Ritratti: i maestri del Serve&Volley

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Ritratti: i maestri del Serve&Volley

I gesti perduti che hanno reso il tennis un’opera d’arte: dagli australiani a McEnroe, da Sampras fino a Federer

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Gli altri ‘Ritratti’


Una foto d’epoca. Una donna esegue passi di danza. Volteggi. Salti. Arabesque. Una racchetta il suo velo. Un campo da tennis il teatro, la rete il palco. Il mio nome è Suzanne Lenglen e danzo coreografie eterne. Vi dico che su questa terra solcata da questi passi, sorgerà il mio tempio. I messaggi devono andar veloci. Hermes era il messaggero degli Dei e per questo aveva le ali ai piedi. Tra le molteplici funzioni a lui attribuite, Hermes era anche il portatore dei sogni.

 

Stefan Edberg aveva le ali ai piedi e con la racchetta prendeva sogni per portarli a chi avesse voglia di farne. Solo sfiorato il terreno. Servizio, volée d’approccio, volée di chiusura. La danza “del serve & volley”. Tutto in lui era finalizzato alla conquista del punto a rete. Servizio dal rimbalzo alto, uscita dal servizio che già la rete è vicina per la prima volée chirurgica, incantevole e perfetta, specie quelle basse, che rendevano la volée di chiusura spesso una cosa apparentemente facile. La miglior volée dopo il servizio che si sia vista in tempi moderni. Piedi velocissimi, grandissima sensibilità di mano, Stefan Edberg è stato l’esempio più luminoso ed integralista di giocatore servizio-volée del tennis moderno. Maestro del chip&charge anche, Edberg dietro restava solo se lo costringevano. Là, pur disponendo di un favoloso rovescio al rimbalzo, diveniva un re senza trono, alle prese con un diritto ballerino che per meccanica, funzionava bene solo quando necessitava di aperture brevi se non bloccate. La rete era il luogo dove Stefan consegnava i sogni e per farlo, lì doveva volare.

Anche a Boris Becker piaceva volare. Le sue volée in tuffo sono nell’album dei colpi più spettacolari del tennis all time. Esempio di serve&volley vincente, ma essenzialmente diverso dal suo storico rivale Edberg. Una danza leggera, agile ed elegante, sempre educata quella di Edberg, una espressione di forza, danza passionale e furiosa quella di Becker. Lo chiamarono Bum Bum per la potenza del servizio ed anche dei colpi al rimbalzo, specie il diritto, che gli consentivano soluzioni da fondo impensabili per Stefan. Da urlo le sue risposte bloccate di rovescio, da puro erbivoro… Ma a rete Becker era giocatore vero, mano educata e sensibile. Con Edberg finì per dividersi i tifosi, facendo nascere una delle rivalità esteticamente più belle del tennis moderno. Gli scontri diretti dicono 25 a 10 per il tedesco, ma tra i 10 vinti da Edberg vi sono due finali di Wimbledon, in questo aiutato dalla proverbiale presunzione di Becker nel sentirsi invincibile, specie in quello che sentiva il suo campo ed il suo torneo. Questa, assieme a due gambone dal passo lungo, il limite più grande del tennista tedesco. A Wimbledon, teatro della sua gloria, quattro finali perse e tre vinte il suo bilancio, la più netta ad opera del connazionale Micheal Stich, altro sublime esempio di eleganza nel gioco a rete e di grande rovescio monomano.

Proprio in Germania, per non disperdere il Patrimonio Nazionale della volée in tuffo, hanno trovato un ottimo seguace in Dustin Brown, spettacolare circense giocoliere rasta, uno capace di ribaltare ogni certezza tecnico tattica e logica del tennis sorprendendo tutti con le sue folli trovate, a cominciare da se stesso… Un Brown in giornata è uno spettacolo degno di un free styler ed è certo un fatto bizzarro che i due più rinomati giocolieri del tennis degli ultimi anni siano stati un iraniano francesizzato, Baharami, ed un giamaicano di Germania o tedesco di Giamaica, secondo di come la si vuol vedere e di che rapporto si ha con il reggae.

