Luca Vanni, il gigante buono del tennis italiano

Focus

Luca Vanni, il gigante buono del tennis italiano

Dopo una vita spesa tra Futures e infermeria, finalmente per Luca Vanni è arrivata la stagione della rivalsa. Trecentomila chilometri di cuore, passione e volontà e un sogno che si avvera alla soglia dei trent’anni. Ma il bello è appena cominciato

Pubblicato

il

Luca Vanni, dal pane duro dei Challenger alla prima finale ATP, per amore del tennis

Foiano della Chiana è un piccolo borgo della Toscana poco distante da Arezzo che conta si e no diecimila (più una) anime. Leggenda vuole che proprio da queste parti il Granduca Cosimo I de’ Medici sconfisse in una sanguinosa battaglia le truppe della Repubblica di Siena facendo erigere in memoria del trionfo il Tempio di Santo Stefano alla Vittoria che ancora oggi caratterizza sui dépliant turistici l’agglomerato aretino. Non è dato sapersi se il futuro gli riserverà la stessa onorificenza, noi ce lo auguriamo, tuttavia non c’è dubbio che gli odierni concittadini abbiano riscoperto con orgoglio di avere nel giardino di casa un valoroso guerriero. In questa più ludica occasione però, a mettere a ferro e fuoco il colle che si staglia sul torrente Esse, nessuna scintillante spada in acciaio ma una leggera appendice in carbonio manovrata con sapienza artigiana da un gigante buono, timido e, per dirla alla maniera di Paolo Conte, dall’espressione un po’ così. Il suo nome è Luca Vanni, di professione fa il tennista e in punta di piedi si è fatto largo nell’universo della racchetta.

La morale della storia che abbiamo il piacere di raccontare potrebbe essere riassunta in maniera esaustiva da un epigrafico “non è mai troppo tardi”. Non ce ne vorrà l’indiscusso depositario del copyright – il leggendario professor Manzi del piccolo schermo – ma è quello che deve essersi ripetuto nei lunghi momenti di sconforto, tra un crac al ginocchio e l’altro, il nostro protagonista che in barba alle trenta primavere sul groppone ha scritto una della pagine più interessanti del tennis maschile “made in Italy” della stagione testé passata in archivio. Dimenticavamo di dire poc’anzi che sempre a Foiano della Chiana, a quanto pare patria anche dello scherzo, si svolge ogni anno il più antico Carnevale d’Italia. A non essere affatto una burla è che Vanni, unico azzurro con Marco Cecchinato ad esserci riuscito nell’ultimo anno solare, ha fatto capolino per la prima volta tra i migliori cento giocatori al mondo. Davvero niente male per uno che non più tardi di due anni or sono, impelagato in una di quelle riabilitazioni la cui certezza è più l’inizio che la fine, senza più né classifica né morale si interrogava sul fatto che il treno buono potesse già essere passato. “Guardavo gli altri colleghi, gli amici che potevano giocare, mentre io lottavo, e stentavo a riprendere”, ricorda oggi Luca.

 

Che una delle più fresche novità della stagione azzurra sia costituita da un ragazzotto mezzo incerottato e non più di primissimo pelo, con tutto l’affetto del mondo parlando, potrebbe risuonare come un campanello d’allarme per una federazione aggrappata ormai da tempo immemore alle talentuose lune di Fognini o alla fantastica normalità di Seppi. Quando le vacche sono magre, un personaggio sui generis come quest’uomo dai modi gentili, forse un pochino sgraziato e con i poteri magici custoditi nel servizio – un goliardico Super Pippo, più da fagiolini all’uccelletto che da noccioline americane, insomma – rappresenta con tutte le simpatiche anomalie del caso una vera e propria manna dal cielo. “Lucone” non sarà della stessa genia di Roger Federer ma in un tennis che sovente dimentica le buone maniere simboleggia una bella pagina umana e sportiva dalla quale i più giovani farebbero bene ad attingere.

