Katerina Siniakova, ventenne promessa russo-ceca

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Katerina Siniakova, ventenne promessa russo-ceca

A Båstad ha raggiunto la prima finale WTA in carriera Katerina Siniakova. Dopo le affermazioni delle giocatrici nate nel 1997 anche la generazione del 1996 cerca di farsi spazio

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Nei mesi scorsi ho parlato di tre teenager di grandi prospettive nate nel 1997 come Belinda Bencic, Jelena Ostapenko e Daria Kasatkina. A loro promette di aggiungersi Ana Konjuh, su cui conto di tornare prossimamente. Ma nella passata settimana é approdata per la prima volta nella finale di un torneo WTA un’altra promessa, con appena un anno in più: Katerina Siniakova.
A Båstad, tra qualificazioni e tabellone principale, Siniakova è riuscita a mettere in fila sei vittorie consecutive (fra cui Cepelova, Schmiedlova, Errani e Larsson), e ha perso contro Laura Siegemund solo in finale. Ma non è la prima volta che Katerina si fa notare nel circuito WTA; prima dell’impresa svedese segnalerei almeno tre momenti importanti della sua carriera professionistica: il torneo di Miami 2013, quello di Mosca 2014 e il recentissimo Wimbledon 2016.

Ma procediamo con ordine. Katerina Siniakova è nata nella Repubblica Ceca, a Hradec Kralove (la stessa città di Tereza Smitkova), il 10 maggio 1996. Significa quindi che ha appena compiuto 20 anni.
La madre è ceca, il padre russo; Katerina è la primogenita con un fratello più piccolo di sette anni, anche lui grande promessa nel tennis: si chiama Daniel (è nato nel gennaio 2003) ed è arrivato al secondo posto nelle classifiche di categoria nazionali. A dare retta a quanto ha raccontato la stessa Siniakova in una intervista, c’è chi dice che abbia addirittura più talento di lei; chissà che in futuro non costituiscano un forte doppio misto. Di sicuro, oltre alla predisposizione per il gioco, con la sorella ha in comune una gran quantità di capelli biondi. Ecco Daniel a undici anni:

 

Katerina comincia a giocare a cinque anni, e cresce avendo come idolo Maria Sharapova; del resto è anche “per metà” russa. Non ci vuole molto perché metta in mostra le sue qualità: miglior giocatrice nazionale nel 2009 (nella fascia di età), a 14 anni è reclutata dallo Sparta Praga. Inizia un periodo in cui fa la pendolare tra Hradec Kralove e la capitale, sempre accompagnata dal papà Dmitri, che la segue ancora oggi: passa due-tre giorni della settimana a Praga, dove il padre ha comprato un appartamento, e gli altri in famiglia.
Nel nuovo Club può veder giocare tenniste affermate come Iveta Benesova e Nicole Vaidisova, e  maestri e compagne di livello superiore. Vince la medaglia d’argento agli Europei di categoria, e comincia a rappresentare la Repubblica Ceca nella manifestazioni a squadre internazionali.

È l’inizio della classica vita da giovanissima globetrotter del tennis, nell’età in cui si cercano di conciliare i tornei in patria e all’estero con lo studio: nel suo caso una scuola superiore a indirizzo linguistico.
Nel maggio 2012, pur non essendo testa di serie, vince il trofeo Bonfiglio, (nell’anno in cui tra i maschi si impone Gianluigi Quinzi), e da lì in poi infila una serie di ottimi risultati: se prima del successo italiano era solo numero 42 del ranking junior, a fine anno è numero 2 del mondo. Perde da Anna Karolina Schmiedlova nei quarti del Roland Garros, e da Ana Konjuh nella finale dell’Eddie Herr International.
Konjuh (di un anno e mezzo più giovane) si rivelerà per lei un ostacolo insormontabile, visto che la sconfigge ancora in due finali di grande prestigio: Orange Bowl 2012 e Australian Open 2013. E malgrado i tentativi del 2013 concluderà la carriera junior senza un titolo Slam in singolare. In compenso si dimostra una doppista di qualità straordinaria, visto che in coppia con Barbora Krejcikova vince addirittura tre Major consecutivi: Roland Garros, Wimbledon e US Open 2013.

