Rio 2016, uomini: Murray e Nishikori vincono due match thriller. Nadal rimonta Bellucci e trova del Potro

Olimpiadi

Rio 2016, uomini: Murray e Nishikori vincono due match thriller. Nadal rimonta Bellucci e trova del Potro

Murray domina il primo set ma poi ha un passaggio a vuoto nel secondo. Nel terzo set si ritrova sotto di un break, lo recupera e poi chiude al tie-break decisivo. Nadal dopo aver perso nettamente il primo set spegne Bellucci e il pubblico brasiliano. Il suo prossimo avversario è Juan Martin del Potro. Nishikori annulla tre match point a Monfils prima di chiudere 8-6 il tie-break del terzo

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[2] A. Murray b. [12] S. Johnson 6-0 4-6 7-6(2) (Manuel Calcaterra)

Il detentore del titolo olimpico Andy Murray torna in campo sotto il cielo di una Rio de Janeiro finalmente baciata dal sole, per difendere l’oro conquistato tra le mura di casa 4 anni fa a Londra. Lo scozzese, o sarebbe meglio il britannico per l’occasione, dopo aver “ringraziato” Fabio Fognini per l’epilogo dell’incontro di terzo turno disputato ieri, in cui l’italiano si è trovato avanti 3-0 nel terzo e decisivo set prima di crollare e lasciare il match al suo avversario, affronta ai quarti di finale l’americano Steve Johnson, numero 12 del tabellone olimpico, nonché giocatore di punta USA vista la decisione del connazionale John Isner di non partecipare ai Giochi.

 

E se il meteo di questo inverno brasiliano sembra più che mai incerto in questi giorni, poche sono invece le incertezze circa il probabile esito di questo incontro, in cui Murray parte ovviamente da favorito, pur affrontando un avversario che quest’anno è stato capace di raggiungere la 21° posizione della classica ATP, suo best ranking. Andy fa subito capire le sue intenzioni all’avversario: nel rispetto del pronostico di gara, infatti, mette la testa avanti già in avvio di partita, conquistando un doppio break e portandosi sul 5-0. Lo scozzese è ben concentrato, risponde aggressivo e profondo a un servizio di Johnson che, seppur solido secondo le statistiche (più dell’80% di prime in campo) non sembra creare alcun problema a Murray. E come se non bastasse, anche la fortuna scende in campo ad aiutare il vincitore di Wimbledon 2016; sullo 0-5 e 15-40, Andy colpisce con il suo dritto il nastro che, come nel frame di un famoso film di Woody Allen, fa scendere la pallina nella metà campo di un Johnson inerme, consegnando allo scozzese il primo set con il punteggio di 6-0 che lascia ben pochi commenti.

Il secondo set, invece, è da subito più combattuto. Murray, sorpreso forse dalla facilità con cui ha conquistato il primo parziale, si deconcentra e, commettendo un’ingenuità simile a quella commessa ieri contro Fabio Fognini, rimette in partita il suo avversario. L’americano non sembra, infatti, volersi arrendere così facilmente e sfrutta la perdita di efficacia del gioco di Murray, nonché gli errori gratuiti offerti dallo scozzese. Johnson, ormai in fiducia e forte di un break conquistato nel primo gioco del secondo set, non sbaglia più nulla e mantiene il vantaggio fino al 6-4 finale, con cui riporta il match in parità. La strada di Andy Murray verso una storica doppietta olimpica, cosa mai successa nel torneo di singolare maschile, diventa ora più complicata.

Il terzo e decisivo set scorre via senza particolari sussulti fino al 3 pari, con i due giocatori che portano a casa abbastanza agevolmente i loro turni di battuta, non concedendo palle break. In questa situazione di equilibrio, proprio nel momento in cui Murray sembra poter alzare l’asticella del livello di gioco, è Johnson a piazzare il primo allungo, che potrebbe consegnarli un’insperata semifinale olimpica: nel settimo gioco l’americano non spreca l’unica palla break concessagli e con un pallonetto millimetrico scavalca Murray portandosi sul 4-3. Andy, però, non è l’ultimo arrivato tra i campi da tennis che contano e, dopo essersi sfogato lanciando uno dei suoi ormai proverbiali urli contro il cielo, rimette subito le cose a posto, conquistando un importantissimo contro break. La tensione in campo sale esponenzialmente, con lo scozzese infastidito da una partita complicatasi inaspettatamente, anche per il merito di un avversario che sta esprimendo forse la sua miglior versione in carriera. Con una posta in palio cosi alta ci si aspetterebbe un crollo psicologico dal parte giocatore meno abituato a partite di questa importanza e, invece, l’americano Johnson, che fino ad oggi ha vinto solo un titolo 250, regge bene la tensione, scaricandola sul suo dritto che fa male e che gli permette di portare il set al tie-break, giusto epilogo di questo match. Murray a questo punto sa di non poter più concedere nulla, contro un avversario in piena trance agonistica: sul più bello, infatti, torna ad essere il giocatore quasi perfetto del primo set e con autorità si porta a casa tie-break, terzo set e match, regalandosi la semifinale olimpica. Onore a Johnson, ma ancora una volta a vincere è il giocatore più forte.

