Le mille sconfitte di Novak Djokovic

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Le mille sconfitte di Novak Djokovic

Avevamo parlato degli altri Fab. Dopo la sconfitta con Paire a Miami, è il turno di Nole

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Novak Djokovic guarda le casse di legno allineate nel magazzino. Centinaia di casse, come bare, piene di cadaveri. Se cadaveri si possono chiamare. “Io sono vivo”, pensa. “Voi siete tutti morti”. Il primo dubbio gli era venuto due anni addietro. Nel 2016, dopo la vittoria a Parigi che lo aveva reso il primo uomo dopo Rod Laver a vincere quattro Slam consecutivi. La gioia, il sollievo, la felicità di condividere il successo con la famiglia. Eppure, da qualche parte nella sua mente, un piccolo tarlo insinuava dubbi, rosicchiando via la sua sicurezza. “Non lo meriti”, sussurrava. Lo stesso tarlo che anni prima, nei tre anni trascorsi dopo il suo primo successo in uno slam, gli aveva fatto credere di non essere all’altezza dei due più grandi campioni della sua epoca, se non di sempre. “Non sono successi tuoi”, sussurrava.

Era stato bravo, negli anni successivi, a tappare la bocca a quei dubbi. A vincere partite su partite. A dominare come pochi avevano dominato nella storia, diventando numero uno, vincendo Slam su Slam e insinuando il piedistallo storico su cui si erano insediati gli altri due. Cercando di dimostrare di valere quanto loro. Più di loro. Cercando di dimostrare a sé stesso di esser fatto del loro stesso materiale. “Non sei tu”, era tornato il dubbio. Gli altri due erano fatti della materia degli eroi. Così diversi tra loro eppure entrambi predestinati. Entrambi ammessi di diritto all’Olimpo. Lui no. Lui era un uomo, senza un talento sovrannaturale, senza una tenacia ed una forza sovrannaturali. Lui era umano, capace di sbagliare, vittima di dubbi e insicurezze. E lui li aveva sfidati, cercando di essere come loro. E ci era riuscito. Aveva messo a tacere quella vocina nella sua testa ed era tornato a vincere. Per un po’ aveva dominato il tennis come loro e poi, era riuscito dove loro avevano sempre fallito. Quattro slam di fila. “Non li vali”. Era tornata la vocina.

 

Quella mattina a Londra, poche settimane dopo il trionfo di Parigi, si era svegliato pensando che fosse tutto un sogno. La sua vita, le sue vittorie. E soprattutto le sue sconfitte. Ricordava flash della sconfitta con Murray a Roma, con Vesely a Montecarlo, settimane prima. E con Lopez a Dubai. Cosa era successo là? Si era ritirato. Un problema agli occhi. Era stato un problema strano. Come se altre immagini, confuse, si sovrapponessero a quello che stava vedendo. Aveva visto frammenti di partite precedenti sovrapporsi agli scambi con Feliciano. E poi? Confusione negli spogliatoi. Marian sembrava preoccupato, troppo preoccupato. Una doccia, un massaggio. E poi? Cosa era successo? Qualcuno era venuto in camera sua quella notte. Mentre dormiva. O era un altro sogno? No, qualcuno era venuto. Per settimane il pensiero gli era cresciuto in testa ed era stato bravo a non farsi condizionare, a lasciare quell’episodio in un angolo della sua mente dove non poteva fare danni. Ma quella mattina, a Londra, si era convinto che tutta la sua vita fosse un falso. Un po’ come in quel film di Peter Weir con un altro uomo comune la cui vita non era sua. Poi era sceso in campo e non era riuscito a giocare. Distratto. Poco concentrato. Aveva perso da Sam Querrey lasciando il mondo di stucco. Ma non gli importava. La sua testa lo stava portando altrove. Paranoia? Forse. O forse stava davvero succedendo qualcosa.

Qualche tempo dopo aveva tentato un esperimento. Aveva finto un problema all’occhio simile a quello di Dubai. Durante un allenamento. Niente di speciale. “Mi fermo, Marian. Sono confuso, ci vedo doppio”. E poi la notte era rimasto sveglio, all’erta, in attesa. E qualcuno era venuto. Aveva sentito i passi, il brivido di terrore lungo la schiena. Era pronto a balzare fuori dal letto e aggredire l’intruso ma non ci era riuscito. Si era addormentato. O aveva perso i sensi. Nonostante avesse tentato con tutte le forze di restare sveglio. Mentre i passi dello sconosciuto si avvicinavano non era riuscito a tenere gli occhi aperti ed era sprofondato nel sonno. Da quel momento era diventata un’ossessione. Era tutto vero. C’era qualcuno che tramava alle sue spalle una trama a lui sconosciuta ma di cui era il protagonista. Aveva bisogno di aiuto. Ma da chi? Non si fidava di nessuno. Aveva la sensazione che Vajda fosse coinvolto. Forse anche sua moglie. Paranoia di nuovo? Forse, ma meglio non rischiare. Capire chi fosse responsabile e cosa gli stessero facendo era improvvisamente diventato l’unico obiettivo della sua vita. Decisamente paranoia. Improvvisamente vincere non gli importava più. Aveva iniziato a perdere sempre più spesso con giocatori che pochi mesi prima avrebbe distrutto. I rapporti con Jelena erano peggiorati. Era lontano e distratto. Diffidente. Con Marian anche. Svogliato e sospettoso con tutti. Non si fidava di nessuno e non andava d’accordo con nessuno. Eccetto Boris!

