I Signori della sala stampa: Richard Evans, non solo tennis

Interviste

I Signori della sala stampa: Richard Evans, non solo tennis

Una serie di interviste con i grandi nomi del giornalismo mondiale. Il direttore Scanagatta intervista Richard Evans, una vera e propria leggenda tra gli addetti ai lavori

Pubblicato

il

Di seguito qualche parola del nostro Direttore sulla figura di Richard Evans, leggendaria penna inglese e acuto osservatore del piccolo mondo della racchetta, così come della grande dimensione della Storia con la “s” maiuscola.


Richard Evans è un uomo solo al comando, nel computo degli Slam. È molto probabile che, come è accaduto per Nicola Pietrangeli con i suoi 164 incontri di Davis (record imbattibile dacché, 1982, è diventato impossibile giocare più di 4 incontri l’anno) anche il suo diventi un record insuperabile. Non so se li abbia contati con la precisione di un Rino Tommasi, ma Richard garantisce di aver raggiunto quota 196 Slam! Sarà dura raggiungerlo, anche perché lui, che lavora per Fox e fa radio in diretta per l’ITF nei tornei dello Slam, non ha nessuna intenzione di fermarsi. Io sono a quota 147. Quasi 50 tornei indietro: dovrei… battermi con Ubitennis per 11 anni in più dopo il ritiro di Richard per motivi anagrafici! Sventolo già adesso bandiera bianca!

Richard ha 78 anni, esattamente 10 più di me, ma come potete constatare da questa video-intervista, davvero non li dimostra. Nato in Francia nel ’39, ma da genitori inglesi, è un grande, un grandissimo giornalista che ha scritto per le principali testate britanniche, Times, Telegraph, e ha lavorato per vari network, fra i quali la BBC in tv e in radio. Ha certamente inciso di più nel mondo del tennis con la forza delle sue opinioni, anche se non ha forse il talento di scrittore di un Clerici né la credibilità statistica di un Tommasi. Ma come Tommasi – e con il vantaggio di poterle esprimere in inglese, e quindi di essere inteso da tutto il mondo del tennis – ha la forza delle opinioni e la profonda conoscenza – anche storica – dello sport di cui scrive. E di tanti altri sport. La conoscenza approfondita di vari sport, una vera cultura, e quella massima nel tennis, consente a chi abbia una grande personalità come la sua di esprimere pareri intelligenti e pesanti. Amplio il discorso, anche se c’entra poco. A mio sommesso avviso in Italia oggi, dopo un’epoca in cui forse i giornalisti italiani di tennis erano i migliori del mondo (perché avevano avuto esperienze giornalistiche di vario livello – a contatto con i Brera, i Biagi, i Montanelli, i Piazzesi, i Bartoli – e avevano anche giocato a tennis a discreti livelli agonistici… mentre nessuno degli stranieri lo aveva fatto, anche se c’erano con la penna talenti straordinari come Rex Bellamy, John Roberts, Sue Mott o supercompetenti come Richard Evans), grandi qualità giornalistiche di statura internazionale, in tv come sulla carta stampata, non mi pare che si intravedano, almeno a quei livelli.

 

Ho conosciuto Richard all’inizio degli anni Settanta. Siamo subito diventati grandi amici. In giro per il mondo, negli Slam, ma anche in mete diverse. Quando dovevo scegliere con chi uscire alla sera fra i colleghi, se non c’erano Rino o Gianni, uscivo con lui. Perché aveva sempre una conversazione interessante da offrire, fascinosa (non solo per le belle donne: ne ha avute tante, oltre a due mogli, con la seconda che gli ha dato un figlio, Ashley, cui è legatissimo). Lui “Roving Eye” – l’occhio sempre in movimento – che era anche il titolo della sua prima rubrica, pubblicata da World Tennis. Ne ha condotta una anche per la rivista francese Tennis Magazine, la migliore mai andata in commercio. La rubrica si chiama Au tour de monde.