[4] K. Nishikori b. [6] G. Monfils 7-6(4) 4-6 7-6(6) (Emmanuel Marian)

Alla fine ha vinto Nishikori, al termine di una partita incredibile. Un incontro che il giapponese aveva sostanzialmente perso nonostante fosse stato molto vicino alla vittoria. Una semifinale poi conquistata grazie al colpo di reni decisivo nel tiebreak del terzo quando ormai non ci credeva più nemmeno lui. Il cosiddetto sport del Diavolo esprime ancora una volta la propria versione più sadica e imprevedibile, foriera di immensa gioia e contemporaneo atroce dolore. Chissà, forse è proprio questo il tennis più vicino allo spirito olimpico cui si possa aspirare.

Gli sfidanti sono entrati in campo esibendo le caratteristiche peculiari per cui sono riconosciuti. Monfils, dinoccolato e con il volto di chi è in procinto di rendere l’anima a ogni pausa del gioco, si è fin da subito dannato oltre il lecito nel rincorrere palline che erano chimere inafferrabili, surfando sul cemento per raccogliere generosi applausi dal pubblico e silenziosi rimbrotti dalle martoriate giunture. Nishikori è invece sceso nell’arena accompagnato da quella serenità un po’ malinconica che sovente esprime dagli occhietti vispi del samurai in missione. Impegnato non da oggi ad apportare interessanti variazioni al ping pong da fondo di cui è stimatissimo interprete, il giapponese si è reso protagonista di arditezze che nessuno sospettava potessero entrare a far parte del suo bagaglio tecnico. Monfils, sornione, ha invece optato per cucinare il menù che conosce meglio: piazzato cinque metri fuori dal campo, il francese ha iniziato da subito a remare, cogliendo consensi grazie a recuperi da antologia sulle frequenti smorzate che Nishikori operava vedendolo così lontano. Vittima dei consueti abbagli dal lato del dritto, il giocatore di Shimane ha lasciato che fosse l’avversario a scattare per primo dai blocchi e si è trovato a dover annullare una palla break nel primo game; una chance per il giocatore in risposta destinata a rimanere a lungo isolata. Nel decimo gioco, in modo del tutto inaspettato, è stato Nishikori ad approfittare di un piccolo calo in battuta del francese per andarsi a prendere tre palle break, di cui due consecutive. Vista la coincidente situazione di punteggio, tali occasioni avevano un certo qual peso: qualora trasformate, avrebbero spedito la testa di serie numero 4 avanti di un set. Con l’aiuto del servizio, del dritto e di un avversario un po’ sventato Monfils è riuscito a salvarsi, ma una volta issatosi al tie break è crollato sotto il peso insostenibile di quattro gratuiti letali.

Vinto al fotofinish il primo parziale e presto in vantaggio di un break nel secondo, la strada verso le medaglie del giocatore di Shimane è sembrata in discesa. Gael è stato però bravo a non disunirsi e a rimanere attaccato con i denti al secondo gioco, vinto dopo diciotto punti alla terza palla break. Con la partita ormai riaperta, il funambolo parigino si è reso protagonista dell’immancabile infortunio traumatico, numero attesissimo e sempre presente nelle sue esibizioni. Su un cambio di direzione La Monf ha perso gli appoggi ed è scivolato battendo in modo piuttosto violento il polso sinistro, per fortuna senza che rilevanti conseguenze emergessero dalla breve pausa necessaria ad assorbire la botta. Il numero 11 ATP è infatti riuscito a fare corsa di testa fino alla fine della frazione, ma quando sembrava che Nishikori potesse accompagnarlo con agio verso un altro “tredicesimo gioco” è successo l’imponderabile. Nel decimo game, avanti 40-0, il giapponese ha perso 5 punti consecutivi irretito dalle sensazionali difese di Monfils, e si è trovato costretto a un terzo set che fino a qualche minuto prima sembrava altamente improbabile.

