Quale Nadal affronterà oggi Delbonis e se... Seppi? Il clou è Djokovic-del Potro. Curiosità dai nostri inviati a Rio...

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Quale Nadal affronterà oggi Delbonis e se… Seppi? Il clou è Djokovic-del Potro. Curiosità dai nostri inviati a Rio…

RIO DE JANEIRO – Il vento fa ritardare di un’ora e mezzo inizio gare (tranne “centrale” con Brown-Bellucci appena terminato per ritiro di Brown). I match del giorno con Serena Williams, Andy Murray, Muguruza e Novak

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Aggiornamento live da Rio: è franato a terra Dustin Brown nell’unico match attualmente in corso. Caviglia sinistra compromessa… fermo da 5 minuti, lo stanno fasciando. Aveva vinto il primo set e l’incidente è accaduto sul 4 pari 40-15 … quindi Bellucci ora sta 5-4… ma non so se Brown sarà in grado di riprendere… E infatti non ce la fa. Dustin Brown si è appena ritirato. Quindi ora, mentre il pubblico brasiliano applaude lo sfortunato Brown ma esulta per il passaggio del turno dell’idolo di casa Bellucci che sta tirando palle agli spettatori di ogni settore del variopinto campo centrale, scenderanno in campo Serena Williams e l’australiana Daria Gavrilova – che all’Australian Open era giunta agli ottavi e fatto dimenticare ai media australiani le sue origini russe.

Bellucci tornerà in campo, ma sul n.1, più tardi dopo il doppio delle Williams contro Safarova-Strycova, contro i due Murray. Partita ovviamente difficilissima per i due brasiliani contro i vincitori dell’ultima Coppa Davis. Qui il pubblico fa un tifo infernale per i propri beniamini, nemmeno fosse calcio. Chissà perché ieri sera hanno tifato in maniera incredibile per la Flipkens contro un mito olimpico come Venus Williams, battuta nonostante fosse avanti 5-3 e servizio nel terzo set, e avesse poi recuperato da 2-5 a 5 pari nel tiebreak decisivo. La stessa belga, che ha ricordato essere stata questa (forse perché è la prima Olimpiade cui è riuscita a prendere parte: per anni è stata “chiusa” da Clijsters e Henin) la sua vittoria più importante (ascolta l’audio registrato a Rio) dopo quella sulla Kvitova a Wimbledon 2013, quando battè poi anche la nostra Pennetta raggiungendo i quarti. La Kvitova era campionessa in carica.

A. Seppi b. I. Marchenko 6-3 3-6 7-6(6)

 

“Credevi di essere venuto in vacanza eh?”. Così mi approccia Andreas Seppi, pochi minuti dopo il soffertissimo successo su Illya Marchenko e la tortuosa gimkana che il tennista da una parte e il giornalista dall’altra devono sobbarcarsi per raggiungere la mixed zone, la zona mista dove tutti i giocatori devono passare tipo forche caudine, vincenti o perdenti, per sottoporsi alle domande di tv in primis, poi gli altri media che vengono sistemati in mini-recinti divisi lì per lì secondo la nazionalità. Mentre si avvicinava dall’altra parte di tante transenne, gli avevo gridato, “oh bravo ma accidenti quanto mi hai fatto soffrire, hai veramente fatto di tutto per complicarti la vita…”.

Nel “recinto” lì accanto intanto la Petkovic è presa d’assalto da non meno di 15 cronisti tedeschi. Mi dicono che abbia perso una partita quasi vinta con la Svitolina, ma chiaramente non ho visto una palla di quel match, ma aspettando Andreas mi ero messo in waiting list, dal mio box, per chiederle del doppio che lei e la Kerber dovranno giocare – da singolariste – contro Errani/Vinci, il nostro ex duo maravilha che davvero non ha avuto grande fortuna nel sorteggio, prima le due tedesche, poi in caso di quarti di finale le sorellone Williams che già le avevano bastonate agli ultimi Giochi Olimpici.

