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Opinioni

Il tie-break al quinto set? Se lo tengano gli americani

Rino Tommasi e Novak Djokovic lo vorrebbero anche negli altri Slam, Roger Federer no: “Sarebbe come i rigori nel tennis”. Meglio decidere tutto in 2 punti o sperare in sfide epiche come Nadal-Federer 2008?

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Curiosamente (ma è solo un’ipotesi) le stesse esigenze televisive che hanno sempre suggerito agli americani di essere ragionevolmente certi della durata del match, potrebbero aver convinto agli organizzatori dell’Australian Open a non prendere mai in considerazione il tie-break finale. Lo Slam down under, infatti, costringe buona parte del pubblico europeo ad accontentarsi della sessione serale (che coincide col mattino del vecchio continente), per cui un match della serata di Melbourne che va avanti a oltranza permetterebbe allo spettatore italiano, spagnolo o inglese un prolungamento dello spettacolo nella fascia oraria più gradita.

Mentre a Wimbledon abbattere le tradizioni richiede più perseveranza che attendere 28.127  giorni per mettere in archivio Fred Perry, forse è il Roland Garros lo Slam che più si presterebbe all’introduzione del tie-break finale. Il gioco sulla terra, al di là dell’omologazione delle superfici, continua a comportare scambi di maggiore durata rispetto a erba e cemento. Immaginarsi un match tra due regolaristi, come Ferrer e Cuevas, protrarsi oltre ogni ragionevole limite di sopportazione per il malcapitato pubblico (non certo per David e Pablo, che più vanno avanti più sono contenti…) è forse il vero motivo per cui a Porte d’Auteuil rimangono così riluttanti all’introduzione dell’illuminazione artificiale: possa almeno l’oscurità arrestare due talebani del palleggio che attendono invano l’errore altrui…

Più di questi aspetti, comunque, prevalgono le esigenze dei giocatori. Trovarsi di fronte un avversario che ha appena vinto in tre facili set dopo che si è usciti vittoriosi da cinque set in cui l’ultimo è finito 21-19 (come successe a Andy Roddick, vittorioso su Younes El Ayanoui ai quarti di finale dell’Australian Open 2003) non è proprio il massimo in termini di parità nelle condizioni di partenza del match: l’americano perse contro l’underdog Rainer Schuettler la semifinale successiva, un match che in condizioni normali avrebbe facilmente portato a casa. Lo stesso Federer, peraltro, dopo aver vinto la semifinale di Londra 2012 con Del Potro per 19-17 al terzo set, venne poi preso a pallate nella finale contro Murray.

 

Eppure ci sono molti fattori che spingono a mantenere il cosiddetto long set.
Non è retorica sottolineare la componente romantica del gioco, la sfida che si arricchisce sempre di più di pathos e contenuti nervosi, assumendo i contorni della guerra di trincea o di una tempesta degna di un quadro di Turner. E’ come quando nel calcio si va ai supplementari e gli schemi saltano, si va avanti per forza d’inerzia fino alla fine. A quel punto sì che ha la meglio chi ha più fame di vittoria.

In tale contesto, non vanno sottovalutati due aspetti tecnico-tattici essenziali.
Il perdurare dell’equilibrio a oltranza sembrerebbe favorire chi fa della componente fisica, in particolare della resistenza, il suo punto di forza, ma in condizioni mentali inevitabilmente precarie dopo ore di battaglia e continui capovolgimenti di fronte nel punteggio, potrebbe essere proprio il maggiore bagaglio tecnico a fare la differenza. Dopo 4 ore di partita, sul 10 pari al quinto, un recupero in lob liftato a ridosso dei teloni che lascia impietrito il giocatore a rete, esterrefatto dal vedere vanificato il lavoro ai fianchi durante lo scambio, suonerebbe come un montante arrivato all’improvviso. Col punto già in tasca, tutto poteva aspettarsi in quel momento tranne la lucidità tattica del colpo che ribalta l’inerzia dello scambio, unita a un’esecuzione tecnica perfetta. Se chi subisce la mazzata è il giocatore che serve e si trova sotto nel punteggio, lo spettro di subire il break è inevitabile. In queste condizioni sì che si premia chi ha più classe, sia egli chi trova una prodezza tecnica e tattica come quella descritta o chi riesce nonostante questo diretto al mento a stare in piedi, da prodigioso incassatore, e continuare la battaglia.
In secondo luogo, in un epilogo a oltranza la prospettiva di non vedere la fine incentiva chi risponde a prendere rischi che non si prenderebbe mai in un tie-break decisivo, aumentando la spettacolarità della fase finale e decisiva del match anziché ridurla a una noiosa sfida a chi si arrende per primo.

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Australian Open

Nei dintorni di Djokovic AO Edition: a Melbourne è l’ora del D10KO?

Per gli addetti ai lavori è Djokovic il grande favorito dello Slam di apertura della stagione 2023. Vediamo cosa fa pensare che assisteremo alla sua decima cavalcata trionfale a Melbourne e cosa invece può far dubitare che l’aggancio a Nadal a quota 22 Slam sia dietro l’angolo

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Novak Djokovic, Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sono passati meno di due mesi dalle ATP Finals e ancor meno dalle fasi finali della Coppa Davis ed il tennis professionistico torna a fare sul serio: lunedì a Melbourne inizia il primo Slam stagionale, l’edizione n. 111 dell’Australian Open. E come si immaginava quando c’è stata la conferma della revoca del divieto di ingresso in Australia per tre anni comminatogli dopo quanto accaduto lo scorso anno, il grande favorito è Novak Djokovic. Il fuoriclasse serbo è a caccia del suo decimo Slam Down Under, che significherebbe agganciare Nadal a quota 22 nella classifica totali dei Major vinti e, tanto per non farsi mancare nulla, anche la riconquista – ne entrerebbe in possesso per la settima volta – di quello scettro di n. 1 mondiale che ha tenuto per più tempo di tutti (373 settimane). Ma quali sono i motivi principali che portano a ritenere il 35enne campione di Belgrado in grado di portare a termine l’ennesima impresa da record – il secondo tennista in campo maschile a raggiungere la doppia cifra nelle vittorie di un singolo Slam dopo Nadal al Roland Garros – e quali invece i segnali che portano invece a ipotizzare che ci sia la possibilità che i pronostici vengano sovvertiti? Abbiamo cercato di riassumerli qui di seguito.  

I punti a favore

Sia parlando di dati statistici che di risultati recenti, i numeri sono dalla parte di Nole. Che si presenta ai nastri di partenza con una imbattibilità sui campi di Melbourne Park che dura dal 2019 (striscia di 27 vittorie consecutive: ultima sconfitta nel 2018, contro Chung negli ottavi), con tre vittorie nelle tre ultime partecipazioni, ed un parziale negli ultimi sette mesi di 30 vittorie ed una sola sconfitta (la finale del Masters 1000 di Bercy contro Rune) in match ufficiali. Ne dovrebbe derivare un serbatoio dell’autostima bello pieno, e sappiamo quanto conti per il belgradese poter approcciare un grande evento con la miglior attitudine mentale. Considerazione, quest’ultima, rafforzata dalle prestazioni della scorsa settimana ad Adelaide, che hanno evidenziato come anche tecnicamente e fisicamente la condizione del tennista serbo sia ottimale. Aggiungiamo il fatto che il lotto dei suoi principali competitors non è che invece se la passi benissimo: se ci focalizziamo sui più recenti campioni Slam, Alcaraz è fuori dai giochi, Nadal non ha brillato alla United Cup e le recenti dichiarazioni ottimistiche non possono dissipare i dubbi sul suo stato di forma, Medvedev in queste non ha dato segnali di essere tornato quello del biennio 2020-2021 e non la copia un po’ sbiadita vista all’opera lo scorso anno.

