Intervista esclusiva a Fabio Gorietti, il traghettatore della Top 100

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Intervista esclusiva a Fabio Gorietti, il traghettatore della Top 100

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere a trecentosessanta gradi con Fabio Gorietti, allenatore di Thomas Fabbiano e Luca Vanni nonché Direttore Tecnico della Tennis Training School di Foligno, una bella e solida realtà del nostro Paese. Ci ha raccontato un po’ di sé, dei suoi allievi e della passione che lo spinge a fare questo mestiere

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Foligno secondo una tradizione vecchia alcuni secoli costituisce, per dirla alla maniera degli Umbri Fulginates che in epoca preromana fondarono la città, lu centru de lu monnu. Pareva infatti che quello che oggi è il terzo agglomerato per numero di abitanti della piccola regione umbra fosse ubicato proprio al centro della nostra penisola, a sua volta nucleo dell’Europa e quindi del Mar Mediterraneo, considerato per l’appunto il centro del mondo allora conosciuto. La fugace digressione, tra costume, leggenda e geografia spicciola, tanto per dire che, anche se per motivi decisamente più ludici, la città del Santo Patrono Feliciano ancora oggi può essere considerata alla stregua di un minuto e fulgido epicentro. Storia e cultura qui la fanno senz’altro da padrona ma la città, innaffiata con generosità da olio d’oliva e vino Sagrantino e che ha dato i natali a Pasquale di Molfetta – il celebre Linus della radio – e alla Miss Italia 2010 Francesca Testasecca, è simbolo anche di tanto sport. Tennis per la precisione, grazie alla presenza sul territorio comunale di una scuola di assoluta avanguardia che, all’interno di in un panorama nazionale non sempre ridente, è capace di far parlare di sé. A suon di diritti e rovesci.

Tanto per cominciare, la Tennis Training School Villa Candida di Foligno, questo infatti il nome della bella realtà folignate, è l’unica scuola a cinque stelle – una cosiddetta ‘Top School’ secondo la nuova classificazione della federazione – presente in Umbria e una delle poche d’Italia. In quanto a riconoscimenti formali, inoltre, doveroso segnalare come non più tardi di un anno fa abbia ottenuto, sempre per mano della FIT, il premio come seconda miglior scuola nazionale sbaragliando la concorrenza di circa millesettecento rivali, con il solo Tennis Club Parioli di Roma capace di fare meglio nella circostanza. Nata ormai da una decina d’anni grazie alla passione ed alla dedizione di quattro Maestri, oggigiorno la figura di Direttore Tecnico della struttura sportiva è ricoperta dal coach Fabio Gorietti, recentemente salito agli onori delle cronache in virtù dei prestigiosi risultati conseguiti dai suoi assistiti.

Nello sport, quanto conti effettivamente l’operato di un allenatore ai fini dei successi del proprio team è questione innanzitutto intrigante e poi storicamente irrisolta. Se è pur vero che a scendere in campo siano sempre e solo i giocatori, altrettanto vero è che nel corso di una carriera quegli stessi giocatori possano più o meno ben figurare qualora diretti da un allenatore piuttosto che un altro. Tornando immediatamente a noi, ciò che è inconfutabile, al di là delle elucubrazioni sportive di cui sopra, è che sotto l’egida di Fabio Gorietti due tennisti come Luca Vanni e Thomas Fabbiano a distanza di dodici mesi l’uno dall’altro siano approdati entro i primi cento giocatori al mondo, al culmine di una scalata a dir poco vertiginosa da far invidia ad un arrampicatore come Maurizio ‘Manolo’ Zanolla. Un risultato tutt’altro che trascurabile se si pensa che lontano dalla quiete di Villa Candida il solo Marco Cecchinato in tutto il territorio nazionale sia riuscito nell’arco dello stesso periodo di riferimento a fare il proprio ingresso nella Top 100. Un allenatore dei miracoli, dunque, il buon Gorietti, che sta al mondo del tennis come il baffuto Meo Sacchetti sta a quello della palla a spicchi e che con umiltà, competenza e abnegazione guida giorno dopo giorno uno staff capace di traghettare i propri atleti verso traguardi solo apparentemente impossibili.

