Il tie-break al quinto set? Se lo tengano gli americani

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Il tie-break al quinto set? Se lo tengano gli americani

Rino Tommasi e Novak Djokovic lo vorrebbero anche negli altri Slam, Roger Federer no: “Sarebbe come i rigori nel tennis”. Meglio decidere tutto in 2 punti o sperare in sfide epiche come Nadal-Federer 2008?

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Tra gli aspetti più curiosi dei tornei dello Slam svetta quella che si può definire come una vera e propria anomalia. Mentre agli Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon al quinto e decisivo set si procede a oltranza, agli US Open si gioca il tie-break. Prima di capire se l’anomalia è a New York o negli altri tre Major, viene naturale chiedersi perché lo Slam americano contempli questa diversità e se è sempre stato così. Dopo l’epico match di Wimbledon ’69 tra Pancho Gonzales e Charlie Pasarell, vinto dal primo per 22-24 1-6 16-14 6-3 11-9, dopo 112 giochi, 5 ore e 12 minuti, Jimmy Van Allen perfezionò un primo modello di punteggio verso un tie-break come lo conosciamo con la vittoria fissata a quota 5 punti. Lo US Open fu il primo Slam a introdurlo, nel 1970, seguito da Australian Open e Wimbledon nel 1971 e infine dal Roland Garros nel 1973.

Il “2016 Media Guide and Record Book” (il riferimento statistico che l’organizzazione dello Slam newyorkese fornisce ai giornalisti accreditati), alla sezione “History/Tie-break matches” scrive che “il tie-break ha fatto il suo debutto agli US Open nel 1970 con la formula per cui vinceva chi arrivava a 5 punti, con punto decisivo in caso di 4 pari. Nel 1975 venne adottata la forma moderna dei 7 punti con almeno due di scarto sull’avversario”. Subito dopo segue il passaggio chiave: “Dall’introduzione del tie-break nel ’70, in un match al meglio dei cinque set sono possibili al massimo 65 game (13 per set contando il tie-break) e in una partita al meglio dei tre si possono disputare al massimo 39 giochi”. Da qui si evince che dal 1970, cioè dalla sua introduzione, c’è sempre stato il tie-break anche nel quinto set. Sui 65 giochi possibili, i due match che più si sono avvicinati sono stati, entrambi a quota 63:

Secondo turno 2007, N. Djokovic b. R. Stepanek 6-7(4) 7-6(5) 5-7 7-5 7-6(2) in 4 ore e 44 minuti
Secondo turno del 1979, J.Lloyd b. P. McNamee 5-7 6-7 7-5 7-6 7-6  in 3 ore e 56 minuti

In campo femminile, due singolari hanno raggiunto il massimo di 39 game disputati, di cui uno di prestigio:

 

Fernandez b. L. Meskhi 7-6 6-7 7-6, terzo turno del 1991
S. Graf b. P. Shriver 7-6 6-7 7-6, quarto di finale del 1985

Appurato che a New York il tie-break finale c’è sempre stato, perché non è mai stata sperimentata la soluzione a oltranza? Semplice, per il Super Saturday: nella terra dove lo sport è da sempre sinonimo di business, proporre il sabato che precede la chiusura del torneo le due semifinali degli uomini e la finale femminile è incompatibile con la possibilità che una delle due semifinali, magari la seconda, si protragga a lungo per un tempo indefinito, col rischio di doverla magari riprendere il giorno successivo e posticipando la finale a lunedì, che per le tv (e per il pubblico pagante) sarebbe funesto. Come sarebbe funesto se la semifinale che andrebbe a oltranza fosse la prima: il rischio di stravolgere il Super Saturday era anche in questo caso altrettanto deleterio. Era, perchè ora fortunatamente il “Sabato della sbornia” non c’è più e gli uomini hanno un giorno di riposo tra le semifinali il venerdì e la finale la domenica.

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Atleti di mezza età: come si mantengono in forma i Ronaldo, i Nadal?

Dai campi da calcio a quelli da tennis, i grandi giocatori sono sempre più longevi. Andiamo a scoprirne i segreti

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Rafael Nadal (Instagram - @rafaelnadal)
Rafael Nadal (Instagram - @rafaelnadal)

Di Peta Bee, The Times, 5 luglio 2022

È stato per molto tempo luogo comune aspettarsi che gli atleti si ritirassero con grazia intorno ai trent’anni, momento nel quale anche i campioni del mondo e gli olimpionici difficilmente riuscivano a contrastare il declino delle abilità fisiche derivante dall’invecchiamento. Questo non vale per l’attuale gruppo di ultratrentenni, i quali sembrano avere prestazioni in costante miglioramento con l’avanzare dell’anagrafe, e riescono a mantenere il loro status d’élite ben oltre l’età che un tempo era considerata limite nello sport.

