I Signori della sala stampa: René Stauffer e "il genio del tennis"

Interviste

I Signori della sala stampa: René Stauffer e “il genio del tennis”

Il biografo di Roger Federer. Vent’anni trascorsi a seguire le gesta di uno dei più grandi di sempre. La passione e la dedizione per la sua Svizzera

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LA PRESENTAZIONE DEL DIRETTORE

Conosco René Stauffer da una vita. Lo chiamo, scherzando ma non troppo, “il vero biografo di Roger Federer”, anche per rispondere a lui che da molti anni – dacché gli detti in anteprima la notizia del ritiro di Bjorn Borg – mi chiama invece “the Borg of the Pencil”. Beh sì, non si scriveva con il lapis, ma quasi… la lettera 22 dell’Olivetti era il massimo della tecnologia.

Confesso qui anche tutta la mia sana invidia – dopo essermi fortemente illuso agli albori della mia carriera per colpa di Adriano Panatta che nel ’76, al mio Roland Garros, lo vinse in quell’anno unico e magico anche per via della Davis –  per René che ha avuto la straordinaria fortuna di svolgere la nostra professione in un periodo d’oro per il tennis svizzero, un tempo sport assolutamente secondario rispetto allo sci e non solo: Jakob Hlasek fra i primi dieci del mondo e poi anche Rosset che vince una inattesa medaglia d’oro alle Olimpiadi, il fenomeno Martina Hingis che batte tutti i record di precocità (e ora, in doppio, di anzianità), Heinz Gunthardt che vinse il doppio a Wimbledon (con l’ungherese Taroczy, il mio adorabile… cognato! Nora Taroczy, sua sorella, era stata una mia fidanzata) la stella abbagliante di Roger Federer che batte tutti i record possibili e immaginabili e dai 17 ai 37 anni è ancora sulla breccia da grandissimo. Tutto mentre io aspetto da 40 anni di raccontare le gesta di un top-ten italiano. Non un n.1, un top-ten, capito? Che sfiga ragazzi!

 

Sempre a scrivere delle imprese di altri. René cominciò a pensare di scrivere un libro su Roger nel 2003, 14 anni fa, quando Federer fu il primo svizzero a conquistare uno Slam. Interpellò i genitori Federer che però si opposero: era troppo presto per scrivere una biografia di un ragazzino di 22 anni. Ma quando il libro fu pubblicato 3 anni dopo in tedesco, non c’erano più dubbi sul posto che Roger avrebbe occupato nella storia del tennis. Aveva già vinto sette titoli dello Slam. L’unico aspetto imprevedibile era che Roger avrebbe vinto lo Slam n.19 a 36 anni. René scrisse 35 capitoli di biografia non autorizzata, ma per la quale Roger e i genitori si sarebbero complimentati. Nella versione italiana pubblicata nel 2013 per le edizioni Mare Verticale, “Il genio del tennis, la storia di Roger Federer” i capitoli sono diventati 45. E prima o poi ci sarà una riedizione con un numero di capitoli ancora ingrossati, ma mai quanti i tornei da lui vinti.

A René invidio anche il fatto di aver “scoperto” Roger Federer otto-nove mesi prima di me. Nel settembre del 1996, infatti, il suo giornale di allora, il Tages-Anzeiger, lo aveva inviato a Zurigo per scrivere un articolo sulla World Youth Group, una sorta di Davis per juniores. Avete già capito chi era il quindicenne che vide giocare per la prima volta. E contro un italiano poi scomparso dai grandi orizzonti tennistici: Fracassi. Perse il primo set, ma vinse in tre. A Pasqua dell’anno successivo Roger Federer venne a giocare il torneo giovanile delle Cascine al mio circolo, il CT Firenze, quello dove avevo sempre giocato, dove mio padre era stato il presidente e io il direttore del torneo ATP dal ’75 per un lustro. Roger non aveva ancora diciassette anni (li avrebbe compiuti ad agosto). Ovviamente vinse il torneo. Così lo scoprii anch’io. Dopo René, ma un bel po’ prima di tutti i miei più noti colleghi italiani. Sono scoperte, quella di René come la mia, che avvengono sempre per caso. Quel giorno che René fu inviato a seguire quella manifestazione giovanile non era per nulla contento. Pensava “che barba, che noia”. E io al CT Firenze speravo che vincesse un italiano.