 

Impegnato nella trasferta portoghese dell’Estoril, teatro del Millenium Open 2016 a cui hanno preso parte con alterne fortune anche Fabbiano e Vanni, Fabio Gorietti dimostrando una disponibilità non comune ha trovato il tempo e la voglia per rispondere a qualche nostra domanda. Quella che potete trovare qui nel seguito è l’esito della nostra conversazione.

Buongiorno. Intanto complimenti, anche se con un po’ di ritardo, per il riconoscimento di miglior coach 2015 agli ultimi Ace Cube. Che effetto ti fa essere considerato l’allenatore italiano di riferimento da una giuria di esperti e addetti ai lavori?
Intanto grazie per i complimenti. Credo che il merito della scelta da parte di una giuria esperta ed attenta del mondo del tennis sia stato quello di valutare i risultati dei giocatori e di conseguenza degli allenatori.

Nell’arco di dodici mesi gli atleti di punta della tua scuola, Fabbiano e Vanni, hanno centrato il prestigioso obiettivo di entrare nella Top 100. Più in generale, quanto è importante l’allenatore nei successi di un suo giocatore? E nello specifico, quale ritieni possa essere stato il tuo più grande merito?
Fabbiano e Vanni hanno ottenuto ottimi risultati in termini di crescita sportiva e questo è il frutto di un lavoro duro, continuo e sempre sostenuto da me e da tutte le persone coinvolte in questo progetto. Perciò credo che il merito di un allenatore sia per prima cosa credere in un progetto condiviso con i giocatori e con uno staff sempre più attento dal punto di vista professionale a cambiamenti e soluzioni in un mondo, quello tennistico, in continua evoluzione.

Fare l’allenatore è obiettivamente difficile. Quale deve essere, a tuo parere, la prima virtù che un aspirante coach deve possedere per riuscire al meglio in questa professione? C’è un collega al quale ti sei ispirato in passato o al quale avresti voluto “rubare” qualche trucco del mestiere?
Un consiglio che posso dare a chi vuole avvicinarsi al coaching è quello di essere curiosi, di non pensare mai di sapere abbastanza e di non essere per forza attaccati alla coerenza. In sostanza cercare sempre di spostare il proprio punto di osservazione per riuscire a vedere le cose da più prospettive, così la percezione della realtà assume valori relativi che fanno riflettere. Personalmente cerco sempre di tenere occhi aperti, ascoltare gli altri allenatori, capire, imparare, immaginare! In questo ho avuto molti maestri e tuttora ne ho, sia in abito tennistico che non. Spesso ricorro al mondo “esterno”, filosofi, psicologi o anche alla semplice ma sorprendente osservazione del mondo ed alle leggi che lo regolano.

Scusa, dimenticavo. Come nasce il Fabio Gorietti allenatore?
La mia formazione viene da esperienze di insegnamento totali, dai bambini agli adulti, esperienze che mi hanno dato molto per approfondire la conoscenza del materiale umano e delle dinamiche che lo fanno muovere. Ho alle spalle una laurea all’ISEF e avanti a me una probabile iscrizione alla facoltà di Psicologia. Inoltre ho avuto la possibilità di collaborare per molti anni con alcuni tra i migliori coach italiani, da loro ho imparato cosa volesse dire fare il coach.

Veniamo ora ai tuoi giocatori. Fabbiano a quasi 27 anni sta vivendo la sua miglior stagione, Vanni è salito alla ribalta quando già aveva raggiunto la trentina. Più o meno la stessa cosa potremmo dirla anche di Paolo Lorenzi. Pura casualità o c’è un motivo per il quale noi italiani tendiamo a maturare un po’ più lentamente degli altri?
È vero, in questo momento i giocatori italiani si esprimono in età matura, probabilmente proprio perché maturi. Ci sono comunque giovani in Italia di talento e valore, sicuramente renderli prima possibile consapevoli significherà anticipare la loro affermazione sportiva.

