L'occasione di Seppi: tra Italia e Australia, momenti bui e luminosi

Editoriali del Direttore

L’occasione di Seppi: tra Italia e Australia, momenti bui e luminosi

Spesso sottovalutato, modello di impegno, serietà e continuità, che ha vissuto momenti duri e assai antipatici. Ma che ha sempre reagito alla grande, da uomo. Il sogno dei sei ottavi e… del primo quarto

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Australian Open: Seppi domina l’antipasto Davis, è al terzo turno
Karlovic replica a Seppi: “Non gli piace giocare con me? Sono contento!
Australian Open: Giorgi esce acciaccata, Fognini più forte del caldo

MELBOURNE – Colui che una volta parlava a stento l’italiano perchè in casa a Caldaro si parlava solo tedesco, colui che era un ragazzo introverso che rideva poco e parlava meno, colui che una volta fu accusato di essere un mezzo traditore della patria, il capo degli ammutinati del Bounty di casa nostra, un reprobo da costringere a venire alla Canossa dei tempi (5-7 marzo 2010 Nova Yardinia, Castellaneta Marina) in occasione della …mission impossible (ah ah) contro la Bielorussia del già vecchissimo Myrni e dell’inesistente promessa Ignatik soltanto per fare atto di pubblica sottomissione al capitano Barazzutti – che altrimenti sarebbe stato soi disant  “costretto” (?!) a  convocarlo e a farlo squalificare per il volere del grande capo Angelo Binaghi… ha raggiunto a un mese dai 34 anni e per il quarto anno consecutivo il terzo turno dell’Australian Open. Decisamente l’italiano che in Australia ha giocato meglio di tutti nel lungo periodo.

 

L’anno prima di quell’incontro con la Bielorussia e per un altro incontro di Davis contro la Slovacchia (Cagliari 2009), Seppi non aveva giocato perché aveva accusato un infortunio, peraltro non senza aver fatto presente insieme al resto della squadra ai dirigenti FIT che fra preparazione ai match, vari cerimoniali, partite e cambi di superficie poco compatibili con i tornei della settimana successiva e la programmazione ideale di un professionista… la FIT, anche a seguito del “caso” Bolelli, avrebbe dovuto mostrarsi più comprensiva riguardo alle obiettive difficoltà dei propri tennisti anziché limitarsi soltanto a sostenere in modo simil-talebano che “è un onore giocare in Coppa Davis e per la patria, e quindi chi non lo fa deve essere squalificato”.

Un anno prima un loro buon amico, Simone Bolelli, era stato squalificato da future convocazioni di Davis – una squalifica a vita “finchè io sarò presidente ma poi fortunatamente rimangiata (anche se il “ripensamento” avvenne soltanto quando Bolelli divorziò dall’”odiato” coach Pistolesi – per aver disertato un match a Montecatini contro la Lettonia. Nicola Pietrangeli, forse un tantino influenzato dal proprio incarico e da chi glielo aveva dato, arrivò a dire, a proposito della decisione di Bolelli che “è come se avesse sputato sulla maglia azzurra!”.

Ma tornando a Seppi’s story Binaghi aveva preso talmente male, e proprio nella sua città di Cagliari, quella presa di posizione che non era del solo Seppi, che in una clamorosa conferenza stampa convocata e tenuta a Roma il 10 marzo disse, a quanto riporta ancora oggi il sito di Repubblica.it (da cui ho ripreso qui pari pari il virgolettato), che Andreas “si era comportato così o perché è stato un inconsapevole strumento di un disegno criminoso (sic!) e lobbystico per la tutela di interessi privati, oppure perché era in totale stato confusionale da stress per dei risultati che ultimamente non sono stati eccezionali e per una condizione fisica non ottimale”.

Seppi, assai dignitosamente e senza cospargersi il capo di cenere per l’incongrua imposizione, sopportò il viaggio più disagevole che si possa immaginare – anche se otto anni fa non lo disse apertamente –  e si presentò a Castellaneta (da non giocatore) per un paio di giorni soprattutto per non dispiacere al suo allenatore di sempre Massimo Sartori che a quei tempi aveva una figlia che giocava benino a tennis e rientrava nei programmi tecnici federali…e si sa che mettersi contro la Fit di taluni personaggi finchè non si è già molto forti proprio non conviene.

Tutto questo che non so perché diavolo mi sia venuto il ghiribizzo di raccontare in questo frangente aussie è perché a tanti giovani che ci leggono manca probabilmente la memoria storica per fatti che hanno segnato un certo periodo e che avrebbero potuto anche destabilizzare un giocatore che invece ha dimostrato negli anni una grande solidità mentale, una grande serietà, una grande grinta pur in mancanza di un talento non eccelso, reagendo anche a situazioni difficili con grande dignità e orgoglio. E sempre rimettendosi negli anni successivi – dopo aver ben chiarito le cose –  a disposizione di Barazzutti e degli incontri di Davis.

Ora non c’è chi abbia incontrato Seppi anche per soli 5 minuti che riesca a intravederne le caratteristiche di un leader sobillatore, di capo degli ammutinati, né tantomeno di strumento di un disegno criminoso oppure di vittima di uno stato confusionale. Acqua passata. Per fortuna Seppi ha reagito da uomo vero a tutte quelle maldicenze ed è andato dritto per la sua strada. Sempre onorando tutto quel che c’era da onorare, soprattutto il rispetto per il prossimo. Di bravi ragazzi come Seppi ne ho conosciuti pochi.

L’Australian Open – torno a questo finalmente, tanto il riassunto di questo torneo oggi lo ha fatto in modo molto più divertente Davide Orioli – è un torneo nel quale Andreas Seppi ha centrato gli ottavi in due degli ultimi tre anni e in tre degli ultimi cinque e potrebbe farlo per la quarta volta se riuscisse a venire a capo di quella “rottura di coglioni” – è proprio il sempre più disinvolto Andreas ad averla definita così – di Ivo Karlovic, il più alto dei top-100 con i suoi 2 metri e 11 cm, che sfiorano con braccio, racchetta e saltino, il secondo piano di una casa, diciamo i 5 metri.

Karlovic viaggia verso i 38 anni e verso il record immortale degli ace, avendo già distaccato il connazionale Ivanisevic (al quale il computer nega peraltro il calcolo dei primissimi ace). Intanto qui in due turni ne ha messi a segno 74. Muller che lo segue al secondo posto degli ace-men (non gli yes-men, attenti ai refusi) è indietro di appena una trentina di ace pur avendo giocato anche lui quattro ore con Jaziri. Ma per far fuori il “giap” Sugyta ci ha messo il suo tempo, cinque set con l’ultimo chiuso soltanto sul 12-10. Insomma a quell’età, e con le previsioni meteo che garantiscono i 38/39 gradi per venerdì, Ivone sarà forse anche un po’ stanchino. Almeno si presume. Fatiche del genere non si recuperano facilmente a una certa età

Sognare si può, anzi è sempre lecito, e non poco, perché anche se i giocatori giustamente non guardano mai oltre al prossimo avversario – è una ottima policy – beh tutte le teste di serie di quel settore sono saltate e chi vincerà fra Seppi e Karlovic dovrà affrontare il vincente fra il britannico Edmund (che dopo il sudafricano Anderson ha fatto fuori Istomin, giustiziere di Djokovic qui un anno fa) e il georgiano Basilashvili (vittorioso sul belga Bemelmans). Insomma, al momento dei quattro mi pare che Edmund, con quella castagna di dritto che si ritrova, sia il maggior candidato a un posto nei quarti di finale…ma e se ci riuscisse invece proprio il nostro Seppi?

Credo che sarebbe un meritatissimo premio alla carriera di Andreas che qui sta giocando il suo cinquantunesimo Slam consecutivo dopo essere stato – oltre che l’unico tennista italiano ad aver vinto tornei su tutte e quattro le superfici – per 13 anni consecutivi top-100 (best ranking n.18 il 28 gennaio 2013 appunto dopo quel suo primo quarto turno all’Australian Open) fino a che il 26 giugno 2017 si è improvvisamente ritrovato fuori dai 100 per due strapuntini: n.102 per ritornarci subito dentro e chiudere l’anno a n.86. Oggi è 10 posti più su: n.76.

Ma è proprio qui in Australia, su un tipo di cemento evidentemente diverso da quello americano sul quale Andreas non ha quasi mai brillato, che la sua carriera è stata contrassegnata da momenti particolarmente memorabili, anche se gli ottavi li ha raggiunti anche a Roland Garros 2012 e Wimbledon 2015. Il picco “tecnico” è stato quando nel 2015 giocò il match perfetto. Riuscì, servendo mirabilmente, e mantenendo quasi sempre l’iniziativa, ma con passanti che si infilavano anche nelle crune degli aghi, a battere per la prima volta dopo 10 sconfitte consecutive, un tal Roger Federer. Poi però, in ottavi, sciupò due set di vantaggio e un matchpoint in un match incredibile con Nick Kyrgios. Ma due anni dopo, cioè un anno fa ecco la grande rivincita, proprio con lo stesso Kyrgios che stavolta è lui ad andare due set avanti, a conquistare un matchpoint, a farsi rimontare. La pena del contrappasso di dantesca memoria, oppure se preferite un boomerang australiano. Poi però sulla strada di Andreas, battuto anche il belga Darcis, si parò un Wawrinka ben più in forma che a fine 2017 e quest’anno. Uno Stan The Man ancora volitivo e tenace che lo batte 76 76 76 facendo peraltro molto più fatica con Andreas in ottavi che con Tsonga nei quarti e riuscendo poi a impegnare per cinque set il futuro vincitore Federer in semifinale.

Qualche anno fa il papà di Goffin, che si stava affacciando alla grande ribalta, partecipò a un raduno di maestri. Tutti erano informatissimi sulle qualità tecniche dei Fab Four, ma papà Goffin esclamò: “Non mi interessa che voi mi parliate di loro, voglio sapere e capire chi è Seppi, come gioca Seppi, che cosa ha fatto Seppi...” Insomma, se Andreas avesse qualche anno (e qualche acciacco) in meno – l’anca lo fa sempre un po’ tribolare – il favorito per un posto nei quarti, sarebbe proprio lui, tennista certo più completo di tutti quelli del quartetto da cui uscirà un quartofinalista. E per lui, che stimo davvero molto –oltre all’umana simpatia – io di certo farò un gran tifo.

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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