I Signori della sala stampa: René Stauffer e "il genio del tennis"

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I Signori della sala stampa: René Stauffer e “il genio del tennis”

Il biografo di Roger Federer. Vent’anni trascorsi a seguire le gesta di uno dei più grandi di sempre. La passione e la dedizione per la sua Svizzera

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LA PRESENTAZIONE DEL DIRETTORE

Conosco René Stauffer da una vita. Lo chiamo, scherzando ma non troppo, “il vero biografo di Roger Federer”, anche per rispondere a lui che da molti anni – dacché gli detti in anteprima la notizia del ritiro di Bjorn Borg – mi chiama invece “the Borg of the Pencil”. Beh sì, non si scriveva con il lapis, ma quasi… la lettera 22 dell’Olivetti era il massimo della tecnologia.

Confesso qui anche tutta la mia sana invidia – dopo essermi fortemente illuso agli albori della mia carriera per colpa di Adriano Panatta che nel ’76, al mio Roland Garros, lo vinse in quell’anno unico e magico anche per via della Davis –  per René che ha avuto la straordinaria fortuna di svolgere la nostra professione in un periodo d’oro per il tennis svizzero, un tempo sport assolutamente secondario rispetto allo sci e non solo: Jakob Hlasek fra i primi dieci del mondo e poi anche Rosset che vince una inattesa medaglia d’oro alle Olimpiadi, il fenomeno Martina Hingis che batte tutti i record di precocità (e ora, in doppio, di anzianità), Heinz Gunthardt che vinse il doppio a Wimbledon (con l’ungherese Taroczy, il mio adorabile… cognato! Nora Taroczy, sua sorella, era stata una mia fidanzata) la stella abbagliante di Roger Federer che batte tutti i record possibili e immaginabili e dai 17 ai 37 anni è ancora sulla breccia da grandissimo. Tutto mentre io aspetto da 40 anni di raccontare le gesta di un top-ten italiano. Non un n.1, un top-ten, capito? Che sfiga ragazzi!

 

Sempre a scrivere delle imprese di altri. René cominciò a pensare di scrivere un libro su Roger nel 2003, 14 anni fa, quando Federer fu il primo svizzero a conquistare uno Slam. Interpellò i genitori Federer che però si opposero: era troppo presto per scrivere una biografia di un ragazzino di 22 anni. Ma quando il libro fu pubblicato 3 anni dopo in tedesco, non c’erano più dubbi sul posto che Roger avrebbe occupato nella storia del tennis. Aveva già vinto sette titoli dello Slam. L’unico aspetto imprevedibile era che Roger avrebbe vinto lo Slam n.19 a 36 anni. René scrisse 35 capitoli di biografia non autorizzata, ma per la quale Roger e i genitori si sarebbero complimentati. Nella versione italiana pubblicata nel 2013 per le edizioni Mare Verticale, “Il genio del tennis, la storia di Roger Federer” i capitoli sono diventati 45. E prima o poi ci sarà una riedizione con un numero di capitoli ancora ingrossati, ma mai quanti i tornei da lui vinti.

A René invidio anche il fatto di aver “scoperto” Roger Federer otto-nove mesi prima di me. Nel settembre del 1996, infatti, il suo giornale di allora, il Tages-Anzeiger, lo aveva inviato a Zurigo per scrivere un articolo sulla World Youth Group, una sorta di Davis per juniores. Avete già capito chi era il quindicenne che vide giocare per la prima volta. E contro un italiano poi scomparso dai grandi orizzonti tennistici: Fracassi. Perse il primo set, ma vinse in tre. A Pasqua dell’anno successivo Roger Federer venne a giocare il torneo giovanile delle Cascine al mio circolo, il CT Firenze, quello dove avevo sempre giocato, dove mio padre era stato il presidente e io il direttore del torneo ATP dal ’75 per un lustro. Roger non aveva ancora diciassette anni (li avrebbe compiuti ad agosto). Ovviamente vinse il torneo. Così lo scoprii anch’io. Dopo René, ma un bel po’ prima di tutti i miei più noti colleghi italiani. Sono scoperte, quella di René come la mia, che avvengono sempre per caso. Quel giorno che René fu inviato a seguire quella manifestazione giovanile non era per nulla contento. Pensava “che barba, che noia”. E io al CT Firenze speravo che vincesse un italiano.

René ha un’altra fortuna: è esattamente dieci anni più giovane di me, è quindi piombato sul tennis proprio al momento giusto, nell’epoca del grande fulgore del tennis svizzero (che ha avuto anche una Patty Schnyder, una Timea Bacsinszky… e un certo Stan Wawrinka e una Coppa Davis in bacheca). E poi René ha ancora i capelli biondi, belli lisci. Li avevo anch’io, ed erano invece riccioli, ma li ho persi tutti. Come il tennis italiano. A lui però dico sempre: “Il sangue nella mia testa è stato costretto a scegliere: il cervello o i capelli. Con te ha preferito i capelli…”. Battutaccia pessima che ci si può permettere soltanto con i veri amici, i buoni colleghi da una vita. 

Ubaldo Scanagatta

LA SCHEDA

  • Vive vicino Zurigo
  • Dal 1981 al 1989 scrive di tennis per il giornale svizzero “Blick”
  • Dal 1989 al 1992 è redattore a “Sport”
  • Collabora dal 1993 col “Tages-Anzeiger”
  • Segue Roger Federer dal 1996
  • Nel 2006 pubblica la biografia “Quest for perfection. The Roger Federer Story”

L’INTERVISTA

Siamo con René Stauffer, giornalista sportivo per Tages-Anzeiger e autore di una biografia su Roger Federer. Come ti sei avvicinato al tennis e perché hai iniziato a scriverne?
In Svizzera al tempo avevamo un ragazzo molto promettente, Heinz Gunthardt, che era numero uno juniores e credevamo fosse il “nuovo Borg”. Io mi occupavo di hockey su ghiaccio, ma qualcuno doveva seguirlo e allora iniziai a scrivere di Gunthardt. Poi nel 1982 a Zurigo si disputò un torneo del World Championship Tennis e questo mi diede una grossa mano, perché ricevetti un invito per seguire il WCT di Dallas. Lì vidi Borg che stava per ritirarsi e ricordo anche di aver incontrato per la prima volta Ubaldo, che soprannominai “The Borg of the pencil” (il Borg della matita).

Come proseguì la tua carriera?
Per nove anni ho continuato a scrivere per Blick, il giornale più diffuso in quel periodo. Poi nel 1989 sono passato a Sport, che usciva tre volte a settimana, motivo per cui avevi molto tempo per scrivere e ovviamente ne guadagnava la qualità. Purtroppo però il giornale stava fallendo e allora divenni redattore al Tages-Anzeiger, il principale quotidiano in Svizzera.

Possiamo anche dire che sei stato abbastanza fortunato, perché dopo Gunthardt, che è anche diventato campione di Wimbledon in doppio (e allenatore di Steffi Graf, ndr), hai avuto a che fare con Jakob Hlasek, Marc Rosset, Martina Hingis e, dulcis in fundo, Roger Federer. Come l’hai incontrato e come si è sviluppato il vostro rapporto?
L’ho incontrato quando aveva 15 anni e lanciava ancora le racchette. Lo intervistai e mi disse: “Dovresti essere in grado di giocare in maniera perfetta, per questo mi arrabbio”. Già vent’anni fa aveva qualcosa di speciale ed è per questo che lo seguo ancora. Così ho coperto circa novanta tornei dello Slam e ancora non ho finito. Il tennis non mi lascia.

Quanto successo ha avuto in Svizzera il libro su “Re Roger”?
È la star più grande che la Svizzera abbia mai avuto. Federer ha fan in tutto il mondo, è una persona unica. Per questo da quando il libro è stato pubblicato non ricordo nemmeno quante copie sono state vendute. So che è stato tradotto in dieci lingue, perfino in indonesiano, cinese o bulgaro.

Allora sei un uomo ricco adesso?
Purtroppo no!

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Panatta: “I tornei che hanno tradizione vanno tutelati, Federer se ne farà una ragione”

Adriano Panatta, intervistato da ‘La Stampa’, approva lo spostamento del Roland Garros. Per Roma invece “ottobre va benissimo”. E su Federer dice: “Mi sta simpatico ma non possiamo andare dietro a lui”

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I canali social ci permettono di tenerci aggiornati su ogni passo – anche quando non si muovono da casa – di tutti i campioni di nuova generazione, ma quando si vuole sapere come se la passano le vecchie glorie è la carta stampata che corre in aiuto. In questo caso si tratta proprio del quotidiano ‘La Stampa’ che il 26 marzo ha pubblicato un’intervista realizzata da Stefano Semeraro ad Adriano Panatta: la domanda di apertura non poteva non essere sull’emergenza Coronavirus. “Sto in casa, non mi muovo, esco una volta alla settimana per fare la spesa. Basta” ha fatto sapere l’ex tennista romano che ora si trova a Treviso, dove ha da poco aperto un nuovo centro tennis.

Lo sport tuttavia in questo momento passa in secondo piano. “È l’ultimo dei problemi. In questo isolamento forzato però si ha più tempo per cose che di solito trascuriamo. Ad esempio pensare: a quello che potrei fare, a quello che ti impediranno di fare dopo. Le preoccupazioni sono tante. Paragonano questo momento al dopoguerra, cioè il periodo in cui l’Italia, fino al boom degli anni ’60, ha dato il meglio. Speriamo si ripeta quel fenomeno. Speriamo che i nostri governanti abbiano capito che le priorità devono essere diverse”.

Iniziando poi a parlare di tennis, Adriano non nasconde affatto il suo disinnamoramento per questo sport, o quanto meno per il suo aspetto organizzativo. “Non mi piace per niente. Tutto quanto è pensato per i grandi gruppi, che ormai fanno il bello e il cattivo tempo. […] Vogliono lo spettacolo ma lo sport è fatto anche di altre cose“. Sulla decisione di spostare il Roland Garros a settembre si è detto d’accordo, adducendo come motivazione la storia centenaria del torneo: Fine settembre è una collocazione giusta anche se per i giocatori passare dal cemento alla terra battuta è un piccolo problema. Io lo avrei spostato anche una settimana più tardi“. E la concomitanza con la Laver Cup sponsorizzata da Federer non gli appare affatto un problema. Federer mi sta anche simpatico ma si è fatto una società per conto suo, se ne farà una ragione. Non possiamo andare dietro a lui“. Un pensiero decisamente in contrasto con chi vede il campione svizzero come il principale traino del movimento tennis mondiale.

 

La situazione romana per lui è invece di più facile soluzione e non sembra contemplare un cambio di sede. Gli Internazionali “vanno recuperati. Ottobre va benissimo, anche dopo Parigi. Ha presente le famose ottobrate romane? A Roma maggio come clima non è meglio di ottobre, anzi”. E da questo tema parte una richiesta diretta al presidente dell’ATP:Faccio un appello ad Andrea Gaudenzi. Non gli chiedo da italiano di favorire l’Europa, ma le istituzioni del tennis hanno il dovere di salvaguardare i grandi tornei che hanno tradizione. Giocare a Phoenix, Arizona, non è più importante che giocare a Roma. Bisogna che tutti se lo mettano in testa”. Affermazioni non troppo dissimili da quelle fatte qualche giorno fa dall’ex tennista francese Benneteau.

Conclude infine prima con una nota seria e poi con un augurio per il futuro. Quando gli viene fatto notare che i tennisti di secondo piano soffrono economicamente per il blocco, lui ammette schiettamente: “Mi dispiace. Ma sono più preoccupato dell’operaio della Finsider”. Mentre una volta che la vita sarà tornata alla normalità, “speriamo di riuscire a fare un po’ di ironia anche su questa brutta cosa. L’ironia batte tutto“. E lui anche in questo campo se ne intende parecchio.

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La fame di vittoria di Sinner: “Le NextGen sono state solo l’inizio”

Il sito dell’ATP dedica un articolo alla grande promessa del nostro tennis, coinvolgendo anche coach Piatti e Claudio Pistolesi. “Jannik adora il tennis. Preferisce riguardarsi un Fedal che andare al cinema”

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Milano, città in questi giorni purtroppo sconvolta dal ciclone coronavirus, ha un significato particolare per Jannik Sinner. Come tutti gli appassionati di tennis italiani e non solo ricordano, nel capoluogo lombardo, pochi mesi fa, il 18enne altoatesino si è consacrato vincendo le NextGen Finals, di fronte al festoso pubblico del Palalido. Ma forse in tanti ignorano che a Milano, poco più che bambino, Jannik fu notato per la prima volta da Riccardo Piatti, il suo mentore e attuale coach. “Ero lì per un torneo e l’ho visto perdere 6-1 6-2”, ha raccontato Piatti all’ATP, in un articolo completamente dedicato a Sinner. “Ma era l’unico ragazzino che provava a modificare il proprio gioco. Aveva un’attitudine vincente. Non metteva solo la palla dall’altra parte della rete e sperava che le cose andassero bene. Era calmo e riusciva bene a controllare le proprie emozioni. Colpiva la palla in maniera pulita ma con poca potenza”.

E lo stesso Sinner si ricorda di com’era quando a soli 13 anni ha lasciato le montagne di San Candido per il mare di Bordighera, sede dell’accademia di Piatti. “Non ho mai dubitato di poter diventare un buon giocatore di tennis perché sono uno che lavora tanto. Ma ero più magro e basso di quanto non sono ora”, ha rivelato Jannik che all’epoca viveva a casa di uno dei coach del centro creato da Piatti, Luka Cviektovic, che aveva dei figli più o meno della stessa età. “Giocavo in maniera aggressiva all’inizio ma a volte non avevo abbastanza fiducia nel mio gioco. Nel tennis si possono vincere delle partite o un intero torneo ma puoi anche perdere tre o quattro volte consecutive al primo turno”. Un ragazzino con grandi potenzialità ma pur sempre un ragazzino, sia dal punto di vista fisico che mentale. 

Ma se è impossibile, oltreché opportuno, forzare il processo di maturazione del corpo di un giovane atleta, è possibile, e a volte proficuo, velocizzare il processo di maturazione mentale. Come si fa nel tennis? Ad esempio saltando praticamente a piè pari i tornei junior, in cui si affrontano avversari magari di eguale talento ma anche di eguali insicurezze, e buttandolo nella mischia dei tornei professionistici, in cui chi sta dalla parte della rete è lì per guadagnarsi da vivere, punto dopo punto. Sinner ha così cominciato dai Futures, il primo gradino della lunga scala del tennis, a inizio 2018, quando aveva appena 16 anni. “La decisione di provare subito a misurarsi con tennisti più esperti è stata mia”, ha raccontato. “Ho sicuramente percorso una strada più difficile, ma mi è servita per riuscire a gestire la pressione che metto su me stesso. Pensi di dover vincere ogni match o punto e poi finisci per strafare. Dovevo capire che in realtà è un lungo processo di apprendimento”.

 

Ma la risposta riguardo alla paternità di questa scelta non convince appieno. La lunga mano di Piatti nel suo percorso è evidente. Il 61enne guru del tennis di Como, in passato sulle panchine di tennisti del calibro di Ljubicic, Raonic e Gasquet, è stato il vero deus ex machina dietro la rapida maturazione di Sinner. L’obiettivo è sempre stato, un po’ come con un computer, metterlo di fronte a problemi molto complessi, e vedere come riusciva a risolvere i problemi.

Un processo educativo, oltreché tennistico, che non ha ammesso scorciatoie e nel quale lo stesso Piatti non si è mai lasciato andare a trionfalismi quando Jannik cominciava ad ottenere risultati di rilievo. “Abbiamo cominciato con i Futures e poi siamo passati ai Challenger. Si è sorpreso lui stesso del suo livello. Quando ha cominciato a battere giocatori più forti di lui, ha capito quanto fosse forte e che non c’era nulla di cui sorprendersi. Quando ha vinto Bergamo gli ho detto: ‘molto bravo ma il tuo avversario non era un granché. Tu eri più forte di lui e ora dobbiamo trovarti gente più forte contro la quale misurarti’, ha sottolineato, non facendo un grande complimento a Roberto Marcora che peraltro ha successivamente circa 100 posizioni in un anno. “Con lui la questione è sempre stata trovargli avversari più vecchi per capire se potesse trovare le soluzioni. Gli volevo far capire che agli avversari non gliene frega niente di chi è lui”. 

Jannik Sinner – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Felice Calabrò)

Ed è stata però proprio quella vittoria all’inizio della scorsa stagione, curiosamente in un’altra città lombarda, a far crescere enormemente la consapevolezza di Jannik nei propri mezzi. E insieme alla fiducia sono arrivati anche le vittorie sul tour maggiore. Il prodigio altoatesino, al battesimo al Foro Italico, ha vinto il suo primo match contro l’americano Steve Johnson. Solo qualche mese più tardi Sinner si ritrovava nella semifinale di un 250 ad Anversa grazie a scalpi di prestigio come quello su Monfils. “Cerco sempre di alzare l’asticella, per capire se sono bravo a battere avversari di diverso livello: Futures, Challenger e, più di recente, circuito maggiore. Si tratta di andare in campo ed eseguire il mio schema di gioco: fare quello che voglio io invece di lasciare che la partita sia dettata da altri”, ha affermato. “Vincere il titolo a Bergamo all’inizio del 2019 è stato un incentivo a migliorare ancora. Quando ho battuto Monfils ad Anversa ad ottobre, ho capito quando strada potessi fare”. 