Poco più di anno fa Vanni disputava la finale ATP di San Paolo toccando il proprio best ranking, oggi purtroppo fatica a passare un turno nel circuito minore. Cos’è successo nel frattempo? E cosa gli consiglierai per uscire da questo momento difficile?
Vanni lo scorso anno ha avuto una stagione fantastica, se ne è parlato abbastanza credo, ora il suo ranking è 140. Lo scorso anno iniziò con un ranking 150. Non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti con Luca, dove era 2-3 anni fa. Oggi forse a qualcuno sembra poco ma in realtà la sua posizione ora è quella di un giocatore che può puntare a chiudere l’anno ancora entro i primi 100.

Tanto per farli conoscere un po’ meglio ai nostri lettori, ci puoi indicare un pregio ed un difetto per Fabbiano, Vanni e Travaglia?
Non parlerei di pregi e difetti per Tommy, Luca e Stefano, piuttosto di qualità, di ciò che sono e di ciò che potranno diventare. Tommy ha un tennis esplosivo, è migliorato molto di diritto e riesce ad avere un rendimento in questo momento più costante, proprio sul rendimento stiamo e dovremo continuare a lavorare. Luca ha bisogno di ritrovare la vittoria, tutto qua.

A proposito di Travaglia. Se è vero che non c’è il due senza il tre, a quando il suo ingresso tra i primi cento al mondo? Scherzi a parte, dopo essere entrato nei duecento prima della scorsa primavera ora è un po’ calato in classifica. Quali ritieni possano essere allo stato attuale i suoi obiettivi?
Per quanto riguarda Stefano il discorso è molto diverso. Dopo varie indagini finalmente si è scoperta la causa dei suoi continui dolori alla schiena ovvero la frattura di un corpo vertebrale. Purtroppo vari esami fatti in questi mesi davano sempre esiti negativi e solo da poco la diagnosi si è manifestata certa e chiara. La prossima settimana farà un’altra tac per valutare meglio l’ipotesi di un intervento chirurgico. Il ragazzo è forte e deciso, in passato lo ha già dimostrato. Si riprenderà presto, ne sono sicuro. Ha grandi qualità tecniche e fisiche oltre che una grande spinta ad arrivare. Arriverà!

Fabbiano ha costruito la sua classifica grazie ad ottimi risultati sulle superfici veloci. Pensi che la stagione sul rosso appena cominciata possa regalargli le stesse soddisfazioni? Qual è il segreto di questo deciso cambio di marcia? A parte il lavoro, si intende…
Come dicevo Fabbiano ha potenziato il suo gioco con una maggiore intensità fisica e un colpo, il diritto, a volte micidiale. Ne sta prendendo consapevolezza. Credo che potrà esprimere un tennis di alto livello anche sulla terra battuta. Oggi di campi lenti e pesanti non ce ne sono, il tennis è diventato velocità ovunque, su tutte le superfici.

Un po’ d’attualità. Si è fatto un gran parlare del caso Giorgi. Che opinione ti sei fatto in merito? E soprattutto, da allenatore pensi che Camila potrebbe beneficiare di un avvicendamento/affiancamento in panchina? Senza nulla togliere a papà Sergio, ben inteso…
Conosco poco il caso Giorgi e poco quanto il suo rapporto con il coach-padre possa essere un limite oppure un’arma vincente. Di sicuro so che nel tennis moderno c’è bisogno di una continua ricerca, ampliare lo staff di lavoro, figure sempre più specializzate che interagiscano per una migliore performance del giocatore. Noi coach non dobbiamo mai mettere avanti la nostra figura a quella dei giocatori, non dobbiamo noi per primi avere paura. Il nostro compito è aiutare i ragazzi ad esprimersi al meglio, facilitare il loro talento. Insomma i protagonisti sono i giocatori, noi dobbiamo capire i loro bisogni e le loro possibilità e fare di tutto perché attraverso un lavoro continuo il meglio venga fuori.