È stato più volte anche mio ospite a Firenze, e mi poteva parlare delle sue corrispondenze dalla Cambogia e dal Vietnam, da Memphis subito dopo l’uccisione di Martin Luther King, dagli Stati Uniti quando seguiva le campagne di Robert Kennedy prima che venisse assassinato, le dimostrazioni contro il Governo messicano del ’68 che si conclusero con un massacro, il suo esordio a Wimbledon 1957 quando, appena diciottenne e con zero conoscenze di tennis (era ed è tifoso dell’Arsenal) fu spedito sulle tracce di Althea Gibson, la prima tennista di colore a vincere i Championships (che gli dette clamorose esclusive, facendosi accompagnare da lui perfino al tradizionale ballo dei vincitori), esattamente come gli sarebbe accaduto anni dopo quando andò al seguito di Arthur Ashe in Sud Africa per la lotta contro la politica dell’apartheid dell’epoca pre-Mandela (con il quale sarebbe entrato in contatto nel 1990).

Con Richard, con il quale abbiamo potuto parlare anche delle nostre esperienze all’interno dei nostri giornali (nel mio piccolo ho lavorato e scritto per tutte le pagine de La Nazione, cronaca, interni  esteri, oltre che sport) abbiamo diviso momenti bellissimi anche nelle isole Fiji al tennis-ranch di John Newcombe, all’epoca in cui lui aveva un flirt con Carol Thatcher, la figlia della Lady di Ferro che scrisse anche un libro sulla coppia John-Lloyd-Chris Evert. Io stesso mi ritrovai ad un party dato da Carol per l’inaugurazione del suo appartamento, con Margaret Thatcher che arrivò all’improvviso con il marito e, prima di andare in cucina con noi a portare i piatti sporchi, raccontò storie incredibili di lei con Kohl e i politici italiani.

Richard ha scritto libri e biografie di Marty Riessen, John McEnroe, Ilie Nastase, e la recente autobiografia “The roving eye”. È stato quel che è oggi Nicola Arzani, Senior ATP Media&Marketing p.r., – e anche direttore dell’ufficio europeo ATP quando la base era Parigi – ed è stato anche chairman dell’International Tennis Writers Association che fu emanazione dell’associazione giornalisti europei di tennis europei che avevamo fondato insieme. Vi basterà seguire quest’intervista per capire che grande personaggio sia Richard Evans.

Ubaldo Scanagatta

L’INTERVISTA

Come hai iniziato a seguire il tennis e perché?
Ho iniziato la carriera giornalistica molto presto, a diciassette anni dopo la leva militare. Tre giorni prima di Wimbledon in redazione erano un po’ nel panico perché dovevano scrivere un pezzo su Althea Gibson, ma non si trovava nessuno che potesse farlo. Così il direttore, vedendomi entrare nell’ufficio, disse: “Facciamolo fare a questo giovanotto”. Non aveva idea di chi fossi. Così mi sono presentato ad Althea Gibson, che è stata davvero incantevole, e due giorni dopo ero seduto sul centrale di Wimbledon a prendere appunti. Così sono diventato corrispondente dell’Evening Standard per il tennis e poco dopo sono partito per gli Stati Uniti.

Hai collaborato con moltissimi giornali, puoi menzionarne qualcuno?
Quando ero negli stati uniti, sono diventato corrispondente anche per l’Evening News, un altro giornale di Londra, per tutto e non solo per lo sport. Ho parlato dell’assasinio di Martin Luther King, delle vicende di Robert Kennedy e del Watergate, perchè ero l’unico corrispondente dal Nord America.

Eri molto affascinato da Robert Kennedy.
Sì, l’ho trovato il politico più interessante che abbia mai seguito. Vivremmo in un mondo diverso ora se fosse diventato presidente al posto di Nixon. Erano come il bianco e il nero, due personalità completamente diverse. L’unica cosa da dire su Nixon è che non è peggiore di Trump.

A proposito dei libri che hai scritto, ce n’è uno anche su John mcEnroe e uno su Ilie Nastase. Qual è il giocatore che ti ha affascinato di più e perché?
Scelgo John McEnroe. Era folle e come tennista era un genio. Nessuno ha più giocato come lui.

Nemmeno Roger Federer?
Roger è diverso, perché combina tutte le sue abilità in modo da poter vincere. McEnroe non lo faceva. Ha vinto sette titoli Slam ed è ridicolo. Si è un po’ buttato via. Ha cominciato a provare a vincere gli Australian Open solo alla fine della sua carriera. Diceva di non poter giocare bene sull’erba di Kooyong perché diceva che bisognava scalare una collina per approcciarsi alla rete. Effettivamente c’era un pochino di pendenza nei pressi della rete, ma per lui era una collina! Ha sicuramente vinto molto meno di quanto avrebbe potuto, perché era un genio assoluto con la racchetta in mano.

