Le mille sconfitte di Roger Federer

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Le mille sconfitte di Roger Federer

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TENNIS RACCONTI – La nuova sconfitta di Federer è arrivata a Wimbledon contro Djokovic. Cosa succede ad un campione dopo ogni sconfitta? C’è un mondo dove vivono tutte le sconfitte di Roger Federer?

Acqua. Acqua e buio. Acqua fredda che scende nei polmoni e conati di vomito mentre le braccia si agitano spasmodicamente cercando un appiglio.
“Sto annegando! Com’è possibile?”
Sott’acqua, agitandosi cercando di ritrovare il ‘sopra’ ed il ‘sotto’ l’uomo apre gli occhi. Nel buio una piccola luce taglia le onde di traverso. Agitando le gambe, mentre altra acqua gli entra nello stomaco e nei polmoni, l’uomo si lancia in quella direzione. Un pensiero corre ai figli ed alla moglie. La corrente, gelida e violenta, cerca di portarlo via.
“Non adesso. Non adesso. Non adesso.”
Una mano si tuffa dalla superficie delle onde afferrando l’uomo per la maglietta, trascinandolo a riva. Pochi istanti dopo è tutto finito.
Ansante, con la faccia rivolta al suolo e le braccia che tremano, l’uomo ritrova il respiro, il contatto con l’erba bagnata sulla riva.
“Cos’è l’ultima cosa che ricordi?” dice una voce.
“Odio perdere.” ansima l’uomo.
“Lo so. Benvenuto.”

L’uomo alza la testa, a scrutare il volto del suo salvatore. Un volto familiare.
“Tu sei…”
“Con calma, Roger, respira. Va tutto bene. Cos’è l’ultima cosa che ricordi?”
Sempre fissando il suolo l’uomo mette a fuoco i pensieri.
“Stavo giocando a tennis. Sono un tennista. Stavo giocando una partita… ed ho perso.”
L’uomo, Roger Federer, alza la testa a guardare in faccia l’altro uomo, che lo ha salvato, Roger Federer.
“Non è possibile.” mormora.
Il salvatore lo guarda con espressione compassionevole, sorridendo.
“Eppure” gli dice con voce calma poggiandogli una mano sulla spalla “eccoci qua. Io sono te.”
“Ma…”
“E guarda là.”
Seguendo con lo sguardo la direzione indicata dal suo compagno, Federer scorge altri due uomini, seduti sulla rive dal fiume. Entrambi sono Roger Federer. Uno di loro, quello più vicino, è giovane, ha il codino ed un sorriso spavaldo, li guarda e fa un cenno di saluto con la mano. L’altro ha un aspetto serio, lo sguardo concentrato sulle onde del fiume, si volta verso di loro per una frazione di secondo soltanto, senza mutare espressione.
“Che sta succedendo?”
“Posso dirti quello che so. Ce la fai a camminare? Bene, vieni con me, avrai bisogno di mangiare qualcosa.”
I due Roger Federer si alzano e si incamminano nella foresta di conifere che si stende di fianco al fiume. Il nuovo arrivato si guarda attorno. In ogni direzione, a perdita d’occhio si stendono boschi di pini. L’aria è fresca e satura di ossigeno. In lontananza si vedono picchi innevati. Il paesaggio è tagliato in due dal torrente in cui poc’anzi ha rischiato di annegare.
Non sono le alpi svizzere.” gli dice l’altro Federer. “Abbiamo controllato. Non c’è alcun segno di civiltà per chilometri e chilometri in ogni direzione. A quanto ne sappiamo siamo gli unici esseri umani qui. E siamo tutti Roger Federer. Non so come sia possibile. So che siamo tutti qui. Ogni sconfitta che ho patito in carriera. Ogni partita persa, porta qui uno di noi. Nell’istante in cui il vero Federer, perchè suppongo ci sia un Federer che continua a vivere e giocare a tennis da qualche parte, senza sapere della nostra esistenza, nel momento in cui lui perde una partita uno di noi compare qui, sputato fuori dalle acque del fiume. Io sono Nalbandian 2005. Il masters. Ci identifichiamo con anni, nome di chi ci ha battuto o torneo in cui abbiamo perso. O una combinazione di queste cose. E tu? Dov’è successo? Chi ti ha battuto?”
“Io…” Federer guarda Nalbandian 2005 per un secondo “Te lo dico dopo, va bene?”
“Certamente, quando vuoi. So che sei un po’ frastornato adesso.”
“L’altro me sulla riva del fiume…il ragazzo…”
“Rafter 2001?”
“È giovane. Com’è possibile? Non invecchiate qui?”
“No, no, invecchiamo eccome, la barba cresce, il tempo passa. È che siamo arrivati tutti da poco, relativamente. Io sono qui da circa un mese. Ne arrivano in media tre o quattro al giorno. Certi giorni di più, certi giorni di meno. Il più giovane ha otto anni e sarà arrivato circa tre mesi fa. Ci sono un bel po’ di ragazzini qua.”
“Otto anni?” Roger assume un’espressione seria ricordando la gelida corrente del fiume ed immaginando un ragazzino di otto anni vestito solo in pantaloncini e maglietta scaraventato tra i flutti.
“Quanti?”
Nalbandian 2005 abbassa lo sguardo.
“Alcuni. Non tutti.”
“Oh mio Dio.”
“Per loro è stata dura, da soli, senza aiuto, senza capire che stava succedendo. Appena hanno cominciato ad arrivare quelli più grandi le cose sono migliorate. Ora siamo organizzati. Hai visto? Ci sono sempre un paio di noi di pattuglia sul fiume per aiutare i nuovi arrivati.”
“Dove porta il fiume?”
“Non lo sappiamo, stiamo costruendo un’imbarcazione per seguire la corrente, poco più a valle il fuime diventa più calmo. Il clima sta cambiando, forse sta arrivando l’inverno. Certo che fa più freddo, c’è un vento gelido che scende dalle montagne.”