Gli atleti del tuo team hanno costruito la propria classifica anche grazie ad una assidua frequentazione dei tornei Challenger. Dove di chilometri se ne fanno molti e di euro se ne vedono pochini. Esiste a tuo avviso un problema legato ai montepremi? Nel caso, come pensi si possa risolvere la disparità abissale che sussiste in termini di prize money tra ATP e Challenger Tour?
Sì, il circuito Challenger dovrebbe avere montepremi maggiori, ospitalità completa per tutti i tornei e più facilitazioni per i giocatori. È vero pure che i club che organizzano queste manifestazioni spendono già molto. Forse dovrebbe intervenire l’ATP, magari anche facendo accordi con le compagnie aeree così da rendere meno costosa una programmazione dei tornei che punti in alto.

Prima abbiamo citato i più famosi. Nella Tennis Training School di Foligno che magistralmente dirigi c’è qualche altro giovane interessante pronto ad affacciarsi al professionismo? Te la senti di fare qualche previsione?
La Tennis Training School è nata appena 10 anni fa, stiamo quotidianamente lavorando per migliorare un progetto ambizioso, insegnare il tennis. Abbiamo giovani di assoluto valore e tutti noi insegnanti crediamo in loro. Non me la sento di fare nomi, se e quando arriveranno al professionismo. Crediamo in loro, crederci penso che sia la prima cosa!

Novak Djokovic sembra in questo momento di un altro pianeta. Una mia curiosità. Cosa diresti ad uno dei tuoi ragazzi se dovesse capitargli di incrociare la racchetta del numero uno al mondo? Tra l’altro, pensi che quest’anno possa fare il Grande Slam? Per il tennis è un bene che ci sia un simile dominatore o si rischia di piombare nella noia?
Se uno dei ragazzi incontrasse Djokovic? Tommy (Fabbiano, ndr) appena dopo aver perso a Dubai con Berdych mi ha detto: “Meno male che di primi 10 al mondo ce ne sono solo 10”. “Presto li incontrerai spesso questi primi 10, fai di tutto per batterli ma non perdere di vista il tuo obiettivo: migliorare!”. È possibile che Djokovic faccia il Grande Slam anche se una sorpresa ci può sempre stare. Ora è l’indiscusso numero uno, un gran numero uno. E il tennis ha comunque sempre bisogno dei numeri uno…

Insomma. L’Umbria non è la Florida, Foligno non è Miami (ma ci si vive meglio), la Tennis Training School non è l’IMG Academy Tennis e la popolarità di Fabio Gorietti, del quale però ora sappiamo qualcosa di più, nulla ha che vedere con quella dell’istrionico guru d’Oltreoceano che risponde al nome di Nick Bollettieri. Tuttavia questa lunga catena di “non” nulla toglie e nulla sminuisce ad una piccola e felice realtà tutta italiana che ha l’enorme pregio di farci raccontare una bella storia del nostro sport preferito. L’ennesima.

Un doveroso ringraziamento va a Roberto Fabbiano ed alla pagina Facebook Thomas Fabbiano Fan Club che ha reso possibile questa intervista.

