Rio 2016, uomini: Murray e Nishikori vincono due match thriller. Nadal rimonta Bellucci e trova del Potro

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Rio 2016, uomini: Murray e Nishikori vincono due match thriller. Nadal rimonta Bellucci e trova del Potro

Murray domina il primo set ma poi ha un passaggio a vuoto nel secondo. Nel terzo set si ritrova sotto di un break, lo recupera e poi chiude al tie-break decisivo. Nadal dopo aver perso nettamente il primo set spegne Bellucci e il pubblico brasiliano. Il suo prossimo avversario è Juan Martin del Potro. Nishikori annulla tre match point a Monfils prima di chiudere 8-6 il tie-break del terzo

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[2] A. Murray b. [12] S. Johnson 6-0 4-6 7-6(2) (Manuel Calcaterra)

Il detentore del titolo olimpico Andy Murray torna in campo sotto il cielo di una Rio de Janeiro finalmente baciata dal sole, per difendere l’oro conquistato tra le mura di casa 4 anni fa a Londra. Lo scozzese, o sarebbe meglio il britannico per l’occasione, dopo aver “ringraziato” Fabio Fognini per l’epilogo dell’incontro di terzo turno disputato ieri, in cui l’italiano si è trovato avanti 3-0 nel terzo e decisivo set prima di crollare e lasciare il match al suo avversario, affronta ai quarti di finale l’americano Steve Johnson, numero 12 del tabellone olimpico, nonché giocatore di punta USA vista la decisione del connazionale John Isner di non partecipare ai Giochi.

 

E se il meteo di questo inverno brasiliano sembra più che mai incerto in questi giorni, poche sono invece le incertezze circa il probabile esito di questo incontro, in cui Murray parte ovviamente da favorito, pur affrontando un avversario che quest’anno è stato capace di raggiungere la 21° posizione della classica ATP, suo best ranking. Andy fa subito capire le sue intenzioni all’avversario: nel rispetto del pronostico di gara, infatti, mette la testa avanti già in avvio di partita, conquistando un doppio break e portandosi sul 5-0. Lo scozzese è ben concentrato, risponde aggressivo e profondo a un servizio di Johnson che, seppur solido secondo le statistiche (più dell’80% di prime in campo) non sembra creare alcun problema a Murray. E come se non bastasse, anche la fortuna scende in campo ad aiutare il vincitore di Wimbledon 2016; sullo 0-5 e 15-40, Andy colpisce con il suo dritto il nastro che, come nel frame di un famoso film di Woody Allen, fa scendere la pallina nella metà campo di un Johnson inerme, consegnando allo scozzese il primo set con il punteggio di 6-0 che lascia ben pochi commenti.

Il secondo set, invece, è da subito più combattuto. Murray, sorpreso forse dalla facilità con cui ha conquistato il primo parziale, si deconcentra e, commettendo un’ingenuità simile a quella commessa ieri contro Fabio Fognini, rimette in partita il suo avversario. L’americano non sembra, infatti, volersi arrendere così facilmente e sfrutta la perdita di efficacia del gioco di Murray, nonché gli errori gratuiti offerti dallo scozzese. Johnson, ormai in fiducia e forte di un break conquistato nel primo gioco del secondo set, non sbaglia più nulla e mantiene il vantaggio fino al 6-4 finale, con cui riporta il match in parità. La strada di Andy Murray verso una storica doppietta olimpica, cosa mai successa nel torneo di singolare maschile, diventa ora più complicata.

Il terzo e decisivo set scorre via senza particolari sussulti fino al 3 pari, con i due giocatori che portano a casa abbastanza agevolmente i loro turni di battuta, non concedendo palle break. In questa situazione di equilibrio, proprio nel momento in cui Murray sembra poter alzare l’asticella del livello di gioco, è Johnson a piazzare il primo allungo, che potrebbe consegnarli un’insperata semifinale olimpica: nel settimo gioco l’americano non spreca l’unica palla break concessagli e con un pallonetto millimetrico scavalca Murray portandosi sul 4-3. Andy, però, non è l’ultimo arrivato tra i campi da tennis che contano e, dopo essersi sfogato lanciando uno dei suoi ormai proverbiali urli contro il cielo, rimette subito le cose a posto, conquistando un importantissimo contro break. La tensione in campo sale esponenzialmente, con lo scozzese infastidito da una partita complicatasi inaspettatamente, anche per il merito di un avversario che sta esprimendo forse la sua miglior versione in carriera. Con una posta in palio cosi alta ci si aspetterebbe un crollo psicologico dal parte giocatore meno abituato a partite di questa importanza e, invece, l’americano Johnson, che fino ad oggi ha vinto solo un titolo 250, regge bene la tensione, scaricandola sul suo dritto che fa male e che gli permette di portare il set al tie-break, giusto epilogo di questo match. Murray a questo punto sa di non poter più concedere nulla, contro un avversario in piena trance agonistica: sul più bello, infatti, torna ad essere il giocatore quasi perfetto del primo set e con autorità si porta a casa tie-break, terzo set e match, regalandosi la semifinale olimpica. Onore a Johnson, ma ancora una volta a vincere è il giocatore più forte.

[4] K. Nishikori b. [6] G. Monfils 7-6(4) 4-6 7-6(6) (Emmanuel Marian)

Alla fine ha vinto Nishikori, al termine di una partita incredibile. Un incontro che il giapponese aveva sostanzialmente perso nonostante fosse stato molto vicino alla vittoria. Una semifinale poi conquistata grazie al colpo di reni decisivo nel tiebreak del terzo quando ormai non ci credeva più nemmeno lui. Il cosiddetto sport del Diavolo esprime ancora una volta la propria versione più sadica e imprevedibile, foriera di immensa gioia e contemporaneo atroce dolore. Chissà, forse è proprio questo il tennis più vicino allo spirito olimpico cui si possa aspirare.

Gli sfidanti sono entrati in campo esibendo le caratteristiche peculiari per cui sono riconosciuti. Monfils, dinoccolato e con il volto di chi è in procinto di rendere l’anima a ogni pausa del gioco, si è fin da subito dannato oltre il lecito nel rincorrere palline che erano chimere inafferrabili, surfando sul cemento per raccogliere generosi applausi dal pubblico e silenziosi rimbrotti dalle martoriate giunture. Nishikori è invece sceso nell’arena accompagnato da quella serenità un po’ malinconica che sovente esprime dagli occhietti vispi del samurai in missione. Impegnato non da oggi ad apportare interessanti variazioni al ping pong da fondo di cui è stimatissimo interprete, il giapponese si è reso protagonista di arditezze che nessuno sospettava potessero entrare a far parte del suo bagaglio tecnico. Monfils, sornione, ha invece optato per cucinare il menù che conosce meglio: piazzato cinque metri fuori dal campo, il francese ha iniziato da subito a remare, cogliendo consensi grazie a recuperi da antologia sulle frequenti smorzate che Nishikori operava vedendolo così lontano. Vittima dei consueti abbagli dal lato del dritto, il giocatore di Shimane ha lasciato che fosse l’avversario a scattare per primo dai blocchi e si è trovato a dover annullare una palla break nel primo game; una chance per il giocatore in risposta destinata a rimanere a lungo isolata. Nel decimo gioco, in modo del tutto inaspettato, è stato Nishikori ad approfittare di un piccolo calo in battuta del francese per andarsi a prendere tre palle break, di cui due consecutive. Vista la coincidente situazione di punteggio, tali occasioni avevano un certo qual peso: qualora trasformate, avrebbero spedito la testa di serie numero 4 avanti di un set. Con l’aiuto del servizio, del dritto e di un avversario un po’ sventato Monfils è riuscito a salvarsi, ma una volta issatosi al tie break è crollato sotto il peso insostenibile di quattro gratuiti letali.

Vinto al fotofinish il primo parziale e presto in vantaggio di un break nel secondo, la strada verso le medaglie del giocatore di Shimane è sembrata in discesa. Gael è stato però bravo a non disunirsi e a rimanere attaccato con i denti al secondo gioco, vinto dopo diciotto punti alla terza palla break. Con la partita ormai riaperta, il funambolo parigino si è reso protagonista dell’immancabile infortunio traumatico, numero attesissimo e sempre presente nelle sue esibizioni. Su un cambio di direzione La Monf ha perso gli appoggi ed è scivolato battendo in modo piuttosto violento il polso sinistro, per fortuna senza che rilevanti conseguenze emergessero dalla breve pausa necessaria ad assorbire la botta. Il numero 11 ATP è infatti riuscito a fare corsa di testa fino alla fine della frazione, ma quando sembrava che Nishikori potesse accompagnarlo con agio verso un altro “tredicesimo gioco” è successo l’imponderabile. Nel decimo game, avanti 40-0, il giapponese ha perso 5 punti consecutivi irretito dalle sensazionali difese di Monfils, e si è trovato costretto a un terzo set che fino a qualche minuto prima sembrava altamente improbabile.

Vittime di una più che naturale tensione, i giocatori non hanno potuto che mandare in scena un terzo set troppo lineare per poter essere anche divertente. Il contesto e la notevole posta in palio, peraltro, hanno garantito sull’interesse della contesa. Monfils, che venti minuti prima aveva un piede in doccia, è sembrato più fresco e propositivo nei momenti topici della frazione decisiva. Protagonista di alcune giocate da ovazioni a scena aperta tra lob, fulminanti vincenti con il dritto e passanti giocati da posizioni impossibili, il francese è via via riuscito a prendere il controllo emotivo dell’incontro, mentre Nishikori, incupito, è rimasto in un angolo ad attendere che la buriana passasse. La tempesta, purtroppo per il giapponese, è aumentata d’intensità nel tie break, quando un Gael accesissimo è volato sul quattro a zero a due centimetri dalle semifinali, ma l’ennesimo colpo di scena di una partita assurda era dietro l’angolo. Nishikori, ormai fuori dal torneo, è riuscito a giocarsi le poche carte rimastegli senza perdere la testa e ha recuperato un minibreak, non impedendo tuttavia al francese di giungere al triplo match point sul 6-3. Il numero 7 ATP ha annullato i primi due con il servizio, mentre sul terzo Monfils si è prodotto nel disastro dell’anno commettendo doppio fallo. In un amen l’inerzia cambiava proprietario e Nishikori, miracolato, si è portato a un punto dalla vittoria con uno strepitoso passante su cui il plastico tuffo del temerario francese non ha potuto nulla. Un attimo dopo, mano incredula tra i capelli, Kei ha alzato le braccia al cielo: domani sarà lui ad affrontare Andy Murray, anch’egli reduce da una maratona niente male.

[3] R. Nadal b. T. Bellucci 2-6 6-4 6-2 (da Rio, Vanni Gibertini)

Alla fine le emozioni delle Olimpiadi, l’essenza del tennis a cinque cerchi, sono arrivate anche a Rio. Ci è voluto un po’ prima che riuscissero a penetrare la pioggerellina uggiosa di questo venerdì di inverno brasiliano, ma come il sole ha alla fine prevalso sulle nubi, anche quelle vibrazioni che scaldano il cuore e ci fanno amare questo sport sono apparse sul centrale dell’Olympic Tennis Center di Barra da Tijuca.