Boris viveva in un mondo suo, poco in contatto con la realtà. Un episodio in particolare gli aveva fatto capire che Boris era all’oscuro della cospirazione. Qualche tempo prima Boris aveva notato un uomo dall’aspetto sospetto, entrare nella camera d’albergo di Nole, ‘come un detective in un film di serie B’, aveva detto. Ne avevano parlato e poi avevano dimenticato il tutto. Ora Boris poteva essergli utile. Lui aveva la libertà d’azione e la spavalderia per scoprire qualcosa. Convinse Boris a lasciare il suo posto di allenatore per diventare il suo investigatore privato. A volte lo seguiva in qualche torneo. Più spesso spariva per mesi seguendo qualche indizio. Spesso in alberghi di lusso di isole tropicali. Boris. Finché un giorno se ne venne fuori con un indizio importante. Solido. Forse anche decisivo. Erano a casa di Nole ma da soli. Yelena e Stefan erano fuori a godere del clima e dell’aria di mare. Boris aveva visto Marian Vajda e Miljan Amanovic confabulare con degli individui dall’aspetto poco rassicurante.

“Ecco le foto”, aveva esclamato Boris, baldanzoso come non mai, porgendogli il telefonino. “Fatte in centro a Belgrado, tre giorni fa”. Una mezza dozzina di foto mosse e sfocate mostrava Vajda e Amanovic seduti al tavolo di un bar con due tizi grandi e grossi abbigliati come membri di una grunge band degli anni novanta, capelli lunghi e camicia a scacchi compresi. “Non è che si capisca molto”. Nole restituì il cellulare. “È vero. Ma ammetterai che quei due tizi sembrano decisamente fuori posto”. “Anacronistici quasi, ma questo non significa nulla”. “Ah!”, esclamò Boris. “Il bello viene dopo. Li ho seguiti in macchina. I due tizi, non Marian e Miljan. Per un bel po’. Hanno guidato un vecchio furgone fino ad un capannone abbandonato in mezzo alla campagna ungherese, non lontano dal lago Balaton. Sono rimasti là dentro per un bel po’. Poi se ne sono andati ed io mi sono potuto avvicinare al capannone”. Boris gongolava sorridente pieno di autocompiacimento. “E?”. “Non era molto sorvegliato, niente videocamere sull’esterno, ma non sono riuscito ad entrare. Una sola via d’accesso, grande abbastanza per un camion, ma ben chiusa e blindata. Sono riuscito solo a dare una sbirciatina dentro da una finestrella sul seminterrato. Il seminterrato era tipo un locale caldaie con tanti macchinari. Ma macchinari ben strani. Alcuni sembravano server di qualche computer cluster. Altri non ho proprio idea di cosa fossero. Ed era pieno”. “Fa vedere. Hai fatto delle foto?”. “Niente foto. Quattro ore a guidare dietro a quei due, due ore ad aspettare. Il cellulare si è scaricato. Ma il magazzino mica se ne può andare. So dove si trova. Ti ci posso portare quando vuoi”. “Ok, si parte domattina all’alba. “Eh? E come?”. “In macchina. Partenza da Montecarlo alle 6 del mattino, arriviamo sul posto nel pomeriggio. Troviamo un albergo e ci appostiamo a sorvegliare il capannone finchè non succede qualcosa”. “E se non succede niente? Hai impegni, allenamenti, tornei. Non puoi sparire così per giorni, magari settimane”. “Hai ragione. Se non scopriamo nulla entro domenica io torno che settimana prossima devo giocare a Madrid. Tu però resti. E sorvegli il posto ogni giorno finché non succede qualcosa”. “Ma…”. “Domattina alle sei. Ti passo a prendere. Faccio io il primo turno alla guida”.