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ATP

Medvedev sotto pressione, ma carico: “Posso fare grandi cose tra Cincinnati e New York”

Numero 1 a rischio per il russo, reduce dal k.o. contro Kyrgios. Nadal può superarlo, in una battaglia proiettata anche allo US Open dove Medvedev difenderà il titolo

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Daniil Medvedev - Miami 2022 (foto Twitter @miamiopen)

La precoce sconfitta di Montreal contro Nick Kyrgios – uno che, in giornata ‘sì’, può battere chiunque – ha messo un filo di pressione addosso a Daniil Medvedev. Il russo è pronto all’esordio a Cincinnati contro l’olandese Botic Van de Zandschulp (battuto due volte a livello Slam), e sa di non non poter sbagliare se vuole difendere il primo posto nel ranking. Il sorpasso in vetta da parte di Rafa Nadal avverrebbe infatti in caso di successo del maiorchino nel torneo e contemporanea eliminazione di Medvedev prima dei quarti di finale. In ogni caso, è una battaglia destinata a riaccendersi allo US Open dove il 26enne di Mosca – anche qui, pressione non poca – difende il titolo conquistato esattamente un anno fa.

Nell’incontro con i media in apertura del Masters 1000 dell’Ohio, Medvedev ha ricordato come proprio da Cincinnati nel 2019 fa partì la sua ascesa (primo trofeo sollevato in un torneo di questo livello) con l’approdo immediatamente successivo alla finale dello US Open (persa, in quella occasione, proprio contro Nadal). “Arrivai alle 4 del mattino per un ritardo aereo e il giorno dopo avrei giocato il primo turno – ha ricordato -, ero molto stanco, ho iniziato nell’ottica di vedere man mano come mi sentissi. Alla fine sappiamo com’è andata e ho grandi ricordi, specie della semifinale vinta contro Djokovic. Questo torneo non è cambiato, sa offrire una grande atmosfera.

Il tabellone completo dell’ATP 1000 di Cincinnati

 

ROAD TO NEW YORK – Della sconfitta con Kyrgios in Canada, onestamente, Medvedev sembra aver smaltito le tossine. Impermeabile (questa volta) anche agli screzi con il pubblico che al solito hanno fatto notizia. Ma senza lasciare strascichi. “È sempre orribile perdere al primo turno – la sua analisi a freddo -, detto ciò, avevo di fronte un avversario di alto livello e ho giocato comunque una buona partita“. Capitolo chiuso, perché è opportuno guardare subito avanti in una coda d’estate per lui così densa di significato: “I risultati delle ultime stagioni qui negli Stati Uniti mi danno fiducia – ha concluso -, credo di poter fare grandi cose sia in questa settimana sia poi a New York. Vincere giocando bene rappresenta ovviamente la strada migliore verso lo US Open, ma va anche detto che il livello di questi primi turni è molto alto, bisogna pensare partita per partita“. Agli ottavi di finale, in proiezione, potrebbe trovare Shapovalov.

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Flash

WTA Toronto, Halep: “Questa vittoria mi darà una spinta per credere che ci sarà altro in arrivo”

Simona Halep raggiante per il titolo e il ritorno in top10: “A volte devi accettare di non essere eccezionale in alcuni momenti e lottare per ritrovare fiducia”

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Simona Halep, conferenza post-vittoria - Toronto 2022

La 30enne Simona Halep si aggiudica il WTA 1000 di Toronto, centrando la tripletta in Canada battendo la brasiliana Beatriz Haddad Maia per 6-3 2-6 6-3. In conferenza stampa, la rumena ci ha tenuto a specificare quanto questo successo abbia importanza per lei, sia in termini di ranking che per la fiducia futura.

Il tabellone completo del WTA 1000 di Toronto

D. Ovviamente c’erano molti fan rumeni tra la folla e tu ne hai accennato. Ma quanta differenza fa per te e forse per il tuo avversario avere un tale supporto vocale, anche quando non sei in Romania?
SIMONA HALEP: Beh, per me è fantastico avere un supporto così grande perché ti spinge nei momenti difficili. E facevano il tifo per me ogni singolo punto, anche se durante la partita ero a terra. È molto importante perché senti di avere così tante persone accanto a te e ti senti un po’ più forte. Ma oggi è stata una bella atmosfera anche per lei. Quindi penso che la partita sia stata grandiosa perché anche noi siamo stati spinti così tanto dal pubblico.