Ma il 2013 è anche la stagione nella quale comincia a impegnarsi stabilmente tra le professioniste, nei tornei ITF: a gennaio è ancora oltre il millesimo posto, a dicembre arriva addirittura al n° 211 WTA. Una progressione formidabile, con l’acuto a Miami in marzo, quando riceve una wild card per le qualificazioni del suo primo torneo WTA in assoluto, e sconfigge una top 100 e una top 130 per accedere al tabellone principale. In quel momento è numero 821 del mondo, eppure perde solo in tre set contro Garbiñe Muguruza: 6-2, 3-6, 6-4.

Nel 2014 si dà l’obiettivo di entrare tra le prime 100 e lo centra in pieno: chiuderà, grazie anche alla semifinale raggiunta a Mosca, al numero 74. Nel torneo russo, partita dalle qualificazioni, supera nel tabellone principale Vesnina, Mladenovic e Giorgi prima di perdere dalla futura vincitrice Pavlyuchenkova.

Ormai Siniakova è diventato un nome conosciuto, così come il suo modo di giocare. Lei si definisce una tennista a tutto campo ed effettivamente si trova piuttosto a suo agio in ogni ambito di gioco: sa fare abbastanza bene tutto, anche se probabilmente non eccelle in nessun colpo.
Dicendo questo non sono sicuro di farle un complimento, considerando come funziona il tennis contemporaneo: possedere un “colpo killer”, una soluzione ad alta efficacia che consenta di ottenere punti facili, compensa ampiamente eventuali mancanze in altri ambiti che oggi sono diventati secondari.
Invece Siniakova se la cava ovunque: sa giocare il rovescio in top (bimane) come quello slice staccando la mano, e dalla parte del dritto oltre all’usuale colpo coperto a volte utilizza quello choppato. Possiede i drop-shot sia di dritto che di rovescio, e di volo vale sicuramente più della maggior parte delle coetanee; infine serve discretamente, con una buona precisione, e una velocità massima che supera i 170 orari.

Rispetto alle giocatrici di primissimo livello al momento difetta di potenza nei colpi base. A mio avviso per due motivi: in parte per ragioni fisiche, in parte a causa di una qualità di esecuzione non sempre impeccabile. A volte ho la sensazione che non riesca a canalizzare sulla palla tutta l’energia che sembra mettere nell’esecuzione del colpo, che si disperde in un movimento un po’ arruffato.
Per il deficit di potenza ricorda Radwanska, un’altra giocatrice che quando vuole accelerare è costretta a buttarsi a corpo morto sulla palla, nel tentativo di ricavare quel qualcosa in più di velocità che altrimenti le manca.
Ma Siniakova è ancora molto giovane e bisogna riconoscere che sta sforzandosi di affinare la tecnica. Se ad esempio si guardano le foto da giovanissima si nota come abbia modificato la presa del dritto; e da quando è diventata professionista personalmente ricordo almeno tre diverse varianti della fase di caricamento del servizio.

In compenso Katerina si muove bene: rapida e leggera, oltre che resistente. Questo fa di lei un’abile giocatrice di contenimento, in grado di appoggiarsi alla potenza dell’avversaria e sfruttarla a proprio vantaggio. Una dote emersa chiaramente, per esempio, in occasione della vittoria di Mosca 2014 contro Camila Giorgi (match indoor, che forse molti ricorderanno per il disturbo derivato da una cerimonia tenuta in contemporanea a volume altissimo).

Ma a mio avviso l’aspetto che rende particolarmente interessante Siniakova è il carattere: battagliero e grintoso, ma anche estroverso e mutevole. Tutto questo fa sì che spesso i suoi match prendano una piega quasi teatrale: è difficile rimanere indifferenti al suo modo di stare in campo. La ricordo arrivare alle lacrime a Bad Gastein, di fronte a un’avversaria come Sara Errani che le teneva testa in scambi lunghi e lottatissimi, sino a procurarle un misto di rabbia e frustrazione. O un’altra volta a Roma, inquadrata quasi piangente a un cambio campo, trasformare in un sorriso la sua espressione nel momento in cui si era accorta che la sua immagine stava andando in primo piano.

