Le mille sconfitte di Novak Djokovic

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Le mille sconfitte di Novak Djokovic

Avevamo parlato degli altri Fab. Dopo la sconfitta con Paire a Miami, è il turno di Nole

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Novak Djokovic guarda le casse di legno allineate nel magazzino. Centinaia di casse, come bare, piene di cadaveri. Se cadaveri si possono chiamare. “Io sono vivo”, pensa. “Voi siete tutti morti”. Il primo dubbio gli era venuto due anni addietro. Nel 2016, dopo la vittoria a Parigi che lo aveva reso il primo uomo dopo Rod Laver a vincere quattro Slam consecutivi. La gioia, il sollievo, la felicità di condividere il successo con la famiglia. Eppure, da qualche parte nella sua mente, un piccolo tarlo insinuava dubbi, rosicchiando via la sua sicurezza. “Non lo meriti”, sussurrava. Lo stesso tarlo che anni prima, nei tre anni trascorsi dopo il suo primo successo in uno slam, gli aveva fatto credere di non essere all’altezza dei due più grandi campioni della sua epoca, se non di sempre. “Non sono successi tuoi”, sussurrava.

Era stato bravo, negli anni successivi, a tappare la bocca a quei dubbi. A vincere partite su partite. A dominare come pochi avevano dominato nella storia, diventando numero uno, vincendo Slam su Slam e insinuando il piedistallo storico su cui si erano insediati gli altri due. Cercando di dimostrare di valere quanto loro. Più di loro. Cercando di dimostrare a sé stesso di esser fatto del loro stesso materiale. “Non sei tu”, era tornato il dubbio. Gli altri due erano fatti della materia degli eroi. Così diversi tra loro eppure entrambi predestinati. Entrambi ammessi di diritto all’Olimpo. Lui no. Lui era un uomo, senza un talento sovrannaturale, senza una tenacia ed una forza sovrannaturali. Lui era umano, capace di sbagliare, vittima di dubbi e insicurezze. E lui li aveva sfidati, cercando di essere come loro. E ci era riuscito. Aveva messo a tacere quella vocina nella sua testa ed era tornato a vincere. Per un po’ aveva dominato il tennis come loro e poi, era riuscito dove loro avevano sempre fallito. Quattro slam di fila. “Non li vali”. Era tornata la vocina.

 

Quella mattina a Londra, poche settimane dopo il trionfo di Parigi, si era svegliato pensando che fosse tutto un sogno. La sua vita, le sue vittorie. E soprattutto le sue sconfitte. Ricordava flash della sconfitta con Murray a Roma, con Vesely a Montecarlo, settimane prima. E con Lopez a Dubai. Cosa era successo là? Si era ritirato. Un problema agli occhi. Era stato un problema strano. Come se altre immagini, confuse, si sovrapponessero a quello che stava vedendo. Aveva visto frammenti di partite precedenti sovrapporsi agli scambi con Feliciano. E poi? Confusione negli spogliatoi. Marian sembrava preoccupato, troppo preoccupato. Una doccia, un massaggio. E poi? Cosa era successo? Qualcuno era venuto in camera sua quella notte. Mentre dormiva. O era un altro sogno? No, qualcuno era venuto. Per settimane il pensiero gli era cresciuto in testa ed era stato bravo a non farsi condizionare, a lasciare quell’episodio in un angolo della sua mente dove non poteva fare danni. Ma quella mattina, a Londra, si era convinto che tutta la sua vita fosse un falso. Un po’ come in quel film di Peter Weir con un altro uomo comune la cui vita non era sua. Poi era sceso in campo e non era riuscito a giocare. Distratto. Poco concentrato. Aveva perso da Sam Querrey lasciando il mondo di stucco. Ma non gli importava. La sua testa lo stava portando altrove. Paranoia? Forse. O forse stava davvero succedendo qualcosa.

Qualche tempo dopo aveva tentato un esperimento. Aveva finto un problema all’occhio simile a quello di Dubai. Durante un allenamento. Niente di speciale. “Mi fermo, Marian. Sono confuso, ci vedo doppio”. E poi la notte era rimasto sveglio, all’erta, in attesa. E qualcuno era venuto. Aveva sentito i passi, il brivido di terrore lungo la schiena. Era pronto a balzare fuori dal letto e aggredire l’intruso ma non ci era riuscito. Si era addormentato. O aveva perso i sensi. Nonostante avesse tentato con tutte le forze di restare sveglio. Mentre i passi dello sconosciuto si avvicinavano non era riuscito a tenere gli occhi aperti ed era sprofondato nel sonno. Da quel momento era diventata un’ossessione. Era tutto vero. C’era qualcuno che tramava alle sue spalle una trama a lui sconosciuta ma di cui era il protagonista. Aveva bisogno di aiuto. Ma da chi? Non si fidava di nessuno. Aveva la sensazione che Vajda fosse coinvolto. Forse anche sua moglie. Paranoia di nuovo? Forse, ma meglio non rischiare. Capire chi fosse responsabile e cosa gli stessero facendo era improvvisamente diventato l’unico obiettivo della sua vita. Decisamente paranoia. Improvvisamente vincere non gli importava più. Aveva iniziato a perdere sempre più spesso con giocatori che pochi mesi prima avrebbe distrutto. I rapporti con Jelena erano peggiorati. Era lontano e distratto. Diffidente. Con Marian anche. Svogliato e sospettoso con tutti. Non si fidava di nessuno e non andava d’accordo con nessuno. Eccetto Boris!

Boris viveva in un mondo suo, poco in contatto con la realtà. Un episodio in particolare gli aveva fatto capire che Boris era all’oscuro della cospirazione. Qualche tempo prima Boris aveva notato un uomo dall’aspetto sospetto, entrare nella camera d’albergo di Nole, ‘come un detective in un film di serie B’, aveva detto. Ne avevano parlato e poi avevano dimenticato il tutto. Ora Boris poteva essergli utile. Lui aveva la libertà d’azione e la spavalderia per scoprire qualcosa. Convinse Boris a lasciare il suo posto di allenatore per diventare il suo investigatore privato. A volte lo seguiva in qualche torneo. Più spesso spariva per mesi seguendo qualche indizio. Spesso in alberghi di lusso di isole tropicali. Boris. Finché un giorno se ne venne fuori con un indizio importante. Solido. Forse anche decisivo. Erano a casa di Nole ma da soli. Yelena e Stefan erano fuori a godere del clima e dell’aria di mare. Boris aveva visto Marian Vajda e Miljan Amanovic confabulare con degli individui dall’aspetto poco rassicurante.

“Ecco le foto”, aveva esclamato Boris, baldanzoso come non mai, porgendogli il telefonino. “Fatte in centro a Belgrado, tre giorni fa”. Una mezza dozzina di foto mosse e sfocate mostrava Vajda e Amanovic seduti al tavolo di un bar con due tizi grandi e grossi abbigliati come membri di una grunge band degli anni novanta, capelli lunghi e camicia a scacchi compresi. “Non è che si capisca molto”. Nole restituì il cellulare. “È vero. Ma ammetterai che quei due tizi sembrano decisamente fuori posto”. “Anacronistici quasi, ma questo non significa nulla”. “Ah!”, esclamò Boris. “Il bello viene dopo. Li ho seguiti in macchina. I due tizi, non Marian e Miljan. Per un bel po’. Hanno guidato un vecchio furgone fino ad un capannone abbandonato in mezzo alla campagna ungherese, non lontano dal lago Balaton. Sono rimasti là dentro per un bel po’. Poi se ne sono andati ed io mi sono potuto avvicinare al capannone”. Boris gongolava sorridente pieno di autocompiacimento. “E?”. “Non era molto sorvegliato, niente videocamere sull’esterno, ma non sono riuscito ad entrare. Una sola via d’accesso, grande abbastanza per un camion, ma ben chiusa e blindata. Sono riuscito solo a dare una sbirciatina dentro da una finestrella sul seminterrato. Il seminterrato era tipo un locale caldaie con tanti macchinari. Ma macchinari ben strani. Alcuni sembravano server di qualche computer cluster. Altri non ho proprio idea di cosa fossero. Ed era pieno”. “Fa vedere. Hai fatto delle foto?”. “Niente foto. Quattro ore a guidare dietro a quei due, due ore ad aspettare. Il cellulare si è scaricato. Ma il magazzino mica se ne può andare. So dove si trova. Ti ci posso portare quando vuoi”. “Ok, si parte domattina all’alba. “Eh? E come?”. “In macchina. Partenza da Montecarlo alle 6 del mattino, arriviamo sul posto nel pomeriggio. Troviamo un albergo e ci appostiamo a sorvegliare il capannone finchè non succede qualcosa”. “E se non succede niente? Hai impegni, allenamenti, tornei. Non puoi sparire così per giorni, magari settimane”. “Hai ragione. Se non scopriamo nulla entro domenica io torno che settimana prossima devo giocare a Madrid. Tu però resti. E sorvegli il posto ogni giorno finché non succede qualcosa”. “Ma…”. “Domattina alle sei. Ti passo a prendere. Faccio io il primo turno alla guida”.