 

I due Roger Federer sono arrivati ad una radura. Ci sono delle capanne rudimentali, un grande fuoco al centro, delle pelli di animale stese accanto a pantaloncini da tennis e magliette. E ci sono svariati Roger Federer affaccendati in ogni genere di attività, cucinare, costruire, chiaccherare, giocare a tennis con rudimentali racchette di legno e palline di pelle di animale.
“Cos’è? Una specie di villaggio indiano Roger Federer?”
“Noi la chiamiamo Basilea.”
“Basilea?”
“È stato Djokovic Basilea 2009 ad avere l’idea. Prima questo posto era semplicemente la base… immagino che da Base a Basilea il passo sia breve.”
Roger Federer sorride mentre si avvicina al grande fuoco al centro dell’accampamento. Un altro Roger Federer, giovane, molto giovane, gli viene incontro con una rudimentale ciotola di pietra.
“Tu sei nuovo, eh? Siediti qui, la zuppa non è terribile, aspetta, ti porto un po’ di carne. Intanto puoi mettere i vestiti ad asciugare davanti al fuoco.”
Il ragazzo si allontana. Nalbandian 2005 appoggia una mano sulla spalla del nuovo arrivato.
“Devo tornare al fiume. Non è neanche mezzogiorno, ce ne saranno altri in arrivo. Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure a Lopez 1998.”
“Aspetta.”
“Cosa?”
Roger Federer esita per un momento. Si guarda attorno.
“Nulla, va pure. Me la caverò.” Sorride mentre Nalbandian 2005 si allontana. Poco dopo Lopez 1998 arriva con un pezzo di carne fumante.
“Dovrai usare le mani temo, stiamo ancora lavorando sulle posate.”
Federer lo guarda, se stesso di così tanti anni addietro.
“Klosters?”
“Sì, subito dopo aver vinto Wimbledon junior. Confesso che la sconfitta mi ha bruciato meno di altre.”
“Ricordo.”
“Quando sono uscito dal fiume ero convinto di essere in Svizzera, Klosters non è molto diverso da qui.”
“Non sei biondo.”
“No. Siemerink 1998 forse, il colore va via in fretta. Anche la barba cresce, ma abbiamo affilato qualche lama.”
“Siete tutti qui? Tutte le mie sconfitte?”
“Grosso modo.” Lopez 1998 esita un momento. “Alcuni di noi non sono qui, vivono in un altro accampamento sulle montagne.”
“Perchè sulle montagne? Qui sembra che ve la caviate benissimo.”
“Sulle montagne è più sicuro. Qui ci sono… predatori. Alcuni in passato sono stati presi, uccisi probabilmente, da… qualcosa. Potrebbe essere un grosso orso. O qualcos’altro. È stato Wimbledon 2008 a dividerci. È egoista, ha spaccato il gruppo e se fosse per lui i nuovi arrivati potrebbero morire annegati. Non gli importa.”
“Non posso crederci.”
“Ma è così, Wimbledon 2008 non è come gli altri. È cupo, autodistruttivo, divorato dai suoi demoni. Da quando è arrivato non ha fatto che litigare. Dopo che Ancic 2002 è stato ucciso dal predatore, ha deciso che restare qui era troppo pericoloso. E partito verso le montagne, ed in molti lo hanno seguito. Per noi è stato un sollievo quando se ne è andato. Noi non possiamo abbandonare Basilea però. Andare via sarebbe come condannare a morte i nuovi arrivati. Lui adesso vive in cima a quel picco laggiù, come un eremita, circondato da un piccolo gruppo di fedelissimi.”
Federer scuote la testa incredulo, mentre addenta un morso di carne.
“Cervo.” dice Lopez 1998.
“Non male. Non male davvero.”
Lopez 1998 sorride. Federer gli sorride di rimando.
“Che mondo assurdo.”

La mattina seguente Federer si sveglia con un brivido quando un refolo di aria gelida entra dalla tenda. Aprendo gli occhi si trova di fronte a Nalbandian 2005.
“Come stai?”
“Ancora un po’ stordito ma meglio, molto meglio.”
“È successo qualcosa di strano ieri.”
“Cosa?”
“Dopo di te non è arrivato nessuno. Non capitava da un po’ di avere una giornata con un solo nuovo venuto.”
Federer si tira a sedere con un sospiro di dolore.
“Ti eri forse infortunato?”
“No, non che io ricordi.”
Nalbandian 2005 annuisce pensoso.
“Fa freddo oggi, copriti bene quando esci.”
“Devo andare a parlare con Wimbledon 2008.”
“Cosa?”
“È importante. Ti spiegherò quando torno. Come faccio a trovarlo?”
“Può essere importante quanto vuoi ma non ti ascolterà. Abbiamo provato in tanti a convincerlo a tornare.”
“Chi c’è con lui?”
“Non sono pochi, saranno una trentina, tutti quelli arrivati prima e dopo di lui lo hanno seguito. Ci sono Melbourne 2008, Melbourne 2009, Parigi 2008, Blake 2008 ed i due Simon 2008, Karlovic 2008. Tutti quelli che hanno vissuto quei mesi di frustrazione. E ci sono parecchi giovani che sono rimasti affascinati dalla sua personalità.”
“Devo andare a parlargli. Non cercare di fermarmi, per favore.”
Nalbandian 2005 scuote la testa.
“Come vuoi. Ti serviranno cibo e acqua. La strada più semplice è lungo il fiume.”

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Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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