Ho seguito l’assurdo match di Seppi con l’ucraino Marchenko alle spalle di Sergey Bubka senior, l’ex recordman mondiale di salto con l’asta (6,14 al Sestriere l’ultimo record centellinato al centimetro per monetizzarli uno a uno; mi pare che l’ultimo gli valse una Ferrari…), e il figlio Sergey Junior, coetaneo di Marchenko (classe 1987), ex suo partner di Coppa Davis ed avversario (“Abbiamo vinto un match ciascuno, io a Donetsk e lui a Mosca”) nonché ex fidanzato di Vika Azarenka. Cadde da una finestra in circostanze misteriose nel 2012, si fracassò una gamba, riprese nel 2014 “ma nel 2015 mi sono fermato definitivamente”. Non se la passa male però: sta con uno schianto di ragazza. Fra le varie foto che con il mio cellulare un giovanottino di 15 anni – che sta a Roma e si allena al Vianello ma ha nome impronunciabile (Muji Jungbauer, l’origine è olandese, il padre sta a Rio) – ha scattato al clan Bubka e al gruppo di rumorosi fans ucraini, spalleggiati non so perché da diversi lituani, c’è anche lei. Merita un’occhiata.

Disponibilissimo anche papà Bubka ad ogni tipo di scatto. D’altra parte c’è abituato.

Ubaldo Scanagatta e Sergey Bubka - Olimpiadi Rio 2016

Ubaldo Scanagatta e Sergey Bubka – Olimpiadi Rio 2016

Oggi, mi ricorda suo figlio che siede proprio sotto me: “È presidente del comitato olimpico ucraino, è vicepresidente della federazione internazionale d’atletica, è nell’executive board (consiglio) del comitato internazionale Olimpico”.

Ma veniamo al match. L’italiano numero 74 del ranking ATP ha sconfitto al terzo set l’ucraino Illya Marchenko con il punteggio di 6-3 3-6 7- 6. Ed è proprio nel terzo set che l’altoatesino non è riuscito a sfruttare un vantaggio di 4 a 0 e servizio, prima di ricorrere al tie break per chiudere il match. Seppi ha affrontato il tennista ucraino che il 1 agosto scorso ha raggiunto il suo best ranking di numero 64 del mondo anche grazie al Challenger conquistato a Recanati e alla finale persa la scorsa settimana a Segovia contro Luca VanniDovendo però far seguito a quanto scritto prima a proposito di Andrea Petkovic, una delle mie tenniste predilette. Implacabili nonostante la sconfitta i colleghi le hanno fatto non meno di 20 domande, tutte in tedesco e che comunque non sentivo, ma quando finalmente si è liberata era arrivato Andreas – molto rilassato e spiritoso come sentirete dall’audio se avete la pazienza di farlo – e lei, Andrea, passandoci alle spalle di Andreas è scivolata via.. In altre situazioni… avrei preferito il contrario.

Raggiungere il campo 9 avrebbe dovuto essere semplice, subito sotto al variopinto centrale (un’arlecchinata a mio giudizio), ma se chiedi ai volontari perdi la strada per andare ovunque. Ti fanno vedere mappe che non sanno interpretare e alla fine è meglio cavarsela da soli, anche se ogni metro in più è una sofferenza perché il sole picchia, sebbene un po’ di venticello dia la sensazione di attenuarne la forza. Alle 15,55 chissà perché si accendono tutti i riflettori, anche se ci si vede benissimo fino alle 17,30. Gli uscieri a bordo campo si comportano come credono. Uno mi avrebbe fatto passare anche durante gli scambi, ma ahimè è quello del lato tribuna al sole. L’altro invece è inflessibile. I primissimi games me li sono persi.

Andreas aveva trovato modo di perdere il servizio sull’1 a 1, ma dall’1 a 3 ha infilato 5 games di fila, fino al 6-3 colto in 37 minuti. Sembrava un match senza problemi, tant’è che il presidente FIT Binaghi accompagnato da Barazzutti e dal fido (???) Verdina, si sposta sul campo 5 a vedere la Knapp che a sorpresa ha vinto il primo set sulla Safarova: non le portano granché bene, perchè Karin perde 6-1 6-1 secondo e terzo set. A scanso di equivoci… non è colpa loro. Io non sono neppure superstizioso. E poi al presidente interessa soprattutto la propria riconferma. Ha fissato a fine luglio le nuove elezioni per l’11 settembre, il giorno della finale dell’US Open. Per candidarsi e “sbalzarlo” dalla sedia, occorre trovare 300 circoli italiani (dislocati in più di 5 regioni) che firmino per un altro candidato. Che dovrebbe in un mese e poco più aver i mezzi di Donald Trump per persuadere 300 club i quali difficilmente correranno il rischio di… assicurarsi l’eterna ingratitudine dell’attuale presidente e votare per un candidato che probabilmente non avrebbe chances anche per la mancanza di tempo.

