Sei partite al giorno, insomma, tre a partire dalle 10,30 per cercare di mettere in campo la partita di due potenziali “Maestri”, entro le 14.30. E dare il via alla sessione serale per gli altri tre match intorno alle 18.30.

Mediamente gli incontri di doppio e quelli dei Next Gen si concludono nell’ambito dell’ora mezzo, un’ora  e tre quarti. Il derby Passaro-Arnaldi durato 2h e 38 m, o i 5 set di Nakashima Arnaldi per 5 set è durato di più, 2 ore e mezzo, ma sono state eccezioni.

Per fare un ragionamento valido bisognerebbe conoscere quali siano esattamente le spese affrontate dalla FIT per Next Gen (montepremi, affitto Palalido, macchina organizzativa, con tantissime persone, personale) e quali siano gli incassi derivanti da biglietteria, diritti tv, vari sponsor.

Ricordo che mi fu detto che le prime edizioni (Due? Tre?) del Next Gen non furono… – se non proprio un bagno di sangue – certamente non un successo economico.

E queste ultime? Mah.

Sarebbe giusto, credo, avere informazioni precise, se non dettagliate voce per voce, di che cosa esce e che cosa entra nel bilancio federale del torneo. Per poi prendere una posizione ragionata e ragionevole.

Perché se uno pensa che rinunciare a un incasso della biglietteria e dei diritti tv, fosse antieconomico (ma non credo…) allora perderlo per trasferire tutto a Torino potrebbe risultare poco intelligente.

Di certo la Federtennis non darà queste infos al sottoscritto, perché Ubitennis può continuare a promuovere il tennis con 18 articoli al giorno, 5.000 l’anno facendo sforzi considerevoli e – consentitemi di dire – regalando agli appassionati prodotti giornalistici di buona qualità, ma per la FIT Ubitennis resta un nemico pubblico da ostacolare, negandogli con varie scuse poco credibili un congruo numero di accrediti stampa  che servirebbero soltanto a promuovere ancor meglio lo sport della racchetta, attraverso il nostro sito che ha numeri davvero importanti. Pazienza. Vero che non facciamo sviolinate a nessuno, ma farle mi sembrerebbe un tradimento professionale e deontologico. Io non dispero di poter contare, un giorno o l’altro, sull’intelligenza dei miei interlocutori. Prima o poi ci arriveranno.

Il torneo Intesa Sanpaolo Next Gen è certamente piaciuto tantissimo ai ragazzini. Fondamentalmente per un problema di concentrazione. Tenerla per un set e magari per più di un’ora è chiedere troppo a ragazzi delle SAT e di scuola compresi fra i 10 e i 14 anni.

Per loro venire al tennis è una festa con la musica a palla, le scritte cubitali che ricordano il setpoint, il matchpoint, l’ace al rullar di tamburi, l’out gridato dal giudice elettronico, la close call, il breakpoint, il no-ad, la palla game che è game-point per entrambi gli avversari.

Impossibile per i ragazzi sugli spalti, quando si ritrovano in quell’atmosfera rovente,  non prendere le parti di uno dei due tennisti, anche quando nessuno dei due è italiano.

E anche i tennisti, sebbene dicano tutti (o quasi) che prediligono il tennis classico, si ritrovano in un’atmosfera diversa, unica, mai sperimentata altrove. Alla fine si divertono alla grande, anche se lo stress procurato da quei ritmi concitati è davvero notevole.

Ma vale la pena subirlo se un Nakashima può mettersi in tasca 430.000 dollari quando per aver vinto il torneo ATP 250 di San Diego, la sua home town, aveva dovuto accontentarsi di 92 mila dollari. Meno di un quarto. E ragazzi come Passaro che ha vinto 108 mila dollari o come Arnaldi (80.000) si mettono in tasca soldi che consentono loro di pagarsi tutta una stagione per loro e il loro team.

La validità tecnica di questi match del Palalido è abbastanza discutibile, anche se abbiamo visto che a vincere il torneo sono in passato sempre stati signor giocatori, tennisti che poi sono diventati top-10. Tranne Chung, alludo a Tsitsipas, Sinner, Alcaraz. E vedremo che cosa farà Nakashima che ha dimostrato di essere di una solidità nervosa impressionante. Superiore. A Lehecka non gli ha fatto vincere un set su 6 manches.

Vi ricordo quanto ho già sottolineato nel video finale domenica scorsa: da Wimbledon (dove è arrivato negli ottavi dopo aver battuto Shapovalov) Nakashima ha vinto la bellezza di 16 tiebreak su 17!