Con rispettivamente 35 e 36 anni portati brillantemente, Novak Djokovic e Rafael Nadal stanno ancora mostrando ai rivali più giovani come si gioca sull’erba di Wimbledon, mentre l’ex numero 1 del mondo Roger Federer ha manifestato la sua intenzione di tornare al tennis nel 2023 all’età di 41 anni. 

 

Nel calcio, un gioco in cui i giocatori una volta venivano regolarmente messi da parte per infortunio intorno ai trent’anni, il capocannoniere di tutti i tempi Cristiano Ronaldo avrebbe espresso al Manchester United la sua intenzione di lasciare il club, spinto dal desiderio di giocare in Champions League la prossima stagione all’età di 37 anni. Nel frattempo, sembra che il Milan stia cercando di continuare ad assicurarsi i servigi di Zlatan Ibrahimovic, nonostante i 40 anni. E nel cricket, il 39enne James Anderson, il più prolifico lanciatore inglese nella storia del cricket, non si fa certo scrupoli a continuare giocare nei Test Match [confronti tra nazionali che si svolgono su un arco di cinque giorni – N.d.T.]

Non sono solo gli uomini a sfidare le convenzioni sull’età. Dopo essersi presa una pausa dalla carriera per avere due figli, la tennista Tatjana Maria, 34 anni, ha trascorso una settimana da sogno a Wimbledon, raggiungendo, per la prima volta in carriera, la semifinale. Venus Williams, 42 anni, non è andata così lontano, ma ha comunque disputato un torneo impressionante insieme a Jamie Murray nel doppio misto.

La cosa più notevole è che questi atleti stanno gareggiando in sport che richiedono non solo resistenza, caratteristica che notoriamente raggiunge il picco in età più avanzata, ma forza, velocità e abilità. In quello che dovrebbe essere il tramonto delle loro carriere, come riescono ad estendere la loro longevità sportiva?

“I migliori atleti sono sempre stati prodighi d’impegno e resilienti”, afferma Jamie McPhee, professore di fisiologia muscolo-scheletrica al Manchester Metropolitan University Institute of Sport ed esperto degli effetti dell’invecchiamento sulle prestazioni atletiche. “Ma siamo in presenza di un nuovo livello, supportato dalla scienza e da altre risorse, il che significa che questi atleti possono prolungare la loro carriera ai vertici”. Ecco come:

Pre-abilitazione e riabilitazione

L’ottimizzazione della salute dell’atleta è fondamentale per preservare le prestazioni e gran parte di essa riguarda la prevenzione degli infortuni e la conoscenza delle pratiche di recupero. Un rapido stretching prima di una partita è stato sostituito con riscaldamenti progettati dal fisioterapista, personalizzati e concentrati sull’attivazione e sul rilascio delle fasce muscolari, utilizzando rulli di gommapiuma e elastici per esercizi.

“Il supporto della scienza dello sport è progredito in modo massiccio negli ultimi due o tre decenni”, afferma McPhee. “Se puoi prevenire gli infortuni in primo luogo, o gestirli in modo appropriato, puoi aggiungere qualche anno alla carriera di un atleta, e prima queste misure vengono adottate nella vita, più a lungo è possibile mantenere la soglia di massima prestazione”.

Nessuna ipotesi viene scartata. I biomeccanici analizzano la tecnica utilizzando piastre di forza, un sistema che misura l’impatto fisico dei movimenti di un atleta, e suggeriscono piccoli aggiustamenti che possono fare la differenza in termini di infortuni. Se gli infortuni si verificano lo stesso, i fisioterapisti sono immediatamente presenti, e dispositivi come i tapis roulant antigravitazionali consentono agli sportivi di riprendere rapidamente l’allenamento riducendo la forza di impatto con cui colpiscono il suolo.

“Ogni aspetto della vita di un atleta è ora orientato alla prevenzione degli infortuni in modo olistico, afferma McPhee. “Conosco calciatori che consultano esperti per capire dove dovrebbero essere posizionate le finestre delle loro case per ottimizzare il sonno, consci che la mancanza di quest’ultimo, accoppiata alla fatica, può portare all’accumulo di infortuni”.

Metodi di recupero

Un tempo, il massimo che un atleta potesse aspettarsi in termini di supporti al recupero era un massaggio post-allenamento. Nel 2022 il massaggio resta importante ma è solo uno strumento, all’interno di un intero arsenale ora a disposizione degli atleti. Dai rulli di gommapiuma e abbigliamento a compressione – è stato recentemente dimostrato che calze e maniche elastiche attillate aiutano a ridurre la percezione del dolore muscolare dopo l’esercizio – ai leggings gonfiabili a compressione pneumatica, fino ad arrivare alle pistole massaggianti manuali, il recupero è diventato una scienza a sé.

“Per gli atleti più anziani, sapere come evitare l’accumulo di fatica e ottimizzare il recupero è essenziale per mantenere le prestazioni e ridurre il rischio di lesioni”, afferma McPhee. “C’è una comprensione molto migliore dell’importanza del recupero per gli atleti, oltre a quella relativa alle basi di una buona alimentazione e degli schemi di sonno”. La crioterapia, sotto forma di bagni di ghiaccio o camere di ghiaccio, è ampiamente utilizzata da molti, e fra gli altri Nadal e Andy Murray ne sono sostenitori. 

Raffreddate principalmente dall’azoto liquido, le camere di ghiaccio sottopongono il corpo a temperature fino a -160 °C per due o tre minuti, il che si ritiene acceleri il recupero e riduca l’infiammazione nelle lesioni dei tessuti molli. “L’idea è che le basse temperature spingano il corpo a modificare il flusso sanguigno”, afferma McPhee. “Si suppone che in questo modo i nutrienti e l’apporto di ossigeno ai muscoli venano migliorati”.

Nutrizione

Rimane molta pseudoscienza nel mondo della nutrizione sportiva, ma lo sport d’élite ha fatto molta strada da quando bistecca e uova crude erano considerati i migliori alimenti per migliorare le prestazioni, con particolare riferimento agli atleti più anziani. “Il processo di invecchiamento è accompagnato da cambiamenti fisiologici che possono influenzare la capacità di esercizio, la massa muscolare e la forza”, afferma la nutrizionista sportiva Anita Bean, autrice di The Complete Guide to Sports Nutrition. “Ma una combinazione delle migliori pratiche di allenamento, recupero e nutrizione significa che i migliori atleti ora mangiano per allenarsi “in modo più intelligente”, il che significa che possono mantenere alti livelli di forma fisica anche dopo i 40 anni”.

Aggiunti alle pratiche quotidiane di bilanciamento dell’assunzione di cibo e liquidi per un ritorno ottimale prima, durante e dopo l’allenamento, interventi specifici possono aiutare gli atleti che invecchiano a rimanere in gioco. “Man mano che invecchi, il tuo corpo è meno in grado di rispondere agli effetti anabolici o di costruzione delle proteine ​​​​nella dieta, il che significa che è più difficile per esso trasformare le proteine ​​​​in muscoli”, afferma Bean. “Questa si chiama resistenza anabolica ed è ora noto che gli atleti più anziani hanno bisogno di una quantità relativamente maggiore di proteine, circa 1,5g per chilogrammo di peso corporeo al giorno, o 40g per pasto”.

Anche il momento del consumo di proteine ​​è importante. “Gli studi hanno dimostrato che il consumo di proteine ​​subito dopo un allenamento intenso aiuta a compensare la resistenza anabolica dell’invecchiamento, costruendo così nuova massa muscolare. E fare uno spuntino ad alto contenuto proteico, come lo yogurt greco, prima di andare a letto ha dimostrato di massimizzare gli effetti dell’esercizio di resistenza e di giovare alla sintesi proteica negli atleti più anziani”, afferma.

È stato anche dimostrato che Integratori come il succo di amarena e di barbabietola migliorano il recupero dopo un allenamento intenso e che l’integrazione di vitamina C aiuta le persone anziane a mantenere la massa muscolare.

Psicologia

Una rarità negli anni ’80 e ’90, gli psicologi dello sport sono ora disponibili per quasi tutti gli atleti d’élite per aiutare a sviluppare tratti importanti per la longevità nello sport. La dott.ssa Josephine Perry, psicologa dello sport consulente e autrice di “The Ten Pillars of Success: Secret Strategies of High Achievers (Allen & Unwin)”, [I dieci pilastri del successo: le segrete strategie dei migliori talenti] afferma che gli atleti più anziani sono spesso più pragmatici riguardo al successo sportivo, oltre ad essere più coerenti emotivamente e meglio in grado di tenere a bada i pensieri negativi durante la competizione.