 

D. Beatriz Haddad Maia ha battuto molte delle sue avversarie con il suo servizio feroce e con un dritto schiacciante. Quindi mi chiedo come hai fatto a contrastare quel ritmo in questa finale?
SIMONA HALEP: Sì, all’inizio è stata davvero dura. Ed è mancina, quindi la pallina stava arrivando diversamente, per la rotazione. È molto potente. È solida. E non è mai facile giocare contro di lei. Ci ho giocato sull’erba. Mi ha battuta qualche settimana fa, qualche mese fa. Quindi sapevo che sarebbe stata una bella sfida e una bella battaglia. Così è stato oggi, e sono davvero felice di essere stata davvero più forte nei momenti importanti.

D. Adesso sei di nuovo tra le prime 10. Credo che sia passato un anno da quando sei uscita dalla top 10. Quindi, quando guardi indietro a quest’anno, puoi forse descrivere cosa lo rende ancora più speciale ora che non stai solo vincendo ma sei tornata tra i primi 10 al numero 6 al mondo.
SIMONA HALEP: Sì, sono lì da molti anni. Ma ora mi sento come se fosse una cosa di grande rilevanza tornare tra le prime 10. Sono davvero felice di questa prestazione. Quando ho iniziato l’anno non ero molto fiduciosa e mi sono posta l’obiettivo di essere, a fine anno, in top10. Ed eccomi qui. Quindi è un momento molto speciale. Mi divertirò. Mi darò credito. Sto solo sognando di più.

D. Questo è il tuo terzo titolo in Canada. Come si paragona questa vittoria con le tue vittorie nel 2016 e nel 2018?
SIMONA HALEP: Oh, beh, è ​​difficile fare un confronto. Sono una persona diversa. Sono cambiata così tanto. Ma la felicità di vincere un titolo è la stessa. Questo torneo è un torneo piuttosto grande. È un grande torneo. Molti giocatori stanno giocando qui. Molti top player, in realtà. Quindi, sì, è una grande vittoria, secondo me. Lo prendo davvero con entrambe le mani. Darà a me stessa una spinta in più per credere che ci sarà altro in arrivo.

D. Ti è stato chiesto del momento più difficile della partita. Puoi parlare della tua mentalità nel tuo gioco di servizio in cui hai commesso quattro doppi falli?
SIMONA HALEP: Oh, sì, terribile. Sì, lo so, sono stata un po’ stressata. Non mi aspettavo di fare quattro doppi falli in un game. Non so se è successo prima. Ma a volte devi accettare di non essere eccezionale in alcuni momenti e di lottare ancora per calmarti e ritrovare la fiducia. Alla fine, è stato molto meglio servire.

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ATP

ATP Montreal, Carreno Busta: “Quest’anno non abbiamo ottenuto buoni risultati, ma ora possiamo dire di avere il nostro trofeo”

“In questo momento della mia carriera a 31 anni, ho solo bisogno di divertirmi” così Pablo Carreño Busta, dopo la prima vittoria il un 1000

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Pablo Carreno Busta - Montreal 2022 (foto Twitter @OBNmontreal Pascal Ratthe/Tennis Canada)

Il 31enne Pablo Carreño Busta ha battuto in tre set Hubert Hurcakz vincendo il Masters 1000 canadese, il primo della sua carriera di questa categoria. Di seguito la conferenza stampa del tennista spagnolo dopo il successo.

Il tabellone completo dell’ATP 1000 di Montreal

D. Di cosa sei più orgoglioso per questo titolo e questa settimana?
PABLO CARRENO BUSTA: Beh, devo ringraziare tutta la mia squadra. Fanno un lavoro incredibile con me più mentalmente che con il tennis (sorridendo). È molto importante. Credono più in me stesso di quanto lo faccia io, probabilmente. Mi danno l’energia, il potere, per essere qui, no? Tutta la mia squadra presente qui, ma anche qualcuno che mi aspetta a Cincinnati, e Walter, il mio preparatore atletico che ora è a Barcellona. Grazie a tutti loro perché sono molto, molto importanti per me.