Così, cambiando le regole statutarie ad hoc (come è accaduto nel dicembre 2009), si resta presidenti a vita!

Alla sera giocava la nostra attuale n.1, Roberta Vinci. Ha purtroppo perso dalla slovacca Schmiedlova, che quest’anno aveva vinto soltanto tre partite. Ma cui stava tutto dentro. Colpa delle palle pesanti, che invece la nostra Roberta, dal tennis elegante ma antico, su quel campo lento non riusciva a forzare. Binaghi a vederla non è rimasto. Il presidente FIT, ubi maior…, ha preferito abbandonare la Vinci al suo destino per andare a Casa Italia nella speranza di  incontrare Matteo Renzi…il quale è invece scappato via prestissimo con il presidente del CONI Giovanni Malagò per andare a seguire il nuoto e il bronzo conquistato dal livornese Detti, dopo aver visto in giornata l’argento conquistato dalla siciliana Fiamingo ed essersi dispiaciuto tantissimo per la disastrosa caduta di Nibali a 11 km dal traguardo (niente duecentocentesima medaglia d’oro per lo sport italiano) con la conseguente rottura in due punti della clavicola. Nibali tornerà oggi in Italia con il Presidente del Consiglio, con moglie e figlio, sul nuovo aereo presidenziale.

Chiedo scusa per il lungo inciso. Il ragazzino quindicenne che sfoggia una bandiera italiana, tifa Roma e che “sfrutterò” come fotografo improvvisato chiedendogli di immortalare Bubka, non sbaglia quando mi dice che…

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Ubi Radio Olimpiadi – Dodicesima giornata di Tokyo 2020: la debacle delle squadre

Lo straordinario oro nell’inseguimento di ciclismo su pista rende meno amaro il peggior risultato negli sport di squadra da Monaco ’72

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Filippo Ganna e la squadra di inseguimento ha vinto una splendida medaglia d’oro nell ciclismo su pista, con una rimonta spettacolare nell’ultimo chilometro contro i campioni del mondo in carica della Danimarca.
Giornata da dimenticare per gli sport di squadra italiani: brutta sconfitta per la nazionale di pallavolo femminile, fermata 3-0 con la Serbia e autrice di una prova incerta e opaca. Sconfitto anche il settebello di pallanuoto, sempre dalla Serbia, non lasciando più nessuna squadra italiana in gara dopo i quarti di finale: non accadeva da Monaco ’72.
Le speranze sono ora concentrate sulla 10 chilometri di nuoto con Gregorio Paltrinieri, Elia Viviani nell’Omnium del ciclismo su pista e nella staffetta 4×100 metri di atletica nella quale corrono il neo campione Marcell Jacobs e la promessa Filippo Tortu.

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Flash

Olimpiadi, le medaglie vinte nel tennis da Seoul 1988 a Tokyo. Quali sono state le edizioni migliori?

Gli Stati Uniti rimangono nettamente primi nonostante le zero medaglie conquistate a Tokyo, mentre un’edizione svetta su tutte le altre a livello qualitativo

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Il podio delle Olimpiadi di Tokyo 2020_ Khachanov, Zverev e Carreno Busta (via Twitter, @ITFTennis)

L’oro di Sascha Zverev nel singolare maschile e la doppietta del Comitato Olimpico Russo nel doppio misto hanno sancito la conclusione delle Olimpiadi di Tokyo 2020 in salsa tennistica. Questo il computo finale delle medaglie:

  • ROC: un oro (Pavlyuchenkova-Rublev, doppio misto) e due argenti (Khachanov, singolare maschile – Vesnina-Karatsev, doppio misto)
  • Croazia: un oro e un argento (Metkic/Pavic e Cilic/Dodig, doppio maschile)
  • Repubblica Ceca: un oro (Krejcikova/Siniakova, doppio femminile) e un argento (Vondrousova, singolare femminile)
  • Svizzera: un oro (Bencic, singolare femminile) e un argento (Bencic/Golubic, doppio femminile)
  • Germania: un oro (Zverev, singolare maschile)
  • Australia: un bronzo (Barty-Peers, doppio misto)
  • Brasile: un bronzo (Pigossi/Stefani, doppio femminile)
  • Nuova Zelanda: un bronzo (Daniell/Venus, doppio maschile)
  • Spagna: un bronzo (Carreno Busta, singolare maschile)
  • Ucraina: un bronzo (Svitolina, singolare femminile)
Belinda Bencic – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Di seguito invece il computo storico degli allori vinti da Seoul 1988 ad oggi (ricordiamo che si giocò anche a Los Angeles nel 1984, ma in vesti puramente dimostrative). C’è un paese che fa chiaramente la voce grossa e si tratta degli Stati Uniti, che come vedremo comanda anche le classifiche di tutte le rispettive discipline meno che una. L’Italia, come purtroppo sappiamo, non c’è.  