E deve averne fatti di chilometri su e giù per il vecchio continente a bordo della sua sgangherata Fiat Bravo – si dice oltre trecentomila – con la sacca nel baule e il cuore colmo di speranze, per racimolare punticini (pochi) e soldi (ancor meno) che potessero trasformare un adolescente ancora di quarta categoria nel centesimo giocatore più bravo del pianeta solo un paio di lustri più avanti. Ad una età che per molti altri è più questione di bilanci che di prime assolute. Anche perché a far sul serio con il tennis Vanni ci ha pensato piuttosto tardi, dopo quel diploma da ragioniere che babbo, un pragmatico ex pallavolista, ha preteso conseguisse. Niente attività juniores, dunque, ma libri di scuola e tanta gavetta: a lanciar palline al cesto, nel circolo sotto casa o nella fabbrica di famiglia, montando cucine.

Ci vuole coraggio, inventiva e una massiccia dose di follia nel credere un giorno di poter giocare a Wimbledon, magari sul centrale e contro il numero uno al mondo (è bene ricordare che solo per una manciata di minuti ciò non si sia verificato quest’anno), quando a ventuno anni suonati raccogli nella palude di un (No)Futures qualunque il primo maledetto punto ATP della tua vita. Per un Vanni che getta il cuore oltre l’ostacolo nei tornei di Cesena o Castelfranco, dove gli avversari con tutto il rispetto si chiamano Giangrandi o Crugnola, c’è infatti una classe di coscritti per l’occasione assai poco operaia che in paradiso comincia ad andarci per davvero. Berdych fa finale ad Halle, Wawrinka infilza Djokovic e vince Umago, Bolelli a Basilea si prende a sportellate con Gonzalez. Luca invece naviga nei bassifondi della classifica dove l’opulenza economica non sta affatto di casa e solo una passione grande così – detto con il gesto che si compie allargando entrambe le braccia all’altezza delle spalle – può contrastare il desiderio di mandare tutto alle ortiche. Passione che all’aretino dagli occhi che sorridono scorre nelle vene senza soluzione di continuità e che lo fa rimbalzare da un campo di periferia all’altro a caccia di una chimera chiamata professionismo.

“Impossible is nothing”, recitava il compianto Jonah Lomu in una celebre réclame in auge di quei tempi. Vanni, il tormentone mediatico deve averlo preso alla lettera; si è rimboccato le maniche e dotandosi della miglior artiglieria possibile si è reso protagonista di un’ascesa da manuale. Tenace come la celebre formichina delle fiabe – lui, curiosamente cresciuto nel mito di un diavolo come Marat Safin che più cicala non avrebbe potuto essere – al traguardo del circuito maggiore ci arriva con tutto l’entusiasmo del mondo all’inizio di questo 2015, al culmine di un’arrampicata da far invidia a Reinhold Messner. Al punto che se lo scorso inverno il braccio non avesse comprensibilmente cominciato a tremare a tre quindici dalla gloria, la vetrinetta dei trofei di casa Vanni accoglierebbe oggi anche quello pesantissimo di San Paolo, finito solo per il rotto della cuffia nelle fauci di quel marpione di Cuevas. Oltre alla coppa di Portorose, teatro estivo del primo significativo hurrà nel Challenger Tour.

Il segreto? “Aiutati che il ciel t’aiuta”, dice il proverbio. Meglio se con quel servizio micidiale lì che scende dal terzo piano o con la spallata di diritto pesante come un comodino. E magari se al tuo fianco c’è Francesca che ti supporta. Luca è un poliedrico che sul campo si destreggia discretamente bene in tutti i settori del gioco. Efficace ed esteticamente pregevole il modo di portare il rovescio, del repertorio forse il colpo più naturale. Un fondamentale magari non ancora di estrema intraprendenza ma nel quale dimostra confidenza anche per l’uscita in lungolinea e la versione monomane con il taglio all’indietro. In questo tennis brutale e stereotipato, tutto corri-e-tira, la capacità di variare con disinvoltura angoli e rotazioni rischia di essere sempre più una rarità alla stregua del panda cinese.

