(S)punti tecnici della settimana: consoliamoci con la stagione su erba, insieme a Dustin Brown

(S)punti Tecnici

(S)punti tecnici della settimana: consoliamoci con la stagione su erba, insieme a Dustin Brown

Dopo una prima parte di stagione mediocre per tutti, meno che per Novak Djokovic, finalmente arrivano le poche settimane di tennis potenzialmente interessanti e varie tecnicamente. In attesa di tempi migliori, godiamoci almeno quelle

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I motivi di interesse di uno sport, e questo vale per tutti, non solo per il tennis, sono principalmente l’imprevedibilità del risultato e la varietà tattico-strategica (prerequisito per quest’ultima, la completezza tecnica). Da questo derivano le emozioni, suscitate dalle grandi partite e dai grandi appuntamenti agonistici. Imprevedibilità, varietà ed emozioni che sono, naturalmente, causa e conseguenza le une delle altre.

Due sono i casi: vi è incertezza sul risultato, con vincitori e favoriti sempre – o almeno spesso – diversi, match tirati e risolti sul filo di lana, distribuzione sufficientemente ampia dei titoli importanti, e allora abbiamo imprevedibilità. E ci può (potrebbe) essere una godibile varietà di soluzioni tecnico-tattiche, ovvero l’esibizione di qualità e completezza del tennis giocato in ogni zona di campo. È sufficiente anche una sola delle due circostanze per rendere appassionante uno sport come il nostro.

Vincono praticamente sempre gli stessi (o lo stesso) ma per farlo esibiscono mille modi differenti per ottenere i punti e mettere in difficoltà gli avversari, con un tennis a tutto campo, soluzioni di classe, di potenza, continuità e resistenza se serve, e una bella e affascinante capacità di adattarsi alle mutevoli condizioni di gioco (superfici)? Benissimo, ed è già successo per diversi periodi in passato.

 

Giocano tutti praticamente uguale (che sia la specializzazione nel serve&volley, o quella nella rimessa e nel contrattacco e pressione da fondocampo), ma ogni Slam, ogni match che conta, ha un vincitore quasi sempre diverso, e fino all’ultima palla non si riesce ad anticipare chi trionferà? Non proprio benissimo, dal punto di vista dell’interesse tecnico, ma ci si può accontentare.

Proprio per queste ragioni, in molti definiscono un’era, più o meno identificabile come gli anni ’80 e l’inizio dei ’90, come il “periodo d’oro” del tennis, e hanno dalla loro l’ottima argomentazione che durante quelle memorabili stagioni si sono verificate entrambe le circostanze ricordate sopra. Super campioni che lottavano fino all’ultimo punto per aggiudicarsi gli Slam, vincendone un po’ a testa, e scambiandosi spesso le prime posizioni del ranking. Nel farlo, mettevano in campo un tennis tecnicamente e tatticamente diversissimo, vario, e adattabile. Specialisti del veloce che a volte remavano come e più dei terraioli, fondocampisti che si scaraventavano a rete su ogni palla, succedeva di tutto. Erano anche i primi anni in cui la copertura dei mass-media ha fatto diventare il tennis un vero e proprio fenomeno globale. Chi ha avuto la fortuna di esserci, da appassionato si è certamente divertito moltissimo. Ha avuto emozioni.

Poi le carte in tavola sono state cambiate in un modo estremo, con la totale scomparsa di sostanziali differenze tra le superfici, e la contemporanea incontrollata evoluzione tecnologica degli attrezzi. Il gioco si è uniformato, l’unica strada per la vittoria è diventata la pressione da fondocampo, ma grazie a una formidabile generazione di campioni, ribattezzata “Fab-four”, e a un’ulteriore rivoluzione nella comunicazione e nella condivisione di informazioni (la diffusione di internet, poi le prime comunità virtuali, poi i contenuti on-demand, poi i social media), la popolarità del tennis ha vissuto una nuova epoca di boom. Il problema è che nel momento in cui i fantastici quattro, che già in effetti erano tre, diventano uno solo, casca definitivamente il palco. Federer, Nadal e Djokovic (in rigoroso ordine di palmarés), pur con differenti approcci tecnici, sono sempre stati, chi da subito, chi dopo una fase di assestamento, dei mazzuolatori con i rimbalzi. Ma anche mentre Roger vinceva pure le coppe del nonno, Rafa era sempre lì a batterlo spesso e volentieri. Poi si è inserito ai massimi livelli Nole, arrivando con il tempo a superare entrambi. Certo, di vedere variazioni in verticale, soluzioni inaspettate e vincenti, volée ben giocate, a meno che non ci fosse in campo un Federer in giornata, nemmeno l’ombra.