Il beniamino locale Thomaz Bellucci, che già aveva regalato una bella sorpresa al terzo turno sconfiggendo il belga Goffin, è entrato in campo con la determinazione e la concentrazione di chi ha una missione da compiere, e quella missione si chiamava Nadal. Lo spagnolo, arrivato a Rio in condizione di salute precarie, aveva speso parecchio giovedì sera nella semifinale di doppio, vinta in coppia con il compagno/amico Marc Lopez contro i canadesi Nestor e Pospisil, ed al suo ingresso in campo era apparsa la brutta copia del giocatore visto durante i primi turni, oppure una riproduzione piuttosto fedele di quello osservato all’inizio della stagione: incerto, timoroso, difensivo, con i colpi che faticano a superare la linea di metà campo e che, sempre più liftati, si sistemano ad altezza ideale per chi vuol menare fendenti. Proprio come Bellucci, mancino anche lui come Nadal, che fa un ottimo lavoro nel cercare angoli con colpi più veloci e meno arrotati.

Il primo set vola via in poco più di mezz’ora: due break di Bellucci, trascinato da una folla non strabordante (ci sono parecchi posti vuoti sul centrale, soprattutto nei settori più alti) ma che non manca di coreografare una torcida come si deve, chiudono la pratica del primo set senza che Nadal possa abbozzare un minimo di reazione. Ma se c’è una cosa in cui lo spagnolo è maestro è prendere tempo: non si fa minimamente coinvolgere dal bailamme intorno a lui, limitandosi a qualche scambio con il giudice di sedia Jake Garner quando le escandescenze diventano troppo rumorose, ed ignora a dovere Bellucci che prende posto in campo ben prima che venga chiamato “time” dopo il cambio di campo.

L’attesa per “la risacca”, ovvero il ritorno dell’acqua dopo una mareggiata a ristabilire la situazione di equilibrio universale, arriva nel terzo quarto game del secondo set, quando un paio di errori di Bellucci fanno vedere uno spiraglio a Nadal, che poi con un bel contropallonetto su un corpo a corpo ravvicinato a rete si conquista tre palle break sullo 0-40. Le tre palle break se ne vanno una dopo l’altra, ma un diritto fuori di Bellucci ed un successivo puntuale passante di rovescio dell’iberico danno al campione olimpico di Pechino 2008 il primo break di vantaggio del match.

Lo spagnolo avanza nel campo appena può ed “appiattisce” i colpi per far più male, ma non è più il cecchino dei tempi d’oro ed i risultati sono a corrente alternata. La morsa di Bellucci non è però così feroce come nel primo set, e questo basta a Rafa per tenere i servizi fino al 5-2. Ma la torcida verdeoro non concede tregua a nessuno, nemmeno ai propri beniamini: costretti a riscaldare ancor di più l’ambiente dalle temperature piuttosto mite da maglioncino, il pubblico carioca chiede un altro sforzo a Bellucci, che prontamente risponde: quando Nadal serve per il set, la pressione di Thomaz da fondo ritorna quella del primo set, i fendenti sbattono lo spagnolo da una parte e dall’altra e si arriva sullo 0-40. Una volée di rovescio larga cancella la prima palla break, un altro gratuito da fondo cancella la seconda, ma sulla terza il vincente arriva, e la situazione dei break torna in parità. La fiammata però è di breve durata, perché tre gratuiti di Bellucci subito dopo concedono a Nadal due set point sul 15-40: il reporter spagnolo di fianco a noi sfodera un gancio celebrativo quando Rafa mette a segno un passante di diritto incrociato in corsa per chiudere il parziale, e dopo 76 minuti di battaglia si va al set decisivo.
La doccia fredda del secondo set perduto smorza un po’ gli entusiasmi del pubblico, che, normalmente molto propenso alla danza, non si fa trascinare dalle note di “Gangnam Style” di PSY durante la sosta prima del terzo parziale.

Il primo a scattare nel set decisivo è Nadal, che dopo essersi fatto rifasciare il piede sinistro durante il cambio di campo sul 2-1 strappa la battuta a zero a Bellucci, consolidando poi il break nonostante uno 0-30 iniziale nel game successivo. Gli spunti del brasiliano sono sempre più sporadici, Nadal non è impeccabile ma è solido quanto basta per tenere saldamente il controllo della sua battuta e poi chiudere con un altro break per il 6-2 in 2 ore e 1 minuto.

Il tributo della folla a Bellucci che esce dal campo è di quelli da pelle d’oca, forse troppo breve perché il brasiliano esce in fretta per non farsi sopraffare dall’emozione. Il risultato non è stato positivo, ma questo match forse non lo dimenticherà tanto presto. E non solo lui.

J.M. del Potro b. [10] R. Bautista Agut 7-5 7-6(4) (Bruno Apicella)

Era il mese di aprile scorso quando Juan Martin del Potro rientrava nel torneo ATP di Delray Beach e confessava di aver pensato, nel lungo stop che l’ha tenuto lontano dai campi per quasi due anni, più volte al ritiro. E, ora, quattro mesi dopo potrà giocarsi il podio del torneo olimpico di Rio de Janeiro. È stato l’argentino ad alzare prima le braccia al cielo e poi a scoppiare in un pianto liberatorio dopo aver battuto lo spagnolo Roberto Bautista Agut e conquistato la semifinale del torneo olimpico, dove affronterà Rafael Nadal. Sono servite due ore al gigante buono di Tindal per domare la resistenza dello spagnolo numero 17 del mondo; un risultato importante che gli permette di avanzare alle fasi finali  del torneo in cui ha estromesso al primo turno il numero uno al mondo Novak Djokovic. È stato il campione degli Us Open 2009 a partire subito forte e a sfruttare gli errori di un Bautista Agut troppo teso e falloso ad inizio match. Del Potro ha iniziato a difendersi con il “suo nuovo” rovescio e soprattutto ha spinto con il suo colpo migliore: il dritto.