In quanto a caratteristiche tecniche e fisiche, Vanni appare un giocatore scolpito ad hoc per i campi veloci, e non solo perché ne esaltano le doti non comuni da big server. Tuttavia l’indole non è prettamente aggressiva tanto che, all’uno-due sulla moquette, l’impressione è che di base prediliga i rally sul mattone tritato, nonostante colpi portati quasi piatti che non sempre vanno a braccetto con un tennis percentuale. In risposta alla diatriba su attitudini e superfici, l’aretino sembra però avere le idee chiare per il futuro prossimo: “Credo proprio mi vedrete giocare a febbraio in SudAmerica piuttosto che sul cemento indoor europeo”. Ciò, anche se per sua stessa ammissione l’acme stagionale pare proprio l’abbia raggiunto senza sporcarsi i calzini: “Con Youzhny (ad Eckental sul duro, in un match perso dopo aver nascosto la palla per un set e mezzo all’ex n.8 del mondo, ndr) ho giocato il miglior match della mia vita”, la chiosa in una sua recente intervista.

Vanni ha nelle corde una certa solidità, tuttavia l’atteggiamento resta un po’ atipico per un colosso di quasi due metri e cento chili che giocoforza non può fare di mobilità e resistenza i propri cavalli di battaglia. L’ulteriore salto di qualità potrebbe dunque passare, indipendentemente dalla superficie, per una strategia di gioco maggiormente propositiva; il tennis release 2.0 su questo non fa sconti e l’esperienza insegna come l’inerzia dello scambio sia meglio averla dalla propria parte. Anche in questo frangente Luca si dimostra lucido nell’analisi: “Fa parte dell’attitudine che impari all’inizio (si riferisce al deficit di aggressività, ndr). Così attualmente spingo solo a sprazzi o quando sono disperato. Devo accettare di avere meno tempo per tirare come vorrei per dare meno tempo all’avversario”. In altre parole quello che ci si auspica è che riesca ad indossare, fatte le debite proporzioni, più i panni “avanti tutta” di uno alla John Isner che non quelli da “Speedy Gonzales” di un David Ferrer in taglia extra large.

Se il 2014 è stato l’anno della rinascita dagli infortuni e dell’assalto all’arma bianca al ranking, il leitmotiv di questa annata, ottima come il 1985 per il Sassicaia, è ben condensato nella parola “novità”. Oltre all’esordio in ATP a Chennai, la storica finale di San Paolo, l’ingresso nella Top100 e il primo successo in un Challenger di cui già abbiamo fatto cenno, Vanni si è caparbiamente regalato altre succose primizie. Basti ricordare il secondo turno nel Masters 1000 di Madrid con annesso scalpo di Tomic (per inciso l’avversario di miglior classifica sconfitto in carriera), l’ingresso nel main draw di Parigi e Londra e la convocazione come quinto uomo di Coppa Davis. La seconda parte del 2015, in quanto a qualità di risultati, potrebbe non apparire all’altezza dei primi sei mesi. Una tesi avvalorata dal fatto che dopo l’exploit in diretta pay-per-view nella capitale spagnola, Vanni non abbia più vinto un solo match in un torneo ATP mancando qua e là qualche qualificazione. Che il quarto d’ora di notorietà, così come teorizzato dal mentore della pop art, si sia chiuso con quel commovente “vi amo tutti” sussurrato alle telecamere della televisione brasiliana al culmine della settimana (quasi) da sogno? Ai posteri l’ardua sentenza.