Vittime di una più che naturale tensione, i giocatori non hanno potuto che mandare in scena un terzo set troppo lineare per poter essere anche divertente. Il contesto e la notevole posta in palio, peraltro, hanno garantito sull’interesse della contesa. Monfils, che venti minuti prima aveva un piede in doccia, è sembrato più fresco e propositivo nei momenti topici della frazione decisiva. Protagonista di alcune giocate da ovazioni a scena aperta tra lob, fulminanti vincenti con il dritto e passanti giocati da posizioni impossibili, il francese è via via riuscito a prendere il controllo emotivo dell’incontro, mentre Nishikori, incupito, è rimasto in un angolo ad attendere che la buriana passasse. La tempesta, purtroppo per il giapponese, è aumentata d’intensità nel tie break, quando un Gael accesissimo è volato sul quattro a zero a due centimetri dalle semifinali, ma l’ennesimo colpo di scena di una partita assurda era dietro l’angolo. Nishikori, ormai fuori dal torneo, è riuscito a giocarsi le poche carte rimastegli senza perdere la testa e ha recuperato un minibreak, non impedendo tuttavia al francese di giungere al triplo match point sul 6-3. Il numero 7 ATP ha annullato i primi due con il servizio, mentre sul terzo Monfils si è prodotto nel disastro dell’anno commettendo doppio fallo. In un amen l’inerzia cambiava proprietario e Nishikori, miracolato, si è portato a un punto dalla vittoria con uno strepitoso passante su cui il plastico tuffo del temerario francese non ha potuto nulla. Un attimo dopo, mano incredula tra i capelli, Kei ha alzato le braccia al cielo: domani sarà lui ad affrontare Andy Murray, anch’egli reduce da una maratona niente male.

[3] R. Nadal b. T. Bellucci 2-6 6-4 6-2 (da Rio, Vanni Gibertini)

Alla fine le emozioni delle Olimpiadi, l’essenza del tennis a cinque cerchi, sono arrivate anche a Rio. Ci è voluto un po’ prima che riuscissero a penetrare la pioggerellina uggiosa di questo venerdì di inverno brasiliano, ma come il sole ha alla fine prevalso sulle nubi, anche quelle vibrazioni che scaldano il cuore e ci fanno amare questo sport sono apparse sul centrale dell’Olympic Tennis Center di Barra da Tijuca.

Il beniamino locale Thomaz Bellucci, che già aveva regalato una bella sorpresa al terzo turno sconfiggendo il belga Goffin, è entrato in campo con la determinazione e la concentrazione di chi ha una missione da compiere, e quella missione si chiamava Nadal. Lo spagnolo, arrivato a Rio in condizione di salute precarie, aveva speso parecchio giovedì sera nella semifinale di doppio, vinta in coppia con il compagno/amico Marc Lopez contro i canadesi Nestor e Pospisil, ed al suo ingresso in campo era apparsa la brutta copia del giocatore visto durante i primi turni, oppure una riproduzione piuttosto fedele di quello osservato all’inizio della stagione: incerto, timoroso, difensivo, con i colpi che faticano a superare la linea di metà campo e che, sempre più liftati, si sistemano ad altezza ideale per chi vuol menare fendenti. Proprio come Bellucci, mancino anche lui come Nadal, che fa un ottimo lavoro nel cercare angoli con colpi più veloci e meno arrotati.

Il primo set vola via in poco più di mezz’ora: due break di Bellucci, trascinato da una folla non strabordante (ci sono parecchi posti vuoti sul centrale, soprattutto nei settori più alti) ma che non manca di coreografare una torcida come si deve, chiudono la pratica del primo set senza che Nadal possa abbozzare un minimo di reazione. Ma se c’è una cosa in cui lo spagnolo è maestro è prendere tempo: non si fa minimamente coinvolgere dal bailamme intorno a lui, limitandosi a qualche scambio con il giudice di sedia Jake Garner quando le escandescenze diventano troppo rumorose, ed ignora a dovere Bellucci che prende posto in campo ben prima che venga chiamato “time” dopo il cambio di campo.

L’attesa per “la risacca”, ovvero il ritorno dell’acqua dopo una mareggiata a ristabilire la situazione di equilibrio universale, arriva nel terzo quarto game del secondo set, quando un paio di errori di Bellucci fanno vedere uno spiraglio a Nadal, che poi con un bel contropallonetto su un corpo a corpo ravvicinato a rete si conquista tre palle break sullo 0-40. Le tre palle break se ne vanno una dopo l’altra, ma un diritto fuori di Bellucci ed un successivo puntuale passante di rovescio dell’iberico danno al campione olimpico di Pechino 2008 il primo break di vantaggio del match.