Vediamo nel dettaglio la distribuzione specialità per specialità, partendo dal singolare maschile. Qui c’è davanti il Regno Unito, anche se sarebbe più opportuno dire Andy Murray, vincitore di due medaglie d’oro (ne ha anche una d’argento in doppio misto).

 

Questo il singolare femminile. Le nove medaglie d’oro sono state assegnate soltanto a sei paesi differenti, per via della voce grossa fatta dagli Stati Uniti (con Serena, Venus, Davenport e Capriati).

Il doppio maschile:

Il doppio femminile, con il clamoroso dominio degli Stati Uniti capaci di aggiudicarsi sei medaglie d’oro su nove, tre delle quali con Serena e Venus in coppia.

E infine il doppio misto, reintrodotto a Londra 2012:

QUALI SONO STATE LE EDIZIONI PIÙ COMPETITIVE DEL SINGOLARE OLIMPICO?

Non è un segreto che il ruolo del tennis alle Olimpiadi sia sempre stato controverso, trattandosi di uno sport con un calendario molto fitto, costantemente sotto i riflettori e votato all’iper-professionismo; per questo motivo, non tutte le edizioni hanno avuto un campo di partecipanti di altissimo livello. Siamo quindi andati a vedere il ranking dei semifinalisti e dei quartofinalisti al tempo di ogni singola competizione. Ovviamente non si tratta di un sistema perfetto, ben lungi: sono infatti molti i casi di giocatori che hanno fatto bene alle Olimpiadi prima di esplodere in termini di classifica (Federer a Melbourne, Berdych ad Atene, Li a Pechino) o durante momenti complicati (Bruguera ad Atlanta, Clijsters a Londra, e soprattutto Del Potro a Rio, in quel momento N.145 ATP ma N.38 a fine anno e N.3 due anni dopo). Allo stesso tempo, però, si possono trarre alcune indicazioni, pur con le considerazioni del caso.

In campo maschile, le tre edizioni in cui il ranking dei semifinalisti è stato più alto sono state Londra 2012 (3,75), Pechino 2008 (7) e Seoul 1988 (10), con Tokyo 2020 poco dietro a quota 10,5. Londra domina anche a livello di quarti di finale (7,625), seguita da Pechino (18,5) e Tokyo (26,125). In campo femminile i ranking erano disponibili solo a partire da Atene 2004, seconda miglior edizione per la qualità delle semifinaliste alle spalle di… Londra 2012, sempre lei (3,75 per quest’ultima, 7,5 per l’edizione greca); la situazione si ripropone guardando ai quarti di finali, con Pechino terza a poca distanza. A livello WTA Tokyo 2020 ha invece accusato la media più bassa in entrambe le categorie in virtù dei numerosi upset avvenuti nei primi turni, da Barty a Osaka, da Sabalenka a Swiatek.

TORNEI MASCHILI – RANKING MEDIO

Di seguito i dati completi del maschile, con l’ultimo ranking pre-torneo fra parentesi:

1988: Mecir (12)-Mayotte (10)-Edberg (3)-Gilbert (15)-Cané (101)-Schapers (44)-Jaite (29)-Steeb (82).
Media semifinalisti=10; media quarti=37

1992: Rosset (44)-Arrese (30)-Ivanisevic (4)-Cherkasov (26)-Lavalle (84)-Oncins (53)-Santoro (37)-E. Sanchez (25).
Media semifinalisti=26; media quarti=37.875

1996: Agassi (6)-Bruguera (67)-Paes (126)-Meligeni (93)-Ferreira (11)-Furlan (26)-Washington (13)-Olhovskiy (101).
Media semifinalist=73; media quarti=55.375

2000: Kafelnikov (8)-Haas (48)-Di Pasquale (62)-Federer (36)-Kuerten (3)-Ferrero (12)-Mirnyi (53)-Alami (34).
Media semifinalisti=38.5; media quarti=32