Tuttavia ciò che fa ben sperare è che a livello Challenger, dopo un periodo estivo di comprensibile flessione dovuto anche a qualche noia fisica, Vanni con i primi freddi sia stato capace di alzare nuovamente l’asticella. Chiuso in quei palazzetti che sembrano proprio evidenziarne le doti, sono arrivate le due semifinali di Brest e Brescia e i tre quarti di Eckental, Ortisei e Andria. Per usare le parole di Coach Gorietti, Luca ha ripreso a vincere le partite da vincere “con una velocità di crociera da navigato Top150”. La consapevolezza di poter disporre con continuità degli avversari di caratura inferiore è probabilmente la miglior conquista di questa prima stagione da protagonista e non è casuale che la classifica si sia cristallizzata a ridosso di quel numero cento che rappresenta una sorta di spartiacque per il tennis che conta. Peccato che con ogni probabilità l’attuale posizione n.107 non sarà sufficiente per entrare di diritto nel tabellone di Melbourne. Questione di una manciata di punti, quelli che con un po’ di salute in più avrebbe rimediato nella non fruttuosa tournée asiatica autunnale. Una piccola delusione compensata, ne siamo certi, dall’obiettivo salvezza centrato dal “suo” TC Sinalunga alla prima partecipazione nel massimo campionato a squadre nazionale. Una bella realtà che sta al tennis come il simpatico Carpi sta al mondo pallonaro. E nessuno può apprezzare le piccole gioie che regala questo diabolico sport, che vivaddio non si nutre di soli Championships, più di chi è abituato a dare l’anima per ogni singolo traguardo.

Quando il Morandi nazionale sostiene che a farcela sia solo uno su mille forse dimentica una cosa. Non è così scontato che gli altri novecentonovantanove abbiano creduto, lottato e sofferto quanto il nostro “Lucone”. Da Foiano della Chiana a suon di ace. E non è assolutamente uno scherzo.

Matteo Parini

Continua a leggere
Commenti

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: il ritorno di Danka Kovinic, una questione di rispetto

Nel 2016 Danka Kovinc realizzò il suo sogno: partecipare alle Olimpiadi. Da lì in poi la lunga crisi: “Come se il successo mi avesse preso alla sprovvista”. Poi la ripresa e il ritorno tra le prime 100. Dopo Roma, la top 80 ed una consapevolezza nuova: “Per ottenere grandi risultati non devi pensare a chi hai di fronte”

Pubblicato

il

Danka Kovinic - Internazionali di Roma 2020 (sito WTA)

Nel dicembre del 2015, un’ottantina di articoli fa, “Nei dintorni di Djokovic” faceva il suo esordio su Ubitennis raccontando la storia di Danka Kovinic. L’allora 21enne tennista montenegrina era infatti in piena ascesa, reduce dalla sua prima finale WTA e dall’ingresso tra le top 60. Ed aveva un grande sogno: diventare il primo tennista montenegrino a rappresentare il suo paese alle Olimpiadi. Un sogno che otto mesi dopo si realizzò grazie anche da un’ottima prima parte di 2016, con i quarti nel WTA di Rio de Janeiro che le valsero il best ranking al n. 46 a fine febbraio e successivamente la finale nel WTA di Istanbul e la vittoria nel prestigioso ITF di Marsiglia.

Le Olimpiadi non furono certo fortunatissime, con la sconfitta all’esordio contro la statunitense Madison Keys. Ma soprattutto furono l’inizio della crisi per la tennista di Cetinje – ma cresciuta ad Herceg Novi, cittadina montenegrina che si affaccia sull’Adriatico – dato che a quella dei Giochi di Rio fecero seguito altre sei sconfitte al primo turno, su otto tornei disputati, con l’unico exploit della semifinale di Tianjin, fondamentale per mantenere a fine anno un posto tra le prime ottanta giocatrici del mondo. “Quando adesso ripenso a quelle due stagioni, sono state veramente ricche di successi. Il best ranking, la qualificazione alle Olimpiadi di Rio, le finali WTA, i match contro i grandi nomi del tennis. Sono successe tante cose, e rivedendo il tutto adesso la sensazione è che non me lo aspettassi, che sono stata presa alla sprovvista. Sono passati tre anni da allora e credo che mi sia mancata l’esperienza per sfruttare a mio vantaggio tutti quei successi” ha raccontato Danka in un’intervista prima della partenza di questa stagione.

Nel 2017 la tennista montenegrina alterna delle buone prestazioni nei tornei ITF (tre finali) a risultati deludenti nel circuito WTA, finendo però l’anno con cinque sconfitte consecutive al primo turno – compreso un ITF e un 125K, che dovevano rappresentare l’ancora di salvezza per il ranking di fine stagione – che le costano l’uscita dalle top 100. L’anno successivo va anche peggio: fa fatica anche a livello ITF e scivola fuori dalle prime duecento della classifica mondiale. E solo per il rotto della cuffia, grazie a un paio di discreti risultati a novembre tra ITF e 125K, riesce a rientrarci nella classifica di fine anno.