Lo spagnolo avanza nel campo appena può ed “appiattisce” i colpi per far più male, ma non è più il cecchino dei tempi d’oro ed i risultati sono a corrente alternata. La morsa di Bellucci non è però così feroce come nel primo set, e questo basta a Rafa per tenere i servizi fino al 5-2. Ma la torcida verdeoro non concede tregua a nessuno, nemmeno ai propri beniamini: costretti a riscaldare ancor di più l’ambiente dalle temperature piuttosto mite da maglioncino, il pubblico carioca chiede un altro sforzo a Bellucci, che prontamente risponde: quando Nadal serve per il set, la pressione di Thomaz da fondo ritorna quella del primo set, i fendenti sbattono lo spagnolo da una parte e dall’altra e si arriva sullo 0-40. Una volée di rovescio larga cancella la prima palla break, un altro gratuito da fondo cancella la seconda, ma sulla terza il vincente arriva, e la situazione dei break torna in parità. La fiammata però è di breve durata, perché tre gratuiti di Bellucci subito dopo concedono a Nadal due set point sul 15-40: il reporter spagnolo di fianco a noi sfodera un gancio celebrativo quando Rafa mette a segno un passante di diritto incrociato in corsa per chiudere il parziale, e dopo 76 minuti di battaglia si va al set decisivo.
La doccia fredda del secondo set perduto smorza un po’ gli entusiasmi del pubblico, che, normalmente molto propenso alla danza, non si fa trascinare dalle note di “Gangnam Style” di PSY durante la sosta prima del terzo parziale.

Il primo a scattare nel set decisivo è Nadal, che dopo essersi fatto rifasciare il piede sinistro durante il cambio di campo sul 2-1 strappa la battuta a zero a Bellucci, consolidando poi il break nonostante uno 0-30 iniziale nel game successivo. Gli spunti del brasiliano sono sempre più sporadici, Nadal non è impeccabile ma è solido quanto basta per tenere saldamente il controllo della sua battuta e poi chiudere con un altro break per il 6-2 in 2 ore e 1 minuto.

Il tributo della folla a Bellucci che esce dal campo è di quelli da pelle d’oca, forse troppo breve perché il brasiliano esce in fretta per non farsi sopraffare dall’emozione. Il risultato non è stato positivo, ma questo match forse non lo dimenticherà tanto presto. E non solo lui.

J.M. del Potro b. [10] R. Bautista Agut 7-5 7-6(4) (Bruno Apicella)

Era il mese di aprile scorso quando Juan Martin del Potro rientrava nel torneo ATP di Delray Beach e confessava di aver pensato, nel lungo stop che l’ha tenuto lontano dai campi per quasi due anni, più volte al ritiro. E, ora, quattro mesi dopo potrà giocarsi il podio del torneo olimpico di Rio de Janeiro. È stato l’argentino ad alzare prima le braccia al cielo e poi a scoppiare in un pianto liberatorio dopo aver battuto lo spagnolo Roberto Bautista Agut e conquistato la semifinale del torneo olimpico, dove affronterà Rafael Nadal. Sono servite due ore al gigante buono di Tindal per domare la resistenza dello spagnolo numero 17 del mondo; un risultato importante che gli permette di avanzare alle fasi finali  del torneo in cui ha estromesso al primo turno il numero uno al mondo Novak Djokovic. È stato il campione degli Us Open 2009 a partire subito forte e a sfruttare gli errori di un Bautista Agut troppo teso e falloso ad inizio match. Del Potro ha iniziato a difendersi con il “suo nuovo” rovescio e soprattutto ha spinto con il suo colpo migliore: il dritto.

Il dritto di Delpo è stato devastante e gli ha permesso di comandare gli scambi, aprirsi il campo e chiudere il punto con l’argentino che ha ottenuto un doppio break di vantaggio ed è salito 3 a 0. DelPo è stato solido da fondo ma ha avuto qualche incertezza in più al servizio, infatti, lo spagnolo ha conquistato in risposta il suo primo game del match e ha poi tenuto il suo turno di battuta pur restando indietro nel punteggio. Quando, però, l’argentino ha servito per chiudere il primo parziale ha commesso qualche errore di troppo e il numero 17 del ranking ATP è riuscito a difendersi e a  posizionare i piedi nel campo conquistando la prima palla break del game: con un passante di rovescio lungolinea l’argentino ha annullato la prima, ma alla seconda ha ceduto il game con un doppio fallo. Il campione di Flushing Meadows ha alzato il livello del suo gioco in risposta con Bautista che non è riuscito a concretizzare quattro palle per il game, mentre l’argentino ha chiuso alla seconda palla break e ha poi chiuso il set per 7 a 5.