Il capannone era ancora lì, in mezzo alla campagna, senza nessuno attorno e presumibilmente dentro. Immobile e imperscrutabile. Entrare era impossibile ma l’attesa non era un problema. Passati un paio di giorni Nole fece rotta su Madrid lasciando Boris a fare la guardia. Ogni sera un messaggio del tedesco lo aggiornava sulla situazione: “Anche oggi nulla”. Sempre lo stesso messaggio, giorno dopo giorno, per due settimane. Forse il capannone non aveva alcuna importanza in quella vicenda. Dopo tutto l’indizio si basava sull’intuito di Boris che aveva seguito due balordi nella campagna ungherese. Nole stava per perdere la speranza quando finalmente arrivò un messaggio diverso da parte di Boris. Una foto. La foto di una cassa di legno, scattata dal posto dove Boris si trovava appostato e nascosto. La cassa era abbandonata, a terra, davanti alla saracinesca del capannone. “Portata da un camion. Scaricata pochi minuti fa. Camion partito. Nessuno in giro. Che faccio? Boris”. L’eccitazione! L’adrenalina! Nole sapeva di dover scendere in campo a minuti. Che fare? “Se riesci avvicinati e manda altre foto. Arrivo prima possibile”. Poco più di un’ora dopo Nole era in macchina, guidando a tutta velocità da Roma verso l’Ungheria. Un altra foto, mandata da Boris mentre lui era in campo, mostrava una scritta stampata sulla cassa: Madrid – 2017.

A notte fonda la cassa era ancora lì. Boris era ancora lì. “È troppo grande e pesante da trasportare. Potrebbe essere una bara. Che facciamo?”, chiese il tedesco. “Non so. Proviamo ad aprirla?”. “E come?”. “Hai un piede di porco?”. “Ti pare? Per chi mi hai preso? Sono un ex tennista, miliardario, non vado in giro con attrezzi da scassinatore”. “Ok, ok. Guardo in macchina”. Usando un crick ed un cuneo di metallo i due riuscirono a scardinare una delle pareti della cassa. Dentro ci trovarono segatura, materiale da imballaggio, trucioli e polistirolo. Boris osservava da lontano mentre Nole frugava nella cassa fino a trovare il contenuto. Un braccio, umano, avvolto in plastica simile a quella per imballare i cibi. Il braccio apparteneva ad un corpo umano, integro, tutto avvolto nella plastica trasparente. Nole lo sollevò quanto basta per vederlo in faccia e si trovò a scrutare la sua faccia. Un altro Nole, addormentato o morto. Dentro la cassa. Avvolto nella plastica. “Aaaah!”. “Che succede?”, chiese Boris accorrendo. “Sono io!”. “Lo so che sei tu. Ti vedo bene”. “No. Non io io. Dentro la bara… la cassa. Sono io. Boris si avvicinò a scrutare il cadavere nella cassa per poi ritrarsi, pallido e silenzioso. “Sei proprio tu”.

Nelle settimane seguenti Nole si fece progressivamente taciturno e scontroso. La mente costantemente rivolta a quello che aveva visto nella cassa, in cerca di una spiegazione. Alla fine, dopo la sconfitta a Parigi, un anno dopo che aveva raggiunto una delle più alte vette della storia del tennis, si decise ad affrontare la situazione. Trovò Vajda comodamente seduto sul divano. “So tutto”, decise di tagliare corto. Marian lo guardò perplesso per un secondo, poi comprese di cosa si trattava. “Le casse?”, sembrava quasi sollevato. “Sì. Ho visto le casse, ho visto cosa c’è dentro”. “E hai capito…”. “Sì”. “Come ci sei arrivato?”. “Ci è voluto tempo. Alcuni incidenti strani, altre cose che non sapevo spiegarmi. Ho fatto ricerche. E li ho trovati. Li ho visti Marian. Inutile negare”. “Non ho nessuna intenzione di negare o di mentirti, Nole”. “Cosa sono? Cloni? Robot? Ormai ho capito. Non ero io. Non sono mai stato io”. “Che stai dicendo?”. Le mie vittorie? Sono stati quei robot a vincere. Non io. “Sono stati i robot a vincere? Che stai dicendo? Che cosa credi di aver capito, Nole?”. “Potevate mettermi nella loro testa a piacimento e farli giocare al posto mio. Più forti, più resistenti, più potenti. È così che sono riuscito a battere quei due fenomeni. E così ho vinto quattro slam di fila. Non ero davvero io”.