Sei contento di dedicare il tuo tempo a seguire il tennis o ritieni uno spreco di intelligenza scrivere di persone che colpiscono una pallina? Te lo chiedo perché spesso mi viene detta la stessa cosa.
Ho passato molto tempo a parlare di politica quando ero corrispondente dall’estero e ho iniziato a notare che moltissimi politici mentono e non dicono mai la verità. Gli atleti invece, per la maggior parte, dicono sempre la verità perché non puoi dire di aver giocato bene se hai perso 6-0 6-1, è sotto gli occhi di tutti. Quindi preferisco avere a che fare con l’onestà dei giocatori che con i politici.

Althea Gibson accompagnata da Richard Evans al ballo dei vincitori di Wimbledon

I Signori della sala stampa:

Continua a leggere
Commenti

Interviste

Soderling dietro la racchetta: “Il tennis offusca la percezione della realtà”

Il palcoscenico e una carriera sempre in rampa di lancio, poi la malattia e la necessità di ritrovare una dimensione reale. “L’agonismo è una minima parte delle nostre vite. Tutto è vago, tutto sembra enorme”

Pubblicato

il

Si ride e si scherza ma il tempo che Robin Soderling ha già passato lontano dal circuito professionistico avvicina pericolosamente i dieci anni. Concluse a casa, a Bastad, peraltro sollevando un trofeo anche se il dato potrebbe sembrare secondario, e in effetti lo è. Quando si pensa all’ultimo grande giocatore prodotto dalla storica scuola svedese, la cui crisi è stata forse infine resa reversibile dai discreti risultati prodotti nell’ultimo anno dai fratelli Ymer, si tende un po’ a dimenticare che quando Soderling ha appeso la racchetta al chiodo le sue primavere erano solo ventisette.

Ospite di turno nel salotto di Noah Rubin, l’ex numero quattro delle classifiche mondiali conferma la percezione distorta della vita che la prolungata frequentazione del palcoscenico può provocare nei campioni e in coloro che li ammirano. “Tutto è vago, tutto sembra enorme,” ha voluto sottolineare il povero Robin sul taccuino digitale di Behind the Racquet, “gli atleti famosi incarnano ciclicamente l’emblema degli esseri immortali destinati a giocare per sempre, invece dura poco. Ho smesso da quasi dieci anni e sembra passata una vita. Ma fa ancora più impressione il fatto che ho mollato tutto a ventisette anni: per l’agonismo non sei lontanissimo dall’imboccare la via del tramonto, ma per la vita reale sei un ragazzino obbligato a pensare al futuro senza tennis, ed è giusto che sia così“.

Il suo percorso si è interrotto sul più bello, come si dice, ma aveva iniziato a essere accidentato molto prima che il ragazzo si decidesse ad alzare bandiera bianca. “Ho cominciato ad avere i primi problemi nel 2009. Giocavo, mi allenavo e facevo una fatica tremenda a recuperare. Mi sentivo stanco, spossato e anche spaesato, perché non mi era mai capitato prima“. Fu a quel punto che iniziò il tour dei medici e delle cliniche specializzate. “Ho fatto centinaia di esami che restituivano immancabilmente esiti rassicuranti, i medici dicevano che era tutto a posto ma nell’intimo sapevo che qualcosa non andava. Alla fine la verità venne a galla: il mio sistema immunitario non funzionava a dovere e questo grave problema, unito al sovrallenamento al quale mi sottoponevo per tentare di uscire dal tunnel, ha sconfitto ogni resistenza del mio corpo. Quando ho scoperto di avere la mononucleosi tutto è andato definitivamente a rotoli“.

 
https://www.instagram.com/behindtheracquet/?hl=it

Non che Robin non le abbia provate tutte, per trovare una quadra con il suo organismo in ribellione. “Staccavo per qualche giorno e mi sentivo meglio, provavo allora ad allenarmi a fondo e tornavo uno straccio. Dopo l’ultimo torneo a Bastad, e almeno tre tentativi di tornare al top andati a vuoto, mi sono detto che non aveva senso continuare“. A volte le porte della vita, per soggetti che non hanno conosciuto altro che l’agonismo, iniziano a girare proprio in questi momenti. “Non subito, però,” ha tenuto a specificare Soderling, “perché le sensazioni sono state alquanto strane. Per i primi sei mesi dopo il ritiro del tennis non mi è interessato nulla, anzi ero sollevato. Solo dopo, quando guardavo dal divano giocare avversari che pochissimo tempo prima sfidavo e battevo, sono tornato a provare il desiderio di tornare in campo“.

