Le mille sconfitte di Novak Djokovic

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Le mille sconfitte di Novak Djokovic

Avevamo parlato degli altri Fab. Dopo la sconfitta con Paire a Miami, è il turno di Nole

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Novak Djokovic guarda le casse di legno allineate nel magazzino. Centinaia di casse, come bare, piene di cadaveri. Se cadaveri si possono chiamare. “Io sono vivo”, pensa. “Voi siete tutti morti”. Il primo dubbio gli era venuto due anni addietro. Nel 2016, dopo la vittoria a Parigi che lo aveva reso il primo uomo dopo Rod Laver a vincere quattro Slam consecutivi. La gioia, il sollievo, la felicità di condividere il successo con la famiglia. Eppure, da qualche parte nella sua mente, un piccolo tarlo insinuava dubbi, rosicchiando via la sua sicurezza. “Non lo meriti”, sussurrava. Lo stesso tarlo che anni prima, nei tre anni trascorsi dopo il suo primo successo in uno slam, gli aveva fatto credere di non essere all’altezza dei due più grandi campioni della sua epoca, se non di sempre. “Non sono successi tuoi”, sussurrava.

Era stato bravo, negli anni successivi, a tappare la bocca a quei dubbi. A vincere partite su partite. A dominare come pochi avevano dominato nella storia, diventando numero uno, vincendo Slam su Slam e insinuando il piedistallo storico su cui si erano insediati gli altri due. Cercando di dimostrare di valere quanto loro. Più di loro. Cercando di dimostrare a sé stesso di esser fatto del loro stesso materiale. “Non sei tu”, era tornato il dubbio. Gli altri due erano fatti della materia degli eroi. Così diversi tra loro eppure entrambi predestinati. Entrambi ammessi di diritto all’Olimpo. Lui no. Lui era un uomo, senza un talento sovrannaturale, senza una tenacia ed una forza sovrannaturali. Lui era umano, capace di sbagliare, vittima di dubbi e insicurezze. E lui li aveva sfidati, cercando di essere come loro. E ci era riuscito. Aveva messo a tacere quella vocina nella sua testa ed era tornato a vincere. Per un po’ aveva dominato il tennis come loro e poi, era riuscito dove loro avevano sempre fallito. Quattro slam di fila. “Non li vali”. Era tornata la vocina.

Quella mattina a Londra, poche settimane dopo il trionfo di Parigi, si era svegliato pensando che fosse tutto un sogno. La sua vita, le sue vittorie. E soprattutto le sue sconfitte. Ricordava flash della sconfitta con Murray a Roma, con Vesely a Montecarlo, settimane prima. E con Lopez a Dubai. Cosa era successo là? Si era ritirato. Un problema agli occhi. Era stato un problema strano. Come se altre immagini, confuse, si sovrapponessero a quello che stava vedendo. Aveva visto frammenti di partite precedenti sovrapporsi agli scambi con Feliciano. E poi? Confusione negli spogliatoi. Marian sembrava preoccupato, troppo preoccupato. Una doccia, un massaggio. E poi? Cosa era successo? Qualcuno era venuto in camera sua quella notte. Mentre dormiva. O era un altro sogno? No, qualcuno era venuto. Per settimane il pensiero gli era cresciuto in testa ed era stato bravo a non farsi condizionare, a lasciare quell’episodio in un angolo della sua mente dove non poteva fare danni. Ma quella mattina, a Londra, si era convinto che tutta la sua vita fosse un falso. Un po’ come in quel film di Peter Weir con un altro uomo comune la cui vita non era sua. Poi era sceso in campo e non era riuscito a giocare. Distratto. Poco concentrato. Aveva perso da Sam Querrey lasciando il mondo di stucco. Ma non gli importava. La sua testa lo stava portando altrove. Paranoia? Forse. O forse stava davvero succedendo qualcosa.

 

Qualche tempo dopo aveva tentato un esperimento. Aveva finto un problema all’occhio simile a quello di Dubai. Durante un allenamento. Niente di speciale. “Mi fermo, Marian. Sono confuso, ci vedo doppio”. E poi la notte era rimasto sveglio, all’erta, in attesa. E qualcuno era venuto. Aveva sentito i passi, il brivido di terrore lungo la schiena. Era pronto a balzare fuori dal letto e aggredire l’intruso ma non ci era riuscito. Si era addormentato. O aveva perso i sensi. Nonostante avesse tentato con tutte le forze di restare sveglio. Mentre i passi dello sconosciuto si avvicinavano non era riuscito a tenere gli occhi aperti ed era sprofondato nel sonno. Da quel momento era diventata un’ossessione. Era tutto vero. C’era qualcuno che tramava alle sue spalle una trama a lui sconosciuta ma di cui era il protagonista. Aveva bisogno di aiuto. Ma da chi? Non si fidava di nessuno. Aveva la sensazione che Vajda fosse coinvolto. Forse anche sua moglie. Paranoia di nuovo? Forse, ma meglio non rischiare. Capire chi fosse responsabile e cosa gli stessero facendo era improvvisamente diventato l’unico obiettivo della sua vita. Decisamente paranoia. Improvvisamente vincere non gli importava più. Aveva iniziato a perdere sempre più spesso con giocatori che pochi mesi prima avrebbe distrutto. I rapporti con Jelena erano peggiorati. Era lontano e distratto. Diffidente. Con Marian anche. Svogliato e sospettoso con tutti. Non si fidava di nessuno e non andava d’accordo con nessuno. Eccetto Boris!

