Storia del tie-break: un'invenzione di Van Alen legata a Pancho Gonzales

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Storia del tie-break: un’invenzione di Van Alen legata a Pancho Gonzales

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TENNIS FOCUS – Una delle rivoluzioni più significative nella storia recente del tennis è stata senza dubbio rappresentata dall’introduzione del tie-break, letteralmente plasmato nel 1965 dalla geniale mente di Jimmy Van Alen. Ripercorriamo allora le tappe che portarono al suo dirompente arrivo nel nostro sport, e che oramai (quasi) nessuno si sognerebbe di mettere in discussione… Daniele Camoni

A molti il nome di James Henry “Jimmy” Van Alen probabilmente non dirà assolutamente nulla, ma se ricordiamo come costui sia stato il “padre” della International Tennis Hall of Fame (avente sede nella magnifica cornice del Casinò di Newport, nel Rhode Island) e, soprattutto, il creatore del tie-break, allora capiamo anche come l’importanza di questo incredibile personaggio tocchi pagine importanti della storia del tennis, che non possono essere certo trascurate.

Un sistema di punteggio all’apparenza così semplice e quasi banale come il tie-break, ovvero quei delicatissimi sette punti da raggiungere ad ogni costo e che troppe volte hanno rappresentato il confine tra una faticosa vittoria e una dolorosa sconfitta, in realtà nasconde una storia ben più complessa ed affascinante.

 

Tutto ha origine tra il 1955 ed il 1956, allorquando assistendo agli incontri di Pancho Gonzales (il miglior battitore e giocatore dell’epoca), Van Alen brevettò un ingegnoso sistema di punteggio che potesse in qualche modo arginare lo strapotere dello statunitense al servizio: nacque così il VASSS (Van Alen Streamlined Scoring System), con set da disputarsi ai 21 punti, alternandosi i giocatori al servizio ogni cinque punti e senza seconde palle. Il primitivo “sistema Van Alen” venne adottato per le edizioni ’55 e ’56 degli U.S. Pro Championships ma fu subito abbandonato a causa dello scarso successo riscosso (anche perché Gonzales continuò a dominare come se nulla fosse).

La spinta decisiva per l’introduzione del tie-break “tradizionale” arrivò però nel 1969, quando Charlie Pasarell e un 41enne Pancho Gonzales disputarono a Wimbledon uno degli incontri più epici di tutti i tempi: Gonzales vinse per 22-24, 1-6, 16-14, 6-3, 11-9 in 112 giochi, 5 ore e 12 minuti (ad allora, l’incontro più lungo nella storia di Wimbledon), annullando ben sette match – point. Nella “Bibbia di Wimbledon” di John Barrett (Wimbledon, the official history) si rinvengono succosi aneddoti: irritato dalla mancata sospensione per oscurità verso la fine del primo set, Gonzales gettò letteralmente via il secondo parziale, de facto forzando il Referee Mike Gibson a rimandare la prosecuzione dell’incontro al giorno dopo. Pancho otterrà la vittoria finale (si trattava di un primo turno), issandosi poi fino agli ottavi dove verrà sconfitto in quattro set da Arthur Ashe.

Van Alen creò allora, partendo dalle macerie del VASSS, un sistema di calcolo tale per cui avrebbe vinto il tie-break chi avesse raggiunto 5 punti (divenuti poi 7, ovvero secondo lo schema rimasto sino ad oggi immutato). I giocatori si sarebbero quindi alternati al servizio ogni due punti, con rispettive prime e seconde palle.

La ricezione dei diversi tornei fu varia e contrastata: lo U.S. Open lo adottò nel 1970 (da disputarsi sul 6-6; addirittura gli arbitri issavano sul seggiolone una piccola bandierina rossa per segnalare l’innovativo accadimento agli spettatori sugli spalti), e così l’Australian Open nel 1971 ed il Roland Garros nel 1973; Wimbledon lo accettò nel 1971 (da giocarsi in caso di 8-8, escluso il quinto set) e nel 1979 accettò si disputasse sul 6-6. In Coppa Davis bisognerà aspettare sino al 1989 (e chi non ha mai sentito dell’epica sfida tra McEnroe e Wilander del 1982; 9-7, 6-2, 15-17, 3-6, 8-6), con l’esclusione del set decisivo.

www.youtube.com/watch?v=t-60Bods2EU

Lo U.S. Open rimane tuttora l’unico Slam a prevedere il tie-break nel set decisivo, esteso per altro anche alle finali di doppio (maschili e femminili) dell’Australian Open e di Parigi; inoltre, nel 2001 l’Australian Open decise di sostituire il terzo set degli incontri di doppio misto con il famigerato (per chi scrive) long tie-break a 10 punti, seguito a ruota dagli altri Slam eccetto Wimbledon, che preferì non interrompere la tradizione (mantenendo il set decisivo senza tie-break).