Anche il sorteggio pare sia stato benevolo con Nole. Non si vedono infatti grossi ostacoli sino ai quarti di finale, anche se la sfida a Carreño Busta a livello di ottavi evoca spiacevoli ricordi newyorchesi. Nei quarti invece qualche problemino – e ci mancherebbe altro, potrebbe dire qualcuno, dato che è uno Slam e siamo a livello di top ten – potrebbe arrivare. A rigor di classifica a procuraglieli dovrebbe essere il n. 6 del mondo Rublev, ma forse potrebbe averne qualcuno in più se dall’altra parte della rete trovasse quel Rune che è l’unico che può dire di averlo battuto da giugno a questa parte in un torneo ufficiale. E probabilmente sarebbero anche maggiori se invece ci fosse quel Kyrgios che il primo set della finale di Wimbledon glielo aveva portato via e che di fronte ai suoi connazionali trova sempre energie e soprattutto motivazioni extra. Ma un Nole che arriva alla seconda settimana senza aver speso troppe energie sotto il sole dell’estate australiana, e i suoi potenziali primi tre turni rendono l’ipotesi parecchio plausibile, dovrebbe essere nelle condizioni psicofisiche ottimali per tenere a bada tutti i nomi fatti, compreso il suo nuovo amico di Canberra. Anche i possibili incroci in semifinale non paiono ostacoli insormontabili: per quanto entrambi siano in evidente crescita, affrontare uno tra Ruud (anche se noi speriamo che da quello spicchio di tabellone salti fuori Berrettini) e Fritz – anche qui qualche doloroso ricordo, anche se tutto è bene quel che finisce bene – per arrivare alla trentatreesima finale Slam non è la peggiore delle combinazioni possibili.

 

In finale dovrebbe trovare uno tra – in ordine di ranking – Nadal, Tsitsipas (qui per Sinner vale ovviamente la stessa speranza espressa prima per Berrettini) o Medvedev. Con il maiorchino, al netto delle considerazioni precedenti sul suo stato di forma, al di fuori della terra battuta non perde da quasi 10 anni (finale US Open 2013) e nell’ultima sfida a Melbourne, la finale 2019, dominò. Con il greco non perde dal 2019 ed ha vinto gli ultimi sette head to head, comprese le due sfide Slam finite al quinto a Parigi. Con il russo c’è sicuramente la ferita della sconfitta subita nella finale dello US Open 2021 che ha fatto svanire il sogno del Grande Slam proprio sul traguardo, ma all’inizio di quell’anno un Nole non a corto di energie come a New York aveva vinto in tre set la finale australiana e abbiamo già detto che Daniil non sembra ancora uscito dal tunnel 2022, stagione che lo ha visto perdere tre sfide su tre contro Nole. Insomma, a questo punto, per mettere un po’ di pepe forse vale la pena inserire anche il nome di Auger-Aliassime tra quelli dei possibili finalisti, dato che prima o dopo ci arriverà e considerato il fatto che tra tutti i giocatori citati è l’unico insieme a Rune che è in parità negli scontri diretti con il fenomeno serbo, anche se solo grazie al fatto che la vittoria nella Laver Cup su un Djokovic acciaccato è calcolata nelle statistiche. Ma con FAA o senza, la sensazione è che la sostanza non cambi: chiunque si troverà di fronte in finale, il campione serbo partirà favorito.

I punti di attenzione

Insomma, tutto sta filando liscio e non ci sono dubbi che Nole metta nella bacheca del suo Novak Tennis Center di Belgrado l’ennesima riproduzione della coppa del vincitore dell’Australian Open? Keep calm, per dirla come gli australiani (a meno che nel loro tipico slang non abbiano un modo diverso per dirlo, ma non risultava). Al netto dell’ovvia considerazione che nello sport non è mai finita finché non è finita e che di clamorose eliminazioni dei grandi favoriti sono pieni gli annali, non è che proprio tutto stia filando liscio come l’olio in casa serba. Ci sono infatti dei segnali che possono dare un po’ di coraggio ai suoi avversari e che probabilmente si possono ricondurre tutti ad un’unica considerazione: nonostante in campo cerchi di non darlo a vedere (e gli riesce benissimo), Nole veleggia verso le 36 primavere. E per quanto appunto non abbia niente dell’agonista over 35, si può notare come qualche acciacco ogni tanto inizi a saltar fuori anche per lui. È successo sia la scorsa settimana durante il torneo di Adelaide, sia in questi giorni di allenamento a Melbourne. Niente di preoccupante, a suo dire. Ma come sappiamo che quando sente girare tutti gli ingranaggi alla perfezione Djokovic è in grado di trasformarsi in RoboNole e diventare pressoché imbattibile, dall’altra parte abbiamo anche visto che quando invece percepisce che qualcosa non va nel verso giusto la cosa può impattare sul suo approccio in campo e far intravedere qualche crepa nel suo gioco, in cui gli avversari più accorti possono infilarsi (ed è logico pensare a Nadal, anche solo ricordando la rimonta da 2-5 nel quarto set dei quarti dell’ultimo Roland Garros). Il nervosismo dimostrato nella finale di Adelaide ne è l’esempio più recente.

E non si può inoltre non osservare il fatto che comunque, anche se alla fine la vittoria la porta poi a casa praticamente sempre lui, Nole nell’arco di un match non appare più così dominante come in passato. Giocoforza, infatti, dopo vent’anni dalla prima partita da professionista – era il 6 gennaio 2003, perse al primo turno di un ITF in Germania – e oltre 1200 partite a livello ATP, l’intensità in campo non può più essere sempre quella di una volta: i momenti di pausa durante i match sono un pochino più frequenti, le chance non vengono sfruttate con la chirurgica lucidità di qualche anno fa. E anche se, soprattutto al meglio dei cinque set, la classe, l’esperienza e la forza mentale gli permettono di alzare il livello e fare ancora la differenza nei momenti decisivi di un match, far rimanere in partita avversari che spesso hanno dieci e più anni di meno e soprattutto non hanno telaio e motore usurati da centinaia di partite in più, può diventare estremamente pericoloso se la partita si allunga e il fisico diventa il fattore più rilevante, specie sotto il cocente sole australiano.

Conclusioni

Diciamo che se il fisico non lo tradisce, tutto fa pensare che sia l’ora del D10KO, se ci consentite di sintetizzare così, a mo’ di hashtag, l’obiettivo del fuoriclasse belgradese: la conquista della decima vittoria a Melbourne. L’unico appiglio per gli avversari è appunto il fatto che il tempo, citando Jovanotti, “comunque vadano le cose lui passa” e quindi ad un trentacinquenne può presentare il conto quando meno se lo aspetta. A proposito, com’è la statistica dei vincitori Slam over 35? Ah, già: Federer e Rosewall a quota tre vittorie, Nadal a due e Djokovic a una. Lo ammettiamo, non l’avevamo considerata nel fare le nostre riflessioni. Ma, tutto sommato, che rilevanza volete che abbia? Nole mica è il tipo che si pone sempre nuove sfide e trae energia dai nuovi obiettivi, come diventare non solo il giocatore con più vittorie Slam in assoluto ma anche da over 35, no?

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Australian Open

La crisi di risultati di Nadal, sintomo di un irrisolto problema agli addominali

Dopo l’infortunio patito a Wimbledon, Rafa Nadal ha modificato qualcosa in battuta: potrebbe originare da lì il suo calo degli ultimi mesi. Cerchiamo di analizzarne cause ed effetti mentre il maiorchino si appresta a difendere il titolo all’Australian Open

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Rafael Nadal - United Cup 2023 Sydney (foto Twitter @ATPTour_ES)

È uno dei due Big 3 rimasti in piedi, ha vinto 22 tornei del Grande Slam, è il campione uscente. Avrà anche perso i primi due match pro dell’anno (mai successo in carriera), peraltro arrivando da un finale di stagione 2022 con quattro sconfitte e una vittoria ma, quando Rafael Nadal partecipa a un major, non si possono fare i conti senza di lui. Che poi, alla vigilia dell’Happy Slam, lui stia facendo i conti con qualche problema è un altro discorso – quello che ci apprestiamo ad affrontare.

L’anno passato abbiamo visto Rafa partire a razzo con i titoli di Melbourne, Australian Open e Acapulco, arrivando imbattuto alla finale di Indian Wells, nella quale la sua costola incrinata ha avuto la peggio contro la caviglia malandata di Fritz. La stagione sulla terra monca e senza titoli prima di Parigi non è stata incoraggiante, però il quattordicesimo è arrivato nonostante il piede dolorante e fino al quarto di finale a Wimbledon tutto stava funzionando a dovere. Dall’infortunio agli addominali patito in Church Road, però, il rendimento è precipitato senza più dare segni di ripresa.

Il fondamentale che più di tutti risente di quel tipo di infortunio è senza dubbio la battuta, che certo non è il colpo più naturale di Rafael e, altrettanto di sicuro, non è come toglierlo a Opelka o Isner. Un po’ sì, però. Il suo servizio è indubbiamente cresciuto rispetto ai primi anni, senza però avvicinarsi come efficacia “diretta” a quello di altri colleghi. Prendiamo (non uno a caso) Novak Djokovic, anch’egli non nato come grande battitore, ma che ora sa affidarsi con tranquillità al colpo di inizio scambio per… non far cominciare lo scambio. Nadal ha in ogni caso saputo trasformarlo in un’arma estremamente funzionale, un po’ come la risposta al servizio e, ancora, tiriamo in ballo Nole. Perché, in termini assoluti, non c’è paragone tra le due ribattute: il serbo vicinissimo al campo, con grande abilità di lettura delle intenzioni avversarie e riflessi incredibili, lo spagnolo là dove il mattone tritato lascia il posto ai giudici di linea. Da quella posizione che innanzitutto aiuta a tenere più palle in campo, Nadal si prende tempo a sufficienza per tirare una catenata profonda e rabbiosa, un macigno come quello che insegue Indiana Jones nei “Predatori”; lui intanto recupera la posizione e, ben che vada, l’avversario è costretto a iniziare uno scambio neutro contro Rafa sulla terra battuta. E le percentuali in risposta si impennano. Allo stesso modo, il servizio gli permette di colpire in uscita con il dritto la (grande) maggioranza delle volte, magari non sempre con quell’87% dopo la prima e 77% dopo la seconda registrati a Toronto 2018, esclusa la finale dove le 43 risposte di Tsitsipas gli fecero giocare appena due rovesci. Così, quando non arriva l’immediato vincente con l’ormai classico uno-due del tennis maschile moderno, Nadal può comandare e comunque abbreviare lo scambio. Perché il ragazzo comincia ad avere un’età e un’anzianità di, ehm, servizio per cui evitare metri e metri di rincorse e recuperi a ogni “15” non può che giovargli.

 

Ecco, dunque, che comincia a formarsi un’ipotesi plausibile per le grosse difficoltà del numero 2 del mondo nei mesi post-Wimbledon: una ridotta efficacia della battuta a causa dell’infortunio. Un’interessante grafica che confronta il punto di impatto del primo servizio all’Australian Open 2022 e alla United Cup, proposta durante il suo match contro de Minaur, sembra supportare l’ipotesi.

Punti di impatto del primo servizio di Nadal. Australian Open 2022 in rosso, United Cup 2023 in giallo

Cominciamo con il notare che nel recente torneo a squadre Nadal trovava la palla più alla propria sinistra. Per un mancino, un lancio di quel tipo significa essere praticamente costretto a servire slice. Il kick è escluso, perché dovrebbe “spazzolare” la palla (immaginandola come il quadrante di un orologio) dalle ore 5 verso le 11 (o 4-10 per privilegiare l’effetto laterale da destra), ma è impossibile farlo con la palla in quella posizione: il punto di impatto deve essere sopra la testa. Non che Rafa sia famoso per i suoi kickoni, ma, oltre a rivelarne in anticipo le intenzioni, questo può essere considerato un primo sintomo di qualcosa di irrisolto a livello addominale, fosse anche “solo” il timore di rifarsi male.

Le altre due caratteristiche di quel lancio “giallo” – più avanzato e più basso – conducono nella stessa direzione: la volontà di evitare inarcamento ed estensione per coinvolgere l’addome il meno possibile. La conseguenza di un impatto più basso è una minor accuratezza, come ha spiegato durante la telecronaca Jim Courier. Anche secondo l’ex n. 1 del mondo “è verosimile che sia un aggiustamento dovuto all’infortunio di Wimbledon”.

Mettendo da parte le possibili cause, torniamo all’ultimo effetto di questa modifica del lancio dopo aver detto della mancanza di imprevedibilità e della minor accuratezza, intesa come capacità di trovare direzione e profondità. L’impatto più avanzato si risolve evidentemente in una ricaduta più marcatamente all’interno della linea di fondo: già l’avversario è messo meno in difficoltà dalla battuta, se a questo aggiungiamo che Rafa deve affrettarsi per recuperare la posizione ottimale, ecco che ne risente l’efficacia del primo colpo dopo il servizio. E da lì, a cascata, tutto il resto del gioco.

Non resta che aspettare – davvero poco, ormai – per verificare se avrà superato l’inconveniente o, almeno, saputo trovarvi un valido rimedio. In caso contrario, un Nadal troppo limitato da quel punto di vista potrebbe trovarsi in grande difficoltà già al primo turno, per un sorteggio di per sé non agevole che lo ha opposto al mancino inglese classe 2001 Jack Draper.

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ATP

Le delusioni ATP del 2022: Daniil Medvedev batte tutti

Nella classifica tra il serio e il faceto di chi ha disatteso le aspettative, dietro Medvedev c’è Sebastian Korda. Ma chi si prende il terzo posto spuntandola tra candidati del calibro di Denis Shapovalov e Diego Schwartzman?

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Daniil Medvedev – ATP Finals 2022, Torino (Foto: Giampiero Sposito)

Fine anno, tempo di bilanci. Si parte con determinate aspettative e si misura la situazione di arrivo per valutarla rispetto a quelle aspettative. Niente di più naturale farlo per sé stessi, ma molto più divertente – specie se i propri buoni propositi sono stati mancati clamorosamente – farlo per gli altri. Che, in questo caso, sono i migliori tennisti del mondo. Un’altra idea che riscuote sempre successo sono le classifiche. Nick Hornby si è rivelato maestro in questo nel suo libro Alta Fedeltà con le sue top 5, dalle migliori canzoni di Elvis Costello alle più memorabili rotture con le fidanzate. Unendo le due cose, nasce la classifica delle delusioni tennistiche del 2022, vale a dire i cinque, no, troppi, i tre giocatori che peggio hanno fatto rispetto alle aspettative. La domanda d’obbligo è, “le aspettative di chi?”.

Come recita un vecchio adagio degli avvocati, in aula mai porre una domanda di cui non sai la risposta. Non siamo a processo, ma speriamo di riuscire a rispondere entro la fine di questo articolo. Un’altra domanda che ci siamo posti riguarda l’eticità dell’operazione, perché potrebbe avere ragione Daria Abramowicz, la psicologa di Iga Swiatek, quando, di fronte all’articolo dell’Équipe su questo argomento, twitta che “idee come questa sono deludenti. Perché anche solo pensare di pubblicare questo tipo di ‘classifiche’?”.

Riflettendoci bene, tuttavia, non è che venga svelato alcun segreto – i risultati sono gli occhi di tutti, soprattutto dei tennisti eventualmente citati – e lascia perplessi il fatto che solo lei abbia il diritto di usare il termine deludente. La dottoressa Abramowicz, lo ricordiamo, si è impegnata per entrare nella classifica dei peggiori commenti ai WTA Awards, in pratica non riconoscendo il premio andato al coach di Jessica Pegula per averla portata al numero 3 del mondo. Non benissimo, Daria. Liquidata l’obiezione con malcelato piacere, possiamo procedere. In un lampo di astuzia, iniziamo dal gradino più alto del podio mettendoci colui la cui valutazione dovrebbe catalizzare facili consensi – suoi, del suo staff, di appassionati e addetti ai lavori. Partiamo allora da… (sarebbe il momento di creare un po’ di suspense, ma non si possono non mettere i nomi nel titolo, quindi già sappiamo chi è)

 

Daniil Medvedev

Essere considerato la maggiore delusione della stagione in cui si raggiunge la vetta del ranking non è impresa da tutti. Se a questo aggiungiamo che Daniil è stato il primo non Fab Four a occupare la prima posizione mondiale da Andy Roddick diciotto anni prima, ci rendiamo conto delle dimensioni di quell’impresa. Ma cominciamo dall’inizio, anzi, da un po’ prima, dal settembre 2021. Medvedev vince lo US Open, il primo Slam non solo suo ma della propria generazione, uguagliando così il numero di trofei major alzati dalla generazione precedente – sempre a New York con Thiem. A dare ulteriore lustro al successo, il nome dell’avversario battuto in finale, quel Novak Djokovic arrivato all’appuntamento vantando i primi tre Slam dell’anno in bacheca e il conseguente 27-0 di match vinti. Un appuntamento con la storia il cui peso si è dimostrato insostenibile anche per Nole; tuttavia, la prestazione serba al di sotto gli abituali standard non può in alcun modo sminuire la portata della vittoria di Medvedev, anche perché abbiamo visto troppe volte avversari in una determinata giornata superiori soccombere davanti al Big 3 di turno non esattamente in grande spolvero. Favorito all’Australian Open, mette in fila tutti quanti per poi perdere la finale da Nadal, che ci potrebbe anche stare se non fosse per il vantaggio russo di due set a zero, le tre palle break consecutive nel terzo parziale, poi consegnato sbagliando un appoggio a campo aperto. Presto il mondo del tennis si rende conto che quella è proprio ciò che sembra: una sconfitta dalla quale è difficile riprendersi. E Medvedev non si riprenderà mai davvero nel corso del 2022, purtroppo per lui ma anche per il Tour che ha bisogno sia di personaggi carismatici, sia di seri contendenti all’ormai duopolio. In febbraio arriva al n. 1 del mondo, per tre settimane, e di nuovo da metà giugno alla fine dello US Open, torneo in cui il campione uscente è sconfitto agli ottavi da Kyrgios. In mezzo, l’operazione all’ernia all’inizio della stagione su terra battuta, l’esclusione da Wimbledon e la vittoria all’ATP 250 di Los Cabos, il primo dei due titoli incamerati. L’altro, a Vienna, potrebbe essere il preludio a un cambiamento di rotta nell’ultimo scampolo di stagione, quella indoor che certo gli si confà. Seguiranno invece quattro sconfitte in altrettanti incontri, tutti tirati: a Bercy contro de Minaur e nel girone delle ATP Finals, questi persi al tie-break del terzo set. Che, se da un lato possono essere letti come sfide giocate alla pari contro Rublev, Tsitsipas e Djokovic, dall’altro – e ci sembra la lettura più corretta – sembrano proprio i tre indizi che fanno una prova, peraltro solo l’ultima di una serie pressoché ininterrotta da quella domenica australiana. Prova di cosa?

Proprio all’inizio dello US Open 2021, Francisca Dauzet, la psicoanalista e performance coach che lavora con Medvedev dal 2018, lo diceva equipaggiato di un mostruoso potenziale mentale. In effetti, pareva davvero averne molto di più rispetto agli altri della sua generazione, gli Zverev, gli Tsitsipas, i Rublev, i quali hanno spesso il loro daffare con i rispettivi demoni. Tuttavia, tornando alla prova di cui parlavamo, come c’è il giocatore spartiacque la cui caratteristica è che devi batterlo perché non ti regala il match “tranne quando te lo regala”, così Daniil è quello forte mentalmente “tranne quando non lo è”. E non lo è da quasi un anno, iniziato al secondo posto della classifica, con un secondo trofeo Slam come obiettivo reale e infatti immediatamente sfiorato, e terminato al settimo.

Al secondo posto della nostra top 3 c’è…

Sebastian Korda

Sebi è proprio un bel giocatorino. Elegante, fluido, la palla gli scorre apparentemente senza alcuno sforzo, sa fare tutto e, forse anche per questo, non rimane impresso un colpo particolare. Lui, comunque, cita il rovescio come preferito. Intendiamoci, quella di Korda non è certo stata una stagione fallimentare, tutt’altro: partito con un ranking di n. 41 ATP, ha chiuso al 33° posto, con un best come trentesimo giocatore del mondo. Le premesse erano però altre. Una giovane carriera in ascesa pressoché costante, con l’ingresso in top 100 all’inizio del 2021 che lo mostrato al grande pubblico, sebbene da tempo annunciato da quel cognome, ingombrante ma meno di altri. Proprio allora scrivevamo della lunga strada da percorrere senza fretta e così ha fatto, il figlio del campione dell’Australian Open 1998. Messo al sicuro a Parma il primo e finora unico titolo, il classe 2000 di Bradenton aveva guadagnato un’ottantina di posizioni nel corso del 2021 e, sempre senza fargli fretta, ci aspettavamo risultati decisamente migliori in questa annata.

Sebastian Korda – ATP Estoril 2022 (foto via Twitter @ATPTour_ES)

Il bilancio vittorie-sconfitte recita un più che dignitoso 34-22, mentre sono appena sei le eliminazioni al primo turno e certo c’è chi ne ha accumulate di più tra quelli che lo precedono anche di parecchie posizioni in classifica. Ecco allora quello che è mancato a Sebastian: come in campo non lo vediamo lasciare continuamente fermo l’avversario con una mazzata letale, così gli è sempre mancato lo spunto per andare oltre la sufficienza. A livello Slam, terzo turno a Melbourne e Parigi, secondo a New York, Wimbledon saltato per un problema fisico. Rimangono così il match vinto a Monte Carlo su Alcaraz, che arrivava dal titolo di Miami, in una giornata obiettivamente particolare, la semifinale a Estoril e le finali consecutive a Gijon e ad Anversa, tutti “250”. Si può naturalmente parlare di stagione di assestamento dando particolare enfasi ai risultati del 2021, ma rimane un credibile protagonista per quanto riguarda le speranze disattese.

La terza delusione è… a pagina 2

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