Nel secondo parziale è stato un break in favore della medaglia di bronzo di Londra 2012 ad aprire il set: delPo non ha mollato un 15 tornando a macinare gioco e vincenti. Non è un caso, infatti, che sia stato proprio un dritto vincente lungolinea a dargli il game. Lo spagnolo ha avuto il merito di non mollare provando a variare il gioco, continuando a stuzzicare il rovescio dell’avversario e chiamandolo, quando possibile, a rete. Bautista ha riportato la parità nel set e per la prima volta nel corso dell’intero match si è trovato a condurre nel punteggio per 3 giochi a 2.

Entrambi i giocatori hanno tenuto i loro game di battuta anche se nel nono game è stato l’argentino a costruirsi i punti in risposta e a procurarsi  palle per il break che, però, non ha concretizzato. Bautista è stato bravo ad allungare gli scambi, a dimostrarsi molto solido da fondo e questo gli ha consentito di garantirsi il tie break. L’incontro è stato così deciso dal tie break con delPo che è partito subito forte strappando un minibreak, servendo un ace e trovando un dritto vincente prima di portarsi 4 punti a 0. Bautista è riuscito a risalire sul 4-4 provocando gli errori dell’argentino che subito dopo con un bellissimo dritto incrociato ha lasciato immobile lo spagnolo prendendosi il punto del 5 a 4; delPo con i due servizi successivi a disposizione ha chiuso l’incontro. Regalandosi così la possibilità di continuare a sognare.

Risultati:

[2] A. Murray b. [12] S. Johnson 6-0 4-6 7-6(2)
[3] R. Nadal b. T. Bellucci 2-6 6-4 6-2
[4] K. Nishikori b. [6] G. Monfils 7-6(4) 4-6 7-6(6)
J.M. del Potro b. [10] R. Bautista Agut 7-5 7-6(4)

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Focus

Sulla strada per Tokyo 2020: la wild card unica possibilità per Federer

Verso le Olimpiadi: i criteri di eleggibilità e la composizione del tabellone, i posti già assegnati, la regolamentazione dei tornei di doppio. Il destino di Roger Federer nelle mani dell’ITF

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Roger Federer - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Manca meno di un anno alle Olimpiadi di Tokyo, con il rischio che possa essere l’ultimo appuntamento a cinque cerchi in cui vedere all’opera i tre big del tennis maschile (e il loro totale di 55 trionfi Slam). È soprattutto questo il motivo che rende interessante l’avvicinamento al torneo a cinque cerchi, al netto della lotta per la successione di Andy Murray (due ori olimpici consecutivi) e Monica Puig (proprio lei!) sul gradino più alto del podio.

AVENTI DIRITTO e QUALIFICATI – Sul totale di 64 posti disponibili in ciascuno dei due tabelloni di singolare, 56 verranno assegnati attraverso il ranking che verrà fotografato l’8 giugno 2020. Dei rimanenti otto, quattro sono stati assegnati attraverso meccanismi di qualificazione zonale nel continente americano (Giochi panamericani), in Asia (Giochi asiatici) e Africa (Giochi africani). Europa e Oceania non hanno organizzato tornei di qualificazione, ma ciascuno dei due continenti potrà offrire una wild card al giocatore/giocatrice con la classifica più alta di uno dei Paesi non rappresentati tra i primi 56 del ranking (con il limite del numero 300 ATP e WTA). A determinare gli incastri interviene anche un altro limite regolamentare: ogni Paese non potrà superare i quattro iscritti nel tabellone.

WILD CARD – Le due caselle rimanenti verranno riempite attraverso l’assegnazione di altrettante wild card a discrezione dell’ITF. Una è riservata ai tennisti della nazione ospitante, il Giappone, qualora nessun atleta dovesse riuscire a guadagnare i diritti di partecipazione tramite accettazione diretta o torneo di qualificazione continentale; difficilmente accadrà alla nazione asiatica, che attualmente vanta due top 60, e con ogni probabilità questo slot verrà assegnato al primo dei giocatori esclusi per classifica.