Vajda sorrise. “Cosa ci trovi di divertente, Marian?”. “Nole, Nole. Non hai capito affatto. Le vittorie sono tutte tue. Eri tu in campo e sei stato tu a raggiungere vette che neanche gli altri due hanno raggiunto. I ‘robot’, se così li vuoi chiamare, non giocano a tennis. Credo”. “E allora quei corpi che cosa sono?”. “Sono… corpi. Cloni. Copie di te fatte in determinati momenti. Ce n’è uno per ogni volta che hai perso una partita. Ma sono vuoti. Morti”. “A che scopo?”. “È… complicato. Non te lo posso spiegare. Anch’io non me lo so spiegare fino in fondo”. “Marian come hai potuto farmi una cosa simile? Quanto ti hanno dato?”. “Denaro? Credi che avrei mentito a te e ti avrei messo in una simile situazione per denaro? Io ti amo come un figlio, Nole. Se ho fatto quello che ho fatto è perché era l’unica cosa giusta da fare. Tu al posto mio avresti fatto lo stesso”. “Quale cosa giusta? Che cosa hai fatto? A che servono quei corpi?”. “Stai calmo Nole. Ti ho detto che anch’io non capisco a fondo la situazione. Ma quei cloni sono a fin di bene. Il loro scopo è salvare vite”. “Salvare vite? Dove? In che modo?”. “Non lo so Nole. In una specie di guerra credo. Non so rispondere a queste domande.”

Nole parve calmarsi. Sedendosi sul divano emise un sospiro, quasi sollevato al pensiero che i suoi incredibili risultati fossero davvero suoi. “Chi li ha… creati? Costruiti? Cresciuti?”, domandò dopo qualche minuto. “Non possiamo saperlo. Io ho incontrato solo due emissari. Non ho mai visto i creatori ma ti assicuro che sono capaci di cose che noi umani non possiamo immaginare”. “Stai dicendo che non sono umani?”. “Precisamente”. “Quindi le vite da salvare…”. “Non sono vite umane. I cloni sono destinati ad una guerra, ma non qui. Non sulla terra. Non so che guerra e non so come li useranno, ma le cose che mi hanno mostrato sono abbastanza convincenti”. “Ma perché io?”. “Non sei l’unico, Nole. Hanno clonato anche altri”. “Altri? Chi?”. “Altri due”. “Tennisti?”. “Tennisti”. Nole annuisce. “Tre tennisti clonati per una guerra interplanetaria?”. “Sembrerebbe”. “Ma perché?”. “Forse gli piace il tennis”.

Il resto dell’anno passa in un lampo. Niente tennis ma un piano, preparato con calma, con l’aiuto di Vajda, per andare fino in fondo. Una lettera scritta a Roger. Una lettera scritta a Rafa. Alcune bugie dette alla stampa. Il più difficile addio della sua vita, a Yelena, Stefan e Tara. Con la speranza che non sia un addio. Ed il ritorno al magazzino. Poco prima di capodanno. Due giorni di appostamento, al freddo, davanti al capannone. Attesa e attesa. Ogni giorno una telefonata alla famiglia ed un messaggio da Boris che sta cercando di rintracciare i due emissari. Il terzo giorno il messaggio di Boris dice: ‘Stiamo arrivando. Tienti pronto’. Alla fine il camion arriva. A bordo ci sono i due grunge insieme a Marian e Boris. Boris sta litigando con Marian, da dove è nascosto Nole non riesce a sentire cosa dicono. I due grunge alzano la saracinesca del capannone ed entrano insieme a Boris. Marian resta fuori guardandosi intorno con aria preoccupata. Scruta nel magazzino, scruta la strada ed estrae il cellulare. Nole riceve il messaggio di Marian che dice: ‘Adesso!’. Corre fuori dal nascondiglio e fa per entrare nel capannone. Marian lo guarda con le lacrime agli occhi. Lo abbraccia forte per un secondo.

“Nell’angolo di là” indica, “fai presto, torneranno a momenti”. Nole entra e si nasconde. Poco dopo Boris e gli altri due tornano. Boris ha l’aria più rilassata, si guarda attorno continuamente. I due escono mentre Boris rimane indietro di qualche passo. Nole sporge la testa quanto basta per essere visto dal tedesco. Boris sorride e con quel suo accento teutonico urla: “Grazie ancora, ragazzi. Tutto a posto. Possiamo andare”. Pochi secondi dopo la saracinesca si abbassa ed il camion riparte, lasciando Nole da solo nel magazzino. Novak Djokovic guarda le casse di legno allineate nel magazzino. Centinaia di casse, come bare, piene di cadaveri. Ogni cassa porta il nome di un luogo e una data. Nole sa cosa c’è dentro. “Mi immaginavo qualcosa di più sofisticato”, pensa. “Con apparati elettronici. Monitor e display vari. Certo non mi immaginavo delle casse di legno. Come per il conte Dracula”. Nole si aggira per il magazzino, va negli uffici in cerca di informazioni ma i computer non si accendono. Dopo qualche ora il capannone è scosso da una sottile vibrazione accompagnata dalla sensazione di essere spinto dolcemente ma con fermezza contro il pavimento. Nole si guarda attorno, torna verso le casse. “Non c’è nessuno qui, eccetto i cadaveri. Ormai è chiaro”. Parla tra sé e sé. Guardandosi attorno scorge una piccola finestra su una parete, ad un paio di metri da terra. Spingendo un paio di casse fino alla base del muro riesce ad arrampicarsi per guardare fuori. Sale sulle casse e si avvicina alla finestra. Fuori il buio ed un cielo stellato. Un cielo in continuo mutamento, con stelle sconosciute. Novak appoggia la mano alla parete accanto alla finestra. Solo pochi centimetri di muro lo separano dal vuoto dello spazio. “Sto arrivando”, pensa.

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Il vento soffia alle spalle di Lajovic: è lui il primo finalista a Montecarlo

MONTECARLO – Medvedev domina all’inizio, poi improvvisamente stacca la spina anche a causa del forte vento. Lajovic gioca con attenzione e vola in finale

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Dusan Lajovic - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Montecarlo, la nostra inviata

Dusan Lajovic, numero 48 del mondo, si regala la prima finale in carriera rimontando da 1-5 nel primo set contro il giovane Danii Medvedev, numero 14 ATP. Il serbo diventa così il finalista di Montecarlo con la classifica più alta dal 2001 ad oggi.  Dusan già nella giornata di ieri, dopo aver conquistato la sua prima semifinale in un Maters 1000 all’età di 28 anni, aveva scherzato: “Meglio tardi che mai”. Per Daniil, 23 anni, ci saranno in futuro altre occasioni.

 

Sul Principato il vento soffia deciso (45 km/h) e fa volare nuvole di terra rossa. Lajovic parte contratto e cede subito il servizio a un Medvedev solido e concentrato. Il set continua esattamente come è cominciato: Dusan falloso e Daniil in controllo. In tribuna ad assistere a questa prima semifinale Bob Sinclar, che ha animato il venerdì monegasco suonando in una nota discoteca fino all’alba. Medvedev si issa sul 5 a 1 ma quando deve servire per prendersi il parziale un passaggio a vuoto gli fa perdere il game e regala a Lajovic una speranza. E Dusan a quella speranza si aggrappa. Medvedev tiene il servizio successivo e conquista il secondo break consecutivo con un pallonetto che strappa gli applausi di tutto il centrale. Con il trascorrere del tempo il vento diventa sempre più fastidioso. Uno scoraggiato Medvedev non trova più le misure del campo e al terzo servizio perso se la prende con la propria racchetta e con la morbida terra del Country Club. Lajovic è implacabile. Il serbo ha ormai preso il comando del gioco e, con un parziale di 6 giochi a 0, conquista il primo set dopo un’ora.

Daniil Medvedev – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il padrone di casa sua Altezza Serenissima, Alberto II di Monaco, osserva sornione dalla tribuna reale, accanto a Toni Nadal che per l’occasione sfoggia un elegante completo con tanto di cravatta. Sul campo Lajovic continua a macinare gioco a scapito di un sempre più confuso Medvedev. Daniil, infatti, cede il servizio di apertura del parziale. Medvedev non riesce più a trovare il filo del gioco, mentre Lajovic ora ci crede tanto da volare sul 4 a 0 in nemmeno 20 minuti di gioco. Sono 10 ora i game conquistati consecutivamente da Dusan. Nel quinto gioco Medvedev riesce finalmente a tenere il servizio tra gli applausi di incoraggiamento del campo centrale. Il destino dell’incontro è però ormai segnato. Lajovic non trema e si va a prendere la finale di Montecarlo, approfittando dell’ennesimo errore avversario. Dusan, incredulo, si ferma al centro del campo mentre il Ranier III gli tributa un meritato applauso. Danii esce a testa bassa. Ora Lajovic attende il vincitore della sfida tra Fabio Fognini e Rafael Nadal.