“Ammetto che è stata dura. Il periodo nero è durato più di due anni. Ero triste, insoddisfatta, non vedevo la fine della striscia di risultati negativi, mi sentivo insicura in campo. La cosa più dura da accettare era il fatto che mi allenavo e mi impegnavo al massimo come quando arrivavano i risultati, ma nonostante questo niente andava come doveva. Dopo una serie di insuccessi inizia a vacillare anche la fiducia in se stessi, e così c’erano momenti in cui in campo mi ritrovavo a non avere la stessa voglia, lo stesso desiderio di vincere di prima. Non sono andata da uno psicologo sportivo o da un mental coach, ho ritenuto di doverne uscire da sola. Forse con questa scelta la strada è stata più lunga, ma ne sono uscita più forte e matura”.

 

Ma quelle vittorie a fine 2018 sono il primo timido segnale di risveglio per Danka, che comincia a ritrovarsi, pur non riuscendo a capire fino in fondo, neanche adesso, cosa sia successo. “Non riesco a determinare il motivo esatto. Tutto quello di cui ho parlato prima ha contribuito a far scendere il mio livello di gioco. Come anche il fatto che in due anni ho cambiato quattro allenatori, mentre in precedenza avevo lavorato per dieci anni con lo stesso coach. Non riuscivo a trovare qualcuno che mi andasse bene e che capisse che non ero tennisticamente al livello di quando ero top 50. Poi nel 2019 ho cominciato a sentirmi meglio, più felice. Ci sono stati ancora degli ostacoli, ma aveva ritrovato la capacità di lottare che avevo prima, ero determinata in quello che volevo e nel dimostrare che meritavo di stare lì dove ero stata”.

Il 2019 segna infatti il comeback di Danka. Ricomincia pian piano a fare la voce grossa a livello ITF (una vittoria e una finale in marzo), ma la prima svolta vera e propria arriva a luglio, con la finale nel 125K di Bastaad in mezzo ad una vittoria ed una finale ITF, risultati che le permettono di riavvicinarsi alla top 100. Dove rientra alla grande a fine ottobre, grazie alla vittoria nell’ITF di Szekesfehervar, in Ungheria. Una vittoria, quella nella “Città dei re” (così chiamata perché in epoca medioevale vi avevano luogo le incoronazioni dei re ungheresi), che ha significato molto per la 25enne tennista originaria della città montenegrina che ha dato i natali anche a Elena del Montenegro, consorte di Vittorio Emanuele III di Savoia e regina d’Italia dal 1900 al 1946). Ma re, regine e corone non c’entrano nulla con il valore di quella vittoria.

Il titolo in Ungheria è stato più di un titolo. Era il torneo in cui prima dell’inizio sapevo che vincendolo avrei raggiunto l’86esima posizione in classifica e dopo due anni sarei entrata nel tabellone principale di uno Slam. La pressione era tanta, specie in finale. È stato un match molto tirato, perché sia io che la mia avversaria (la rumena Begu, sconfitta per 6-4 3-6 6-3, ndr) eravamo nella stessa situazione: solo la vittoria garantiva l’accesso al main draw dell’Australian Open. Il ritorno nelle prime 100 è stata l’aspetto che ha caratterizzato la stagione e sono orgogliosa di essere riuscita a conquistare di nuovo un posto tra le migliori. Anche nel 2019 ci sono stati degli ostacoli, ma io e il mio team non ci siamo dati per vinti e questo ha pagato”.

Inutile ribadire come il 2020 sia stata, a causa della pandemia, una stagione assolutamente anomala. Prima dello stop Danka Kovinc aveva racimolato tre sconfitte in altrettanti incontri, tra Australian Open e un paio di International WTA, ma durante il lockdown non ha smesso di allenarsi intensamente e le dieci vittorie di fila all’Eastern Europe Tennis Championship organizzato da Janko Tipsarevic nella sua Accademia, struttura dove la giocatrice balcanica si allena da diverso tempo, le hanno permesso di riprendere la confidenza con il tennis agonistico.

