Nei dintorni di Djokovic: la ricetta di Borna

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: la ricetta di Borna

A novembre Coric aveva parlato del suo 2017 un po’ sottotono, dichiarando di voler far tutto il possibile per cercare di sfruttare tutto il suo potenziale. Detto, fatto: sotto l’ala protettrice di Ljubicic, ora è anche lui un Piatti-boy

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L’avevamo preannunciato che qualcosa di grosso stava bollendo in pentola per Borna Coric. E così è effettivamente stato: il giovane tennista croato ha completamente rifatto il suo staff. A curare i suoi interessi sarà d’ora in poi la società di management S.A.M. di Ivan Ljubicic, che già segue il ceco Thomas Berdych. Il rapporto di amicizia e di stima tra Coric e Ljubicic è di lunga data: sin da quando, sedicenne, Borna si è affacciato nel circuito, Ivan è stato prodigo di consigli nei suoi riguardi. Un rapporto tale da far dire a Borna “Avevo pensato anch’io a Ivan”, quando due anni fa stava cercando il sostituto di Thomas Johannson e si seppe che l’ex tennista originario di Banja Luka avrebbe sostituito Stefan Edberg a fianco di Sua Maestà Roger Federer. E visto che nel ruolo di coach “Ljubo” è per l’appunto impegnato con Mister 19 Slam, in qualità di manager a chi poteva pensare come coach ideale per il suo nuovo assistito? Ovviamente a colui che è stato il suo allenatore per tutta la sua carriera e al quale è ancora profondamente legato: Riccardo Piatti, che accompagnò il tennista croato sino al n. 3 della classifica mondiale nel 2006, dietro solo a quei due fenomeni assoluti che erano (e sono) Roger Federer e Rafa Nadal.

Con questo cambiamento è indubbio che il 21enne tennista di Zagabria abbia voluto dare una svolta alla sua carriera, dopo un paio di stagioni in cui la sua crescita a livello di gioco e di risultati non è stata certo quella che ci si attendeva da lui quando nel 2014 fu premiato come “Star of Tomorrow ATP” e concluse la stagione a ridosso dei primi cento al mondo, a diciotto anni appena compiuti.

Se ci limitiamo al 2017, notiamo come in termini di classifica l’anno di Coric sia terminato esattamente come era iniziato: al n. 48 del ranking. Da una parte è positivo, perché per il terzo anno consecutivo si è confermato tra i primi cinquanta giocatori del mondo, risultato mai scontato. Dall’altra, invece, rappresenta comunque un campanello d’allarme, dato che il suo miglior ranking di fine stagione continua a rimanere quello di fine 2015 (n. 44) e quello assoluto rimane il n. 33 raggiunto per l’ultima volta nell’agosto dello stesso anno, ormai quasi due anni e mezzo or sono. Del suo 2017 complessivamente sottotono e della sua volontà di riscatto per la prossima stagione, Coric ha parlato qualche settimana fa in un’intervista esclusiva rilasciata ad un giornale croato. Intervista che rimane attuale anche dopo le novità di cui abbiamo parlato prima. Anzi, queste ultime sono la conferma di quanto dichiarato dal talento croato in proposito alla sua volontà di fare tutto il possibile per sfruttare appieno le sue potenzialità.

 

Ma andiamo con ordine e vediamo cosa ha raccontato Coric al giornalista suo connazionale, davanti un piatto di pesce in un ristorante nel centro di Zagabria. A partire proprio da una valutazione di quel 48esimo gradino  della classifica ATP, ben lontano dall’obbiettivo dichiarato ad inizio anno di entrare nei top 25“Alla fine è andata bene aver finito in questa posizione del ranking. Sicuramente mi aspettavo di più da questa stagione. Credo che nel tennis la classifica di fine anno rispecchia come uno ha lavorato e giocato nel corso dell’anno”.

In effetti è andata bene, anche e soprattutto grazie alla prima vittoria in un torneo ATP (Marrakech) e ai quarti di finale raggiunti poco dopo al Masters 1000 di Madrid, risultati che gli hanno consentito di recuperare un bel po’ di posizioni in classifica, tanto che dal n. 79 dove era sprofondato a metà aprile dopo un bruttissimo inizio di stagione (mai oltre il secondo turno nei primi otto tornei), si è ritrovato al Roland Garros da n. 40 del mondo. E poi, tra alti e bassi, è riuscito alla fine a restare nei top 50. Quando parliamo di alti e bassi non è un modo di dire. Perché se da un lato abbiamo appunto la vittoria nel 250 in terra marocchina ed i quarti di finale nel 1000 madrileno, dall’altro registriamo anche ben 14 eliminazioni al primo turno su 27 tornei e due mancate qualificazioni al tabellone principale su quattro. Insomma, 16 volte su 29 Borna non è arrivato al secondo turno di un main draw. E nelle altre tredici occasioni, in otto casi si è proprio fermato al secondo turno. Risultati simili non posso sicuramente dare la serenità necessaria ad un giocatore, specie se ancora molto giovane. Ed in effetti uno dei tratti caratteristici e non proprio piacevoli del Coric sceso in campo quest’anno è stato il notevole nervosismo: probabilmente molti lettori ricorderanno i due episodi che lo hanno visto protagonista al Challenger di Irving e all’ATP 250 di Istanbul, dove ha distrutto la racchetta a furia di sbatterla ripetutamente contro il terreno di gioco. Un simile nervosismo è difficile possa venir lasciato negli spogliatoi dopo il match: è più probabile invece possa influenzare negativamente lo stato d’animo fuori dal rettangolo di gioco. “Molto, veramente molto. Io sono così, è non è un bene, ma dall’altro canto vuol dire che non mi è di certo indifferente quello che mi succede in campo. Ma è sicuramente un qualcosa che vorrei cambiare”.