Il treno, tuttavia, aveva lasciato la stazione da un po’: “Ho impiegato cinque anni a liberarmi di ogni sintomo connesso alla mononucleosi, e a quel punto era tardi per tornare a giocare seriamente. Mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che ero stato uno stupido, che avevo pensato troppo al tennis, che non ero mai stato capace di staccare la spina tra un torneo e l’altro. Che avrei dovuto studiare qualcosa passati i vent’anni, perché la carriera dura molto meno di quanto ci si aspetti e occorre avere altre competenze, altre conoscenze, una cultura più vasta. Anche perché distogliere l’attenzione dal lavoro, nel tennis come in ogni altro campo, aiuta a sentire meno la pressione“.

Consuntivi a parte, comunque sintomatici di un essere pensante di un certo spessore, occorre dire che fintanto che è durata, la carriera di Robin ha toccato livelli piuttosto alti. In un particolare frangente, siamo costretti a dire, quello che tutti conoscono e nessuno perde occasione di ricordargli: “La vittoria contro Nadal a Parigi nel 2009 resta un grande risultato, il più famoso. Ci ho messo diverso tempo a realizzare, a mettere le cose nella giusta prospettiva. Dopo la stretta di mano mi sembrava di aver vinto la finale, considerato l’incredibile caos generato da quel match, invece erano solo ottavi. È stato difficile tenere i piedi per terra: quando sono tornato negli spogliatoi ho trovato circa trecentocinquanta messaggi sul telefono, ma mi sono dovuto imporre una certa calma. Non volevo essere ricordato come il tizio che ha battuto per la prima volta Nadal al Roland Garros e ha perso la partita successiva“.

Come si diceva, molto sta nell’osservare i fatti dalla giusta angolazione. “In tantissimi si sono complimentati per quell’incontro, in parecchi lo fanno ancora oggi. Ma il clamore seguito a quella vittoria è solo merito di Nadal: non nascerà mai più un tennista capace di vincere per dodici volte lo stesso torneo dello Slam“.

Continua a leggere

Interviste

Mats Wilander: “Lo stop? Chi ci rimette è Djokovic. Non credo si giocherà lo US Open”

L’Equipe ha intervistato Mats Wilander: “Questa pausa un momento di sollievo per il pianeta. Il Roland Garros non è stato egoista”

Pubblicato

il

Mats Wilander - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il quotidiano d’Oltralpe L’Equipe ha intervistato Mats Wilander all’indomani della cancellazione dell’edizione 2020 dei Championships. Lo svedese, ex n. 1 del mondo e voce autorevole di Eurosport, vive attualmente negli Stati Uniti, nello stato dell’Idaho, nel quale non è stato ancora messo in vigore il confinamento a causa dell’epidemia da COVID-19.

“Se posso ancora giocare a tennis? Cerco di palleggiare più volte alla settimana” dichiara Mats, “con una macchina lanciapalle o con un amico, perché in fondo un campo da tennis è abbastanza grande per mantenere una certa distanza di sicurezza. E siccome c’è ancora la neve, scio ogni giorno“.

Le manca il circuito? “Oh sì! I momenti che trascorro davanti alla televisione a mezzogiorno e poi la sera, mi mancano tantissimo. Mi manca il tennis dal vivo, è il momento più interessante della stagione. Dall’inizio di marzo alla metà di luglio è un tennis continuo. Indian Wells, Miami, la terra rossa, Roland Garros, Wimbledon di seguito… In questo momento stiamo perdendo il meglio. È orribile per i tifosi del tennis!”.

 

Anche per i giocatori… “Certo. Per loro è un’occasione per allenarsi di più, se ne hanno la possibilità. Ma la cosa più complicata è mantenere la motivazione perché non si sa esattamente per cosa ci si stia allenando e con quale obiettivo. È un po’ come guardare la semifinale tra Isner e Anderson a Wimbledon, non sai quando finirà! Credo sia positivo solo per i giocatori che avevano terminato la tournée australiana con un infortunio e quando si riprenderà tutti ripartiranno da zero”.