L’altra è riservata a un precedente campione olimpico o vincitore di Slam, con l’invito recapitato a chi ha vinto il maggior numero di trofei in carriera. Con Djokovic e Nadal iscrivibili già tra gli aventi diritto, questo aspetto regolamentare finisce per interessare direttamente Roger Federer. Occhio infatti ai criteri di eleggibilità olimpica, per quanto non tassativi. La partecipazione a Tokyo 2020 è infatti subordinata alla risposta ad almeno tre convocazioni di Coppa Davis o Fed Cup nell’ultimo quadriennio, di cui una tra il 2019 e il 2020. Il fuoriclasse svizzero ha diritto alla riduzione a due sole partecipazioni in virtù del numero di presenze, ma ha lasciato la Nazionale nel 2015 e nemmeno – per ipotesi – potrà essere presente a Madrid, dove la Svizzera non ha ottenuto la qualificazione. Le eccezioni rispetto al numero minimo di convocazioni sono configurabili per motivazioni straordinarie: ad esempio infortuni documentati, come è accaduto per Nadal a Rio.

 

RIEPILOGO COMPOSIZIONE TABELLONE

  • 56 – accettazione diretta
  • 2 – Giochi panamericani
  • 1 – Giochi asiatici
  • 1 – Giochi africani
  • 1 – Wild card Europa
  • 1 – Wild card Oceania
  • 1 – Wild card paese ospitante (Giappone)
  • 1 – Wild card campione olimpico/vincitore Slam

POSTI DA QUALIFICAZIONE GIÀ ASSEGNATI

NORD E SUD AMERICA: Vincitore e finalista ai Giochi Panamericani del 2019 a Lima: Joao Menezes (BRA) e Tomas Barrios (CHI) nel maschile, Nadia Podoroska (ARG) e Caroline Dolehide (USA) nel femminile.
ASIA: Denis Istomin (UZB) e Qiang Wang (CHN), medaglie d’oro ai Giochi Asiatici del 2018 a Jakarta e Palembang.
AFRICA: Mohamed Safwat (EGY) e Mayar Sherif (EGY), medaglie d’oro ai Giochi Africani del 2019 a Rabat.

*per quanto riguarda la qualificazione di Dolehide, le possibilità che la statunitense possa effettivamente prendere parte alle Olimpiadi sono molto basse poiché quasi certamente gli Stati Uniti porteranno già quattro atlete (limite massimo per nazione) tramite accettazione diretta; attualmente, infatti, ben otto giocatrici USA sono comprese tra le prime 56 del ranking WTA e quindi già quattro giocatrici rimarrebbero fuori da Tokyo

I TORNEI DI DOPPIO

Nei tornei di doppio maschile e femminile è prevista la partecipazione di 32 coppie in ciascuno dei due tabelloni, mentre l’oro olimpico nel doppio misto verrà conteso da 16 squadre. Per la composizione dei tabelloni di doppio, però, diventa fondamentale considerare il limite degli 86 atleti per ogni genere (86 uomini e 86 donne, per un totale di 172 tennisti) che potranno prendere parte alla manifestazione a cinque cerchi. Il processo di selezione risulta, di conseguenza, abbastanza complesso.

I tornei di singolare coinvolgono 128 atleti diversi (64 uomini e 64 donne), questo implica che oltre ai singolaristi potranno essere inseriti soltanto 44 doppisti (22 uomini e 22 donne) per completare i tabelloni. Si comincia con l’accettazione diretta dei primi dieci giocatori del ranking di doppio dell’8 giugno 2020, i cui partner saranno scelti dalle rispettive federazioni tra coloro che abitano la top 300 del ranking di singolare o doppio. I restanti 22 team verranno selezionati con il criterio del combined ranking, che prende in esame le classifiche di doppio e di singolare; raggiunta la quota degli 86 atleti, i tabelloni verranno completati prendendo ‘in prestito’ giocatori già ammessi come singolaristi, sempre secondo il combined ranking. Ultimi due dettagli: in ogni tabellone di doppio non potranno esserci più di due coppie per nazione, e il paese ospitante ha diritto a iscrivere una coppia purché il ranking combinato dei due atleti non ecceda quota 300.

Il tabellone di doppio misto – ne consegue – sarà composto esclusivamente da giocatori già ammessi al torneo olimpico come singolaristi o doppisti (per intenderci: proprio nei giorni scorsi la federazione greca ha annunciato la coppia Tsitsipas-Sakkari).

(ha collaborato Alessandro Stella)

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Olimpiadi

Rio 2016, pallavolo maschile: l’Italia e il sogno olimpico

Maracanazinho. Ore 18.15 italiane. L’Italia della pallavolo va a caccia dell’oro olimpico contro i padroni di casa del Brasile. Da Barcellona ’92 a Rio 2016. Una rincorsa lunga 24 anni

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Sono 24 anni che tutta l’Italia del volley aspetta la partita di oggi. Da quel maledetto quinto set perso di un punto a Barcellona ’92 contro l’Olanda di Olof Van der Meulen. Erano i quarti di finale e l’Italia di Julio Velasco era la squadra più forte del mondo. Dopo quella sconfitta l’allenatore argentino guardò i suoi ragazzi negli occhi e disse soltanto: “Ora voglio il quinto posto” e i suoi ragazzi giocarono le inutili partite che seguirono come fossero una finale. Non smarrirono un set e furono quinti.

