Il bicchiere mezzo pieno: uno Slam o due 1000 di fila?

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Il bicchiere mezzo pieno: uno Slam o due 1000 di fila?

US Open alle porte, i nostri Bill e Ted si interrogano: più difficile un major o due tornei da una settimana? E no, Zverev non conta

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Bill: L’US Open è alle porte.

Ted: E come al solito, anche quest’anno tu vinci il ‘Premio Ovvietà’. Complimenti.

Bill: Dai, su. Volevo solo proporti un argomento.

 

Ted: Spara.

Bill: È più difficile vincere uno Slam o due Masters 1000 consecutivi? In entrambi i casi si portano a casa 2000 punti.

Ted: Ah! Uno Slam è certamente più prestigioso, anche a parità di punti.

Bill: Questo non lo mette in dubbio nessuno. Ma appunto per questo mi domando se, nonostante il fatto tutti preferirebbero vincere uno Slam, non sia più facile vincerne uno rispetto a due Masters 1000 consecutivi.

Ted: Io credo che uno Slam sia in definitiva più difficile. Se guardi ai nomi.

Bill: È vero che negli albi d’oro dei mille ci sono nomi meno prestigiosi che negli Slam. Ma sono giocatori che, magari per caso, magari per fortuna, ne hanno vinto uno di mille. Ma vincerne due? E consecutivi per di più? E con consecutivi intendo che possano essere considerati alla stregua di un unico evento. Ovvero che non abbiano uno Slam o troppe settimane a separarli (quindi Zverev che vince Roma e Canada non conta). Secondo me è ben più dura di uno Slam.

Ted: Dipende da quali sono i fattori che rendono difficile l’impresa. Negli Slam tutti si impegnano al massimo e sono sempre presenti. Nei mille capita spesso che manchi qualche campione (addirittura sette top ten a Cincinnati) e a volte non tutti si impegnano fino in fondo. Pensa a Nadal a Roma, che secondo me ha tirato i remi in barca con Thiem per non arrivare cotto a Parigi. Se fosse stato il Roland Garros, pure stanco e in giornata no, secondo me non perdeva. Poi negli Slam si gioca tre set su cinque che è un altro sport, ben più difficile.

Bill: Io invece penso che due Masters 1000 di seguito siano più difficili. Innanzitutto il tre set su cinque. Come dici tu è un altro sport, ma è uno sport che avvantaggia i campioni, i quali sono più abituati ed hanno più tempo per trovare le contromisure ad un avversario in forma, se hanno una cattiva giornata. Due set su tre può capitare che un calo di concentrazione costi la partita e quindi le sorprese sono più frequenti.

Ted: Questa cosa che le sorprese sono più frequenti l’ho sentita spesso ma mi piacerebbe vedere dei dati, perché se penso a Istomin con Djokovic, Muller con Nadal e così via, non sono tanto convinto.

Bill: Allora pensa a quanti avversari forti bisogna superare. Per vincere uno Slam al massimo ti capitano tre top ten (quattro se sei proprio sfortunato). Per vincere due Masters 1000 invece puoi arrivare ad affrontare anche sei top ten in dieci partite. E gli avversari del primo turno possono essere già tosti, mentre negli Slam quasi sempre i primi due turni sono una passeggiata per i campioni.

Ted: Tu dici in linea di principio, ma nella pratica quanti di questi campioni arrivano all’appuntamento? Secondo me negli Slam ci arrivano più spesso e più agguerriti che nei Masters 1000. Davvero credi che per Federer quest’anno sia stato più difficile il Sunshine Double rispetto all’Australian Open?

Bill: All’Australian Open non ha dovuto annullare match point.

Ted: E ad Indian Wells e Miami non ha dovuto vincere tre partite in cinque set in una settimana.

Bill: Come al solito, è un po’ la storia…

Ted: … del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Pare anche a me.

Bill: Nadal il Roland Garros lo ha vinto in carrozza mentre a Roma ha perso da Thiem.

Ted: Allora qui bisogna distinguere. Ci sono quattro doppiette di Masters 1000 possibili: il Sunshine Double (Indian Wells e Miami), il Clay Double (Madrid e Roma), il Summer Double (Canada e Cincinnati) e l’Indoor Double (Shanghai e Bercy). Ed hanno caratteristiche ben diverse. Magari una è più facile delle altre.

Bill: I nomi li hai inventati tu?

Ted: Sì. A parte il Sunshine Double.