Però è stato un periodo a suo modo fantastico anch’esso, Roger con la fluidità e gli anticipi, Rafa con l’esplosività e la potenza, Nole con l’elasticità e la reattività, e classe e talento (diversi, ma la sostanza non cambia) da vendere per tutti loro. Personalmente, preferirei sempre e comunque avere in attività 10 campioni con 4 Slam a testa piuttosto che 3 cannibali che se ne intascano 43, e soprattutto farei volentieri a meno del conseguente e deleterio fenomeno delle “falangi” di tifosi dei tre mostri in questione, ma tant’è, i tempi cambiano, e non si può certo dire che non siano stati grandi anni di tennis. Le emozioni non sono mancate.

Ora come ora, purtroppo, siamo nella fase del “worst case scenario”. Vince sempre lo stesso giocatore, utilizzando lo stesso tipo di tennis, affrontando avversari che a loro volta giocano esattamente come lui, ma non così bene, schiodandosi dalla riga di fondo solo se presi per i capelli e trascinati avanti da un drop-shot, con una qualità di posizionamento a rete e di gioco al volo imbarazzante per il livello da top assoluti ATP di cui stiamo parlando. Lo slice, a sua volta, viene utilizzato solo in recupero obbligato, che sia laterale o in avanzamento, mai come colpo offensivo, i pallonetti aggressivi e non difensivi sono rarissimi, le volée ben colpite e ben piazzate sono un ricordo, al massimo viene azzeccata qualche stop-volley, che come si sa è la soluzione tecnica di chi la palla al volo non se la sente di giocarla con convinzione, e non ha ben chiari gli schemi e le geometrie del tennis d’attacco.

Nessuno pretende di riavere i Borg-McEnroe d’annata, o i Becker-Edberg, nemmeno i Sampras-Agassi. Ma ormai sono venuti a mancare anche gli epici (almeno sul piano dell’incertezza e dell’equilibrio) scontri tra i cannibali del nuovo millennio. Federer è in conclusione di carriera, temiamo tutti che anche Nadal non ritornerà più quello di prima, ci rimangono solo Djokovic e Murray, e non credo serva andare a guardare gli head-to-head per capire come lo scozzese non sia un rivale credibile. Questo inizio di 2016 è stato tecnicamente desolante a dire poco, e non è certo colpa di Nole, lui è un sintomo, non la causa della situazione. Ma nel momento in cui il massimo rischio corso in due Slam dal campione del mondo è stato l’aver mancato di un pelo un giudice di linea con un lancio di racchetta (involontario finché si vuole, ma se lo prende la squalifica è immediata e inevitabile, il regolamento parla chiarissimo), la cosa diventa noiosa. Soprattutto se accompagnata da un gioco ossessivamente ripetitivo da parte sua come di tutti gli altri.

Rimane la striminzita stagione su erba: per chi spera ancora di potersi stupire ammirando i tocchi sotto la palla e non solo i topponi esasperati al limite, per chi spera di vedere uno split step in avanzamento verso la rete eseguito con tempi e copertura degli angoli corretti, per chi spera di applaudire una volée ben accompagnata verso l’angolo esterno, per chi sente la mancanza di una rasoiata in slice a sorpresa che toglie il ritmo all’avversario. Per chi si ricorda di cosa è sempre stato il tennis, cioè una partita a scacchi giocata con tanti pezzi diversi e non solo con i pedoni, utilizzando tutto il campo e tutte le soluzioni tecniche possibili.

Mezzo match di Nicolas Mahut a ‘s-Hertogenbosch o al Queens, o di Florian Mayer a Stoccarda, o di Radek Stepanek ovunque giochi, senza arrivare all’irresistibile circo di follia e talento di un Dustin Brown, offrono più spunti tecnici dei primi Slam e 1000 della stagione messi insieme. E fra l’altro la pacchia durerà poco, più o meno quanto resisterà l’erba, già rallentata di suo, prima di trasformarsi con l’uso nell’ennesimo campo duro/medio/veloce-ma-non-troppo uguale a tutti gli altri, per la gioia degli sparapalle moderni, e di chi ha scoperto il tennis solo grazie a loro, e non ha idea di quello che è stato perso negli anni. Speriamo non definitivamente.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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Montreal, spunti tecnici: bentornato, Andy Murray

Bello rivedere in campo un campione che temevamo perduto. Analisi della sua esemplare tecnica della risposta al servizio, in vista del ritorno in singolare a Cincinnati

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da Montreal, il nostro inviato

Onestamente, dopo la gran paura che fece prendere a tutti noi a Melbourne quest’anno, scrivere di Sir Andy Murray è un autentico piacere. All’indomani dell’annuncio della partecipazione al Masters 1000 di Cincinnati in singolare, segno che dopo la rischiosa operazione all’anca si sente definitivamente bene, andiamo a vedere insieme uno dei gesti tecnici da sempre migliori del campione britannico: la risposta al servizio. In particolare, è molto interessante analizzare il gioco di gambe di Andy nella proiezione verso la palla, il footwork in generale di Murray è magnifico.

Nel breve video qui sopra, prima una risposta di rovescio, poi una di dritto. Dal vivo e da vicino, una delle cose che più colpiscono di Andy sono le sue caratteristiche movenze felpate, va verso la palla in modo morbido ed elastico, come fosse un gattone. In particolare, nel passaggio del peso dal primo passo lungo in avanzamento allo split step frontale, che successivamente lo proietterà a sinistra o a destra. Diamo un’occhiata più in dettaglio ai frames tratti dallo stesso filmato.

 

Cose belle belle: il timing nello step, che lo fa praticamente fluttuare verso gli appoggi finali, la coordinazione perfetta della rotazione busto spalle, contemporanea alla proiezione in avanti-sinistra della gamba opposta (la destra), il gesto della mano di richiamo (la sinistra) a “tenere su” la testa della racchetta per compensare un attimo di ritardo nello swing (gli stava servendo a tutta Marin Cilic, quindi botte non indifferenti). Che bravo. Vediamo il lato del dritto.

Cose belle belle: sempre la leggerezza unita alla potenza e alla precisione degli appoggi, la gestione dell’asse di equilibrio (Andy sta su perfetto come un filo a piombo dall’inizio alla fine dell’esecuzione, anche in semi-allungo laterale su uno slice di Cilic, che non è uno scherzo), e soprattutto il passo in dinamica della gamba opposta (la sinistra), ancora più evidente che dal lato del rovescio. Il motivo, ovviamente, è che non essendoci il busto di mezzo, l’allungo è superiore, il che comporta la necessità di un passo e di un successivo appoggio più avanzato e largo per compensare la sbracciata mantenendo centrale il peso. Una vera lezione, coach Andy, grazie davvero.

Qui sopra, infine, un altro paio di rovesci in palleggio (a sinistra Andy è uno spettacolo), uno slice e un diagonale in corsa. Un vero piacere guardarlo.

Personalmente, ho sempre mantenuto un salutare distacco dai fanatismi tennistici, e sto pure imparando ad accettare che pressoché qualsiasi cosa io scriva, ci sarà qualcuno che si lamenta perché a suo dire non ho elogiato a sufficienza Federer, Nadal o Djokovic, o vattelapesca. Vabbè, son dinamiche anche psicologiche davanti a cui mi arrendo. Parlando di Andy Murray, però, specialmente in occasione di questo suo rientro, lo dichiaro da ora: io per Muzza farò il tifo contro chiunque giochi, ma tifo vero, di quelli che si esulta al doppio fallo dell’avversario.

Perché se lo merita, se lo si conosce un minimo personalmente è un ragazzo che definire cordiale e simpatico è poco, perché a livello di carattere e apertura mentale (questo lo potete verificare anche senza essere addetti ai lavori, basta scorrere i suoi profili social) è uno da cui una marea di gente avrebbe solo da imparare. Nel frattempo, a proposito di imparare, riguardo alla tecnica del gioco di gambe nella risposta al servizio in avanzamento, le immagini sono lì sopra.

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