2004: Massù (14)-Fish (22)-Gonzalez (20)-Dent (29)-Berdych (74)-Moyà (4)-Youzhny (42)-Grosjean (12).
Media semifinalisti=21.25; media quarti=27.125

2008: Nadal (2)-Gonzalez (15)-Djokovic (3)-Blake (8)-Federer (1)-Mathieu (27)-Monfils (42)-Melzer (50).
Media semifinalisti=7; media quarti=18.5

2012: Murray (4)-Federer (1)-Del Potro (8)-Djokovic (2)-Isner (10)-Nishikori (18)-Almagro (12)-Tsonga (6).
Media semifinalisti=3.75; media quarti=7.625

2016: Murray (2)-Del Potro (145)-Nishikori (6)-Nadal (5)-Bautista Agut (16)-Bellucci (55)-Monfils (11)-Johnson (22).
Media semifinalisti=39.5; media quarti=32.75

Juan Martin del Potro, Andy Murray e Kei Nishikori – Il podio delle Olimpiadi di Rio 2016 (foto Ray Giubilo)

2020: Zverev (5)-Khachanov (25)-Carreno Busta (11)-Djokovic (1)-Nishikori (69)-Humbert (28)-Chardy (68)-Medvedev (2).
Media semifinalisti=10.5; media quarti=26.125

TORNEI FEMMINILI- RANKING MEDIO

2004: Henin (1)-Mauresmo (2)-Molik (24)-Myskina (3)-Pierce (28)-Schiavone (17)-Kuznetsova (10)-Sugiyama (14).
Media semifinaliste=7.5; media quarti=12.375

2008: Dementieva (6)-Safina (7)-Zvonareva (11)-Li (43)-Jankovic (2)-Bammer (33)-S. Williams (5)-V. Williams (8).
Media semifinaliste= 16.75; media quarti=14.375

2012: S. Williams (4)-Sharapova (3)-Azarenka (1)-Kirilenko (15)-Kerber (7)-Wozniacki (8)-Clijsters (36)-Kvitova (6).
Media semifinaliste=5.75; media quarti=10

2016: Puig (37)-Kerber (2)-Kvitova (14)-Keys (9)-Konta (13)-Kasatkina (27)-Svitolina (20)-Siegemund (33).
Media semifinaliste=15.5; media quarti=18.125

2020: Bencic (12)-Vondrousova (41)-Svitolina (6)-Rybakina (20)-Muguruza (9)-Giorgi (58)-Pavlyuchenkova (18)-Badosa (29).
Media semifinaliste=19.75; media quarti=24.125

Curiosamente, alcune edizioni hanno avuto una media più alta ai quarti che in semifinale: Atlanta 1996, Sydney 2000 e Rio 2016 nel maschile, Pechino 2008 nel femminile. Dando un’occhiata più generale, si possono trarre tre conclusioni: la prima è che Londra 2012 è stata di gran lunga la miglior edizione delle Olimpiadi tennistiche, giocate a Wimbledon subito dopo Wimbledon, una condizione perfetta per i giocatori sia a livello mitografico che a livello di preparazione che a livello di scheduling (questo fa ben sperare in chiave Parigi 2024, che si disputerà al Roland Garros); la seconda è che generalmente le migliori del circuito WTA tendono a fare meglio alle Olimpiadi delle loro controparti ATP (con la possibile eccezione della corrente edizione).

La terza è che nonostante qualche forfait di troppo a Tokyo (soprattutto nel maschile), questa edizione non sia stata inferiore alla media degli altri tornei iridati, anzi. Si potrebbe forse muovere qualche critica alla qualità del gioco espresso, ma questa non sembra essere una colpa dei giocatori, quasi sempre pronti a lasciare tutto sul campo seppur sottoposti a condizioni proibitive per quasi tutta la settimana.       

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Olimpiadi

L’Italia di Jacobs e Tamberi sogna col tennis. La Cechia di Krejcikova con le tenniste, ma Drobny era un’altra cosa

Lo strano fenomeno di un Paese che ha avuto il doppio degli Slam winner rispetto all’Italia, 9 vs 4, e 41 Slam contro 5. Ma brilla solo al femminile e ha un solo top-100 fra i maschi

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Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @Coninews)

Mi rendo conto che nel giorno successivo a quello in cui l’Italia conquista due medaglie d’oro nelle discipline d’atletica più naturali che ci possano essere, la corsa e il salto, e questo può essere forse considerato il giorno più bello dello sport italiano, tutto il resta passa in seconda linea. Figurarsi il tennis. Già a Londra, quando si erano giocate due finali a Wimbledon e a Wembley, era stata una giornata fantastica, sebbene non si potesse chiedere a Matteo Berrettini di battere quel Djokovic che non era davvero quello visto contro Zverev a Tokyo.