In Siniakova però l’atteggiamento merita di essere sottolineato perché non è fine a se stesso: è parte integrante del suo modo di concepire il tennis. Se dovessi provare a spiegarlo in poche parole, direi questo: con lei in campo, il tennis mostra di essere ancora un gioco, e non solo uno sport. Di fronte a chi prova a ridurlo a una disciplina estremamente fisica, basata sulla potenza e la standardizzazione tattica, Katerina rimane una “giocatrice”, cioè qualcuna che cerca di sorprendere le avversarie con soluzioni inedite, che è capace di inserire un dritto choppato nello scambio per cambiare ritmo, o che considera il campo come un luogo nel quale provare a costruire geometrie insolite. E che dà sempre l’impressione di “pensare” alla scelta del colpo che sta per eseguire. Insomma: tutto il contrario del tennis come attività basata sulla ripetitività e la normalizzazione.
Forse la giocatrice in attività che le assomiglia di più è la connazionale Barbora Strycova: anche lei con un deficit di potenza, colmato grazie alla volontà caratteriale e alla creatività tattica.

Questa capacità di interpretare il tennis in modo personale emerge forse ancora più chiaramente nel doppio. Per una ragione comprensibile: con un campo più grande e con quattro attori in campo, le variabili e le soluzioni aumentano ulteriormente. Naturalmente per chi ha la capacità di immaginarle e metterle in atto.
Anche così si spiegano i tre titoli Slam da junior o le sue vittorie contro coppie fortissime come Makarova/Vesnina a Mosca e Hingis/Mirza al recente Roland Garros.
Da questi highlights si può apprezzare il modo creativo di interpretare il doppio di Siniakova/Krunic:

https://youtu.be/nLVORczMxng

A fine 2014, dopo la semifinale di Mosca, e ad appena 18 anni, Siniakova appare una giocatrice in rampa di lancio. Con un team consolidato (composto dal padre come coach sempre al seguito, che le fa anche da manager, e da due hitting partner, Vladimir Vojelnik and Daniel Filjo, che la seguono alternativamente) a cui aggiunge in dicembre la consulenza di una grande ex giocatrice come Helena Sukova.
Grazie ai progressi nel ranking può cominciare a pianificare la stagione riducendo i tornei e con la possibilità di prendere parte agli Slam senza dover affrontare le qualificazioni. E nel maggio 2015, completa il ciclo di studi superiori diplomandosi, e può quindi dedicarsi esclusivamente al tennis.
A Birmingham, in giugno, batte per la prima volta una top 15 (la numero 14 Petkovic), e approda ai quarti di finale del torneo. In luglio raggiunge il best ranking (numero 65), e si appresta ad affrontare la stagione sul cemento americano. Ma nel torneo immediatamente precedente, a Bad Gastein, si infortuna alla caviglia.
Deve fermarsi fino agli US Open, dove decide di rientrare, forse affrettatamente. Perde al primo turno contro Radwanska e si accorge di avere probabilmente sottovalutato la gravità della lesione subita. Non riesce più a recuperare la forma per l’ultima parte della stagione WTA e dunque non è nemmeno in grado di difendere i tanti punti del torneo Premier di Mosca dell’anno precedente.

Sono le difficoltà che prima o poi capitano a tutte le giocatrici: la luna di miele con la professione è finita, non è sempre possibile continuare a progredire, e gli infortuni diventano un problema con il quale si deve imparare a convivere. La classifica peggiora (fuori dalle prime cento), e torna lo spettro delle qualificazioni per i tornei più importanti.

Nel 2016 le occorrono alcuni mesi per recuperare la forma e la convinzione dei momenti migliori. Torna anche a disputare qualche ITF, che erano stati la sua forza nel 2013, quando aveva scalato 800 posizioni in una sola stagione.
La svolta arriva in maggio: vince l’ITF di Trnava battendo tre top 100 e poi supera le qualificazioni del Roland Garros. Nel tabellone principale ha la sfortuna di incontrare subito Carla Suarez Navarro (che la batte in tre set), ma la condizione sta tornando. Rientra per un soffio nell’entry list di Wimbledon e sfrutta l’occasione al meglio raggiungendo il terzo turno; dopo aver battuto Parmentier e Garcia si ferma contro Radwanska.