Come vive Mats la notizia della cancellazione di Wimbledon quest’anno? Per un tennista è anche un modo per realizzare quanto siamo fortunati a disputare un torneo come questo ogni anno. Può essere l’occasione per rendersi conto quanto Wimbledon o il Roland Garros siano importanti per il gioco. E quanto siamo fortunati. Il mondo occidentale è privilegiato, almeno un terzo della popolazione mondiale lotta ogni giorno semplicemente per poter mangiare. Questa è la realtà del mondo. Con questa pausa, viene concesso alla Terra un anno di riposo. Nel dramma che stiamo vivendo, è l’unico elemento davvero positivo“.

Chi ci sta rimettendo di più in questo momento? “Il grande perdente è Djokovic. Non ha ancora perso un match e ovviamente questo virus ha interrotto la sua corsa. Ci rimettono anche gli altri ragazzi che incalzano i Big3. Certo, hanno fatto molti progressi ma giocatori come Shapovalov, Tsitsipas, o Auger-Aliassime crescono soprattutto durante i tornei. Ad ogni modo, quando si è giovani, l’allenamento non ti interessa poi così tanto, non hai voglia di fare quattro ore di rovesci! Vuoi giocare le partite”.

Novak Djokovic – Dubai 2020 (via Twitter, @DDFTennis)

Come ha reagito alla decisione de Roland Garros di spostare le date all’autunno?All’inizio ho ritenuto la cosa straordinaria perché avremmo ritrovato uno stadio nuovo di zecca, come se cominciasse un torneo nuovo. Dal punto di vista logistico, è una cosa buona per il torneo. Il Roland Rarros normalmente subentra dopo una successione di grandi tornei storici come Montecarlo, Barcellona, Madrid, Roma, è una sorta di apoteosi. Mentre Wimbledon è sempre stato un po’ da solo, in mezzo al nulla. Ma è anche questo che ne determina la grandezza“.

La Federazione francese egoista? Asolutamente no. Era l’unica soluzione possibile, credo. Chi è davvero egoista è il comportamento del genere umano nei confronti del pianeta, tutto questo inquinamento senza limiti“.

La decisione unilaterale del Roland Garros solleva ancora una volta il problema della dirigenza. Non crede sia giunto il momento di ricorrere ad una dirigenza unica o ad un team di “commissioners“?Non credo al potere nelle mani di un solo uomo. La cosa chiara è che i quattro tornei dello Slam sono i quattro presidenti del mondo del tennis. La Federazione francese ha deciso, ok. Ma per quanto ne sappia, anche il torneo di Indian Wells ha deciso di annullare l’evento senza consultare chicchessia! I francesi non sono stati i primi. Credo nel dialogo e nella democrazia; penso che questo dramma sia l’occasione per far sì che tutti si riuniscano attorno ad un tavolo per risolvere i grandi problemi del tennis, a cominciare dal calendario”.

E lo US Open? Non penso che lo US Open possa svolgersi nelle date previste perché non credo che in America la situazione sia davvero sotto controllo. New York è molto colpita dal virus, nessuno si aspettava che accadesse una cosa del genere. Questo virus è un segnale d’allarme per il mondo occidentale, privilegiato e non sempre consapevole della propria fortuna”.

Continua a leggere

Interviste

Gérard Tsobanian, CEO del Madrid Open: “Sulla terra prima di Parigi? Una possibilità anche per Roma”

Il presidente del torneo di Madrid lucido e prudente nell’intervista a L’Equipe: “Roma e Madrid stanno valutando nuove date ma è complicato. Il Roland Garros? Ha fatto la scelta giusta. Oltre un limite, annullare l’intera stagione”

Pubblicato

il

Madrid (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Gérard Tsobanian, presidente e organizzatore (insieme a Ion Tiriac) del Mutua Madrid Open, ha parlato della situazione in cui versa il tennis mondiale in piena crisi da Covid-19 in una intervista concessa a L’Equipe. Dopo la sospensione di tutti gli eventi ATP e WTA fino al 13 luglio e la cancellazione di Wimbledon – il Roland Garros, con decisione univoca, dovrebbe svolgersi dal 20 settembre – e il rinvio delle Olimpiadi all’estate 2021, alcuni Masters 1000 (Miami, Roma e Madrid) stanno ancora valutando la possibilità di ricollocarsi nella seconda parte della stagione… pandemia permettendo.