Si tratta di un doppio trionfo senza precedenti, nei 100 metri e nel salto in alto, davvero da leggenda grazie a Marcell Jacobs e a Gianmarco Tamberi, anche se ricordo bene – sebbene bambinetto di 10 anni – mio padre emozionato fino alle lacrime nel vedere davanti alla TV (che mi pare fosse ancora in bianco e nero) Livio Berruti con quegli occhialetti da studente modello, vincere i 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma (1960) precedendo per la prima volta tutti gli sprinter di colore che sembravano invincibili.

Vent’anni dopo avevo già quasi 30 anni quando Pietro Mennea vinse di nuovo i 200 metri e Sara Simeoni saltò più in alto di tutte le altre ragazze ai Giochi di Mosca, ma non ricordo invece che quella “doppietta” possa essere arrivata nell’arco di un quarto d’ora come è successo questa volta, con Tamberi avvolto in una bandiera italiana ancora sulla pista per un abbraccio storico, fantastico, commovente a Jacobs.

 

Non amo in genere le dichiarazioni dei dirigenti quando devono fare discorsi celebrativi, ma quanto ha detto d’istinto Giovanni Malagò, presidente del CONI (“E’ una giornata storica perché l’Italia può dire di avere l’uomo più veloce del mondo e l’uomo che salta più in alto nel mondo!”) l’ho trovato efficacissimo, un piccolo capolavoro di sintesi.

Con Vanni Gibertini ogni sera abbiamo registrato un podcast, Ubi Radio, che riassumesse un po’ il dietro le quinte dell’Olimpiade, la situazione del medagliere azzurro raccontando medaglia per medaglia i successi dello sport azzurro nelle varie discipline, e le vicende del torneo di tennis. Il torneo è finito, ma Ubi Radio continuerà ad andare on line e sembra, a giudicare dai numerosi contatti, che piaccia abbastanza. Qualcuno avrà anche avuto modo di ascoltare i nostri interventi su Radio Sportiva con Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man”, che ha seguito almeno dieci sport intervistando un medagliato dopo l’altro. Anche quelli continueranno fino a fine Olimpiade e saranno dai sei agli otto interventi al giorno da Tokyo.

In queste “gloriose” circostanze, con anche l’altra disciplina regina delle Olimpiadi a fianco dell’atletica, il nuoto, che ha colto sei medaglie azzurre record – anche se a Sydney 3 furono d’oro – scrivere di tennis, dunque, e nemmeno di tennis italiano a conclusione del torneo olimpico che ci ha visto purtroppo ancora una volta a digiuno di medaglie, un po’ mi imbarazza.

Ma credo che Ubitennis abbia il dovere di rispettare i suoi lettori, appassionati di uno sport che comunque quest’anno ci ha dato soddisfazioni cui non eravamo abituati, seppure non a Tokyo. Cioè laddove abbiamo visto vincere il doppio maschile alla formazione croata n.1 del mondo, Mektic e Pavic, che però era stata a pochi punti dalla sconfitta con il nostro improvvisato Sonego-Musetti. E abbiamo visto approdare alla finale del singolare maschile con un pizzico di rimpianto un tennista, il russo Karen Khachanov, più volte battuto dai nostri Sinner e Berrettini.

Jacobs, che ha corso in 9,80 diventando l’erede di un certo Usain Bolt che a Rio aveva vinto in 9,81, non era il favorito dei 100, anche se un vero favorito non c’era. Idem Tamberi. Per questo mi piace pensare che se i due nostri migliori tennisti fossero stati presenti, Berrettini e Sinner, forse qualche bella soddisfazione avremmo potuto togliercela anche nel nostro sport della racchetta. Magari stasera le medaglie azzurre avrebbero potuto essere 30 anziché 29 (diamo già per certa quella della vela, che ancora deve arrivare ma non è in discussione), perché anche un doppio Berrettini-Fognini avrebbe potuto fare molta strada. Pazienza.