L’invenzione del tie-break ha comunque apportato, col senno di poi, notevoli vantaggi o forse ha semplicemente anticipato l’inevitabile: alla luce del tennis odierno, pensare che ogni set possa andare avanti ad oltranza è quantomeno una follia, mentre fino ai primi anni Settanta giocando di serve&volley quasi sistematico, e con pause quasi nulle tra un punto e l’altro (leggasi: niente asciugamani dopo ogni punto, niente interminabili rimbalzi di palline al servizio o rituali apotropaici di ogni genere, etc.), i tempi di una partita rientravano nella “normalità” pur vedendosi spesso set conclusi in doppia cifra (10-8, 11-9, 12-10 etc.)

Soprattutto, il tie-break rende forse al meglio la dimensione di un vero campione, di coloro i quali hanno la forza di tenere i nervi saldi punto dopo punto e sanno sfruttare il minimo varco lasciato aperto dall’avversario, dopo aver magari annaspato per tutto il set. Ogni punto è importante, ogni momento è cruciale, la distanza tra la vittoria finale e la perdita di un set che può galvanizzare l’avversario è ridotta al minimo.

Non è un caso che la storia del tennis abbia proclamato a monumento perenne di questo sport, da tramandare alle generazioni future, proprio un tie-break, quello oramai celeberrimo della finale di Wimbledon 1980 tra John McEnroe e Björn Borg, Il tie-break per eccellenza: 34 punti di livello assoluto, match point e set point salvati da entrambi a ripetizione in una cascata di emozioni continue. Vincenti su vincenti in uno dei momenti più eccezionali della storia del tennis, sintetizzato da quel 18-16 che ancora luccica sull’erba di Wimbledon e che, esattamente un anno dopo, avrebbe incoronato MacGenius nuovo monarca incontrastato della racchetta.

Di partite emblematiche a suon di tie-break ve ne sono state diverse. Preferisco sintetizzarne semplicemente un paio, diverse ma magnificamente stupende entrambe, rimandando per il resto alla visione dei filmati di riferimento: in primisla semifinale di Wimbledon ’91 tra Stefan Edberg e Michael Stichin secundis i quarti di finale dello US Open 2001 tra Pete Sampras e Andre Agassi.

L’incontro dei Championships tra il biondo Stefan e Michael “il bistrattato” (l’ombra di Boris Becker avrebbe d’altronde oscurato qualsiasi suo connazionale e non solo) è un monumento alla classicità (quasi) perduta, un dipinto d’autore da parte di due raffinatissimi pennelli: a confronto, due tra i migliori rovesci ad una mano della storia del tennis e, soprattutto, tanto talento da parte di entrambi. Più potente Stich, più delicato Stefanello, l’incrocio di coincidenze e mancate tali non avrebbe potuto essere più preciso: Edberg puntava alla sua quarta finale consecutiva a Wimbledon (sempre contro Becker), Stich invece iniziava a farsi conoscere a grandi livelli e ad affacciarsi sui grandi palcoscenici (aveva appena raggiunto le semifinali a Parigi).

 

La sfida si disputò il 5 luglio, due giorni dopo la morte di Jimmy Van Alen, e quale miglior modo di onorarlo se non facendo rivivere al massimo la sua magica creatura: Edberg non cedette mai il servizio in tutta la partita, ma quei maledetti sette punti gli andarono di traverso per ben tre volte, e dovette arrendersi per 4-6, 7-6, 7-6, 7-6 al sorprendente tedesco, vincitore poi del titolo tra lo stupore generale. Avvisato della morte del veterano Jimmy, Edberg pronunciò una frase che la dice lunga sull’incontro disputato: “se Van Alen non fosse esistito, Michael ed io saremmo ancora lì fuori a giocare”. In finale Stich sorprese Boris Becker, vincendo in tre set il suo unico titolo del Grande Slam.