René ha un’altra fortuna: è esattamente dieci anni più giovane di me, è quindi piombato sul tennis proprio al momento giusto, nell’epoca del grande fulgore del tennis svizzero (che ha avuto anche una Patty Schnyder, una Timea Bacsinszky… e un certo Stan Wawrinka e una Coppa Davis in bacheca). E poi René ha ancora i capelli biondi, belli lisci. Li avevo anch’io, ed erano invece riccioli, ma li ho persi tutti. Come il tennis italiano. A lui però dico sempre: “Il sangue nella mia testa è stato costretto a scegliere: il cervello o i capelli. Con te ha preferito i capelli…”. Battutaccia pessima che ci si può permettere soltanto con i veri amici, i buoni colleghi da una vita. 

Ubaldo Scanagatta

LA SCHEDA

  • Vive vicino Zurigo
  • Dal 1981 al 1989 scrive di tennis per il giornale svizzero “Blick”
  • Dal 1989 al 1992 è redattore a “Sport”
  • Collabora dal 1993 col “Tages-Anzeiger”
  • Segue Roger Federer dal 1996
  • Nel 2006 pubblica la biografia “Quest for perfection. The Roger Federer Story”

L’INTERVISTA

Siamo con René Stauffer, giornalista sportivo per Tages-Anzeiger e autore di una biografia su Roger Federer. Come ti sei avvicinato al tennis e perché hai iniziato a scriverne?
In Svizzera al tempo avevamo un ragazzo molto promettente, Heinz Gunthardt, che era numero uno juniores e credevamo fosse il “nuovo Borg”. Io mi occupavo di hockey su ghiaccio, ma qualcuno doveva seguirlo e allora iniziai a scrivere di Gunthardt. Poi nel 1982 a Zurigo si disputò un torneo del World Championship Tennis e questo mi diede una grossa mano, perché ricevetti un invito per seguire il WCT di Dallas. Lì vidi Borg che stava per ritirarsi e ricordo anche di aver incontrato per la prima volta Ubaldo, che soprannominai “The Borg of the pencil” (il Borg della matita).

Come proseguì la tua carriera?
Per nove anni ho continuato a scrivere per Blick, il giornale più diffuso in quel periodo. Poi nel 1989 sono passato a Sport, che usciva tre volte a settimana, motivo per cui avevi molto tempo per scrivere e ovviamente ne guadagnava la qualità. Purtroppo però il giornale stava fallendo e allora divenni redattore al Tages-Anzeiger, il principale quotidiano in Svizzera.

Possiamo anche dire che sei stato abbastanza fortunato, perché dopo Gunthardt, che è anche diventato campione di Wimbledon in doppio (e allenatore di Steffi Graf, ndr), hai avuto a che fare con Jakob Hlasek, Marc Rosset, Martina Hingis e, dulcis in fundo, Roger Federer. Come l’hai incontrato e come si è sviluppato il vostro rapporto?
L’ho incontrato quando aveva 15 anni e lanciava ancora le racchette. Lo intervistai e mi disse: “Dovresti essere in grado di giocare in maniera perfetta, per questo mi arrabbio”. Già vent’anni fa aveva qualcosa di speciale ed è per questo che lo seguo ancora. Così ho coperto circa novanta tornei dello Slam e ancora non ho finito. Il tennis non mi lascia.

Quanto successo ha avuto in Svizzera il libro su “Re Roger”?
È la star più grande che la Svizzera abbia mai avuto. Federer ha fan in tutto il mondo, è una persona unica. Per questo da quando il libro è stato pubblicato non ricordo nemmeno quante copie sono state vendute. So che è stato tradotto in dieci lingue, perfino in indonesiano, cinese o bulgaro.