Il capannone era ancora lì, in mezzo alla campagna, senza nessuno attorno e presumibilmente dentro. Immobile e imperscrutabile. Entrare era impossibile ma l’attesa non era un problema. Passati un paio di giorni Nole fece rotta su Madrid lasciando Boris a fare la guardia. Ogni sera un messaggio del tedesco lo aggiornava sulla situazione: “Anche oggi nulla”. Sempre lo stesso messaggio, giorno dopo giorno, per due settimane. Forse il capannone non aveva alcuna importanza in quella vicenda. Dopo tutto l’indizio si basava sull’intuito di Boris che aveva seguito due balordi nella campagna ungherese. Nole stava per perdere la speranza quando finalmente arrivò un messaggio diverso da parte di Boris. Una foto. La foto di una cassa di legno, scattata dal posto dove Boris si trovava appostato e nascosto. La cassa era abbandonata, a terra, davanti alla saracinesca del capannone. “Portata da un camion. Scaricata pochi minuti fa. Camion partito. Nessuno in giro. Che faccio? Boris”. L’eccitazione! L’adrenalina! Nole sapeva di dover scendere in campo a minuti. Che fare? “Se riesci avvicinati e manda altre foto. Arrivo prima possibile”. Poco più di un’ora dopo Nole era in macchina, guidando a tutta velocità da Roma verso l’Ungheria. Un altra foto, mandata da Boris mentre lui era in campo, mostrava una scritta stampata sulla cassa: Madrid – 2017.

A notte fonda la cassa era ancora lì. Boris era ancora lì. “È troppo grande e pesante da trasportare. Potrebbe essere una bara. Che facciamo?”, chiese il tedesco. “Non so. Proviamo ad aprirla?”. “E come?”. “Hai un piede di porco?”. “Ti pare? Per chi mi hai preso? Sono un ex tennista, miliardario, non vado in giro con attrezzi da scassinatore”. “Ok, ok. Guardo in macchina”. Usando un crick ed un cuneo di metallo i due riuscirono a scardinare una delle pareti della cassa. Dentro ci trovarono segatura, materiale da imballaggio, trucioli e polistirolo. Boris osservava da lontano mentre Nole frugava nella cassa fino a trovare il contenuto. Un braccio, umano, avvolto in plastica simile a quella per imballare i cibi. Il braccio apparteneva ad un corpo umano, integro, tutto avvolto nella plastica trasparente. Nole lo sollevò quanto basta per vederlo in faccia e si trovò a scrutare la sua faccia. Un altro Nole, addormentato o morto. Dentro la cassa. Avvolto nella plastica. “Aaaah!”. “Che succede?”, chiese Boris accorrendo. “Sono io!”. “Lo so che sei tu. Ti vedo bene”. “No. Non io io. Dentro la bara… la cassa. Sono io. Boris si avvicinò a scrutare il cadavere nella cassa per poi ritrarsi, pallido e silenzioso. “Sei proprio tu”.

Nelle settimane seguenti Nole si fece progressivamente taciturno e scontroso. La mente costantemente rivolta a quello che aveva visto nella cassa, in cerca di una spiegazione. Alla fine, dopo la sconfitta a Parigi, un anno dopo che aveva raggiunto una delle più alte vette della storia del tennis, si decise ad affrontare la situazione. Trovò Vajda comodamente seduto sul divano. “So tutto”, decise di tagliare corto. Marian lo guardò perplesso per un secondo, poi comprese di cosa si trattava. “Le casse?”, sembrava quasi sollevato. “Sì. Ho visto le casse, ho visto cosa c’è dentro”. “E hai capito…”. “Sì”. “Come ci sei arrivato?”. “Ci è voluto tempo. Alcuni incidenti strani, altre cose che non sapevo spiegarmi. Ho fatto ricerche. E li ho trovati. Li ho visti Marian. Inutile negare”. “Non ho nessuna intenzione di negare o di mentirti, Nole”. “Cosa sono? Cloni? Robot? Ormai ho capito. Non ero io. Non sono mai stato io”. “Che stai dicendo?”. Le mie vittorie? Sono stati quei robot a vincere. Non io. “Sono stati i robot a vincere? Che stai dicendo? Che cosa credi di aver capito, Nole?”. “Potevate mettermi nella loro testa a piacimento e farli giocare al posto mio. Più forti, più resistenti, più potenti. È così che sono riuscito a battere quei due fenomeni. E così ho vinto quattro slam di fila. Non ero davvero io”.

Vajda sorrise. “Cosa ci trovi di divertente, Marian?”. “Nole, Nole. Non hai capito affatto. Le vittorie sono tutte tue. Eri tu in campo e sei stato tu a raggiungere vette che neanche gli altri due hanno raggiunto. I ‘robot’, se così li vuoi chiamare, non giocano a tennis. Credo”. “E allora quei corpi che cosa sono?”. “Sono… corpi. Cloni. Copie di te fatte in determinati momenti. Ce n’è uno per ogni volta che hai perso una partita. Ma sono vuoti. Morti”. “A che scopo?”. “È… complicato. Non te lo posso spiegare. Anch’io non me lo so spiegare fino in fondo”. “Marian come hai potuto farmi una cosa simile? Quanto ti hanno dato?”. “Denaro? Credi che avrei mentito a te e ti avrei messo in una simile situazione per denaro? Io ti amo come un figlio, Nole. Se ho fatto quello che ho fatto è perché era l’unica cosa giusta da fare. Tu al posto mio avresti fatto lo stesso”. “Quale cosa giusta? Che cosa hai fatto? A che servono quei corpi?”. “Stai calmo Nole. Ti ho detto che anch’io non capisco a fondo la situazione. Ma quei cloni sono a fin di bene. Il loro scopo è salvare vite”. “Salvare vite? Dove? In che modo?”. “Non lo so Nole. In una specie di guerra credo. Non so rispondere a queste domande.”