Mentre nei prossimi giorni – se gli altri sport non mi distrarranno troppo… e per esempio Italia-Stati Uniti di pallavolo femminile stamattina alla vostra alba mi intrigava parecchio perché volevo capire se davvero le azzurre sono da podio come tanti profetizzano – mi sembrerebbe giusto soffermarmi sui meriti di Sascha Zverev che ha dominato la finale in modo schiacciante, e aveva dominato con notevole personalità anche Djokovic in semifinale dal 2-3 del secondo set in poi, oggi vorrei dedicare qualche riga frettolosa al tennis ceco che mi pare attraversi un periodo particolare. Benissimo le donne, malissimo gli uomini. Proprio come è successo anche al tennis italiano per un lungo periodo.

L’oro conquistato dalle favorite Siniakova-Krejcikova nel doppio donne è una conferma del loro status di numero uno del mondo, ma anche di un periodo in cui il tennis femminile ceco si mantiene all‘altezza delle sue migliori tradizioni, dai tempi almeno di Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Petra Kvitova e una Pliskova che è stata n.1 del mondo ma non ha mai vinto uno Slam pur avendo disputato un paio di finali Major, ci sono almeno sei o sette tenniste ceche costantemente fra le prime 100, fra cui magari una Krejcikova capace di vincere uno Slam a anche in singolare.

Però, così come per il tennis italiano, abbiamo visto che c’è stata l’epoca in cui i buoni risultati arrivavano soltanto dalle ragazze, così anche il tennis ceco attraversa un momento piuttosto strano. I cechi, dacché hanno perso Berdych che è stato a lungo un top ten, e si è arreso all’anagrafe anche Stépanek, non hanno praticamente più tennisti fra i top 100 salvo Vesely.

Il tennis italiano negli anni Ottanta, conclusa la golden era di Panatta, ha goduto dapprima dei risultati di Reggi e Cecchini, arrivate a n.13 e n.15 del mondo. A cavallo del terzo millennio Silvia Farina si fermò a n.11 del mondo, chissà con quanti rimpianti per lei non poter dire di essere stata una top ten anche se si tratta di una distinzione piuttosto ridicola. Poi, dal 2010 in avanti con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, i nostri uomini non reggevano il confronto.

Adesso il tennis ceco sembra vivere una situazione analoga. La Repubblica Ceca ha sempre avuto grandi giocatori, anche se con tendenza a rifugiarsi all’estero. Il primo di grande fama, fu Jaroslav Drobny, campione a Parigi nel ’51 e nel ’52 e a Wimbledon nel 1954 – quando batté Rosewall e aveva 36 anni – e tre volte a Roma, in mezzo a 147 tornei! Mi pare di ricordare che Drobny, che non sopportava il regime comunista che pretendeva da lui un visto per ogni trasferta per ciascun torneo, fu prima apolide e poi prese passaporto egiziano nel ’49, dieci anni primi di prendere quello britannico. Ha vissuto fino alla morte (2001) a Londra, ma era stato a lungo anche in Italia, dove allenò per un periodo anche la nazionale italiana di Pietrangeli e Sirola.

Ma i campioni Slam cechi sono stati più del doppio dei nostri azzurri, che sono solo quattro, Pietrangeli, Panatta, Schiavone e Pennetta. E cioè, Drobny, Lendl, Kodes, Korda, Navratilova, Mandlikova, Novotna, Kvitova, Krejcikova. Quattro più quattro. Con una sostanziale differenza. Gli Italiani hanno vinto in tutto cinque Slam – 2 Pietrangeli, uno gli altri. I cechi ne hanno vinti ben 41: Lendl ha vinto 8 Slam, Kodes 3, Drobny 3 (più 5 finali perse), Navratilova 18 (di cui 9 a Wimbledon), Mandlikova 4, Kvitova 2, Novotna, Korda e Krejcikova 1. Questi risultati ripetuti negli anni hanno costruito una tradizione tale che oggi è ancora più sorprendente che il tennis maschile sia ridotto al solo Vesely a livello di top 100.

I lettori di Ubitennis sanno probabilmente moltissimo di tutti questi giocatori, salvo forse di Jaroslav Drobny, sebbene quel mancino dotato di grandissima classe, e costretto a giocare con gli occhiali e lenti molto spesse a seguito di un incidente patito mentre giocava a hockey – era “centrale” nella nazionale di hockey su ghiaccio che vinse la medaglia d’oro ai mondiali del 1947 e l’argento ai Giochi Olimpici invernali del ’48 a St. Moritz quando marcò 8 gol in 9 partite – avesse vinto tre volte gli Interrnazionali d’Italia (’50, ’51 e ’53).