In questo ottovolante che è stato il 2017 di Borna, tra i momenti da ricordare c’è stata anche la vittoria contro Sascha Zverev agli Us Open, che in molti davano addirittura tra i favoriti dello slam newyorchese dopo la conquista del Masters 1000 di Montreal. E non è stata l’unica contro dei top ten in stagione, dato che ha anche battuto Dominic Thiem a Miami e addirittura il n. 1 del mondo Andy Murray a Madrid. Giunge perciò spontaneo chiedersi come sia possibile che Coric sia in grado di battere per ben tre volte dei top ten e allo stesso tempo  riesca a perdere così tante partite (diciotto) contro giocatori sopra la cinquantesima posizione mondiale. “Vorrei saperlo anch’io” inizia a rispondere, sorridendo, Coric. ”Io sono uno che analizza molto i propri match. Ad esempio, quella vittoria contro Nadal a Basilea nel 2014. Quella veramente non ha alcun significato, la qualità del mio gioco non fu elevata. Lo stesso vale per la vittoria contro Murray a Dubai nel 2015. Giocai bene, ma non in modo eccezionale, e nemmeno il mio livello a quel tempo era tale da consentirmelo. Di conseguenza, capita che dopo dei simili risultati le persone si aspettano che io batta il n. 50 al mondo senza problemi. Ma quei risultati non rispecchiavano la realtà. La qualità del mio gioco non era quella attuale e si sono dovute incastrare un bel po’ di cose per permettermi di arrivare al n. 33 del ranking”.

Il concetto di Borna è chiaro: nei top 100 non ci sono avversari facili, soprattutto se li incontri quando sono in giornata. “Ci sono molti ragazzi che posso diventare top 20, ma per diversi motivi non lo sono. Prendiamo ad esempio il mio match contro Kukushkin, nelle qualificazioni di Madrid. Non è stato normale come abbiamo giocato in quell’occasione. Quando sono uscito dal terreno di gioco non ero arrabbiato (perse 7-6 6-3, poi fu ripescato come “lucky loser”, ndr), perché sapevo che meglio di così non avrei potuto giocare“. Insomma, ogni partita a quei livelli è una battaglia: di colpi, di fisico, di testa, di nervi. E al tennista croato sono sempre state riconosciute, sin da quando è entrato giovanissimo nel circuito, delle doti di “fighter” non comuni. Doti confermate anche dai dati statistici 2017 dell’ATP: come la prima posizione nella classifica della percentuale di palle break sulla terra rossa e l’ottava in quella assoluta (subito dietro ad un certo Roger Federer). A me piace la pressione. Talvolta questo nervosismo non ti favorisce, ma sulla palla break o sulla parità sul 5-5, non è possibile per me non provare quella sensazione”.

Certo è che sarebbe meglio non trovarsi nella situazione di dover affrontare delle palle break a sfavore. Nonostante i dati ATP lo diano al n. 24 assoluto nel serve rating, Borna sostiene che la cosa potrebbe essere dovuta proprio al suo servizio. O meglio, a qualcosa che manca al suo servizio: la velocità“Batto con molto effetto, sia in slice che in kick, e questo automaticamente mi consente di avere un maggior margine di sicurezza. Ma nell’ultima parte della stagione, le ultime 3-4 settimane per intenderci, non ho servito praticamente mai sopra i 200 km/h. Uno con il mio peso e la mia altezza deve servire almeno a 205-210 km/h”. Una cosa che sicuramente non ha funzionato come si deve quest’anno è il rovescio bimane, il colpo migliore del suo repertorio. Che secondo Coric rappresenta anche quell’arma che molti ritengono manchi al suo gioco: il colpo “pesante” con cui portare a casa vincenti con continuità. “Sono convinto che sia il colpo su cui si basa il mio gioco, quello che mi permette di crearmi il punto, ed è anche la mia arma più grande”.

Se il rovescio è un po’ mancato, ma è comunque una certezza del suo bagaglio tecnico da cui sa di poter ripartire, permangono problemi sull’altro lato, quello del diritto. Il colpo in genere più efficace nel repertorio di un giocatore di alto livello, nel caso di Borna continua a non essere un fondamentale dotato della pesantezza necessaria a fare veramente male ai suoi avversari. Qualcuno sostiene che ciò sia dovuto anche al fatto che la destra non sia la sua mano naturale (Borna in molte cose usa la sinistra, ad esempio per mangiare, ma sin da piccolo ha impugnato la racchetta da tennis con la destra. Insomma, il percorso inverso a quello di Nadal…). Lui al riguardo vede solo la necessità di apportare gli opportuni aggiustamenti tecnici“La mano sinistra mi si apre troppo presto nel dritto!” risponde, per poi scendere in dettaglio nell’analisi del dritto degli altri giocatori e finendo, per far capire bene le differenze, a simulare il dritto di Djokovic. Se la questione è prettamente tecnica, allora non poteva finire in mani migliori di quelle di Piatti. Lo stesso Ljubicic, infatti, ad inizio carriera aveva nel dritto il suo tallone d’Achille e con il coach comasco lavorò tantissimo proprio su quel colpo (chi tra i lettori è un istruttore di tennis o un appassionato di tecnica probabilmente ricorderà anche una serie di DVD realizzati diversi anni fa da Piatti proprio sulla costruzione tecnico-tattica del dritto di Ljubicic), tanto da renderlo affidabile ad altissimo livello.

Ma un altro aspetto del gioco in cui Coric deve assolutamente migliorare è sicuramente la risposta al servizio, dove i suoi dati non sono per niente entusiasmanti: 69esimo a livello di return rating ATP.  Con molti punti in cui non si superano i 3-4 colpi, la solidità alla risposta è essenziale“Ah sì, me ne stavo dimenticando. Sì, c’è tanto da sistemare anche lì. Nello smartphone ho quasi 1 GB di filmati di mie risposte da analizzare! Per prima cosa, devo iniziare a rispondere di più in alle prime, rimetterle in campo, non importa come. Mentre sulla risposta alla seconda devo essere più aggressivo. E non posso stare troppo dietro, come Nadal o Wawrnika… Loro da lì colpiscono la palla più forte di quanto faccia io da più vicino”.