Come sempre dopo che una giovanissima emerge in un torneo come è accaduto a Båstad, ci si interroga sulle possibilità future. Per parte sua, sin da ragazzina, come risposta a quale fosse il proprio desiderio di tennista, Katerina ha sempre detto “il numero uno del mondo”. Mi pare un obiettivo molto lontano da raggiungere, tenendo conto delle caratteristiche fisico-tecniche di cui dispone, e di come funziona il tennis contemporaneo.
Visto che non può pensare di spazzare via le rivali basandosi sulla potenza, penso che i suoi eventuali progressi debbano passare attraverso due strade: da una parte un ulteriore aumento della creatività e della varietà di gioco, per tenere sufficientemente alto il numero dei vincenti; dall’altra una maggiore stabilità tecnica che le consenta di regalare il meno possibile all’avversaria, riducendo al minimo il numero degli errori gratuiti.
Se così fosse, ci troveremmo con una giocatrice più divertente della media, e fuori dai canoni dominanti del gioco attuale. Una ragione in più per sperare nel suo progresso, visto che, per quanto mi riguarda, seguo sempre con favore le giocatrici non banali.

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WTA 2020, dodici match da ricordare (parte 1)

Dalle partite australiane di gennaio sino all’anomalo Slam dell’autunno francese, dodici incontri memorabili scelti per qualità tecnica, tattica e agonistica

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Simona Halep e Garbiñe Muguruza - Australian Open 2020

Di tutti gli articoli che preparo abitualmente a fine anno, e che provano a ricapitolare sotto diversi aspetti la stagione WTA appena conclusa, quello con la scelta dei match da ricordare è senza dubbio il mio preferito. Mi diverte ripercorrere il pro-memoria che tengo, settimana dopo settimana, con le partite che mi hanno colpito; mi diverte incrociarlo a posteriori con i tabelloni dei tornei più importanti per una ulteriore verifica; e mi diverte provare a definire una gerarchia, consapevole che si tratta in ogni caso di un giudizio del tutto personale, senza pretesa di oggettività.

Per questo non mi ha sfiorato neppure per un momento l’idea di rinunciarci quest’anno, anche se la situazione del 2020 è molto diversa dal solito, con la pandemia che ha menomato in modo profondo il calendario, e quindi ha offerto un numero di tornei (e di partite) di gran lunga inferiore rispetto al normale. Se vogliamo trovare un lato positivo alla situazione, è che quest’anno le esclusioni da compiere per arrivare all’elenco conclusivo sono state poche, molto meno che nel passato. In sostanza si tratta di una selezione meno severa e per questo più semplice.

Ricordo in breve i criteri adottati per arrivare alle mie scelte. Innanzitutto non posso parlare di “migliori match” perché ho considerato solo le partite che ho visto personalmente, quindi una parte molto limitata rispetto a tutte quelle disputate. La preferenza cerca di tenere conto di diversi aspetti: qualità tecnica, tattica, ricchezza di emozioni, ma anche importanza dell’evento. E perché una partita diventi speciale non è sufficiente la grande prestazione di una giocatrice: occorre che in campo ci siano contemporaneamente due protagoniste che si combinano in un’alchimia particolare; un dominio che si risolve in un 6-0, 6-0 non può offrire il coinvolgimento di una partita decisa sul filo di lana.

 

Quest’anno però mi sono permesso una deroga a questa linea di condotta, inserendo in classifica anche un match che ha avuto uno sviluppo a senso unico, terminato in due set e con un punteggio molto netto. È la prima volta che mi capita: è la classica eccezione che conferma la regola, ma sentivo che “doveva” essere presente fra quelli da ricordare del 2020. E forse potete anche immaginare di quale match si tratta.

Premesso tutto questo, arriviamo alle partite scelte. Questo martedì iniziamo con i match dalla posizione 12 alla posizione 7, la prossima settimana i primi sei della classifica.

a pagina 2: Le partite numero 12 e numero 11

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Tennis tedesco: fine di un’epoca?

