Storia del tie-break: un'invenzione di Van Alen legata a Pancho Gonzales

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Storia del tie-break: un’invenzione di Van Alen legata a Pancho Gonzales

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TENNIS FOCUS – Una delle rivoluzioni più significative nella storia recente del tennis è stata senza dubbio rappresentata dall’introduzione del tie-break, letteralmente plasmato nel 1965 dalla geniale mente di Jimmy Van Alen. Ripercorriamo allora le tappe che portarono al suo dirompente arrivo nel nostro sport, e che oramai (quasi) nessuno si sognerebbe di mettere in discussione… Daniele Camoni

A molti il nome di James Henry “Jimmy” Van Alen probabilmente non dirà assolutamente nulla, ma se ricordiamo come costui sia stato il “padre” della International Tennis Hall of Fame (avente sede nella magnifica cornice del Casinò di Newport, nel Rhode Island) e, soprattutto, il creatore del tie-break, allora capiamo anche come l’importanza di questo incredibile personaggio tocchi pagine importanti della storia del tennis, che non possono essere certo trascurate.

Un sistema di punteggio all’apparenza così semplice e quasi banale come il tie-break, ovvero quei delicatissimi sette punti da raggiungere ad ogni costo e che troppe volte hanno rappresentato il confine tra una faticosa vittoria e una dolorosa sconfitta, in realtà nasconde una storia ben più complessa ed affascinante.

 

Tutto ha origine tra il 1955 ed il 1956, allorquando assistendo agli incontri di Pancho Gonzales (il miglior battitore e giocatore dell’epoca), Van Alen brevettò un ingegnoso sistema di punteggio che potesse in qualche modo arginare lo strapotere dello statunitense al servizio: nacque così il VASSS (Van Alen Streamlined Scoring System), con set da disputarsi ai 21 punti, alternandosi i giocatori al servizio ogni cinque punti e senza seconde palle. Il primitivo “sistema Van Alen” venne adottato per le edizioni ’55 e ’56 degli U.S. Pro Championships ma fu subito abbandonato a causa dello scarso successo riscosso (anche perché Gonzales continuò a dominare come se nulla fosse).

La spinta decisiva per l’introduzione del tie-break “tradizionale” arrivò però nel 1969, quando Charlie Pasarell e un 41enne Pancho Gonzales disputarono a Wimbledon uno degli incontri più epici di tutti i tempi: Gonzales vinse per 22-24, 1-6, 16-14, 6-3, 11-9 in 112 giochi, 5 ore e 12 minuti (ad allora, l’incontro più lungo nella storia di Wimbledon), annullando ben sette match – point. Nella “Bibbia di Wimbledon” di John Barrett (Wimbledon, the official history) si rinvengono succosi aneddoti: irritato dalla mancata sospensione per oscurità verso la fine del primo set, Gonzales gettò letteralmente via il secondo parziale, de facto forzando il Referee Mike Gibson a rimandare la prosecuzione dell’incontro al giorno dopo. Pancho otterrà la vittoria finale (si trattava di un primo turno), issandosi poi fino agli ottavi dove verrà sconfitto in quattro set da Arthur Ashe.

Van Alen creò allora, partendo dalle macerie del VASSS, un sistema di calcolo tale per cui avrebbe vinto il tie-break chi avesse raggiunto 5 punti (divenuti poi 7, ovvero secondo lo schema rimasto sino ad oggi immutato). I giocatori si sarebbero quindi alternati al servizio ogni due punti, con rispettive prime e seconde palle.

La ricezione dei diversi tornei fu varia e contrastata: lo U.S. Open lo adottò nel 1970 (da disputarsi sul 6-6; addirittura gli arbitri issavano sul seggiolone una piccola bandierina rossa per segnalare l’innovativo accadimento agli spettatori sugli spalti), e così l’Australian Open nel 1971 ed il Roland Garros nel 1973; Wimbledon lo accettò nel 1971 (da giocarsi in caso di 8-8, escluso il quinto set) e nel 1979 accettò si disputasse sul 6-6. In Coppa Davis bisognerà aspettare sino al 1989 (e chi non ha mai sentito dell’epica sfida tra McEnroe e Wilander del 1982; 9-7, 6-2, 15-17, 3-6, 8-6), con l’esclusione del set decisivo.

www.youtube.com/watch?v=t-60Bods2EU

Lo U.S. Open rimane tuttora l’unico Slam a prevedere il tie-break nel set decisivo, esteso per altro anche alle finali di doppio (maschili e femminili) dell’Australian Open e di Parigi; inoltre, nel 2001 l’Australian Open decise di sostituire il terzo set degli incontri di doppio misto con il famigerato (per chi scrive) long tie-break a 10 punti, seguito a ruota dagli altri Slam eccetto Wimbledon, che preferì non interrompere la tradizione (mantenendo il set decisivo senza tie-break).