Bill: Shanghai non è indoor… ma capisco che non è questo il punto. Allora andiamo ad analizzare le doppiette. Per forza di cose mi limito agli ultimi dieci anni, perché se andiamo più indietro molte cose cambiano. Una volta Indian Wells era più breve, mentre Miami (Key Biscayne) aveva il formato di uno Slam. Una volta la distribuzione dei tornei su terra era diversa, si giocava ad Amburgo invece di Madrid e per molti anni i due tornei non erano consecutivi. Il cemento estivo americano è forse il periodo di calendario in cui i 1000 hanno avuto meno modifiche. Invece i tornei autunnali sono cambiati parecchio. Chi si ricorda il glorioso torneo di Stoccolma? Prima che si spostasse in Germania per volere di Tiriac. Prima che venisse instaurato l’Asian Swing. E poi una volta alcune finali erano al meglio dei cinque set, che rendeva dura andare a giocare subito dopo un altro torneo (pensa alla finale di Roma 2006 con successivo forfait ad Amburgo di entrambi i finalisti). Volendo andare più indietro, con la dovuta cautela e considerando i cambiamenti che ci sono stati nel calendario, ci si potrebbe spingere fino al 1990. Anno in cui è stata instaurata la distinzione tra Masters 1000 (allora super 9) e tutti gli altri.

Ted: Ok, ma se ti spingi più indietro del 2008, ricorda che l’obbligatorietà di partecipazione è stata instaurata solo nel 2001 e quindi i tabelloni prima di allora potevano essere di livello generalmente più basso. Iniziamo con il Sunshine Double.

Bill: Per vincere Indian Wells e Miami un giocatore deve vincere 12 incontri in 4 settimane. Meno di un incontro ogni due giorni (come succede negli Slam). Delle accoppiate di mille è forse la più ‘facile’ perché c’è abbastanza tempo per recuperare tra un torneo e l’altro. Inoltre le superfici sono simili (anche se Miami è notoriamente più lento) ed entrambi i tornei sono nello stesso continente. Negli ultimi 10 anni per ben 5 volte un giocatore ha centrato l’accoppiata (4 volte Djokovic più Federer quest’anno). Spingendoci più indietro Federer ci era riuscito altre due volte ed una volta a testa Agassi, Rios, Sampras e Courier.

Ted: Non male. Quindi il Sunshine Double è ‘fattibile’, relativamente. Le cose si complicano se i tempi di recupero di accorciano.

Bill: Esatto. Per il Clay Double, nonostante l’incredibile dominio di Nadal sulla superficie, abbiamo solo tre casi negli ultimi dieci anni: Nadal due volte e Djokovic nel 2011. Se aggiungi che nessuno ci era riuscito prima (nonostante cambi di sedi e calendario), si capisce che l’accoppiata Madrid-Roma sia più difficile.

Ted: E la ragione molto probabilmente risiede nella vicinanza dei due tornei. Per realizzare il Clay Double uno deve vincere 10 partite in 2 settimane, ovvero più di una partita ogni due giorni. Chiaramente più estenuante del Sunshine Double. Senza giorni di riposo in mezzo un giocatore che abbia giocato la finale a Madrid di domenica si trova a dover giocare a Roma il mercoledì con la prospettiva di dover giocare per cinque giorni di fila se vuole vincere il torneo. Inoltre Madrid e Roma sono tornei ben diversi, con Madrid (ed una volta Amburgo) molto più veloce di Roma. Quindi anche adattarsi alle nuove caratteristiche in tempi brevi non è una sfida da poco. Immagina se a Parigi la terra diventasse più lenta o più veloce nella seconda settimana.

Bill: Simile discorso vale per il Summer Double. Dieci partite in due settimane. Negli ultimi dieci anni ci è riuscito il solo Nadal nel 2013. Prima di allora ci sono riusciti Agassi nel 1995 e Roddick nel 2003.

Ted: In effetti la coppia Canada – Cincinnati è notoriamente la più dura. Spesso chi vince in Canada arriva bollito a Cincinnati. Ricordo Federer sconfitto  all’esordio a Cincinnati da un giovane Murray nel 2006, o l’imbattibile Djokovic del 2011 arrivare mezzo rotto alla finale in Connecticut.

Bill: L’Indoor Double merita un discorso più attento. Fino al 2008 entrambi i tornei si disputavano in Europa ed erano davvero indoor. Dal 2009 Shanghai ha preso il posto di Madrid rendendo l’accoppiata più eterogenea (due continenti, un torneo indoor e uno outdoor). Negli ultimi dieci anni il double è riuscito solo a Djokovic due volte e Murray, l’anno scorso. Prima di allora ci erano riusciti Nalbandian e Safin (per entrambi Madrid e Bercy).

Ted: Non stupisce Djokovic, che in Asia ha sempre raccolto ottimi risultati. Stupisce un po’ l’assenza di Federer che non ha mai avuto un gran feeling con Bercy. Anche qui nel calendario odierno i giocatori devono passare da un continente all’altro e adattarsi al cambio di superficie (Bercy è notoriamente molto rapido), ma almeno in questo caso ci sono due settimane di tempo per la transizione.

Bill: Facendo il confronto si capisce che la chiave sta in uniformità e tempi di riposo. In altre parole, gli elementi che rendono così difficile realizzare una delle doppiette di Masters 1000 sono i tempi di recupero e le differenti caratteristiche dei tornei. In particolare andando da Shanghai a Parigi, pur avendo tempo per riposare, le condizioni cambiano così tanto che l’aver vinto il primo non dà garanzie per il secondo. Invece per il Summer Double ed il Clay Double le condizioni sono relativamente simili ma l’avere i due tornei un dopo l’altro rende praticamente impossibile per il vincitore del primo arrivare nelle condizioni migliori al secondo. L’unica eccezione è il Sunshine Double dove i tempi di riposo tra un torneo e l’altro (e anche durante il torneo stesso) permettono a chi vince Indian Wells di arrivare sufficientemente fresco a Miami. E comunque si tratta di impresa non da poco.

Ted: E quindi? Slam o doppio mille?

Bill: Riassumendo. Dal 1990, solo 11 giocatori sono riusciti a completare almeno un double in carriera. Djokovic ne ha fatti 7 ed è il solo ad esserci riuscito in tre coppie su quattro. Nadal e Federer ne hanno fatti 3 (Nadal due diversi, Federer tutti al Sunshine Double), Agassi 2 mentre Murray, Sampras, Courier, Rios, Roddick, Nalbandian e Safin ne hanno fatto uno a testa. Negli ultimi dieci anni solo i Fab Four (Djokovic 7 volte, Nadal 3 volte, Federer e Murray una volta). L’assenza di nomi di vincitori di Slam quali Hewitt, Kuerten o Wawrinka suggerisce che sia un’impresa davvero difficile, più difficile che vincere uno Slam. Io dico doppio mille.

Ted: E però se guardi i nomi la presenza di giocatori come Rios e Nalbandian, che non hanno mai vinto uno Slam, fa pensare che forse non è poi così tanto più difficile. Forse si tratta anche di una questione di caratteristiche dei giocatori. Alcuni rendono meglio in tornei brevi e ravvicinati (Safin ad esempio) mentre altri, come Wawrinka, hanno bisogno di tempo per carburare e si trovano meglio negli Slam. Il fatto che gente come Nadal o Federer abbiano fatto pochi double secondo me sottolinea solo l’importanza maggiore che danno agli Slam. Guarda Nadal contro Thiem quest’anno. Io dico Slam.

Bill: Difficile decidere.

Ted: Come al solito dipende un po’ da come la guardi.

Bill: E come al solito è un po’ la storia del bicchiere mezzo vuoto…

Ted: …e mezzo pieno.

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Australian Open

Nei dintorni di Djokovic AO Edition: a Melbourne è l’ora del D10KO?

Per gli addetti ai lavori è Djokovic il grande favorito dello Slam di apertura della stagione 2023. Vediamo cosa fa pensare che assisteremo alla sua decima cavalcata trionfale a Melbourne e cosa invece può far dubitare che l’aggancio a Nadal a quota 22 Slam sia dietro l’angolo

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Novak Djokovic, Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sono passati meno di due mesi dalle ATP Finals e ancor meno dalle fasi finali della Coppa Davis ed il tennis professionistico torna a fare sul serio: lunedì a Melbourne inizia il primo Slam stagionale, l’edizione n. 111 dell’Australian Open. E come si immaginava quando c’è stata la conferma della revoca del divieto di ingresso in Australia per tre anni comminatogli dopo quanto accaduto lo scorso anno, il grande favorito è Novak Djokovic. Il fuoriclasse serbo è a caccia del suo decimo Slam Down Under, che significherebbe agganciare Nadal a quota 22 nella classifica totali dei Major vinti e, tanto per non farsi mancare nulla, anche la riconquista – ne entrerebbe in possesso per la settima volta – di quello scettro di n. 1 mondiale che ha tenuto per più tempo di tutti (373 settimane). Ma quali sono i motivi principali che portano a ritenere il 35enne campione di Belgrado in grado di portare a termine l’ennesima impresa da record – il secondo tennista in campo maschile a raggiungere la doppia cifra nelle vittorie di un singolo Slam dopo Nadal al Roland Garros – e quali invece i segnali che portano invece a ipotizzare che ci sia la possibilità che i pronostici vengano sovvertiti? Abbiamo cercato di riassumerli qui di seguito.  

I punti a favore

Sia parlando di dati statistici che di risultati recenti, i numeri sono dalla parte di Nole. Che si presenta ai nastri di partenza con una imbattibilità sui campi di Melbourne Park che dura dal 2019 (striscia di 27 vittorie consecutive: ultima sconfitta nel 2018, contro Chung negli ottavi), con tre vittorie nelle tre ultime partecipazioni, ed un parziale negli ultimi sette mesi di 30 vittorie ed una sola sconfitta (la finale del Masters 1000 di Bercy contro Rune) in match ufficiali. Ne dovrebbe derivare un serbatoio dell’autostima bello pieno, e sappiamo quanto conti per il belgradese poter approcciare un grande evento con la miglior attitudine mentale. Considerazione, quest’ultima, rafforzata dalle prestazioni della scorsa settimana ad Adelaide, che hanno evidenziato come anche tecnicamente e fisicamente la condizione del tennista serbo sia ottimale. Aggiungiamo il fatto che il lotto dei suoi principali competitors non è che invece se la passi benissimo: se ci focalizziamo sui più recenti campioni Slam, Alcaraz è fuori dai giochi, Nadal non ha brillato alla United Cup e le recenti dichiarazioni ottimistiche non possono dissipare i dubbi sul suo stato di forma, Medvedev in queste non ha dato segnali di essere tornato quello del biennio 2020-2021 e non la copia un po’ sbiadita vista all’opera lo scorso anno.

Anche il sorteggio pare sia stato benevolo con Nole. Non si vedono infatti grossi ostacoli sino ai quarti di finale, anche se la sfida a Carreño Busta a livello di ottavi evoca spiacevoli ricordi newyorchesi. Nei quarti invece qualche problemino – e ci mancherebbe altro, potrebbe dire qualcuno, dato che è uno Slam e siamo a livello di top ten – potrebbe arrivare. A rigor di classifica a procuraglieli dovrebbe essere il n. 6 del mondo Rublev, ma forse potrebbe averne qualcuno in più se dall’altra parte della rete trovasse quel Rune che è l’unico che può dire di averlo battuto da giugno a questa parte in un torneo ufficiale. E probabilmente sarebbero anche maggiori se invece ci fosse quel Kyrgios che il primo set della finale di Wimbledon glielo aveva portato via e che di fronte ai suoi connazionali trova sempre energie e soprattutto motivazioni extra. Ma un Nole che arriva alla seconda settimana senza aver speso troppe energie sotto il sole dell’estate australiana, e i suoi potenziali primi tre turni rendono l’ipotesi parecchio plausibile, dovrebbe essere nelle condizioni psicofisiche ottimali per tenere a bada tutti i nomi fatti, compreso il suo nuovo amico di Canberra. Anche i possibili incroci in semifinale non paiono ostacoli insormontabili: per quanto entrambi siano in evidente crescita, affrontare uno tra Ruud (anche se noi speriamo che da quello spicchio di tabellone salti fuori Berrettini) e Fritz – anche qui qualche doloroso ricordo, anche se tutto è bene quel che finisce bene – per arrivare alla trentatreesima finale Slam non è la peggiore delle combinazioni possibili.

 

In finale dovrebbe trovare uno tra – in ordine di ranking – Nadal, Tsitsipas (qui per Sinner vale ovviamente la stessa speranza espressa prima per Berrettini) o Medvedev. Con il maiorchino, al netto delle considerazioni precedenti sul suo stato di forma, al di fuori della terra battuta non perde da quasi 10 anni (finale US Open 2013) e nell’ultima sfida a Melbourne, la finale 2019, dominò. Con il greco non perde dal 2019 ed ha vinto gli ultimi sette head to head, comprese le due sfide Slam finite al quinto a Parigi. Con il russo c’è sicuramente la ferita della sconfitta subita nella finale dello US Open 2021 che ha fatto svanire il sogno del Grande Slam proprio sul traguardo, ma all’inizio di quell’anno un Nole non a corto di energie come a New York aveva vinto in tre set la finale australiana e abbiamo già detto che Daniil non sembra ancora uscito dal tunnel 2022, stagione che lo ha visto perdere tre sfide su tre contro Nole. Insomma, a questo punto, per mettere un po’ di pepe forse vale la pena inserire anche il nome di Auger-Aliassime tra quelli dei possibili finalisti, dato che prima o dopo ci arriverà e considerato il fatto che tra tutti i giocatori citati è l’unico insieme a Rune che è in parità negli scontri diretti con il fenomeno serbo, anche se solo grazie al fatto che la vittoria nella Laver Cup su un Djokovic acciaccato è calcolata nelle statistiche. Ma con FAA o senza, la sensazione è che la sostanza non cambi: chiunque si troverà di fronte in finale, il campione serbo partirà favorito.

I punti di attenzione

Insomma, tutto sta filando liscio e non ci sono dubbi che Nole metta nella bacheca del suo Novak Tennis Center di Belgrado l’ennesima riproduzione della coppa del vincitore dell’Australian Open? Keep calm, per dirla come gli australiani (a meno che nel loro tipico slang non abbiano un modo diverso per dirlo, ma non risultava). Al netto dell’ovvia considerazione che nello sport non è mai finita finché non è finita e che di clamorose eliminazioni dei grandi favoriti sono pieni gli annali, non è che proprio tutto stia filando liscio come l’olio in casa serba. Ci sono infatti dei segnali che possono dare un po’ di coraggio ai suoi avversari e che probabilmente si possono ricondurre tutti ad un’unica considerazione: nonostante in campo cerchi di non darlo a vedere (e gli riesce benissimo), Nole veleggia verso le 36 primavere. E per quanto appunto non abbia niente dell’agonista over 35, si può notare come qualche acciacco ogni tanto inizi a saltar fuori anche per lui. È successo sia la scorsa settimana durante il torneo di Adelaide, sia in questi giorni di allenamento a Melbourne. Niente di preoccupante, a suo dire. Ma come sappiamo che quando sente girare tutti gli ingranaggi alla perfezione Djokovic è in grado di trasformarsi in RoboNole e diventare pressoché imbattibile, dall’altra parte abbiamo anche visto che quando invece percepisce che qualcosa non va nel verso giusto la cosa può impattare sul suo approccio in campo e far intravedere qualche crepa nel suo gioco, in cui gli avversari più accorti possono infilarsi (ed è logico pensare a Nadal, anche solo ricordando la rimonta da 2-5 nel quarto set dei quarti dell’ultimo Roland Garros). Il nervosismo dimostrato nella finale di Adelaide ne è l’esempio più recente.

E non si può inoltre non osservare il fatto che comunque, anche se alla fine la vittoria la porta poi a casa praticamente sempre lui, Nole nell’arco di un match non appare più così dominante come in passato. Giocoforza, infatti, dopo vent’anni dalla prima partita da professionista – era il 6 gennaio 2003, perse al primo turno di un ITF in Germania – e oltre 1200 partite a livello ATP, l’intensità in campo non può più essere sempre quella di una volta: i momenti di pausa durante i match sono un pochino più frequenti, le chance non vengono sfruttate con la chirurgica lucidità di qualche anno fa. E anche se, soprattutto al meglio dei cinque set, la classe, l’esperienza e la forza mentale gli permettono di alzare il livello e fare ancora la differenza nei momenti decisivi di un match, far rimanere in partita avversari che spesso hanno dieci e più anni di meno e soprattutto non hanno telaio e motore usurati da centinaia di partite in più, può diventare estremamente pericoloso se la partita si allunga e il fisico diventa il fattore più rilevante, specie sotto il cocente sole australiano.

Conclusioni

Diciamo che se il fisico non lo tradisce, tutto fa pensare che sia l’ora del D10KO, se ci consentite di sintetizzare così, a mo’ di hashtag, l’obiettivo del fuoriclasse belgradese: la conquista della decima vittoria a Melbourne. L’unico appiglio per gli avversari è appunto il fatto che il tempo, citando Jovanotti, “comunque vadano le cose lui passa” e quindi ad un trentacinquenne può presentare il conto quando meno se lo aspetta. A proposito, com’è la statistica dei vincitori Slam over 35? Ah, già: Federer e Rosewall a quota tre vittorie, Nadal a due e Djokovic a una. Lo ammettiamo, non l’avevamo considerata nel fare le nostre riflessioni. Ma, tutto sommato, che rilevanza volete che abbia? Nole mica è il tipo che si pone sempre nuove sfide e trae energia dai nuovi obiettivi, come diventare non solo il giocatore con più vittorie Slam in assoluto ma anche da over 35, no?

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Australian Open

La crisi di risultati di Nadal, sintomo di un irrisolto problema agli addominali

Dopo l’infortunio patito a Wimbledon, Rafa Nadal ha modificato qualcosa in battuta: potrebbe originare da lì il suo calo degli ultimi mesi. Cerchiamo di analizzarne cause ed effetti mentre il maiorchino si appresta a difendere il titolo all’Australian Open

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Rafael Nadal - United Cup 2023 Sydney (foto Twitter @ATPTour_ES)

È uno dei due Big 3 rimasti in piedi, ha vinto 22 tornei del Grande Slam, è il campione uscente. Avrà anche perso i primi due match pro dell’anno (mai successo in carriera), peraltro arrivando da un finale di stagione 2022 con quattro sconfitte e una vittoria ma, quando Rafael Nadal partecipa a un major, non si possono fare i conti senza di lui. Che poi, alla vigilia dell’Happy Slam, lui stia facendo i conti con qualche problema è un altro discorso – quello che ci apprestiamo ad affrontare.

