Roger e Rafa, gli altri siamo noi

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Roger e Rafa, gli altri siamo noi

Siamo sicuri che questo sia un grande momento per il tennis? Dove si nasconde il prossimo n.1? Un tentativo fantasioso di lettura del presente, forse non troppo lontano dalla realtà

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Wimbledon, Centre Court, 5 luglio 2048. Una tensione che fa rumore attanaglia il pubblico mentre attende l’ingresso in campo dei finalisti. Nella pancia dell’impianto, pochi metri più in là, due tennisti che hanno saputo trattare vittoria e sconfitta allo stesso modo attendono concentrati sotto i versi di Kipling. Uno dei due saltella stringendo in pugno la racchetta, l’altro non muove un muscolo ma sotto la bandana bianca le pupille hanno il luccichio di sempre. Sono due della vecchia scuola. È giunto il momento, le porte si aprono lasciando entrare lame di sole e i protagonisti si incamminano verso le rispettive sedie. Sparsi nelle prime file alcune star del torneo, uscite inaspettatamente per mano di quei due. C’è Alexander Michael Zverev, detto MishaSascha. È un vichingo di due metri, usa un nuovissimo modello della Head in biocarbonkevlar che va conservato in grandi humidoir come i sigari cubani. Vicino e lui il fiero viso latino di Ramòn Carballes Vinolas Sanchez Carreno, ultimo rampollo di una famosa dinastia di campioni. Non riesce ancora a nascondere incredulità e dispetto per aver perso in semifinale. In campo i protagonisti dispongono con cura le loro cose. Acqua, integratori, racchette. Poi bende, garze, cerotti, una panciera di ricambio e una confezione di Prostamol.

Sorteggio, palleggio e si inizia. Sul seggiolone l’arbitro Mohamed Lahyani III annuncia con voce stentorea: “Quiet please, Mr. Federer and Mr. Nadal are ready”Fantasia? Chissà… Ma parcheggiamo la macchina del tempo e torniamo a noi.

Roger ha trionfato per l’ennesima volta in uno Slam e a Rotterdam riconquista nell’anno dei trentasette lo scettro di numero uno mondiale. Quale momento migliore per una riflessione su quattordici mesi di tennis che neanche i fratelli Grimm con la consulenza di Isaac Asimov avrebbero saputo immaginare? Siamo stati a lungo indecisi se trattare questo argomento. Forse era preferibile qualcosa di più soft. Ma come si usa dire, questo è uno sporco mestiere e qualcuno deve pur farlo. Quindi sganciamo la bomba e al diavolo i timori.

 

La stagione che si è appena conclusa e il primo assaggio – direbbe il poeta – “della presente e viva” sono quanto di peggio potesse capitare per chi ha a cuore il futuro di racchette e palline. Per chi ama il tennis, intendiamoci, non per chi osserva il nobile gioco solo in funzione delle vittorie del proprio favorito. Frequentando i siti specializzati e le relative aree di commento, eccettuate poche isole felici, si sa bene che da anni ormai è diventato impossibile proporre qualcosa di diverso da una lode sperticata per i soliti noti. Affilate lame brandite da oscuri nicknames trafiggono immancabilmente il malcapitato che abbia l’ardire di provarci. Il Bar Sport anni fa genialmente descritto da Stefano Benni è diventato ormai grande come il mondo intero. Il tratto comune di questi dibattiti, ça va sans dire, è spesso la superficialità condita da aulici versi sulla moglie dell’uno o la calvizie incipiente dell’altro. Ma tant’è, haec tempora sunt. A maggior ragione oggi più che mai è necessaria una lettura che vada oltre il singolo incontro, il semplice accumulo di numeri, il mero conteggio delle vittorie. Proviamoci, con un balzo all’indietro di un anno abbondante.

La stagione 2017 parte sotto i migliori auspici per i rivali della banda dei quattro. Federer non gioca da Wimbledon per via di un ginocchio malconcio. Nadal si è ritirato dal Roland Garros pagando dazio ad un fisico logorato da troppe battaglie. Djokovic e Murray si spartiscono equamente il 2016 ma Nole stacca mentalmente dopo Parigi e da lì Andy fa corsa praticamente da solo. Il nuovo anno appare quindi a molti come incerto e appassionante. Forse sta per arrivare ancora una volta quel momento unico e magico nel quale scorgi un campione. Non sai perché, non esiste motivo razionale ma sai che è lui. Il tocco di palla di John McEnroe, la serena sicurezza di Mats Wilander, i tuffi del diciassettenne Becker, il servizio di Sampras allo US Open 1990. Nulla di tutto ciò. Roger e Rafa fanno man bassa, dalla loro tavola cade giusto qualche briciola che gli altri possono contendersi scodinzolando solo perché George Harrison e Ringo Starr, (non ce ne vogliano Nole e Andy) si prendono un anno sabbatico comprensibile dopo una vita passata a rincorrer miraggi.

Ed eccoci al punto. Gli altri dove sono? I vari Zverev, Thiem, Kyrgios, Rublev, Shapovalov, Fritz, Tiafoe, solo per pescare a caso nel mazzo, cosa stanno aspettando? Fossimo in loro cominceremmo a interessarci per affittare qualche metro quadro nel più vicino dimenticatoio. Gli spazi rimasti non sono più molti, considerato il numero di tennisti bruciati dalla longevità di quei due fenomeni. Federer e Nadal dominano ancora e indiscutibilmente per meriti propri ma nessuno dei giovani leoni sembra in grado di opporsi. Loro appartengono già al Pantheon del gioco, non c’è nulla di più che possano fare, tranne forse vincere uno Slam appoggiati al bastone e con il pappagallo sotto la sedia del cambio campo. Eventualità che, vista la tempra degli avversari, non è da escludere.

Sì, perché di tempra in fondo si tratta. Di gusto per la sfida, istinto di caccia, voglia di migliorarsi per vincere. Tutte qualità che agli alfieri della Next Gen sembrano far difetto. Ma la logica dello sport esige un momento, chiaro e distinto, nel quale il campione perde la corona sul campo e il nuovo re la raccoglie. È successo a tutti. A Tilden e Gonzales, a Laver e Borg, fino a quel drammatico ottavo di finale di Wimbledon nel quale un ragazzetto svizzero sconfisse Sampras al termine di cinque epici set. È così che dovrebbe andare. E sarebbe sciocco e superficiale attribuire il fatto che questo non stia accadendo alla sola grandezza di quei due (più Nole, d’accordo, ma un bel gradino sotto!). A parziale scusante delle generazioni bruciate dai fab four bisogna dire che gli ultimi 16 anni sono stati perlomeno anomali. Da Wimbledon 2003 all’Australian Open 2018, su 61 edizioni Slam, Federer, Nadal e Djokovic ne hanno vinte 48. Non esiste nulla di paragonabile in un periodo altrettanto lungo nella storia del tennis. Ma ci sono riusciti proprio perché hanno saputo mettersi in discussione, migliorare, adattare il proprio tennis all’obiettivo di sconfiggere il numero uno. Ed ecco Nadal affacciarsi a rete, Djokovic lavorare sulla battuta fino a farne un’arma affilata. E Federer, che di nulla sembrava abbisognare, inventarsi un nuovo stile “o la va o la spacca” per continuare nella caccia a sé stesso. Ecco perché sono grandi. E in ottima compagnia.

Tilden, Budge, Borg. Chi erano costoro? Quando Big Bill capisce che col suo debole rovescio difensivo non avrebbe mai sconfitto il rivale Johnston trascorre l’intero inverno del 1920 ad allenarsi. La mattina spacca legna per irrobustire braccio e polso, il pomeriggio sul campo colpisce solo dal lato sinistro. Johnston non vince più. Don Budge scopre l’anticipo arbitrando un’esibizione fra Fred Perry ed Ellsworth Vines. Si esercita con il coach Tom Stow a colpire allo stesso modo e dopo qualche settimana di caccia al piccione è in grado di padroneggiare la nuova tecnica. Sarà Grande Slam, il primo a realizzarlo. Quando Borg si allena sull’erba del Cumberland Club in vista di Wimbledon, i soci lo vedono tanto scarso che alcuni di loro sono convinti di poterlo battere. Lui tace lavorando duro sulla battuta e su quel rovescetto tagliato d’attacco così contrario alla sua natura. Il risultato è sugli almanacchi.

Insomma, tutti i grandi veri hanno mostrato capacità adattive perché chi si ferma è perduto, nello sport come nella vita. Ce lo ha ben spiegato Darwin 160 anni fa. Quindi, a meno di considerare i dominatori di quest’epoca come alieni venuti dallo spazio, come altro da noi, non rimane che una conclusione. I pretendenti al trono non sono in grado di conquistarlo. Lo prenderanno, certo, ma più per consunzione del sovrano che per meriti propri. Perché ad oggi, per chiunque non sia un profano, appare difficile capire come i giovani rampanti possano mai sconfiggere ancor oggi Nadal o Federer in un’occasione importante. E per decenza verso di loro non includiamo nel discorso Djokovic o Murray. Il motivo è complesso e difficile da capire, le cause possono essere molteplici. Forse la montagna di soldi che piove loro addosso in giovane età ne smorzi gli ardori, probabilmente l’evoluzione di campi, racchette e palline li ha portati a credere che la potenza e un paio di schemi di gioco buttati lì siano sufficienti per scalare la vetta.

Ma il tennis è un gioco che coinvolge abilità sia mentali che fisiche. La potenza è solo una di queste, e nemmeno la più importante. Sempre Tilden racconta in “Match play and the spin of the ball” che in battuta effetto e piazzamento valgono molto più di un cannon ball. Federer non si avvicina neanche lontanamente alle botte di Groth o Karlovic ma continua a mettere giù carrettate di aces. E ancora, il compito di un tennista vincente non è bucherellare il campo ma far giocare male il proprio avversario. Jack Kramer, altro grande studioso, sosteneva che il colpo più importante di un campione è la seconda palla di servizio. La storia del tennis è piena di esempi e buoni consigli da seguire. Quanti giovanotti con la racchetta si son presi la briga di leggere, e riflettere, su questi concetti? Certo la realtà odierna appiattita sull’immediatezza del presente non aiuta. Studiare costa tempo, quindi perché sudare sette camicie quando la popolarità al giorno d’oggi si trova più su Youtube, Twitter o Instagram che dentro la coppa di Wimbledon?

In questo senso la vicenda di Darko Grncarov dovrebbe far suonare più di un allarme. Tempo fa dovevi prima conquistare allori per diventar famoso, oggi basta avere un bel faccino e saper tirare un paio di colpi. In questo preciso ordine. E con il fisico giusto non è poi così difficile sparare un servizio sopra i 200 kmh e un dritto poco sotto, ma il vero tennis, signori, è un’altra cosa. Bisogna avere la completezza di un uomo rinascimentale e la testa di uno scacchista per uscire vivi da una battaglia di cinque set. Certo, è faticoso e duro aver l’umiltà di riconoscere i propri limiti e ancor di più trovare la costanza di lavorarci sopra. Però di questa fatica è lastricata la via del successo. Pensateci ragazzi. Vista la fine fatta recentemente del ventunenne Chung contro Federer, diventa anche una questione di amor proprio…

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Editoriali del Direttore

Gilles Moretton, presidente Federtennis francese: “Vogliamo persuadere l’ITF a rivedere la Coppa Davis. Era più bella prima!” Oggi 8 italiani in campo: finirà 4 pari? Musetti-Tsitsipas clou by night

Mentre Djokovic domina Nishioka e poi parla dei 2000 punti che non potrà recuperare, una super Martina Trevisan sogna di diventare una top-32 a fine anno. Oggi Sonego e Sinner non devono fare brutti scherzi

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Il presidente della federtennis francese Gilles Moretton con il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta
Il presidente della federtennis francese Gilles Moretton con il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta

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Il primo lunedì delle due settimane del Roland Garros per me è un giorno bellissimo, perfino quando piove o pioviscola, come è accaduto oggi a più riprese.

Da non so più quanti anni, dei 46 che ho coperto dal 1976 (l’anno del trionfo di Panatta) a oggi, senza altra soluzione di continuità che il 2020 causa Covid, al lunedì mattina vado a Clichy agli uffici Piaggio per ritirare uno scooter che mi rende molto più facile la vita in questo torneo dove per via del nuovo Philippe Chatrier, del tetto e delle sessioni notturne, si fanno le ore piccole e la caccia al taxi diventa una pura questione di sopravvivenza.

 

Mi è bastata la serata di domenica, dove mi sono dovuto arrangiare con i mezzi, per sognare questo lunedì e il primo giorno con il “mio” MP3 500 Piaggio (tre ruote e non serve il cavalletto per posteggiarlo!).

Chi esce dalla nuova uscita del Roland Garros è imprigionato per 1.600 metri e una serie di transenne fino alla Metro di Porte D’Auteuil. Ti vedi scorrere davanti i taxi ma non puoi fermarli e se tu avessi l’agilità di Sotomayor e provassi a saltare le transenne, ci sono decine di flics pronti a farti la multa.

Da Clichy-Clignancourt attraverso la circonvallazione “periferica”  si arriva all’uscita del Roland Garros in circa 23 minuti se sei in macchina, in meno di una dozzina in moto. Tutti i lunedì di tanti Roland Garros sorpasso migliaia di auto sulle quattro corsie. Non centinaia, migliaia. Un traffico pazzesco ma veloce. Da far paura se ci devi scorrere nel mezzo. In mezzo alle corsie c’è un po’ più di un metro per le moto. Se appena appena rallenti un po’, ecco che le moto da dietro cominciano a suonare. O vai a minimo 60 l’ora, ma parecchi sfilano a 100 e fanno ginkane pazesche, o te ne dicono di tutti i colori. Però è bello. Ti senti libero. E poter parcheggiare vicino al Roland Garros, se non sotto al Suzanne Lenglen come mi veniva concesso una volta, dà una soddisfazione impagabile. So che non vi importa nulla di tutto ciò, però cominciare bene la giornata e andare via alla svelta dopo più di 12 ore fra campi, sala stampa e conferenze stampa che si susseguono a ritmo da…moto sulla “periferica”, è una gioia impagabile. Anche se il ricordo di quando Internet non c’era, l’articolo per La Nazione era in tipografia per le 20 o le 21, e riuscivo a raggiungere gli amici a un ristorante di St. Germain de Pres a un’ora decente, dopo aver costeggiato la Senna con i suoi Bateaux Mouche e sfilato davanti alla Tour Eiffel ancora illuminata, suscita incredibile nostalgia. Bei tempi.

Non si pensava allora che da anziani si sarebbe lavorato meno e che alla mia età sarei stato in pensione da un pezzo? Macchè! Ma guai a lamentarsi. Anche perché tanti di voi che hanno la pazienza di leggermi – e oggi vi ce ne vuole più del solito – vorrebbero essere qui, a vedere questo grande spettacolo con le più grandi racchette del mondo, in questo complesso straordinario e sempre più affascinante, sempre meglio strutturato e organizzato, più moderno, efficiente e popolato. Io stesso, del resto, mi considero un privilegiato. Faccio il lavoro che mi piace, nessuno mi obbliga a farlo visto che sono padrone di me stesso e anche se ogni tanto (poco?) sogno di lavorare un po’ meno, poi in fondo se non fossi in grado di farlo (con o senza MP3 a tre ruote) sarei molto più triste.

Non posso, ad esempio, non pensare ai miei compagni di avventure tennistico-giornalistiche e televisive, Rino Tommasi e Gianni Clerici, e anche Roberto Lombardi,  che purtroppo non possono essere qui a godersi questo Roland Garros insieme a me. E quante volte li ho portati sui vari modelli delle mie Vespe qui come a Wimbledon. Mi mancano e so che pagherebbero per poter essere qui. Ecco perché dico: guai a lamentarsi prima di passare a parlare di cose diverse. Comprese alcune che magari vi interessano il giusto.

Eccone una di quelle. Domenica sera sono stato al tradizionale cocktail dell’International Club di Francia. Invitato quale segretario onorario dell’International Club d’Italia, il cui presidente (e inesauribile “motore”) è Marco Gilardelli, ex prima categoria italiano, sono diventato membro onorario di quello di Francia…ma siccome pochi sanno cosa sia l’International Club, fondato il 26 novembre 1924 dagli inglesi, con il club francese che gli fece seguito il 24 luglio 1929, e quello statunitense che si è aggiunto nel 1931, vi inserisco qui un link molto datato ma che ne spiega la storia, non senza avervi detto che attualmente i club nazionali che vi aderiscono nel mondo sono nel frattempo diventati 42.

Questi club hanno la vocazione di restaurare attraverso incontri tennistici (e conviviali…) amichevoli di buon livello, i rapporti di amicizia sorti in tanti anni di gare fra tennisti di svariati International Club di vari Paesi. All’inizio quei rapporti erano sorti primariamente fra le nazioni che avevano sofferto le tragedie della guerra 15-18. Il primo presidente dell’International Club di Francia è stato uno dei quattro moschettieri, Jean Borotra. Poi lo sono stati anche Brugnon, Bernard e Cochet (tutti nomi che hanno fatto la storia del tennis francese e mondiale). Quindi Pierre Darmon, antico rivale di mille battaglie contro Nicola Pietrangeli, Beppe Merlo e Fausto Gardini. L’Italia ha sempre fatto fatica ad allineare squadre competitive dell’International Club, nonostante i mille sforzi del suo presidente Gilardelli. Ma le trasferte a volte sono onerose, anche se di solito viene offerta l’ospitalità dal club di casa, e non è facile coinvolgere i nostri migliori giocatori anche per motivi – per così dire – culturali.

Ogni anno si disputano decine e decine di incontri amichevoli bilaterali in tutto il mondo, dalle Bahamas all’Australia (il cui presidente è Frank Sedgman, ma ultimamente in un incontro a Sydney fra Australia e Francia padrone di casa è stato Ken Rosewall, ottantottenne lucidissimo che ogni tanto mi telefona per chiedere degli amici italiani), ma talvolta anche minicompetizioni a squadre, come la Potter Cup che si disputa sempre in Spagna, prima a Maiorca e in tempi più recenti a Barcellona. Recentemente, ad esempio, si è giocato Italia-Francia al TC Parioli alla vigilia degli Internazionali d’Italia. I francesi, nostro ospiti, e per un giorno ospiti anche al Foro Italico in tribuna d’onore, hanno vinto il confronto per 8 incontri a 5. Ha partecipato all’incontro anche Sandrine Testud che ha naturalmente giocato per la Francia. Per l’Italia c’era Vincenzo Franchitti, il solo tennista italiano ad aver battuto Bjorn Borg. E anche lui ha vinto. Giocano di solito questi incontri ex campioni, che hanno vestito i colori delle nazionali (anche junior, anche veterani), ma con il tempo sono stati nominati membri anche dirigenti, personaggi che hanno contribuito al successo del tennis.

E’ stato il presidente francese dell’International Club di Francia Thierry Pham a darmi la cravatta argentea con le sole due strisce rosa.  

Quello britannico ne ha una, quello americano 3, e poi c’è tutta una complicatissima grafica che con gli stessi colori disegna le cravatte di ognuno dei 42 club.

L’altra sera qui a Parigi c’erano più di 200 membri dell’IC di Francia. Incluso il presidente della Federazione Francese Gilles Moretton che mi ha ricordato di aver battuto Adriano Panatta nel mio circolo di Firenze nel 1981: “Ma Adriano cominciava ad essere vecchietto…” ha scherzato. Beh,a vedere certi “vecchietti” di oggi, i Federer che ha vinto fino a 37, Djokovic che vince a 35, Nadal a 36…Adriano nel maggio ’81 non aveva ancora 31 anni! Ma aveva fatto un’altra vita, Adriano. Meno da atleta. Più da bon-vivant. Ognuno fa le sue scelte.

Moretton ha detto alcune cose interessanti: “Stiamo collaborando molto di più di quanto si facesse prima noi dei 4 Slam, cerchiamo di uniformare più cose, ad esempio i tiebreak del set finale a 10, ma anche altro. Poi, però ogni Slam mantiene la sua autonomia, tant’è che noi abbiamo accolto i tennisti russi e bielorussi al Roland Garros, mentre a Wimbledon sono stati di diverso avviso. Stiamo cercando di collaborare maggiormente anche con ATP e WTA, mentre per quanto riguarda l’ITF non siamo in genere contenti di come è stata trasformata la Coppa Davis…vorremmo tornare all’antico. Era più bella prima. Faremo pressioni sull’ITF in tal senso. Anche questo fatto che prima la fase finale dovesse essere a Abu Dhabi, poi in Spagna (Malaga…), o che per la Billie Jean King Cup non sappiamo ancora dove dovremmo giocare…Mah…!” 

A far da madrina alla serata dell’IC al Roland Garros nel Club des Loges l’ex campionessa australiana (avversaria di Lea Pericoli) Gail Sherriff che è stata poi sposata a due tennisti francesi di prima categoria, Lovera e Chanfreau, ma ora ha un italiano Benedetti. Una signora simpatica e molto vivace più a suo agio con francese e inglese di Moretton. Fra i nuovi membri dell’IC de France, con nuova cravatta anche lui, anche il marocchino Youness el Aynaoui (ricordate il suo match maratona contro Roddick all’Australian Open: 21-19 cito a memoria…). Youness che parla benissimo italiano, fu uno degli allievi di Alberto Castellani, ora vive a Nantes: “Mio figlio è centrocampista nel Nantes, ha 18 anni e già diverse richieste da procuratori italiani…”. E io: “Stai attento, c’è un sacco di gente senza troppi scrupoli…”. Lui: ”Lo so, lo so!”

Chiudo questo editoriale diverso dal solito rimandandovi al prossimo perché questo era già fin troppo lungo. In sintesi hanno perso altre teste di serie importanti, dopo la Jabeur domenica e cioè la Krejcikova testa di serie n.2 campionessa in carica ma ferma per il tennis elbow da Doha, quindi da tre mesi,  e k.o. anche la Kontaveit testa di serie n.5 e battuta dall’ex compagna di Matteo Berrettini, Ajla Tomljanovic. La sconfitta di Naomi Osaka con la Anisimova invece non può destare grande sorpresa. Dopo la Swiatek la Anisimova è la ragazza che ha vinto più match di tutte sulla terra battuta. Neppure lei ci aveva fatto caso.

Ho visto vincere alla grande Martina Trevisan cui non sarà dispiaciuta la sconfitta della Jabeur che avrebbe dovuto affrontare al secondo turno. La polacca Linette che l’ha battuta è certo avversaria più addomesticabile. Martina non ricordava di averci giocato in…casa sua, al torneo di Santa Croce sull’Arno diversi anni fa. Meno male che ha avuto l’ispirazione di andare a vederla giocare contro la Jabeur. “Di solito non guardo mai oltre al mio round in tabellone…ma stavolta ho guardato quella partita”.

Io non ho mai capito perché non si debba guardare un tabellone. Mi sembra pura superstizione. Basta non pensare alle semifinali, o anche agli ottavi, quando si deve giocare ancora il primo turno. Però dare un’occhiata ai propri potenziali avversari non dovrebbe distrarre troppo un giocatore e potrebbe invece essere molto utile quando non si sa come giochino tutti e si può andare a studiarseli un pochino. Se poi si perde potrà servire per una prossima volta, no?

Martina, dopo l’exploit di Rabat che l’ha issata a n.59 WTA, punta a raggiungere un posto tra le prime 32 del mondo a fine anno, in modo da essere testa di serie all’Australian Open. Battere la Linette, e poi la vincente di Kvitova-Saville, e poi già che c’è anche la Raducanu (che ha vinto in 3 set sulla Noskova che confesso di non conoscere…) vorrebbe dire essere sulla buona strada. Mi sembra miglioratissima e in fiducia, soprattutto al servizio su cui ha lavorato molto e si vede.

Hanno perso, e avrete letto le cronache i due italiani ripescati dalle qualificazioni, Agamenone (cui è difficile non pronunciare una enne in più se appena si è letto Omero) e Giannessi, quest’ultimo dopo 4 ore e 58 minuti. Decisamente il croato Gojo a noi non porta bene. Peccato perché se avesse vinto lo spezzino avrebbe affrontato poi un argentino dal nome italiano, Carebelli, uscito dalle qualifizionei e protagonista di un’altra maratona (con Karatsev, la prima conclusa al tiebreak a 10 punti nell’ultimo set).

Stava un set pari invece Paolini con Begu. Oggi otto italiani in campo, sette dall’inizio più Paolini per il terzo set con la Begu. E i sette sapete chi sono. Ovviamente il match che ci interessa di più sembra essere Musetti-Tsitsipas. Magari Lorenzo riuscisse a dare battaglia al greco come un anno fa qui contro Djokovic quando vinse i primi due set. Se giocano cinque set e si fa le due di notte …io ci sto. Tanto ho lo scooter Piaggio che mi riporta a casa!

Nel mezzo spero e credo che Sinner non ci faccia brutti scherzi con Fratangelo, idem Sonego con Gojowczyk, Giorgi con Zhang. Sulla carta il Cecchinato d’una volta potrebbe battere Andujar che ha più anni di lui, mentre temo sia molto dura per la Bronzetti con la Ostapenko e per Zeppieri con Hurkacz. E’ – dopo il 2 a 2 di questi primi due giorni, ok Fognini e Trevisan, ko Agamenone e Giannessi, in attesa del terzo set fra Paolini e Begu –  giornata azzurra da 4 pari, 3-5 o 5-3. Un quarto e diverso risultato mi stupirebbe.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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ATP

Roland Garros: Nadal spazza via Thompson, smaltiti i dolori di Roma [VIDEO]

Il campione spagnolo supera nettamente l’ostacolo australiano presentandosi in buone condizioni fisiche

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Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

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[5] Nadal b. Thompson 6-2 6-2 6-2

Si può definire un allenamento competitivo la sfida tra Jordan Thompson e Rafa Nadal, con il pluricampione spagnolo, accolto nel riscaldamento dalla lettura della sua interminabile lista di Roland Garros vinti come da rituale, che si è liberato della pratica Thompson con sei game totali lasciati all’australiano in poco più di due ore. Una sfida dal pronostico chiuso sin dal principio, oltre che per le ovvie capacità di Nadal, anche per la poca abitudine alla terra battuta di Thompson, che ha passato la partita a disperarsi dei punti e recuperi incredibili di Nadal, con tanto di saluto sorridente tra i due a fine match.

 

IL MATCH – Poco da dire sullo svolgimento del match, che ha visto Nadal eseguire tutto alla perfezione e trovare due break in tutti i set disputati. La lente d’ingrandimento era più sulle condizioni fisiche e tecniche di Nadal, che aveva sofferto della solita infiammazione al piede a Roma contro Shapovalov ed era sembrato addirittura in dubbio per il Roland Garros. Il tennista spagnolo però contro l’australiano ha mostrato una perfetta condizione atletica, condita dai suoi soliti recuperi strepitosi che hanno fatto innervosire tantissimo un disperato Thompson, che ormai non sapeva più che fare per conquistare un punto.

I colpi da fondo di Nadal sono filati via tranquillamente, anche se la poca competizione opposta da Thompson non può essere reputata troppo un termometro del gioco di Nadal, che comunque è apparso tirato a lucido e soprattutto senza particolari dolori. L’unica piccola nota dolente è stata il break subito nel secondo set, e in generale percentuali molto alte al servizio che però non si sono tramutate in troppi servizi vincenti. Comunque non un segnale di preoccupazione in vista delle prossime partite dato lo scarso rodaggio dello spagnolo, che sulla terra battuta ha potuto giocare solo a Roma e Madrid a causa dell’infortunio rimediato ad Indian Wells. Per Nadal ora ci sarà la sfida con l’estroso tennista francese Corentin Moutet, che ha impedito una partita dal sapore vintage tra Stan Wawrinka e il campione maiorchino.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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ATP

Giannessi non coglie l’attimo: Gojo vince al quinto e approda al secondo turno

PARIGI – In un match dominato dalla tensione, l’azzurro non riesce a sfruttare fino in fondo le indecisioni del croato nei momenti clou e cede al quinto, anche a causa dei crampi, in quasi cinque ore di gioco. Per il croato, secondo turno all’esordio Slam

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Alessandro Giannessi - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

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Dal nostro inviato a Parigi

[Q] B. Gojo b. [LL] A. Giannessi 6-4 6-7(3) 6-7(4) 7-6(4) 6-4

La sfida italo-croata del primo turno del tabellone maschile del Roland Garros ha visto scendere in campo due giocatori molto tesi, ben sapendo entrambi di avere una occasione più unica che rara per conquistare una vittoria in primo turno Slam: Giannessi deve battere il n. 223 ATP, Gojo il n. 173. Per l’italiano, per la quarta volta in un main draw Slam – dopo gli US Open 2016 e 2017 e il Roland Garros dello scorso anno – ed entrato in tabellone come lucky loser per il forfait di Tabilo, sarebbe stata la seconda (dopo quella contro Kudla al quinto a New York nel 2016, sconfitto poi da Wawrinka, mentre perse all’esordio contro Aragone nel 2017 e contro Nishikori a Parigi), mentre per Gojo, qui per la prima volta in un main draw Slam, sarebbe stata ovviamente la prima. L’ha spuntata il tennista croato dopo una battaglia di cinque ore, non bella ma ricca di emozioni e di incredibili capovolgimenti di fronte, regalandosi così anche il primo ingresso nella top 200 ATP.

 

IL MATCH – L’eroe croato della Davis 2021 (vittorie da underdog contro tre top 100: Popyrin, Sonego e Lajovic) è quello che all’inizio – soprattutto grazie al dritto, colpo di notevole pesantezza – pare gestire meglio la tensione, e vola subito sul 3-0 e 0-40 sul servizio di Giannessi. Il tennista spezzino cerca di reagire e dopo un game – maratona durato 12 minuti, in cui annulla complessivamente 8 palle break, riesce a incamerare il primo gioco. Sembra che la cosa sia del tutto insignificante, dato che Gojo si prende il doppio break subito dopo e va 5-1. Ma in realtà il croato sente la tensione e si incarta proprio quando è il momento di chiudere il parziale: perde il servizio, non sfrutta due set-point sul servizio avversario e poi nel game successivo subisce un bel passante lungolinea di rovescio su un attacco un po’ molle che sancisce il break del possibile aggancio. Ora Giannessi finalmente gioca un po’ più profondo, il che non consente a Gojo di spingere come all’inizio con il dritto, e soprattutto gli permette di muovere l’avversario, cosa che il croato soffre. Il 5 pari sembra cosa fatta quando Giannessi annulla un altro set-point con un dritto lungolinea sulla riga che Gojo fatica a credere sia possibile sia rimasto in campo. Ma prima con un doppio fallo e poi con un rovescio in back dal centro del campo che muore a metà rete, il quasi 32enne spezzino (li compie tra una settimana) spreca le due occasioni per l’aggancio e capitola sull’ennesimo dritto vincente dell’ex portacolori della Wake Forest University sul suo ennesimo colpo da fondo troppo corto.

Nel secondo set il gioco sale un po’ di livello, i giocatori si sono scrollati di dosso un po’ di nervosismo, con Giannessi che finalmente trova il supporto del servizio per comandare il gioco sui suoi turni di battuta e contrastare l’aggressività di Gojo. Anche il 24enne spalatino sale di efficacia con il colpo di inizio gioco – di solito suo marchio di fabbrica, come dimostrato dai 40 aces totali messi a segno nei tre match di qualificazione – e continua a raccogliere punti con il dritto. Così, mentre nel primo set c’erano stati 5 break e 19 palle break, nel secondo si arriva all’undicesimo gioco con un’unica palla break nel quinto game, annullata dal croato. Il cielo è coperto e a tratti scende un po’ di pioggerellina, che diventa pioggia vera proprio sul 6-5 per Gojo, con conseguente sospensione del match. Chi aveva previsto tutto era il capitano di Coppa Davis croato Vedran Martic, che infatti era andato via dalla tribuna al precedente cambio campo. Si torna in campo dopo qualche ora e come spesso capita chi serve dopo l’interruzione incontra qualche difficoltà. E infatti Giannessi si ritrova a dover contrastare la prima palla break del parziale, che è anche un set point, che potrebbe rivelarsi decisivo per le sorti del match. Ma l’ex n. 84 del mondo lo annulla con coraggio grazie ad un dritto vincente e poi conquista con merito il tie-break, sfruttando anche il fatto che Gojo si è fatto stranamente più attendista. E mentre il croato fatica a ritrovare il bandolo della matassa, Giannessi coglie l’occasione e domina il tie-break, imponendosi per 7-3 e pareggiando il conto dei set.

Il terzo set inizia con il portacolori del Park Tennis Club Genova che allunga la sua striscia positiva arrivando fino a 16 punti a 3, prima che Gojo si riprenda. E si riprende talmente bene da infilare a sua volta una striscia di 12 punti a 2 che gli permette di passare a condurre sul 3-1. Il parziale sembra poter cambiare nuovamente padrone un paio di game dopo, quando lo spezzino contesta lungamente la chiamata dell’arbitro sul colpo sulla riga per il 40-15 per il suo avversario e chi rimane scosso è… Gojo, che si ritrova a dover annullare una palla break, prima di conquistare il game grazie ad un brutto errore di Giannessi. Ora il livello di gioco è sceso nuovamente e la tensione è tornata a farla da padrone. Con alti (pochi) e bassi (molti) che si riflettono anche nell’andamento del punteggio. Mentre un timido sole spunta ogni tanto ad illuminare il campo n. 4, Giannessi nel game successivo riesce ad annullare tre palle break consecutive che potevano chiudere la questione terzo set e rimane in scia. Gojo stavolta sembra non replicare il primo parziale e quando va a servire sul 5-4 40-30 pensa anche di averla chiusa, sulla risposta a suo giudizio lunga dell’avversario. Ma l’arbitro stavolta è dalla parte di Giannessi e giudica buono il colpo, nonostante le reiterate proteste del n. 223 del mondo, quasi incredulo. Il croato accusa il colpo: doppio fallo, dritto larghissimo ed è 5 pari e poco dopo è di nuovo tie-break. Ma mentre Gojo è rimasto probabilmente su quel set point che crede sia stato annullato dall’arbitro, il tennista italiano sfrutta il momento, si invola subito sul 4-0 e sembra replicare il dominio del tie-break precedente. Il folle terzo set tuttavia ha ancora qualche emozione da riservarci: Gojo chiude gli occhi, si mette a tirare il dritto a tutto braccio e recupera i due mini-break. Ma quando va a servire sul 4-5, vanifica tutto con un doppio fallo e subito dopo è 7-4 per Giannessi, che si porta 2 set a 1, dopo oltre 3 ore e un quarto di gioco.

La partita sembra poter finire qui, con Giannessi che ottiene il break in apertura del quarto parziale e sembra in controllo. Invece il match continua ad essere un thriller: non di quelli belli, ma comunque ricco di suspense. Gojo infatti si riprende il break nel quarto game e la partita torna in equilibrio. Quando tutto sembra condurre a un altro tie-break, l’ennesimo (doppio) colpo di scena: dopo aver lasciato un solo punto negli ultimi tre turni di battuta, Gojo cede il servizio a zero. Ma sembra quasi che nessuno dei due abbia il coraggio di vincerla (o abbia troppo paura di perderla): Giannessi si porta a due punti dal match, ma con alcune scelte tattiche non corrette ed un doppio fallo rimette in gioco il suo avversario. Che a sua volta scialacqua tre break-point prima che alla quarta occasione sia il semifinalista di Umago 2017 a mettere in rete l’ennesima palla corta giocata male e portare tutto di nuovo al jeu décisif, per dirla come da queste parti. E stavolta a spuntarla (7-4) è Gojo: dopo 4 ore si va al quinto.

Il parziale decisivo inizia con entrambi i giocatori visibilmente stanchi, ma che cercano con orgoglio di trovare le energie necessarie per l’ultimo allungo vincente. Con il dritto di Gojo che ha perso in potenza e gli scambi che si allungano sempre di più, sembra che il match sia indirizzato sul terreno preferito del mancino di La Spezia. E il “dai che è cucinato” con cui un tifoso italiano incita Giannessi sembra confermarlo, quando nel quarto game si procura tre palle break consecutive. Invece, proprio dopo che Gojo ne ha annullata una, si vede l’ex top 100 italiano toccarsi la gamba: è il primo accenno di crampi (primo visibile, dalle voci post match sembra che in realtà le prime avvisaglie c’erano state alla fine del terzo set). Il croato le annulla tutte e tre e poi anche una quarta, ed il break nel gioco successivo, con l’azzurro sempre più in difficoltà, sembra mettere la parola fine alle sue speranze. Invece le emozioni di questo folle match non sono finite. Giannessi si gioca le ultime carte e cerca di rallentare gli scambi per far andare fuori giri Gojo. Tattica che sembra non funzionare, dato che lo spezzino si ritrova sotto 3-5 15-40. Invece insiste e con coraggio si tira fuori dalla buca e dopo aver annullato anche un terzo match point infila un parziale di 6 punti a 0 che lo porta ad avere tre occasioni per il 5 pari. Stavolta però Gojo si scuote prima che sia troppo tardi, sfrutta le evidenti difficoltà negli spostamenti del suo avversario e poi chiude con il 20esimo ace per regalarsi il suo primo secondo turno Slam (salutando polemicamente il tifoso italiano che nelle fasi calde dell’ultimo set esultava ai suoi errori) e la top 200. Per Giannessi, il rammarico di essere andato veramente vicino alla vittoria e di non aver sfruttato l’inerzia a suo favore all’inizio del quarto set.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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