Da quell’Olimpiade la squadra azzurra ne uscì, se possibile, ancora più forte. Tornò sul tetto del mondo due anni dopo, nella notte di Atene, distruggendo in finale la stessa Olanda che le aveva spezzato il sogno olimpico. L’ultimo set di quell’incontro finì 15-1 per l’Italia. Non si può aggiungere altro.

Finalmente giunse l’estate del ’96 e con essa le Olimpiadi di Atlanta. I ragazzi azzurri, capitanati da Andrea Gardini, erano considerati i favoriti e fino alla finale il percorso fu netto. Poi quella maledetta partita. Quell’ultimo attacco di Andrea Giani che si schianta sull’asticella e gli olandesi, ancora loro, che festeggiano mentre i nostri in lacrime si accasciano a bordo campo. Andrea Zorzi nel suo spettacolo teatrale, “La leggenda del pallavolista volante”, riassume perfettamente la sensazione di quei campioni che sapevano che non ci sarebbe più stata un’altra chance per conquistare l’oro olimpico. Zorzi dice: “Da Atlanta non si esce”.

Game over si pensa. La generazione dei fenomeni è al capolinea. Il grande Julio Velasco se ne va e lascia il posto al brasiliano Bebeto. L’Italia pare faticare a riprendersi. Ma arriva il mondiale in Giappone nel ’98. La pallavolo sta cambiando radicalmente ma quando è il momento di fare sul serio ecco di nuovo i fenomeni insegnare al mondo cos’è lo sport di squadra. Cos’è la pallavolo. Dopo aver annientato in una semifinale al cardiopalma il Brasile di Giba ecco gli azzurri scendere in campo per salire per la terza volta consecutiva sul gradino più alto del podio mondiale. Ed ecco Samuele Papi, che tra i fenomeni era il più giovane, chiudere quel sogno con un pallonetto millimetrico, perfetto dietro le mani del muro della Serbia. Ancora una volta i campioni siamo noi.

Bebeto da vincitore saluta il Bel Paese. È la volta di Andrea Anastasi, ex giocatore della nazionale di Velasco, raccogliere il pesante testimone e volare a Sydney alla conquista di quella medaglia che pare stregata. E la storia si ripete. La Serbia, sconfitta in finale ai mondiali due anni prima, strappa agli azzurri la possibilità di giocare per l’oro sconfiggendoli in semifinale. La finalina per il terzo quarto posto giocata contro l’Australia ha le sfumature del dramma. I giocatori italiani vincono senza problemi ma senza mai esultare. Sul podio Pasquale Gravina mette in tasca la medaglia di bronzo. “Non ero venuto qui per questo” dirà poi.

Inizia un periodo buio per la nostra pallavolo. I mondiali in Argentina nel 2002 sono un flop. Nello stesso anno però la Federazione Internazionale di volley proclama la squadra guidata da Julio Velasco la miglior nazionale del ventesimo secolo. E Lorenzo Bernardi giocatore del secolo. Sono i più grandi pur non avendo mai vinto l’oro olimpico. Chapeau.

Eppure la pallavolo italiana non si crogiola nei ricordi di un passato glorioso e grazie all’arrivo di Giampaolo Montali sulla panchina torna ad essere tra le grandi. Si parte per Atene 2004 con l’ossessione olimpica nei cuori, nelle teste di atleti, allenatori, addetti ai lavori, tifosi. L’Italia annienta la grande Russia con una semifinale perfetta, ma si scioglie contro un Brasile stellare in finale. Argento. Di nuovo.

Ma solo chi cade può risorgere diceva qualcuno e un anno dopo in un PalaEur tutto esaurito una giovane Italia conquista il titolo Europeo giocando una finale da antologia contro i giganti russi.

Montali resta commissario tecnico ma i risultati ai mondiali del 2006 in Giappone non sono quelli sperati. Gli azzurri si classificano soltanto quinti. La Federazione opta per il ritorno di Andrea Anastasi, ma nemmeno quest’ultimo riesce nel miracolo. Ai giochi olimpici di Pechino 2008 l’Italia rimane ai piedi del podio.