Però se non si registra una netta superiorità la conclusione più frequente di queste partite, se il match è equilibrato, approda al tiebreak sul 3 pari.

Mentre nei set tradizionali c’è la possibilità di vincere un set arrivando a 6 con due game di scarto, e solo sul 6 pari si va al tiebreak, nella formula NextGen chi arriva per primo a 3-1 non ha vinto un bel nulla, mentre se ciascuno dei due contendenti tiene 3 turni di servizi si arriva al 3 pari e all’inevitabile, quasi scontato tiebreak.

E’ certo vero che in termini di promozione il torneo Next Gen avvicina al tennis tanti giovanissimi, glielo fa scoprire, li entusiasma, anche quando fanno quasi soltanto la caccia agli autografi… Si formano anche così i tennisti di domani. In termini di pura promozione del nostro sport il torneo Next Gen funziona alla grande. I ragazzini che sono stati a vedere quelle partite tornano a casa entusiasti e chiedono ai genitori di prendere lezioni e cominciare a giocare a tennis.

Un altro punto da discutere è il limite anagrafico. Si riapre un discorso già fatto all’epoca in cui i diciassettenni Wilander, Becker, Chang vincevano gli Slam adulti pur essendo under 18.

Che senso aveva un torneo junior vinto anche da alcuni nostri tennisti, Pistolesi, Galimberti e altri, quando i più forti junior vincevano già gli Slam?

Mi sono molto divertito a vedere a Milano la lotta furibonda fra i due grandi amiconi  Passaro e Arnaldi, entrambi ventunenni. Alle loro casse ha certo giovato partecipare alle Intesa Sanpaolo Next Gen – buon per loro! – però mi avrebbe più incuriosito osservare dei ragazzi del 2003 (o 2004) per poter intravedere le loro prospettive.

Quelli sono davvero Next Gen, mentre i 21nenni sono “current” Gen. Forse con minor avvenire anche se è vero che i “nostri prodotti locali” sono spesso maturati con qualche ritardo, ad eccezione di Sinner e Musetti.

Ma gente come Draper, come Nakashima, non sono più “future prospect. Sono realtà contemporanee. Hanno già vinto montepremi importanti, giocano nel circuito ATP ai più alti livelli. Nakashima ha fatto terzo turno a Parigi e New York, ottavi a Wimbledon…

Insomma io abbasserei il limite di età. A 19 anni.

Nel caso di un torneo Next Gen che si disputasse insieme al Masters finale dell’ATP per i magnifici 8, forse metterei in campo per primi al mattino i giocatori del doppio. Alle 10,30 del mattino. E poi i Next Gen verso mezzogiorno. E poi le mega star, intorno alle 14 o 14,30. Stesso iter per la sessione serale, a partire dalle 18 circa. Sì, perché gli appassionati di tennis hanno il gusto del talent scout, gli piace “scoprire” qualche talento per poter dire un giorno: “Io l’avevo detto che Tizio diventava davvero forte…!”

Mi chiedo oggi chi conosca e riconoscerebbe per strada, Heliovaara, Glasspool, Arevalo, Salisbury, giusto per citarne alcuni dal cognome più improbabile…, ma perfino la coppia n.1 del mondo formata da Skupski e Koolhof quanti sono gli appassionati che li riconoscono? Che sanno se uno è mancino oppure destro?

E allora capisco bene che l’associazione dei tennisti, ATP, voglia proteggere in qualche modo la specie in estinzione dei panda-doppisti, perché si tratta di tanti posti di lavoro per giocatori che a volte hanno anche più di 40 anni…

Io sono stato sempre un fanatico del doppio perché lo giocavo molto meglio del singolare. Ho vinto due volte i campionati italiani di seconda Categoria, nel ’72 e nel ’75 con due compagni diversi (Maurizio Bonaiti e Pullino Pellegrini) e sono stato finalista una terza volta. E quando al torneo ATP di Firenze ho visto Sonego e Vavassori giocare un grande match contro Dodig e Krajicek mi sono divertito moltissimo. E così il pubblico che naturalmente faceva un tifo pazzesco per i due azzurri (sconfitti solo al tiebreak del terzo set).

Però secondo me l’ATP deve preoccuparsi primariamente di sostenere la nuova linfa. Più i ragazzi promettenti che i doppisti.