Allora sei un uomo ricco adesso?
Purtroppo no!

I Signori della sala stampa:

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Sinner: “Ora prevale la delusione. Sulla top 30 a fine anno dico che…”

ROTTERDAM – Dopo l’amara sconfitta contro Carreno Busta, Jannik ha parlato ai giornalisti (in tre lingue). “Devo migliorare in tutto. Mi servono tante partite così per crescere”

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Jannik Sinner - Rotterdam 2020 (via Twitter, @abnamrowtt)

da Rotterdam, il nostro inviato

Nel viso e nella voce si riconosce ancora la forte delusione per aver offerto una bella prova e aver solo sfiorato la vittoria. Ad ascoltare Jannik Sinner ci sono il doppio dei giornalisti che resteranno a interrogare Carreno Busta, il quale alla nostra domanda sul futuro di Jannik ha risposto così: “Si vede che ha tanto talento, diverrà un gran giocatore, nei prossimi anni si parlerà tanto di lui. Non mi sorprenderei se finisse la stagione tra i primi 20, massimo 30!“.

Come una star già affermata del tennis, Sinner risponde alle domande nella sala stampa della Ahoy Rotterdam in tre lingue: si parte in inglese, si chiuderà in tedesco.

 

Quale sono le tue sensazioni?
Sono abbastanza dispiaciuto, ad ogni modo credo che entrambi abbiamo giocato un grande match, con molti scambi divertenti. Purtroppo pochi punti l’hanno deciso e mi è andata male. Ho provato a stare sempre mentalmente in partita, sicuramente potevo giocare meglio il game del 5-5.  Ora so solo che è stato un match duro, sto cercando di non pensare in modo negativo. Cerco di guardare alle cose positive e sarò pronto per il prossimo torneo.

Come ti trovi a giocare a Rotterdam?
Il pubblico è stato fantastico, mi sono divertito a giocare qui, anche ieri c’era una bellissima atmosfera. Mi piace il centrale e spero di tornare l’anno prossimo a Rotterdam.

Quali sono le cose positive che porti a casa da questa partita?
Le cose positive sono tante, ora però non sono abbastanza lucido e devo parlare ancora col mio coach per analizzare il match e cercare di rispondere a questa domanda. Non posso nemmeno rimproverarmi molto sui punti decisivi: ho cercato di stare bene in campo, di stare coi piedi vicino alle righe e lui su un match point ha fatto per la prima volta il serve e volley nell’incontro. Per me questo è stato un bel torneo e una bella esperienza, per i giovani giocare questi tornei prestigiosi è importante. Inoltre mi piace giocare indoor e su questi campi penso di poter fare bene.

Eri un bravo sciatore, ci sono dei punti di contatto tra tennis e scii. In cosa sciare ti ha aiutato nel tuo sport? Inoltre perché hai scelto la racchetta?
Forse tra le somiglianze dei due sport c’è un po’ lo scivolare, ma sono molto differenti. Nello sci sei da solo, non vedi gli avversari. Ho scelto il tennis perché sei più protagonista anche mentalmente, hai più consapevolezza. Sciando scendi un minuto un minuto e mezzo, durante i quali non sai se sei avanti o dietro nella gara, se devi andare veloce o va bene già la velocità che stai avendo. Mi piace tanto giocare a tennis e ho scelto per questo sport.

Cosa hai pensato quando hai annullato i tre match point consecutivi?
Io ho provato a stare concentrato, prima avevo sbagliato dei punti facili. In quei momenti devi essere sicuro di quel che vuoi fare e non avere dubbi per riuscire ad avere il controllo del punto. Sono situazioni che a questi livelli ancora non ho vissuto molte volte e posso imparare ancora. Non sempre ho fatto le cose giuste, ma per migliorare ho il coach che può spiegarmi come vivere meglio queste situazioni.

Quale è il tuo obiettivo per il 2020?
Il mio obiettivo è giocare 60-65 match, al momento sono un po’ indietro rispetto al programma perché a gennaio e febbraio ho giocato poco, ma questo è il nostro obiettivo e solo nei prossimi due o tre anni passerò a guardare il ranking.

Successivamente, Sinner ha risposto in italiano alle nostre domande.

In questo momento è maggiore l’orgoglio per la buonissima prova o la delusione per la sconfitta?
Attualmente è maggiore la delusione, la partita stava girando a mio favore dopo essermi trovato molto in difficoltà. C’erano molti scambi lunghi ed ero stanco, ma potevo farcela. Alla fine perdere così fa male, quando hai match point e non li sfrutti non è facile da digerire. Stasera sicuramente non dormirò tanto bene, perché penserò a cosa potevo far meglio, ma ormai è andata e devo pensare al prossimo torneo.

C’è un punto della partita che giocheresti in maniera diversa?
Non ci ho pensato ancora, al momento penso più al match point che ad altre situazioni. Se si parla di un game, magari è quello del 5 pari, però alla fine ho risposto lungo due volte, ho tirato due dritti lunghi di poco, erano scelte giuste. Il problema è che mi servono ancora tante partite così per crescere.

In cosa devi ancora migliorare secondo te?
Devo ancora migliorare in tutto, non funziona che se un giorno va bene il rovescio o il servizio non devo più cercare di migliorarli. Non è così che voglio impostare mia carriera. Devo mantenere questa mentalità finché farò il tennista, altrimenti si regredisce.

Cosa farai nelle prossime settimane?
Gioco a Marsiglia, faccio una settimana di riposo, poi Challenger Indian wells, Masters 1000 di Indian wells, Challenger di Phoenix, Miami e poi torniamo a casa.

Firmeresti per chiudere il 2020 tra i primi 30 del mondo?
Non rispondo a questa domanda.

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Isabelle Demongeot: “Mi dicevano ‘a guardarti si vede la vittima di violenze e non la tennista'”

L’ex tennista francese Isabelle Demongeot, vittima in passato di abusi da parte dell’ex coach, racconta al quotidiano francese L’Equipe la sua battaglia contro la violenza sessuale nello sport

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Isabelle Demongeot, 53 anni, ex n. 35 del mondo alla fine degli anni Ottanta ed eccellente doppista (nove titoli, quattro dei quali in coppia con la connazionale Nathalie Tauziat), donna, tennista e voce coraggiosa, nel 2005 è stata una delle prime ad avere la forza di denunciare le orribili violenze subite in ambiente sportivo e, nel suo caso specifico, quelle da parte del suo ex allenatore, Regis de Camaret, quando aveva soltanto quattordici anni. Per troppi anni le vittime di violenza sessuale sono state “dimenticate” nel silenzio e nell’indifferenza generale. Oggi, la società e le istituzioni hanno finalmente preso coscienza del dramma degli abusi subiti da tante ragazze e donne e cercano di combatterlo, anche grazie alle sempre più numerose testimonianze di vittime che trovano la forza di denunciare.

Da tempo impegnata nella lotta contro gli abusi sessuali nello sport, Demongeot era stata una testimone fondamentale nel processo Camaret (condannato a dieci anni nel 2014) nonostante i fatti che la coinvolgevano fossero caduti in prescrizione. Il 24 gennaio scorso Andrew Geddes, celebre coach della regione di Parigi (Île-de-France), è stato condannato a diciotto anni per violenza sessuale su quattro minori. In un grido di dolore e di ribellione, Isabelle ha raccontato a Franck Ramella, de L’Equipe, le difficoltà di una lunga battaglia che troppo spesso – ancora oggi – va a scontrarsi con l’indifferenza di colleghi e istituzioni politiche.

Il processo Geddes si è appena concluso. Cosa prova? 
Quando al momento del verdetto ricevo un SMS di una delle vittime che scrive soltanto “18 anni”, sul momento sono molto contenta per queste donne che hanno dato tutto. Che vittoria che hanno ottenuto, tutte queste donne! So che poi c’è la frustrazione di un possibile appello, ma riesco a trascorrere una serata abbastanza tranquilla. Ma il giorno dopo, non so cosa mi succeda, ma vengo assalita da un sentimento di rivolta.

 

Perché?
Perché ripenso al mio percorso. All’epoca, Bernard Giudicelli (allora Presidente della Federazione della regione Corsica (e oggi Presidente della Federazione francese), è stato uno dei soli presidenti ad aver preso in mano il dossier. Ha accettato di sostenere le vittime, dicendo che era necessario fare qualcosa. Gli altri evitavano di parlarne. Tra i giocatori e le giocatrici di alto livello, sono stati pochissimi ad averci sostenute, più o meno nell’ombra. Catherine Tanvier, Sophie Amiach, Florence Guédy, Catherine Suire. Amélie  Mauresmo è stata presente. Yannick Noah aveva fatto la prefazione del mio libro, era furioso. Da parte degli altri, non ho visto nulla. Mi ricordo di un ex direttore tecnico che mi disse: “Isabelle, a guardarti, si vede in te solo la vittima di stupro e non la campionessa di tennis“.

Vuole dire che lo statuto di vittima viene negato?
Quello che la gente non capisce, sono le conseguenze che tutto ciò comporta per un’intera vita. Sì, c’è il processo e si viene riconosciute come vittime. Ma al di là di questo, tutti quanti se ne fregano! Delle 24 ragazze che hanno testimoniato al processo Camaret, per 22 di loro c’era prescrizione. Solo due sono state risarcite. Perché le altre non dovrebbero esserlo? Ce lo portiamo dentro di noi per sempre. È questo ciò di cui bisogna rendersi conto. Arriva un momento in cui ci chiediamo: “Chi ci ha teso una mano?“. E quando si tenderà la mano a tutte quelle vittime? Dopo Roselyne Bachelot (ministro dello Sport tra il 2007 e il 2010), l’unica ad essere stata all’altezza e capace di mostrare empatia, gli altri ministri dello Sport sono stati patetici.

Mi ricorderò sempre di quella riunione con Rama Yade che mi diceva: “Siete state utili grazie alle vostre testimonianze, non dimenticheremo mai quello che avete fatto. I miei uffici sono in grado di occuparsene“. Stile: non abbiamo più bisogno di voi. Batteva i pugni sul tavolo: “Dubitate della capacità del nostro lavoro?” Una vergogna. E quando sento Laura Flessel [ex campionessa olimpica di scherma ed ex ministro dello Sport nel 2017-2018] dire: “Non c’è omertà nello sport…“, la famosa, una grande campionessa, straordinaria, una mamma… Cosa risponderle? Speravo fosse sensibile alla questione. Un politico sarebbe pronto oggi a dedicarsi a questo problema? Madame Macron, per esempio, non potrebbe occuparsene? (…) Dove sono tutti i giocatori? Sono stati molto solidali con Jérôme Golmard (colpito dalla malattia di Charcot  e morto nel 2017) ed è una bellissima cosa. Ma per noi? E le ragazze della Fed Cup? Quando sono state presenti? Lo sa, non ne posso più…

Eppure lei si è battuta come militante attiva, per così dire…
Quando avevo ancora dell’energia, dopo il processo Camaret, avevo proposto alla Federazione e alla psicologa che interveniva di andare a testimoniare, per raccontare alle famiglie e agli insegnanti cosa sia davvero uno stupro. Aspetto ancora la telefonata della psicologa. Dopo essere diventato presidente, Giudicelli mi ha detto: “Isabelle, bisogna costituire un’associazione, ti aiuterò“. Ma non sono io a dover creare un’associazione. Spetta alle Federazioni occuparsene. No, ho già fatto il mio. Per tutta la vita, ho subito tutto ciò, non voglio più trascorrere il resto della mia vita a parlare solo di questo. Coinvolgermi in questo, è stato nefasto per me. Bisogna formare le persone, esistono degli specialisti. Non spetta a noi vittime essere in prima linea. Io non sono mai stata remunerata per tutto quello che ho fatto. Ho pagato in tutti i sensi. Mi trovo forse nel comitato etico della Federazione? Non crede che avrei meritato di far parte del comitato?
(…)

Cosa pensa dell’azione della Federazione francese nella lotta contro le violenze?
Bernard Giudicelli ha parlato su FB del processo? La Federazione era parte civile, è venuto al processo. Era un sostegno di facciata o più profondo? Il tempo lo dirà. Ai miei tempi, Giudicelli non era rimasto indifferente. Ora è un po’ silenzioso. C’è stato un caso per il quale contavo su di lui, un problema di comportamento grave, non hanno fatto niente. Alla fine, è stata la Federazione internazionale a intervenire… Una delle vittime di Geddes un giorno mi ha telefonato e mi ha detto: “Isabelle, ho bisogno di aiuto“. Aveva bisogno di soldi. È normale? Non dovrebbe essere la Federazione a occuparsi delle vittime, del loro quotidiano, a interessarsi dei loro bisogni? Voglio dire che ho aiutato alcune donne a trovare il coraggio di parlare ma ho dimenticato di dire loro che la battaglia è colossale. E queste cose riaffiorano sempre, non ce ne liberiamo mai completamente.

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Interviste

L’amarezza di Sandgren: “Mi sento come una zattera in mezzo all’oceano”

Il tennista statunitense non ha ancora dimenticato quei sette match point contro Federer all’Australian Open. Ma non dimentica nemmeno le difficoltà per arrivare sul tour. “Nel tennis o lavori duro o non emergi. Non sapevo cos’altro fare nella vita e ho continuato a provarci”

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Tennys Sandgren - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

La metafora è di quelle efficaci: “Una zattera in mezzo all’oceano”. Sballottata da onde che non è preparata ad affrontare, trasportata verso lidi che non conosce. Così ha detto di sentirsi Tennys Sandgren a dieci giorni dalla sua partita di tennis che forse tutti ricorderanno di più. Peccato che, come tutti sappiamo, questo incontro l’abbia perso, sulla leggendaria Rod Laver Arena, ai quarti di finale dell’Australian Open, contro un Roger Federer menomato, al quinto set, nonostante sette match point. Una delusione indescrivibile. Soprattutto se hai già 28 anni e non è detto che ti ricapitino molte altre occasioni di battere quello che da molti è considerato il miglior tennista di tutti i tempi e accedere alle semifinali di un major. 

Non prendo le sconfitte particolarmente bene in generale. Questa è stata ovviamente molto difficile da mandare giù. Nonostante abbia fatto un gran torneo, è sempre un ko che si porta dietro quella spirale emotiva negativa che solo una sconfitta di questo genere implica”, ha spiegato Sandgren in un’intervista esclusiva al sito della ATP. Il tennista del Tennessee deve però riuscire a mettere le cose in prospettiva. In Australia ha raggiunto per la seconda volta in carriera i quarti, superando giocatori molto più quotati di lui come i nostri Matteo Berrettini e Fabio Fognini. Grazie a questo inatteso risultato si è riportato a ridosso dei primi 50 nella classifica mondiale. “Ho cercato di aggrapparmi alle cose che contano e capire che in fondo è solo una partita”, ha proseguito. Certo sarebbe stato bello portarla a casa, giocare la prima semifinale Slam eccetera. Ma è stato pur sempre un gran torneo. Spero di avere un’altra opportunità del genere. E se non ce l’avrò poco male. Ho fatto del mio meglio”.

Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Se però una pensa come Sandgren si sia potuto trovare nella posizione di poter battere Federer per una semifinale Slam, la storia cambia radicalmente. Per vincere la sua prima partita in un tabellone principale di un torneo del circuito maggiore – nell’ATP 500 di Washington contro il giapponese Go Soeda – ed entrare nei primi 100 del mondo ha dovuto aspettare fino ai 26 anni. Prima tanta ma tanta gavetta nei Challenger americani, dove la concorrenza è forte e i montepremi non sono di certo stellari. “È stata dura. Non ho avuto la strada spianata. Ci sono un sacco di bravi giocatori nei Challenger”, ha sottolineato. “A meno che non ottieni grandi risultati da subito, devi lavorare e cercare di capire come venirne fuori. Così è come ho passato quattro-cinque anni nel circuito Challenger”. E non ha mai pensato di mollare? Perché ha continuato? La risposta è di una candidezza disarmante.In realtà è in parte a causa della mia stupidità. Non sapevo cos’altro fare nella vita. Avevo investito così tanto tempo nel tennis che ho pensato che non ci fosse nulla che mi poteva riuscire meglio. Perciò ho continuato a lavorare, allenarmi duro, per darmi una possibilità di sfondare. O lavori o molli in questo sport. Le opzioni sono due. Non è una scelta facile”. 

Ma se, quando si trovava invischiato nel Challenger di Savannah, gli avessero detto che un giorno avrebbe perso contro Federer la semifinale dell’Australian Open fallendo sette match point, cosa avrebbe pensato? Avrebbe aiutato la scelta di continuare ad insistere sulla carriera di tennista? “Sarei stato molto arrabbiato con me stesso”, ha raccontato. Certo quarti in Australia, ma quella cosa dei sette match point. Non so se mi avrebbe aiutato molto a tirare avanti all’epoca”. A dimostrazione del suo grande carattere e della voglia di non accontentarsi mai. La stessa che gli ha permesso di uscire dalle retrovie e approdare nei grandi palcoscenici. “Penso che sia incredibile quello che può succedere se si continua a lavorare sodo. Se si prende questa attività giorno dopo giorno non ha idea dove ti può portare”.

 

A prescindere dai problemi fisici di Federer, Sandgren ha giocato una partita di altissimo livello. In particolare, l’americano non sembrava avere grandi difficoltà a gestire il gioco offensivo e vario del maestro elvetico. Ad aiutarlo nella circostanza è stata l’esperienza. È stato divertente perché durante il match pensavo a un mio amico, Ryan Lipman, che ora è assistente allenatore all’università Vanderbilt. Ha un gioco simile a Federer: rovescio ad una mano, slice, gli piace venite avanti e fare serve and volley. Abbiamo giocato contro a livello junior, anche lui è di Nashville come me. Avremo fatto 50 forse 100 sfide tra allenamenti e tornei. Ovviamente Roger è su un altro pianeta. Ma la struttura del punto è simile. Pensavo: ‘Mi è già capitato di giocare questa partita’. Il back corto che mi portava a rete e robe simili le avevo viste fare anche al mio amico. Era un po’ surreale”. I due poi si sono parlati, e Tennys ha detto a Ryan che se avesse vinto lo avrebbe ringraziato nelle interviste. “Così si è mangiato le mani pure lui”, ha scherzato.

Roger Federer e Tennys Sandgren – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Nel tennis però non si può vivere nel passato. Sandgren è già a New York per il suo primo torneo dopo Melbourne. Al primo turno affronterà il connazionale Steve Johnson. “Ogni settimana è diversa. Ogni settimana è una nuova settimana. Devi pensare che stai ripartendo da zero e lottare. In Australia è stato fantastico ma questo è un altro torneo. Gli altri tennisti sono riposati e affamati. Se non lo sarò anche io, le cose non andranno bene. Quindi devo rimanere umile e continuare a lavorare”. Grazie a questa attitudine è passato dalle sabbie mobili dei Challenger a trovarsi a un passo dalla storia. E chissà che la stessa attitudine non gli dia un’altra chance di compiere anche quell’ultimo passo. 

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