Passando da un incontro leggendario ad un altro, il 32esimo capitolo della rivalità tra Pete Sampras e Andre Agassi è un altro momento da incorniciare nella storia del tennis, probabilmente la sfida più bella ed emozionante tra i due americani. Il miglior servizio contro la miglior risposta, il serve&volley di Pete ed i passanti di Andre, i diritti al fulmicotone del “divin scimmione” contro i rovesci spaziali di Andreino: in breve, due fenomeni non più giovanissimi (30 anni Sampras, 31 Agassi) capaci di esprimersi al massimo per quattro set di livello siderale, in una delle migliori partite di tutti i tempi (espressione di cui ingenuamente si abusa spesso e volentieri). Palcoscenico dello spettacolo l’ormai storico Arthur Ashe Stadium di New York.

Agassi si impose nel primo parziale, Pete negli altri tre: 6-7, 7-6, 7-6, 7-6, numeri intrisi di una qualità davvero troppo alta per essere banalmente ridotta a quattro semplici tie-break. Non credo di esagerare se affermo di aver visto più che mai la completezza di tutto il repertorio tennistico in quell’incontro, o forse dovrei semplicemente parlare di anticipo, sensibilità, potenza di rara bellezza e tennis a tutto campo: i confini della normalità tennistica, dei colpi da manuale scolastico erano stati ampiamente varcati, le porte della leggenda si erano appena spalancate…

www.youtube.com/watch?v=cxcSRusVXK0

In conclusione, credo che l’invenzione del tie-break abbia dato – in più di quarant’anni di storia – magnifica prova di sé (nonostante agli inizi le reticenze dei giocatori fossero più che numerose), entrando ormai di diritto nel novero delle tendenzialmente immutabili regole del tennis. Tuttavia, molti potentati non si rassegnano all’idea di provare a cambiare le norme del gioco (anche le più basilari), se non altro per il megalomane desiderio di lasciare traccia (pessima) di sé ai posteri, nascondendosi pateticamente dietro il dito dell’innovazione e dello spettacolo : Etienne de Villiers e i suoi disastrosi (e fortunatamente falliti) progetti di rivoluzione tennistica servano da monito a tutti quelli che pensano di “prostituire” il tennis e la sua storia alle contingentate esigenze televisivo – commerciali e pubblicitarie. Credo tutti ne faremmo volentieri a meno.

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Roland Garros, Nadal: “Wimbledon? Sia l’ATP che il torneo hanno una parte di ragione”

Le parole di Rafa dopo l’esordio vittorioso in tre set su Thompson: “E’ stato un buon esordio, ma devo migliorare in tutto”

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Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Dopo i dubbi romani legati alle sue condizioni fisiche che hanno seguito la sconfitta contro Shapovalov, Nadal torna vincente e lo fa a Parigi con la vittoria n.299 in una prova slam, ai danni dell’australiano Jordan Thompson. Il piede che lo tormenta? Per ora è un ricordo lontano. La testa adesso è proiettata a fare bene, una partita alla volta, un passo alla volta. Ecco le parole dello spagnolo durante la conferenza stampa.

IL MODERATORE: Quanto eri felice della tua prima partita qui al Philippe Chatrier?

RAFAEL NADAL:Beh, è ​​un buon inizio, ovviamente, tre set filati. Questo è tutto. Voglio dire, ho giocato bene per un po’. Ci sono cose che potrei fare meglio e che devo fare meglio. Ma è un inizio positivo, e questo mi dà la possibilità di avere un altro giorno di allenamento domani e poi un’altra possibilità dopo domani”.

 

D. Passando al secondo round. Hai detto che c’erano alcune aree che vorresti migliorare. Quali sono queste aree? È questo il tipo di partita del primo turno che ti aspettavi di avere?

RAFAEL NADAL: “Non prevedo le cose (sorridendo). Non lo so. Ho bisogno di migliorare in tutti i modi. Penso di aver bisogno di migliorare il mio movimento, per qualche istante la velocità del mio diritto, la velocità di palla, che penso potrebbe essere migliore e dovrebbe essere migliore. È vero che ho fatto le cose bene, per un po’ è andata bene. È vero che oggi le condizioni erano più pesanti del solito qui, molto umido, il campo lento. Non so perché. Non so perché oggi il campo fosse molto umido, avendo il tetto sopra per molto tempo. Sì, voglio dire, sono contento della performance, comunque, no? È stato un inizio positivo. Poi ovviamente sono un tipo di giocatore che cerca sempre qualcos’altro, cose da migliorare. È quello che cercherò di trovare negli allenamenti di domani e poi nella prossima partita”.