Dopo un pessimo mondiale giocato proprio a Roma dalla squadra azzurra ecco un nuovo CT, il quasi sconosciuto Mauro Berruto. A lui l’onore e l’onere di guidare i ragazzi fino a Londra 2012. L’Italia arriva ancora una volta in semifinale ma la tensione le paralizza le gambe e la testa. Il Brasile passeggia e distrugge gli azzurri con un 3-0 che non ammette repliche. La finale terzo-quarto posto è contro la Bulgaria e l’Italia si riscatta con una buona prestazione. Bronzo.

Con Berruto l’Italvolley è tornata sul podio ma sembra incapace di vincere. Alla vigilia di Rio 2016 l’allenatore torinese viene sostituito da Gianlorenzo Blengini, che dopo un bronzo europeo arriva nella capitale brasiliana con un gruppo giovane e affiatato.

La storia fino alla finale la conosciamo, il resto è da scrivere.

Ma su quel Taraflex accanto a Giannelli e Zaytsev, a Birarelli e Juantorena, a Lanza e Buti scenderanno tutti i fenomeni che hanno fatto grande la pallavolo italiana. Sugli spalti a tifare ci sarà anche Julio Velasco, mentore di Blengini, e fautore di quello che fu un vero miracolo sportivo.

Gli avversari saranno i padroni di casa del Brasile. Il palazzetto sarà il Maracanazinho – dove nel 1990 l’Italia vinse il suo primo titolo mondiale battendo Cuba in finale – con la sua torcida ad animare gli spalti.

Sono 24 anni che tutti aspettiamo questa partita.
Sono 24 anni che tutti sogniamo il finale che pare maledetto.
Sono 24 anni che l’Italvolley rincorre quell’oro.

Oggi è il giorno.

Chiara Gheza

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Olimpiadi

Rio 2016, diario: quando il tennis non c’è… Ubitennis che fa?

La seconda settimana dei Giochi Olimpici non prevede tennis, per cui l’attenzione si sposta sulle altre discipline. Diario semiserio dell’inviato di Ubitennis quando racchette e palline non ci sono più

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Alla fina dell’ultima giornata del torneo olimpico di tennis, l’inviato ubitennistico viene colto da una inevitabile malinconia, che assale puntualmente quando si sta per lasciare l’impianto per l’ultima volta. D’altro canto, per i precedenti nove giorni quella è stata quasi una casa, nel senso che ci si è passato molto più tempo che non nel luogo ufficialmente designato come temporanea dimora, ma tutte le cose belle prima o poi finiscono (per fortuna, in questo caso… non si può vivere a ritmi “olimpici” a tempo indeterminato), e ci si trova il lunedì mattina che il tennis si è spostato a Cincinnati e noi siamo ancora qui, con un’altra settimana di Olimpiadi davanti a noi.

Innanzitutto bisogna spiegare che il termine “mattina” usato sopra è da intendersi in maniera piuttosto… disinvolta, in quanto dopo più di una settimana in serio debito di sonno, è necessario prendersi un po’ di tempo per recuperare le energie ed occuparsi di alcuni dettagli organizzativi (leggi lavanderia, onde assicurarsi di avere abbastanza vestiti puliti per arrivare alla fine del viaggio).

In ogni modo, con la dovuta calma si parte con destinazione “alla Susanna Tamaro” (i.e. va’ dove ti porta il cuore) alla scoperta dei siti olimpici e degli sport ignoti. Ignoti a noi che tutto l’anno non facciamo l’altro che inseguire una pallina gialla in giro per il mondo, che siamo a nostro agio a parlare di Ostapenko e Kasatkina ma che quando ci si sposta su altri sport, come Alice nel paese delle meraviglie ci rendiamo conto di non essere più in Kansas. Oppure a Mason, Ohio, visto il periodo dell’anno…

Si parte dal Parco Olimpico, che è quelli più vicino alla nostra dimora designata di cui sopra, e consultando la utilissima applicazione di Rio 2016 ci accorgiamo che al Velodromo Olimpico ci sono le gare di ciclismo su pista. Mai visto prima il ciclismo su pista, dev’essere carino, andiamo a vedere.
Il Velodromo è sorprendentemente stracolmo, e altrettanto sorprendentemente quasi senza aria condizionata. Infatti la maggior parte dei trasporti pubblici e delle sale stampa qui a Rio sono mantenute ad una confortevole temperatura da maglione da potentissimi condizionatori, ai quali sono stati dati alcuni giorni di permesso a metà della settimana scorsa, quando l’inverno ha fatto la sua comparsa ufficiale e la temperatura è scesa sotto i 20 gradi, ma che in questo lunedì di notevole calura hanno ripreso a funzionare a pieno ritmo. Dappertutto tranne che nel velodromo.

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