Risultato:

D. Lajovic b. [10] D. Medvedev 7-5 6-1

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ATP

Pella fa sudare Nadal, ma non può batterlo: 14esima semifinale a Montecarlo

MONTECARLO – Pella gioca un grande primo set e va vicinissimo a vincerlo. Ma alla fine, come quasi sempre accade sulla terra, la partita la vince Nadal. Semifinale contro Coric o Fognini

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da Montecarlo, il nostro inviato

Quando Rafael Nadal e Guido Pella scendono in campo, dopo che si è celebrata ai danni di Djokovic la rivoluzione russa, tutti sentono il bisogno di un po’ di vecchia e sana restaurazione. Del resto la striscia aperta di Nadal a Montecarlo parla di 17 vittorie e 23 set vinti (in nessuno dei quali il suo avversario ha vinto più di quattro giochi). Quanto ai precedenti Pella può vantare due sconfitte con un bilancio negativo di 5 set a zero, ed una sola escursione sul 6-3. Insomma, non abbiamo consultato gli oroscopi ma siamo certi che neanche questi aiutino l’argentino. Arbitra Bernardes, che a questo punto pare l’unica chance per il giustiziere (in concorso con un virus) del nostro Cecchinato.

 

E difatti si parte col rovescio lungo linea vincente di Pella, capace di pizzicare Nadal scoperto sul suo lato sinistro con il proprio dritto, e palla break. La prima annullata, la seconda concessa con doppio fallo e per Pella è subito break. Nadal appare disorientato per tutta la prima fase del set dal mancinismo dell’avversario. Con il dritto cerca solo di buttare fuori dal campo l’avversario a scapito della velocità di palla, ma l’avversario ci arriva comodo ed inizia a comandare sulla diagonale che Rafa non avrebbe mai pensato di patire. Nadal sembra accorgersi del trucco dell’avversario, che impugna l’arnese con la sinistra, ed inizia a variare un po’ con il back, cercando di destabilizzare Pella. Il controbreak immediato già fa mormorare sugli spalti che si assisterà ad un monologo maiorchino. Ed invece non è così.

Mentre Cisca in versione Mirka segue dietro gli occhiali da sole il suo promesso sposo, chissà se non le sia capitata di scambiarlo per Guido Pella. L’argentino si mette infatti a fare il Nadal, cercando angoli pari a quelli dell’avversario col dritto ma senza diminuirne la velocità di crociera. La tenuta di Pella, che inizia ad alternare alla clava il fioretto con apprezzabili palle corte, spinge Nadal ad errori impensabili. Pella continua a giocare un tennis vario, col permesso di un Nadal poco incisivo e si prende il break, trasformandosi per un attimo in Henri Leconte e giocando una volée smorzata vincente dalla linea del servizio.

Rafa cerca di scuotersi con un colpo che potrebbe rivelarsi utile ma che non è mai stato quello forte del suo repertorio, il lungo linea di rovescio. Pella però continua a fare il Nadal, comanda col dritto e siamo 3 a 1. Quando un dritto di Nadal non riesce a scavalcare la rete è ancora break. Nadal che perde tre turni di servizio di fila sulla terra battuta. Si scavi nelle statistiche. Sugli spalti l’hashtag più popolare inizia ad essere #ginocchio, seguito a ruota da #fisioterapista, ma per il momento nulla accade sul fronte dell’infermeria di Manacor.

Nadal cerca una reazione e trova sponda in un pubblico plebiscitariamente schierato per il monarca. La sua reazione è però balbettante e necessita dell’aiuto di Pella, che si confonde, inizia a tifare anche lui Nadal, e concede uno dei break di scorta, anche con un par di doppi falli. A questo punto comincia una nuova partita. Rafa tiene il primo turno di servizio dopo 41 minuti di gioco e Pella, per fare punto, deve iniziare a tirare vincenti fuori del comune. Allo spagnolo manca, e mancherà per tutto il set, la resa del proprio dritto incrociato, ben addomesticato dall’argentino. Una volée dorsale di Nadal che lo porta sul 3-4 fa esplodere il pubblico monegasco e fa intravedere a Pella quel che sarà di lì a poco.

Il break successivo in favore di Rafa appare a dir poco scontato e siamo quattro pari con tutte le paure del mondo nuovamente addosso al ventottenne di Bahia Blanca. Finalmente Nadal appare più sciolto nella corsa ma Pella viaggia ancora a ritmi sostenuti. Nadal mette il naso davanti sul 5 a 4 ma Pella prima lo riaggancia e poi mette la freccia con il quarto break del set (anche qui si scavi negli archivi). Quando va a servire per il set, come spesso accade, lo sfavorito si disunisce. Pella inizia a cedere col dritto ed il passaggio a vuoto col fondamentale con cui stava dominando si prolunga fino all’inevitabile tie break ed al suo ineluttabile epilogo (Rafa porta da casa e mette a tavola anche una sontuosa volée bassa di rovescio).

Il 2 a 0 per Nadal nel secondo set appare consequenziale al cedimento di Pella sul finire del primo set. Negli spogliatoi a Fognini e Coric qualcuno corre a dire di accelerare il riscaldamento, ma Pella non ci sta, costringe Rafa ad annullargli due palle break consecutive nel quarto game e lo costringe ad un gioco infinito per andare 3 a 1. Sullo 0-15 del quinto game (appuntatevelo per gli highlights) il punto del match. Pella ha a disposizione il più comodo degli smash a rimbalzo ma lo gioca con troppa sicurezza: la folgore di dritto con la quale Nadal gliela rimanda di là per il vincente è solo parente lontana del colpo deficitario del primo set ed è preludio al secondo break.

Pella inizia ad apparire stanco. Chiuse le ali dell’entusiasmo del primo set, è costretto a ricorrere ai piedi alla disperata caccia degli angoli di Nadal, il quale inizia a trovare dei dritti in corsa lungolinea che incontrano l’apprezzamento anche del Principe Alberto (e lo sconforto di Pella che sorride dinanzi alla linea pizzicata da un prodigio del maiorchino). Nel finale, giusto per ricordarci di che strana giornata si è trattata, Nadal al servizio per il match sul 5 a 2, va sotto 0-40 con due doppi falli, spara un dritto fuori e cede il servizio a zero. Poco male: sul servizio Pella, Nadal recupera un altro smash argentino e si procura due match point. Il primo, Pella lo annulla col dritto. Sul secondo l’argentino decide che può bastare così e spedisce un servizio lungo ed uno in rete per il doppio fallo che chiude il match dopo 2 ore e 20 di gioco, e dopo la comparsa di qualche nube sul Nadal che potrebbe trovare Fognini in semifinale.

In conferenza stampa Nadal appare sereno ma anche desideroso di correre a cambiarsi per la Grande Nuit du Tennis del Principato. Non credo che il fatto che lui fosse mancino mi abbia dato dei problemi.. voglio dire.. per lui è la stessa cosa. Ho mancato un paio di palle importanti ed è stato decisivo il game che ho vinto sotto 4 a 1, perché se lui fosse andato 5 a 1, beh, il set sarebbe finito, sarebbe stato impossibile recuperare. Le difficoltà le devi accettare e devi passarci attraverso, devi battagliare. E sul prossimo avversario, a chi gli ricorda un giovanissimo Coric allenarsi con lui, Rafa confessa: “Non ricordo bene a dire il vero. In ogni caso sarebbe un incontro duro. E se invece fosse Fabio, sarebbe altrettanto duro perché lui è uno dei più talentuosi in circolazione: quando sta bene può battere chiunque”.

Risultato:

[2] R. Nadal b. G. Pella 7-6(1) 6-3

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Medvedev da corsa anche a Montecarlo: è in semifinale, fuori Djokovic

MONTECARLO – Il numero uno del mondo, inguardabile per un’ora, è fuori dal torneo. Medvedev resiste alla rimonta e poi chiude di gran carriera. Prima semifinale in un 1000

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da Montecarlo, il nostro inviato

L’aveva detto Novak Djokovic alla vigilia che non sarebbe stata una partita facile, rendendo merito ai miglioramenti fatti da Daniil Medvedev nell’ultimo anno. Ma certo non credeva che il russo lo avrebbe sconfitto, sulla terra rossa, sul suo terreno preferito: la pressione infallibile da fondo campo.

Indubbiamente il 23enne moscovita ha avuto il vantaggio di sfruttare i tanti errori nella primo set (21 non forzati) del n. 1 del seeding, in un parziale in cui il vento forte ha condizionato molto il gioco. Nel secondo set Djokovic si è ripreso, iniziando a far intravedere finalmente la sua famosa consistenza da fondo. A quel punto tutto faceva supporre che, scoccate le due ore di gioco, come nella recente sfida all’Australian Open sarebbe stato il serbo a prevalere alla distanza.

Invece è stato Medvedev – che comunque anche nel secondo set non aveva demeritato – ad alzare il livello continuando a giocare profondo, senza errori, e pressando con successo un Djokovic che invece era tornato a commettere di nuovo qualche errore di troppo (“Anche oggi ho avuto tanti alti e bassi. Sono riuscito a giocare anche abbastanza bene nel secondo set, ma sono ancora lontano dall’essere continuo. In questo momento per me, ma anche per altri giocatori, l’obiettivo è trovare la continuità di gioco sulla terra.” spiegherà Nole a fine match). Vittoria meritata dunque quella di Daniil, che ora affronterà in semifinale un altro serbo, Dusan Lajovic, da lui nettamente sconfitto nell’unico precedente tra i due, disputato lo scorso ottobre a Mosca (“Abbiamo giocato indoor, sulla terra sarà tutta un’altra partita” ha osservato al riguardo). Sicuramente un penultimo atto che nessuno si aspettava qui al Country Club di Montecarlo.

 
Novak Djokovic e Daniil Medvedev – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Come detto, nel primo set scendeva in campo una versione inguardabile di Djokovic. Basterà riportare i suoi dati al termine del primo parziale: 3 vincenti contro 21 errori non forzati. Dall’altra parte Medvedev faceva il suo, senza strafare (7 vincenti e 6 non forzati nel primo set) dato che faceva tutto Nole: giocava profondo, spingeva quando deve spingere, ma soprattutto attendeva l’errore – che arrivava puntuale – dell’avversario. Nole subiva il break a freddo, si salvava da uno 0-40 nel quinto gioco (causato da tre orribili errori, specie lo smash in rete che portava il russo a tripla palla break), ma capitolava nuovamente al nono gioco, consegnando il primo set per 6-3 a Medvedev in 40 minuti.

All’inizio del secondo parziale tutto sembrava continuare sui binari del primo, con Nole che si ritrovava a dover annullare una palla break. Lo scampato pericolo svegliava però il 31enne belgradese, che dopo quasi un’ora di gioco si procurava finalmente le prime palle break sul servizio dell’avversario. La terza era quella buona. Ora gli scambi erano più lunghi ed intensi e, a differenza del set precedente, spesso era il n. 1 del mondo a portare a casa quelli più lottati. Medveded continuava a giocare bene, ma non abbastanza per impensierire in questa fase dell’incontro il serbo, che difendeva il break del terzo gioco e pareggiava il conto dei set, 6-4, dopo un’ora e 37 minuti.

Si pensava che Djokovic avesse ormai in controllo del match, invece ecco che il match cambiava nuovamente padrone. Nel quarto gioco Medvedev vinceva uno scambio di 24 punti per annullare la palla del due pari e subito dopo passava a condurre per 3-1. Un passaggio cruciale, come ammetterà lo stesso Djokovic nel dopo partita: “Ho perso il servizio all’inizio del terzo set dopo aver avuto la possibilità di chiudere il game. Sulla terra le partite possono girare velocemente. Così è stato, lì ho perso quattro game di fila e non sono riuscito a recuperare.” Se da un lato era vero che Nole era tornato ad essere un po’ falloso, ma non certo come all’inizio, dall’altra parte Medvedev non solo non sbagliava più niente, ma era in grado di portare a casa gli scambi punti più lunghi pressando il suo avversario (“Nole nel secondo set era rientrato nel match e poi, all’improvviso, è calato. Io sono soddisfatto perché ho continuato a giocare bene ed, anzi, sono riuscito a salire di livello”).

Insomma, Daniil faceva il Nole. Il serbo non trovava soluzioni (“Lui ha giocato molto bene, era solido con il rovescio, efficace con il dritto, ha fatto pochissimi errori”) e perdeva nuovamente il servizio al sesto gioco. Al momento di servire per il match Daniil forse si rendeva conto di cosa stava combinando, cioè estromettere il n. 1 del mondo da un Masters 1000, e giocava un brutto game al servizio (un doppio fallo con una seconda fuori di due metri). Ma si ricomponeva subito e ribrekkava un Djokovic che dava la sensazione di non crederci più: dopo due ore e 20 minuti di gioco il 23enne tennista di Mosca chiudeva 6-2 e conquistava la prima, meritata semifinale in un Masters 1000. E la sensazione è che non sarà l’ultima (“L’obiettivo era quello di fare un match con pochi errori, ci sono riuscito. Sono ovviamente soddisfatto per avere battuto il n. 1 al mondo, ma il mio focus è già sul match di domani”) .

Daniil Medvedev (braccia alzate) – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Risultato:

D. Medvedev b. [1] N. Djokovic 6-3 4-6 6-2

Il tabellone aggiornato

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