Un ragazzo tipo Nardi, e suoi coetanei del 2003 – mica sono tutti come Rune – va sostenuto e incoraggiato anche economicamente. Non ho niente contro due bravissimi ragazzi come Passaro, Arnaldi e loro coetanei, ma difficilmente questi ragazzi diventeranno top-ten. O top 20.  Ovvio che io lo auguri a entrambi. I progressi straordinari che hanno fatto in un anno – Passaro da 600 ATP a ridosso dei primi 100 – la dicono lunga sulle qualità che comunque hanno messo in mostra.

E scommetterei che se accadrà che questi due salgano ancora alla grande, inserendosi fra i top20, o nei pressi, non vedranno l’ora – insieme ai loro coach – di incrociarmi per dirmi: ”Hai visto Ubaldo, tu che non credevi in me?”.

E allora a questo punto devo aggiungere – per onestà intellettuale – che quando vidi per le prime volte Andreas Seppi, ma anche Renzo Furlan che non aveva davvero un fisico da marcantonio né colpi che strappavano la racchetta dalle mani dei loro avversari – nessun power tennis – onestamente non pensavo davvero che sarebbero arrivati fra i primi 20 del mondo e avrebbero fatto l’eccellente carriera che invece hanno fatto.

Quindi guai se coach Tarpani e coach Petrone si arrendessero di fronte alle mie previsioni non troppo ottimistiche. Spero proprio di sbagliarmi. 

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Editoriali del Direttore

“Tiafoe e Sock due veri trogloditi per sparare addosso a Federer e Nadal”. Lo ha detto Panatta. Non sono d’accordo, ma Panatta è Panatta…

Le parole di Adriano Panatta, che trovo “populiste” anche se può dire quello che vuole, pesano più della mia opinione. Totalmente contraria. Forse sbaglio, ma credo che Roger Federer la pensi come me

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Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

L’addio di Roger Federer al tennis giocato – anche se solo a quello agonistico – ha fatto scrivere fiumi di parole. (Non era il titolo di una canzone che vinse il festival di Sanremo?). Più mari che fiumi, a dire il vero. Era inevitabile che fosse così trattandosi del personaggio tennistico più carismatico del terzo millennio. E probabilmente non solo di quello.

Pensare di poter scrivere ancora qualcosa di originale, di inedito, su Roger, sulla sua carriera e su quello che ha significato per il tennis sarebbe estremamente presuntuoso. E io, pur tirato per la giacchetta da diversi affezionati lettori che mi hanno rimproverato di aver scritto poco dacché Roger ha dato il suo fatidico annuncio – questo però l’ho scritto – non credo sia il caso di aggiungere tante altre parole, tanti altri elogi più o meno scontati.

L’importante era dare spazio al suo ritiro, pubblicare molti articoli, scritti anche meglio del mio, su Ubitennis. E quando me l’hanno chiesto, ho accettato di rispondere a varie radio e TV che hanno voluto interpellarmi.

 

Posso semmai dire quel che potevate intuire anche se non ve l’avessi detto io: e cioè che ogni partita di Federer faceva schizzare i live di Ubitennis in termini di commenti. Ogni giorno in cui giocava lui registravamo molte ma molte più visite che per gli altri match. Era facilissimo rendersene conto guardando i dati delle visite negli Slam, quando lui giocava un giorno sì e uno no.

 Ogni articolo che lo riguardava, nei giorni buoni come quelli meno buoni, veniva – e viene – più letto di quasi tutti gli altri. Anche dei tennisti italiani. È stato un campione transnazionale. Salvo quando ha giocato in Spagna contro Nadal, ha giocato sempre in casa. Perfino a Londra contro Andy Murray, in certe occasioni.

Quando dico, di conseguenza, che Roger ci mancherà, e ci mancherà molto, è una constatazione certamente sentimentale e ricca di sincero affetto. Ma non solo.

Devo però anche confessare in tutta onestà che se nel 2016, quando lui per via dei suoi primi seri guai fisici ebbe una pessima annata dominata nella prima parte da Djokovic e nella seconda da Murray, temevo che l’inevitabile declino di Federer avrebbe avuto pesanti ripercussioni sugli indici di presenze dei lettori su Ubitennis, poi invece mi sono potuto tranquillizzare. 

E non solo perché il tennis ha sempre dimostrato di essere sempre più forte di tutti i suoi campioni, anche quelli più straordinari e di non risentire poi eccessivamente della scomparsa agonistica di Laver e Newcombe, di Nastase e Smith, di Borg e McEnroe, di Lendl e Connors, di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi. Quindi reagirà anche alla “scomparsa” agonistica di Federer, Nadal, Djokovic.