Poca in realtà, in termini di chilometri, per ritornare a Milano, sede dal 2017 delle Next Gen ATP Finals, il torneo riservato ai migliori otto Under 21 al mondo. Al Palalido mancavano i canadesi Felix Auger-Aliassime e Denis Shapovalov, che sarebbero state le prime due teste di serie. Ma comunque Sinner si trovava di fronte avversari di talento e molto più navigati di lui come Alex De Minaur e Frances Tiafoe, due che ad esempio già avevano vinto un titolo ATP in carriera. Eppure, nonostante non partisse come favorito sulla carta e dovesse reggere anche le aspettative del pubblico di casa, venuto a frotte per ammirare quello che veniva descritto come il più grande talento del tennis azzurro da molti anni a questa parte, Sinner ha trionfato. E lo ha fatto con grande autorità, sconfiggendo nettamente De Minaur in finale.  “Ero contento per essere riuscito a reggere la pressione di vincere in casa a Milano ma ho anche capito che volevo provare questa sensazione ancora e ancora”, ha proseguito Jannik. E speriamo che ci riesca. 

Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo ha decisamente la testa sulle spalle, tanta ambizione e un amore esagerato il tennis. “Jannik adora questo sport. Mi piace il mio lavoro e per questo lo faccio da quarant’anni. Lui è come me. Ama il tennis, vuole migliorare e dà il massimo per riuscirci. Guarda un sacco di partite, si allena molto, e non perché è obbligato a farlo. Perché sa quello che vuole. Non è difficile dedicare la propria vita per uno o due anni, ma io dico a Jannik che deve dedicare la sua vita a questo sport per 15 anni”, ha spiegato coach Piatti, con quel misto di severità necessaria affinché il ragazzo non si monti la testa e orgoglio per gli straordinari risultati già conseguiti. “Ora ha una personalità forte. Al contrario di molti giocatori che ho allenato, gli posso parlare apertamente 30 minuti dopo una sconfitta invece di aspettare il giorno successivo. Non si distrae e preferisce ad esempio riguardarsi i match di Federer e Nadal piuttosto che andare al cinema”. Insomma, la vita di Jannik gira totalmente attorno ad una racchetta e una pallina gialla. 

Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Ma per riuscire ad imporsi ai vertici del tennis mondiale non basta essere la persona giusta, serve anche circondarsi delle persone giuste. Secondo Claudio Pistolesi, altro allenatore italiano di fama mondiale ed ex n.1 del ranking Junior a metà degli anni Ottanta, Sinner è in ottime mani da questo punto di vista, a contrario di diversi tennisti azzurri del recente passato. “Piatti e l’accademica possono proteggere Jannik dagli errori che sono stati commessi nello sviluppo di altri giocatori italiani”, ha sostenuto Pistolesi, che pure è stato allenato dal coach lombardo ad inizio carriera, non nascondendo una critica nei confronti dell’operato della Federtennis da questo punto di vista. “Piatti è un grande mentore e può usare il suo network per preparare al meglio Jannik. In questo momento lui deve dare la priorità alla sua carriera e ad avere attorno un grande team”. 

Insomma, il processo va avanti. Non facendosi condizionare dai successi di fine 2019, così come da qualche piccolo incidente di percorso nel primo scorcio di 2020. L’orizzonte temporale è molto più lungo di così. “Il dottore ha detto che crescerà ancora di circa quattro centimetri. Deve allenarsi e giocare ma non dobbiamo esagerare e portarlo al limite. Quando avrà 22-23 anni sarà pronto”, ha detto Piatti. E se già ora è in grado di misurarsi alla pari con praticamente tutti i tennisti del mondo non vediamo l’ora di sapere cosa sarà in grado di fare allora. Quando sarà pronto. A quel punto potrebbero essere gli altri a non essere pronti per lui. 

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Il sogno di Shapovalov: “Ispirare i ragazzini a giocare a tennis in Canada”

Il n.16 del mondo viene da una famiglia di tennisti. Ma sa che nonostante i suoi successi, c’è ancora tanto da fare per il tennis canadese. E sostiene: “il mio unico obiettivo è migliorare ogni giorno”

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Come per tanti altri giocatori del circuito ATP, anche per Denis Shapovalov il tennis è sempre stato una cosa di famiglia. La madre Tessa è stata una giocatrice professionista negli anni Novanta, rappresentando la Russia. Terminata l’attività agonistica, è finita ad insegnare tennis al Richmond Hill Tennis Country Club di Toronto, la città più popolosa del Canada. 

La racchetta da tennis è finita ben presto nelle mani del figlio maggiore Evgeny, del quale mamma Tessa è diventata la prima allenatrice. Mentre loro si allenavano, anche il fratello più piccolo, un po’ per spirito di emulazione, cominciava già a dimostrare per lo sport. “Quando lui (Evgeny) lavorava con mia mamma, cercavo di correre in campo e disturbarli. Volevo colpire la palla. All’inizio andava bene perché non la colpivo. Poi ho cominciato a prenderci e così mia mamma ha deciso che era il momento di iniziare a giocare, se volevo”, ha raccontato il n.16 del ranking mondiale al sito della ATP. 

Questo però non significa che la strada sia stata facile per lui. Fin da bambino, Shapovalov ha dovuto fare grandi sacrifici per inseguire il suo sogno diventare un grande tennista. Mentre gli altri bambini, una volta finita la scuola, si rilassavano e giocavano, lui si allenava. “Non ho avuto un’infanzia normale”, ha proseguito. “Mi ricordo che mi svegliavo alle 5-6 del mattino per allenarmi prima della scuola. Altre volte mi sono allenato fino alle 10-11 di sera. Volevo migliorare, cercare di dare il massimo. Ricordo di aver pianto alcune volte sul campo da tennis”. 

 

Ma non era il solo a fare sacrifici. Insieme a lui c’era anche la famiglia, inclusa ovviamente mamma Tessa, a supportarlo finanziariamente oltre che dal punto di vista tecnico. È stata dure anche per loro. “I miei genitori hanno fatti grandi sforzi perché hanno fatto tutto da soli. Non abbiamo ricevuto nessun aiuto quindi tutti i soldi li abbiamo messi noi”, ha sottolineato. “Ad un certo punto ci siamo chiesti se fosse la scelta giusta perché viaggiavamo e non ci potevamo permettere più di partecipare ad altri tornei. Ma io ho sempre creduto nella mia famiglia e la mia famiglia ha sempre creduto in me”.

Non c’è da stupirsi che la famiglia Shapovalov abbia ricevuto poco sostegno. Il Canada non è mai stato un paese dalla grande tradizione tennistica. Ora però si trova con una batteria di giovani talenti che tutti invidiano. Denis e Felix Auger-Aliassime, a rispettivamente 20 e 19 anni, sono già nell’élite del circuito ATP e insieme (anche a Vasek Pospisil) hanno trascinato il team canadese alla finale di Davis. Al femminile, la classe 2000 Bianca Andreescu ha conquistato il suo primo Slam agli ultimi US Open.

Nonostante ciò, Shapovalov sa che il tennis in Canada è ancora uno sport minore e che tanti ragazzini preferiscono magari giocare a hockey. “Vorrei usare il mio gioco per ispirare più bambini che non hanno ricevuto supporto a non mollare e che è possibile farcela se ci si crede e si lavora duro”, ha proseguito. “Spero di poter ispirare una giovane generazione di canadesi a prendere in mano la racchetta e credere che possono diventare dei giocatori di tennis rimanendo a vivere nel loro paese”.

Oltre a pensare agli altri, Shapovalov ha ben chiari anche i suoi obbiettivi. Dopo una deludente parte centrale di stagione, con l’arrivo di Mikahil Youzhny in panchina, il biondino nato a Tel Aviv ha risalito la china, vinto il suo primo torneo sul circuito maggiore in carriera a Stoccolma e centrato la prima finale in un Masters 1000 a Parigi Bercy. L’inizio di 2020 è stato di nuovo poco brillante, a dimostrare che la strada verso la continuità è ancora lunga. Ma va percorsa giorno dopo giorno.

“Quando mi sveglio il mio unico obbiettivo è migliorare. Cercare di crescere come persona e giocatore”, ha concluso. “Mi voglio godere la mia carriera. Non mi devo più preoccupare dei soldi o se vinco un match in più o in meno. Vado in campo per divertirmi e per mostrare quello che so fare”. Quel bambino che si divertiva a disturbare le lezioni di mamma Tessa è cresciuto ma ha ancora voglia di giocare. 

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