Nole parve calmarsi. Sedendosi sul divano emise un sospiro, quasi sollevato al pensiero che i suoi incredibili risultati fossero davvero suoi. “Chi li ha… creati? Costruiti? Cresciuti?”, domandò dopo qualche minuto. “Non possiamo saperlo. Io ho incontrato solo due emissari. Non ho mai visto i creatori ma ti assicuro che sono capaci di cose che noi umani non possiamo immaginare”. “Stai dicendo che non sono umani?”. “Precisamente”. “Quindi le vite da salvare…”. “Non sono vite umane. I cloni sono destinati ad una guerra, ma non qui. Non sulla terra. Non so che guerra e non so come li useranno, ma le cose che mi hanno mostrato sono abbastanza convincenti”. “Ma perché io?”. “Non sei l’unico, Nole. Hanno clonato anche altri”. “Altri? Chi?”. “Altri due”. “Tennisti?”. “Tennisti”. Nole annuisce. “Tre tennisti clonati per una guerra interplanetaria?”. “Sembrerebbe”. “Ma perché?”. “Forse gli piace il tennis”.

Il resto dell’anno passa in un lampo. Niente tennis ma un piano, preparato con calma, con l’aiuto di Vajda, per andare fino in fondo. Una lettera scritta a Roger. Una lettera scritta a Rafa. Alcune bugie dette alla stampa. Il più difficile addio della sua vita, a Yelena, Stefan e Tara. Con la speranza che non sia un addio. Ed il ritorno al magazzino. Poco prima di capodanno. Due giorni di appostamento, al freddo, davanti al capannone. Attesa e attesa. Ogni giorno una telefonata alla famiglia ed un messaggio da Boris che sta cercando di rintracciare i due emissari. Il terzo giorno il messaggio di Boris dice: ‘Stiamo arrivando. Tienti pronto’. Alla fine il camion arriva. A bordo ci sono i due grunge insieme a Marian e Boris. Boris sta litigando con Marian, da dove è nascosto Nole non riesce a sentire cosa dicono. I due grunge alzano la saracinesca del capannone ed entrano insieme a Boris. Marian resta fuori guardandosi intorno con aria preoccupata. Scruta nel magazzino, scruta la strada ed estrae il cellulare. Nole riceve il messaggio di Marian che dice: ‘Adesso!’. Corre fuori dal nascondiglio e fa per entrare nel capannone. Marian lo guarda con le lacrime agli occhi. Lo abbraccia forte per un secondo.

“Nell’angolo di là” indica, “fai presto, torneranno a momenti”. Nole entra e si nasconde. Poco dopo Boris e gli altri due tornano. Boris ha l’aria più rilassata, si guarda attorno continuamente. I due escono mentre Boris rimane indietro di qualche passo. Nole sporge la testa quanto basta per essere visto dal tedesco. Boris sorride e con quel suo accento teutonico urla: “Grazie ancora, ragazzi. Tutto a posto. Possiamo andare”. Pochi secondi dopo la saracinesca si abbassa ed il camion riparte, lasciando Nole da solo nel magazzino. Novak Djokovic guarda le casse di legno allineate nel magazzino. Centinaia di casse, come bare, piene di cadaveri. Ogni cassa porta il nome di un luogo e una data. Nole sa cosa c’è dentro. “Mi immaginavo qualcosa di più sofisticato”, pensa. “Con apparati elettronici. Monitor e display vari. Certo non mi immaginavo delle casse di legno. Come per il conte Dracula”. Nole si aggira per il magazzino, va negli uffici in cerca di informazioni ma i computer non si accendono. Dopo qualche ora il capannone è scosso da una sottile vibrazione accompagnata dalla sensazione di essere spinto dolcemente ma con fermezza contro il pavimento. Nole si guarda attorno, torna verso le casse. “Non c’è nessuno qui, eccetto i cadaveri. Ormai è chiaro”. Parla tra sé e sé. Guardandosi attorno scorge una piccola finestra su una parete, ad un paio di metri da terra. Spingendo un paio di casse fino alla base del muro riesce ad arrampicarsi per guardare fuori. Sale sulle casse e si avvicina alla finestra. Fuori il buio ed un cielo stellato. Un cielo in continuo mutamento, con stelle sconosciute. Novak appoggia la mano alla parete accanto alla finestra. Solo pochi centimetri di muro lo separano dal vuoto dello spazio. “Sto arrivando”, pensa.

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Bencic e Hsieh, due furie a Dubai contro le top 10

Al Premier 5 degli Emirati Arabi la svizzera e la taiwanese raggiungono le semifinali, eliminando Halep e Pliskova. Affronteranno rispettivamente la “padrona di casa” Svitolina e Kvitova

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Non lo chiamerei un ritorno, non sono mai andata via, semplicemente giocavo male”. È una battuta ma è anche una risposta molto lucida quella di Belinda Bencic nel microfono marcato WTA, subito dopo la grande vittoria in rimonta contro Simona Halep. Il 4-6 6-4 6-2 finale che proietta la svizzera alle semifinali del Dubai Duty Free Tennis Championships è inaspettata e, anche per questo, per lei ancor più bello.

Bencic è partita con il break in tutti e tre i set: è servito, ma non è bastato a evitarle una battaglia da fondo campo lunga più di due ore. Giocando profondo al limite della riga, e accelerando sia col dritto che col rovescio, ha provato a sopraffare Halep con la potenza; la romena ha combattuto, mostrando dei picchi di rendimento che anche un po’ casualmente le hanno consentito di aggiudicarsi il parziale d’apertura e di tenere vivo anche il terzo fino alla fine, provando a rientrare nell’ultimo game, senza però riuscire a manifestare il suo miglior tennis con costanza sufficiente. Neppure il fisico è sembrato assistere Halep come si deve: fin dall’inizio è apparsa infastidita dalla scarsa reattività della sua gamba destra, forse rigida per la stanchezza accumulata. Pur giocando anche lei a strappi, Bencic alla fine ha avuto la dose di continuità necessaria a portare a casa l’incontro.

 

Per Bencic si tratta del secondo upset consecutivo dopo quello contro Aryna Sabalenka, alla quale ha annullato due match point negli ottavi di finale. (Ora la striscia di vittorie sale a sei, includendo anche quelle – per noi dolorose – contro la formazione italiana di Fed Cup.) È appena la seconda volta in carriera che raggiunge una semifinale ad alto livello. Per una ragazza nata nel 1997 è comunque di per sé un risultato positivo: la enorme differenza con quell’agosto a Toronto nel 2015 è però che oggi Belinda non è più la bambina prodigio, arrivata sotto i riflettori con quasi mezzo decennio di anticipo sulle coetanee, bensì una tennista come tutte le altre, che deve sudarsi i propri alti e rimediare ai propri bassi. Il suo punto di forza è che sembra finalmente averlo chiaro. Intanto salirà di almeno una dozzina di posizioni in classifica, dalla 45 alla 33, e potrebbe guadagnarne altre dieci in caso di titolo.

In semifinale Bencic affronterà Elina Svitolina, vincitrice su Carla Suarez Navarro. L’ucraina sembra avere un feeling particolare con gli Emirati, dato che è campionessa in carica a Dubai ormai da due anni, sebbene a difendere i punti del titolo questa settimana sia in realtà Petra Kvitova, a causa dell’alternanza annuale tra il torneo di Dubai e quello di Doha nella categoria WTA Premier 5.

Kvitova ha superato agevolmente Viktoria Kuzmova in due set, con un filotto di otto game vinti dal 4-4 nel primo, mentre è stato disastro per l’altra ceca, Karolina Pliskova, sconfitta clamorosamente dal “diavolo” taiwanese Su-Wei Hsieh. Il lato clamoroso non sta tanto nel risultato, dato che mercoledì Hsieh era riuscita a mandare in confusione col suo tennis eterodosso già un’altra avversaria quotata come Angelique Kerber nel turno precedente, quanto per come è maturato punto dopo punto…

Dopo un primo set ottimo, specialmente nella scelta dei colpi, Hsieh non era più riuscita a spostare la palla e aveva iniziato a subire il gioco più potente di Pliskova, regredendo nel proprio e iniziando a commettere molti più errori. Dopo aver stravinto il secondo parziale, la ex numero uno si è portata prima sul 5-1 in quello decisivo prima di perdersi di colpo. Si è bloccata coi piedi e con la testa, rendendo evidente, pur nel suo consueto atteggiamento freddo, lo scoramento per un gioco improvvisamente svanito dalla sua racchetta, fino all’ultimo dritto fuori misura. “Lei tira un ace quasi ogni game, non è facile rimontarla” ha commentato Hsieh nel dopo gara. “Mi sono detta: ok, se non tira un ace colpisco la palla così forte che non potrà tirare neppure un vincente”. Quasi infantile, ma ha funzionato alla perfezione. E ora a una tra lei e Bencic riuscirà il terzo colpaccio consecutivo?

Risultati:

S. Hsieh b. [4] Ka. Pliskova 6-4 1-6 7-5
[2] P. Kvitova b. V. Kuzmova 6-4 6-0
B. Bencic b. [3] S. Halep 4-6 6-4 6-2
[6] E. Svitolina b. C. Suarez Navarro 6-2 6-3

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ATP

Berrettini si arrende a Rublev a Marsiglia, Coric fuori subito contro Humbert

Il russo vince in due set sul nostro miglior giovane. Grande prova del francese contro il croato

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Matteo Berrettini - Sofia 2019 (foto Ivan Mrankov)

È la rivincita della sfida di Gstaad della scorsa estate, quando Matteo Berrettini si liberò in un’ora di Andrey Rublev sulla strada del suo primo titolo ATP, e il russo non fallisce l’occasione di pareggiare il conto. Dopo l’ottima prova contro Chardy nonostante l’influenza dei giorni precedenti, Matteo cede subito il turno di servizio che decide il primo set. Con una percentuale di trasformazione della prima inferiore al solito e in svantaggio anche nel secondo parziale, rientra in extremis, ma Rublev si impone nettamente al tie-break.

Precipitato fuori dai primi 100 dopo un brutto 2018 condizionato dai problemi alla schiena, il ventunenne moscovita aveva già dato buoni segnali contro Tsonga e ora troverà ai quarti Mikhail Kukushkin, mentre Berrettini è atteso a Dubai. Interessante la scelta degli organizzatori di programmare l’incontro a mezzogiorno, senza copertura televisiva (di cui godeva invece il doppio con il fratellino di Su-wei Hsieh sul campo 1), mentre hanno riservato i riflettori della serata a Sergiy Stakhovsky e Gregoire Barrere, il derby dei lucky loser.

 

È una giornataccia per Fernando Verdasco e ne approfitta volentieri il qualificato tedesco Matthias Bachinger, che si distingue – per così dire – grazie al dritto identico a quello del concittadino Peter Gojowczyk. È però con il rovescio colpito in anticipo che oggi fa male a Nando, per quanto lo spagnolo ci metta del suo sbagliando tantissimo; le gambe sono scariche e l’impressione è che proprio non senta la palla, mentre si sentono bene le sue imprecazioni rivolte verso il soffitto o il suo angolo. Matthias fa tutto bene e si merita il confronto di venerdì con Ugo Humbert, il mancino francese in rapida crescita che sta sfruttando al meglio la wild card ricevuta.

Sceso in campo dopo Bachinger, ha regolato con un inequivocabile doppio 6-3 il secondo favorito del seeding Borna Coric, che perde così all’esordio in quello che è il suo secondo torneo della stagione. Un Coric sicuramente non ai massimi livelli e che si è preso qualche fischio per il lancio della racchetta in preda alla frustrazione, ma va sottolineata l’ottima prestazione di Humbert, quasi inavvicinabile al servizio (due palle break concesse e annullate) e molto solido ed efficace negli scambi; con questo risultato, migliora ulteriormente il best ranking (virtualmente è ora al n. 66).

GOFFIN STENDE PAIREContro il n. 59 ATP Benoit Paire, David Goffin ottiene la sua miglior vittoria di questo inizio di stagione nel quale ha già mostrato sprazzi dei suoi livelli migliori salvo poi perdere comunque, come gli è accaduto la settimana scorsa a Rotterdam contro uno scatenato Gael Monfils. Si stanno accumulando i diversi match di cui il belga ha come sempre bisogno per ritrovare le giuste sensazioni dopo una pausa per infortunio (in questo caso, l’edema osseo al gomito che lo ha fermato a fine 2018) e i risultati non possono non arrivare.

L’incontro di cartello del giovedì di Marsiglia parte bene per entrambi i contendenti e, di conseguenza, per il pubblico. Al quinto gioco, l’arbitro Moscarella annuncia che Paire non ha più challenge, ma pochi secondi dopo gli viene in aiuto con un overrule sulla prima di servizio di Goffin nel silenzio della giudice di linea. Nulla può però salvare il francese che, sul 40-0 nel game successivo, si distrae e in attimo Goffin incamera un inaspettato quanto incoraggiante 6-2. Il lato destro del barbuto è dove gli avversari si rifugiano nei momenti in cui la palla scotta; il problema è quando, invece dell’errore, il dritto gli procura il vincente, soprattutto se lo porta a giocarsi la prima palla break del match. David lo sfida a riprovarci seguendo a rete il servizio e si ritrova la risposta di dritto ingestibile in mezzo alle scarpe. 

Le trovate estemporanee e qualche bello scambio disegnato con il rovescio, peraltro troppo falloso, finiscono tuttavia con il soccombere di fronte alla continuità del belga che riagguanta subito l’avversario. Se, poi, David lo supera anche nei “numeri” come accade nel fantastico ottavo gioco, Benoit non può che reagire in modo da prendersi un warning (calci allo scatolone pubblicitario nei pressi della rete) e un penalty point (racchetta sfasciata). Goffin si ritrova così anche un 15 di vantaggio andando a servire per chiudere contro un avversario che è già sotto la doccia. Venerdì, il quinto confronto con Gilles Simon dirimerà l’equilibrio far i due.

Risultati:

A. Rublev b. M. Berrettini 6-3 7-6(2)
[Q] M. Bachinger b. [5] F. Verdasco 6-4 6-3
[WC] U. Humbert b. [2] B. Coric 6-3 6-3
[3] D. Goffin b. B. Paire 6-2 6-3
[LL] S. Stakhovsky b. [LL] G. Barrere 6-3 6-4

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Focus

ll cammino Eroico dell’atleta. Come attivare il potenziale implicito dentro di sé

Manuela Caputi illustra come l’utilizzo della metafora del cammino dell’eroe abbinato alle tecniche di Focusing possa portare il giocatore, con il supporto del coach, a sviluppare le proprie potenzialità

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L’articolo di questo mese per la rubrica ISMCA è di Manuela Caputi, Counselor Bioenergetica e Trainer di Focusing, diplomata in Sport Coaching ed esperta di storytelling.

La storia dell’allenamento tennistico, e sportivo in generale, ha seguito e si è modellata non solo sulle capacità individuali ma anche sull’evoluzione delle esigenze di volta in volta emergenti. Nel caso del tennis, dopo l’attenzione data alla preparazione tecnico-tattica e alla preparazione atletica, oggi affiora la consapevolezza di una nuova necessità. Per garantire un’ottima performance è necessaria anche una particolare attitudine mentale. In questo modo il giocatore riesce a raggiungere uno stato di presenza in campo tale da permettergli di sfruttare appieno le risorse allenate e la preparazione raggiunta. Emerge quindi la necessità di considerare anche l’aspetto mentale dell’allenamento e renderlo parte integrante del programma di training.

Con ciò ci si riferisce non tanto alla capacità cognitiva dell’individuo ma soprattutto ad una sua capacità di gestione emotiva. Lo psicologo statunitense Daniel Goleman per primo parlò di “Intelligenza Emozionale” intendendo lo sviluppo di una serie di capacità intrapersonali ed interpersonali che vanno dall’autoconsapevolezza all’autoregolazione, all’empatia. Un approccio più olistico dell’allenamento viene chiamato in causa, un approccio che preveda l’evoluzione dell’atleta come individuo nella sua totalità.

Con l’intento di ispirare e allo stesso tempo evidenziare che tale evoluzione prevede un percorso e che questo percorso è individuale, si è scelto di utilizzare in questa sede la metafora del cammino dell’eroe presente nella struttura narrativa delle favole e dei miti, cosi come elaborata dallo studioso di religioni comparate Joseph Campbell. Il percorso di trasformazione da individuo ordinario a individuo straordinario che compie l’eroe è lo stesso percorso che l’atleta, nel nostro caso il tennista, è chiamato a compiere nella sua ascesa da giovane promettente a campione. È un percorso composto da differenti momenti di passaggio. Campbell li definisce tappe, rappresentanti le fasi evolutive della coscienza umana nel suo cammino verso l’autoconsapevolezza. Si ritiene che conoscere le tappe del cammino dell’eroe possa servire da guida al giocatore e al suo staff , per intraprendere e supportare tale percorso. Per antonomasia, un percorso di cambiamento interiore prima che esteriore.

Per l’eroe il punto di partenza per il viaggio interiore, lo stimolo a cambiare, è sempre determinato da una situazione di disagio. Lo stesso vale per il giocatore. Per quest’ultimo il disagio può essere dato dalla sensazione di avere un problema e non riuscire a risolverlo, dal trovarsi in una situazione di stallo, come ad esempio il ripetersi nel match di errori tecnico-tattici, o il ripresentarsi di comportamenti non funzionali. In genere il linguaggio con cui in questi casi il tennista si rivolge agli altri – e soprattutto a se stesso – mostra il disagio percepito. Frasi come “Mi va tutto male”, “L’altro prende solo righe” riflettono la sensazione di essere in balia di forze esterne che non si riesce a controllare. In altri momenti il senso di disfatta viene anticipato da espressioni come “Tanto con quello non ci vinco mai”. In tutti i casi l’incapacità di prendere consapevolezza e di gestire le proprie emozioni risulta fatalmente determinante per il risultato finale del match. Questo insieme emozionale e psichico è quello che nella nostra metafora viene definito il mondo ordinario dell’eroe. Si tratta di un insieme di schemi mentali e credenze limitanti che mantengono il nostro tennista-eroe lontano dall’ottimizzazione delle proprie risorse impedendogli di raggiungere i propri obiettivi. Ma a prescindere da quali siano questi schemi e queste credenze,  ciò che spinge il tennista-eroe ad intraprendere il proprio viaggio di scoperta di sé, è sentire che la necessità di cambiare la realtà – o quantomeno di controllarla – si scontra con l’inefficacia delle strategie messe in atto fino a quel momento.

Il primo passo consiste proprio nella presa di coscienza da parte del nostro tennista-eroe del suo mondo ordinario, ossia della situazione in cui si trova. È necessario che l’individuo prenda consapevolezza delle proprie azioni iniziando ad osservare la realtà esterna e ad osservarsi agire in essa. A stimolare questo primo movimento servono quelle che Campbell definisce chiamate, ossia eventi e accadimenti che turbano e scuotono, la goccia che può far traboccare il vaso e far prendere al nostro eroe una nuova direzione. Per il giocatore  possono essere i richiami del coach, una non convocazione in Coppa Davis o Fed Cup, un evento familiare inaspettato o infine un evento fisico traumatico (in base all’unità funzionale mente-corpo un evento traumatico al livello fisico è comunque un campanello d’allarme anche mentale).

Non tutti però sono pronti a ricevere e seguire la chiamata. Trattandosi sempre di un evento che comunque va a toccare una certa fragilità dell’individuo o una sua paura, la reazione più comune è il cosiddetto rifiuto della chiamata. Questo momento implica che il nostro giocatore si rifugi ancor di più nella propria comfort zone e si accanisca nel voler continuare a “cambiare la realtà esterna agendo solo sulla realtà esterna stessa”. Sono i momenti in cui si cambia coach, si cambia sede di allenamento, si cambia fidanzata, ogni causa è ritenuta esterna e va cambiata.

Spesso è solo con l’arrivo del mentore, ossia di un aiuto esterno, che il giovane eroe riesce a credere che esista una via d’uscita e riesce ad affrontare il momento della scelta che lo spinge all’attraversamento della soglia. Solo ora è pronto ad intraprendere il proprio cammino. Nel mondo del tennista, lo staff è chiamato a ricoprire il ruolo di mentore. Un ruolo questo che ha un grande potenziale detonante. Un potenziale che a sua volta, per essere tale, deve venir coltivato con la stessa consapevolezza che si richiede all’atleta per gestire la propria vita. Un coach deve essere in grado di ispirare, motivare, supportare. Soprattutto è importante che creda nel giocatore, spesso più di quanto il giocatore stesso creda in sé. Forte di questo supporto il nostro tennista-eroe può accogliere ora la possibilità di intraprendere il proprio viaggio accettando di “cambiare la realtà esterna cambiando la propria realtà interna”.

Si tratta di un vero e proprio capovolgimento, e come tale viene rappresentato nella nostra metafora dove l’eroe entra letteralmente in un nuovo mondo, il mondo straordinario. Questo passaggio prevede l’acquisizione di nuove competenze e un nuovo linguaggio. È questo l’inizio di una diversa fase e una diversa modalità di allenamento che implica ora un’esperienza diretta dell’intero individuo. Si tratta di passare dal “pensare con la mente” al “pensare con tutto il corpo” attraverso un sentire il corpo dall’interno. Il nostro atleta è chiamato a scoprire la propria Forza Interiore che risiede implicita dentro di sé. Questa viene attivata allenando una nuova consapevolezza corporea, cosi nuova che il filosofo americano Eugene Gendlin, fondatore del metodo del Focusing, inventò per descriverla il neologismo di “sensazione sentita significativa”.

Attraverso una serie di passi, allenabili ed insegnabili, il Focusing risulta essere un metodo particolarmente efficace per attivare risorse nascoste e sbloccare processi di stallo. Migliora la qualità dello stato di presenza e sviluppa un affidabile contatto interno con se stessi che permette all’atleta di verificare il proprio stato emotivo ed eventualmente intervenire per cambiarlo. Questo potenzia fiducia e autostima e favorisce un atteggiamento propositivo verso le situazioni esterne. Sfrutta la capacità intrinseca del corpo, che a differenza della mente, è in grado di recepire e rielaborare in modo immediato e sintetico in un’unica sensazione fisica “tutto ciò che riguarda una certa situazione”. Ciò favorisce analisi e decisioni tempestive ma allo stesso tempo congruenti, essenziali in uno sport di situazione come il tennis. Con queste nuove risorse a disposizione il nostro eroe può finalmente affrontare la prova centrale e nella nostra metafora uccidere il drago. Per il tennista significa affrontare i momenti topici con fondata fiducia e forza interiore superando le proprie paure.

Il nostro eroe cosi rinnovato può intraprendere la via del ritorno. Avendo acquisito la capacità di vedere altro e di scorgere un nuovo significato, la stessa realtà può diventare ora una nuova realtà. Ecco che il cerchio si chiude e il nostro giocatore può affrontare adesso le stesse situazioni in modo diverso. Questa è la conquista suprema, l’Elisir: la possibilità di “cambiare la realtà esterna agendo sulla propria realtà interna”. Questo è ciò che distingue un individuo ordinario da un individuo straordinario, un giovane promettente da un Campione: colui che ha completato il proprio percorso di trasformazione. Avendo presente tutto ciò, non solo il ruolo del giocatore cambia, ma cambia anche il ruolo dello staff che è chiamato a prendere consapevolezza dell’esigenza di questa trasformazione — e di conseguenza a creare un ambiente che favorisca la crescita personale del giovane. In questo senso la chiamata è valida per tutti. È valida per l’atleta, chiamato ad essere Eroe, e per il coach, chiamato ad essere Mentore cioè colui che conosce e mostra la via del cammino eroico.

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