 

D. Ovviamente non è il tuo primo titolo in carriera, ma dove si colloca questo successo?
PABLO CARRENO BUSTA: Non è il primo, ma è probabilmente o sicuramente il più importante. È un Masters 1000. È qualcosa di fantastico vincere questo tipo di titoli. Probabilmente quest’anno non abbiamo ottenuto buoni risultati, ma finalmente possiamo dire che abbiamo il nostro trofeo, ed è un trofeo molto, molto importante.

D. Ricordo che l’anno scorso quando hai vinto la medaglia di bronzo alle Olimpiadi eri emozionato. Oggi eri anche emotivo. Due gare molto diverse. Puoi confrontare i sentimenti tra l’anno scorso e quello di oggi?
PABLO CARRENO BUSTA: È difficile fare un confronto perché le Olimpiadi sono le Olimpiadi. Era una medaglia di bronzo. Non ho vinto come oggi. Ma ho battuto Medvedev. E battere Djokovic per vincere la medaglia di bronzo è stato sicuramente il momento più emozionante della mia carriera. È vero che oggi ovviamente mi sento anche molto, molto felice. È diverso, ma me li sto godendo entrambi. Vorrei continuare a divertirmi.

D. Chi hai chiamato per primo quando sei tornato negli spogliatoi? I tuoi genitori, la tua famiglia?
PABLO CARRENO BUSTA: Beh, ho mio padre con me qui. Mio padre chiamava mia madre e mia nonna. Così ho parlato con loro. Dopo di che ho chiamato il mio Samuel che è a Cincinnati che mi aspetta. Arriva ieri. Adesso cambiamo allenatore. Jose Antonio sta tornando a casa. Sono con Samuele. Queste sono entrambe le chiamate. Anche a mia moglie che è in Spagna. Quindi cercherò di chiamare molte persone. Ma ora in Spagna stanno dormendo. Stavano guardando la mia partita. Quando ho finito, sarebbero dovuti andare a dormire. Probabilmente domani con più calma parleremo con molte persone.

D. Puoi spiegare perché giochi sempre il tuo miglior tennis all’aperto sui campi in cemento? Qual è il tuo gioco che si abbina bene al cemento?
PABLO CARRENO BUSTA: Beh, io sono cresciuto su questa superficie, su questi campi, quando ero nella mia città natale a Gijon. Quando ero giovane, mi allenavo sempre su questa superficie, quindi mi sento molto a mio agio. È vero che quando andai a Barcellona a 15 anni cominciai a giocare di più sulla terra battuta. Quindi è per questo che gioco bene su entrambe le superfici, penso. Ma è vero che in questa parte dell’anno, ad agosto, quando vengo in America, in Canada e negli Stati Uniti, mi sento davvero a mio agio in campo. Probabilmente faccio il mio miglior tennis qui.

D. Sei in tour da 13 anni. Hai aspettato a lungo un titolo come questo. C’è mai stato un momento nella tua carriera in cui hai pensato di non avere le carte in regola?
PABLO CARRENO BUSTA: Non c’è stata una pressione in più. So che non è facile vincere questo tipo di titoli. Non tutti hanno un Masters 1000 nella loro carriera. Ad esempio, Ferrer era il numero 3 al mondo e ne ha vinto appena uno. So che è molto difficile vincerlo. Non c’era una pressione extra per avere questo titolo. Ma è vero che ora ce l’ho e mi divertirò. Cercherò di continuare non concentrandomi solo sui trofei, più sul godermi i momenti, godermi il mio gioco, godermi i tornei, la vita in generale. So che in questo momento della mia carriera con 31 anni, ho solo bisogno di divertirmi. Probabilmente ho qualche anno in più, non so, tre, quattro, cinque, sei, spero siano di più ma non lo sappiamo, quindi devo divertirmi molto.

Il tabellone completo dell’ATP 1000 di Montreal

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