I pretendenti: Aleksandr Dolgopolov

Un giocatore incostante quanto sorprendente e capace di battere chiunque: è questo Alexander Dolgopolov. Ecco la sua storia, passando dai palleggi con Agassi e Becker alla sua esplosione contro Tsonga a Melbourne, fino ad arrivare ai giorni d'ggi. Quali le prospettive per il futuro?

Di Raffaello Esposito
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Alexandr Dolgopolov (foto di Fabrizio Maccani)
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Un messaggio dal direttore
Per molti di voi Ubitennis non è soltanto un sito da aprire quando c’è una notizia. È un’abitudine, un luogo familiare, una voce che accompagna la stagione del tennis. Dagli Slam ai tornei più piccoli, dalle grandi finali alle storie che spesso restano ai margini. Vi sarò grato se vorrete proseguire a leggermi.

Aleksandr Dolgopolov (07/11/1988 Kiev, Ucraina)

Quando gioca un colpo dei suoi, che sia una smorzata carica d’effetto o un lungolinea di dritto in controbalzo, gli si increspano gli angoli della bocca in un sorriso furbesco che lo fa assomigliare al Gatto del Chesire di Alice nel Paese delle Meraviglie. E nel paese delle meraviglie ci va spesso questo ragazzo ucraino di 27 anni e quando si tuffa nella tana del Bianconiglio, ovvero quando è in palla, non ce n’è più per nessuno.
Per poco tempo forse, spesso non abbastanza a lungo per vincere ma in quei momenti ridicolizza chiunque gli stia di fronte, ivi compreso il monarca serbo di Belgrado che meno di tre mesi fa a Cincinnati è sembrato un fuscello nella tempesta prima di venirne in qualche modo a capo.

Nato sovietico, figlio di un tennista e di una ginnasta medagliata, Dolgo all’anagrafe ha il nome del padre, Oleksandr, e lo segue fin da piccolo nella sua attività di coach e allenatore, fra gli altri di Andrej Medvedev. Alex racconta “…pur di tenere tranquillo questo bambino loro giocavano con me. Ed era un gran divertimento colpire palline con gente come Boris, André e Jim”. Mettete voi i cognomi.
Con leggerezza potremmo dire che se la teoria dell’ Imprinting di Konrad Lorenz funziona e questi erano i primi modelli si spiegano tante cose…

Innanzitutto la fiducia in sé stesso.
Dolgo è convinto di poter battere chiunque e quindi gioca per vincere. Non per fare bella figura o lottare sapendo di non farcela. Vincere. E vincere a suo modo, con il suo stile come i grandi.
Quale sia il suo stile possiamo chiederlo a Jo Wilfried Tsonga, che lo affrontò al terzo turno degli Australian Open 2011. All’epoca Alex, pro dal 2006, aveva 22 anni ed era n° 46 del mondo mentre il venticinquenne Jo era n°13 ma finirà la stagione al sesto posto giocando e perdendo solo al terzo una gran finale al Masters di Londra contro Federer. Bene, Tsonga vince 6-3 il terzo, è avanti due set a uno ma appare perplesso. E ne ha ben donde.
Vincerà solo due dei seguenti quattordici giochi, sommerso da una gragnuola scintillante di servizi illeggibili, palle corte, accelerazioni e dolci cross corti e coperti.
Il punteggio finale è 3-6 6-3 3-6 6-1 6-1 con il pubblico della Rod Laver Arena a ritmare una hit del tempo “Who let the Dogs out”. Da allora il nickname di Alex è “The Dog”, in ricordo di quel momento.
Fa fuori anche un tipo come Robin Soderling prima di arrendersi ad Andy Murray che andrà in finale.
Perché uno così non è ospite fisso al gala londinese di fine anno? Perché è incostante, e non solo per colpa sua.

Dolgo ha una malattia del sangue dalla nascita, la sindrome di Gilbert e questa patologia comunque benigna provoca periodi di febbre, stanchezza, difficoltà persino a camminare.
Si può tenere sotto controllo ma può presentarsi all’improvviso nei periodi di grande stress.

In più Alex è un gaudente, sempre disponibile e alla mano, con un gran seguito sui social media forse perché è facile per molti identificarsi col suo modo scanzonato di giocare e vivere.
È proprio questa tendenza ad allontanarlo dal padre, suo primo allenatore, nel 2009 e a portarlo a scegliere Jack Reader, coach giramondo australiano, ex pro con un figlio nato a Rovereto.
Il biondo Jack non ha niente in comune con la severa metodicità del padre, “sembrava che in campo fosse perennemente con una mano sulla racchetta e l’altra sulla schiena di una ragazza” si diceva di lui.
Reader però trova la chiave giusta, libera il talento di Alex spingendolo a seguire maggiormente il suo istinto, utilizza allenamenti di scioltezza articolare e per il suo compleanno gli regala una tavola da surf.
Dolgo non parla più col padre, muta il suo nome in Alexandr e il lavoro col nuovo coach dà buoni frutti, il gioco migliora, il cammino che lo porterà ad arrivare alla tredicesima posizione mondiale nel gennaio 2012 è iniziato.
“Mi ha insegnato a godermela” ricorda The Dog e nelle stagioni seguenti i due girano insieme il circuito dei tornei a modo loro. Una volta si sciroppano 850 km e dodici ore di auto per andare da Kiev a Mosca. A Dolgo piace guidare, se non avesse fatto il tennista avrebbe fatto il pilota di rally e la macchina era una Subaru.
Immaginate voi il viaggio. Nella primavera 2011, alla volta del Roland Garros Reader, non si sa se per parsimonia o scherzo, acquistò due biglietti aerei da Nizza a Parigi usufruendo di uno sconto per coppie gay. Al bancone della compagnia aerea i due finsero qualche moina per avvalorare la farsa…

In ultimo, paradossalmente, anche il suo talento può essere un limite e sono parole sue quelle che chiariscono meglio il concetto.
“Io non sono capace di giocare d’attesa. Non posso aspettare le mosse dell’avversario e non mi piace correre come un pazzo lungo la riga di fondo. A me piace prendere rischi, giocare d’attacco, servire e scambiare veloce, andare a rete e fare palle corte”.
E ancora: “Il mio non è uno stile facile, devo colpire la palla perfettamente. Quando le sensazioni non sono buone, con il mio gioco rischio di perdere anche il più facile degli incontri”.
Ecco spiegati i colpi ping-pong con i piedi perennemente avvitati alla riga di fondo per rubare tempo, quei rovescini tagliati con la palla che rimbalza un metro e mezzo di lato, il servizio colpito in anticipo che Nadal dichiara di non riuscire mai a leggere. E Nadal in risposta se la cava.
Comunque sia due soli titoli (Umago 2011 e Washington 2012) uniti a quattro finali raggiunte sono molto poco per cotanto talento ma si può ben sperare perché dopo la separazione da Reader nel 2012 il genio di Kiev è tornato sotto l’ala paterna da poco più di un anno. Nel 2015 ha iniziato da n°23, salvo poi precipitare all’80° posto a maggio e piazzarsi ora, intorno alla trentaseiesima posizione.
Se la condizione fisica lo sorreggerà è un top ten sicuro. Oddio, di sicuro con uno così c’è ben poco ma proprio per questo  quando scende in campo conviene sempre dare un’occhiata.

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