Come stanno andando gli under 21? Parte III

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Come stanno andando gli under 21? Parte III

Terzo episodio della panoramica sugli Under 21: Nick Kyrgios a caccia di Pokèmon e allenatore, Alexander Zverev non è un robot. Borna Coric eroe di Coppa Davis, Kyle Edmund splende a New York

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Come stanno andando gli Under 21? Parte I

Come stanno andando gli Under 21? Parte II

Mentre i potenti del tennis pensano a dar loro una mano con un masterino di fine anno che si potrebbe svolgere a Milano (più probabilmente dal 2017), gli Under 21 anche quest’estate hanno sgomitato contro avversari ben più navigati di loro. Qualcuno ha brillato e potrà guardare con fiducia ad un finale di stagione più tranquillo ma, allo stesso tempo, ricco di opportunità in piccoli tornei tra l’Asia e le arene del vecchio continente. Altri hanno raccolto poco e vedono le loro chance di fare l’exploit assottigliarsi sempre di più.

 

Nick Kyrgios

L’estate nordamericana del 21enne di Canberra si è aperta con la pessima sconfitta al primo turno del Masters 1000 di Toronto contro il promettentissimo 17enne canadese Denis Shapovalov. Il suo tennis è tornato però immediatamente al livello delle sue qualità di cacciatore di Pokèmon la settimana successiva ad Atlanta dove, anche sfruttando un tabellone condizionato dalla compresenza con i Giochi Olimpici, ha conquistato il suo secondo titolo a livello ATP. A Cincinnati Kyrgios è però uscito sconfitto al tiebreak del terzo set dalla battaglia di secondo turno con un Coric versione deluxe. A Flushing Meadows ci si è messa la cattiva sorte a fermarlo. L’esuberante aussie si è infatti ritirato al terzo turno contro l’ucraino Ilya Marchenko per un problema all’anca. Si è chiuso così un anno molto deludente per lui negli Slam, senza alcun quarto di finale. Quantomeno Kyrgios ha recuperato prontamente dall’infortunio e ha fatto il suo dovere in Davis contro la Slovacchia. Nell’ultima parte di stagione avrà pochi punti da difendere e dunque potrebbe ancora migliorare la sua 15esima posizione, che, quantomeno lo esenta da sorteggi pericolosi nei primi turno dei Major. Ma la testa è già a Melbourne e, finalmente, pare anche alla ricerca di un allenatore.

Alexander Zverev

La crescita impetuosa del tedesco, n.27 del ranking ATP, ha subìto una brusca battuta d’arresto in questi mesi. Dopo un inizio incoraggiante con la semifinale a Washington, Sasha è uscito immediatamente nel Master 1000 canadese, eliminato in due set dal veterano di Taipei Yen Hsun Lu. Forse su consiglio di papà Alexander sr., Zverev si è preso una pausa per tirare il fiato nella sua prima vera stagione a tempo pieno sul tour maggiore (vale la pena ricordarlo), sacrificando come molti altri suoi colleghi le Olimpiadi di Rio. Il break non ha tuttavia dato i frutti sperati e a Cincinnati il classe 1997 nato ad Amburgo ha rimediato probabilmente la sua peggior sconfitta stagionale contro il giapponese Sugita. Non è andata molto meglio agli US Open dove è stato travolto dal tennis offensivo del britannico Evans. La frenata nei risultati e nell’evoluzione tecnica è fisiologica ma viene anche spontaneo domandarsi: non è che forse con le sue ampie aperture e una posizione in campo (ancora) un po’ arretrata il tennis di Zverev sia più adatto alla terra battuta?

Borna Coric

Dopo una primavera a dir poco avara di soddisfazioni, il 19enne croato si è parzialmente rifatto con il ritorno sul cemento, chiaramente la sua superficie preferita, risalendo una decina di posizioni in classifica. Dopo Wimbledon, Borna ha subito sorvolato l’oceano per il tie di Davis contro gli Stati Uniti. A Portland, il nativo di Zagabria ha confermato di sentire molto questa competizione battendo nel quinto e decisivo rubber Jack Sock, con una splendida prestazione. Successivamente sono arrivate tre eliminazioni premature ma onorevoli contro Monfils a Washington, Berdych in Canada e Simon alle Olimpiadi. Coric si è però rifatto a Cincinnati dove, dopo la suddetta vittoria contro Kyrgios, ha battuto anche uno stanchissimo Nadal, prima di inchinarsi al connazionale Cilic. A Flushing Meadows si è tuttavia ritirato all’inizio del suo match d’esordio contro Lopez. Il problema è stato di lieve entità visto che Borna è sceso in campo a Zara per la semifinale di Davis contro la Francia, dove però ha perso il suo singolare contro Gasquet.