L’anno passato abbiamo visto Rafa partire a razzo con i titoli di Melbourne, Australian Open e Acapulco, arrivando imbattuto alla finale di Indian Wells, nella quale la sua costola incrinata ha avuto la peggio contro la caviglia malandata di Fritz. La stagione sulla terra monca e senza titoli prima di Parigi non è stata incoraggiante, però il quattordicesimo è arrivato nonostante il piede dolorante e fino al quarto di finale a Wimbledon tutto stava funzionando a dovere. Dall’infortunio agli addominali patito in Church Road, però, il rendimento è precipitato senza più dare segni di ripresa.

Il fondamentale che più di tutti risente di quel tipo di infortunio è senza dubbio la battuta, che certo non è il colpo più naturale di Rafael e, altrettanto di sicuro, non è come toglierlo a Opelka o Isner. Un po’ sì, però. Il suo servizio è indubbiamente cresciuto rispetto ai primi anni, senza però avvicinarsi come efficacia “diretta” a quello di altri colleghi. Prendiamo (non uno a caso) Novak Djokovic, anch’egli non nato come grande battitore, ma che ora sa affidarsi con tranquillità al colpo di inizio scambio per… non far cominciare lo scambio. Nadal ha in ogni caso saputo trasformarlo in un’arma estremamente funzionale, un po’ come la risposta al servizio e, ancora, tiriamo in ballo Nole. Perché, in termini assoluti, non c’è paragone tra le due ribattute: il serbo vicinissimo al campo, con grande abilità di lettura delle intenzioni avversarie e riflessi incredibili, lo spagnolo là dove il mattone tritato lascia il posto ai giudici di linea. Da quella posizione che innanzitutto aiuta a tenere più palle in campo, Nadal si prende tempo a sufficienza per tirare una catenata profonda e rabbiosa, un macigno come quello che insegue Indiana Jones nei “Predatori”; lui intanto recupera la posizione e, ben che vada, l’avversario è costretto a iniziare uno scambio neutro contro Rafa sulla terra battuta. E le percentuali in risposta si impennano. Allo stesso modo, il servizio gli permette di colpire in uscita con il dritto la (grande) maggioranza delle volte, magari non sempre con quell’87% dopo la prima e 77% dopo la seconda registrati a Toronto 2018, esclusa la finale dove le 43 risposte di Tsitsipas gli fecero giocare appena due rovesci. Così, quando non arriva l’immediato vincente con l’ormai classico uno-due del tennis maschile moderno, Nadal può comandare e comunque abbreviare lo scambio. Perché il ragazzo comincia ad avere un’età e un’anzianità di, ehm, servizio per cui evitare metri e metri di rincorse e recuperi a ogni “15” non può che giovargli.

 

Ecco, dunque, che comincia a formarsi un’ipotesi plausibile per le grosse difficoltà del numero 2 del mondo nei mesi post-Wimbledon: una ridotta efficacia della battuta a causa dell’infortunio. Un’interessante grafica che confronta il punto di impatto del primo servizio all’Australian Open 2022 e alla United Cup, proposta durante il suo match contro de Minaur, sembra supportare l’ipotesi.

Punti di impatto del primo servizio di Nadal. Australian Open 2022 in rosso, United Cup 2023 in giallo

Cominciamo con il notare che nel recente torneo a squadre Nadal trovava la palla più alla propria sinistra. Per un mancino, un lancio di quel tipo significa essere praticamente costretto a servire slice. Il kick è escluso, perché dovrebbe “spazzolare” la palla (immaginandola come il quadrante di un orologio) dalle ore 5 verso le 11 (o 4-10 per privilegiare l’effetto laterale da destra), ma è impossibile farlo con la palla in quella posizione: il punto di impatto deve essere sopra la testa. Non che Rafa sia famoso per i suoi kickoni, ma, oltre a rivelarne in anticipo le intenzioni, questo può essere considerato un primo sintomo di qualcosa di irrisolto a livello addominale, fosse anche “solo” il timore di rifarsi male.

Le altre due caratteristiche di quel lancio “giallo” – più avanzato e più basso – conducono nella stessa direzione: la volontà di evitare inarcamento ed estensione per coinvolgere l’addome il meno possibile. La conseguenza di un impatto più basso è una minor accuratezza, come ha spiegato durante la telecronaca Jim Courier. Anche secondo l’ex n. 1 del mondo “è verosimile che sia un aggiustamento dovuto all’infortunio di Wimbledon”.

Mettendo da parte le possibili cause, torniamo all’ultimo effetto di questa modifica del lancio dopo aver detto della mancanza di imprevedibilità e della minor accuratezza, intesa come capacità di trovare direzione e profondità. L’impatto più avanzato si risolve evidentemente in una ricaduta più marcatamente all’interno della linea di fondo: già l’avversario è messo meno in difficoltà dalla battuta, se a questo aggiungiamo che Rafa deve affrettarsi per recuperare la posizione ottimale, ecco che ne risente l’efficacia del primo colpo dopo il servizio. E da lì, a cascata, tutto il resto del gioco.