Infatti fra il 2017 del suo grande e certamente abbastanza inatteso ritorno di Federer insieme a quello di Nadal (in quell’anno hanno vinto 2 Slam ciascuno) e poi il 2018 con la semifinale al Roland Garros di Cecchinato che – l’ho scritto mille volte – ha dato l’abbrivio alla rinascita del tennis italiano caratterizzata dagli exploit di Berrettini, Sinner e poi Sonego e Musetti, ho capito che Ubitennis sarebbe sopravvissuto persino all’abbandono di Federer.

Anche sulla celebrazione federeriana di venerdì notte durante la prima giornata di Laver Cup avrete visto e letto e di tutto. Su Ubitennis e altrove.

Io voglio accennare soltanto a una serie di commenti che mi sono giunti all’orecchio, prima da un amico tifoso di Federer che stimo, ma il cui commento non condivido, anche se poi a quello si è accodato uno assai più pesante, firmato Adriano Panatta.

Questo caro amico mi ha scritto sul mio whatsapp: ”Ma io dico… organizzi tutto per dare l’addio a uno dei più grandi giocatori della storia del tennis e gli fai perdere l’ultima partita con Tiafoe che gli tirava addosso a lui e a Nadal??? Da tifoso di Federer trovo che abbia rovinato la serata… in una esibizione come quella di venerdì credo che possa essere abbastanza normale e non disdicevole mettersi d’accordo… soprattutto per una occasione così.

Sui social ho poi trovato una miriade di commenti sullo stesso tono e assai critici nei confronti di Frances Tiafoe, reo di aver centrato Federer con una pallata e di non essersi risparmiato con le sue bombe di risposte. mettendo in difficoltà evidente sia Federer sia Nadal. Come del resto Jack Sock che sul matchpoint per il World Team (che avrebbe poi vinto 13-8 la sua prima Laver Cup su Team Europe grazie alla rimonta compiuta nell’ultima giornata quando le 3 vittorie valevano 3 punti ciascuna) ha infilato Rafa Nadal, reo di essersi mosso dal lungolinea con troppo anticipo.

A un certo punto, durante un cambio di campo, ho sentito Nadal che confessava ai suoi compagni di squadra: “Gioco poco il doppio e ho giocato poco ultimamente, ma non riesco a vedere in tempo dove va il dritto di Sock!” 

Io, prima di sapere che cosa avesse detto Panatta, avevo risposto così a questo mio amico: “Rispetto il tuo parere, ma resto dell’idea che il miglior modo di rispettare lo sport e uno sportivo è quello di dare in ogni occasione il meglio di se stessi. E vincere se si può. È un po’ il discorso di chi era solito consigliare a un giocatore molto più forte di non dare 6-0 all’avversario ma di fargli fare un game per non umiliarlo. Secondo me regalargli quel game – anche sapendo nasconderlo – era una umiliazione ancor peggiore.

Tieni poi presente, amico mio, che Roger è il co-organizzatore della Laver Cup – lo sarà anche negli anni prossimi – e si è sempre esposto per dimostrare che il suo evento è vera competizione, che i giocatori si battono fino all’ultimo per orgoglio e prestigio. Non giocano la Laver Cup, sebbene non ci siano punti e soldi al di fuori degli ingaggi, come se fosse una esibizione. Al suo primo avvento la Laver Cup fu considerata da molti opinionisti una mezza baracconata. Se il doppio americano avesse perso apposta, ecco che il discorso avrebbe potuto riaprirsi. E Federer più di chiunque altro non lo avrebbe voluto. Avrebbe semmai voluto trasformare il matchpoint con un ace, questo sì e di sicuro. Ma non ne è stato capace e il matchpoint è sfumato. Lui stesso, parlando con i propri compagni al cambi campo ha ironizzato: ‘Avete visto come sono stato lento?’ e ci ha fatto una risata sopra”.

Ciò scritto e sostenuto a chiare lettere, anche se io ritengo che Federer (e nessuno del suo team organizzativo) mai avrebbe potuto invitare (e neppure suggerire) Tiafoe a “non tirargli addosso” – vi immaginate se un giorno quello scavezzacollo avesse rivelato un imbarazzante retroscena del genere? – forse se Tiafoe avesse un tennis meno di potenza e più di tocco nella risposta magari sia lui sia Sock avrebbero sparato meno cannonballs. Tiafoe un gran tocco ce l’ha solo a rete (ma anche in qualche lob): ha fatto drop-volley fantastiche. Altro che troglodita!