D. Sembravi abbastanza in forma, almeno per il primo set e mezzo, ma come sta il tuo piede in questo momento? Come va l’infortunio? Con questo infortunio tu hai giocato solo cinque partite sulla terra rossa prima di Parigi, com’è il tuo livello di fiducia rispetto agli anni passati?

RAFAEL NADAL: “Ovviamente la fiducia è maggiore quando vinci Monte-Carlo, Barcellona, ​​Madrid o Roma. Senza dubbio le cose in questo mondo sono facili da capire, no? Quando vinci più partite e più tornei, hai più fiducia. Anche gli avversari lo sentono e alla fine sei più abituato al livello che devi giocare per vincere le partite. Quando questo non è il caso, le cose sono diverse. Ma non mi sarei mai aspettato di vincere 15 Monte-Carlo e Roma, quindi questa è la situazione oggi. Mi sono infortunato, e basta. Quello che è successo è passato, ed eccoci qui. Siamo al Roland Garros. Sono qui per fare del mio meglio. E come è il mio livello di fiducia, come sarebbero le cose o se non mi fossi fatto male, non lo so. Non lo sapremo mai. Non sono un grande fan del pensare alle cose che potrebbero accadere se — “se” è una parola pericolosa. E poi è il momento di accettare il momento, di accettare la situazione e di avere la fiducia per mettere tutti i miei sforzi in ogni singolo giorno, per migliorare sempre di più. Vediamo fino a che punto posso andare avanti”.

D. La mia domanda non riguarda la partita di oggi, ma Toni, tuo zio ed ex allenatore, che ora è consigliere di Felix Auger-Aliassime. Cosa ti ha dato all’inizio della tua carriera e che tipo di allenatore è? Cosa può dare a Felix nella sua carriera?

RAFAEL NADAL: “Beh, più di ogni altra cosa è mio zio, quindi quello che mi ha dato è: tutto. Gioco a tennis grazie a lui. Se sono un giocatore professionista, senza dubbio è merito suo, no? Per il resto è una domanda per Felix, non più per me. Puoi chiedergli quali sono le cose che sente che Toni gli porta, e sono sicuro che Toni può aiutarlo e lo sta aiutando in modo positivo. Ha molta esperienza ed è appassionato di questo sport. È intelligente, no? Sa molto di tennis, quindi sono sicuro che sarà in grado di aiutarlo“.

D. Qual è la tua opinione sulla decisione dell’ATP di rimuovere i punti in classifica da Wimbledon?

RAFAEL NADAL: “Non ho un’opinione chiara. Il problema da parte dei giocatori è sempre lo stesso. C’è sempre una persona e un board, una persona o un board che prendono le decisioni. E il resto delle persone che gestiscono l’evento seguono quella posizione. Nel nostro tour, ogni singolo giocatore ha un’opinione diversa, ed è per questo che non raggiungiamo mai le cose che potremmo ottenere se fossimo coesi. Alla fine, in questo mondo, è necessario che qualcuno prenda decisioni. Se io sono d’accordo o meno, oggi non importa. Il consiglio, il consiglio dell’ATP prende una decisione. Dobbiamo accettare questa decisione. Per il resto non sarò il giocatore che viene qui e che mette il mio board in una posizione difficile per la decisione che prende. Questo è il mio punto di vista. Penso che noi giocatori, non siamo preparati abbastanza bene per prendere decisioni importanti, perché alla fine è uno sport individuale. Ognuno ha la propria opinione personale in termini di quanto profitto ottiene da ogni singola decisione presa dall’ATP. Alla fine, capisco entrambe le parti. Rispetto e capisco la posizione di Wimbledon, senza dubbio, ma d’altra parte capisco e rispetto anche che l’ATP stia proteggendo i suoi membri. Questo è tutto. Non è che uno sta facendo una cosa negativa e l’altro sta facendo la cosa buona. A mio parere personale, hanno entrambi buone ragioni per prendere le decisioni che prendono oggi. Si spera che ATP e Wimbledon possano stare insieme e sedersi insieme e negoziare un futuro migliore per entrambe le parti”.

Q. Ho una domanda sul tuo avversario oggi. Ha servito in kick molto bene da sinistra. Quale pensi sia stata la cosa più difficile da superare per te in questa partita?