Il ritiro di Julia Goerges, l’infortunio di Sabine Lisicki, il calo di Andrea Petkovic e le difficoltà di Angelique Kerber. Con pochi nomi nuovi all’orizzonte, per la Germania non sarà un futuro semplice

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La Germania di Fed Cup 2014: Petkovic, Groenefeld, Goerges, Rittner, Kerber, Lisicki

Nel giro di un paio di settimane sono uscite due notizie importanti legate a giocatrici tedesche. Alla fine di ottobre Julia Goerges ha annunciato il ritiro, mentre qualche giorno fa Sabine Lisicki durante un match di doppio ha subito un brutto infortunio, che sembra richiedere un lungo recupero.

I tempi nei quali il tennis tedesco lottava con le più forti nazioni del mondo per la vittoria in Fed Cup (finale del 2014 persa contro la Rep. Ceca) schierando un “dream team” composto da Kerber, Petkovic, Lisicki, Goerges, cominciano a essere piuttosto lontani, e queste ultime notizie inevitabilmente sollevano la domanda: un grande ciclo si è ormai concluso?

Per rispondere cominciamo con un breve excursus storico. Consideriamo solo l’era Open. Nella prima metà degli anni ’10 il tennis tedesco ha vissuto una seconda fioritura. Dopo un periodo di risultati non eccezionali, in Germania si era riformato un nucleo di tenniste che ha avvicinato quello sviluppato dagli anni ’80 in poi.

 

Della prima onda di giocatrici tedesche di solito si ricorda soprattutto Steffi Graf, ed è anche giusto così, visto quanto Graf ha vinto (per esempio nel 1988, tutti e quattro gli Slam, le Olimpiadi e altri sei tornei nella stessa stagione). Resta però un fatto che Steffi non era sola. Anche se si considerano soltanto le giocatrici capaci di entrare in Top 10, arriviamo a cinque nomi emersi nello stesso periodo: Sylvia Hanika (entrata in top 10 nel maggio 1981), Bettina Bunge (Top 10 dal novembre 1981), Claudia Kohde-Kilsch (entrata nel luglio 1984), Steffi Graf (ingresso nell’agosto 1985) e infine Anke Huber (Top 10 dal maggio 1992).

Però dopo la prima epoca d’oro c’era stata una fase di riflusso. Ritirate le giocatrici di quel nucleo storico, per ritrovare una Top 10 si era dovuto attendere il 2011 (8 agosto), grazie ad Andrea Petkovic, raggiunta dopo qualche mese anche da Angelique Kerber (Top 10 dal maggio 2012).

Il tennis tedesco si stava rimettendo in moto e, come spesso succede, aveva di nuovo avviato il tipico circolo virtuoso nel quale la fiducia e lo spirito di emulazione favoriscono la crescita contemporanea di più giocatrici della stessa nazione. Senza arrivare ai fasti di Steffi Graf, una “neue welle” era entrata da protagonista nel circuito WTA. Quello che non era riuscito ad Anna-Lena Groenefeld (numero 14 nel 2006, ma con una breve carriera da singolarista), capita invece attorno al nucleo di Petkovic and Co.

Se non ho fatto male i conti, negli ultimi dieci anni il movimento tedesco ha prodotto 12 giocatrici capaci di entrare fra le prime cento della classifica; e di queste dodici una è stata numero 1 al mondo (Kerber), altre due sono diventate Top 10 (Petkovic e Goerges), una quarta ci è andata vicino (Lisicki, numero 12 nel maggio 2012); infine altre due sono entrate fra le prime trenta del mondo: Barthel numero 23 nel maggio 2013 e Siegemund numero 27 nell’agosto 2016. Ma la maggior parte di questi traguardi comincia a essere un po’ datata. Vediamo come stanno le cose oggi.

Julia Goerges
Julia Goerges vince il primo torneo WTA nel 2010 (l’international di Bad Gadstein), ma il vero salto di qualità arriva con la vittoria dell‘aprile 2011 nel Premier di Stoccarda, evento indoor su terra battuta che vede sempre una partecipazione particolarmente qualificata grazie al montepremi molto invitante (a quello in denaro, cospicuo, si aggiunge l’automobile offerta dallo sponsor Porsche).

A 22 anni Julia sembra avviata a una carriera di alto livello (nel 2012 raggiunge la finale a Dubai e vince in Lussemburgo); in realtà le stagioni successive sono complicate da una profonda crisi di fiducia, che la porta a giocare con troppa ansia nei momenti importanti.