Mio padre lo aveva visto giocare ed era rimasto impressionato dal suo tocco di palla e dalle sue doti strategiche. Mancino, dotato di un servizio più che discreto per i suoi tempi, giocava la smorzata con il rovescio a una mano che sorprendeva regolarmente gli avversari, ma soprattutto era stato uno dei primi tennisti che dimostrava di aver studiato le geometrie del tennis – a quanto mi ha riferito mio padre – perché nel giocare la smorzata la seguiva costantemente a rete, in modo da tagliare l’angolo alla eventuale ripresa dell’avversario.

Un poco come Ivan Lendl più tardi, anche Drobny perse ben quattro finali Slam (tre delle quali al quinto set) prima di vincerne una, quando ormai aveva compiuto i 30 anni. Avrebbe dovuto vincere quella contro Marcel Bernard a Parigi nel ’46, visto che era due set avanti: 3-6, 2-6, 6-1, 6-4, 6-3. Nella finale di Wimbledon del ’49 perse dall’americano Ted Schroeder (il tennista che ha vinto Wimbledon perdendo otto set, più di chiunque altro!): 3-6, 6-0, 6-3, 4-6, 6-4. E al Roland Garros 1950 contro un altro americano, Budge Patty, Drobny perse 6-1, 6-2, 3-6, 5-7, 7-5. Quella del ’48, sempre a Parigi e sempre contro un americano, Frank Parker, Drobny l’aveva perso in 4 set:  6-4, 7-5, 5-7, 8-6. Ma di finali di Slam Drobny ne ha giocate 13 fra singolo, doppio e misto. Fu finalmente nel ’50 al Roland Garros, contro il sudafricano Eric Sturgess, che Drobny riuscì finalmente a sfatare il tabù degli Slam persi, forse perché vinse molto facilmente con un triplice 6-3, per poi ripetersi l’anno successivo contro il grande campione australiano Frank Sedgman: 6-4, 7-5, 5-7, 8-6.

Jaroslav Drobny – Wimbledon 1953

Dopo le due vittorie in terra di Francia ecco finalmente quella sull’erba di Wimbledon contro il diciannovenne Ken Rosewall nel ’54, 20 anni prima che Muscle Ken giocasse la sua quarta, tutte perse, contro un Jimmy Connors che non ebbe pietà dei suoi 39 anni. Drobny, come accennato, aveva 36 anni e vinse 13-11, 4-6, 6-2, 9-7. Quei 58 game rimasero la finale più lunga fino a metà anni 70 e Jaroslav fu il primo mancino a vincere a Wimbledon dai tempi dell’australiano Norman Brookes che aveva vinto nel 1914 (e le cui foto, a decine, ho potuto ammirare nell’elegantissimo club di South Yarra Tennis Club a Melbourne tre anni fa quando fui invitato a un pranzo e riuscii a farmi fare una fotografia fra Ken Rosewall e Frank Sedgman, i cui segnaposti nel grande tabellone precedevano e seguivano in ordine alfabetico quello di un certo Ubaldo Scanagatta, tennista indegno al cospetto di quei due Grand Slam winners).

Si dice che Jaroslav Drobny, con Billie Jean King e Martina Navratilova, sarebbe l’unico tennista “occhialuto” ad aver vinto Wimbledon. Io ricordo di aver visto anche Arthur Ashe indossare gli occhiali, però può essere che nel ’75 quando battè Connors in 4 set – al mio secondo Wimbledon – Arthur avesse già le lenti a contatto. Dovrei riguardare un filmato dell’epoca per sincerarmene.

Tornando a Drobny, ricordo che Alison Danzig, uno dei giornalisti del New York Times che scrissero per primi che chi avesse vinto i quattro Majors nello stesso anno avrebbe realizzato il Grande Slam, che è quanto si dice nel bridge se uno vince tutte le tredici mani, scrisse di lui: “Nessun atleta ceco, salvo forse Emil Zatopek – l’uomo chiamato cavallo! – ha reso maggior onore al proprio Paese di Jaroslav Drobny!”.

La storia del tennis, in ogni Paese, vive di cicli, positivi e negativi. Per l’Italia ora sembra che tutto fili per il verso giusto per il tennis maschile, e nulla per quello femminile. Per la Cechia è l’opposto. Basta aspettare un po’. Le tradizioni non si smentiscono mai, anche se ci vuole tempo.

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