Boris viveva in un mondo suo, poco in contatto con la realtà. Un episodio in particolare gli aveva fatto capire che Boris era all’oscuro della cospirazione. Qualche tempo prima Boris aveva notato un uomo dall’aspetto sospetto, entrare nella camera d’albergo di Nole, ‘come un detective in un film di serie B’, aveva detto. Ne avevano parlato e poi avevano dimenticato il tutto. Ora Boris poteva essergli utile. Lui aveva la libertà d’azione e la spavalderia per scoprire qualcosa. Convinse Boris a lasciare il suo posto di allenatore per diventare il suo investigatore privato. A volte lo seguiva in qualche torneo. Più spesso spariva per mesi seguendo qualche indizio. Spesso in alberghi di lusso di isole tropicali. Boris. Finché un giorno se ne venne fuori con un indizio importante. Solido. Forse anche decisivo. Erano a casa di Nole ma da soli. Yelena e Stefan erano fuori a godere del clima e dell’aria di mare. Boris aveva visto Marian Vajda e Miljan Amanovic confabulare con degli individui dall’aspetto poco rassicurante.

“Ecco le foto”, aveva esclamato Boris, baldanzoso come non mai, porgendogli il telefonino. “Fatte in centro a Belgrado, tre giorni fa”. Una mezza dozzina di foto mosse e sfocate mostrava Vajda e Amanovic seduti al tavolo di un bar con due tizi grandi e grossi abbigliati come membri di una grunge band degli anni novanta, capelli lunghi e camicia a scacchi compresi. “Non è che si capisca molto”. Nole restituì il cellulare. “È vero. Ma ammetterai che quei due tizi sembrano decisamente fuori posto”. “Anacronistici quasi, ma questo non significa nulla”. “Ah!”, esclamò Boris. “Il bello viene dopo. Li ho seguiti in macchina. I due tizi, non Marian e Miljan. Per un bel po’. Hanno guidato un vecchio furgone fino ad un capannone abbandonato in mezzo alla campagna ungherese, non lontano dal lago Balaton. Sono rimasti là dentro per un bel po’. Poi se ne sono andati ed io mi sono potuto avvicinare al capannone”. Boris gongolava sorridente pieno di autocompiacimento. “E?”. “Non era molto sorvegliato, niente videocamere sull’esterno, ma non sono riuscito ad entrare. Una sola via d’accesso, grande abbastanza per un camion, ma ben chiusa e blindata. Sono riuscito solo a dare una sbirciatina dentro da una finestrella sul seminterrato. Il seminterrato era tipo un locale caldaie con tanti macchinari. Ma macchinari ben strani. Alcuni sembravano server di qualche computer cluster. Altri non ho proprio idea di cosa fossero. Ed era pieno”. “Fa vedere. Hai fatto delle foto?”. “Niente foto. Quattro ore a guidare dietro a quei due, due ore ad aspettare. Il cellulare si è scaricato. Ma il magazzino mica se ne può andare. So dove si trova. Ti ci posso portare quando vuoi”. “Ok, si parte domattina all’alba. “Eh? E come?”. “In macchina. Partenza da Montecarlo alle 6 del mattino, arriviamo sul posto nel pomeriggio. Troviamo un albergo e ci appostiamo a sorvegliare il capannone finchè non succede qualcosa”. “E se non succede niente? Hai impegni, allenamenti, tornei. Non puoi sparire così per giorni, magari settimane”. “Hai ragione. Se non scopriamo nulla entro domenica io torno che settimana prossima devo giocare a Madrid. Tu però resti. E sorvegli il posto ogni giorno finché non succede qualcosa”. “Ma…”. “Domattina alle sei. Ti passo a prendere. Faccio io il primo turno alla guida”.