Taylor Fritz

Onestamente ci si aspettava qualcosa in più dal 18enne californiano in questa estate sul cemento di casa. Tra luglio e settembre infatti Fritz ha raccolto solamente 4 vittorie in 6 tornei tutti sul suolo statunitense. Peraltro i suoi successi sono arrivati con avversari tutt’altro che trascendentali come l’israeliano Sela e i connazionali Smith (Austin di nome, senza ranking), Tiafoe e Fratangelo. Da notare come a Washington il ragazzo di Rancho Santa Fe si sia fatto demolire da Zverev in un derby tra classe 1997. Il bicchiere mezzo pieno è che non aveva ancora punti da difendere (ora ricopre la posizione n.58 in classifica) e fa ben sperare il carattere dimostrato nel primo turno di Flushing Meadows, quando ha rimontato due set di svantaggio a Sock per poi crollare al quinto.

Kyle Edmund e Yoshihito Nishioka

Con le debite proporzioni il potente britannico e il minuto giapponese, accomunati dall’anno di nascita (1995), hanno fatto notevoli progressi di recente.
All’indomani della deludente eliminazione al primo turno dei Championships, il giovane Edmund si è ritrovato, causa rinuncia di Murray, primo singolarista della Gran Bretagna nella trasferta di Davis contro la Serbia sulla terra di Belgrado. Il peso delle responsabilità non ha affatto travolto ma anzi stimolato Kyle che ha steso in 3 set prima Tipsarevic e poi Lajovic. Le nette vittorie di Davis hanno però pesato fisicamente e psicologicamente sul ragazzo dello Yorkshire che tra Olimpiadi e tornei di avvicinamento agli US Open ha rimediato inaspettate sconfitte. Ma Kyle ha dimostrato di galvanizzarsi nelle grandi occasioni e infatti a New York si è issato fino al quarto turno superando due avversari come Richard Gasquet e John Isner, prima di inchinarsi a Djokovic. Questa cavalcata gli è valsa 30 posizioni in classifica e al momento è n.54 del ranking. Del ragazzo impressiona dunque la capacità di innalzare il proprio tennis nei grandi eventi, indice di grande personalità, oltre ai colpi pesanti come macigni, nonostante l’impugnatura estrema.
Ed è andato bene anche Nishioka che subito dopo Wimbledon è volato negli USA, dove ha vinto un Challenger a Winnetka e fatto semifinale in un altro a Winnipeg, prima di ottenere brillantemente la sua prima semifinale ATP ad Atlanta, dove ha persino portato al terzo un nervoso Kyrgios. Questo risultato lo ha catapultato per la prima volta nei primi 100. Rimarchevole anche la vittoria casalinga in Coppa Davis contro l’ucraino Marchenko. Saremo un po’ cattivi ma noi anche solo un Nishioka al momento non lo abbiamo nella penisola.

I russi: Karen Khachanov, Danil Medvedev e Andrey Rublev

Usciamo dalla Top 100 e andiamo a vedere come si sono comportati i talenti russi. Khachanov prosegue il suo lento ma inesorabile percorso di crescita sotto la guida del coach spagnolo Galo Blanco. Dopo Wimbledon, il moscovita è tornato sulla terra battuta continentale raccogliendo probabilmente meno di quel che ci si aspettava tra Challenger e tornei 250. Da sottolineare solamente la vittoria su Kohlschreiber a Kitzbuhel. Successivamente però a Flushing Meadows ha superato bene la qualificazioni e, dopo aver battuto anche il nostro Fabbiano, ha fatto letteralmente partita pari con Nishikori, perdendo al quarto ma stupendo per solidità e forza fisica. A San Pietrourgo, omaggiato di una wild card, è uscito sconfitto da una equilibrata sfida dell’avvenire con Zverev.
Non è una notizia che Rublev continui a non imporsi e che, per colpa di cattivi risultati, sia ancora fermo oltre la 200esima posizioni. È una notizia invece che sia stato superato nelle gerarchie sovietiche anche da Daniil Medvedev, che, come Khachanov, sfiora i due metri d’altezza ed è nato nel 1996. Dall’inizio della stagione Medvedev ha scalato quasi 200 posizioni mondiali e anche grazie a risultati come la finale nel Challenger di Portoroz e il successo in quello di St. Remy en Provence si trova oggi n.144. La Russia dunque si candida seriamente ad essere una potenza del tennis nel prossimo futuro.

Gli altri americani

Poteva essere l’estate della svolta per diversi teenager americani: opportunità di giocare in tornei del circuito maggiore con un field condizionato dall’ingolfamento del calendario estivo, sulla propria superficie preferita e di fronte al pubblico amico. Alcuni l’hanno sfruttata mentre altri meno.
Chi l’ha sfruttata ottimamente è stato Jared Donaldson, ora n.96 del ranking ATP, probabilmente il più maturo tra i talenti a stelle e strisce, persino più di Fritz. Al Master 1000 di Toronto in particolare, dopo aver passato le qualificazioni, il 19enne del Rhode Island, seguito da Taylor Dent, ha sorpreso un Fognini reduce dalla trasferta di Davis, con il suo tennis lineare e di ritmo da fondocampo. Agli US Open Donaldson ha colto un risultato ancora più prestigioso, estromettendo dal torneo al primo turno la testa di serie n.12 David Goffin. Rimangono dubbi sul suo margine di miglioramento visto che sembra un giocatore fin troppo completo pur non sapendo eccellere in nulla. Intanto però il duro lavoro sta dando i suoi frutti.
Promosso tutto sommato anche Frances Tiafoe che, dopo aver fatto faville nei Challenger USA, si è fatto rimontare due set di svantaggio da Isner al primo turno di Flushing Meadows, finendo l’incontro addirittura in lacrime. A realizzare quello che dall’altra parte dell’oceano chiamano breakthrough è stato tuttavia Reilly Opelka, vincitore di Wimbledon Junior nel 2015. Ad Atlanta, da n.834 del ranking, il gigante del Michigan alla terza apparizione in un tabellone principale di un torneo ATP, ha ottenuto la sua prima semifinale, battendo tra gli altri Kevin Anderson. Si sta facendo notare anche il 20enne Ernesto Escobedo. Rimandati invece Noah Rubin, Michael Mmoh e Tommy Paul.
Nello scorso episodio c’eravamo colpevolmente scordati del talentuoso 18enne di origini macedoni Stefan Kozlov, due volte finalista a livello di Slam junior nel 2014, incappato in un primo impatto molto difficile tra i Pro lo scorso anno. In questa stagione però Kozlov ha decisamente cambiato passo con risultati positivi nei Challenger e buone prestazioni anche al piano di sopra che l’hanno fatto passare dalla posizione 350 a quella 151 del ranking ATP.

Thanasi Kokkinakis, Elias Ymer, Hyeon Chung e Quentin Halys

Quest’estate ci aveva regalato il graditissimo ritorno dell’australiano Kokkinakis, che è sceso in campo dopo molti mesi di stop alle Olimpiadi di Rio, nonostante un problema con il bagaglio. Ma si è trattato sfortunatamente per lui di un rientro fugace prima di incappare in un altro infortunio, questa volta al muscolo pettorale. Difficile rivederlo nel finale di stagione, purtroppo.
Lo svedese Elias Ymer invece era regolarmente in campo quest’estate, presente un po’ in tutti i Challenger su terra rossa italiani. Peccato che il suo bottino sia stato davvero misero e di conseguenza si ritrovi ancora incastrato attorno alla posizione n.150. Il francese Quentin Halys ha fatto una scelta diversa e più adatta alle sue caratteristiche, disputando diversi tornei negli USA. Ma i risultati sono stati persino peggiori. Il coreano Hyeon Chung, caduto alla posizione n.134, sta cercando, con discreto successo, di ritrovare fiducia in Asia, dove notoriamente i tornei sono un po’ più semplici.

I terribili canadesi: Denis Shapovalov e Felix Auger-Aliassime

Sì dobbiamo già cominciare a parlare di loro, nonostante abbiano rispettivamente 17 e 16 anni. Dopo aver trionfato a Wimbledon Junior, il mancino Shapovalov ha prima messo alle strette Lacko a Washington e poi stupito il mondo sconfiggendo un nervoso Kyrgios a Toronto. In quella partita il teenager di origine russa e nato a Tel Aviv ha dato sfoggio di tutto il suo talento, mettendo anche a segno un sensazionale passante di rovescio in corsa ad una mano. Grazie a qualche altra buona vittoria a livello Challenger Shapovalov si trova già n.247 in classifica.
Auger-Aliassime, il primo tennista nato nel nuovo millennio a vincere punti ATP, stava per precedere il suo connazionale come vittorie a livello di Slam Junior a Parigi ma ha sprecato 3 match point contro il francese Blancaneaux. Felix però si è riscattato agli US Open dove ha alzato il titolo, triturando il serbo Kecmanovic. Fisicamente è già molto strutturato e dunque, nonostante la tenera età, potrebbe reggere i ritmi dei professionisti. Ma che questa incredibile precocità atletica non nasconda anche inferiori margini di miglioramento?

Gli italiani

Il primo tra gli Under 21 italiani continua ad essere il classe 1995 Matteo Donati, n.208. Il piemontese, che è stato afflitto da qualche problema fisico ad inizio anno, ha disputato un po’ tutti i Challenger italiani quest’estate, grazie anche a molte Wild Card, vincendo le partite che poteva vincere ma perdendo spesso anche quelle in cui partiva da sfavorito. Intanto sembra essere tornato in salute e questo è positivo. Poco dietro di lui troviamo il coetaneo Stefano Napolitano il quale però ha forse ottenuto risultati più di rilievo recentemente come la finale a Todi e la semifinale a Biella con vittorie prestigiose su Ymer, Khachanov e Lajovic. Più indietro Sonego e Quinzi, che potrebbero essere presto incalzati dal più giovane Andrea Pellegrino. Insomma complessivamente qualcosa continua a muoversi, anche se molto lentamente. Peccato che l’inverno si avvicini e i tornei sulla terra siano davvero finiti per un po’.

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Il profile di Donnay si chiama Formula 100 Unibody e vi aiuterà molto

Il test in campo del nuovo profile di Donnay, la Formula 100 Unibody, potenza e comfort al servizio di tutti.

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Classico non vuol dire certo non assecondare le richieste del mercato. Ecco perché nella gamma delle racchette Donnay è presente anche la Formula 100, un telaio profile. Ovviamente, Donnay ha cercato anche in una racchetta del genere ci conservare le caratteristiche chiave dei suoi modelli, e cioè un “contatto” con la palla molto piacevole e confortevole ma capace, allo stesso tempo, di offrire potenza e rotazione. Formula 100 adotta la tecnologia Unibody, la novità Donnay del 2020, e cioè una costruzione del telaio interamente in grafite in tutti e quasi i 70 cm del telaio, questo significa che il manico, un punto troppo spesso ritenuto meno importante del resto, è costruito senza ricorrere a pallets o schiuma poliuretanica. Con questa tecnologia Donnay lo costruisce interamente in grafite, come il resto della racchetta, che diventa così ancora di più un corpo unico, consentendo di avere una resa migliore in termini di feeling con la palla, la priorità quando su un telaio c’è la serigrafia Donnay. Esteticamente, nei lati del piatto corde troviamo in bianco sul nero opaco le scritte Donnay e Formula. Il fusto cambia spessore dai 21 millimetri degli steli ai 26 del cuore, in testa la racchetta è larga 24 millimetri.

Qui la recensione del modello Allwood 102 di Donnay

Caratteristiche

Piatto corde 100 inch2
Peso 300g
Schema corde 16×19
Bilanciamento 320 mm
Rigidità 57 RA
Profilo 21-26-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

 
Il manico interamente in grafite: è la tecnologia Unibody

Test in campo

I vantaggi del sistema Unibody si fanno sentire, con un valore di rigidità al di sotto dei 60 punti, Formula Unibody restituisce i vantaggi di un telaio con rigidità maggiore. Specie i colpi piatti escono dalle corde in maniera energica, con il plus però di avere controllo e stabilità frutto grazie all’innovazione delal nuova tecnologia. Che risulta migliore, in termini di feeling e di maggior potenza a disposizione, rispetto a Hexa.  Rispetto alla Allwood o anche alla Pro One stessa, il top di gamma per gli agonisti in casa Donnay, Formula risulta un telaio meno sensibile ma perché è più adatto a cercare la potenza. Si ci gioca bene da fondo campo, chi non ha ancora sbracciate poderose può trovare in questo telaio un compagno ideale per far uscire la pallina con velocità nonostante il poco sforzo avendo in cambio una sensazione di comfort praticamente impareggiabile. Non ci sono vibrazioni, questo anche perché il telaio è molto stabile. Non abbiamo in mano un telaio progettato per generare spin, e di fatto le soluzioni ottimali si ottengono quando imprimiamo giusto un po’ di copertura alla palla, senza esasperare. Questo perché Formula si rivolge a un pubblico magari ancora non di livello agonistico. Il vantaggio nelle esecuzioni dei colpi piatti si percepisce soprattutto al servizio, ma anche a rete dove risulta molto sensibile. Da fondo la palla esce con facilità e velocemente, le caratteristiche che un amatore cerca in un telaio del genere, solo che Donnay aggiunge più feeling e delicatezza di impatto rispetto alla concorrenza.

Conclusione

Formula Unibody è unna racchetta profilata ideata per giocare in maniera classica, cercando precisione e con una buona spinta a disposizione grazie alla massa del telaio, molto reattivo. State riprendendo a giocare da poco o dopo un infortunio? Questa è una delle scelte possibili.

Testata con corde String Project Magic(1,25 tensione 23/24Kg), String Project Hexa Pro (1,25 tensione 23/24 Kg e 1,20 tensione 23/24 Kg)

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Area test

Donnay Allwood 102 Unibody, il classico moderno di Donnay

Il test della Allwood 102 di Donnay: i vantaggi dell’old school con le necessità delle racchette moderne. La nostra recensione dal campo.

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Avevamo già parlato delle intenzioni di Donnay di riportare le racchette moderne a quel feeling old school tutto comfort, sensibilità e flessibilità agli impatti, quelle sensazioni che chi ha giocato con una racchetta di legno conosce bene. Ma questo non significa affatto che i nuovi telai Donnay non siano adatti al gioco moderno.

L’azienda ha presentato la gamma delle racchette 2020 rinnovando i tre modelli Pro One 97 Unibody, Formula 100 Unibody e Allwood 102 Unibody, la racchetta oggetto di questo test. Anzitutto le principali novità che caratterizzano tutta la gamma. È presente l’oramai classico sistema Xenecore aggiornato alla versione Hexa che rende “piena” la racchetta senza aggiungere significativamente peso rendendo il telaio stabile anche su colpi non perfettamente centrati. La grande novità prendo il nome di Unibody, e cioè una tecnologia che consente la costruzione delle racchette utilizzando unicamente la grafite per tutte le parti della stessa, ci riferiamo al manico, che di solito è costruito con materiali come pallets o poliuretano e che invece, con Unibody, diventa ancora di più parte integrante del telaio.

Detto ciò, veniamo alle caratteristiche in campo della Allwood 102, un piatto corde molto generoso pesante 300 grammi e con il classico schema 16×19, tutte le caratteristiche che cerca il giocatore di club in una racchetta moderno. Il telaio, dichiara Donnay, “è capace di fondere il feeling assoluto di una racchetta classica e le rotazioni di una racchetta moderna”. Il piatto corde molto ampio consente impatti molto facili, questo fattore è compensato dal profilo stretto e costante del telaio, solo 22 millimetri, che rende la racchetta adatta ad avere controllo di palla e penetrazione nell’aria per swing decisi, specie per chi è in cerca di spin.

 

Esteticamente, il telaio si presenta molto bene. Donnay ha abbandonato la colorazione nera glossy, e cioè lucente, per scegliere un nero opaco più discreto con i tocchi di colore sul core che richiamano i vecchi modelli di legno. Anche qui: un’ottima trovata che combina classico e moderno, il trademark Donnay. La scritta Allwood di fronte a quella Donnay a ore 3 e a ore 9 del piatto corde sono bianche e grandi, riconoscerle non sarà un problema. Una scala di colori dal giallo all’arancio abbellisce il cuore guardando la racchetta frontalmente. Veramente molto bella ed elegante.

Caratteristiche

Piatto corde 102 pollici
Peso 300g
Schema corde 16×19
Bilanciamento 320 mm
Rigidità 50 RA
Profilo 22 mm
Lunghezza 68.6 cm

Test in campo

La resa in campo conferma ampiamente le premesse in fase di presentazione: impatti morbidi e confortevoli, palla che fila via velocemente, che prende rotazione con facilità e una flessibilità del telaio che il braccio può solo ringraziare: la Allwood è da amore a primo impatto, diremmo. Abbiamo in mano una racchetta che ha circa un RA, un valore di rigidità, di circa 50 punti, un dato molto al di sotto della media degli altri telai. Questo significa che il dwell time, il tempo in cui la pallina rimane sulle corde durante l’impatto, è prolungato, ne consegue che l’impatto è morbido, quasi delicato diremmo. La racchetta spinge, e spinge bene, più della versione precedente della Allwood, quella 2018, che non poteva contare sulla tecnologia Unibody. Infatti se il modello attuale conserva le altissime sensazioni di sensibilità e comfort proprie della Allwood 2018 (ma di tutti i telai Donnay), il fattore Unibody rende la racchetta più dinamica dal punto di vista della rigidità.

Giocando dal fondo si percepiscono tutte le qualità migliori del telaio, e cioè un’uscita di palla molto facile e un controllo dei colpi che richiede un po’ di spin, senza considerare la Allwood come una racchetta indicata a chi fa un uso estremo delle rotazioni. In questo caso il topspin serve per chiudere swing facili e veloci, per imprimere una sicurezza ulteriore al controllo di palla. Ecco, lo spin funziona bene anche in versione back, tagliando la palla. In generale, da dietro, la sensazione è che un braccio dotato di swing ampi e solidi possa generare uscite di palla molto decise e veloci tenendole in campo con un tocco di top spin. La racchetta scorre con buona facilità in aria, risulta molto maneggevole e questo si traduce in una facilità di impatti anche nei pressi della rete; al servizio è da preferire la soluzione con effetto che il colpo piatto.

Conclusione

Allwood 2020 è quindi un telaio stabile, dall’ottimo feeling, ha uno spin marcato e si propone come una soluzione più semplice e piacevole rispetto a telai di pesi maggiori conservando le stesse caratteristiche di questi.

Testata con corde String Project Magic (1,25 tensione 23/24Kg), String Project Hexa Pro (1,25 tensione 23/24 Kg e 1,20 tensione 23/24 Kg)

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Focus

Matteo Berrettini in esclusiva su Ubitennis: “Non vado a cuor leggero a New York”

Il vantaggio di allenarsi con Tsitsipas. Il ricordo di WImbledon, prima e dopo Federer. Matteo Berrettini parla anche del nuovo format di Mouratoglou

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tra la sconfitta di ieri contro Tsitsipas nella settima giornata dello Ultimate Tennis Showdown, il nuovo circuito messo in piedi da Patrick Mouratoglou, e la sfida di oggi (ore 18:30) contro Popyrin in un match decisivo per la qualificazione, Matteo Berrettini si è ritagliato un po’ di tempo per farsi intervistare in diretta su Facebook.

C’è stato qualche piccolo problema tecnico ieri sera, quando vi avevamo promesso di andare in diretta alle 19:30, e quindi siamo andati LIVE questa mattina. Mi avete visto un po’… emozionato? Beh, in fondo è normale: ero pur sempre con il numero uno d’Italia!