Ci sono perciò ancora molti margini di miglioramento. Un miglioramento che però, come dicevamo, negli ultimi due anni non è stato così marcato come un po’ tutti si aspettavano. Un motivo potrebbe essere la mancanza di continuità nel lavoro svolto, legata ai molti cambi di allenatore. Negli ultimi tre anni si sono infatti avvicendati in quattro sulla panchina di Coric: Zeljko Krajan, Thomas Johansson, Miles Maclagan ed IvoAncic. Senza contare Kristijan Schneider, che lo ha seguito nell’ultima parte del 2017. “Non bisogna essere dei geni per concludere che tutto questo è eccessivo. Ma le persone non sanno che solo uno di questi l’ho licenziato io… Naturalmente perché non ero soddisfatto. Io non accuso mai l’allenatore per i miei risultati. Guardo sempre e solo al fatto se sono migliorato o no con il lavoro fatto”. Borna ci tiene però a sottolineare che le ultime due annate sono state anche pesantemente condizionate dall’infortunio al ginocchio, che lo ha costretto ad operarsi nel settembre dell’anno scorso e dal quale ha recuperato con fatica. “Dall’agosto dell’anno scorso fino a giugno non c’è stato match cui non abbia dovuto prendere degli antidolorifici”.

Visto il quadro complessivo, diventa un po’ più chiaro comprendere come mai nell’ultimo biennio il giovane zagabrese non abbia avuto la fiducia necessaria per arrivare ad essere costante nei risultati. “In certe situazioni la fiducia mi cala rapidamente. Tanto da non sentire bene la palla neanche in allenamento. Di conseguenza, quando affronto un primo turno sono sempre insicuro. Mi mancano proprio quelle vittorie contro i giocatori tra la 40esima e la 80esima posizione mondiale, Se riesco a cambiare questo trend il prossimo anno, allora non mi devo preoccupare quando arrivo a giocarmi una partita di cartello. Mi do solo l’opportunità di giocare contro i migliori.” Nella sua analisi, Borna si lascia andare anche ad una riflessione sulla sua precoce esplosione nel circuito. Che non sempre rappresenta un fattore positivo per la crescita di un giovane giocatore. “Forse se non fossi arrivato in alto così presto e così velocemente, probabilmente oggi sarei un giocatore migliore. Ho pensato che sarebbe stata una logica conseguenza, ma non va così, nemmeno un po’”. Probabilmente non hanno aiutato in tal senso neanche le aspettative che quella sua improvvisa ascesa ha generato. “Sì, sicuramente aspettative ce n’erano, da parte mia e anche da parte degli altri, perché sembrava normale che nell’arco di due anni io potessi battere gente che vince i tornei del Grande Slam. E che quindi se perdi da un Kukushkin allora non vali nulla”.

Si riparte perciò – ma stavolta senza alcun acciacco fisico – con lo stesso obiettivo della passata stagione: la top 25. E per quanto riguarda i suoi obiettivi, anche a lungo termine, è indubbio che il giovane croato sappia bene cosa vuole. “Non giocherò mai a tennis per i soldi o per diventare famoso. Gioco perché voglio potermi guardare allo specchio a fine carriera e dire: ‘Ok, hai fatto veramente tutto quello che era nelle tue possibilità’. Ora che questo alla fine significhi essere n. 1, 5, 15 o 50, non lo so… Vedremo. Ma farò veramente tutto il possibile, questo è sicuro”.

In questo momento, “tutto il possibile” è rappresentato da Riccardo Piatti e ed il suo team composto da Dalibor Sirola e Claudio Zamaglia, oltre al già citato Schneider che continuerà seguire Borna come vice di Piatti. Il 59enne allenatore lombardo negli ultimi anni ha portato Ljubicic e Raonic al n. 3 del ranking ed ha fatto ritrovare la top ten a Richard Gasquet. Di certo è una delle miglior scelte in assoluto che il Borna di oggi potesse fare. Con l’augurio che, anche grazie a questa scelta, il Borna che verrà possa quel giorno guardarsi allo specchio con serenità.

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Nei dintorni di Djokovic: tutti i piani di Kecmanovic

I due Masters 1000 statunitensi hanno messo in evidenza il salto di qualità del 22enne serbo Miomir Kecmanovic. Che grazie all’aiuto di coach Nalbandian ha cambiato il suo approccio al gioco. “Prima giocavo solo in un modo, ora ho più soluzioni”

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Miomir Kecmanovic - Miami 2022 (foto Twitter @atptour)

Sono due le principali considerazioni che emergono analizzando quanto accaduto nel “Sunshine Double” in campo maschile. La prima è la conferma che Carlitos Alcaraz è il nuovo “crack” del tennis mondiale maschile. La seconda è che in tennis statunitense può legittimamente sperare di aver trovato in Taylor Fritz un giocatore in grado di lottare nei prossimi anni per un posto nella top 10. Ma oltre a questo, c’è anche da evidenziare come alle spalle dei citati vincitori dei due primi Masters 1000 stagionali – ora entrambi top 15 ATP – un altro giovane si è ritagliato un ruolo da protagonista sul cemento statunitense: Miomir Kecmanovic. Il 22enne serbo, infatti, in entrambi i tornei si è dovuto inchinare solo ai due futuri vincitori, perdendo da entrambi in tre set e giocando contro il 18enne fenomeno spagnolo quello che per molti è stato sinora il match più bello della stagione.

L’ex n. 1 del mondo juniores aveva iniziato l’anno reduce da un periodo complicato, in particolare la stagione scorsa nella quale non era riuscito a proseguire nel trend di crescita – sia a livello di risultati che di classifica – degli anni precedenti. Entrato tra i top 50 ad agosto 2019, Miomir aveva raggiunto il best ranking di n. 39 (migliorato di una posizione dopo i risultati di Indian Wells e Miami) poco più di un anno dopo, grazie al primo titolo ATP conquistato sulla terra rossa di Kitzbuhel nel settembre 2020. Ma da lì la faccenda si era complicata. Prima con un finale di stagione in cui non era riuscito a passare più di un turno negli altri sei tornei disputati, poi con un 2021 deludente, come certificato dallo score stagionale di 14 vittorie e 26 sconfitte dopo che i due precedenti anni da “pro” a tempo pieno lo avevano visto concludere con un saldo positivo tra vittorie e sconfitte. Delusione acuita dal fatto che a partire da maggio, dal Roland Garros in poi, per Miomir i set decisivi erano diventati tabù. Dopo la sconfitta al quinto set nel secondo turno dello Slam parigino contro il connazionale Djere, in cui si era trovato avanti due set a zero, il giovane belgradese aveva infatti perso al quinto anche negli ultimi due Major stagionali ed in nove dei dieci match al meglio dei tre in cui era andato al terzo, l’ultimo dei quali l’amarissima sconfitta 13-11 nel tie-break decisivo in Coppa Davis contro Kukushkin.

Sì la scorsa stagione è stata dura, non è andata come speravo, ma chi lo sa, magari mi tornerà indietro in questa” aveva dichiarato ad inizio stagione il giovane belgradese, dando la sensazione di essersi lasciato alle spalle le amarezze del 2021. E professando, spiegandone i motivi, un certo ottimismo dopo il lavoro fatto in off-season con il suo nuovo coach, un grande ex come David Nalbandian, subentrato nella scorsa stagione allo storico allenatore di Miomir, il croato Miro Hrovatin. “Sono molto più preparato fisicamente e penso in maniera diversa in campo. Questo è l’aspetto su cui, più di tutti, ha influito David. Prima giocavo solo in un modo e se qualcosa non funzionava non avevo altre opzioni: un piano B, un piano C… Adesso ho diverse soluzioni a cui affidarmi”.

 

E che qualcosa in Miomir fosse cambiato si era iniziato a notare già a Melbourne, dove aveva sfruttato il corridoio lasciato libero dal forfait obbligato di Djokovic spingendosi sino agli ottavi di finale, prima di inchinarsi a quella vecchia volpe di Gael Monfils. Risultato assolutamente non scontato, sia per il potenziale carico emotivo da gestire pensando alle aspettative in patria per il fatto di aver “preso il posto” di Nole, sia perché i suoi precedenti risultati Slam (mai oltre il secondo turno) non inducevano certo all’ottimismo. E se sul primo aspetto “Misha” (il suo soprannome in Serbia, ndr) aveva negato di avvertire una pressione particolare nel ritrovarsi lì dove avrebbe dovuto trovarsi il suo fenomenale connazionale, sul secondo invece aveva ammesso che cominciava a non essergli indifferente. “Questa cosa mi ronzava in testa, giocavo gli Slam da tre anni e avevo sempre perso al secondo turno. Mi sono tolto un peso dal cuore, finalmente ho superato il secondo turno.

Vediamo se riesco a mantenere questo livello, spero di riuscirci” aveva dichiarato ai giornalisti serbi lasciando Melbourne. Viste da lontano, le due successive sconfitte con Francisco Cerundolo sulla terra sudamericana in febbraio (a cui si aggiungeva quella contro il cileno Tabilo) erano apparse ai più critici come i segnali che la performance di Melbourne non era stata che un fuoco di paglia. Invece a posteriori assumono un’altra valenza, sia in considerazione dell’exploit – anche grazie al supporto della dea bendata – del tennista argentino con la semifinale raggiunta a Miami, sia perché evidenziano come Miomir si sia messo in gioco sulla terra, superficie che nonostante la vittoria a Kitzbuhel non ha mai amato particolarmente ma che si è reso conto essergli necessaria per ampliare il bagaglio tecnico e tattico e fare un salto di qualità. Ha infatti saltato Montecarlo per recuperare dalle fatiche del Sunshine Double (10 partite disputate in totale, solo Alcaraz ne ha giocate di più, 11), ma tornerà sul mattone tritato già dalla prossima settimana, nel torneo di casa: l’ATP 250 di Belgrado.

Da quanto visto sul cemento USA, spiccano alcuni aspetti del “nuovo” Kecmanovic. Sicuramente la condizione fisica: battagliare alla pari per due ore e mezza con Alcaraz sotto il sole (e l’umidità) della Florida non è da tutti. Ma non è solo una questione di fisico: come aveva spiegato a inizio anno, Miomir adesso gioca in modo diverso. Se prima con i colpi ricercava prevalentemente la profondità, attraverso la quale indurre all’errore dell’avversario, ora il tennista di Belgrado cerca di sfruttare il campo anche in ampiezza, giocando con maggiore angolazione. Ed è diventato più aggressivo, soprattutto con il dritto, cercando di essere lui a conquistare il punto senza attendere – come faceva spesso in passato – l’errore dell’avversario. Grazie anche al supporto di una prima di servizio che sta diventando un’arma importante (81 ace nei primi quattro mesi del 2021, quando il suo record in un anno sono i 166 fatti nel 2019).

Forse però il salto di livello più importante è stato a livello mentale. Kecmanovic ha sempre avuto la tendenza a lamentarsi un po’ troppo tra un punto e l’altro quando le cose in campo non giravano per il verso giusto e a scivolare nella spirale di un body language negativo. Non che questo comportamento sia sparito del tutto, ma la sensazione è che ora riesca a circoscrivere mentalmente la cosa e a resettare, senza portarsi dietro strascichi emotivi nei punti successivi e soprattutto cercando di mantenere un linguaggio del corpo positivo. Lo ha ammesso anche lui: “In campo dimostro più voglia ed energia, “mordo” di più – sono riuscito a svoltare nel modo giusto a livello mentale”. A proposito di svoltare: tornando al discorso dei set decisivi, quest’anno il suo score nei match finiti al terzo è di 5 vittorie e 4 sconfitte.
Già, sembra proprio ci sia un nuovo Miomir Kecmanovic in circolazione. Ed ha più di un piano…

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: storia di Gojo, il Borna che non ti aspettavi

Alle finali di Davis la Croazia sperava nel rientro di Coric. Invece il protagonista è stato un altro Borna, Gojo, che l’ha portata sino in finale. Proprio lui, quello che non avrebbe dovuto fare grandi cose e che alla Coppa Davis preferisce lo scudetto dell’Hajduk, la squadra di calcio in cui sognava di giocare da bambino

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Borna Gojo - Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo Reuters)

Fino ad una settimana prima dell’inizio delle finali di Coppa Davis, in Croazia ritenevano che le possibilità della loro nazionale di ben figurare fossero legate al tanto atteso rientro in campo di Borna Coric. Fermo da fine marzo per un problema alla spalla destra per il quale a maggio si era resa necessaria un’operazione, l’ex n. 12 del mondo avrebbe dovuto affiancare un Marin Cilic che negli ultimi mesi aveva dato segni di risveglio (finale a Mosca prima e 20° titolo in carriera a San Pietroburgo poi) e la coppia n.1 al mondo Mate Pavic – Nikola Mektic: una squadra che agli occhi dei tifosi croati avrebbe avuto qualche buona carta da giocare, considerando anche il fatto che il 25enne zagabrese è sempre stato un giocatore in grado di alzare il suo livello di gioco quando ha difeso i colori della nazionale. Purtroppo però, a pochi giorni dall’inizio della fase a gironi il capitano croato Vedran Martic comunicava il forfait di Coric, tornato ad allenarsi ma non ancora in condizione di essere competitivo. A quel punto forse neanche i supporters più accaniti avrebbero scommesso anche solo una kuna (la moneta croata, il cui controvalore è di circa una quindicina di centesimi di euro) sulle possibilità di un exploit croato.

Ed invece è andata a finire che Martic ed i suoi ragazzi sono arrivati ad un passo dalla conquista della terza insalatiera, fermati solo dalla imbattibile corazzata russa di Medvedev, Rublev e Karatsev (e Khachanov). Ed il merito è stato proprio di Borna. Ma non quello atteso da tutti, bensì l’altro Borna del tennis croato: quello meno famoso, Gojo. Il 23enne spalatino era arrivato a Torino da n. 279 del mondo, pressoché sconosciuto al grande pubblico come capita di frequente ad un giocatore mai entrato nella top 200, e avendo battuto solo un top 100 in carriera (e neanche uno dei più noti: il belga Bemelmans, best ranking n. 84, nelle qualificazioni a Winston-Salem nel 2017). Ed ecco che anche lui, come il suo omonimo connazionale, si è trasformato nel classico “animale da Davis” e tra Torino e Madrid di top 100 ne ha battuti ben tre – Popyrin (n. 61), Sonego (n. 27) e Lakovic (n. 33) – trascinando la Croazia in finale (anche se non va dimenticato il fondamentale contributo di Pavic e Mektic, che hanno vinto quattro doppi su quattro). Ma questa ormai è storia nota.

Riavvolgiamo allora il nastro e partiamo dall’inizio della storia. Un inizio che racconta di un ragazzino di Spalato che, come la stragrande maggioranza dei ragazzini della città dalmata, sognava di giocare a calcio nell’Hajduk, la squadra della città ed una delle più titolate della Croazia (18 titoli nazionali, tra jugoslavi e croati, in bacheca). Ma a dodici anni, per uno dei classici motivi che a quell’età portano a cambiare sport (“l’allenatore mi faceva giocare poco”) il giovanissimo Borna abbandona il sogno di diventare un beniamino del Poljud – lo stadio dell’Hajduk – e inizia a giocare a tennis. Poco dopo la storia racconta che al torneo d’esordio Borna vince il tabellone di consolazione, cosa che sorprende non poco gli addetti ai lavori spalatini considerato che molti dei suoi avversari, coetanei, aveva iniziato a colpire palline di feltro giallo da molto più tempo di lui: a Spalato in genere si inizia a giocare a tennis attorno ai 6 anni, infatti, non a 12. Ma non era l’unica cosa sorprendente del giovanissimo tennista: mancino naturale, Gojo aveva infatti deciso di giocare con la destra. Decisione molto radicale, ma, da quanto si dice, pare che il giovane Borna fosse uno che quando si metteva in testa una cosa, fosse difficile fargli cambiare idea. La storia prosegue e grazie al costante supporto – anche finanziario – della famiglia, passando per le mani di un paio dei migliori allenatori spalatini il ragazzino che voleva giocare nell’Hajduk si trasforma in un promettente tennista. Si allena seriamente (anche se non è mai stato un patito dell’allenamento) e diventa un giocatore molto solido, tanto che arrivano le sponsorizzazioni tecniche di Head e Lotto. Ma… C’è un ma. Borna viene ritenuto bravo, ma non bravissimo. Non viene cioè considerato un tennista dotato di un talento tale da poter fare grandi cose.

 

A questo punto, la storia ha una svolta. Borna, diciassettenne, decide infatti di fare un passo importante, chissà se anche per dimostrare che quello che pensano di lui è sbagliato. Con la mamma e la sorella maggiore si trasferisce a Zagabria, dove le condizioni per allenarsi sono migliori che a Spalato (tanti campi indoor che consentono di allenarsi con continuità anche d’inverno, molti sparring partner di ottimo livello). Scelta che si rivela azzeccata, anche grazie al nuovo sodalizio con il coach ed ex “pro” Lovro Zovko. Tanto da conquistare l’anno dopo, nel maggio 2016, il campionato croato juniores senza perdere un set. Insomma, il ragazzo inizia a dimostrare che qualcosina è capace di farla…

Borna Gojo – Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Diego Souto/Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Passano pochi mesi e la storia cambia ancora ambientazione. Finita la stagione senza particolari squilli in singolare a livello Future (una finale, persa, mentre in doppio le finali sono ben quattro, di cui due vinte), Borna decide di attraversare l’oceano e di affrontare l’esperienza del tennis universitario alla Wake Forest University di Winston-Salem, nella Carolina del Nord. Altra scelta che si rivela azzeccata. Nel 2018, da n. 1 della squadra, Gojo trascina (20 vittorie e 3 sconfitte) la Wake Forest University al primo titolo NCAA della sua storia e arriva in finale nel campionato individuale. L’anno dopo Wake Forest sfiora il bis, sempre con Gojo grande protagonista (13 vittorie e 4 sconfitte). Non male, per uno che non era ritenuto capace di fare grandi cose…
Nota a margine: pare plausibile che Vedran Martic abbia tenuto conto di questi numeri quando ha deciso di schierare Gojo come secondo singolarista a Torino – oltre che alla sua maggior propensione alle superfici rapide rispetto all’altro singolarista Nino Serdarusic – e quindi di come avesse già dato ampia dimostrazione di essere un giocatore che si esalta quando gioca per un team.

Gli ottimi risultati lo spingono a tentare subito la strada del professionismo (nel frattempo è arrivato in premio anche l’esordio in Davis, nella fase a gironi delle finali 2019), rinunciando all’anno da “senior” a livello universitario. L’obiettivo era questo sin dall’inizio dell’avventura americana, ma stavolta la scelta non paga a breve termine come accaduto con le precedenti, poiché il già di per sé tortuoso cammino iniziale tra i “pro” viene reso ancor più complicato dall’esplosione della pandemia. E a complicarlo ulteriormente ci si è messo nel 2021 anche un infortunio che ne ha compromesso il rendimento per buona parte della stagione, dopo un inizio che prometteva bene (due sconfitte per 7-6 al terzo contro avversari di rango superiore, Popyrin al primo turno dell’ATP 250 Melbourne 2 e Laaksonen all’ultimo turno delle qualificazioni dell’Australian Open).  Al quale va aggiunto anche il cambio di allenatore, con la separazione da Zovko con cui aveva ripreso a collaborare in maniera stabile al rientro in Europa. Così quella top 200 che sembrava molto vicina nell’ottobre 2020 (era n. 217) e poi di nuovo nello scorso settembre (n. 208, best ranking) deve ancora attendere. Ma a giudicare dalle parole del suo ex coach – con il quale i rapporti sono rimasti ottimi, tanto che sono rimasti in contatto anche se nel frattempo il posto del 41enne zagabrese al fianco di Gojo è stato preso da una leggenda del tennis croato come Goran Prpic, ex n. 16 ATP ed ex capitano di Coppa Davis e Fed Cup – è solo questione di tempo, soprattutto dopo l’exploit in Coppa Davis. “Sinora gli è mancata solo la continuità, quest’anno anche a causa dell’infortunio. Ma è maturato come giocatore, lo hanno visto tutti. Deve continuare ad avere un approccio professionale e ad avere anche nel circuito lo stesso grado di motivazione di quando gioca in nazionale. Lui, inoltre, è sempre stato molto critico verso se stesso. Ma se sinora aveva dei dubbi sul suo gioco, ora non deve più averne.

La storia di Borna Gojo riparte da qui. Ma non senza tornare per un momento là dov’era cominciata. Dato che alla domanda se avesse preferito vincere la Coppa Davis o vedere l’Hajduk vincere il campionato croato di calcio, Gojo aveva risposto senza esitazione “che l’Hajduk diventi campione”. Spiegando che “ho giocato a tennis negli ultimi 11 anni, ma è tutta la vita che sogno che l’Hajduk vinca il campionato.” L’ultimo titolo della squadra spalatina risale infatti al 2005, quando Borna aveva solo 7 anni. Considerato che tra i protagonisti di quella vittoria ci furono il 19enne spalatino Tomislav Busic, top scorer in campionato, ed il 18enne Mladen Bartulovic, centrocampista mancino titolare, chissà, forse oggi magari avremmo raccontato un’altra storia e quelle di Gojo e dell’Hajduk sarebbero andate diversamente se un allenatore avesse creduto che una giovane mezzapunta mancina di Spalato fosse capace di fare grandi cose…

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Nei Dintorni di Djokovic: non ci resta che Nole

Djokovic si ferma ad un passo del Grande Slam. Ma a parte lui, nessun tennista proveniente dai paesi dell’ex Jugoslavia è arrivato al terzo turno a New York. E il futuro non promette molto, in particolare in campo maschile

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Novak Djokovic - US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Tutte le luci erano, giustamente, puntate su di lui: Novak Djokovic. Dopo la conquista dei primi tre Slam stagionali, il suo tentativo di realizzare il Grande Slam, 52 anni dopo Rod Laver, e al contempo superare gli eterni rivali Federer e Nadal per numero di Major vinti, ha chiaramente monopolizzato l’attenzione degli addetti ai lavori. Nole si è fermato proprio ad un passo dal traguardo, sconfitto in finale da un grandissimo Daniil Medvedev e dalle tante, troppe, fatiche fisiche, mentali ed emotive di queste due settimane. Forse potremmo dire di questi due ultimi mesi, poiché già dopo la vittoria di Wimbledontutto il mondo del tennis (e non solo) ha cominciato a parlare sempre più insistentemente del suo possibile Grande Slam.

La sconfitta non gli ha permesso di realizzare un’impresa leggendaria a livello sportivo, ma questo non toglie nulla alla grandezza del fuoriclasse belgradese. Anzi, per come è avvenuta ha addirittura aggiunto qualcosa, con quelle lacrime che non è riuscito a trattenere al cambio campo e durante la premiazione (e poi anche nella conferenza stampa con i giornalisti serbi, quando ha parlato della sua famiglia), che hanno fatto capire fino in fondo a tutti quale enorme turbinio di emozioni abbia dovuto gestire internamente nell’ultimo periodo, mentre sul campo doveva affrontare i migliori giocatori al mondo. Soprattutto, ci permettiamo di dire, a coloro che sinora per svariati motivi – più o meno plausibili – ne avevano spesso sminuito le gesta sportive o enfatizzato i difetti e le reazioni talvolta non ineccepibili. Ma un atleta non raggiunge certi risultati se oltre alla tecnica, al fisico ed alla testa non ci mette il cuore e, come Nole suole spesso dire, l’anima. Ecco, forse domenica sera in tanti sono finalmente riusciti a vedere l’anima di Novak Djokovic.

Le eccezionali gesta del fenomeno serbo hanno fatto passare un po’ sotto silenzio, da quelle parti, il fatto che il resto della truppa proveniente dai paesi dell’ex Jugoslavia ha salutato molto presto New York. Ad esclusione del n. 1 del mondo, infatti, nessun tennista di quelle zone è riuscito a raggiungere il terzo turno a Flushing Meadows. Un dato preoccupante, soprattutto se confrontato con il recente passato. Quest’anno, per capirci, Dusan Lajovic e Donna Vekic erano arrivati agli ottavi a Melbourne e Filip Krajinovic (portando Medvedev al quinto set) e Kaja Juvan al terzo turno; Tamara Zidansek in semifinale e Polona Hercog e Laslo Djere al terzo turno a Parigi; a Wimbledon nessuno a parte Nole era approdato alla seconda settimana, ma in tre (Marin Cilic, Aljaz Bedene e Kaja Juvan) al terzo turno.

 
Dusan Lajovic

Se andiamo a vedere com’era andata lo scorso anno a New York, il dato è ancora più sconfortante. In campo maschile, oltre a Nole squalificato negli ottavi, Borna Coric era arrivato sino ai quarti, Marin Cilic e Filip Krajinovic al terzo turno; mentre nel femminile Petra Martic agli ottavi e Donna Vekic al terzo turno. Vediamo nel dettaglio, nazione per nazione, quanto male è andata, per tutti, questa edizione dello US Open.

SLOVENIAAssente Aljaz Bedene, che ha dovuto rinunciare in quanto ancora alla prese con gli strascichi dell’infezione da Covid-19 contratta a luglio, ormai da tempo rimasto l’unico a difendere in maniera continuativa a livello Slam i colori della nazione subalpina in campo maschile, erano invece tre le tenniste slovene impegnate a Flushing Meadows. Subito eliminata Polona Hercog (contro Kvitova), hanno passato un turno Tamara Zidansek e la giovane Kaja Juvan, prima di cedere rispettivamente, in maniera netta, a Sabalenka e Collins.

CROAZIAAncora ai box Borna Coric dopo l’operazione alla spalla destra della scorsa primavera, sono usciti subito sia Marin Cilic che Ivo Karlovic. Il vincitore dell’edizione 2016 è stato costretto al ritiro per la prima volta in carriera a partita in corso, al suo 868esimo match, ennesimo segnale del declino del campione di Medjugorje. Karlovic il suo comunque l’aveva già fatto qualificandosi per il main draw a 42 anni. Potrebbe essere stato l’ultimo Slam per il gigante di Zagabria, che ha detto che deve valutare se proseguire o meno, considerato che la sua classifica lo costringe a giocare a livello Challenger.

In campo femminile, nonostante la sconfitta al primo turno, è arrivato qualche buon segnale da Donna Vekic, che dopo gli ottavi raggiunti a Melbourne si è dovuta operare al ginocchio destro ed è rientrata solo a fine maggio al Roland Garros. Senza l’aiuto della dea bendata, se andiamo a vedere i sorteggi a livello Slam dove ha sempre incontrato prestissimo una delle prime dieci del seeding: a Parigi e a Wimbledon aveva trovato Pliskova, rispettivamente al primo e al secondo turno, a New York ha dovuto affrontare subito Muguruza. A una top 60 (top 40 prima di Parigi) poteva andare decisamente meglio. Di positivo, dicevamo, c’è comunque la prestazione, dato che la spagnola ha avuto bisogno di due tie-break per vincere; di negativo il fatto che Donna ha perso i punti dei quarti di finale 2019 (non aveva giocato lo scorso anno) ed è scivolata ai margini della top 100 (n. 98), dove i sorteggi non possono certo migliorare.

Seconda parte della stagione da dimenticare per Petra Martic, che dopo la semifinale agli Internazionali d’Italia non è più riuscita a vincere due match di fila. Neanche a New York, dove dopo la vittoria sulla qualificata ungherese Galfi è stata fermata dalla ex connazionale, ora australiana, Ajla Tomljanovic (insieme, giovanissime, vinsero il loro primo torneo di doppio ITF a Zagabria, città natale di Ajla). Poco da rimproverare ad Ana Konjuh, che continua il suo percorso di riavvicinamento alle posizioni in classifica che occupava stabilmente prima del lungo stop a causa dei problemi al gomito destro. La tennista di Dubrovnik ha infatti superato con autorità i tre turni delle qualificazioni, prima di incocciare al primo turno in una delle grandi rivelazioni del torneo, la 18enne finalista canadese Leylah Fernandez. E da questa settimana Ana è la seconda croata in classifica (n. 82 WTA), dopo Petra Martic, avendo scavalcato Vekic: sorpasso curiosamente ratificato dalla vittoria nello scontro diretto di lunedì al primo turno del WTA di Portorose.

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Donna Vekic e Ana Konjuh – WTA Portorose (fonte: Twitter)

MONTENEGROAnnata complicata anche per Danka Kovinic, a causa di un infortunio al polpaccio che ha compromesso la stagione sulla terra e le ha fatto saltare quella sull’erba. Rientrata a metà agosto, con due sconfitte al primo turno nei due tornei disputati a Chicago, la 26enne di Cetinje è ben lontana dalla sua forma migliore e quindi non sorprende la sconfitta contro Kristyna Pliskova, proveniente dalle qualificazioni.

SERBIA – Di Djokovic abbiamo già parlato. L’altra testa di serie serba del tabellone maschile, la n. 32 Krajinovic, è uscita subito di scena, sconfitto in quattro set da Pella. Lajovic non ha sfruttato una grossa occasione per bissare gli ottavi di Melbourne. Dopo la vittoria all’esordio con Paire, “Dule” è andato in vantaggio per due set a uno e si è procurato due palle break consecutive nel settimo gioco del quarto contro Gojowczyk, ma poi ha subito la rimonta del giocatore tedesco, che nel turno successivo ha poi superato senza grossi problemi Laaksonen. Non sorprende la sconfitta di Djere contro Kudla, ben più attrezzato di lui sul cemento. In crisi di risultati il giovane del gruppo, Miomir Kecmanovic, che non vince due match di fila dall’ATP di Belgrado di aprile. Il 22enne belgradese chiude con un 0-4 la sua campagna sul cemento americano, fermato da una delle rivelazioni di questa estate, il 26enne francese Rinderknech che lo ha superato al quinto (e che Miomir aveva battuto proprio negli ottavi a Belgrado).

Nel singolare femminile, sorteggio sfortunato per Nina Stojanovic, che si è trova subito di fronte la tds n. 2 e futura semifinalista Sabalenka, alla quale è riuscita a strappare il secondo set al tie-break prima di crollare nel terzo sotto i colpi della bielorussa. Sconfitta che le è costata l’uscita dalla top 100, dove era l’unica serba. Niente da fare anche per Ivana Jorovic, entrata grazie al ranking protetto dopo l’anno di stop tra settembre 2019 e settembre 2020 in seguito all’operazione al gomito e ancora alla ricerca della forma migliore, sconfitta nettamente al primo turno da Osorio Serrano. Sfuma anche il sogno di Olga Danilovic di giocare sull’Arthur Ashe, contro Naomi Osaka (e viste, purtroppo, le difficoltà della campionessa giapponese, chissà come sarebbe andata a finire), fermata da un virus influenzale dopo aver superato le qualificazioni e la wild card statunitense Park al primo turno.

UN FUTURO NON ROSEO, MA UN PO’ ROSA

Considerato che Djokovic dal maggio prossimo sarà un over 35 e non è cosa di poco conto, anche per un atleta integro e che ha sempre curato alla perfezione il suo fisico come lui (anche se, metabolizzata la sconfitta di New York, l’obiettivo di diventare il tennista con il maggior numero di Slam vinti in campo maschile sarà probabilmente la motivazione che lo spingerà, nonostante gli anni che passano, a cercare di continuare a migliorarsi ancora per aggiungerne altri nella sua bacheca di Belgrado), e che l’altro campione Slam di quelle zone, Marin Cilic, ne compie 33 a fine mese ma, come dicevamo, pare sul viale del tramonto già da un po’, la situazione in campo maschile, pensando al futuro, appare preoccupante. Soprattutto perché chi doveva assicurare la successione o almeno non farli rimpiangere troppo (beh, con Nole ovviamente è dura…) non sta mantenendo le promesse.

In Serbia si sperava in Miomir Kemanovic, che sebbene sia ancora giovanissimo (ha appena compiuto 22 anni) da un po’ sembra in una fase di stallo. A Zagabria invece si confidava su quel Borna Coric che tre anni fa, prima di compierne 22,  batteva due volte di fila Federer (una in finale ad Halle), era protagonista del trionfo in Davis e arrivava al n. 12 del ranking mondiale. Oggi Borna non ha ancora 25 anni, ma è tormentato dagli infortuni e il suo best ranking è rimasto quelli di tre anni fa (ora è n. 51, ma con tanti risultati 2019 in scadenza nei prossimi mesi). E non è che ci sia molto all’orizzonte: il miglior under 21 serbo è il ventenne Marko Miladinovic, n. 666 del ranking, seguito dal 18enne Medjedovic, n. 679.

Ai croati va un po’ meglio grazie a Duje Ajdukovic, vent’anni come Miladinovic, ma ben più in alto in classifica (n. 255) che ha già fatto vedere qualcosa di buono, come il secondo turno all’ATP di Umago dove ha impegnato un top 50 esperto come Ramos-Vinolas. Comunque niente di particolarmente esaltante, sia considerato che lo zagabrese è appena 24esimo nella classifica NextGen, sia ricordando che il suo concittadino Borna Coric quando aveva la sua età era lui stesso un top 50. Meglio sorvolare su Slovenia (un 17enne con un punto ATP) e Bosnia-Erzegovina (un 20enne con due punti ATP, un 20enne e un 16 enne con uno), dove bisogna sperare che Bedene e Dzumhur, anche se quest’ultimo sta già facendo fatica a mantenersi a livello di top 100, tirino la carretta ancora per un po’.

In campo femminile le prospettive appaiono, potenzialmente, migliori. Ci sono due belle giovani promesse, come la slovena Kaja Juvan e la serba Olga Danilovic (che insieme hanno vinto il doppio juniores a Wimbledon nel 2017) anche se entrambe stanno stentando un po’ a fare il salto di livello (al momento sono fuori dalla top 100). E se da una parte è vero che hanno appena vent’anni e quindi si può dare loro ancora un po’ di tempo, dall’altra il fatto che praticamente ad ogni Slam spunti fuori una teenager fenomenale (se non due, come Raducanu e Fernandez a New York), qualche perplessità su dove entrambe possano effettivamente arrivare comincia a insinuarsi tra gli addetti ai lavori.

Olga Danilovic – WTA Palermo 2021 (courtesy of tournament)

La Serbia per il resto pare non avere moltissimo su cui contare per sperare di rinverdire i fasti del duo Ivanovic-Jankovic. Vero che Nina Stojanovic ha appena 25 anni ed Ivana Jorovic uno in meno (e due anni fa era arrivata in top 100 prima dei problemi al gomito) ma per entrambe già la top 50 sembra essere un obiettivo, seppur realistico, abbastanza sfidante. E che ci sono addirittura una decina di giocatrici dai 21 anni in giù in classifica, sebbene nessuna oltre la figlia di “Sasha” tra le prime 500 al mondo.

La Slovenia sta indubbiamente meglio, dato che invece contare per il prossimo futuro anche sulla semifinalista di Parigi, Tamara Zidansek, che ha solo 23 anni ed è n. 34 WTA, e nel complesso ha una mezza dozzina di giovani, tra le prime 650 al mondo.

Tralasciando la trentenne Petra Martic (come fatto con la coetanea Polona Hercog per la Slovenia), in campo croato ci sono un paio di nomi che potrebbero dire la loro per qualche anno. Donna Vekic, alla fin fine, ha appena compiuto 25 anni e quest’anno ha pagato lo stop a causa del ginocchio, ma a inizio anno era attorno alla trentesima posizione ed è stata n. 19. Ana Konjuh di anni ne ha solo 23, di fatto ne ha persi due a causa dell’infortunio, e come detto si sta pian piano avvicinando ai suoi livelli di gioco precedenti (e ricordiamoci che anche lei è stata una top 20, seppur per poco). Ma già che ci siamo – mal che vada ci siamo sbagliati, ma speriamo di no, innanzitutto per loro – tra le sei giovani croate in classifica segnaliamo la 15enne Petra Marcinko, che a New York è arrivata ai quarti del tabellone juniores, e la 18enne Tara Wurth, che ha appena vinto un ITF da 25.000$ a Trieste e ha fatto un balzo in classifica di oltre cento posizioni (ora è n. 377). E come sappiamo, Raducanu docet, dalla vittoria di un ITF a quella di uno Slam possono anche passare meno di due anni…

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