L’invenzione del tie-break ha comunque apportato, col senno di poi, notevoli vantaggi o forse ha semplicemente anticipato l’inevitabile: alla luce del tennis odierno, pensare che ogni set possa andare avanti ad oltranza è quantomeno una follia, mentre fino ai primi anni Settanta giocando di serve&volley quasi sistematico, e con pause quasi nulle tra un punto e l’altro (leggasi: niente asciugamani dopo ogni punto, niente interminabili rimbalzi di palline al servizio o rituali apotropaici di ogni genere, etc.), i tempi di una partita rientravano nella “normalità” pur vedendosi spesso set conclusi in doppia cifra (10-8, 11-9, 12-10 etc.)

Soprattutto, il tie-break rende forse al meglio la dimensione di un vero campione, di coloro i quali hanno la forza di tenere i nervi saldi punto dopo punto e sanno sfruttare il minimo varco lasciato aperto dall’avversario, dopo aver magari annaspato per tutto il set. Ogni punto è importante, ogni momento è cruciale, la distanza tra la vittoria finale e la perdita di un set che può galvanizzare l’avversario è ridotta al minimo.

Non è un caso che la storia del tennis abbia proclamato a monumento perenne di questo sport, da tramandare alle generazioni future, proprio un tie-break, quello oramai celeberrimo della finale di Wimbledon 1980 tra John McEnroe e Björn Borg, Il tie-break per eccellenza: 34 punti di livello assoluto, match point e set point salvati da entrambi a ripetizione in una cascata di emozioni continue. Vincenti su vincenti in uno dei momenti più eccezionali della storia del tennis, sintetizzato da quel 18-16 che ancora luccica sull’erba di Wimbledon e che, esattamente un anno dopo, avrebbe incoronato MacGenius nuovo monarca incontrastato della racchetta.

Di partite emblematiche a suon di tie-break ve ne sono state diverse. Preferisco sintetizzarne semplicemente un paio, diverse ma magnificamente stupende entrambe, rimandando per il resto alla visione dei filmati di riferimento: in primisla semifinale di Wimbledon ’91 tra Stefan Edberg e Michael Stichin secundis i quarti di finale dello US Open 2001 tra Pete Sampras e Andre Agassi.

L’incontro dei Championships tra il biondo Stefan e Michael “il bistrattato” (l’ombra di Boris Becker avrebbe d’altronde oscurato qualsiasi suo connazionale e non solo) è un monumento alla classicità (quasi) perduta, un dipinto d’autore da parte di due raffinatissimi pennelli: a confronto, due tra i migliori rovesci ad una mano della storia del tennis e, soprattutto, tanto talento da parte di entrambi. Più potente Stich, più delicato Stefanello, l’incrocio di coincidenze e mancate tali non avrebbe potuto essere più preciso: Edberg puntava alla sua quarta finale consecutiva a Wimbledon (sempre contro Becker), Stich invece iniziava a farsi conoscere a grandi livelli e ad affacciarsi sui grandi palcoscenici (aveva appena raggiunto le semifinali a Parigi).

 

La sfida si disputò il 5 luglio, due giorni dopo la morte di Jimmy Van Alen, e quale miglior modo di onorarlo se non facendo rivivere al massimo la sua magica creatura: Edberg non cedette mai il servizio in tutta la partita, ma quei maledetti sette punti gli andarono di traverso per ben tre volte, e dovette arrendersi per 4-6, 7-6, 7-6, 7-6 al sorprendente tedesco, vincitore poi del titolo tra lo stupore generale. Avvisato della morte del veterano Jimmy, Edberg pronunciò una frase che la dice lunga sull’incontro disputato: “se Van Alen non fosse esistito, Michael ed io saremmo ancora lì fuori a giocare”. In finale Stich sorprese Boris Becker, vincendo in tre set il suo unico titolo del Grande Slam.