Il capannone era ancora lì, in mezzo alla campagna, senza nessuno attorno e presumibilmente dentro. Immobile e imperscrutabile. Entrare era impossibile ma l’attesa non era un problema. Passati un paio di giorni Nole fece rotta su Madrid lasciando Boris a fare la guardia. Ogni sera un messaggio del tedesco lo aggiornava sulla situazione: “Anche oggi nulla”. Sempre lo stesso messaggio, giorno dopo giorno, per due settimane. Forse il capannone non aveva alcuna importanza in quella vicenda. Dopo tutto l’indizio si basava sull’intuito di Boris che aveva seguito due balordi nella campagna ungherese. Nole stava per perdere la speranza quando finalmente arrivò un messaggio diverso da parte di Boris. Una foto. La foto di una cassa di legno, scattata dal posto dove Boris si trovava appostato e nascosto. La cassa era abbandonata, a terra, davanti alla saracinesca del capannone. “Portata da un camion. Scaricata pochi minuti fa. Camion partito. Nessuno in giro. Che faccio? Boris”. L’eccitazione! L’adrenalina! Nole sapeva di dover scendere in campo a minuti. Che fare? “Se riesci avvicinati e manda altre foto. Arrivo prima possibile”. Poco più di un’ora dopo Nole era in macchina, guidando a tutta velocità da Roma verso l’Ungheria. Un altra foto, mandata da Boris mentre lui era in campo, mostrava una scritta stampata sulla cassa: Madrid – 2017.

A notte fonda la cassa era ancora lì. Boris era ancora lì. “È troppo grande e pesante da trasportare. Potrebbe essere una bara. Che facciamo?”, chiese il tedesco. “Non so. Proviamo ad aprirla?”. “E come?”. “Hai un piede di porco?”. “Ti pare? Per chi mi hai preso? Sono un ex tennista, miliardario, non vado in giro con attrezzi da scassinatore”. “Ok, ok. Guardo in macchina”. Usando un crick ed un cuneo di metallo i due riuscirono a scardinare una delle pareti della cassa. Dentro ci trovarono segatura, materiale da imballaggio, trucioli e polistirolo. Boris osservava da lontano mentre Nole frugava nella cassa fino a trovare il contenuto. Un braccio, umano, avvolto in plastica simile a quella per imballare i cibi. Il braccio apparteneva ad un corpo umano, integro, tutto avvolto nella plastica trasparente. Nole lo sollevò quanto basta per vederlo in faccia e si trovò a scrutare la sua faccia. Un altro Nole, addormentato o morto. Dentro la cassa. Avvolto nella plastica. “Aaaah!”. “Che succede?”, chiese Boris accorrendo. “Sono io!”. “Lo so che sei tu. Ti vedo bene”. “No. Non io io. Dentro la bara… la cassa. Sono io. Boris si avvicinò a scrutare il cadavere nella cassa per poi ritrarsi, pallido e silenzioso. “Sei proprio tu”.

Nelle settimane seguenti Nole si fece progressivamente taciturno e scontroso. La mente costantemente rivolta a quello che aveva visto nella cassa, in cerca di una spiegazione. Alla fine, dopo la sconfitta a Parigi, un anno dopo che aveva raggiunto una delle più alte vette della storia del tennis, si decise ad affrontare la situazione. Trovò Vajda comodamente seduto sul divano. “So tutto”, decise di tagliare corto. Marian lo guardò perplesso per un secondo, poi comprese di cosa si trattava. “Le casse?”, sembrava quasi sollevato. “Sì. Ho visto le casse, ho visto cosa c’è dentro”. “E hai capito…”. “Sì”. “Come ci sei arrivato?”. “Ci è voluto tempo. Alcuni incidenti strani, altre cose che non sapevo spiegarmi. Ho fatto ricerche. E li ho trovati. Li ho visti Marian. Inutile negare”. “Non ho nessuna intenzione di negare o di mentirti, Nole”. “Cosa sono? Cloni? Robot? Ormai ho capito. Non ero io. Non sono mai stato io”. “Che stai dicendo?”. Le mie vittorie? Sono stati quei robot a vincere. Non io. “Sono stati i robot a vincere? Che stai dicendo? Che cosa credi di aver capito, Nole?”. “Potevate mettermi nella loro testa a piacimento e farli giocare al posto mio. Più forti, più resistenti, più potenti. È così che sono riuscito a battere quei due fenomeni. E così ho vinto quattro slam di fila. Non ero davvero io”.

Vajda sorrise. “Cosa ci trovi di divertente, Marian?”. “Nole, Nole. Non hai capito affatto. Le vittorie sono tutte tue. Eri tu in campo e sei stato tu a raggiungere vette che neanche gli altri due hanno raggiunto. I ‘robot’, se così li vuoi chiamare, non giocano a tennis. Credo”. “E allora quei corpi che cosa sono?”. “Sono… corpi. Cloni. Copie di te fatte in determinati momenti. Ce n’è uno per ogni volta che hai perso una partita. Ma sono vuoti. Morti”. “A che scopo?”. “È… complicato. Non te lo posso spiegare. Anch’io non me lo so spiegare fino in fondo”. “Marian come hai potuto farmi una cosa simile? Quanto ti hanno dato?”. “Denaro? Credi che avrei mentito a te e ti avrei messo in una simile situazione per denaro? Io ti amo come un figlio, Nole. Se ho fatto quello che ho fatto è perché era l’unica cosa giusta da fare. Tu al posto mio avresti fatto lo stesso”. “Quale cosa giusta? Che cosa hai fatto? A che servono quei corpi?”. “Stai calmo Nole. Ti ho detto che anch’io non capisco a fondo la situazione. Ma quei cloni sono a fin di bene. Il loro scopo è salvare vite”. “Salvare vite? Dove? In che modo?”. “Non lo so Nole. In una specie di guerra credo. Non so rispondere a queste domande.”

Nole parve calmarsi. Sedendosi sul divano emise un sospiro, quasi sollevato al pensiero che i suoi incredibili risultati fossero davvero suoi. “Chi li ha… creati? Costruiti? Cresciuti?”, domandò dopo qualche minuto. “Non possiamo saperlo. Io ho incontrato solo due emissari. Non ho mai visto i creatori ma ti assicuro che sono capaci di cose che noi umani non possiamo immaginare”. “Stai dicendo che non sono umani?”. “Precisamente”. “Quindi le vite da salvare…”. “Non sono vite umane. I cloni sono destinati ad una guerra, ma non qui. Non sulla terra. Non so che guerra e non so come li useranno, ma le cose che mi hanno mostrato sono abbastanza convincenti”. “Ma perché io?”. “Non sei l’unico, Nole. Hanno clonato anche altri”. “Altri? Chi?”. “Altri due”. “Tennisti?”. “Tennisti”. Nole annuisce. “Tre tennisti clonati per una guerra interplanetaria?”. “Sembrerebbe”. “Ma perché?”. “Forse gli piace il tennis”.

Il resto dell’anno passa in un lampo. Niente tennis ma un piano, preparato con calma, con l’aiuto di Vajda, per andare fino in fondo. Una lettera scritta a Roger. Una lettera scritta a Rafa. Alcune bugie dette alla stampa. Il più difficile addio della sua vita, a Yelena, Stefan e Tara. Con la speranza che non sia un addio. Ed il ritorno al magazzino. Poco prima di capodanno. Due giorni di appostamento, al freddo, davanti al capannone. Attesa e attesa. Ogni giorno una telefonata alla famiglia ed un messaggio da Boris che sta cercando di rintracciare i due emissari. Il terzo giorno il messaggio di Boris dice: ‘Stiamo arrivando. Tienti pronto’. Alla fine il camion arriva. A bordo ci sono i due grunge insieme a Marian e Boris. Boris sta litigando con Marian, da dove è nascosto Nole non riesce a sentire cosa dicono. I due grunge alzano la saracinesca del capannone ed entrano insieme a Boris. Marian resta fuori guardandosi intorno con aria preoccupata. Scruta nel magazzino, scruta la strada ed estrae il cellulare. Nole riceve il messaggio di Marian che dice: ‘Adesso!’. Corre fuori dal nascondiglio e fa per entrare nel capannone. Marian lo guarda con le lacrime agli occhi. Lo abbraccia forte per un secondo.

“Nell’angolo di là” indica, “fai presto, torneranno a momenti”. Nole entra e si nasconde. Poco dopo Boris e gli altri due tornano. Boris ha l’aria più rilassata, si guarda attorno continuamente. I due escono mentre Boris rimane indietro di qualche passo. Nole sporge la testa quanto basta per essere visto dal tedesco. Boris sorride e con quel suo accento teutonico urla: “Grazie ancora, ragazzi. Tutto a posto. Possiamo andare”. Pochi secondi dopo la saracinesca si abbassa ed il camion riparte, lasciando Nole da solo nel magazzino. Novak Djokovic guarda le casse di legno allineate nel magazzino. Centinaia di casse, come bare, piene di cadaveri. Ogni cassa porta il nome di un luogo e una data. Nole sa cosa c’è dentro. “Mi immaginavo qualcosa di più sofisticato”, pensa. “Con apparati elettronici. Monitor e display vari. Certo non mi immaginavo delle casse di legno. Come per il conte Dracula”. Nole si aggira per il magazzino, va negli uffici in cerca di informazioni ma i computer non si accendono. Dopo qualche ora il capannone è scosso da una sottile vibrazione accompagnata dalla sensazione di essere spinto dolcemente ma con fermezza contro il pavimento. Nole si guarda attorno, torna verso le casse. “Non c’è nessuno qui, eccetto i cadaveri. Ormai è chiaro”. Parla tra sé e sé. Guardandosi attorno scorge una piccola finestra su una parete, ad un paio di metri da terra. Spingendo un paio di casse fino alla base del muro riesce ad arrampicarsi per guardare fuori. Sale sulle casse e si avvicina alla finestra. Fuori il buio ed un cielo stellato. Un cielo in continuo mutamento, con stelle sconosciute. Novak appoggia la mano alla parete accanto alla finestra. Solo pochi centimetri di muro lo separano dal vuoto dello spazio. “Sto arrivando”, pensa.

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Giorgi vola ai quarti nel Bronx. Winston-Salem: avanti Sonego, fuori Fabbiano e Ceck

GIornata in chiaroscuro per gli azzurri: si fa valere soltanto Camila, che rimonta Petkovic. Rublev sconfigge nettamente Fabbiano

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GRINTA E FOLLIA –Torna a sorridere Camila Giorgi che mette a segno la seconda vittoria consecutiva (è solo la terza volta in un anno tormentato dal problema al polso) ai danni di una combattiva Andrea Petkovic che, avanti di un set e un break, sembrava avere il match in mano, inavvicinabile al servizio e aggressiva e precisa in risposta. Brava allora Camila a non perdersi d’animo e a portare a casa un incontro che nel secondo e nel terzo set si è giocato su pochissimi punti. Il primo parziale se ne va in una mezz’ora, con due break a favore della n. 89 WTA Petkovic, partita mettendo a segno con 15 punti consecutivi in battuta, che sfrutta poi l’inerzia per salire 2-0 nel secondo. Finalmente, però, Camila inizia a rispondere con più continuità, rientra subito nel punteggio e mette a segno il break che decide il set all’undicesimo gioco: Andrea se la prende con la racchetta e Giorgi chiude 7-5.

Partita finale all’insegna dell’anarchia con break a ripetizione, compreso quello a favore della ventisettenne marchigiana sul 5 pari, brava a rimanere concentrata nonostante un’occasione persa su una sua palla dubbia che inizialmente sembrava non chiamata; il finale di secondo set non viene però replicato complice anche il settimo doppio fallo e Camila è trascinata al tie-break, dove un altra seconda sbagliata le costa il vantaggio iniziale. Andrea giudica il suo lungolinea vincente e si dispera per la chiamata out, ma il punto che davvero scrive la parola fine è di Camila: un rovescio al volo correndo all’indietro, folle e imprendibile. Ai quarti, troverà Alizé Cornet o Lin Zhu.

UN SET NON BASTA (QUASI MAI) Dopo il successo al primo turno contro Alexander Bublik che ha interrotto un striscia di dieci sconfitte, Marco Cecchinato ritrova la sconfitta a ventiquattr’ore di distanza contro John Millman, testa di serie n. 14 (avrà senso puntualizzarlo in un torneo a 48 giocatori?). Il trentenne di Brisbane, alla ricerca di punti con cui tamponare l’emorragia nel caso di una precoce uscita dallo US Open dove difende i quarti di finale, ha messo in campo il suo tennis regolare che sorprende solo quando sbaglia una palla da spingere e chiudere; anzi, neanche quello dopo un po’. Tanto (certo non è poco) è bastato per superare un Cecchinato comunque grintoso per due set e mezzo, ma a cui la vittoria contro Bublik non è prevedibilmente bastata a innescare quella fiducia necessaria per giocarsela fino in fondo contro un mastino da campi duri come Millman.

 

Nel primo parziale, il punteggio segue l’ordine di battuta, con Ceck che forza la prima palla con cui ottiene un’altissima percentuale di punti. Le prime occasioni per chi è in risposta si vedono quando Marco serve sul 5-6 e sono anche due set point, peraltro ben annullati, con il fiato sospeso sul secondo: il servizio procura un dritto comodo dal quale non esce l’auspicato comodino e il nostro resta impantanato nel palleggio, ma ne esce con il vincente inside-in. Il tie-break si chiude al primo set point: costretto in difesa, l’azzurro incassa il generoso errore con il rovescio d’attacco australiano. Millman riprende a macinare con la sua abituale solidità e inizia si fa pericoloso nei game di risposta. Cecchinato sciupa l’opportunità di procurarsi due palle break consecutive al sesto gioco con una bruttissima smorzata e cede il turno di servizio successivo che gli costerà il set. La prima battuta di Marco va in campo poco più della metà delle volte come nella partita iniziale, ma l’efficacia è scesa di molto e il palermitano non si salva sul 3 pari; dal 40-15 per Ceck, Millman infila dodici punti consecutivi e si prende l’ottavo di finale contro Robin Haase, vincitore del quarto favorito Joao Sousa.

Senza soffrire più di tanto, e soprattutto senza subire break, l’esordio immacolato di Lorenzo Sonego gli vale l’accesso agli ottavi di finale. Il torinese sconfigge 6-1 6-4 Damir Dzumhur quando in Italia è già notte inoltrata, nel primo confronto diretto con il tennista bosniaco. Si tratta di una vittoria che testimonia i progressi del 24enne nella stagione in corso, perché se è vero che Dzumhur – costretto a passare per le qualificazioni, essendo ormai fuori dalla top 100 – è in calo, parliamo comunque di un giocatore che vanta un’esperienza molto maggiore sulle superfici veloci. Sonego affronterà adesso una testa di serie, la n.11 Carreno Busta. L’incontro si disputerà mercoledì (oggi) attorno alle 23 italiane.

Niente da fare invece per Thomas Fabbiano contro Andrey Rublev nel recupero del match non disputato lunedì a causa della pioggia: il russo si impone 6-4 6-2 guadagnandosi la serata con Albert Ramos-Vinolas, dalla quale uscirà trionfante.

Il tabellone di Winston-Salem
Il tabellone del Bronx Open (New York)

Risultati:

NYJTL Bronx Open
C. Giorgi b. A. Petkovic 3-6 7-5 7-6(3)

ATP Winston-Salem
secondo turno
J. Millman b. M. Cecchinato 6-7(5) 6-4 6-3
[7] L. Sonego b. [Q] D. Dzumhur 6-1 6-4
primo turno
A. Rublev b. T. Fabbiano 6-4 6-2

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Numeri: la settimana magica di Keys e Kuznetsova

Tra le cifre significative della settimana di Cincinnati troviamo l’ascesa di Kecmanovic, la Top 10 over 30 di Bautista Agut e le 13 tenniste americane in Top 100

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1 – la finale raggiunta negli ultimi due anni da Madison Keys, quando la settimana scorsa è arrivata a Cincinnati, per giocare il torneo dove, in cinque partecipazioni, aveva raggiunto solo una volta i quarti. Fattasi conoscere nel grande tennis nel 2014, quando da 19enne vinse il torneo di Eastbourne, era entrata nella top ten nel 2016, con le finali raggiunte a Roma e Montreal e il titolo al Premier di Birmingham. Sembrava definitivamente esplosa due anni fa, con la finale conquistata agli Us Open, che, tuttavia, non le consentiva di chiudere la stagione tra le prime 10. Le semifinali del 2018 al Roland Garros e al Major newyorkese sono stati il miglior piazzamento, ottenuto lo scorso anno, concluso comunque nella top 20. Quest’anno ad aprile ha vinto il quarto titolo, ma a Cincinnati è arrivato il successo sin qui più importante, sconfiggendo in finale Kuznetsova e, prima ancora, tre ex numero 1 (Muguruza, Halep, Venus Williams), oltre Kenin e Kasatkina.
 
2 – i tennisti attorno al trentunesimo anno di età, Fognini e Bautista Agut, ad aver raggiunto nel 2019 per la prima volta la top ten. Lo spagnolo aveva vissuto la prima svolta della carriera nel 2014, anno in cui per la prima volta aveva raggiunto la top 20, una fascia di classifica frequentata con assiduità in tutte le stagioni successive (per un totale attuale di 184 settimane), issandosi sino al numero 13 e non uscendo in ogni caso mai fuori dai primi 30 del mondo. Pur essendo nato sulla terra battuta e avendo una buonissima adattabilità sul rosso, ha raggiunto appena due delle sedici finali (vincendo quella di Stoccarda nel 2014) su questa superficie. Ha in bacheca titoli vinti in ogni condizione di gioco (erba di S’Hertogenbosh nel 2014, duro indoor a Sofia nel 2016), ma dove si esprime meglio è sul cemento all’aperto, dove ha vinto sei dei nove titoli attualmente in bacheca e raggiunto cinque dei soli sei quarti di finale guadagnati nei Masters 1000 (il miglior risultato in assoluto in questa categoria di tornei è la finale a Shanghai nel 2016). Quel piazzamento venne ottenuto sconfiggendo in semifinale il già allora numero 1 al mondo Djokovic, sconfitto per ben due volte (Doha e Miami) in questo per lui sinora magico 2019. Quest’anno, superando anche il campione serbo, infatti, ha vinto il ricco Atp 250 di Doha. Inoltre ha migliorato in questi mesi i suoi risultati negli Slam: è arrivato per la prima volta nei quarti di finale di un Major: è accaduto prima a Melbourne, sconfitto da Tsitsipas dopo aver eliminato Khachanov e Cilic, e poi a Wimbledon, dove ha raggiunto la semifinale. Un risultato che, assieme ai due quarti di finale nei Masters 1000 sul cemento nordamericano raggiunti nelle ultime due settimane, gli ha permesso di raggiungere la più prestigiosa delle fasce di classifica.
 
4 – le tenniste (Sevastova, Stephens, Karolina Pliskova e  Barty) tre le prime 11 del mondo sconfitte da Svetlana Kuznetsova per raggiungere la finale a Cincinnati. Per ottenere il medesimo numero di vittorie contro giocatrici di questa classifica, l’ex numero 2 del mondo (nel settembre 2007) e vincitrice di due Major (Roland Garros 2004 e Us Open 2009) aveva impiegato tre anni, prima del Premier 5 giocatosi in Ohio. Non va però dimenticato che la russa classe 1985 aveva vissuto l’ultimo paio di stagioni costellate da infortuni (con annessa operazione al polso sinistro) e conseguenti assenze dal circuito. Nel 2018 aveva comunque vinto il titolo di Washington, ma senza una vittoria a livello Slam e con un saldo vittorie/sconfitte in negativo. Il 2019 è iniziato agonisticamente solo ad aprile, con una classifica che la vedeva fuori dalle prime 100. Un anno che non è iniziato nemmeno bene come risultati: Svetlana è arrivata a Cincinnati avendo vinto sette partite negli otto tornei giocati. In Ohio, per la prima volta in una carriera che le ha regalato 18 titoli, ha sconfitto tre top 10 nello stesso torneo, tornando in finale ad un Premier prestigioso, per la prima volta dopo Indian Wells 2017. Davvero irto di ostacoli il suo cammino, dopo che la settimana precedente, per problemi burocratici, non era riuscita ad avere in tempo il visto e provare a difendere il titolo vinto lo scorso anno a Washington.  Nell’ ordine, Kuznetsova ha eliminato Sevastova (7-6 6-7 6-4), Yastremska (4-6 7-6 6-2), Stephens (6-1 6-2), Pliskova (3-6 7-6 6-3)e Barty (6-2 6-4), prima di arrendersi a Keys in finale (7-5 7-6).

13 – le tennniste statunitensi nella top 100 del ranking WTA. Quando una delle campionesse più grandi della storia del tennis, Serena Williams, è, a quasi 38 anni, nella fase finale e inevitabilmente calante della carriera – non ha vinto nessuno dei 14 tornei ai quali ha partecipato da quando è diventata mamma – il movimento femminile a stelle e strisce sembra avere la forza per produrre ricambi capaci di competere ad altissimo livello. Il torneo di Cincinnati ha dato segnali più che incoraggianti in tal senso, con i quarti raggiunti da Venus Williams e, sopratutto, la semifinale tutta yankee tra Kenin e Keys, che ha garantito alla prima l’esordio, a nemmeno 21 anni, questa settimana nella top 20, ed alla seconda di raggiungere il titolo più importante della carriera. Sono ben sette le statunitensi nella top 50: oltre a Serena, Stephens (in verità, in crisi, fuori dalla top 10 dopo un anno e mezzo e fuori ormai dalla top 20 della Race) e le due semifinaliste del Premier 5 statunitense, tutte e quattro nelle prime 20, troviamo altre tre giocatrici dalla buonissima classifica, ovvero la teen-ager Anisimova, Collins e Riske. Tra gioventù di molte e quantità elevatissima di giocatrici, il tennis frmminile USA può guardare senza ansia al futuro.

75 – i soli punti in scadenza a Matteo Berrettini nella restante parte del 2019. Una misera cambiale da difendere, che spiega perché, tra gli attuali primi 20 della Race, dove è diciassettesimo, il romano abbia il saldo negativo maggiore con la classifica delle ultime 52 settimane (ben otto posizioni, essendo venticinquesimo). Khachanov, nono nel ranking ufficiale, vive invece la situazione opposta, trovandosi ben nove posizioni  più in alto rispetto a quella occupata nella Race. Lo scarto di Berrettini nelle due classifiche lascia piuttosto ottimisti in vista dell’ultimo quarto di stagione, nel quale Matteo potrà giocare a mente sgombra, problemi fisici permettendo. L’infortunio alla caviglia destra che lo ha tenuto lontano dal circuito dopo gli ottavi di Wimbledon, impedendogli di difendere i 295 punti del titolo vinto a Gstaad e dei quarti raggiunti a Kitzbuhel la scorsa estate, gli ha causato la perdita di cinque posizioni. Un problema che sembra essere sempre più alle spalle per il classe 1996, che a Cincinnati, dove tra gli altri italiani c’era stato il forfait di Fognini e la decima sconfitta consecutiva di Cecchinato, ha deluso, perdendo da Londero con il punteggio di 7-6 6-3.

131 – la classifica a inizio anno di Miomir Kecmanovic, uno dei soli due under 20 nella top 100 del ranking ATP. Dopo Ager- Auliassime, il tennista di Belgrado è per la precisione il più giovane (davanti a De Minaur, Shapovalov e Moutet, gli unici altri tre a non aver compiuto ancora 21 anni) questa settimana tra i primi 100. L’ex numero 1 juniores (posizione con la quale ha chiuso il 2016), vincitore di due Orange Bowl e finalista agli Us Open 2016 di categoria sino al termine del 2018, non aveva ancora mai sconfitto un top 80 ATP nè mai vinto una partita nel circuito maggiore, ma solo due titoli challenger. La prima svolta della carriera è arrivata per Kecmanovic a marzo ad Indian Wells, con il raggiungimento dei quarti: non è mancato l’aiuto della Dea Bendata – ha sostituito come lucky loser Anderson, ritiratosi a tabellone sorteggiato – ma poi le vittorie su Marterer, Djere e Nishioka gli hanno garantito i punti necessari all’accesso nella top 100. Una svolta fortunata guadagnata con i successivi risultati di questa estate, dopo una stagione sulla terra rossa deludente. Prima la finale raggiunta sull’erba dell’ATP 250 di Antalya, poi i quarti ad Atlanta e il terzo turno a Washington. Ma è la settimana scorsa, con gli ottavi conquistati a Cincinnati sconfiggendo due coetanei come Auger Auliassime (6-3 6-3) e Zverev (6-7 6-2 6-4) che ha ottenuto le vittorie più prestigiose, per ranking degli avversari sconfitti, di questa parte iniziale della carriera. Un piazzamento, quello in Ohio, che gli ha permesso di entrare per la prima volta, a venti anni ancora da compiere, nella top 50.

7085 – i punti nella Race di Novak Djokovic, attualmente secondo in questa classifica dietro a Nadal, primo con 140 punti in più. Il serbo in questo finale di stagione punta, oltre che al quarto US Open (e diciassettesimo Major),  a chiudere per il sesto anno al numero 1 del mondo, dopo esserci riuscito nel 2011, 2012, 2014, 2015, 2018. Un traguardo raggiunto sinora solo da Pete Sampras, precisamente dal 1993 al 1998. Nole sta vivendo una stagione comunque ottima, ma al di sotto, almeno sin qui, di quelle chiuse da numero 1 (ad eccezione dello scorso anno, quando, con una seconda parte eccellente, riuscì ad agguantare la vetta dopo essere stato a giugno ancora fuori dalla top 20). Nelle altre quattro straordinarie annate vissute, prima dell’ultimo Major stagionale, Novak aveva un bottino di punti ben maggiore di quello attuale (11295 nel 2011, 8710 l’anno successivo, 7430 nel 2014, 10785 nel 2015). In questo 2019, nei dieci tornei disputati, sono arrivati tre titoli – Australian Open e Wimbledon, ma anche Madrid – la finale di Roma e appena due altre semi, al Roland Garros, Cincinnati e Doha. A 32 anni, possibile che stia iniziando a selezionare i momenti in cui stare al massimo della forma.

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ATP

Murray ancora sconfitto a Winston-Salem. “Forse devo scendere di livello”

Dopo la sconfitta contro Tennys Sandgren, l’ex numero uno del mondo sta valutando di riprendere più gradualmente nel circuito challenger. “Ho bisogno di giocare qualche partita in più e ricostruire il mio gioco”

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L’ATP 250 di Winston-Salem è sempre più il torneo dei ritorni, benché non tutti troppo felici. Non solo Italia quindi, con il ritorno alla vittoria di Cecchinato e la sconfitta di Seppi coincisa con il rientro in campo di Berdych, ma anche la seconda uscita ufficiale di Andy Murray dopo il traballante comeback di Cincinnati (sconfitto in due set da Gasquet).

L’ex numero uno scozzese ha mostrato qualche timido miglioramento, ma non è riuscito a evitare un’altra sconfitta contro Tennys Sandgren. Lo statunitense ha incanalato l’incontro dalla sua parte vincendo al tie-break un set lunghissimo, da ben 75 minuti, ma quando era ormai sul punto di chiedere (5-4 e servizio nel secondo) ha subito la reazione di Andy. Un fuoco di paglia in realtà, della durata di un solo game, perché Sandgren ha poi piazzato l’allungo decisivo per chiudere 7-5.

C’era una grande atmosfera e tutti erano molto eccitati“, ha detto Sandgren a fine partita. “Ovviamente la carriera di Andy parla per lui, per me è un onore essere qui e poter competere con lui. L’incontro è stato molto lottato. Il primo set avrebbe potuto finire in qualsiasi modo, vincerlo è stato un sollievo, ma anche il secondo è stato lungo è tirato“. Murray si è comunque detto soddisfatto della sua prestazione: “Alcune cose sono andate meglio, stasera. Ho colpito in modo più pulito, forse, rispetto a Cincinnati e sento di essermi mosso meglio, per esempio per rincorrere alcune palle corte come non era accaduto una settimana fa. Fisicamente mi sento bene, non provo dolore né fastidio. Solo un po’ di stanchezza in più del solito. Sono consapevole del mio livello attuale ma è necessario che migliori. Forse ho bisogno di scendere di categoria, per giocare qualche partita in più e ricostruire il mio gioco prima di tornare nel Tour“.

L’intenzione di Murray dunque, neanche troppo latente, sembra quella di valutare un paio di puntate nel circuito challenger prima di ributtarsi nella mischia. L’unico challenger sul veloce della prossima settimana è il Rafa Nadal Open Banc Sabadell di Maiorca, poi comincerà un mini-swing asiatico da tre settimane. L’alternativa è restare negli Stati Uniti, che nello stesso lasso temporale propone i challenger di New Haven, Cary e Columbus.

Il tabellone completo di Winston-Salem

 

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