Nei passaggi chiave dei match lottati, e soprattutto nei grandi tornei, Goerges fatica a gestire la pressione, e l’efficacia del suo tennis scende drasticamente quando conta di più. Un paio di dati per illustrare il problema. Goerges era entrata in Top 15, ma non era mai riuscita a spingersi oltre il quarto turno in uno Slam. Un limite che sembrava assolutamente invalicabile: cinque sconfitte su cinque. Per diverse stagioni (2012-2016 all’incirca) sembra ineluttabile che nei grandi match, anche nelle situazioni di vantaggio, Julia finisca per perdere; e il più delle volte dando l’impressione di battersi da sola.

L’anno che segna l’inversione di tendenza è il 2017. È un processo per gradi. Prima raggiunge tre finali, e le perde, fino a che nell’ottobre a Mosca torna a rivincere un titolo. Si ripete poi in Cina, conquistando il “masterino” di Shenzhen e continuando con una striscia positiva di cinque finali vinte su sei.

Nel 2018 arrivano finalmente due traguardi molti importanti: l‘ingresso in Top 10 (5 febbraio) e la semifinale in uno Slam: a Wimbledon, persa contro Serena Williams. Visto che Julia è nata nel novembre 1988, ha dovuto attendere la soglia dei 30 anni per raccogliere le soddisfazioni che le si pronosticavano quando era ben più giovane.

Per raggiungere questi risultati, Goerges negli anni precedenti ha messo in discussione diversi aspetti del suo tennis: nel 2016 ha cambiato coach e città come sede di allenamento, e ha cominciato a praticare un gioco più diretto e rischioso; ha praticamente bandito i colpi interlocutori a favore di una estrema aggressività, con l’obiettivo di tenere sempre in mano l’iniziativa, limitando la componente riflessiva dello scambio. È stato un cammino lungo, impegnativo, ma alla fine ha pagato.

Nel 2019 il rendimento scende come testimonia il ranking di fine stagione: numero 28. A 32 anni compiuti è anche comprensibile che Julia abbia deciso di chiudere la carriera dopo avere finalmente espresso, se non tutte, almeno una parte significativa delle potenzialità che le si riconoscevano.

a pagina 2: Sabine Lisicki

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Bencic, Kasatkina, Ostapenko, Osaka, Konjuh: la generazione 1997 quattro anni dopo

Cinque giocatrici e quattro stagioni di tennis da ripercorrere per scoprire come sono andate davvero le cose rispetto alle previsioni

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Daria Kasatkina e Naomi Osaka - Indian Wells 2018

Ecco il secondo articolo di verifica storica, dopo quello della settimana scorsa dedicato alle giovani e gli Slam. Il tema di oggi riguarda le giocatrici nate nel 1997. La generazione del 1997 era apparsa subito come speciale per il tennis femminile recente, per la ricchezza di talenti che lasciavano presagire grandi risultati nelle stagioni a venire. Propongo quindi una rivisitazione dagli articoli che erano usciti a più riprese nel 2016. Erano questi:
Belinda Bencic, storia di una predestinata
Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Daria Kasatkina
Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Jelena Ostapenko
Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Naomi Osaka
Una diciottenne fra le prime 60 del mondo: Ana Konjuh

Ma soprattutto un sesto articolo di confronto collettivo dell’11 novembre 2016: WTA, da Bencic a Konjuh: le prospettive della generazione 1997. Partirò da quest’ultimo pezzo, pubblicato al termine della stagione 2016, per valutare il rendimento delle nostre cinque protagoniste nel periodo 2017-2020. Quattro anni dopo vediamo come sono andate davvero le cose, e quanto i fatti reali si avvicinano o si discostano dai giudizi espressi allora. Seguiremo il criterio della data di nascita: dalla più anziana alla più giovane:

10 marzo 1997 Belinda Bencic
7 maggio 1997 Daria Kasatkina
8 giugno 1997 Jelena Ostapenko
16 ottobre 1997 Naomi Osaka
27 dicembre 1997 Ana Konjuh

 