Passando da un incontro leggendario ad un altro, il 32esimo capitolo della rivalità tra Pete Sampras e Andre Agassi è un altro momento da incorniciare nella storia del tennis, probabilmente la sfida più bella ed emozionante tra i due americani. Il miglior servizio contro la miglior risposta, il serve&volley di Pete ed i passanti di Andre, i diritti al fulmicotone del “divin scimmione” contro i rovesci spaziali di Andreino: in breve, due fenomeni non più giovanissimi (30 anni Sampras, 31 Agassi) capaci di esprimersi al massimo per quattro set di livello siderale, in una delle migliori partite di tutti i tempi (espressione di cui ingenuamente si abusa spesso e volentieri). Palcoscenico dello spettacolo l’ormai storico Arthur Ashe Stadium di New York.

Agassi si impose nel primo parziale, Pete negli altri tre: 6-7, 7-6, 7-6, 7-6, numeri intrisi di una qualità davvero troppo alta per essere banalmente ridotta a quattro semplici tie-break. Non credo di esagerare se affermo di aver visto più che mai la completezza di tutto il repertorio tennistico in quell’incontro, o forse dovrei semplicemente parlare di anticipo, sensibilità, potenza di rara bellezza e tennis a tutto campo: i confini della normalità tennistica, dei colpi da manuale scolastico erano stati ampiamente varcati, le porte della leggenda si erano appena spalancate…

www.youtube.com/watch?v=cxcSRusVXK0

In conclusione, credo che l’invenzione del tie-break abbia dato – in più di quarant’anni di storia – magnifica prova di sé (nonostante agli inizi le reticenze dei giocatori fossero più che numerose), entrando ormai di diritto nel novero delle tendenzialmente immutabili regole del tennis. Tuttavia, molti potentati non si rassegnano all’idea di provare a cambiare le norme del gioco (anche le più basilari), se non altro per il megalomane desiderio di lasciare traccia (pessima) di sé ai posteri, nascondendosi pateticamente dietro il dito dell’innovazione e dello spettacolo : Etienne de Villiers e i suoi disastrosi (e fortunatamente falliti) progetti di rivoluzione tennistica servano da monito a tutti quelli che pensano di “prostituire” il tennis e la sua storia alle contingentate esigenze televisivo – commerciali e pubblicitarie. Credo tutti ne faremmo volentieri a meno.

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L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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Focus

La polemica risposta della FIT a Nicola Pietrangeli

La Federazione replica alle dure parole del due volte campione del Roland Garros con un articolo dal titolo ‘A bocca aperta leggendo Nick’

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Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, Steve Haggerty - Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Era difficile, pressoché impossibile, che le dure parole di Nicola Pietrangeli contro la FIT, apparse sul Corriere della Sera, cadessero nel vuoto. La risposta della Federazione non si è fatta attendere ed è comparsa sul sito ufficiale, a firma del consigliere federale Giancarlo Baccini. “A bocca aperta leggendo Nick“, questo il titolo che accompagna il testo e che manifesta sin da subito la sorpresa per le dichiarazioni del due volte vincitore del Roland Garros.

La replica si focalizza sui due punti principali dell’accusa di Pietrangeli, ovvero la sospensione senza preavviso del contratto di collaborazione con la FIT (per il ruolo, invero piuttosto fumoso, di “ambasciatore”) e una generale mancanza di rispetto nei suoi confronti, culminata con il mancato invito ai Campionati Italiani Assoluti di Todi. Prima però antepone una doverosa premessa di carattere economico, per sottolineare il carattere di eccezionalità del periodo e dei provvedimenti federali.

Per la FIT, e in particolare per il suo Presidente Angelo Binaghi, quelli trascorsi da marzo ad oggi sono stati mesi infernali, nel corso dei quali è stato necessario occuparsi di mille problematiche diverse, a cominciare da quella più critica di tutte: come salvare la federazione che più di ogni altra vive delle risorse che riesce a generare in totale autonomia (l’87 per cento del totale) da un lockdown che, prevedibilmente, potrebbe finire almeno col dimezzarle, con mancati ricavi per circa 30 milioni di euro. E allo stesso tempo dare un minimo di supporto alle società sportive affiliate per evitare che debbano a loro volta chiudere i battenti (già stanziati 3 milioni).”

 

Per centrare questi due obiettivi prioritari (senza Circoli non c’è la FIT, senza la FIT non c’è il tennis, senza il tennis non c’è chi campa grazie al tennis), è stato a suo tempo chiesto a quanti operano nell’orbita della FIT di accettare di sacrificarsi almeno fino a che tutto il resto del movimento – circoli, giocatori, insegnanti, ecc – fosse a sua volta rimasto a stecchetto. Per cui costi degli organi federali azzerati; riduzione dello stipendio di chi avrebbe comunque dovuto continuare a lavorare; ferie e cassa integrazione per tutti gli altri dipendenti; sospensione dei contratti dei 300 collaboratori esterni del Gruppo FIT; chiusura o sospensione di numerose attività collaterali. Il tutto, ribadisco, anche nell’interesse strategico finale degli stessi sacrificandi“.

Baccini poi entra nel merito della diatriba con Pietrangeli, con frasi che sembrano tradire un sincero dispiacere, ribadendo che tutti i contratti di collaborazione (circa 300) sono stati sospesi, non solo il suo, quello di Barazzutti o di Palmieri. Sottolineando poi che la FIT è ricca” (parole di Pietrangeli), ma lo è in tempi normali e questi non sono tempi normali. Infine che la pesante affermazione di non aver ricevuto più “nemmeno uno straccio di telefonata” dopo il 10 marzo (giorno della sospensione del contratto), ha lasciato “a bocca aperta” chi di tanto in tanto lo aveva sentito negli ultimi tempi.

La parte più interessante della risposta è però quella conclusiva. Dopo aver confutato con argomentazioni più che ragionevoli le lamentele di Pietrangeli sul contratto sospeso, la FIT, nella persona di Baccini, passa a parlare del mancato invito per gli Assoluti di Todi (“Il 15 giugno a Todi ci saranno i Campionati italiani e non mi hanno neppure invitato”) e afferma:
E qui a bocca aperta ci sono rimasti anche tutti gli altri, perché di fare gli Assoluti a Todi lo dovevamo decidere proprio oggi. (E soltanto più tardi abbiamo in effetti deciso che, se il Governo autorizzerà le competizioni sportive, gli Assoluti ci saranno davvero. Il 22 giugno…). Come facevamo a invitare qualcuno (ammesso che Nick debba essere invitato, visto che ogni circolo italiano è casa sua) a un evento che era soltanto un’ipotesi?“.

Il ragionamento non fa una piega, ma non sembrava che attorno alla data di inizio dell’evento ci fosse tutto questo grado di incertezza, fermo restando che qualsiasi manifestazione sportiva in queste settimane deve ricevere l’approvazione governativa. Pietrangeli cita una data precisa (il 15 giugno), la stessa riportata da molti giornali, incluso Ubitennis, perché ufficializzata dal comunicato stampa di MEF Tennis Tour – il cui ufficio stampa gestisce la comunicazione del torneo.

Ad ogni modo, la lettera aperta di Baccini si conclude con una nota di apparente conciliazione nei confronti di Pietrangeli cui si rende tributo, pur senza risparmio di frecciatine (inclusa una nota vagamente complottista).

Insomma, anche se Nick lo conosciamo tutti (io da 50 anni, e vi giuro che fra tutti i grandi campioni di ogni sport che ho conosciuto e frequentato in vita mia, lui è uno di quelli a cui voglio più bene e stimo di più), ci siamo rimasti davvero male, perché lui, oggi, non è soltanto l’”Ambasciatore” al quale da vent’anni (rimuovendo l’ostracismo decretatogli dagli ex presidenti Galgani e Ricci Bitti) abbiamo affidato con orgoglio il compito di essere rappresentati in giro per il mondo e per il Paese, ma è l’icona vivente del tennis italiano. In quanto conclamatamente tale, davamo per scontato che il benessere del tennis italiano gli stesse a cuore più del suo.

Mistero… Che non sarebbe tale soltanto se Nick si fosse fatto strumentalizzare da qualcuno che il tennis italiano non lo ama quanto sarebbe tenuto a fare. L’esperienza mi ha insegnato che tutto è possibile, a questo mondo, e che non sempre le persone sono quel che sembrano. Però Nick è Nick, non è possibile che sia davvero successo qualcosa del genere“.

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evidenza

Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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