Ma quando si gioca, e soprattutto in doppio quando si ha pochissimo tempo per riflettere e reagire e perfino in doppio misto si impara a indirizzare i proprio colpi più violenti sulla donna pur rischiando l’accusa di scarso fair-play, i casi sono due: o si gioca per vincere oppure no.

Al mio amico ha fatto eco, assai più pesante e meno delicato, anche Adriano Panatta al meeting organizzato dalla Gazzetta a Trento. Adriano ha detto:

“Ho trovato di cattivo gusto, volgare e villano che quei due americani tirassero a tutta forza in faccia a Federer e Nadal… Lo fanno solo perché non sono capaci di fare altro.  Non sanno minimamente cos’è il tennis. Nemmeno lo possono capire. Sono dei trogloditi del tennis, ma soprattutto due villani nei confronti di due campioni del calibro e dell’educazione di Federer e Nadal. Ho pensato: Dio perché non mi dai la possibilità di entrare in campo come quando avevo 25 anni…”.

Secondo me sono commenti… populisti. Che troveranno un mare di consensi fra i tifosi di Federer. E fra gli estimatori a scatola chiusa di Adriano Panatta. Ma che, mi permetto di ipotizzare, non troverebbero il consenso dello stesso Federer.

Il tennis della Laver Cup non doveva trasformarsi nel… wrestling, sport nel quale i protagonisti sul ring si mettono d’accordo nel fare più spettacolo possibile, ma il vincitore è già deciso in partenza. E di solito vince l’attore più apprezzato, più amato dal pubblico, perché così vuole lo show.

Federer avrebbe preferito vincere, questo è sicuro, perché non c’è campione che ami perdere. Ma non avrebbe preferito vincere grazie a un gentile omaggio degli avversari.

Jack Sock – vorrei dire a Panatta – è un campione, non un troglodita. Panatta è stato ingeneroso e ingiusto, o forse disinformato

Nonostante mille infortuni abbiano danneggiato la sua carriera, fermandolo per più anni, Jack Sock è stato n.8 del mondo in singolare e n.2 in doppio: ha vinto in questa specialità due volte Wimbledon, 2014 e 2018, una l’US Open 2018 in mezzo a 17 tornei… più i 4 da singolarista incluso un Masters 1000… e alle finali ATP 2017 lui è giunto in semifinale. Quando nessun italiano era riuscito a vincerci un match prima di Berrettini e Sinner. Nei doppi Sock ha anche conquistato una medaglia d’oro e una di bronzo alle Olimpiadi di Rio. Insomma, magari l’Italia avesse avuto trogloditi come lui. Che non tira solo forte, anche se il suo dritto fa paura, ma ha dimostrato anche pregevolissimi colpi di tocco sottorete. Nessun tennista, se non erro, ha procurato tanti punti al proprio team quanti Jack Sock nei 5 anni di Laver Cup… tanto che forse Europe Team, che pure schierava i Fab Four (a mezzo servizio…) in futuro dovrebbe probabilmente pensare a selezionare almeno un grande doppista del suo stesso livello.

Quanto a Frances Tiafoe, che ha procurato al World Team nella Laver Cup, la vittoria decisiva annullando 4 matchpoint a Tsitsipas e vincendo tutti i tiebreak giocati, è giovanissimo, è fresco reduce da una semifinale all’US open dove ha costretto al quinto set (vincendo due tiebreak su due) il n.1 del mondo Carlos Alcaraz, tennista che Panatta ha mostrato di apprezzare più di ogni altro.

Che doveva fare il giovane Tiafoe, chiamato all’ultimo tuffo a rappresentare Team World? Tirare più piano quando lui è abituato a anticipare a tutta forza le risposte e le palle che gli arrivano corte a metà campo?

Frances ha dimostrato, nei recuperi sulle palle corte e a rete, di avere non solo gambe e potenza, ma anche straordinarie doti di tocco. Doveva giocare più piano quando poteva tirare forte? Ma allora tanto valeva arrendersi subito all’idea che, per malinteso senso del rispetto nei confronti di Roger Federer, bisognava perdere.

Ribadisco: a Federer per primo, e non solo a McEnroe o al sottoscritto, non sarebbe piaciuto. E anche se a pronunciare parole in libertà nel corso di un incontro organizzato non costa nulla, non condivido per nulla quel che ha detto Adriano e mi piacerebbe sentire prossimamente che cosa  pensano sull’argomento altri campioni che non si preoccupassero soltanto di mostrarsi “politically correct”. Sarei curioso di sentire anche Paolo Bertolucci, l’amico inseparabile di Adriano. La pensa come lui? Glielo chiederò, sperando che mi risponda.

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