Trovate qui il video della nostra intervista:

 

In partenza abbiamo commentato la sua esperienza nel nuovo circuito di Mouratoglou. “Si usano più facilmente la carta del vincente che vale triplo e quella per rubare il servizio all’avversario. Mi sento bene fisicamente; è un tennis diverso, le partite sembrano andare in una direzione e poi può succedere di tutto. Nonostante il lungo stop, però, mi sento pronto per ricominciare. Questo evento è molto divertente ed è utile per avvicinarsi agli eventi ufficiali“. Berrettini però ci rassicura: ha giocato per troppo tempo con le regole classiche e ad agosto non avrà certo dimenticato come si fa.

Sulla partita con Tsitsipas, finita al ‘Sudden Death‘ (il quarto decisivo), Matteo commenta così “Un pochino troppo estremo!“, mi dice. “Però sto giocando partite di livello con avversari di livello – Goffin, Feliciano Lopez – e anche questo ha contribuito a farmi raggiungere la condizione che ho adesso“. A Montecarlo si è allenato anche con Sinner: “Gioca bene, devo stare attento quando giochiamo… mi devo impegnare: è giovane ma picchia duro“.

CAPITOLO US OPEN – “In questo momento veniamo testati due volte a settimana, e qui in Francia la situazione non è grave come a New York” esordisce Matteo. “Adesso la situazione negli Stati Uniti è nettamente peggiore; hanno trovato casi positivi sia in NBA che nel tennis stesso (si riferisce alla positività di Tiafoe, ndr). L’idea è quella di andare, ma bisogna vedere l’evolversi delle cose. Per tutti è importante capire cosa succederà nei vari tornei se un tennista verrà trovato positivo. Per queste cose ci vuole un parere scientifico“.

Matteo sta pensando di soggiornare in hotel, dovesse effettivamente partecipare allo US Open. “Dobbiamo cercare di adattarci, senza rischiare di fare casino” dice senza mezzi termini – e con un pizzico di apprezzata saggezza. “A cuor leggero credo che in questo momento non si faccia nulla, e se dovessi decidere di andare lo farei seguendo con tutte le precauzioni del caso. Cercherei di avere contatti solo con il mio team e rispettare i protocolli“. In ogni caso, per Berrettini sarà difficile avere tutte quelle persone a New York senza avere neanche un positivo.

Matteo fa poi una giusta puntualizzazione: “Senza nulla togliere alle persone ‘normali’, noi sportivi abbiamo una situazione particolare: se dobbiamo fare quarantena senza sintomi, a quel punto i successivi tornei diventano un po’ un casino perché non puoi allenarti. Essere positivi non è brutto solo per il rischio della malattia, ma perché andrebbe a influenzare tutta la programmazione“.

WIMBLEDON, VECCHIE RACCHETTE… E PROGRAMMI PER IL FUTURO – “La partita con Roger mi rimarrà dentro… sia per il punteggio, che per aver giocato contro di lui sul centrale. Un’emozione forte” (e qui gli ricordo, mio malgrado, del mio pronostico azzeccato… al contrario!). “Colpa mia, mica tua…” scherza Matteo. “Non ho servito bene, ed è successo. Ma a parte quello, è stata incredibile anche la partita precedente con Schwartzman, o quella con Baghdatis perché era la sua ultima partita. Sicuramente Wimbledon mi manca, mi mancano i tornei ‘normali’ e viaggiare”.

Lunedì mattina sarò a Kitzbuhel e giocherò martedì“, dice Matteo del suo prossimo impegno, l’esibizione ‘Thiem’s 7’. L’impegno si sovrappone in parte con le eventuali fasi finali dell’Ultimate Tennis Showdown, in programma domenica prossima: “Anche se dovessi fare il meglio possibile a Kitzbuhel, riuscirei a tornare qui in tempo per le semifinali. Probabilmente domenica mattina: nel caso, qualcosa mi inventerò!“.

In chiusura, gli chiedo se ha mai impugnato una racchetta di legno: “L’ultima volta ci ho giocato quattro o cinque anni fa con Vincenzo Santopadre. Lui giocava benissimo, era fastidiosissimo! Io per le mie impugnature facevo un po’ fatica, quindi alla fine ho impugnato continental e giocavamo solo slice… ma mi sono reso conto che, probabilmente, il mio gioco avrebbe pagato molto meno con quelle racchette“.

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