“In generale, ci sono diverse mentalità, con gli atleti più giovani che sono per lo più guidati dall’ego, concentrati esclusivamente sui risultati, sui tempi e sul loro aspetto, il che può innescare effetti indesiderati come stress e ansia”, afferma. “Con gli atleti più anziani, la mentalità si sposta sulla padronanza o l’essere brillanti in quello che fanno, che è molto più stabile e ha risultati migliori”. In pratica questo si traduce in lottare per essere il meglio che possono essere, massimizzando il tempo in cui possono continuare a competere ai massimi livelli. “Passo la mia vita cercando di insegnarlo ai giovani atleti”, dice. “Viene naturale a molti atleti più anziani.”

Cita una conversazione che ha avuto di recente con Sarah Storey, l’atleta paralimpica di maggior successo della Gran Bretagna, che ha vinto l’inseguimento nel ciclismo individuale ai Giochi di Tokyo all’età di 43 anni, il suo 17° oro paralimpico e il 40° titolo mondiale. Storey, che ha due figli, ha detto che non ha intenzione di smettere di gareggiare. “Quando le ho chiesto quando si ritirerà, ha risposto: ‘Quando non vedrò alcun modo per migliorare’. E questo è tipico di molti atleti d’élite più anziani che non sono spinti dalla voglia di vincere tutto ma dal voler ‘essere al livello massimo che possono raggiungere per la durata massima possibile”.

Tracciamento dei dati

Tutto l’attuale raccolto di atleti ultratrentenni è il prodotto di una generazione ossessionata dai dati sulle prestazioni. Allenamento, sonno, assunzione di nutrienti, perdite di liquidi e frequenza cardiaca sono solo una frazione delle variabili monitorate ogni giorno durante l’allenamento. Nel calcio e nel tennis ogni giocatore indossa dispositivi GPS e accelerometri in ogni sessione e questi registrano dati 10-20 volte al secondo”, afferma McPhee. “Gli allenatori e gli analisti hanno questo enorme set di dati per ogni atleta che fornisce informazioni straordinarie sul modo in cui il loro corpo risponde a diversi carichi e diversi fattori di stress, in modo che possano adattare l’allenamento di conseguenza”.

Inoltre, le atlete utilizzano il monitoraggio mestruale per valutare le fluttuazioni dei livelli ormonali che potrebbero dar luogo a sottili cambiamenti nella forza e nella capacità articolare che a loro volta potrebbero aumentare il rischio di lesioni.

Secondo McPhee, si tratta della punta dell’iceberg tecnologico. “Nei prossimi anni, le tecniche di intelligenza artificiale isoleranno modelli di dati che si tradurranno in un allenamento progettato individualmente per ogni membro di una squadra o di una squadra intera”, afferma McPhee. “Probabilmente giocherà un ruolo importante nell’aiutare gli atleti a competere ancora più a lungo”.

Forza e condizionamento

L’invecchiamento influisce sulle prestazioni sportive in molti modi, ma l’impatto più grande è il calo della capacità di riparazione e di ringiovanimento muscolare associato a una graduale perdita della massa muscolare totale, un processo chiamato sarcopenia, che inizia a verificarsi dopo i 35 anni. 

Collettivamente, tutto questo tende a ridurre potenza, forza e tecnica ed è stato tradizionalmente il motivo per cui gli atleti negli sport che si basano su questi fattori, come il tennis, il calcio e lo sprint, hanno avuto picchi di carriera in età precedenti rispetto ai corridori di resistenza e ai ciclisti. Con il miglioramento del monitoraggio dello sport, programmi di forza e condizionamento più sofisticati su misura per le esigenze di un atleta hanno contribuito a compensare il calo.

“La forza e il condizionamento sono diventati davvero specifici secondo il tipo di sport e l’individuo”, afferma McPhee. “Si è orientati non solo verso l’aumento della massa muscolare, ma anche al miglioramento della resistenza alla fatica, e l’obiettivo è aiutare un atleta ad allenarsi in modo che possa adattarsi e migliorare tra i trenta e anche i quarant’anni“.

Sì, sollevano pesi e fanno flessioni, ma piuttosto che aumentare progressivamente quanto possono fare su panca, ad esempio, un atleta si concentrerà sulla correzione degli squilibri muscolari migliorando al contempo la qualità e la gamma di movimento, l’equilibrio e la flessibilità. “Lavoreranno sull’agilità e Ronaldo è molto abile nel mantenere il ritmo dello sprint, smentendo la convinzione che diminuisca con l’età”, afferma McPhee. “Al più alto livello si tratta di pratiche molto, molto personalizzate e si concentrano sul mantenimento di quel macchinario corporeo perfetto.”

Traduzione di Michele Brusadelli

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Il diavolo e l’acquasanta

Il diavolo è lui, Fabio, fresco della quattrocentesima vittoria ATP. L’acquasanta è lei, Flavia, quarant’anni lo scorso febbraio. Cerchiamo di capire le dinamiche di questo sposalizio

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Fabio Fognini e Flavia Pennetta (dal profilo Twitter di Fognini)

Nessuno come lui in Italia: con quella ad Amburgo su Bedene sono quattrocento le vittorie nel circuito di Fognini, a partire dal 24 maggio 2004, quando debuttò al Challenger di Torino battendo il n. 174 del mondo Alexander Waske.

Il quattro e lo zero ricorrono in modo curioso anche in un altro anniversario caduto nel 2022 e decisamente caro a Fabio, i quarant’anni della moglie Flavia. Già, Flavia Pennetta… alzi la mano chi di voi aveva pronosticato il matrimonio Fognini-Pennetta prima dell’undici giugno 2016. Eppure quel giorno si sono sposati, due che più diversi non si può.

Quando penso a Fabio e Flavia insieme mi vengono in mente coppie bizzarre del cinema, della politica, della tivvù (senza entrare nel dettaglio, ché si rischia la querela). E pure del tennis, Borg e la Berté per esempio (peraltro anche Loredana più vecchia di Bjorn di cinque anni). Il parallelo più calzante è però quello col duo Connors-Evert degli anni Settanta e non solo perché giocavano entrambi a tennis: per la stampa rosa erano “The golden couple”, per i commentatori più caustici “La bella e la bestia”. Niente di strano, ce lo ricordiamo Jimbo, provocatore, polemico, scorretto, e ce la ricordiamo Chris, irreprensibile nei suoi principeschi completini gialli. La loro storia durò un paio d’anni arrivando alle soglie delle nozze, Fabio e Flavia “durano” da sei e, a giudicare dal ritmo con cui nascono eredi, pare abbiano tutta l’intenzione di invecchiare insieme, nonostante non abbiano apparentemente nulla in comune.

 

A cominciare dallo stile di gioco: Pennetta era ordinata, geometrica, pulita; Fognini è sempre stato istintivo, intermittente, estemporaneo, anche quando vittorioso. Questione di carattere, come per la rispettiva tenuta mentale. Flavia ha fatto della solidità nervosa un bastione della propria forza (ricordo un match del trionfale Indian Wells 2014 in cui il vento spostava la palla ad ogni colpo, chiunque avrebbe ceduto alla stizza, non lei). Accreditare Fabio di solidità nervosa è un po’ come credere in altre forme di vita nell’universo, possono esserci ma non ne abbiamo le prove. Emblematica sotto quest’aspetto l’opposta componente mimica, l’espressività di Fognini rimanda agli attori del cinema muto, i Buster Keaton, i Chaplin, un attimo prima ride, un attimo dopo sbarra gli occhi, l’attimo dopo ancora sorride o regala baci, tutto senza passaggi intermedi, come se obbedisse a una serie di comandi improvvisi e perentori. Viceversa Pennetta ha sempre sfoggiato una maschera di serietà e grinta, solo raramente sporcata da deboli moti di irritazione. Per non parlare del linguaggio, ciò che raccolgono i microfoni dal lato di campo di Fabio è degno del porto di Livorno – improperi, saracche, bestemmie – mentre non ricordo una parolaccia di Flavia, neanche a mezza bocca, neanche sul net avversario che le cancella un matchpoint. 

La faccenda non cambia se usciamo dal campo e allarghiamo l’orizzonte dell’analisi ai loro tratti “sociologici”. Prendiamo il rapporto con i colleghi: il fairplay di Pennetta è celebre, mai una frase fuori posto, una stoccatina, un commento equivocabile, soltanto elogi o attenuanti per le avversarie. Fognini, beh Fognini non le manda a dire, l’ultima di mille esternazioni censurabili ha preso di mira il divin Rafa, reo a Wimbledon di aver drammatizzato l’incidente agli addominali, ché mica batti un pur giuggiolone ma forte Fritz se te li sei davvero stirati – e chissà a cos’altro alludeva Fabio affermando che non bisogna fidarsi di Nadal…

L’unpolitically correct del ligure raggiuge l’acme nei confronti dei connazionali: l’ho visto discutere, se non litigare, più o meno con tutti gli italiani incrociati dall’altra parte della rete; memorabile il siparietto con Salvatore Caruso agli Australian Open 2021, allorché Fognini, pur vincente, ha sentito il bisogno di rappresentare al siciliano la quantità di “culo” goduta durante il super tie break finale. Ingenua e sibillina la risposta di Caruso, “Puoi dire quello che vuoi, ma da te non me l’aspetto”: ma come Salvo? Se non ti aspetti certe sceneggiate da Fogna, da chi te le aspetti… Sgarbi?! Di Flavia, e del suo rispetto affettuoso per le nemiche-amiche italiche, resterà sempre negli occhi quel lungo, sincero abbraccio a Robertina Vinci al termine della finale degli Us Open 2015, una fotografia iconica di sportività, sentimento, stima reciproca (la Vinci sembrava perfino più contenta per la vittoria di Flavia della stessa Flavia…). 

E poi ci sono i coach. La lista di chi ha allenato – o tentato di allenare – Fabio è lunghetta, Caperchi, Serrano, Martin, Perlas, Davin, Barazzutti (più che un coach un confessore), Mancini e ora Gaich: per un totale di otto “mentori”, quasi uno ogni due anni di professionismo. Per carità, c’è chi cambia coach come magliette e nel tennis frenetico di oggi gli insegnamenti “scadono” in fretta, ma davvero vogliamo raccontarci la favoletta che la frizzante caratterialità di Fognini non c’entri nulla?

Guardate quel bonaccione di Sonego, legato da sempre ad Arbino, oppure Seppi, altro ragazzo d’oro, da ventisei anni con Sartori. E guardiamo Flavia, un maestro da junior – Michelangelo Dell’Edera, che non finiremo mai di ringraziare per aver “allevato” lei e Vinci – e due soli coach da professionista, Urpi e Navarro, il primo salutato per assecondarne le ambizioni, il secondo per ritirarsi dal tennis: nessun dissidio, nessuna incompatibilità sopravvenuta. 

Già, il ritiro di Flavia. Per molti è stato precoce, dopo l’impresa a New York era in cima al mondo, integra fisicamente, giovane – perché a 33 anni nello sport oggi sei giovane – chissà in quanti slam avrebbe potuto ancora brillare. Ma la sua determinazione si è trasferita dal campo alla vita, idee chiare, voglia di famiglia, e abbiamo visto com’è andata. Lasciare quando si è i migliori, ci vuole coraggio. Fabio il migliore non lo è da un po’, almeno da Monte Carlo 2019, eppure non molla. Sarà in ossequio all’inseparabile collanina con le lettere NMM (Non Mollare Mai), sarà per la speranza di inanellare un’altra serie di partite entusiasmanti “alla Fognini” come in terra monegasca, sarà che vuole aumentare i record o ancora non si vede a cambiare pannolini anziché campo, il nostro a 35 anni continua a giocare. Recentemente in conferenza stampa ha azzardato la parola “ritiro” ma ribadendo che deciderà lui quando, e ci mancherebbe altro!

Le conferenze stampa di Fognini, quelle sì che ci mancheranno: i silenzi, le rappresaglie, le accuse, gli alibi, gli enigmi, le censure; i continui riferimenti ai complotti dei giornalisti tutti coalizzati nell’avercela con lui – in particolare quei criminali di Ubitennis, a partire dal Direttore giù fino all’ultimo dei redattori, colpevoli di enfatizzarne le sconfitte e minimizzarne i successi, come se dovessero perdonargli qualsiasi mattana, qualsiasi débacle solo perché italiano e l’italiano più vincente da quarant’anni. Non funziona così, Fabio, si raccoglie sempre ciò che si semina, lo dice anche Lou Reed in “Perfect day”. E tu hai seminato troppo vento per raccogliere soltanto fiori. Avresti dovuto interloquire con la stampa, non bannarla, mostrare disponibilità alle critiche come alle lodi, esattamente quanto ha fatto tua moglie per l’intera carriera.

Potremmo continuare a lungo, ma il concetto è chiaro: Flavia e Fabio diversi, anzi opposti, in tutto. 

Quando la loro amicizia è diventata amore, in molti hanno auspicato che Pennetta influenzasse il marito, gli trasmettesse un po’ del suo equilibrio, della sua lucidità, affinché agguantasse finalmente di testa quei risultati che il braccio ha sempre meritato. Alcuni hanno addirittura sperato in una Flavia coach di Fabio. Non è successo, Flavia è rimasta ai margini della vita professionistica di Fabio, consentendogli di mantenere e coccolare il proprio diabolico bipolarismo sul campo, solo un filo attenuato dalla paternità, che addolcisce anche gli animi più inquieti. Sì, c’è stato Monte Carlo, ma è stato un guizzo, una scintilla, non certo la conseguenza di un eventuale “metodo” Pennetta inoculato in Fabio. Credo che Flavia faccia bene a disinteressarsi del Fognini tennista, di più, credo che la sua distanza sia il segreto della loro longevità sentimentale; rumors infatti raccontano di un Fabio papà e marito perfetto, che bisogno c’è di rovinare l’idillio coniugale per arricchirne la bacheca di qualche trofeo in più?

Ah, dimenticavo, oltre alle iniziali – e alle iniziali dei figli – una cosa che accomuna Fabio e Flavia però c’è: il più bel rovescio bimane lungolinea del circuito. 

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Wimbledon ha bisogno di più momenti “Arthur Ashe”, dentro e fuori dal campo

Nick Kyrgios e Ons Jabeur sono una boccata d’aria fresca nelle finali dei singolari maschile e femminile

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Arthur Ashe col trofeo di Wimbledon il 5 Luglio 1975, dopo la vittoria su Jimmy Connors

Traduzione dell’articolo di Kurt Streeter, NY Times, 11 luglio 2022

WIMBLEDON, Inghilterra – Per la prima volta in quasi mezzo secolo, un fine settimana a Wimbledon è sembrato diverso.

Nick Kyrgios e Ons Jabeur sono stati una boccata d’aria fresca nelle finali del singolare maschile e femminile. Jabeur, tunisina, è diventata la prima giocatrice nordafricana a raggiungere una finale in singolare. Kyrgios, australiano di origini malesi e con una spavalderia ben documentata, che lo contraddistingue e lo fa apparire come qualcosa di completamente diverso dai suoi colleghi, giocava la sua prima finale di un Grande Slam. Jabeur e Kyrgios hanno perso il match, ma non è questo il punto.

 

Era dal 1975, quando Arthur Ashe ed Evonne Goolagong arrivarono in finale, che i due incontri non erano così diversi. Il tennis si evolve in modo discontinuo, e non è mai stato così vero come a Wimbledon.

Osservando il pubblico del campo centrale nelle ultime due settimane, si è capito quanto sia difficile cambiare, soprattutto quando si tratta di tornei.

Sugli spalti, un’omogeneità fin troppo familiare. A parte qualche tocco di colore qua e là, un mare di bianco. Per me, un uomo di colore che ha giocato a questo sport nei circuiti minori e che auspica il rinnovamento del sistema tradizionale, vedere la mancanza di colori è sempre un pugno allo stomaco, soprattutto a Wimbledon, in una città come Londra.

Dopo la finale femminile di sabato, mi sono fermato accanto a un pilastro vicino a una delle uscite del campo centrale. Sono passate centinaia di persone. Poi alcune migliaia. Ho contato circa una dozzina di persone di colore. Questo grande evento si svolge in una delle metropoli più multietniche del mondo, aperta a persone provenienti da ogni parte del mondo. Non si direbbe guardando gli spettatori. C’erano alcuni volti asiatici, oppure alcuni musulmani in hijab. La comunità sikh è molto numerosa a Londra. Ho visto solo uno dei tradizionali turbanti sikh tra gli spalti.

Quando ho preso in disparte alcuni tifosi di colore e ho chiesto loro se si sentissero consapevoli della loro rarità tra il pubblico presente, la risposta è sempre stata rapida come una volée di dritto di Jabeur o un servizio di Kyrgios. “Come potrei non sentirmi una rarità?“, ha detto James Smith, residente a Londra. “Ho visto un ragazzo in un settore appena sopra di me. Ci siamo sorrisi a vicenda. Non lo conosco, ma c’era un legame. Sapevamo di essere pochi e lontani”.

I tifosi lo vedono.

E anche i giocatori.

“Me ne accorgo sicuramente”, ha detto Coco Gauff, la teen star americana, quando abbiamo parlato la scorsa settimana. Ha detto di essere così concentrata quando gioca quasi da non si accorgersi della folla. Ma dopo, quando guarda le sue foto a Wimbledon, le immagini la spaventano. “Non ci sono molte persone di colore tra la folla”.

Gauff ha confrontato Wimbledon con gli U.S. Open, che hanno un’atmosfera più “terrena”, sembra un po’ il più grande torneo di parchi pubblici del mondo e la folla è molto più variegata.

“È decisamente strano qui, perché Londra dovrebbe essere un grande melting pot”, ha aggiunto Gauff, riflettendo per un po’ e chiedendosi perché.

Andare a Wimbledon, proprio come andare ai grandi eventi sportivi in tutto il Nord America e oltre, richiede un impegno notevole. Il collaudato e tradizionale Wimbledon porta questo presupposto al limite. Non è possibile acquistare i biglietti online. Per molti posti c’è un sistema di lotteria. Alcuni fan si mettono in fila in un parco vicino e si accampano per tutta la notte pur di partecipare. Il prezzo non è esattamente a buon mercato.

Dicono che è aperto a tutti, ma il sistema di prenotazione di biglietti è progettato con così tanti ostacoli che è quasi come se fosse destinato a escludere le persone di un certo tipo“, ha detto Densel Frith, un imprenditore edile di colore che vive a Londra.

Mi ha detto di aver pagato circa 100 sterline per il suo biglietto, circa 120 dollari. Sono un sacco di soldi per un ragazzo che si è descritto come un colletto blu. “Non tornerò domani“, ha aggiunto. “Chi può permettersi una cosa del genere? Le persone della nostra comunità non possono permetterselo. Non è possibile. Non se ne parla. Proprio non se ne parla”.

C’è qualcosa di più dell’accesso e del costo, qualcosa di più profondo. Il prestigio e la tradizione di Wimbledon sono allo stesso tempo i suoi punti di forza e il suo tallone d’Achille. Il luogo è meraviglioso – il tennis in un giardino all’inglese non è un’iperbole – ma anche soffocante, tedioso e statico.

“Pensate a cosa rappresenta Wimbledon per molti di noi”, ha detto Lorraine Sebata, 38 anni, cresciuta in Zimbabwe e ora residente a Londra.

“Per noi rappresenta il sistema”, ha aggiunto. “Il sistema coloniale, la gerarchia” che è ancora alla base della società inglese. Basta guardare il palco reale per rendersene conto, è bianco proprio come il dresscode del torneo, risalente all’epoca vittoriana. 

Sebata si è descritta come una fan appassionata. Ama il tennis dai tempi di Pete Sampras, anche se lei non lo gioca. La sua amica Dianah Kazazi, un’assistente sociale arrivata in Inghilterra dall’Uganda e dai Paesi Bassi, ha la stessa passione per il tennis. Mentre parlavamo, si guardavano intorno – su e giù per un corridoio appena fuori dal maestoso campo centrale foderato di edera – e non riuscivano a trovare nessuno che sembrasse avere le radici africane che condividevano. Hanno detto di avere molti amici di colore che amano il tennis, ma non sentono di poter far parte di Wimbledon, situato in un lussuoso sobborgo che sembra esclusivo e così lontano dalla quotidianità.

“C’è un establishment e una storia dietro questo torneo che mantiene tutto legato proprio status quo”, ha detto Kazazi. “Come tifoso, devi uscire dagli schemi per superare questa situazione”. Ha proseguito: “È la storia che ci attrae come tifosi, ma quella storia dice qualcosa alle persone che non si sentono a proprio agio a venire”. Per molte persone di colore in Inghilterra, il tennis semplicemente non è visto come “qualcosa per noi”.

Ho capito. So esattamente da dove venivano questi tifosi. Ho sentito il loro sgomento, la loro amarezza e il dubbio riguardo alla possibilità di un cambiamento. Onestamente, mi ha fatto male.

Forse è utile sapere cosa significa Wimbledon per me.

Mi viene la pelle d’oca ogni volta che entro nei cancelli di Church Road, una strada verdeggiante a due corsie. Il 5 luglio 1975, quando Arthur Ashe sconfisse Jimmy Connors, diventando il primo uomo di colore a vincere il titolo di Wimbledon in singolare e l’unico uomo di colore a vincere un titolo in un torneo del Grande Slam, tranne Yannick Noah agli Open di Francia nel 1983, ero un bambino di 9 anni la cui passione sportiva erano i Seattle SuperSonics.

Vedere Ashe con il suo gioco aggraziato e la sua intelligenza acuta, i suoi capelli afro e la sua pelle che assomigliava alla mia, mi convinse a fare del tennis il mio sport.

Wimbledon non ha modificato la traiettoria della mia vita, ma ne ha cambiato la direzione.

Sono diventato un giocatore junior e di college di livello nazionale. Ho trascorso poco più di un anno nei circuiti minori del gioco professionistico, raggiungendo il numero 448 della classifica ATP. Ai miei tempi i giocatori non bianchi erano rari come ai tempi di Arthur.

Oggi, come abbiamo visto questo fine settimana, c’è una nuova generazione di talenti sull’erba. Serena e Venus Williams sono la loro stella polare. Eppure c’è ancora molto da fare. Non solo in campo, ma anche per avvicinare i tifosi al gioco e portarli sugli spalti di un monumento del tennis come Wimbledon. Un lavoro che richiederà sicuramente molto tempo.

Traduzione di Alice Nagni

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