“È stato molto importante, ci stavamo allenando 3-4 ore al giorno senza sapere, di fatto, perché, ed inoltre io sono una giocatrice che necessita di un po’ di tempo per abituarsi al ritmo partita. Per me quell’iniziativa è arrivata al momento giusto” aveva dichiarato di recente in un’altra intervista, prima di partire per gli Stati Uniti. I risultati dopo la ripartenza lo hanno dimostrato: dopo il ko all’esordio contro Zvonareva al Western e Southern Open, ecco il secondo turno allo US Open (l’ultima volta che aveva passato un turno in uno Slam era accaduto a Melbourne tre anni prima), i quarti ad Istanbul ed infine gli ottavi a Roma partendo dalle qualificazioni, suo miglior risultato in un torneo di livello Premier. Da lunedì Danka è n. 73, con un salto di tredici posizioni, tornando così dopo più di tre anni (dall’aprile 2017) tra le prime ottanta giocatrici del mondo.

E non pare intenzionata a fermarsi, anche perché adesso ritiene di avere una consapevolezza diversa, rispetto alla ragazzina montenegrina che si affacciò timorosa nel circuito ormai diversi anni fa. “Quando sono arrivata nel circuito avevo un grande rispetto verso i ‘grandi nomi’. Anche quando, ad esempio, ho battuto Roberta Vinci (successe a Madrid, nel 2016, ndr), c’era sempre quella sensazione di rispetto, forse anche di eccessiva umiltà… io sono solo Danka Kovinic e arrivo da un piccolo paese… Ora sono cambiata, forse sono cresciuta, affronto i match e le mie avversarie con un altro approccio. Sono sempre entrata in campo per vincere, ma prima era come se a livello inconscio ci fosse qualcosa in testa che ti diceva: ‘Ehi quella è Maria Sharapova…’. Ma per ottenere grandi risultati questo non  deve succedere. Cinque anni fa per me era tutto nuovo. Da Herceg Novi mi sono ritrovata al Roland Garros. Non c’era nessuno che mi dicesse: ‘Sei arrivata fino a qua, ora puoi battere anche loro’. Mi dicevano invece ‘va bene così. Hai già fatto tanto…’. Ecco, forse questo è stato l’errore”.

Continua a leggere

Al femminile

Roland Garros 2020: Halep contro tutte

I pochi match sulla terra battuta hanno dato una indicazione precisa: Simona Halep, testa di serie numero 1, si presenta a Parigi da chiara favorita

Pubblicato

il

By

Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sta per cominciare uno Slam del tutto inedito. Nella speranza che la situazione sanitaria in Francia non crei ulteriori problemi (abbiamo già avuto notizia di giocatori positivi al virus costretti a rinunciare alle qualificazioni), ci saranno comunque da fronteggiare situazioni tecniche completamente nuove.

Nell’era Open mai il Roland Garros si era tenuto in autunno, e mai a due settimane di distanza da un Major disputato sul cemento. Come è noto, giocare sulla terra non è esattamente la stessa cosa che giocare sul duro, e per questo nelle stagioni normali l’avvicinamento allo Slam sul rosso si svolge attraverso diversi tornei di preparazione. Nel calendario WTA, di solito sono quattro i Premier precedenti (più alcuni tornei International di contorno). Si comincia con la terra verde di Charleston, poi ci si sposta in Europa per la sequenza Stoccarda (indoor), Madrid, Roma.

Questa volta invece il cambio di superficie sarà repentino: solo Roma come preparazione, con l’eventuale ultima possibilità di scendere in campo a Strasburgo in queste ore, ma concludendo l’impegno a ridosso del torneo più importante. Nemmeno quando c’erano solo due settimane fra Roland Garros e Wimbledon la transizione era così complicata, perché questa, volta oltre al cambio delle condizioni di gioco, per chi proviene dallo US Open ci sarà da assorbire anche quello di fuso orario. Ma il 2020 è un anno di emergenza e occorre arrangiarsi per quanto possibile.

Purtroppo non è il solo aspetto critico del torneo. Senza arrivare alla falcidia di New York (dove erano mancate sei delle prime otto giocatrici del ranking) anche a Parigi dovremo fare il conto con alcune assenze pesanti. Mancheranno due, o forse tre, stelle extraeuropee. Innanzitutto la attuale numero 1 in classifica e campionessa in carica del Roland Garros, la australiana Ashleigh Barty, che ormai ha deciso di tornare a competere solo nel 2021. Quindi il “campionato del mondo su terra battuta” si disputerà senza la detentrice del titolo.

Mancherà anche la numero 1 d’Asia, la giapponese Naomi Osaka. La fresca vincitrice dello US Open ha rinunciato per i postumi dell’incidente alla coscia destra, non del tutto guarita. Dopo i guai alla spalla avuti nel 2019, che si erano trascinati a lungo (limitandola al servizio e penalizzando il suo rendimento complessivo) evidentemente Osaka ha scelto un approccio diverso: scendere in campo solo quando i guai fisici sono del tutto sanati.

Altra assenza probabile quella della canadese Bianca Andreescu. La campionessa dello US Open 2019, per quanto visto in passato dovrebbe disporre di un tennis piuttosto adatto alla terra battuta. Purtroppo per il secondo anno consecutivo non potrà dimostrarlo a causa di problemi fisici. Un paio di settimane fa il suo allenatore Sylvain Bruneau aveva rilasciato una intervista sulle condizioni di Bianca:

Dunque, dopo i guai al ginocchio del 2019, Andreescu si è di nuovo infortunata in giugno, questa volta al piede. ll coach diceva “dita incrociate” a proposito della partecipazione allo Slam parigino. Ma secondo i media canadesi avrebbe preso la decisione di rinunciare. A meno di sorprese positive in extremis, dovremo ancora fare a meno del suo talento.

E così, al momento, sono solo le statunitensi Sofia Kenin e Serena Williams le prime teste di serie di provenienza non europea. A questo proposito: vediamo come stanno le prime sedici teste di serie (salvo imprevisti) a pochi giorni dall’inizio del torneo.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

Continua a leggere

Area test

Toalson S-Mach Pro, la scelta ibrida per potenza e controllo

Recensione e test della Toalson S-Mach pro in versione 310 e 295 grammi, un ibrido che soddisferà l’agonista alla ricerca di una valida alleata in campo

Pubblicato

il

Una racchetta da prendere in considerazione per l’agonista in cerca di un attrezzo di livello è sicuramente la Toalson S-Mach Pro 97. Questo marchio potrebbe sembrare non troppo famoso ma in realtà non è così: si tratta di un’azienda giapponese con oltre 60 anni di storia che produce telai e corde in Giappone, già questo dovrebbe dire parecchie cose in termini di qualità dei suoi prodotti. Toalson inoltre mette direttamente a disposizione, tramite il proprio sito, anche telai con piatto corde molto piccolo per allenamenti specifici, macchine incordatrici e altro.

La S-Mach Pro 310 grammi

A livello di racchette Toalson propone principalmente due linee di prodotto: la S-Mach Pro e la S-Mach Tour. Entrambe le serie hanno modelli in diverse opzioni di peso. La S-Mach Pro è l’oggetto di questo test, proposta in versione 310 grammi con bilanciamento a 31 centimetri e mezzo e in versione 295 grammi, con bilanciamento a 33 centimetri. Entrambe hanno un piatto corde ampio 97 pollici, il che specifica da subito che si tratta di racchette che si rivolgono a giocatori esigenti che cercano telai altrettanto performanti. Il profilo di questo telaio è variabile dai 23 millimetri del manico ai 21 degli steli passando per i 24 del cuore. Differenze cromatiche per i due pesi: il nero opaco domina il telaio, con l’aggiunta di piccole serigrafie e della scritta Toalson e S-Mach in blu elettrico per la versione 310 grammi e in verde per la versione 295 grammi. Il risultato finale, votato al minimalismo, è molto elegante, un fattore questo spesso apprezzato.

A livello di tecnologie impiegate su questa racchetta, costruita con un materiale proprietario dal nome Premium Carbon 30T, spicca il Flex Torque System, un sistema che ha nella struttura esagonale in zona cuore della racchetta la soluzione per prevenire perdita di potenza anche in occasione di colpi non centrati oltre alla riduzione di vibrazioni.

 

Caratteristiche tecniche

S-Mach Pro 310 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 310 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 31,5 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

S-Mach Pro 295 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 295 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 33 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

La S-Mach pro 295 grammi

In campo

Iniziamo con la 310 grammi: la rigidità dinamica è elevata, di fatto la sensazione di avere una racchetta tosta e reattiva si percepisce subito non appena si colpisce la palla con vigore. Il livello di flessione della racchetta è abbastanza basso in termini di localizzazione, e cioè in zona steli, ne consegue un impatto molto solido nello sweet pot. Lo schema di incordatura è un 16 x19 molto classico a livello di spaziature, una soluzione affidabile e senza fronzoli.

La versione pesante della Mach-S Pro è compatta negli impatti, che risultano pieni e molto solidi proprio grazie alla rigidità del telaio. Il livello di potenza “gratuita” è buono, per avere risultati maggiori bisogna lavorare di braccio, a questa potenza però si abbina in controllo di palla e la relativa precisione. Il taglio in back spin esce molto rapido e profondo. A livello di spin possiamo dire che il telaio non è progettato per essere una spin-machine, le rotazioni ci sono, funzionano bene su colpi con leggero effetto ma non è un telaio per gli amanti dello spin estremo.

Questo si ripercuote anche a livello di servizio: i migliori risultati si hanno quando si colpisce di piatto o in slice. Con leggero taglio insomma, questo telaio asseconda molto bene il gesto producendo ottimi risultati. Pur essendo una 97 pollici, con i limiti che ne conseguono a livello di impostazione di gioco, risulta più “gestibile” rispetto alle competitor, decisamente più esigenti.

La versione 295 grammi è invece diversa nell’impatto, che non risulta più pieno e compatto come con la 310 grammi. La mancanza di peso è ovviamente la causa di tutto ciò ma questo si traduce in una maggiore maneggevolezza e in una reattività nettamente maggiore. La 295 grammi è veloce, graffiante, delle due è quella maggiormente indicata per chi cerca maggiore spin. Potrebbe essere un’ottima soluzione per chi è in cerca di un telaio che non arrivi a pesare intorno ai 330 grammi, un attrezzo più difficile da gestire rispetto alla versione leggera che conserva le caratteristiche della serie ma in versione più aggressiva dal punto di vista della gestione, la Toalson ideale per i giocatori di attacco, per chi ama andare a rete e beneficiare di un attrezzo dal peso giusto per coniugare precisione da fondo campo, rotazioni e gestione della palla nel gioco di volo.

Entrambe le racchette comunque forniscono una sensazione di ibrido, la potenza e la facilità di uscita di palla tipica delle racchette profile con le caratteristiche di solidità di impatti e controllo delle classiche.

S-Mach Pro 295 grammi

Conclusione

Le due racchette coprono due tipi di giocatori differenti proponendo soluzioni leggermente diverse ma conservando il core delle qualità del prodotto: è come se fosse la stessa racchetta customizzata a livello di peso. Chi ama colpire in maniera pulita con leggera rotazione e che ha una buona tecnica di base troverà nella versione 310 grammi una fida alleata capace di rispecchiare in campo i gesti tecnici prodotti.

Chi invece ama giocate più arrotate e un gioco più veloce a livello di braccio potrà orientarsi verso la versione 295 grammi, specie gli amanti del gioco di rete (doppisti?) potranno beneficiare degli impatti solidi con una maneggevolezza superiore.

Si tratta di racchette comunque indirizzate entrambe ai giocatori attivi, non cioè ai controattaccanti da fondo campo soprattutto per via della dimensione del telaio, 97 pollici.

Racchetta testata con corde String Project Keen 1.18 (tensione 23/22) e String Project Armour 1.24  (23/22)

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement