Nei dintorni di Djokovic: la ricetta di Borna

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: la ricetta di Borna

A novembre Coric aveva parlato del suo 2017 un po’ sottotono, dichiarando di voler far tutto il possibile per cercare di sfruttare tutto il suo potenziale. Detto, fatto: sotto l’ala protettrice di Ljubicic, ora è anche lui un Piatti-boy

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L’avevamo preannunciato che qualcosa di grosso stava bollendo in pentola per Borna Coric. E così è effettivamente stato: il giovane tennista croato ha completamente rifatto il suo staff. A curare i suoi interessi sarà d’ora in poi la società di management S.A.M. di Ivan Ljubicic, che già segue il ceco Thomas Berdych. Il rapporto di amicizia e di stima tra Coric e Ljubicic è di lunga data: sin da quando, sedicenne, Borna si è affacciato nel circuito, Ivan è stato prodigo di consigli nei suoi riguardi. Un rapporto tale da far dire a Borna “Avevo pensato anch’io a Ivan”, quando due anni fa stava cercando il sostituto di Thomas Johannson e si seppe che l’ex tennista originario di Banja Luka avrebbe sostituito Stefan Edberg a fianco di Sua Maestà Roger Federer. E visto che nel ruolo di coach “Ljubo” è per l’appunto impegnato con Mister 19 Slam, in qualità di manager a chi poteva pensare come coach ideale per il suo nuovo assistito? Ovviamente a colui che è stato il suo allenatore per tutta la sua carriera e al quale è ancora profondamente legato: Riccardo Piatti, che accompagnò il tennista croato sino al n. 3 della classifica mondiale nel 2006, dietro solo a quei due fenomeni assoluti che erano (e sono) Roger Federer e Rafa Nadal.

Con questo cambiamento è indubbio che il 21enne tennista di Zagabria abbia voluto dare una svolta alla sua carriera, dopo un paio di stagioni in cui la sua crescita a livello di gioco e di risultati non è stata certo quella che ci si attendeva da lui quando nel 2014 fu premiato come “Star of Tomorrow ATP” e concluse la stagione a ridosso dei primi cento al mondo, a diciotto anni appena compiuti.

Se ci limitiamo al 2017, notiamo come in termini di classifica l’anno di Coric sia terminato esattamente come era iniziato: al n. 48 del ranking. Da una parte è positivo, perché per il terzo anno consecutivo si è confermato tra i primi cinquanta giocatori del mondo, risultato mai scontato. Dall’altra, invece, rappresenta comunque un campanello d’allarme, dato che il suo miglior ranking di fine stagione continua a rimanere quello di fine 2015 (n. 44) e quello assoluto rimane il n. 33 raggiunto per l’ultima volta nell’agosto dello stesso anno, ormai quasi due anni e mezzo or sono. Del suo 2017 complessivamente sottotono e della sua volontà di riscatto per la prossima stagione, Coric ha parlato qualche settimana fa in un’intervista esclusiva rilasciata ad un giornale croato. Intervista che rimane attuale anche dopo le novità di cui abbiamo parlato prima. Anzi, queste ultime sono la conferma di quanto dichiarato dal talento croato in proposito alla sua volontà di fare tutto il possibile per sfruttare appieno le sue potenzialità.

 

Ma andiamo con ordine e vediamo cosa ha raccontato Coric al giornalista suo connazionale, davanti un piatto di pesce in un ristorante nel centro di Zagabria. A partire proprio da una valutazione di quel 48esimo gradino  della classifica ATP, ben lontano dall’obbiettivo dichiarato ad inizio anno di entrare nei top 25“Alla fine è andata bene aver finito in questa posizione del ranking. Sicuramente mi aspettavo di più da questa stagione. Credo che nel tennis la classifica di fine anno rispecchia come uno ha lavorato e giocato nel corso dell’anno”.

In effetti è andata bene, anche e soprattutto grazie alla prima vittoria in un torneo ATP (Marrakech) e ai quarti di finale raggiunti poco dopo al Masters 1000 di Madrid, risultati che gli hanno consentito di recuperare un bel po’ di posizioni in classifica, tanto che dal n. 79 dove era sprofondato a metà aprile dopo un bruttissimo inizio di stagione (mai oltre il secondo turno nei primi otto tornei), si è ritrovato al Roland Garros da n. 40 del mondo. E poi, tra alti e bassi, è riuscito alla fine a restare nei top 50. Quando parliamo di alti e bassi non è un modo di dire. Perché se da un lato abbiamo appunto la vittoria nel 250 in terra marocchina ed i quarti di finale nel 1000 madrileno, dall’altro registriamo anche ben 14 eliminazioni al primo turno su 27 tornei e due mancate qualificazioni al tabellone principale su quattro. Insomma, 16 volte su 29 Borna non è arrivato al secondo turno di un main draw. E nelle altre tredici occasioni, in otto casi si è proprio fermato al secondo turno. Risultati simili non posso sicuramente dare la serenità necessaria ad un giocatore, specie se ancora molto giovane. Ed in effetti uno dei tratti caratteristici e non proprio piacevoli del Coric sceso in campo quest’anno è stato il notevole nervosismo: probabilmente molti lettori ricorderanno i due episodi che lo hanno visto protagonista al Challenger di Irving e all’ATP 250 di Istanbul, dove ha distrutto la racchetta a furia di sbatterla ripetutamente contro il terreno di gioco. Un simile nervosismo è difficile possa venir lasciato negli spogliatoi dopo il match: è più probabile invece possa influenzare negativamente lo stato d’animo fuori dal rettangolo di gioco. “Molto, veramente molto. Io sono così, è non è un bene, ma dall’altro canto vuol dire che non mi è di certo indifferente quello che mi succede in campo. Ma è sicuramente un qualcosa che vorrei cambiare”.

In questo ottovolante che è stato il 2017 di Borna, tra i momenti da ricordare c’è stata anche la vittoria contro Sascha Zverev agli Us Open, che in molti davano addirittura tra i favoriti dello slam newyorchese dopo la conquista del Masters 1000 di Montreal. E non è stata l’unica contro dei top ten in stagione, dato che ha anche battuto Dominic Thiem a Miami e addirittura il n. 1 del mondo Andy Murray a Madrid. Giunge perciò spontaneo chiedersi come sia possibile che Coric sia in grado di battere per ben tre volte dei top ten e allo stesso tempo  riesca a perdere così tante partite (diciotto) contro giocatori sopra la cinquantesima posizione mondiale. “Vorrei saperlo anch’io” inizia a rispondere, sorridendo, Coric. ”Io sono uno che analizza molto i propri match. Ad esempio, quella vittoria contro Nadal a Basilea nel 2014. Quella veramente non ha alcun significato, la qualità del mio gioco non fu elevata. Lo stesso vale per la vittoria contro Murray a Dubai nel 2015. Giocai bene, ma non in modo eccezionale, e nemmeno il mio livello a quel tempo era tale da consentirmelo. Di conseguenza, capita che dopo dei simili risultati le persone si aspettano che io batta il n. 50 al mondo senza problemi. Ma quei risultati non rispecchiavano la realtà. La qualità del mio gioco non era quella attuale e si sono dovute incastrare un bel po’ di cose per permettermi di arrivare al n. 33 del ranking”.

Il concetto di Borna è chiaro: nei top 100 non ci sono avversari facili, soprattutto se li incontri quando sono in giornata. “Ci sono molti ragazzi che posso diventare top 20, ma per diversi motivi non lo sono. Prendiamo ad esempio il mio match contro Kukushkin, nelle qualificazioni di Madrid. Non è stato normale come abbiamo giocato in quell’occasione. Quando sono uscito dal terreno di gioco non ero arrabbiato (perse 7-6 6-3, poi fu ripescato come “lucky loser”, ndr), perché sapevo che meglio di così non avrei potuto giocare“. Insomma, ogni partita a quei livelli è una battaglia: di colpi, di fisico, di testa, di nervi. E al tennista croato sono sempre state riconosciute, sin da quando è entrato giovanissimo nel circuito, delle doti di “fighter” non comuni. Doti confermate anche dai dati statistici 2017 dell’ATP: come la prima posizione nella classifica della percentuale di palle break sulla terra rossa e l’ottava in quella assoluta (subito dietro ad un certo Roger Federer). A me piace la pressione. Talvolta questo nervosismo non ti favorisce, ma sulla palla break o sulla parità sul 5-5, non è possibile per me non provare quella sensazione”.

Certo è che sarebbe meglio non trovarsi nella situazione di dover affrontare delle palle break a sfavore. Nonostante i dati ATP lo diano al n. 24 assoluto nel serve rating, Borna sostiene che la cosa potrebbe essere dovuta proprio al suo servizio. O meglio, a qualcosa che manca al suo servizio: la velocità“Batto con molto effetto, sia in slice che in kick, e questo automaticamente mi consente di avere un maggior margine di sicurezza. Ma nell’ultima parte della stagione, le ultime 3-4 settimane per intenderci, non ho servito praticamente mai sopra i 200 km/h. Uno con il mio peso e la mia altezza deve servire almeno a 205-210 km/h”. Una cosa che sicuramente non ha funzionato come si deve quest’anno è il rovescio bimane, il colpo migliore del suo repertorio. Che secondo Coric rappresenta anche quell’arma che molti ritengono manchi al suo gioco: il colpo “pesante” con cui portare a casa vincenti con continuità. “Sono convinto che sia il colpo su cui si basa il mio gioco, quello che mi permette di crearmi il punto, ed è anche la mia arma più grande”.

Se il rovescio è un po’ mancato, ma è comunque una certezza del suo bagaglio tecnico da cui sa di poter ripartire, permangono problemi sull’altro lato, quello del diritto. Il colpo in genere più efficace nel repertorio di un giocatore di alto livello, nel caso di Borna continua a non essere un fondamentale dotato della pesantezza necessaria a fare veramente male ai suoi avversari. Qualcuno sostiene che ciò sia dovuto anche al fatto che la destra non sia la sua mano naturale (Borna in molte cose usa la sinistra, ad esempio per mangiare, ma sin da piccolo ha impugnato la racchetta da tennis con la destra. Insomma, il percorso inverso a quello di Nadal…). Lui al riguardo vede solo la necessità di apportare gli opportuni aggiustamenti tecnici“La mano sinistra mi si apre troppo presto nel dritto!” risponde, per poi scendere in dettaglio nell’analisi del dritto degli altri giocatori e finendo, per far capire bene le differenze, a simulare il dritto di Djokovic. Se la questione è prettamente tecnica, allora non poteva finire in mani migliori di quelle di Piatti. Lo stesso Ljubicic, infatti, ad inizio carriera aveva nel dritto il suo tallone d’Achille e con il coach comasco lavorò tantissimo proprio su quel colpo (chi tra i lettori è un istruttore di tennis o un appassionato di tecnica probabilmente ricorderà anche una serie di DVD realizzati diversi anni fa da Piatti proprio sulla costruzione tecnico-tattica del dritto di Ljubicic), tanto da renderlo affidabile ad altissimo livello.

Ma un altro aspetto del gioco in cui Coric deve assolutamente migliorare è sicuramente la risposta al servizio, dove i suoi dati non sono per niente entusiasmanti: 69esimo a livello di return rating ATP.  Con molti punti in cui non si superano i 3-4 colpi, la solidità alla risposta è essenziale“Ah sì, me ne stavo dimenticando. Sì, c’è tanto da sistemare anche lì. Nello smartphone ho quasi 1 GB di filmati di mie risposte da analizzare! Per prima cosa, devo iniziare a rispondere di più in alle prime, rimetterle in campo, non importa come. Mentre sulla risposta alla seconda devo essere più aggressivo. E non posso stare troppo dietro, come Nadal o Wawrnika… Loro da lì colpiscono la palla più forte di quanto faccia io da più vicino”.

Ci sono perciò ancora molti margini di miglioramento. Un miglioramento che però, come dicevamo, negli ultimi due anni non è stato così marcato come un po’ tutti si aspettavano. Un motivo potrebbe essere la mancanza di continuità nel lavoro svolto, legata ai molti cambi di allenatore. Negli ultimi tre anni si sono infatti avvicendati in quattro sulla panchina di Coric: Zeljko Krajan, Thomas Johansson, Miles Maclagan ed IvoAncic. Senza contare Kristijan Schneider, che lo ha seguito nell’ultima parte del 2017. “Non bisogna essere dei geni per concludere che tutto questo è eccessivo. Ma le persone non sanno che solo uno di questi l’ho licenziato io… Naturalmente perché non ero soddisfatto. Io non accuso mai l’allenatore per i miei risultati. Guardo sempre e solo al fatto se sono migliorato o no con il lavoro fatto”. Borna ci tiene però a sottolineare che le ultime due annate sono state anche pesantemente condizionate dall’infortunio al ginocchio, che lo ha costretto ad operarsi nel settembre dell’anno scorso e dal quale ha recuperato con fatica. “Dall’agosto dell’anno scorso fino a giugno non c’è stato match cui non abbia dovuto prendere degli antidolorifici”.

Visto il quadro complessivo, diventa un po’ più chiaro comprendere come mai nell’ultimo biennio il giovane zagabrese non abbia avuto la fiducia necessaria per arrivare ad essere costante nei risultati. “In certe situazioni la fiducia mi cala rapidamente. Tanto da non sentire bene la palla neanche in allenamento. Di conseguenza, quando affronto un primo turno sono sempre insicuro. Mi mancano proprio quelle vittorie contro i giocatori tra la 40esima e la 80esima posizione mondiale, Se riesco a cambiare questo trend il prossimo anno, allora non mi devo preoccupare quando arrivo a giocarmi una partita di cartello. Mi do solo l’opportunità di giocare contro i migliori.” Nella sua analisi, Borna si lascia andare anche ad una riflessione sulla sua precoce esplosione nel circuito. Che non sempre rappresenta un fattore positivo per la crescita di un giovane giocatore. “Forse se non fossi arrivato in alto così presto e così velocemente, probabilmente oggi sarei un giocatore migliore. Ho pensato che sarebbe stata una logica conseguenza, ma non va così, nemmeno un po’”. Probabilmente non hanno aiutato in tal senso neanche le aspettative che quella sua improvvisa ascesa ha generato. “Sì, sicuramente aspettative ce n’erano, da parte mia e anche da parte degli altri, perché sembrava normale che nell’arco di due anni io potessi battere gente che vince i tornei del Grande Slam. E che quindi se perdi da un Kukushkin allora non vali nulla”.

Si riparte perciò – ma stavolta senza alcun acciacco fisico – con lo stesso obiettivo della passata stagione: la top 25. E per quanto riguarda i suoi obiettivi, anche a lungo termine, è indubbio che il giovane croato sappia bene cosa vuole. “Non giocherò mai a tennis per i soldi o per diventare famoso. Gioco perché voglio potermi guardare allo specchio a fine carriera e dire: ‘Ok, hai fatto veramente tutto quello che era nelle tue possibilità’. Ora che questo alla fine significhi essere n. 1, 5, 15 o 50, non lo so… Vedremo. Ma farò veramente tutto il possibile, questo è sicuro”.

In questo momento, “tutto il possibile” è rappresentato da Riccardo Piatti e ed il suo team composto da Dalibor Sirola e Claudio Zamaglia, oltre al già citato Schneider che continuerà seguire Borna come vice di Piatti. Il 59enne allenatore lombardo negli ultimi anni ha portato Ljubicic e Raonic al n. 3 del ranking ed ha fatto ritrovare la top ten a Richard Gasquet. Di certo è una delle miglior scelte in assoluto che il Borna di oggi potesse fare. Con l’augurio che, anche grazie a questa scelta, il Borna che verrà possa quel giorno guardarsi allo specchio con serenità.

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Nei dintorni di Djokovic: Misha e Miro, dallo Smrikva Bowl agli Slam

Non ci sono solo Djokovic e Ivanisevic. Un altro sodalizio tecnico serbo-croato sta infatti funzionando alla grande nel circuito maschile, quello tra il giovane talento belgradese Miomir “Misha” Kecmanovic e il suo coach Miro Hrvatin. Tutto ebbe inizio nel 2009, durante un torneo under 10 a Pola

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Miomir Kecmanovic e Miro Hrvatin (fonte: atptour.com)

Miomir Kecmanovic è oggi una delle grandi promesse del tennis mondiale. I quarti a Indian Wells nel 2019, la finale ad Antalya (sconfitto da Lorenzo Sonego) e infine la semifinale alle NextGen Finals (anche qui fermato da un azzurro, Jannik Sinner) sono i punti più alti di una stagione 2019 che nella seconda metà ha visto il 20enne tennista di Belgrado entrare stabilmente tra i primi sessanta giocatori del mondo. L’inizio del 2020 lo ha visto compiere un ulteriore passo in avanti con l’ingresso tra i top 50 (attualmente è n. 47), grazie soprattutto alle due semifinali raggiunte nei 250 di Doha e Delray Beach, e diventare così un nome ancor più noto tra gli appassionati. Chiaramente tra gli addetti ai lavori il nome di Kecmanovic era conosciuto già da qualche anno, con i primi riflettori puntati addosso alla fine del 2016, quando raggiunse il vertice delle classifiche mondiali juniores dopo aver conquistato per la seconda volta consecutiva il più prestigioso torneo mondiale juniores, l’Orange Bowl, e in Serbia si iniziò a parlare di lui come del nuovo Novak Djokovic. E, come spesso capita, furono tante le similitudini che si cercarono allora tra il percorso di crescita dell’attuale n. 1 del mondo e quello del giovane connazionale per rafforzare tale convinzione.

A tale proposito, dallo scorso luglio c’è un curioso punto in comune tra le loro carriere. Cioè da quando Djokovic ha deciso di avvalersi del supporto come coach di Goran Ivanisevic. Kecmanovic, infatti, da diversi anni viene seguito da un allenatore croato, Miro Hrvatin.Intervistato da un quotidiano del suo paese, il 40enne coach di origine istriana (è di Valbandon, un paesino del comune di Fasana, a una decina di km da Pola), ha raccontato la storia della collaborazione con quello che, secondo la classifica ATP, è attualmente il terzo under 21 più forte al mondo (dietro ai canadesi Shapovalov e Auger-Aliassime e davanti a Sinner). Logicamente la prima cosa che è stata chiesta a Hrvatin è stata proprio quella di spiegare come mai un giovane tennista belgradese abbia deciso di farsi seguire da un allenatore della penisola istriana. “Conosco Miomir dal 2009, quando aveva nove anni e partecipò allo Smrikva Bowl, un torneo internazionale under 10 che si tiene in Croazia, a Stignano in provincia di Pola”.

Torneo nato nel 1996, lo Smrikva Bowl annovera tra i suoi vincitori Dominic Thiem (nel 2004) e Petra Martic (nel 2001) e tra i partecipanti diversi top 100. Per curiosità, noi di Ubitennis siamo andati a vedere il tabellone di quello Smrikwa Bowl del 2009, e quello di Kecmanovic non è l’unico nome conosciuto. Il serbo perse nei quarti, sconfitto dall’italiano Samuele Ramazzotti (grande promessa a livello juniores, n. 1 al mondo under 14  e vincitore del famoso torneo “Petit As” nel 2013, battendo in finale proprio Kecmanovic), che poi  batté in semifinale un altro nome oggi noto, Alejandro Davidovich Fokina, che nei quarti aveva avuto la meglio sull’attuale n. 26 del mondo, Alex De Minaur. In tabellone c’era un altro NextGen che oggi fa parlare di sé ad alti livelli, Alexey Popyrin, che perse al secondo turno con il futuro vincitore, lo spagnolo Alvaro Regalado (da giovanissimo grande promessa del tennis iberico). Il torneo istriano è il punto di partenza del racconto di coach Miro.

“Durante quel torneo facemmo diversi allenamenti, poi quell’anno tornò con la zia per le vacanze estive e per allenarsi. Anche negli anni successivi venne per una settimana di vacanza e allenamenti, fino a quando all’età di 13 anni non partì per l’Accademia di Bollettieri a Bradenton, in Florida. In quel periodo interrompemmo il nostro rapporto, per poi riprenderlo e lavorare con continuità già da quando Miomir giocava i tornei under 18”.

 
Orange Bowl 2016 – Miomir Kecmanovic

Considerando le polemiche sorte in Serbia quando Djokovic ha deciso di inserire Ivanisevic nel suo staff, è stato altrettanto logico chiedere se anche il fatto che la più grande speranza del tennis serbo avesse un allenatore croato abbia creato qualche problema simile. “Sono i genitori (medici molto noti in Serbia, ndr) quelli che si fanno carico della maggior parte delle spese e quindi sono loro che decidono chi è l’allenatore. Quella della nostra collaborazione è stata una storia bella sin dall’inizio e non ci sono stati problemi. In generale nello sport ci sono diversi esempi nei quali c’è un legame tra persone dell’ex Jugoslavia. Non ci sono barriere linguistiche, abbiamo la stessa mentalità”. Interessante notare come quest’ultimo aspetto sia stato sottolineato anche da Ivanisevic nel parlare del suo rapporto con Nole.

Ivan Ljubicic collabora con Roger Federer, Goran Ivanisevic con Novak Djokovic, da poco Vedran Martic con Marin Cilic. Spontaneo chiedersi come mai i coach croati stanno andando per la maggiore nel circuito maschile. “Ivanisevic e Ljubicic sono dei veri e propri ‘brand’. Martic è da anni sulla scena e fa un ottimo lavoro. Miomir e io siamo agli inizi. Per quanto mi riguarda, posso dire che lavoro con il cuore e con il desiderio che riusciamo ad avere successo”.

Dato che di lui si sa poco, al coach di Pola è stato chiesto di raccontare qualcosa del suo passato tennistico. “La mia carriera di giocatore si è svolta interamente in ambito nazionale. Sono stato n. 2 croato a livello juniores e n. 4 a livello senior. Ho giocato e mi sono allenato con Ljubicic, Karlovic, Krajan… Ho vinto due volte in campionato nazionale a squadre (controllando sul sito ATP si scopre che si è comunque tolto la soddisfazione di conquistare un punto ATP, nel 2007, grazie al quale è entrato in classifica alla posizione n. 1494, ndr). La carriera da allenatore l’ho iniziata dalle mie parti, a Stignano, dove allenavo giocatori di tutte le età. Questo mi ha aiutato a migliorarmi come allenatore. Poi ho lavorato due anni in Cina, seguivo quattro ragazze che ai tempi erano le migliori a livello under 16 e under 18. Si è trattato di un’esperienza completamente diversa, che può comprendere del tutto solo chi ha lavorato lì. Ho imparato molto”.

Hrvatin ha poi parlato un po’ del suo allievo.. “Misha (il soprannome di Miomir, ndr) ha subordinato tutta la sua vita al tennis e per adesso sta andando bene. I genitori e la zia gli sono di supporto in questo. A Belgrado andiamo un paio di volte l’anno, per qualche giorno. In questo momento siamo in Florida, all’Accademia di Bradenton, e ci alleniamo qui, dove le condizioni sono ottime”. Kecmanovic si è allenato diverse volte con Djokovic e con Federer. A Hrvatin è stato quindi chiesto quanto sia importante per un giovane avere l’opportunità di allenarsi con simili fuoriclasse. “L’allenamento con giocatori così è di un’importanza enorme per la crescita, ti costringono a essere migliore. Si impara molto da questi allenamenti“.

Non poteva infine mancare una domanda sulla situazione che tutti stiamo vivendo, l’epidemia di coronavirus. “Nessuno era preparato a questo, quindi anche il mondo del tennis è rimasto scioccato. Tutto si è fermato. Non sappiamo nemmeno quando torneremo a giocare, quindi non è facile fare programmare lo stato di forma. Ma in questo momento non è così importante, l’importante è che sconfiggiamo l’epidemia e che le persone siano al sicuro“.

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Interviste

Nei dintorni di Djokovic: Goran Ivanisevic racconta Nole. “È già il più forte di sempre”

L’ex campione croato parla della collaborazione con il n. 1 del mondo (“Un perfezionista”), del rapporto con lui e Vajda (“Mi ha aiutato molto quando sono arrivato”) e di tanto altro. Come la caccia ai record (“A fine carriera i più importanti saranno suoi”) e il rapporto con il pubblico: “Ognuno tifa chi vuole, ma ci vorrebbe rispetto”

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Il 2020 è iniziato veramente alla grande per Goran Ivanisevic. L’ex campione croato, oggi coach del n. 1 del mondo Novak Djokovic, lo scorso gennaio ha ottenuto infatti due grandissime soddisfazioni: in rigoroso ordine di tempo, l’ammissione alla Hall of Fame del tennis e la vittoria del suo assistito all’Australian Open. Rientrato in Croazia, Goran ha rilasciato una lunga intervista esclusiva al quotidiano Jutranji List, in cui ha parlato dei suoi recenti successi, ma soprattutto ha parlato molto della sua collaborazione con Novak Djokovic. E di Novak Djokovic. Ma non solo, come leggerete nel seguito dell’articolo in cui vi proponiamo un’ampia sintesi dell’intervista.

La chiacchierata del campione di Wimbledon 2001 con il giornalista Vladimir Zrinjski inizia con i complimenti per lo Slam appena vinto da coach, con Ivanisevic che ha qualche dubbio su quanti Major abbia vinto in panchina. Sono due –  il recente Australian Open e lo US Open 2014 vinto da Marin Cilic – o tre, se si considera anche l’ultimo Wimbledon dato che la sua collaborazione con Djokovic è iniziata proprio durante quel torneo? “Non so se posso considerarlo oppure no, anche se lì è iniziata la storia. Ci sono argomenti sia a favore che contro, di sicuro questo si conta: sono già da un po’ di tempo nel team, ho seguito tutta la preparazione, ho assistito alla conquista”.

A seguire le congratulazioni per l’ammissione all’International Tennis Hall of Fame di Newport, anche se in realtà la notizia Goran l’aveva ricevuta a fine dello scorso anno – “Quindi direi che l’anno scorso è finito bene e questo è iniziato in maniera incredibile. Dovevo mantenere la notizia riservata, l’ho detto solo alle persone a me più vicine e al team, perché volevo lo sapessero da me e non quando arrivavano in Australia” – e la cerimonia ufficiale sarà solo tra qualche mese. “A luglio, e non è poi così lontano. E nel frattempo, ci saranno da fare un centinaio di cose all’improvviso. Adesso, ad esempio, mi hanno chiesto di recuperare per il museo cinque-sei ricordi della mia infanzia e della mia carriera. Per fortuna mio padre ha tenuto la racchetta e alcune magliette della vittoria di Wimbledon. Probabilmente darò loro anche una delle medaglie olimpiche” (Goran vinse la medaglia di bronzo sia in singolare che in doppio alle Olimpiadi del 1992, ndr).

 

Superati i convenevoli, si passa agli argomenti centrali dell’intervista: il suo punto di vista sulla vittoria di Djokovic a Melbourne, le sue impressioni su come sta procedendo la collaborazione con il fuoriclasse serbo, sul rapporto con Novak e il resto del team e il suo pensiero sul prosieguo della carriera del tennista belgradese.

Torniamo alla finale di Melbourne. Forse c’era meno tensione rispetto alla finale di Wimbledon, ma non potevate farvi mancare il quinto set…
Non direi ci sia stata meno tensione. Si è trattato di un match diverso, che non si ricorderà per la bellezza ma per i capovolgimenti di fronte. È girato su un paio di punti. Nole è partito benissimo, era in controllo e poi ha iniziato a non sentirsi bene. Ed è cambiato tutto. Secondo me il punto più importante è stato quello sull’uno pari del quarto set, palla-break per Thiem, quando Nole ha giocato un serve & volley neanche fosse in allenamento. Anzi, neanche in allenamento sarebbe stato così disinvolto, ha piazzato due volée incredibili. In quel momento ho visto che iniziava a sentirsi meglio e che era di nuovo in partita. Thiem si è innervosito, ha capito di aver perso l’occasione. E poi nel quinto set, il secondo punto più importante, subito dopo aver ottenuto il break: di nuovo una perfetta discesa a rete dopo il servizio, volèe profonda, Thiem sbaglia il rovescio lungolinea. Un po’ mi è dispiaciuto per Thiem, tanto che negli spogliatoi gli ho detto: ‘Guarda, se c’è qualcuno che sa come ti senti adesso, quello sono io’. E lui: ‘Lo so che lo sai, ma non aspetterò così a lungo come te per conquistare uno Slam!’ E io di rimando: ‘No, ne sono certo, non dovrai’. Perché lui è l’unico giocatore che quando è in allungo colpisce più forte di quando è in posizione normale. Vero, aveva Novak in pugno, ma Novak ha fatto qualcosa che io non ho visto fare da nessun altro. Com’è risalito dal baratro… come se avesse un pulsante, che quando lo schiaccia gli consente di ripartire da capo.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Come ha vissuto dalla tribuna quei punti decisivi?
Ho sempre creduto che Novak potesse girare il match, aspettavo solo il momento che accadesse. Lui questo ce l’ha dentro, è un vincente nato, persone così non vogliono perdere. Nole è geniale, ha costretto Thiem a pensare: ‘Ma… Ma sarà mica che la perdo, anche se sono così vicino a vincerla? Mi sta sfuggendo di nuovo’. L’unica cosa di cui ero certo era che il quinto set sarebbe stato dramma, perché non può andare diversamente quando ci sono io nei paraggi! Ma a quel punto se avessero giocato altri dieci set li avrebbe vinti tutti Novak.

Božo Maljković, ex grande allenatore serbo di basket (fu l’allenatore della favolosa Jugoplastika Spalato della fine anni Ottanta che schierava i due giovani fenomeni spalatini Tony Kukoc e Dino Radja, con cui vinse tre scudetti jugoslavi e due Coppe Campioni, ndr) oggi presidente del Comitato Olimpico serbo, ha ricordato di recente come una quindicina di anni fa, a Spalato, lei e suo padre gli diceste che a Belgrado c’era un ragazzino che sarebbe diventato il n. 1. E quando chiese cosa avesse Novak di diverso dagli altri, voi indicaste la testa.
Non dimenticherò mai la prima volta che giocai contro Nole, aveva 14 anni e mezzo, e quando sior Niko
(come Goran chiama affettuosamente, in dialetto spalatino, il grande coach croato Nikki Pilic, ndr) mi disse: ‘Vedi compare, mi taglio le p.… se questo non diventa numero uno’. Ed è qualcosa che si vede veramente. Ci sono ragazzi che giocano bene e ci sono quelli che hanno ‘quel qualcosa’. Qualcosa che non puoi comprare, o ce l’hai o non ce l’hai. Questo differenzia i campioni come Novak da quelli che saranno n. 20 o n. 30. Novak è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, uno con una mentalità simile non l’avevo mai visto. Questa è la qualità che lo contraddistingue ed è per questo che è il più grande. E cosa ancora farà vedere, tra i tornei che vincerà ed i record che batterà. Se prendete gli ultimi dieci anni, nessuno gli è nemmeno vicino.

Cosa nota di Djokovic adesso, dopo 7-8 mesi di collaborazione, e cosa non aveva percepito “da fuori”?
Vedo ancora meglio come si comporta in campo, fuori dal campo, negli allenamenti. Quelle piccole cose che impari a conoscere di ogni persona. Mi ero trovato molte volte nella situazione in cui il mio giocatore lo aveva dovuto affrontare. Quindi forse non sapevo tutto, ma lo seguivo e avevo notato molte cose. Sapevo in linea di massima cosa aspettarmi. Ma quando inizi a relazionarti con qualcuno quotidianamente, allora impari sempre, apprendi cose nuove. In questo Marjan (Vajda, ndr) mi ha aiutato tanto, è con lui da undici anni. Su alcuni particolari abbiamo opinioni diverse, ma sul tennis la pensiamo allo stesso modo. E qualcosa ho ascoltato e preso anche dal fisioterapista Miljan Amanovic. Torno sempre alla mia teoria che è fondamentale capire la mentalità della persona che alleni. E noi abbiamo la stessa mentalità, la stessa lingua, tutto è più facile. So cosa farei io in determinare situazioni. Anche Novak ragiona così, solo ad un livello più alto.

Capita che Novak voglia seguire una strada, Vajda un’altra e lei una terza?
Non capita di frequente. Io e Marjan in genere seguiamo la stessa direzione, solo Novak qualche volta non è soddisfatto di qualche colpo, quando noi pensiamo che non ce ne sia motivo. Ma in campo ci va lui e finché lui non è soddisfatto noi possiamo parlare quanto vogliamo. Ad esempio, in Australia prima del match contro Raonic ci dice che la risposta non va, non è soddisfatto, sta peggiorando. Io lo guardo: ma dov’è il problema? E allora abbiamo rintracciato Karlovic, che era ancora lì, perchè facesse il riscaldamento con lui il giorno prima dell’incontro . E Novak rispondeva come se ‘Karlo’ servisse da 500 metri di distanza. Era soddisfatto, ma non del tutto. E poi arriva al match con Raonic e risponde senza problemi a uno che gli serve a 220-230 km/h. Novak è un perfezionista e fino a quando non sente tutti i colpi come vuole, non è soddisfatto.

Vajda, Djokovic e Ivanisevic

Si può fare un confronto tra la collaborazione con Novak e quella con Raonic, con il quale ha detto di aver avuto difficoltà a comunicare?
No, non si può, perché con ogni giocatore si comunica in modo diverso. Per Raonic il problema non è mai stato il tennis. Da quel punto di vista è un top 5, un top 10, il problema è che non riesce a rimanere tutto intero per un mese, senza infortunarsi. E la comunicazione, l’accettare e il provare cosa gli viene proposto. Una grande cosa di Novak è che prova tutto quello che gli proponi. Non deve per forza essere giusto, ma lui prova. Se non funziona, si passa oltre. Cerca sempre degli elementi nei quali possa migliorare. È più facile comunicare con una persona che da te cerca dei consigli, invece che con qualcuno che tace e devi arrampicarti dentro la sua testa per stabilire un contatto. Ogni cosa è una sfida, ma alla fine conta solo il risultato e quanti match vince.

Capita che Novak vi sorprenda con qualcosa che voi non avete pensato?
Forse certi dettagli li vede in maniera diversa rispetto a me e Marjan. È molto interessante notare quanto segua il tennis. Durante la notte si ricorda di qualcosa e ci manda un messaggio chiedendoci se l’abbiamo visto. Un esempio è prima della finale con Thiem, osservava come si lancia la palla nel servizio, più a sinistra se serve esterno, a destra se serve alla ‘T’. E su tutti i dettagli vuole essere sicuro, sicuro di non aver tralasciato niente che gli potrebbe costare in partita. Incredibile quanto tennis guardi, come confronta le partite precedenti… Guardavamo Thiem e Zverev e già ipotizzavamo gli scenari, cosa fare se vince uno, cosa se vinceva l’altro. Ci sediamo a cena, scherziamo, ma in realtà siamo già con la testa alla partita.

In Australia ha dichiarato che desidera essere presente quando Novak diventerà il più grande della storia. Potrebbe accadere già il prossimo anno?
Potrebbe. Non credo che Novak giocherà ancora cinque anni, anche se ha dentro di sé ancora cinque anni buoni.

Pensa che possa averne abbastanza?
Quando otterrà questi record, tutto è possibile. Potrebbe superare Federer per numero di settimane al n. 1 già dopo lo US Open, e per numero di Slam vinti il prossimo anno. Quest’anno lo potrebbe eguagliare, ma dovrebbe vincere tutti i restanti tre. E se li vincesse tutti e tre ecco che farebbe qualcosa che è riuscito solo a Rod Laver. Ripeto, per me è già adesso il più forte tennista della storia. Quando è centrato, preparato e sano, non c’è nessuno migliore di lui. Su tutto questo si tireranno le somme alla fine della loro carriera (riferito a Federer, Nadal e Djokovic, ndr), deciderà la gente, ma penso che Novak sarà il migliore in tutte le categorie più importanti.

I media è da un po’ che sono fissati con questa sfida, chiedono spesso a Novak quanto sia importante per lui…
Ma sì, la cosa ha un po’ stufato, ma sicuramente per lui conta molto. Non vuole di sicuro essere ricordato come il tennista che ha giocato più finali. Lui, Federer e Nadal sono dei vincenti, gente che in ogni Slam viene per vincere. Non è che questa sfida lo stressi, ma ci pensa. E quando ‘sta bene’ di testa, allora sa di essere il favorito nel 99,9% dei tornei. Solo Nadal ha un piccolo vantaggio a Parigi, perché comunque è il ‘suo’ torneo.

Il palmares dei Big Three dopo l’Australian Open

Cosa ne pensa del rapporto di Novak con i tifosi, di cui si è parlato molto all’inizo della stagione? Prima all’ATP Cup, dove Nadal si è lamentato del pubblico, e poi all’Australian Open. Il papà di Novak dopo la finale ha dichiarato di non aver capito perché il pubblico tifasse per Thiem.
Ci sono diverse teorie su questo. L’ATP Cup è andata benissimo perché c’erano molti tifosi serbi. Non so cosa abbia innervosito Nadal, forse qualcuno gli urlava prima del servizio, ma l’atmosfera era fantastica. Per quanto riguarda l’Australian Open, non so perché questa situazione si ripeta. Ma sposo la tesi che Federer e Nadal hanno iniziato prima e si sono creati la loro base di tifosi. E non è che adesso quei tifosi cambiano e si mettono a tifare per Novak. Lui ha il suo pubblico di sostenitori. Non mi ha disturbato il fatto che abbiano tifato per Dominic, volevano che un ragazzo che si era impegnato e che è un ottimo tennista conquistasse il suo primo Slam. Ma in qualche occasione è troppo evidente che non apprezzano e non rispettano l’uomo che ha vinto più Australian Open nella storia. E a Wimbledon la situazione è stata simile.

Boris Becker dopo Wimbledon ha usato proprio queste parole, che i tifosi dovrebbero apprezzare di più la grandezza di Novak.
Questo mi dà fastidio, che non lo apprezzino come persona. Non posso costringere qualcuno a tifare, tifa pure per l’altro, non mi interessa, ma mostra rispetto. Questo è il problema maggiore, lo avevo notato già prima. Come allo US Open 2015, quando in semifinale battè Marin e in finale 20.000 persone tifarono per Federer. E a quel punto, la ‘lucida follia’ di Novak. Lui è come se si estraniasse dalla situazione, quando qualcuno del pubblico lo fa arrabbiare, gioca ancora meglio. Come se volesse tappargli la bocca. Anche se sarebbe bello gli fosse riservato un trattamento migliore. Si tratta di una persona che ha dato veramente tanto al tennis. Ha creato una Fondazione, investe costantemente su di sé e nello sport, niente per lui è un problema… Per questo dovrebbero rispettarlo di più.

Le è mai capitato di giocare con tutto lo stadio contro?
Non in questo modo. Forse se avessi avuto i cinque minuti, allora avrei avuto tutti contro di me perché si sarebbero resi conto che ero andato in cortocircuito. Ma quanto vedi che uno lotta e si impegna… Mi sembra che qualsiasi cosa Novak faccia, non vada bene. Mentre gli altri, qualsiasi cosa facciano è ok, a loro si perdona tutto, non importa se sono Federer e Nadal. Di Novak si analizza qualsiasi piccolezza, sia positiva che negativa. Come in finale, quando ho sentito fischiare perchè è uscito dal campo. Ma chi farebbe finta in una finale? Vuoi vincere e dai tutto quello che hai. Una finale è una finale. Ha provato di tutto, è rientrato in partita ed ha vinto perché lui ha una testa incredibile.

Può cambiare questo atteggiamento nei suoi confronti?
Sinceramente non lo so, ma più no che sì. Ma Novak va avanti, ha le persone che gli sono vicino e i suoi tifosi che saranno sempre con lui. E se qualcuno avrà qualcosa da criticare, la cosa migliore è che si estranei. Alla fine conterà quanto uno avrà vinto, non quanti tifosi ha avuto.

Scommetterebbe su Thiem come prossimo nuovo campione Slam?
Ce ne sono diversi, ma sì, scommetterei su di lui. Sia a Parigi che allo US Open. Sull’erba probabilmente no, anche se non si sa mai. È un grandissimo lavoratore. E quel discorso dopo il match ha dimostrato quanto sia solido quel ragazzo. Non è facile perdere per la terza volta una finale Slam e tenere un discorso subito dopo.

Anche questo è qualcosa che lei ha vissuto.
Sì, l’ho vissuto. Tanto di cappello. Se qualcuno dall’alto sta guardando, sicuramente lo premierà.

La sconfitta più bruciante della carriera di Ivanisevic, quella
contro Agassi nella finale di Wimbledon 1992

Concorda con McEnroe che sostiene che ai giocatori più giovani manca una forte mentalità, prendendo ad esempio Nadal che “morde” su ogni punto?
Ognuno ‘morde’ a modo suo. E di Nadal ce n’è uno solo, uno così non nascerà più. La gente non comprende le specificità dei tornei del Gradne Slam. Sono due settimane, sette partite, significa due tornei in uno. I giovani lungo questo percorso vengono eliminati, un po’ come se si sopravvalutassero. Non sono ancora maturi, giocano bene uno, due, tre, anche cinque match e poi si bloccano. Hanno bisogno ancora di tempo per giocare bene con continuità. Per questo voto per Thiem, che da questo punto di vista sta migliorando sempre di più. Medvedev ha giocato molto male con Wawrinka. Da Tsitsipas mi aspettavo molto, ma Raonic lo ha impallinato. Molto male anche Shapovalov. Stanno arrivando e saranno difficili da affrontare, ma per un motivo o per l’altro ancora si perdono quando è il momento di alzare i giri del motore.

L’intervista non poteva concludersi senza dare con Ivanisevic uno sguardo al tennis croato maschile. A partire dalle voci che a fine anno volevano il 48enne coach spalatino quale successore di Zeljko Krajan sulla panchina della nazionale di Coppa Davis (“Ne hanno parlato in tanti, ma non ho mai detto di essere pronto a farlo. Sono troppo concentrato sul mio lavoro attuale”) ed alla scelta, invece, del suo ex allenatore Vredan Martic:“Avevo fatto io il suo nome e sono contento che abbia accettato”. Per poi parlare del prossimo match di Davis contro l’India: “Non sarà facile, abbiamo un po’ sottovalutato l’India. Ho sentito che Borna Coric non ci sarà. Quindi non so quale sarà la formazione. Siamo favoriti ma non eccessivamente. Sarebbe bello vincere ed andare a Madrid perché si tratta di una bella iniezione finanziaria per la Federazione. E per i giovani che stanno crescendo, per aiutarli nel loro percorso di vita nel tennis“. Ed infine un’opinione sul periodo difficile che stanno vivendo i due migliori giocatori croati, Borna Coric e Marin Cilic, a cui per motivi diversi (per Borna è stato una specie di mentore sin dal suo esordio tra i professionisti, di Marin è stato il coach dal 2013 al 2016) è molto legato.

Già che ci siamo, parliamo di Coric.
Mi è difficile dire qualcosa. Lo prendevo sempre in giro perché ancora un po’ ‘usciva dallo schermo’ quando lo guardavo alla tv e finalmente lo scorso anno aveva cominciato ad essere più aggressivo, ad avvicinarsi alla riga di fondo, a servire veramente bene. E adesso è come se tutto questo fosse svanito nel nulla. È subentrata l’insicurezza, fa troppi errori non forzati, e lui è un lottatore che non ha mai regalato niente. Come se fosse stato preso dal panico. L’ho visto giocare in Australia, ha fatto troppi errori senza motivo. È troppo bravo come giocatore per non uscire da questa crisi, ma non c’è nessuna bacchetta magica che ti permetta di dire: ‘In questa data uscirò dalla crisi’. Spero che già a Rio giochi meglio e che sia in forma per Indian Wells e Miami.

Quanto lo ha disorientato la separazione da Piatti?
Ogni cambiamento ti disorienta. Perchè ogni allenatore porta qualcosa di nuovo oppure la stessa cosa te la mostra in modo diverso. Martin Stepanek è fantastico come allenatore e come persona, veramente, spero che questa collaborazione duri a lungo e abbia successo. Non so perché si sia separato da Piatti, è vero però che prima che accadesse aveva giocato bene. Per un periodo ha espresso un tennis veramente di alto livello. Non è svanito, nessuno può portartelo via, ma da solo devi ritrovare la forma. Deve scattargli il ‘clic’, io sono un esempio perfetto per lui in questo senso. Lui è quello che prende le decisioni in campo. Mi dispiace perché considero Borna un fratello più giovane, ma non ho paura, ne uscirà fuori e riprenderà il posto che gli spetta.

Borna Coric e Goran Ivanisevic nel 2015

Marin Cilic pian piano sta tornando?
Ho guardato anche lui in Australia e posso dire che era da tempo che non lo vedevo esprimere un tennis di qualità come contro Bautista. Nell’ultimo anno ha veramente fornito delle brutte prestazioni. Il suo non è un problema di tennis, il suo è di una qualità superiore, deve solo trovare la persona che lo ‘resetti’. Che gli restituisca certe cose in modo che possa di nuovo riprendere la strada giusta. Si è un po’ perso, ma il suo tennis è da top ten, non c’è dubbio. È strano vedere un giocatore con quei colpi fuori dal seeding di un torneo. Già a Dubai al primo turno potrebbe incontrare Djokovic… Spero che per Indian Wells migliori la classifica almeno per rientrare tra le teste di serie. È difficile, sei sempre ad inseguire qualcosa, poi rimani indietro… Prima trova l’allenatore che lo sappia indirizzare, meglio sarà per lui. Perché da solo non ce la fa. Ha delle fiammate, ma non è costante.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic Down Under: Sweet Home Australia, la seconda casa di Nole

Risveglio di Cilic a parte, pochi gli squilli dei rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia all’Australian Open. Ma c’è lui: Novak Djokovic, che in finale rimonta Thiem e si laurea campione per l’ottava volta

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Diciotto i rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia presenti nei tabelloni di singolare dell’edizione 2020 dell’Australian Open. Ecco la sintesi – con commenti e dichiarazioni –  del loro percorso, dal primo turno delle sette in campo femminile e degli undici in quello maschile all’ottava vittoria (in sedici partecipazioni) di Novak Djokovic.

SINGOLARE FEMMINILE

PRIMO TURNO – DANKA, CHI SI RIVEDE
In campo femminile partiamo, noblesse oblige, con la Croazia, che aveva entrambe le sue rappresentanti tra le teste di serie. Ambedue superavano in scioltezza il match di esordio. Petra Martic, n. 13 del seeding, si imponeva agevolmente(6-0 6-3) sulla statunitense McHale, mentre Donna Vekic (n. 19) aveva la meglio in due set (6-3 6-4, rimontando nel secondo set da 1-4 sotto) su Maria Sharapova, con una prestazione convincente che confermava gli ambiziosi propositi per il 2020 della 23enne di Osijek.

Come capita spesso da qualche Slam a questa parte, è stata la Slovenia ad avere il maggior numero di rappresentanti nel tabellone femminile tra i paesi balcanici: a Melbourne erano in tre le giocatrici provenienti dalla nazione subalpina. La n. 1 slovena Polona Hercog esordiva con una convincente vittoria (6-3 6-3) sulla svedese Peterson, che la sopravanzava di quattro  posizioni in classifica ad inizio torneo (n.44  Peterson, n. 48 Hercog). Bella vittoria anche per Tamara Zidansek, che superava con un doppio 6-3 la wildcard coreana Ni-I Han. Chiudiamo la pagina slovena con la 19enne Kaja Juvan, che non ha fatto in tempo a festeggiare la prima qualificazione al main draw dell’open australiano che ha subito una dura lezione (6-1 6-1) dalla coetana Yastremska, n. 23 del seeding. Potrebbe apparire preoccupante un simile divario da una giocatrice di soli 6 mesi più “grande”,  ma c’è da ricordare  che in termini di esperienza Kaja paga pegno rispetto alle maggior parte delle sue coetanee presenti nel circuito.

 

Per lei infatti il 2020 sarà la prima stagione in cui si dedicherà al 100% al tennis: i più attenti alle vicende WTA ricorderanno infatti che lo scorso anno, il primo nel circuito maggiore, dopo essersi qualificata nel tabellone principale del Roland Garros e di Wimbledon – dove costrinse Serena Williams al terzo set – saltò lo US Open per concentrarsi sugli esami di maturità. Una scelta che aveva destato più di qualche perplessità nell’ambiente, ma che la teenager slovena ha difeso anche all’inizio di questa stagione, avendo dato priorità a concludere con successo la scuola superiore e ritenendo importante avere un percorso di crescita graduale (“Non mi cambierei con Coco Gauff” ha detto, rispondendo ad una domanda in merito, “anche se c’è da dire che gli statunitensi hanno un’altra educazione ed un‘altra mentalità. Mi piace crescere un passo alla volta perché ad ogni passo imparo qualcosa”) e con un equilibrio tra il tennis e il resto della sua vita: “Sono felice di come è andata. Ho sacrificato un po’ il tennis, ma intendo dedicarmici per i prossimi dieci anni della mia vita, aver perso qualche mese non farà una grossa differenza.

Una sola invece la rappresentante serba, Nina Stojanovic, subito eliminata dalla n. 30 del seeding Pavlyuchenkova, alla quale ha opposto una valida resistenza solo nel secondo parziale (6-1 7-5 il punteggio finale per la russa).  La 23enne di Belgrado è al momento anche l’unica top 100 del suo paese, complice il crollo in classifica dell’ultimo anno di Aleksandra Krunic e le difficoltà di crescita di Ivana Jorovic e soprattutto di Olga Danilovic, a conferma che dalle parti di Belgrado la ricerca delle eredi di Ivanovic e Jankovic sarà ancora lunga.

Si è rivista dopo un bel po’ di tempo nel tabellone principale di uno Slam – mancava da Wimbledon 2017 – anche la montenegrina Danka Kovinic,  tornata in pianta stabile nella top 100 dal novembre scorso dopo quasi tre anni di assenza. La 25enne di Cetinje vi era uscita infatti nell’aprile  2017, dopo che solo 14 mesi prima – era il febbraio del 2016 – era addirittura riuscita ad entrare in top 50 e a conquistare poco dopo il pass per le Olimpiadi, un suo grande obiettivo, come aveva dichiarato a suo tempo. Danka non ha però ritrovato la vittoria in un main draw Major (l’ultima fu proprio a Melbourne, 4 anni fa): troppo forte Elise Mertens, che le ha lasciato solo due giochi. Ma chissà che per Danka tornare a respirare l’aria di uno Slam, e proprio all’inizio di un nuovo anno olimpico, non funga da ulteriore stimolo per continuare la risalita nel ranking e ricercare un ulteriore salto di qualità.

Donna Vekic – Australian Open 2020 (via Twitter, @DonnaVekic)

SECONDO TURNO – PETRA SI FERMA

Per Petra Martic le speranze di avvicinare ulteriormente la top ten svanivano al secondo turno, dove subiva la rimonta di Julia Georges, che aveva la meglio dopo tre lottatissimi set (4-6 6-3 7-5) e si portava sul 3-0 negli scontri diretti con la croata. Match che lasciava più di qualche rimpianto alla tennista dalmata, che non sfruttava tre palle break consecutive nel nono game per riaprire il secondo set e poi si è trovata a due punti dal match sul 5-4 a suo favore nel parziale decisivo, sempre sul servizio della tedesca. Sogni di gloria a livello ranking che, dicevamo, devono venire per il momento rimandati: i punti persi a Melbourne, dove lo scorso anno approdò al terzo turno, fanno anzi scivolare Petra di un gradino, alla posizione n. 15. Niente è perduto, però obiettivamente a Melbourne c’era l’occasione (al turno dopo avrebbe sfidato Riske, un match dall’esito non scontato, ma comunque alla portata) per bissare gli ottavi del 2018 e migliorare il best ranking. Poteva invece continuare a sognare Donna Vekic, che superava Alizé Cornet in due set (6-4, 6-2) con una prestazione veramente convincente, costellata da ben 38 vincenti.

Finiva al secondo turno anche l’avventura delle due slovene ancora in gara, Hercog e Zidansek, come era del resto prevedibile considerate le avversarie, rispettivamente la n. 1 del mondo Ashleig Barty e Serena Williams. Magari ci si sarebbe potuto aspettare qualcosina di più dei cinque game raccolti a testa, soprattutto da parte di Polona Hercog. Bisogna ricordare però che la 29enne di Maribor non è arrivata in buone condizioni allo Slam australiano, dato che la sua la preparazione è stata pesantemente condizionata da problemi alla schiena (“Negli ultimo periodo non ho giocato e non mi sono nemmeno allenata negli ultimi tempo, negli scambi lunghi non ne avevo. Se fossi arrivata qui ben preparata, ora sarei molto dispiaciuta, ma considerato tutto quello che mi è successo, l’esito è del tutto accettabile”), con i quali  a quanto sembra dovrà in qualche modo convivere (“Aggiungerò un fisioterapista al mio team, che viaggerà con me, sennò non è possibile”).

TERZO TURNO – DONNA SPRECA

Donna Vekic si lasciava sfuggire troppe occasioni – basta riportare la statistica “federiana” di un’unica palla break trasformata sulle nove avute a disposizione  – e doveva cedere in due set alla diciottenne polacca Swiatek. Indubbiamente la 18enne di Varsavia è una delle grandi promesse del tennis mondiale, ma il match era alla portata della 23enne croata, che non è riuscita a cogliere una buona occasione per raggiungere per la quarta volta in carriera gli ottavi Slam. E soprattutto a dimostrare che l’obiettivo della top 10 è effettivamente nelle sue corde. Obiettivo che ora si allontana un po’, poiché nonostante a Melbourne abbia fatto meglio dello scorso anno (si era fermata al secondo turno) la tennista di Osijek ha perso tre posizioni nel ranking in favore di chi ha fatto meglio di lei nel torneo, ovvero Mugurza (finale), Kontaveit (quarti) e Sakkari (ottavi).


PAG. 2 – I risultati del tabellone maschile

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