RAFAEL NADAL: “Beh, la partita è iniziata bene per me, no? Immediatamente ho avuto dei break, quindi i risultati dicono che è stata più o meno una partita solida da parte mia. È vero che quando sta servendo bene le cose diventano più difficili, no? È veloce. Ha buone gambe e può essere veloce e può essere pericoloso. Ma è vero che qui con un campo così grande come questo e giocando sulla terra battuta si hanno più possibilità contro un giocatore come lui che può fare grandi punti e grandi colpi, ma allo stesso tempo sbaglia anche lui. Quindi sulla terra è difficile”.

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Editoriali del Direttore

Gilles Moretton, presidente Federtennis francese: “Vogliamo persuadere l’ITF a rivedere la Coppa Davis. Era più bella prima!” Oggi 8 italiani in campo: finirà 4 pari? Musetti-Tsitsipas clou by night

Mentre Djokovic domina Nishioka e poi parla dei 2000 punti che non potrà recuperare, una super Martina Trevisan sogna di diventare una top-32 a fine anno. Oggi Sonego e Sinner non devono fare brutti scherzi

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Il presidente della federtennis francese Gilles Moretton con il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta
Il presidente della federtennis francese Gilles Moretton con il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta

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Il primo lunedì delle due settimane del Roland Garros per me è un giorno bellissimo, perfino quando piove o pioviscola, come è accaduto oggi a più riprese.

Da non so più quanti anni, dei 46 che ho coperto dal 1976 (l’anno del trionfo di Panatta) a oggi, senza altra soluzione di continuità che il 2020 causa Covid, al lunedì mattina vado a Clichy agli uffici Piaggio per ritirare uno scooter che mi rende molto più facile la vita in questo torneo dove per via del nuovo Philippe Chatrier, del tetto e delle sessioni notturne, si fanno le ore piccole e la caccia al taxi diventa una pura questione di sopravvivenza.

 

Mi è bastata la serata di domenica, dove mi sono dovuto arrangiare con i mezzi, per sognare questo lunedì e il primo giorno con il “mio” MP3 500 Piaggio (tre ruote e non serve il cavalletto per posteggiarlo!).

Chi esce dalla nuova uscita del Roland Garros è imprigionato per 1.600 metri e una serie di transenne fino alla Metro di Porte D’Auteuil. Ti vedi scorrere davanti i taxi ma non puoi fermarli e se tu avessi l’agilità di Sotomayor e provassi a saltare le transenne, ci sono decine di flics pronti a farti la multa.

Da Clichy-Clignancourt attraverso la circonvallazione “periferica”  si arriva all’uscita del Roland Garros in circa 23 minuti se sei in macchina, in meno di una dozzina in moto. Tutti i lunedì di tanti Roland Garros sorpasso migliaia di auto sulle quattro corsie. Non centinaia, migliaia. Un traffico pazzesco ma veloce. Da far paura se ci devi scorrere nel mezzo. In mezzo alle corsie c’è un po’ più di un metro per le moto. Se appena appena rallenti un po’, ecco che le moto da dietro cominciano a suonare. O vai a minimo 60 l’ora, ma parecchi sfilano a 100 e fanno ginkane pazesche, o te ne dicono di tutti i colori. Però è bello. Ti senti libero. E poter parcheggiare vicino al Roland Garros, se non sotto al Suzanne Lenglen come mi veniva concesso una volta, dà una soddisfazione impagabile. So che non vi importa nulla di tutto ciò, però cominciare bene la giornata e andare via alla svelta dopo più di 12 ore fra campi, sala stampa e conferenze stampa che si susseguono a ritmo da…moto sulla “periferica”, è una gioia impagabile. Anche se il ricordo di quando Internet non c’era, l’articolo per La Nazione era in tipografia per le 20 o le 21, e riuscivo a raggiungere gli amici a un ristorante di St. Germain de Pres a un’ora decente, dopo aver costeggiato la Senna con i suoi Bateaux Mouche e sfilato davanti alla Tour Eiffel ancora illuminata, suscita incredibile nostalgia. Bei tempi.

Non si pensava allora che da anziani si sarebbe lavorato meno e che alla mia età sarei stato in pensione da un pezzo? Macchè! Ma guai a lamentarsi. Anche perché tanti di voi che hanno la pazienza di leggermi – e oggi vi ce ne vuole più del solito – vorrebbero essere qui, a vedere questo grande spettacolo con le più grandi racchette del mondo, in questo complesso straordinario e sempre più affascinante, sempre meglio strutturato e organizzato, più moderno, efficiente e popolato. Io stesso, del resto, mi considero un privilegiato. Faccio il lavoro che mi piace, nessuno mi obbliga a farlo visto che sono padrone di me stesso e anche se ogni tanto (poco?) sogno di lavorare un po’ meno, poi in fondo se non fossi in grado di farlo (con o senza MP3 a tre ruote) sarei molto più triste.

Non posso, ad esempio, non pensare ai miei compagni di avventure tennistico-giornalistiche e televisive, Rino Tommasi e Gianni Clerici, e anche Roberto Lombardi,  che purtroppo non possono essere qui a godersi questo Roland Garros insieme a me. E quante volte li ho portati sui vari modelli delle mie Vespe qui come a Wimbledon. Mi mancano e so che pagherebbero per poter essere qui. Ecco perché dico: guai a lamentarsi prima di passare a parlare di cose diverse. Comprese alcune che magari vi interessano il giusto.

Eccone una di quelle. Domenica sera sono stato al tradizionale cocktail dell’International Club di Francia. Invitato quale segretario onorario dell’International Club d’Italia, il cui presidente (e inesauribile “motore”) è Marco Gilardelli, ex prima categoria italiano, sono diventato membro onorario di quello di Francia…ma siccome pochi sanno cosa sia l’International Club, fondato il 26 novembre 1924 dagli inglesi, con il club francese che gli fece seguito il 24 luglio 1929, e quello statunitense che si è aggiunto nel 1931, vi inserisco qui un link molto datato ma che ne spiega la storia, non senza avervi detto che attualmente i club nazionali che vi aderiscono nel mondo sono nel frattempo diventati 42.

Questi club hanno la vocazione di restaurare attraverso incontri tennistici (e conviviali…) amichevoli di buon livello, i rapporti di amicizia sorti in tanti anni di gare fra tennisti di svariati International Club di vari Paesi. All’inizio quei rapporti erano sorti primariamente fra le nazioni che avevano sofferto le tragedie della guerra 15-18. Il primo presidente dell’International Club di Francia è stato uno dei quattro moschettieri, Jean Borotra. Poi lo sono stati anche Brugnon, Bernard e Cochet (tutti nomi che hanno fatto la storia del tennis francese e mondiale). Quindi Pierre Darmon, antico rivale di mille battaglie contro Nicola Pietrangeli, Beppe Merlo e Fausto Gardini. L’Italia ha sempre fatto fatica ad allineare squadre competitive dell’International Club, nonostante i mille sforzi del suo presidente Gilardelli. Ma le trasferte a volte sono onerose, anche se di solito viene offerta l’ospitalità dal club di casa, e non è facile coinvolgere i nostri migliori giocatori anche per motivi – per così dire – culturali.

Ogni anno si disputano decine e decine di incontri amichevoli bilaterali in tutto il mondo, dalle Bahamas all’Australia (il cui presidente è Frank Sedgman, ma ultimamente in un incontro a Sydney fra Australia e Francia padrone di casa è stato Ken Rosewall, ottantottenne lucidissimo che ogni tanto mi telefona per chiedere degli amici italiani), ma talvolta anche minicompetizioni a squadre, come la Potter Cup che si disputa sempre in Spagna, prima a Maiorca e in tempi più recenti a Barcellona. Recentemente, ad esempio, si è giocato Italia-Francia al TC Parioli alla vigilia degli Internazionali d’Italia. I francesi, nostro ospiti, e per un giorno ospiti anche al Foro Italico in tribuna d’onore, hanno vinto il confronto per 8 incontri a 5. Ha partecipato all’incontro anche Sandrine Testud che ha naturalmente giocato per la Francia. Per l’Italia c’era Vincenzo Franchitti, il solo tennista italiano ad aver battuto Bjorn Borg. E anche lui ha vinto. Giocano di solito questi incontri ex campioni, che hanno vestito i colori delle nazionali (anche junior, anche veterani), ma con il tempo sono stati nominati membri anche dirigenti, personaggi che hanno contribuito al successo del tennis.

E’ stato il presidente francese dell’International Club di Francia Thierry Pham a darmi la cravatta argentea con le sole due strisce rosa.  

Quello britannico ne ha una, quello americano 3, e poi c’è tutta una complicatissima grafica che con gli stessi colori disegna le cravatte di ognuno dei 42 club.

L’altra sera qui a Parigi c’erano più di 200 membri dell’IC di Francia. Incluso il presidente della Federazione Francese Gilles Moretton che mi ha ricordato di aver battuto Adriano Panatta nel mio circolo di Firenze nel 1981: “Ma Adriano cominciava ad essere vecchietto…” ha scherzato. Beh,a vedere certi “vecchietti” di oggi, i Federer che ha vinto fino a 37, Djokovic che vince a 35, Nadal a 36…Adriano nel maggio ’81 non aveva ancora 31 anni! Ma aveva fatto un’altra vita, Adriano. Meno da atleta. Più da bon-vivant. Ognuno fa le sue scelte.

Moretton ha detto alcune cose interessanti: “Stiamo collaborando molto di più di quanto si facesse prima noi dei 4 Slam, cerchiamo di uniformare più cose, ad esempio i tiebreak del set finale a 10, ma anche altro. Poi, però ogni Slam mantiene la sua autonomia, tant’è che noi abbiamo accolto i tennisti russi e bielorussi al Roland Garros, mentre a Wimbledon sono stati di diverso avviso. Stiamo cercando di collaborare maggiormente anche con ATP e WTA, mentre per quanto riguarda l’ITF non siamo in genere contenti di come è stata trasformata la Coppa Davis…vorremmo tornare all’antico. Era più bella prima. Faremo pressioni sull’ITF in tal senso. Anche questo fatto che prima la fase finale dovesse essere a Abu Dhabi, poi in Spagna (Malaga…), o che per la Billie Jean King Cup non sappiamo ancora dove dovremmo giocare…Mah…!” 

A far da madrina alla serata dell’IC al Roland Garros nel Club des Loges l’ex campionessa australiana (avversaria di Lea Pericoli) Gail Sherriff che è stata poi sposata a due tennisti francesi di prima categoria, Lovera e Chanfreau, ma ora ha un italiano Benedetti. Una signora simpatica e molto vivace più a suo agio con francese e inglese di Moretton. Fra i nuovi membri dell’IC de France, con nuova cravatta anche lui, anche il marocchino Youness el Aynaoui (ricordate il suo match maratona contro Roddick all’Australian Open: 21-19 cito a memoria…). Youness che parla benissimo italiano, fu uno degli allievi di Alberto Castellani, ora vive a Nantes: “Mio figlio è centrocampista nel Nantes, ha 18 anni e già diverse richieste da procuratori italiani…”. E io: “Stai attento, c’è un sacco di gente senza troppi scrupoli…”. Lui: ”Lo so, lo so!”

Chiudo questo editoriale diverso dal solito rimandandovi al prossimo perché questo era già fin troppo lungo. In sintesi hanno perso altre teste di serie importanti, dopo la Jabeur domenica e cioè la Krejcikova testa di serie n.2 campionessa in carica ma ferma per il tennis elbow da Doha, quindi da tre mesi,  e k.o. anche la Kontaveit testa di serie n.5 e battuta dall’ex compagna di Matteo Berrettini, Ajla Tomljanovic. La sconfitta di Naomi Osaka con la Anisimova invece non può destare grande sorpresa. Dopo la Swiatek la Anisimova è la ragazza che ha vinto più match di tutte sulla terra battuta. Neppure lei ci aveva fatto caso.

Ho visto vincere alla grande Martina Trevisan cui non sarà dispiaciuta la sconfitta della Jabeur che avrebbe dovuto affrontare al secondo turno. La polacca Linette che l’ha battuta è certo avversaria più addomesticabile. Martina non ricordava di averci giocato in…casa sua, al torneo di Santa Croce sull’Arno diversi anni fa. Meno male che ha avuto l’ispirazione di andare a vederla giocare contro la Jabeur. “Di solito non guardo mai oltre al mio round in tabellone…ma stavolta ho guardato quella partita”.

Io non ho mai capito perché non si debba guardare un tabellone. Mi sembra pura superstizione. Basta non pensare alle semifinali, o anche agli ottavi, quando si deve giocare ancora il primo turno. Però dare un’occhiata ai propri potenziali avversari non dovrebbe distrarre troppo un giocatore e potrebbe invece essere molto utile quando non si sa come giochino tutti e si può andare a studiarseli un pochino. Se poi si perde potrà servire per una prossima volta, no?

Martina, dopo l’exploit di Rabat che l’ha issata a n.59 WTA, punta a raggiungere un posto tra le prime 32 del mondo a fine anno, in modo da essere testa di serie all’Australian Open. Battere la Linette, e poi la vincente di Kvitova-Saville, e poi già che c’è anche la Raducanu (che ha vinto in 3 set sulla Noskova che confesso di non conoscere…) vorrebbe dire essere sulla buona strada. Mi sembra miglioratissima e in fiducia, soprattutto al servizio su cui ha lavorato molto e si vede.

Hanno perso, e avrete letto le cronache i due italiani ripescati dalle qualificazioni, Agamenone (cui è difficile non pronunciare una enne in più se appena si è letto Omero) e Giannessi, quest’ultimo dopo 4 ore e 58 minuti. Decisamente il croato Gojo a noi non porta bene. Peccato perché se avesse vinto lo spezzino avrebbe affrontato poi un argentino dal nome italiano, Carebelli, uscito dalle qualifizionei e protagonista di un’altra maratona (con Karatsev, la prima conclusa al tiebreak a 10 punti nell’ultimo set).

Stava un set pari invece Paolini con Begu. Oggi otto italiani in campo, sette dall’inizio più Paolini per il terzo set con la Begu. E i sette sapete chi sono. Ovviamente il match che ci interessa di più sembra essere Musetti-Tsitsipas. Magari Lorenzo riuscisse a dare battaglia al greco come un anno fa qui contro Djokovic quando vinse i primi due set. Se giocano cinque set e si fa le due di notte …io ci sto. Tanto ho lo scooter Piaggio che mi riporta a casa!

Nel mezzo spero e credo che Sinner non ci faccia brutti scherzi con Fratangelo, idem Sonego con Gojowczyk, Giorgi con Zhang. Sulla carta il Cecchinato d’una volta potrebbe battere Andujar che ha più anni di lui, mentre temo sia molto dura per la Bronzetti con la Ostapenko e per Zeppieri con Hurkacz. E’ – dopo il 2 a 2 di questi primi due giorni, ok Fognini e Trevisan, ko Agamenone e Giannessi, in attesa del terzo set fra Paolini e Begu –  giornata azzurra da 4 pari, 3-5 o 5-3. Un quarto e diverso risultato mi stupirebbe.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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ATP

Roland Garros: Nadal spazza via Thompson, smaltiti i dolori di Roma [VIDEO]

Il campione spagnolo supera nettamente l’ostacolo australiano presentandosi in buone condizioni fisiche

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Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

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[5] Nadal b. Thompson 6-2 6-2 6-2

Si può definire un allenamento competitivo la sfida tra Jordan Thompson e Rafa Nadal, con il pluricampione spagnolo, accolto nel riscaldamento dalla lettura della sua interminabile lista di Roland Garros vinti come da rituale, che si è liberato della pratica Thompson con sei game totali lasciati all’australiano in poco più di due ore. Una sfida dal pronostico chiuso sin dal principio, oltre che per le ovvie capacità di Nadal, anche per la poca abitudine alla terra battuta di Thompson, che ha passato la partita a disperarsi dei punti e recuperi incredibili di Nadal, con tanto di saluto sorridente tra i due a fine match.

 

IL MATCH – Poco da dire sullo svolgimento del match, che ha visto Nadal eseguire tutto alla perfezione e trovare due break in tutti i set disputati. La lente d’ingrandimento era più sulle condizioni fisiche e tecniche di Nadal, che aveva sofferto della solita infiammazione al piede a Roma contro Shapovalov ed era sembrato addirittura in dubbio per il Roland Garros. Il tennista spagnolo però contro l’australiano ha mostrato una perfetta condizione atletica, condita dai suoi soliti recuperi strepitosi che hanno fatto innervosire tantissimo un disperato Thompson, che ormai non sapeva più che fare per conquistare un punto.

I colpi da fondo di Nadal sono filati via tranquillamente, anche se la poca competizione opposta da Thompson non può essere reputata troppo un termometro del gioco di Nadal, che comunque è apparso tirato a lucido e soprattutto senza particolari dolori. L’unica piccola nota dolente è stata il break subito nel secondo set, e in generale percentuali molto alte al servizio che però non si sono tramutate in troppi servizi vincenti. Comunque non un segnale di preoccupazione in vista delle prossime partite dato lo scarso rodaggio dello spagnolo, che sulla terra battuta ha potuto giocare solo a Roma e Madrid a causa dell’infortunio rimediato ad Indian Wells. Per Nadal ora ci sarà la sfida con l’estroso tennista francese Corentin Moutet, che ha impedito una partita dal sapore vintage tra Stan Wawrinka e il campione maiorchino.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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