Non resta che aspettare – davvero poco, ormai – per verificare se avrà superato l’inconveniente o, almeno, saputo trovarvi un valido rimedio. In caso contrario, un Nadal troppo limitato da quel punto di vista potrebbe trovarsi in grande difficoltà già al primo turno, per un sorteggio di per sé non agevole che lo ha opposto al mancino inglese classe 2001 Jack Draper.

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ATP

Le delusioni ATP del 2022: Daniil Medvedev batte tutti

Nella classifica tra il serio e il faceto di chi ha disatteso le aspettative, dietro Medvedev c’è Sebastian Korda. Ma chi si prende il terzo posto spuntandola tra candidati del calibro di Denis Shapovalov e Diego Schwartzman?

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Daniil Medvedev – ATP Finals 2022, Torino (Foto: Giampiero Sposito)

Fine anno, tempo di bilanci. Si parte con determinate aspettative e si misura la situazione di arrivo per valutarla rispetto a quelle aspettative. Niente di più naturale farlo per sé stessi, ma molto più divertente – specie se i propri buoni propositi sono stati mancati clamorosamente – farlo per gli altri. Che, in questo caso, sono i migliori tennisti del mondo. Un’altra idea che riscuote sempre successo sono le classifiche. Nick Hornby si è rivelato maestro in questo nel suo libro Alta Fedeltà con le sue top 5, dalle migliori canzoni di Elvis Costello alle più memorabili rotture con le fidanzate. Unendo le due cose, nasce la classifica delle delusioni tennistiche del 2022, vale a dire i cinque, no, troppi, i tre giocatori che peggio hanno fatto rispetto alle aspettative. La domanda d’obbligo è, “le aspettative di chi?”.

Come recita un vecchio adagio degli avvocati, in aula mai porre una domanda di cui non sai la risposta. Non siamo a processo, ma speriamo di riuscire a rispondere entro la fine di questo articolo. Un’altra domanda che ci siamo posti riguarda l’eticità dell’operazione, perché potrebbe avere ragione Daria Abramowicz, la psicologa di Iga Swiatek, quando, di fronte all’articolo dell’Équipe su questo argomento, twitta che “idee come questa sono deludenti. Perché anche solo pensare di pubblicare questo tipo di ‘classifiche’?”.

Riflettendoci bene, tuttavia, non è che venga svelato alcun segreto – i risultati sono gli occhi di tutti, soprattutto dei tennisti eventualmente citati – e lascia perplessi il fatto che solo lei abbia il diritto di usare il termine deludente. La dottoressa Abramowicz, lo ricordiamo, si è impegnata per entrare nella classifica dei peggiori commenti ai WTA Awards, in pratica non riconoscendo il premio andato al coach di Jessica Pegula per averla portata al numero 3 del mondo. Non benissimo, Daria. Liquidata l’obiezione con malcelato piacere, possiamo procedere. In un lampo di astuzia, iniziamo dal gradino più alto del podio mettendoci colui la cui valutazione dovrebbe catalizzare facili consensi – suoi, del suo staff, di appassionati e addetti ai lavori. Partiamo allora da… (sarebbe il momento di creare un po’ di suspense, ma non si possono non mettere i nomi nel titolo, quindi già sappiamo chi è)

 