Sono preoccupato, ci sono tanti punti interrogativi” rivela Tsobanian al quotidiano francese. “I giocatori vengono da tutto il mondo e coloro che giungono da una zona che ha superato l’epidemia non vorranno venire in un’area ancora infetta. Se ci proiettiamo nell’avvenire, sappiamo che avremo paura di ritornare negli stadi di calcio della propria città, figuriamoci in un luogo pieno di gente proveniente da tante parti del mondo, dall’Asia, dagli Stati uniti, Sudamerica… Dobbiamo essere realisti. La real politik, netta e crudele, è che se non viene trovato un vaccino efficace che ci rassicuri, la situazione sarà molto molto complicata“.

Al punto che il circuito potrebbe essere definitivamente sospeso nel 2020?Purtroppo penso di sì. Si è parlato di tornei a porte chiuse, ma cosa significa? Il tennis è condivisione, i giocatori sono in campo, vogliono vivere le proprie emozioni con la folla, è una festa, non è solo un torneo. È come cucinare una buona pietanza senza l’ingrediente che le dia tutto il sapore. Gli eventi a porte chiuse sarebbero tristi e perderebbero tutto il fascino di quello che dovrebbe essere un bel momento per tutti. Ora come ora, non possiamo stabilire un calendario certo, ci sarebbe il rischio di cambiare di nuovo tra due o tre settimane perché la situazione non migliora“.

 

Ma che ne è allora della situazione attuale del calendario? “In quanto membro del gruppo dei direttori dei tornei europei dell’ATP e mondiali della WTA, sono in costante dialogo con i giocatori, con tutti i direttori dei tornei, i dirigenti dei due circuiti per considerare le idee, le misure che potrebbero essere adottate, il calendario, il clima… Ci sono così tante opzioni e variabili che è un po’ difficile farsi un’idea chiara ma, con il passare delle settimane, le varie possibilità vengono meno. Si pensava perfino di collocare in luglio un Masters 1000 americano, Miami, ma non penso si possa fare. E, inoltre, che dei tornei su terra rossa possano svolgersi la settimana che precede il Roland Garros. Sarebbe una possibilità per Madrid o Roma e per dei tornei ‘250’. Si stanno valutando queste opzioni in seno all’ATP e alla WTA per salvare il salvabile. Ma più passano le settimane, più sembra difficile e significherebbe solo un mantenersi a galla. Qualunque cosa accada, l’anno 2020 sarà molto danneggiato”.

Che cosa bisognerebbe fare allora?Penso sia necessario fissare una data limite oltre la quale l’ATP e la WTA decreteranno l’annullamento della stagione. La si cancella dal calendario e si ricomincia. Bisognerebbe fermare tutto al 31 dicembre 2019 per ricominciare il 1 gennaio 2021. Non c’è classifica che tenga, i punti… ‘back to the future to start the future'”.

Nel frattempo, stando alle parole di Tsobanian, sembra che Madrid resti candidata all’eventuale riprogrammazione: la cancellazione potrebbe non essere definitiva. “Sì, ma non possiamo decidere di corsa e dare una data come ha fatto il Roland Garros. Ritengo sia stato coraggioso da parte loro e forse un po’ ottimista. È la data più lontana per le condizioni climatiche, con l’idea di salvare l’evento per quest’anno. Penso che abbiano fatto la scelta giusta. Hanno tarpato le ali a Wimbledon che avrebbe potuto infilarsi in quella data. Ma attualmente non possiamo stabilire un calendario fisso. Per ora bisogna controllare come si evolve la pandemia in Europa e nel mondo. Inutile investire in nuove spese per poi annullare di nuovo. Non bisogna dimenticare che in ogni torneo ci sono essere umani che lavorano e bisogna prendere coscienza della situazione reale: una catastrofe sanitaria che niente e nessuno può impedire”

In chiusura sulla cancellazione dello Slam londinese: “Wimbledon è il tempio del tennis, intoccabile, saldo come una roccia che non può venire intaccato. Se un torneo così sacrosanto viene annullato, vuol dire che siamo tutti in pericolo. Siamo tutti vulnerabili, l’abbiamo appena visto, non hanno resistito neanche le Olimpiadi”.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement