Luca Vanni, dal pane duro dei Challenger alla prima finale ATP, per amore del tennis

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Luca Vanni, dal pane duro dei Challenger alla prima finale ATP, per amore del tennis

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Dopo una vita passata a sopravvivere nella giungla di Futures e Challenger, Luca Vanni centra una finale ATP (contro Cuevas, ore 19 diretta Supertennis) frutto di orgoglio, fame, voglia di farcela. E non è ancora sazio.

Qualunque sport di squadra seguiate, calcio, basket, pallavolo o altro, avete una squadra della vostra città alla quale è impossibile restare indifferenti. Prendiamo il calcio. Se non vivete in una metropoli ma in una città di dimensioni modeste, difficilmente avrete grandi soddisfazioni dalla squadra della vostra città. E allora già da bambini tifate per un grande club, la Juve, il Milan o l’Inter, ma un occhio a cosa ha fatto in Lega Pro o anche più giù la squadra che gioca dove vivete non potete non darlo, sperando ogni domenica che prima o poi l’anno di gloria, l’anno della classe operaia che va in paradiso arrivi. È successo persino a un paese di cinquemila anime, il Castel di Sangro dei miracoli, che per due stagioni consecutive (1996-97 e 1997-98) visse l’ebbrezza della serie B. Addirittura in B con cinquemila abitanti! Ma anche altre squadre grandi, o per meglio dire piccole come la vostra città, il Piacenza, il Novara, il Carpi, il Monza, hanno avuto il loro anno. Lo sta vivendo quest’anno la città di Chiavari, i cui cuori palpitano ogni sabato pomeriggio per la Virtus Entella. Addirittura il Carpi è in testa alla classifica della serie cadetta e spera nel miracolo della A. L’anno scorso il Lanciano ha cullato a lungo quel sogno, che è rimasto tale ma comunque si gode anni di serie B, tanta roba per trentacinquemila abitanti. Prima o poi, almeno il privilegio della serie B, capita a tutti. No, la vostra squadra no. Anni e anni di speranze disilluse, un girone d’andata da leoni e poi un inesorabile calo, fino a spegnersi sul più bello, a un passo dall’agognata promozione, magari nell’atroce e cinico tritacarne dei play-off. Ecco, quella squadra è, anzi era, Luca Vanni da Castel del Piano, Arezzo, detto Lucone, per via dei suoi 198 cm di statura. Il ragazzone che continuava, tenace e testardo come un mulo, a sperare di qualificarsi per il tabellone principale di un torneo ATP, fermandosi sempre a un passo dalla meta.

Classe 1985, il tennista toscano ha raggiunto la prima finale Challenger della carriera solo lo scorso 20 Luglio a Kaohsiung, Taiwan, perdendo dal cinese di Taipei Yen-Hsun Lu. Anzi, fino a 6-7 anni fa giocava ancora i tornei Open di provincia con 5000 euro di montepremi, tornei che a un appassionato con una classifica da circolo capita frequentemente di seguire dal vivo. Anno dopo anno, Luca è andato avanti imperterrito. Una carriera a pane e Challenger, con gli avversari di sempre che, prima o poi, la soddisfazione di una comparsata sul tabellone principale di un torneo ATP riuscivano a togliersela. E lui a ripetersi, cocciuto e riluttante alla realtà dei fatti: “Prima o poi toccherà anche a me!”. Invece no, niente. Passano gli anni e Lucone è sempre lì, a scannarsi per una cinquina di posizioni in più nel ranking, il minimo per poter continuare a coltivare a tempo pieno la sua passione, senza essere costretto, non più giovanissimo, a dire basta, abbandono questo mondo e mi cerco un lavoro vero.

 

No, questo mondo era, è il suo mondo. E allora avanti con questi dannati Challenger, con questo pane raffermo, durissimo e insapore, del quale però non può fare a meno. Se ne deve nutrire, non può stare senza. Con questa tempra, con questa totale dipendenza dal tennis di accampamento, l’aretino incontrava gli avversari di sempre che gli raccontavano di “quella volta nel main draw di un ATP quando ho anche passato il primo turno”, poi, uno dopo l’altro, non li vedeva più. Prima o poi tutti venivano fagocitati dal mostro del bilancio del professionista fuori dai primi 200 del mondo: “è più quello che guadagno o quello che spendo? Viaggio da una parte all’altra del mondo ma il salto decisivo verso la consacrazione non lo faccio mai. E allora sai che c’è? Basta! È stato bello, ho avuto la fortuna di vivere fino ad ora della mia passione, ma tutto ha un limite. Non posso continuare così in eterno. Cambio vita e mi metto il cuore in pace”. Fagocitati dal tennis pro. Luca no. Luca è quello che se lo mangia lui il tennis, perché la passione, quando è totale e incondizionata, non ha limiti. Vado avanti, prima o poi arriverò anch’io.

Ha avuto ragione lui. Quando, sulla soglia dei 30 anni, gli avversari di sempre sono a fare l’allenatore di qualche ragazzino promettente, il maestro del circolo di prestigio, oppure tutt’altro, il bancario o il rappresentante di cosmetici, Lucone è sul suo Everest. Il 2015 lo consacra: prima il debutto assoluto ATP a Chennai, sconfitto dal lituano Berankis in tre set, poi la conferma a Quito, dove perde dal serbo Lajovic. E finalmente San Paolo, con la prima vittoria nel circuito maggiore contro l’olandese De Bakker. Poi, male che vada, tornerà al pane raffermo, del resto è la sua vita. Passare dal pane duro al prosciutto di Parma (non parliamo di Caviale Beluga, non allarghiamoci troppo, Lucone è uno con la zucca sulle spalle) può dare alla testa, tanto vale godersela per quello che è, la degna coronazione di una carriera da gregario che un giorno si è concesso una fuga solitaria prima di tornare inghiottito dal gruppo.

No. Luca Vanni da Castel del Piano non è così. È arrivato al main draw con la pazienza di una formichina e la tenacia di un titano, ma ora che la tavola è imbandita lui non si accontenta più di nutrirsi, lui ora vuole godere. Vuole uscire dalla sala del banchetto brasiliano con la pancia piena e il palato deliziato da pietanze che probabilmente non gusterà più. Sa che forse questa è l’unica possibilità del destino, che l’ha baciato sulla fronte con il forfeit della testa di serie n.1 Feliciano Lopez e il conseguente bye di cui usufruisce collocandosi al suo posto. Alla vittoria contro De Bakker fanno seguito quella contro Lajovic, che sa di fresca vendetta dopo Quito, e la battaglia campale di ieri contro Joao Souza. Il banchetto è apparecchiato a casa del nemico, Souza e il pubblico trasformano la partita in una guerra di trincea, per uscirne vivo ci vorrebbe uno abituato a pane e Challenger, uno alla Luca Vanni per intenderci…

Come un innamorato che ha occhi solo per lei, la sua amata, Luca insiste incurante di tutto e tutti. E alla fine, non a caso nel giorno di San Valentino, centra la sua prima finale ATP. Con l’appetito che, si sa, vien mangiando, tutt’altro che sazio davanti alla portata finale. Il match contro l’uruguagio Pablo Cuevas è in programma alle 16 locali, le 19 italiane, diretta Supertennis. Se Lucone riesce nell’impresa, raggiunge le vertigini del numero 80 del mondo, ma già con la finale sarà numero 107, che significa 3 posizioni dietro l’ingresso immediato negli Slam.

Cibo, amore, tennis, guerra: cose ben differenti l’uno dall’altro. Anche se su questo, Luca Vanni da Castel del Piano avrebbe qualcosa da ridire …

 

 

Ecco il video postato su Instagram dove, con un inglese un po’ troppo stentato (del resto nella giungla dei Futures e nella trincee dei Challenger quello è l’ultimo dei problemi…) ringrazia i suoi fan, contento e incredulo della settimana in paradiso che sta vivendo. “Ho giocato la mia terza partita ATP e domani (oggi, ndr) giocherò la mia prima finale ATP. Ho ricevuto più di 200 messaggi, è incredibile!”

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Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Tra i quattro semifinalisti lo spagnolo è il meno titolato, ma a livello Slam non ha tanto da invidiare ai suoi avversari. Prima di sminuirlo, Kyrgios dovrebbe dare uno sguardo ai suoi risultati

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Pablo Carreño Busta - US Open 2020 (photo by Simon Bruty/USTA)

Le semifinali dei due tabelloni dello US Open 2020 hanno un tratto comune? In tanti potrebbero rispondere sì a questa domanda e potremmo essere parzialmente d’accordo anche noi. Per quale motivo? Beh, nel femminile abbiamo parlato ieri di Jennifer Brady, numero 41 del ranking (28 del seeding) alla prima semifinale Slam, che si è ritrovata attorno Serena Williams (23 Major), Azarenka e Osaka (due titoli Slam per parte). Nel maschile invece i quattro giocatori rimasti non hanno mai vinto un titolo a questi livelli, ma nonostante ciò si parla principalmente di Zverev, Thiem e Medvedev e Pablo Carreño Busta, che a differenza di Brady una semi Slam l’ha già giocata, viene erroneamente considerato un intruso.

A ingannare è probabilmente il ranking: lo spagnolo è una ventina di posizioni dietro i tre che hanno raggiunto come lui il penultimo atto del torneo, ma arrivati in queste fasi l’abitudine a giocare su determinati palcoscenici e con una certa pressione sulle spalle può fare la differenza tra una sconfitta e una vittoria. E a tal proposito, Carreño non parte battuto in partenza, almeno nella semifinale. Per Sascha Zverev è la seconda semi Slam della carriera, come lo è per lo spagnolo. Dall’altro lato invece Thiem giocherà la sua sesta, ma appena la seconda su cemento, mentre Medvedev ha raggiunto questa fase in un Major solo un anno fa, sempre a Flushing Meadows. Tuttavia non è da trascurare il fatto che sia il russo che l’austriaco hanno già preso parte a una finale Slam e tutti e tre hanno già vinto un trofeo Masters 1000. Ad ogni mod,o se si guardano le due sfide da questa prospettiva, il gap tra i tre top 10 e Carreño è abbastanza piccolo, di certo infinitamente inferiore rispetto a quello tra Brady e le altre tre campionesse.

Detto ciò, è comprensibile che l’attenzione sia rivolta a Dominic, Sascha e Daniil per un altro motivo. È da quattro anni ormai (Wawrinka allo US Open 2016) che non si vede un vincitore Slam diverso da Federer, Nadal o Djokovic e da allora si cerca un giovane in grado di interrompere il loro dominio. Vista l’assenza dei Big Three, non veder vincere uno tra Thiem, Zverev o Medvedev nemmeno stavolta porrebbe dei grossi dubbi sulle loro capacità di sostituirsi al trio che ha dominato l’ultimo decennio. Perciò anche mediaticamente Carreño Busta “tira” meno degli altri tre, ma non per questo va sottovalutato. Ci ha messo del suo anche Nick Kyrgios con i suoi tweet.

 

L’australiano da qualche giorno sta conducendo una crociata contro Carreno, tacciandolo come terraiolo “che senza il mattone tritato non sarebbe arrivato nemmeno vicino alla top 50”. “Deve essere piuttosto annoiato” ha commentato lo spagnolo e Nick alla vigilia delle semifinali ha risposto ancora, postando su Instagram i confronti diretti (conduce 2-0) con Carreno, dicendo che alla noia preferirebbe giocare lo US Open e batterlo ancora. Tuttavia l’australiano al massimo ha raggiunto due quarti di finale negli Slam, peraltro vecchi di oltre cinque anni. In più dimostra di non aver letto con la dovuta attenzione i risultati della carriera di Carreño Busta.

Pablo Carreño Busta – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Usando la lente d’ingrandimento sulla carriera dello spagnolo, capiamo ancora meglio che la sua superficie preferita non è la terra battuta come dice Kyrgios, bensì il cemento outdoor. A 23 anni centra il primo discreto risultato in uno Slam, un terzo turno allo US Open nell’edizione 2014. Si ripete due anni dopo, sempre a Flushing Meadows e poi all’Australian Open 2017, quello che a tutti gli effetti è l’anno della sua esplosione definitiva. Bisogna attendere il Roland Garros 2017 per vederlo superare il secondo round nell’unico Slam su terra del calendario. Quell’anno si spinse fino ai quarti, dove fu costretto al ritiro contro Rafa Nadal. Non si spinse mai oltre sul rosso, cosa che invece gli è riuscita due volte sul duro, la prima alla fine di quell’estate.

A Flushing Meadows non perse neanche un set fino alla semifinale, la sua prima in un Major. Tuttavia ci riuscì superando ben quattro qualificati. King al primo turno, Norrie al secondo, Mahut al terzo e Denis Shapovalov in ottavi. Quest’anno ha battuto nuovamente il canadese, diventato nel frattempo un tennista ‘vero’, al termine di una durissima battaglia durata cinque set ai quarti di finale. Riguardando il tabellone dell’edizione 2017 è curioso vedere che il canadese (che qualche settimana prima si fece conoscere alla Rogers Cup, battendo Rafa Nadal) superò al primo turno Daniil Medvedev, abbastanza nettamente (7-5 6-1 6-2).

Proprio in relazione a Shapovalov, si può evidenziare come il canadese avesse battuto in quattro set Goffin prima di arrestarsi al cospetto di Carreño Busta. Due tennisti che presentano delle somiglianze, e rispetto al quale ‘Shapo’ è certamente più esplosivo: eppure, contro Goffin la rimonta gli è riuscita piuttosto agevolmente, mentre lo spagnolo gli ha imposto un 6-3 al quinto set. Interrogata sulla questione, è probabile che la maggioranza degli appassionati definirebbe Goffin un tennista più forte di Carreno Busta: quanto al rendimento negli Slam, però, il belga è arrivato tre volte ai quarti vincendo un solo set, Carreño (un anno più giovane) ha fatto lo stesso avanzando due volte in semifinale.

Qualche dato ci permette di chiudere definitivamente il discorso rispetto alla superficie d’elezione di Carreño Busta: in carriera ha vinto complessivamente 289 match su cemento, il 66% di quelli disputati. Invece su terra battuta sono 157 le vittorie su 257 partita, un ottimo 61%, ma piuttosto inferiore rispetto al record personale sul duro. E infine, anche i trofei confermano tale rapporto: tre li ha vinti su cemento (Winston-Salem 2016, Mosca – indoor – 2016 e Chengdu 2016) e uno su terra battuta (Estoril 2017). Adesso siete convinti del fatto che Carreno è tutt’altro che un intruso in queste semifinali?

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Conosciamo meglio Jennifer Brady, l’underdog che sogna il titolo allo US Open

L’unica giocatrice senza Slam tra le quattro semifinalista, Brady è chiaramente la meno conosciuta. Ma è in possesso di armi che le consentono di pensare in grande

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Delle quattro semifinaliste è l’unica che non ha mai vinto uno Slam. Prima di questo torneo non aveva mai raggiunto nemmeno i quarti di finale in un Major. Eppure Jennifer Brady, nel ruolo di ‘underdog’, fa paura. Anche perché un’ex campionessa del torneo l’ha già rullata nei quarti, Angie Kerber. Ha vinto dieci delle ultime undici partite giocate: cinque al torneo di Lexington, vinto senza perdere un set. Non un brutto modo per alzare il primo trofeo nel circuito WTA, a 25 anni. Poi c’è stata la sconfitta al primo turno a Cincinnati contro Pegula, ma ora di nuovo un percorso nettissimo fino alla semifinale dello US Open. Ci è arrivata perdendo solo 24 game in cinque partite, in media meno di cinque game persi in ogni match.

Ora però dall’altra parte della rete c’è la favorita alla vittoria finale, Naomi Osaka. Sarà la prima semifinale di giornata, orario d’inizio: l’una di notte italiana. Contro Yulia Putintseva nei quarti ha preso confidenza con l’Arthur Ashe, dopo che tre anni fa al suo debutto su quel campo subì una cocente delusione (e c’era pure il pubblico sugli spalti), perdendo 6-1 6-0 dall’allora finalista uscente Karolina Pliskova (avrebbe potuto sfidarla pure quest’anno al terzo turno, ma Caroline Garcia la pensava diversamente). Al tempo erano gli ottavi di finale e poteva ritenersi soddisfatta di quanto fatto in quella stagione. Fu proprio nel 2017 infatti che Brady iniziò a farsi conoscere: raggiunse il quarto turno anche all’Australian Open in gennaio, ma partendo dalle qualificazioni.

Il suo nome iniziò a comparire sui taccuini degli addetti ai lavori, e non solo perché di cognome fa Brady come Tom, la leggenda del football americano. Di lei si sapeva che prese in mano la racchetta per la prima volta a sette anni e si formò come giovane giocatrice alla Chris Evert Tennis Academy di Boca Raton, in Florida. Prima di decidere di passare al professionismo giocò due anni al college per gli UCLA Bruins e vinse con loro il titolo NCAA del 2014. Durante quell’Australian Open incuriosì anche il nostro Luca Baldissera, che le dedicò un articolo nella sua rubrica “spunti tecnici”.

 

La sua attitudine è rimasta sempre offensiva e la velocità del cemento newyorchese quest’anno agevola la sua azione. Il fondamentale sul quale fa più leva è il servizio, grazie anche alla sua altezza (poco meno di 1.80). È la seconda giocatrice dietro Serena (64) per ace messi a referto, 28, tra quelle rimaste in gara. La sua prima di servizio non è tanto incisiva quanto quella di Osaka (80% di punti vinti) e Serena (74%), ma compensa con un rendimento eccezionale con la seconda (vince il 55% dei punti nel torneo, appena dietro Osaka, 57%, ma nell’arco della stagione è addirittura seconda in top 100 per numero di punti vinti). Brady sa giocare molto bene la seconda in kick, che spesso le permette di comandare subito lo scambio. Nonostante ciò avrà sicuramente difficoltà a gestire l’esuberanza in risposta di Naomi, che contro la seconda delle avversarie ha vinto più punti di tutte (90 in cinque partite disputate).

Jennifer Brady – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Brady però non si tirerà certo indietro. La sua propensione all’attacco non esclude ottime capacità difensive, evidentemente migliorate nel tempo. Se fate un confronto con le foto scattate da Luca nel 2017 e tra quelle dello US Open in corso, vedrete che Jennifer ha perso qualche chilo, guadagnando una maggior mobilità sul rettangolo di gioco, che le permette di anche di ribaltare in suo favore punti in cui è costretta a remare da dietro. Osaka cercherà di giocare più sul suo rovescio (meno sicuro del dritto, ma comunque affidabile) e soprattutto non vorrà darle l’opportunità di giocare il dritto a sventaglio o l’inside-in, colpo che le dà tantissimi punti nel match.

Il nome di Jen Brady tra le ultime quattro, come avrete intuito, non è così casuale come possa sembrare. I 27 titoli Slam che le altre tre semifinaliste raccolgono tutte assieme non devono indurre a sottostimare la statunitense. Questo risultato è frutto di un percorso di crescita iniziato in quel 2017, interrotto nel 2018-2019 e ripreso all’inizio di questa stagione, della quale abbiamo perso diversi mesi per via del COVID-19. In febbraio raggiunse la semifinale a Dubai, partendo dalle qualificazioni e prima ancora sorprese a Brisbane la numero uno del mondo Barty. Quest’anno Brady ha finalmente aggiustato gli aspetti tecnico-tattici necessari per continuare la sua crescita e la semifinale (o più, chissà) potrebbe essere solamente il punto di partenza.

Al termine della sfida con Putintseva si è aperta, raccontando quando non molto tempo fa metteva in dubbio la sua carriera per via dei risultati che non arrivavano: “Ripenso a tutte le volte che ho giocato tornei Challenger o perdevo al primo turno di qualificazione. Pensavo: ‘Ok, posso ancora riuscire ad arrivare in alto? Questo sport fa per me?’ Ho avuto tanti dubbi, mi sono posta tante domande in quel periodo. Non avevo pensieri positivi. Ma sono stata fortunata ad accettare tutto e andare avanti, continuare a giocare, ad allenarmi e a migliorare. Ora guardo le cose da una prospettiva diversa, anche al di là del tennis. Mi godo ogni singolo giorno. Guardo la vita in modo diverso”.

Virtualmente ora è al numero 25 del mondo, il suo best ranking. Ma soprattutto, arrivati a questo punto del torneo, si può sognare.

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Emil Ruusuvuori, chi è il prossimo avversario di Berrettini

Il primo avversario di Matteo Berrettini al Western & Southern Open di Cincinnati sarà un 21enne di Helsinki, per molti uno dei giovani più interessanti del circuito. Andiamo a scoprirlo

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Emil Ruusuvuori - Cincinnati 2020 (via Twitter, @atptour)

Matteo Berrettini esordirà fra poche ore (intorno alle 22 italiane) al secondo turno del torneo di Cincinnati in corso a New York, e lo farà contro Emil Ruusuvuori, N.101 ATP, che ieri ha sconfitto Sebastian Korda, figlio del grande Petr, in poco più di due ore molto sofferte – è stato sotto 2-5 0-30 nel terzo prima di rimontare vincendo 20 degli ultimi 22 punti. Anticipando il match di oggi, ha detto al sito dell’ATP: “Matteo è uno dei migliori giocatori del tour in questo momento, ma non ho niente da perdere. Sarà divertente, dovrò giocare il mio miglior tennis per riuscire a stargli dietro”.

Ma chi è questo ventunenne finlandese? Qualche mese fa, Pietro Sconamiglio ha scritto dei suoi interessi, dalla musica all’hockey a Zlatan Ibrahimovic, ma di recente il suo allenatore italiano, Federico Ricci, ha raccontato un po’ di più del Ruusuvuori giocatore. Ricci vive da nove anni in Finlandia dopo aver lavorato in Florida, alla Evert Academy, per quasi un decennio: nel Paese scandinavo è stato tra i fondatori della Nieminen Academy in Finlandia e ha continuato a lavorare esclusivamente con Ruusuvuori quando la scuola ha chiuso i battenti nel 2017 (principalmente perché il numero dei giocatori era aumentato oltre le previsioni e Nieminen non voleva fare il coach a tempo pieno), ed è pertanto l’artefice principale del gioco di Emil, ‘Emppu’ per gli amici.

“Emil è sempre stato abituato a giocare con i piedi sulla riga di fondo, comandando lo scambio”, ha detto ad Alessandro Nizegorodcew per Sportface, “ma farlo contro i primi del mondo è ovviamente molto più complicato. Abbiamo quindi lavorato tanto sulla profondità dei colpi e sulla gestione della posizione nel rettangolo di gioco. L’obiettivo è quello di rimanere vicino al campo anche contro i top player.

 

“All’inizio c’è voluto un po’ per farlo lavorare, poi ha avuto dei problemi di crescita a livello lombare, ma gli infortuni l’hanno per certi versi aiutato, perché da un lato ci hanno permesso di lavorare di più sulla tecnica, e dall’altro gli hanno insegnato la disciplina necessaria per prendersi cura del proprio corpo, e questo ha dato i suoi frutti soprattutto negli ultimi due anni. Ha sicuramente avuto una crescita rallentata, ha giocato solo una stagione piena da junior e poi ha saltato tre mesi di stagione nel 2018 per una broncopolmonite, ma credo che questi problemi fisici l’abbiano reso molto più professionale”.

Il coach lo descrive così: “Emil è un attaccante da fondo, ha un ottimo timing sulla palla e risponde molto bene. Gli piace girarsi sul dritto per spingere, ma ha anche un rovescio solido con cui può fare il punto”. Come si può intuire dalla descrizione del suo stile di gioco, la sua superficie preferita è il cemento al chiuso, perché, come ha detto a Tennis Nerds, “la stagione outdoor non è molto lunga in Finlandia!”. Nieminen, probabilmente l’unico tennista di livello assoluto prodotto dalla Finlandia (N.13 ATP nel 2006, tre quarti di finale Slam), è ancora oggi un’influenza di rilievo per lui, visto che nella sua vece di capitano di Davis è in frequente contatto con il team di Emil.

In pre-stagione si è allenato una volta con Nadal a Manacor, un’esperienza che ha descritto al sito delle Next Gen ATP Finals come “uno dei miei migliori ricordi su un campo da tennis” per via dell’intensità e del desiderio di imparare che Rafa tuttora mette in ogni sessione, e subito prima di venire a New York ha continuato a lavorare con Casper Ruud, altro uomo della Nadal Academy, a indicare il credito di cui già gode. Nella stessa intervista, ha rivelato che durante il lockdown Ricci gli ha fatto vedere dei classici come Agassi-Sampras allo US Open del 2001, quarto di finale da quattro tie-break senza break, o Safin-Federer nella semifinale di Melbourne 2005. “Abbiamo guardato a cosa facevano quei campioni per provare a individuare due o tre punti da aggiungere al mio gioco”

Quest’anno ha eliminato Jannik Sinner al secondo turno del Challenger di Bendigo (ribattezzato Bendigo 2 quando il torneo di Canberra è stato spostato in città a causa degli incendi di inizio anno), raggiungendo poi la finale, persa con Kohlschreiber. Complessivamente, in stagione è 2-2 nei main draw ATP, ma 15-7 se si considerano qualificazioni e Challenger.

Nel 2019, invece, è stato uno dei migliori in assoluto nel circuito Challenger; ha vinto quattro titoli sul cemento (Fergana, Helsinki in casa, e due che sono decisamente di buon auspicio per il suo futuro, il Rafa Nadal Open di Manacor e il Murray Trophy di Glasgow) e ha raggiunto una finale sulla terra di Augsburg. Soprattutto, però, ha scioccato il mondo del tennis battendo con un netto 6-3 6-2 l’allora N.5 del mondo, Dominic Thiem, in Coppa Davis, in un tie perso dalla sua nazionale ma in cui lui ha vinto entrambi i singolari.

Emil Ruusuvuori – Montpellier 2020 (via Twitter, @atptour)

Qui a New York Emil si è qualificato smontando Jeremy Chardy, tds N.2 delle quali, per 6-0 6-4, e si è assicurato l’ingresso fra i Top 100 con la vittoria al primo turno su Korda junior – peraltro il traguardo sarebbe stato raggiunto a marzo, se l’ATP avesse considerato l’ultima settimana di gioco, poi stralciata per via della cancellazione di Indian Wells.

Sarà più la sfida contro il francese, però, a guidare il suo match plan contro Berrettini: contro Chardy, infatti, Ruusuvuori ha sempre spinto sulla seconda, vincendo il 67% dei punti, e ha mosso l’avversario verticalizzando molto il gioco, sapendo di non potergli permettere di spingere sopra la pallina. L’azzurro dovrà quindi cercare di dettare il punto fin dall’inizio, e la difficoltà maggiore sarà quella di affrontare un avversario tanto dinamico (e già caldo) all’esordio, anche se le oltre due ore di ieri potrebbero finire per pesare sul finlandese. Ricordiamo che Berrettini non gioca due su tre dal novembre dello scorso anno, visto che in questa stagione ha disputato solo due incontri, entrambi all’Australian Open, e quindi potrebbe avere un po’ di ruggine addosso.

D’altro canto, nel match di ieri Ruusuvuori ha dimostrato di non essere tranquillissimo sulle palle più lavorate, preferendo situazioni e traiettorie lineari su cui spingere, e l’ottimo slice dell’italiano lo potrebbe mandare fuori giri, senza considerare che ha concesso 15 ace e il 71% di punti contro una prima come quella di Korda, ed è perciò presumibile che contro uno dei migliori servizi del circuito possa avere dei problemi a spingere.

Parlando con Luca Fiorino, sempre di SuperTennis, Federico Ricci aveva detto: “La cosa più complicata è stata fargli credere che potesse fare qualcosa di inusuale per uno stato come la Finlandia. È un ragazzo abbastanza rilassato e artistico, tentare di passargli quel minimo di nervosismo che ti fa fare una performance migliore non è stato semplice. A cinque anni ha iniziato a giocare a badminton, uno degli sport più popolari. Emil è una persona introversa, vive alla giornata e ciò gli fa bene per la sua crescita tennistica, anche se spesso sarebbe utile che pensasse anche al domani. Per il momento, i passi fatti sembrano essere quelli giusti, vedremo se già da oggi saprà farsi conoscere da un pubblico più ampio, e se riuscire a rimettere il suo Paese sulla mappa del tennis.

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