Daniil Medvedev

Essere considerato la maggiore delusione della stagione in cui si raggiunge la vetta del ranking non è impresa da tutti. Se a questo aggiungiamo che Daniil è stato il primo non Fab Four a occupare la prima posizione mondiale da Andy Roddick diciotto anni prima, ci rendiamo conto delle dimensioni di quell’impresa. Ma cominciamo dall’inizio, anzi, da un po’ prima, dal settembre 2021. Medvedev vince lo US Open, il primo Slam non solo suo ma della propria generazione, uguagliando così il numero di trofei major alzati dalla generazione precedente – sempre a New York con Thiem. A dare ulteriore lustro al successo, il nome dell’avversario battuto in finale, quel Novak Djokovic arrivato all’appuntamento vantando i primi tre Slam dell’anno in bacheca e il conseguente 27-0 di match vinti. Un appuntamento con la storia il cui peso si è dimostrato insostenibile anche per Nole; tuttavia, la prestazione serba al di sotto gli abituali standard non può in alcun modo sminuire la portata della vittoria di Medvedev, anche perché abbiamo visto troppe volte avversari in una determinata giornata superiori soccombere davanti al Big 3 di turno non esattamente in grande spolvero. Favorito all’Australian Open, mette in fila tutti quanti per poi perdere la finale da Nadal, che ci potrebbe anche stare se non fosse per il vantaggio russo di due set a zero, le tre palle break consecutive nel terzo parziale, poi consegnato sbagliando un appoggio a campo aperto. Presto il mondo del tennis si rende conto che quella è proprio ciò che sembra: una sconfitta dalla quale è difficile riprendersi. E Medvedev non si riprenderà mai davvero nel corso del 2022, purtroppo per lui ma anche per il Tour che ha bisogno sia di personaggi carismatici, sia di seri contendenti all’ormai duopolio. In febbraio arriva al n. 1 del mondo, per tre settimane, e di nuovo da metà giugno alla fine dello US Open, torneo in cui il campione uscente è sconfitto agli ottavi da Kyrgios. In mezzo, l’operazione all’ernia all’inizio della stagione su terra battuta, l’esclusione da Wimbledon e la vittoria all’ATP 250 di Los Cabos, il primo dei due titoli incamerati. L’altro, a Vienna, potrebbe essere il preludio a un cambiamento di rotta nell’ultimo scampolo di stagione, quella indoor che certo gli si confà. Seguiranno invece quattro sconfitte in altrettanti incontri, tutti tirati: a Bercy contro de Minaur e nel girone delle ATP Finals, questi persi al tie-break del terzo set. Che, se da un lato possono essere letti come sfide giocate alla pari contro Rublev, Tsitsipas e Djokovic, dall’altro – e ci sembra la lettura più corretta – sembrano proprio i tre indizi che fanno una prova, peraltro solo l’ultima di una serie pressoché ininterrotta da quella domenica australiana. Prova di cosa?

Proprio all’inizio dello US Open 2021, Francisca Dauzet, la psicoanalista e performance coach che lavora con Medvedev dal 2018, lo diceva equipaggiato di un mostruoso potenziale mentale. In effetti, pareva davvero averne molto di più rispetto agli altri della sua generazione, gli Zverev, gli Tsitsipas, i Rublev, i quali hanno spesso il loro daffare con i rispettivi demoni. Tuttavia, tornando alla prova di cui parlavamo, come c’è il giocatore spartiacque la cui caratteristica è che devi batterlo perché non ti regala il match “tranne quando te lo regala”, così Daniil è quello forte mentalmente “tranne quando non lo è”. E non lo è da quasi un anno, iniziato al secondo posto della classifica, con un secondo trofeo Slam come obiettivo reale e infatti immediatamente sfiorato, e terminato al settimo.

Al secondo posto della nostra top 3 c’è…

Sebastian Korda

Sebi è proprio un bel giocatorino. Elegante, fluido, la palla gli scorre apparentemente senza alcuno sforzo, sa fare tutto e, forse anche per questo, non rimane impresso un colpo particolare. Lui, comunque, cita il rovescio come preferito. Intendiamoci, quella di Korda non è certo stata una stagione fallimentare, tutt’altro: partito con un ranking di n. 41 ATP, ha chiuso al 33° posto, con un best come trentesimo giocatore del mondo. Le premesse erano però altre. Una giovane carriera in ascesa pressoché costante, con l’ingresso in top 100 all’inizio del 2021 che lo mostrato al grande pubblico, sebbene da tempo annunciato da quel cognome, ingombrante ma meno di altri. Proprio allora scrivevamo della lunga strada da percorrere senza fretta e così ha fatto, il figlio del campione dell’Australian Open 1998. Messo al sicuro a Parma il primo e finora unico titolo, il classe 2000 di Bradenton aveva guadagnato un’ottantina di posizioni nel corso del 2021 e, sempre senza fargli fretta, ci aspettavamo risultati decisamente migliori in questa annata.

Sebastian Korda – ATP Estoril 2022 (foto via Twitter @ATPTour_ES)

Il bilancio vittorie-sconfitte recita un più che dignitoso 34-22, mentre sono appena sei le eliminazioni al primo turno e certo c’è chi ne ha accumulate di più tra quelli che lo precedono anche di parecchie posizioni in classifica. Ecco allora quello che è mancato a Sebastian: come in campo non lo vediamo lasciare continuamente fermo l’avversario con una mazzata letale, così gli è sempre mancato lo spunto per andare oltre la sufficienza. A livello Slam, terzo turno a Melbourne e Parigi, secondo a New York, Wimbledon saltato per un problema fisico. Rimangono così il match vinto a Monte Carlo su Alcaraz, che arrivava dal titolo di Miami, in una giornata obiettivamente particolare, la semifinale a Estoril e le finali consecutive a Gijon e ad Anversa, tutti “250”. Si può naturalmente parlare di stagione di assestamento dando particolare enfasi ai risultati del 2021, ma rimane un credibile protagonista per quanto riguarda le speranze disattese.

La terza delusione è… a pagina 2

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