Il dritto di Delpo è stato devastante e gli ha permesso di comandare gli scambi, aprirsi il campo e chiudere il punto con l’argentino che ha ottenuto un doppio break di vantaggio ed è salito 3 a 0. DelPo è stato solido da fondo ma ha avuto qualche incertezza in più al servizio, infatti, lo spagnolo ha conquistato in risposta il suo primo game del match e ha poi tenuto il suo turno di battuta pur restando indietro nel punteggio. Quando, però, l’argentino ha servito per chiudere il primo parziale ha commesso qualche errore di troppo e il numero 17 del ranking ATP è riuscito a difendersi e a  posizionare i piedi nel campo conquistando la prima palla break del game: con un passante di rovescio lungolinea l’argentino ha annullato la prima, ma alla seconda ha ceduto il game con un doppio fallo. Il campione di Flushing Meadows ha alzato il livello del suo gioco in risposta con Bautista che non è riuscito a concretizzare quattro palle per il game, mentre l’argentino ha chiuso alla seconda palla break e ha poi chiuso il set per 7 a 5.

Nel secondo parziale è stato un break in favore della medaglia di bronzo di Londra 2012 ad aprire il set: delPo non ha mollato un 15 tornando a macinare gioco e vincenti. Non è un caso, infatti, che sia stato proprio un dritto vincente lungolinea a dargli il game. Lo spagnolo ha avuto il merito di non mollare provando a variare il gioco, continuando a stuzzicare il rovescio dell’avversario e chiamandolo, quando possibile, a rete. Bautista ha riportato la parità nel set e per la prima volta nel corso dell’intero match si è trovato a condurre nel punteggio per 3 giochi a 2.

Entrambi i giocatori hanno tenuto i loro game di battuta anche se nel nono game è stato l’argentino a costruirsi i punti in risposta e a procurarsi  palle per il break che, però, non ha concretizzato. Bautista è stato bravo ad allungare gli scambi, a dimostrarsi molto solido da fondo e questo gli ha consentito di garantirsi il tie break. L’incontro è stato così deciso dal tie break con delPo che è partito subito forte strappando un minibreak, servendo un ace e trovando un dritto vincente prima di portarsi 4 punti a 0. Bautista è riuscito a risalire sul 4-4 provocando gli errori dell’argentino che subito dopo con un bellissimo dritto incrociato ha lasciato immobile lo spagnolo prendendosi il punto del 5 a 4; delPo con i due servizi successivi a disposizione ha chiuso l’incontro. Regalandosi così la possibilità di continuare a sognare.

Risultati:

[2] A. Murray b. [12] S. Johnson 6-0 4-6 7-6(2)
[3] R. Nadal b. T. Bellucci 2-6 6-4 6-2
[4] K. Nishikori b. [6] G. Monfils 7-6(4) 4-6 7-6(6)
J.M. del Potro b. [10] R. Bautista Agut 7-5 7-6(4)

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Ubi Radio Olimpiadi – Dodicesima giornata di Tokyo 2020: la debacle delle squadre

Lo straordinario oro nell’inseguimento di ciclismo su pista rende meno amaro il peggior risultato negli sport di squadra da Monaco ’72

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Filippo Ganna e la squadra di inseguimento ha vinto una splendida medaglia d’oro nell ciclismo su pista, con una rimonta spettacolare nell’ultimo chilometro contro i campioni del mondo in carica della Danimarca.
Giornata da dimenticare per gli sport di squadra italiani: brutta sconfitta per la nazionale di pallavolo femminile, fermata 3-0 con la Serbia e autrice di una prova incerta e opaca. Sconfitto anche il settebello di pallanuoto, sempre dalla Serbia, non lasciando più nessuna squadra italiana in gara dopo i quarti di finale: non accadeva da Monaco ’72.
Le speranze sono ora concentrate sulla 10 chilometri di nuoto con Gregorio Paltrinieri, Elia Viviani nell’Omnium del ciclismo su pista e nella staffetta 4×100 metri di atletica nella quale corrono il neo campione Marcell Jacobs e la promessa Filippo Tortu.

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Flash

Olimpiadi, le medaglie vinte nel tennis da Seoul 1988 a Tokyo. Quali sono state le edizioni migliori?

Gli Stati Uniti rimangono nettamente primi nonostante le zero medaglie conquistate a Tokyo, mentre un’edizione svetta su tutte le altre a livello qualitativo

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Il podio delle Olimpiadi di Tokyo 2020_ Khachanov, Zverev e Carreno Busta (via Twitter, @ITFTennis)

L’oro di Sascha Zverev nel singolare maschile e la doppietta del Comitato Olimpico Russo nel doppio misto hanno sancito la conclusione delle Olimpiadi di Tokyo 2020 in salsa tennistica. Questo il computo finale delle medaglie:

  • ROC: un oro (Pavlyuchenkova-Rublev, doppio misto) e due argenti (Khachanov, singolare maschile – Vesnina-Karatsev, doppio misto)
  • Croazia: un oro e un argento (Metkic/Pavic e Cilic/Dodig, doppio maschile)
  • Repubblica Ceca: un oro (Krejcikova/Siniakova, doppio femminile) e un argento (Vondrousova, singolare femminile)
  • Svizzera: un oro (Bencic, singolare femminile) e un argento (Bencic/Golubic, doppio femminile)
  • Germania: un oro (Zverev, singolare maschile)
  • Australia: un bronzo (Barty-Peers, doppio misto)
  • Brasile: un bronzo (Pigossi/Stefani, doppio femminile)
  • Nuova Zelanda: un bronzo (Daniell/Venus, doppio maschile)
  • Spagna: un bronzo (Carreno Busta, singolare maschile)
  • Ucraina: un bronzo (Svitolina, singolare femminile)
Belinda Bencic – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Di seguito invece il computo storico degli allori vinti da Seoul 1988 ad oggi (ricordiamo che si giocò anche a Los Angeles nel 1984, ma in vesti puramente dimostrative). C’è un paese che fa chiaramente la voce grossa e si tratta degli Stati Uniti, che come vedremo comanda anche le classifiche di tutte le rispettive discipline meno che una. L’Italia, come purtroppo sappiamo, non c’è.  

Vediamo nel dettaglio la distribuzione specialità per specialità, partendo dal singolare maschile. Qui c’è davanti il Regno Unito, anche se sarebbe più opportuno dire Andy Murray, vincitore di due medaglie d’oro (ne ha anche una d’argento in doppio misto).

 

Questo il singolare femminile. Le nove medaglie d’oro sono state assegnate soltanto a sei paesi differenti, per via della voce grossa fatta dagli Stati Uniti (con Serena, Venus, Davenport e Capriati).

Il doppio maschile:

Il doppio femminile, con il clamoroso dominio degli Stati Uniti capaci di aggiudicarsi sei medaglie d’oro su nove, tre delle quali con Serena e Venus in coppia.

E infine il doppio misto, reintrodotto a Londra 2012:

QUALI SONO STATE LE EDIZIONI PIÙ COMPETITIVE DEL SINGOLARE OLIMPICO?

Non è un segreto che il ruolo del tennis alle Olimpiadi sia sempre stato controverso, trattandosi di uno sport con un calendario molto fitto, costantemente sotto i riflettori e votato all’iper-professionismo; per questo motivo, non tutte le edizioni hanno avuto un campo di partecipanti di altissimo livello. Siamo quindi andati a vedere il ranking dei semifinalisti e dei quartofinalisti al tempo di ogni singola competizione. Ovviamente non si tratta di un sistema perfetto, ben lungi: sono infatti molti i casi di giocatori che hanno fatto bene alle Olimpiadi prima di esplodere in termini di classifica (Federer a Melbourne, Berdych ad Atene, Li a Pechino) o durante momenti complicati (Bruguera ad Atlanta, Clijsters a Londra, e soprattutto Del Potro a Rio, in quel momento N.145 ATP ma N.38 a fine anno e N.3 due anni dopo). Allo stesso tempo, però, si possono trarre alcune indicazioni, pur con le considerazioni del caso.

In campo maschile, le tre edizioni in cui il ranking dei semifinalisti è stato più alto sono state Londra 2012 (3,75), Pechino 2008 (7) e Seoul 1988 (10), con Tokyo 2020 poco dietro a quota 10,5. Londra domina anche a livello di quarti di finale (7,625), seguita da Pechino (18,5) e Tokyo (26,125). In campo femminile i ranking erano disponibili solo a partire da Atene 2004, seconda miglior edizione per la qualità delle semifinaliste alle spalle di… Londra 2012, sempre lei (3,75 per quest’ultima, 7,5 per l’edizione greca); la situazione si ripropone guardando ai quarti di finali, con Pechino terza a poca distanza. A livello WTA Tokyo 2020 ha invece accusato la media più bassa in entrambe le categorie in virtù dei numerosi upset avvenuti nei primi turni, da Barty a Osaka, da Sabalenka a Swiatek.

TORNEI MASCHILI – RANKING MEDIO

Di seguito i dati completi del maschile, con l’ultimo ranking pre-torneo fra parentesi:

1988: Mecir (12)-Mayotte (10)-Edberg (3)-Gilbert (15)-Cané (101)-Schapers (44)-Jaite (29)-Steeb (82).
Media semifinalisti=10; media quarti=37

1992: Rosset (44)-Arrese (30)-Ivanisevic (4)-Cherkasov (26)-Lavalle (84)-Oncins (53)-Santoro (37)-E. Sanchez (25).
Media semifinalisti=26; media quarti=37.875

1996: Agassi (6)-Bruguera (67)-Paes (126)-Meligeni (93)-Ferreira (11)-Furlan (26)-Washington (13)-Olhovskiy (101).
Media semifinalist=73; media quarti=55.375

2000: Kafelnikov (8)-Haas (48)-Di Pasquale (62)-Federer (36)-Kuerten (3)-Ferrero (12)-Mirnyi (53)-Alami (34).
Media semifinalisti=38.5; media quarti=32

2004: Massù (14)-Fish (22)-Gonzalez (20)-Dent (29)-Berdych (74)-Moyà (4)-Youzhny (42)-Grosjean (12).
Media semifinalisti=21.25; media quarti=27.125

2008: Nadal (2)-Gonzalez (15)-Djokovic (3)-Blake (8)-Federer (1)-Mathieu (27)-Monfils (42)-Melzer (50).
Media semifinalisti=7; media quarti=18.5

2012: Murray (4)-Federer (1)-Del Potro (8)-Djokovic (2)-Isner (10)-Nishikori (18)-Almagro (12)-Tsonga (6).
Media semifinalisti=3.75; media quarti=7.625

2016: Murray (2)-Del Potro (145)-Nishikori (6)-Nadal (5)-Bautista Agut (16)-Bellucci (55)-Monfils (11)-Johnson (22).
Media semifinalisti=39.5; media quarti=32.75

Juan Martin del Potro, Andy Murray e Kei Nishikori – Il podio delle Olimpiadi di Rio 2016 (foto Ray Giubilo)

2020: Zverev (5)-Khachanov (25)-Carreno Busta (11)-Djokovic (1)-Nishikori (69)-Humbert (28)-Chardy (68)-Medvedev (2).
Media semifinalisti=10.5; media quarti=26.125

TORNEI FEMMINILI- RANKING MEDIO

2004: Henin (1)-Mauresmo (2)-Molik (24)-Myskina (3)-Pierce (28)-Schiavone (17)-Kuznetsova (10)-Sugiyama (14).
Media semifinaliste=7.5; media quarti=12.375

2008: Dementieva (6)-Safina (7)-Zvonareva (11)-Li (43)-Jankovic (2)-Bammer (33)-S. Williams (5)-V. Williams (8).
Media semifinaliste= 16.75; media quarti=14.375

2012: S. Williams (4)-Sharapova (3)-Azarenka (1)-Kirilenko (15)-Kerber (7)-Wozniacki (8)-Clijsters (36)-Kvitova (6).
Media semifinaliste=5.75; media quarti=10

2016: Puig (37)-Kerber (2)-Kvitova (14)-Keys (9)-Konta (13)-Kasatkina (27)-Svitolina (20)-Siegemund (33).
Media semifinaliste=15.5; media quarti=18.125

2020: Bencic (12)-Vondrousova (41)-Svitolina (6)-Rybakina (20)-Muguruza (9)-Giorgi (58)-Pavlyuchenkova (18)-Badosa (29).
Media semifinaliste=19.75; media quarti=24.125

Curiosamente, alcune edizioni hanno avuto una media più alta ai quarti che in semifinale: Atlanta 1996, Sydney 2000 e Rio 2016 nel maschile, Pechino 2008 nel femminile. Dando un’occhiata più generale, si possono trarre tre conclusioni: la prima è che Londra 2012 è stata di gran lunga la miglior edizione delle Olimpiadi tennistiche, giocate a Wimbledon subito dopo Wimbledon, una condizione perfetta per i giocatori sia a livello mitografico che a livello di preparazione che a livello di scheduling (questo fa ben sperare in chiave Parigi 2024, che si disputerà al Roland Garros); la seconda è che generalmente le migliori del circuito WTA tendono a fare meglio alle Olimpiadi delle loro controparti ATP (con la possibile eccezione della corrente edizione).

La terza è che nonostante qualche forfait di troppo a Tokyo (soprattutto nel maschile), questa edizione non sia stata inferiore alla media degli altri tornei iridati, anzi. Si potrebbe forse muovere qualche critica alla qualità del gioco espresso, ma questa non sembra essere una colpa dei giocatori, quasi sempre pronti a lasciare tutto sul campo seppur sottoposti a condizioni proibitive per quasi tutta la settimana.       

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Olimpiadi

L’Italia di Jacobs e Tamberi sogna col tennis. La Cechia di Krejcikova con le tenniste, ma Drobny era un’altra cosa

Lo strano fenomeno di un Paese che ha avuto il doppio degli Slam winner rispetto all’Italia, 9 vs 4, e 41 Slam contro 5. Ma brilla solo al femminile e ha un solo top-100 fra i maschi

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Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @Coninews)

Mi rendo conto che nel giorno successivo a quello in cui l’Italia conquista due medaglie d’oro nelle discipline d’atletica più naturali che ci possano essere, la corsa e il salto, e questo può essere forse considerato il giorno più bello dello sport italiano, tutto il resta passa in seconda linea. Figurarsi il tennis. Già a Londra, quando si erano giocate due finali a Wimbledon e a Wembley, era stata una giornata fantastica, sebbene non si potesse chiedere a Matteo Berrettini di battere quel Djokovic che non era davvero quello visto contro Zverev a Tokyo.

Si tratta di un doppio trionfo senza precedenti, nei 100 metri e nel salto in alto, davvero da leggenda grazie a Marcell Jacobs e a Gianmarco Tamberi, anche se ricordo bene – sebbene bambinetto di 10 anni – mio padre emozionato fino alle lacrime nel vedere davanti alla TV (che mi pare fosse ancora in bianco e nero) Livio Berruti con quegli occhialetti da studente modello, vincere i 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma (1960) precedendo per la prima volta tutti gli sprinter di colore che sembravano invincibili.

Vent’anni dopo avevo già quasi 30 anni quando Pietro Mennea vinse di nuovo i 200 metri e Sara Simeoni saltò più in alto di tutte le altre ragazze ai Giochi di Mosca, ma non ricordo invece che quella “doppietta” possa essere arrivata nell’arco di un quarto d’ora come è successo questa volta, con Tamberi avvolto in una bandiera italiana ancora sulla pista per un abbraccio storico, fantastico, commovente a Jacobs.

 

Non amo in genere le dichiarazioni dei dirigenti quando devono fare discorsi celebrativi, ma quanto ha detto d’istinto Giovanni Malagò, presidente del CONI (“E’ una giornata storica perché l’Italia può dire di avere l’uomo più veloce del mondo e l’uomo che salta più in alto nel mondo!”) l’ho trovato efficacissimo, un piccolo capolavoro di sintesi.

Con Vanni Gibertini ogni sera abbiamo registrato un podcast, Ubi Radio, che riassumesse un po’ il dietro le quinte dell’Olimpiade, la situazione del medagliere azzurro raccontando medaglia per medaglia i successi dello sport azzurro nelle varie discipline, e le vicende del torneo di tennis. Il torneo è finito, ma Ubi Radio continuerà ad andare on line e sembra, a giudicare dai numerosi contatti, che piaccia abbastanza. Qualcuno avrà anche avuto modo di ascoltare i nostri interventi su Radio Sportiva con Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man”, che ha seguito almeno dieci sport intervistando un medagliato dopo l’altro. Anche quelli continueranno fino a fine Olimpiade e saranno dai sei agli otto interventi al giorno da Tokyo.

In queste “gloriose” circostanze, con anche l’altra disciplina regina delle Olimpiadi a fianco dell’atletica, il nuoto, che ha colto sei medaglie azzurre record – anche se a Sydney 3 furono d’oro – scrivere di tennis, dunque, e nemmeno di tennis italiano a conclusione del torneo olimpico che ci ha visto purtroppo ancora una volta a digiuno di medaglie, un po’ mi imbarazza.

Ma credo che Ubitennis abbia il dovere di rispettare i suoi lettori, appassionati di uno sport che comunque quest’anno ci ha dato soddisfazioni cui non eravamo abituati, seppure non a Tokyo. Cioè laddove abbiamo visto vincere il doppio maschile alla formazione croata n.1 del mondo, Mektic e Pavic, che però era stata a pochi punti dalla sconfitta con il nostro improvvisato Sonego-Musetti. E abbiamo visto approdare alla finale del singolare maschile con un pizzico di rimpianto un tennista, il russo Karen Khachanov, più volte battuto dai nostri Sinner e Berrettini.

Jacobs, che ha corso in 9,80 diventando l’erede di un certo Usain Bolt che a Rio aveva vinto in 9,81, non era il favorito dei 100, anche se un vero favorito non c’era. Idem Tamberi. Per questo mi piace pensare che se i due nostri migliori tennisti fossero stati presenti, Berrettini e Sinner, forse qualche bella soddisfazione avremmo potuto togliercela anche nel nostro sport della racchetta. Magari stasera le medaglie azzurre avrebbero potuto essere 30 anziché 29 (diamo già per certa quella della vela, che ancora deve arrivare ma non è in discussione), perché anche un doppio Berrettini-Fognini avrebbe potuto fare molta strada. Pazienza.

Mentre nei prossimi giorni – se gli altri sport non mi distrarranno troppo… e per esempio Italia-Stati Uniti di pallavolo femminile stamattina alla vostra alba mi intrigava parecchio perché volevo capire se davvero le azzurre sono da podio come tanti profetizzano – mi sembrerebbe giusto soffermarmi sui meriti di Sascha Zverev che ha dominato la finale in modo schiacciante, e aveva dominato con notevole personalità anche Djokovic in semifinale dal 2-3 del secondo set in poi, oggi vorrei dedicare qualche riga frettolosa al tennis ceco che mi pare attraversi un periodo particolare. Benissimo le donne, malissimo gli uomini. Proprio come è successo anche al tennis italiano per un lungo periodo.

L’oro conquistato dalle favorite Siniakova-Krejcikova nel doppio donne è una conferma del loro status di numero uno del mondo, ma anche di un periodo in cui il tennis femminile ceco si mantiene all‘altezza delle sue migliori tradizioni, dai tempi almeno di Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Petra Kvitova e una Pliskova che è stata n.1 del mondo ma non ha mai vinto uno Slam pur avendo disputato un paio di finali Major, ci sono almeno sei o sette tenniste ceche costantemente fra le prime 100, fra cui magari una Krejcikova capace di vincere uno Slam a anche in singolare.

Però, così come per il tennis italiano, abbiamo visto che c’è stata l’epoca in cui i buoni risultati arrivavano soltanto dalle ragazze, così anche il tennis ceco attraversa un momento piuttosto strano. I cechi, dacché hanno perso Berdych che è stato a lungo un top ten, e si è arreso all’anagrafe anche Stépanek, non hanno praticamente più tennisti fra i top 100 salvo Vesely.

Il tennis italiano negli anni Ottanta, conclusa la golden era di Panatta, ha goduto dapprima dei risultati di Reggi e Cecchini, arrivate a n.13 e n.15 del mondo. A cavallo del terzo millennio Silvia Farina si fermò a n.11 del mondo, chissà con quanti rimpianti per lei non poter dire di essere stata una top ten anche se si tratta di una distinzione piuttosto ridicola. Poi, dal 2010 in avanti con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, i nostri uomini non reggevano il confronto.

Adesso il tennis ceco sembra vivere una situazione analoga. La Repubblica Ceca ha sempre avuto grandi giocatori, anche se con tendenza a rifugiarsi all’estero. Il primo di grande fama, fu Jaroslav Drobny, campione a Parigi nel ’51 e nel ’52 e a Wimbledon nel 1954 – quando batté Rosewall e aveva 36 anni – e tre volte a Roma, in mezzo a 147 tornei! Mi pare di ricordare che Drobny, che non sopportava il regime comunista che pretendeva da lui un visto per ogni trasferta per ciascun torneo, fu prima apolide e poi prese passaporto egiziano nel ’49, dieci anni primi di prendere quello britannico. Ha vissuto fino alla morte (2001) a Londra, ma era stato a lungo anche in Italia, dove allenò per un periodo anche la nazionale italiana di Pietrangeli e Sirola.

Ma i campioni Slam cechi sono stati più del doppio dei nostri azzurri, che sono solo quattro, Pietrangeli, Panatta, Schiavone e Pennetta. E cioè, Drobny, Lendl, Kodes, Korda, Navratilova, Mandlikova, Novotna, Kvitova, Krejcikova. Quattro più quattro. Con una sostanziale differenza. Gli Italiani hanno vinto in tutto cinque Slam – 2 Pietrangeli, uno gli altri. I cechi ne hanno vinti ben 41: Lendl ha vinto 8 Slam, Kodes 3, Drobny 3 (più 5 finali perse), Navratilova 18 (di cui 9 a Wimbledon), Mandlikova 4, Kvitova 2, Novotna, Korda e Krejcikova 1. Questi risultati ripetuti negli anni hanno costruito una tradizione tale che oggi è ancora più sorprendente che il tennis maschile sia ridotto al solo Vesely a livello di top 100.

I lettori di Ubitennis sanno probabilmente moltissimo di tutti questi giocatori, salvo forse di Jaroslav Drobny, sebbene quel mancino dotato di grandissima classe, e costretto a giocare con gli occhiali e lenti molto spesse a seguito di un incidente patito mentre giocava a hockey – era “centrale” nella nazionale di hockey su ghiaccio che vinse la medaglia d’oro ai mondiali del 1947 e l’argento ai Giochi Olimpici invernali del ’48 a St. Moritz quando marcò 8 gol in 9 partite – avesse vinto tre volte gli Interrnazionali d’Italia (’50, ’51 e ’53).

Mio padre lo aveva visto giocare ed era rimasto impressionato dal suo tocco di palla e dalle sue doti strategiche. Mancino, dotato di un servizio più che discreto per i suoi tempi, giocava la smorzata con il rovescio a una mano che sorprendeva regolarmente gli avversari, ma soprattutto era stato uno dei primi tennisti che dimostrava di aver studiato le geometrie del tennis – a quanto mi ha riferito mio padre – perché nel giocare la smorzata la seguiva costantemente a rete, in modo da tagliare l’angolo alla eventuale ripresa dell’avversario.

Un poco come Ivan Lendl più tardi, anche Drobny perse ben quattro finali Slam (tre delle quali al quinto set) prima di vincerne una, quando ormai aveva compiuto i 30 anni. Avrebbe dovuto vincere quella contro Marcel Bernard a Parigi nel ’46, visto che era due set avanti: 3-6, 2-6, 6-1, 6-4, 6-3. Nella finale di Wimbledon del ’49 perse dall’americano Ted Schroeder (il tennista che ha vinto Wimbledon perdendo otto set, più di chiunque altro!): 3-6, 6-0, 6-3, 4-6, 6-4. E al Roland Garros 1950 contro un altro americano, Budge Patty, Drobny perse 6-1, 6-2, 3-6, 5-7, 7-5. Quella del ’48, sempre a Parigi e sempre contro un americano, Frank Parker, Drobny l’aveva perso in 4 set:  6-4, 7-5, 5-7, 8-6. Ma di finali di Slam Drobny ne ha giocate 13 fra singolo, doppio e misto. Fu finalmente nel ’50 al Roland Garros, contro il sudafricano Eric Sturgess, che Drobny riuscì finalmente a sfatare il tabù degli Slam persi, forse perché vinse molto facilmente con un triplice 6-3, per poi ripetersi l’anno successivo contro il grande campione australiano Frank Sedgman: 6-4, 7-5, 5-7, 8-6.

Jaroslav Drobny – Wimbledon 1953

Dopo le due vittorie in terra di Francia ecco finalmente quella sull’erba di Wimbledon contro il diciannovenne Ken Rosewall nel ’54, 20 anni prima che Muscle Ken giocasse la sua quarta, tutte perse, contro un Jimmy Connors che non ebbe pietà dei suoi 39 anni. Drobny, come accennato, aveva 36 anni e vinse 13-11, 4-6, 6-2, 9-7. Quei 58 game rimasero la finale più lunga fino a metà anni 70 e Jaroslav fu il primo mancino a vincere a Wimbledon dai tempi dell’australiano Norman Brookes che aveva vinto nel 1914 (e le cui foto, a decine, ho potuto ammirare nell’elegantissimo club di South Yarra Tennis Club a Melbourne tre anni fa quando fui invitato a un pranzo e riuscii a farmi fare una fotografia fra Ken Rosewall e Frank Sedgman, i cui segnaposti nel grande tabellone precedevano e seguivano in ordine alfabetico quello di un certo Ubaldo Scanagatta, tennista indegno al cospetto di quei due Grand Slam winners).

Si dice che Jaroslav Drobny, con Billie Jean King e Martina Navratilova, sarebbe l’unico tennista “occhialuto” ad aver vinto Wimbledon. Io ricordo di aver visto anche Arthur Ashe indossare gli occhiali, però può essere che nel ’75 quando battè Connors in 4 set – al mio secondo Wimbledon – Arthur avesse già le lenti a contatto. Dovrei riguardare un filmato dell’epoca per sincerarmene.

Tornando a Drobny, ricordo che Alison Danzig, uno dei giornalisti del New York Times che scrissero per primi che chi avesse vinto i quattro Majors nello stesso anno avrebbe realizzato il Grande Slam, che è quanto si dice nel bridge se uno vince tutte le tredici mani, scrisse di lui: “Nessun atleta ceco, salvo forse Emil Zatopek – l’uomo chiamato cavallo! – ha reso maggior onore al proprio Paese di Jaroslav Drobny!”.

La storia del tennis, in ogni Paese, vive di cicli, positivi e negativi. Per l’Italia ora sembra che tutto fili per il verso giusto per il tennis maschile, e nulla per quello femminile. Per la Cechia è l’opposto. Basta aspettare un po’. Le tradizioni non si smentiscono mai, anche se ci vuole tempo.

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