Belinda Bencic
Belinda Bencic è stata la più precoce del gruppo ’97: già nel 2015 aveva avuto una annata di grande crescita, culminata con la vittoria nel torneo di Toronto, dove aveva sconfitto addirittura quattro Top 10: Wozniacki, Ivanovic, Halep e Williams. Giusto per contestualizzare quel successo e darne la corretta dimensione: Serena Williams avrebbe concluso il 2015 con un bilancio di 53-3. Vale a dire con solo tre sconfitte in stagione: contro Kvitova a Madrid, contro Vinci allo US Open (nella storica partita che le avrebbe impedito il grande Slam) e appunto contro Bencic in Canada (3-6, 7-5, 6-4). A dimostrazione del fatto che Belinda aveva solidi argomenti per diventare una protagonista di primo livello del circuito WTA.

Sull’onda di una serie di ottimi risultati (due titoli e due finali), Bencic entra per la prima volta in Top 10, salendo fino al numero 7 (febbraio 2016). Poi però nella primavera del 2016 il fisico comincia a scricchiolare: rinuncia a tutta la stagione sul rosso, incluso il Roland Garros, per una problema alla schiena (lesione all’osso sacro).

Rientra per gli impegni sull’erba, ma si ritira durante il match di secondo turno a Wimbledon; questa volta per un dolore al polso sinistro. Attraversa una fase di incertezza, che si trasformerà in una lunga e profonda crisi. Per alcuni mesi Belinda scende in campo in condizioni precarie, e perde quasi sempre (4 vittorie e 10 sconfitte). Comincia la regressione in classifica: a fine 2016 è numero 43.

Nel 2017 la situazione non migliora, anzi. Quando compie 20 anni (marzo 2017) è appena uscita dalle prime cento del mondo. Con il fisico non a posto, gioca poco e male, e si allena ugualmente male, e questo le compromette il peso-forma. Nel mese di maggio decide per l’intervento chirurgico al polso, che continua a darle problemi. Le occorrono alcuni mesi per tornare a competere, dopo essere ormai scesa oltre la 300ma posizione del ranking.

La risalita non è semplice: è un recupero per fasi, che lei stessa decide di affrontare in progressione: prima i tornei ITF, poi la Hopman Cup (che vince accanto a Federer), infine anche i tornei WTA, disputati di nuovo con regolarità a partire dal 2018. Ma si tornerà a rivedere la miglior Bencic solo nel mese di ottobre (finale in Lussemburgo). E così per trovare una stagione paragonabile al 2015 occorre aspettare il 2019. Belinda vince due titoli (Dubai e Mosca) e raggiunge la finale a S. Pietroburgo, oltre alla semifinale dello US Open (persa contro la futura campionessa Andreescu in due set carichi di rimpianti: 7-6, 7-5).

E visto che nel 2020 ha saltato gli ultimi due Slam per un problema al braccio, si può dire che nella sua carriera recente Bencic ha davvero giocato in piena forma solo due anni: il 2015 e il 2019. Nei periodi migliori è sempre riuscita a entrare in Top 10, a dimostrazione di un potenziale molto alto. Dato che il ranking registra la prestazione sull’arco dei dodici mesi, il picco lo ha raggiunto nell’anno successivo: numero 7 nel febbraio 2016, e poi numero 4 nel febbraio 2020 (a oggi best ranking di carriera), a quattro anni esatti di distanza. Con però in mezzo un crollo oltre la trecentesima posizione (nel 2017)

Avevo scritto nell’articolo del 2016, pubblicato in uno dei momenti difficili che stava attraversando: “Ripensando alla Bencic dell’ultimo periodo, fuori peso e fuori forma, si fatica a ritrovare gli entusiasmi che aveva suscitato allora. Ma prima di ritenerla una meteora credo sia obbligatorio aspettare i prossimi mesi, per non dire i prossimi anni. Le crisi di crescita accadono spesso alle giocatrici che compiono importanti salti di qualità, figuriamoci poi se si verificano da minorenni. Belinda ha ancora tanto tempo davanti a sé, e le potenzialità per fare bene ci sono tutte”. A oggi però i due forfait negli Slam 2020 testimoniano che per Bencic non è semplice affrontare gli impegni del circuito WTA senza che il suo corpo vada in crisi. La continuità fisica non è ancora una certezza.

a pagina 2: Daria Kasatkina e Jelena Ostapenko

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