John McEnroe non era un giocoliere. Pur facendo numeri da altissima giocoleria, era un artista. McEnroe dal serve&volley diabolico e mancino, dai gesti personali e la racchetta a lui come a Dalì un pennello. Creazioni geniali seriali. Di Zverev il fratello, quello sbagliato, perché il predestinato non è lui Misha, ma l’altro Sascha. Il fratello sbagliato ha mano da scultore, quello giusto da marmista. Uno spacca le montagne, l’altro ai pezzi di essa, dà sinuose forme. Nel tennis moderno spaccar le montagne spesso aiuta e cosi’ Sasha verrà ricordato probabilmente per essere stato il” fratello di” e non per essere stato l’ultimo dei giocatori serve & volley in stile anni 80/90 di questo primo scorcio di millennio assieme allo stiloso francese Mahut.

Pat Rafter e Pat Cash, canguri di Australia. Il gentlman ed il rocker. Gran potenza nelle gambe e balzi a coprire la rete. Fenomenale giocatore serve&volley da erba il secondo, bravo anche a fare altro il primo. Cash lo si ricorda per le magistrali volée di diritto, per la bandana che gli valse il soprannome di “pirata”, e per essere stato il primo a rompere il protocollo del vincitore di Wimbledon, scavalcando le tribune per festeggiare col proprio clan. Un fisico troppo potente lo rese soggetto a numerosi infortuni che ne tartassarono la carriera privandolo di altri successi. Pat Rafter ebbe meno infortuni e quindi carriera più fortunata, riuscendo così a portarsi a casa due US Open ed il numero 1 del mondo anche se solo per una settimana. Non vinse mai Wimbledon perdendo due finali consecutive, di cui una con Ivanisevic in una di quelle partite che ti rendono fama eterna per aver partecipato ad una rappresentazione del fato. I due Pat furono gli ultimi eredi del grande tennis australiano che dominò il mondo dalla metà degli anni 50 fino ai primi anni 70, quello dei Rosewall, dei Laver,dei Roche, dei  Newcombe, tennisti nati su erba che quindi avevano naturale propensione per il gioco di volo e di attacco. Altri australiani sarebbero venuti poi, ma la scuola era oramai diversa, più legata ad una concezione del tennis moderno del corri e tira.

Il serve&volley come stile di gioco, ha avuto altri grandi protagonisti, come Krajicek, gran servizio e vincitore di un Wimbledon, come i francesi Forget il classico ma in più acrobata  e tante altre cose Yannick Noah o anche Leconte quando gli veniva voglia di correre. Come Tim “Timbledon” Henman, in assoluto uno dei più grandi interpreti di questo stile di gioco, sfortunatissimo nell’imbattersi sempre in qualcuno che lo ha fregato in volata e che gli ha impedito di vincere qualcosa di importante, essenzialmente Wimbledon che avrebbe meritato come forse solo Rafter tra quelli che non l’hanno mai vinto in tempi moderni.

Il “serve and volley” nel tennis attuale è abbastanza raro vederlo. Una opzione tattica da tirar fuori in qualche occasione per sorprendere l’avversario. Il rallentamento delle superfici, in parte le nuove racchette e soprattutto le nuove corde, hanno favorito più un gioco di potenza da fondo che non un gioco fatto di continue discese a rete, per cui questa tipologia di gioco spettacolare si è pressoché estinta. Il gioco di volo lo si considerava necessario nel bagaglio tecnico di ogni giocatore e veniva curato alla pari degli altri aspetti, pertanto non era raro vedere anche giocatori non propriamente di rete, volleare in maniera egregia, vedi i Wilander, i Lendl, i Mecir e diversi altri senza dover scomodare giocatori comunque d’attacco a tutto campo, quali  gli Ivanisevic, i Korda, i Philippoussis ed altri che a rete comunque ci andavano anche se non alla maniera garibaldina degli angeli della rete.

Lo smash al salto alla Michael Jordan di Pete Sampras non si prende. La palla può essere alta quanto si vuole, lui arriva da dietro di corsa staccando con entrambi i piedi da terra e la schiaccia. Dopo il rimbalzo qualcuno la raccoglierà in tribuna. Il diritto di Sampras è sovente in avanzamento e non si prende. Gliene bastano raramente più di due. Nemmeno il suo passante di diritto in corsa si prende, così come la sua prima palla di servizio. Il suo rovescio si prende, ma a volte ne inventa che non si prendono. Di tocco o di potenza, la volée di Sampras, che la si vada a prendere. Il progetto Sampras consiste nel voler creare il miglior volleatore tra i fondocampisti e il miglior fondo campista tra i volleatori. Sembra una idea folle, ma il Dottor Tennis Frankstein è riuscito a tirar fuori cotal mostro aggiungendovi un paio di gambe esplosive da poter arrivare bene un po’ dappertutto e trasformarsi in Pistol Pete. Sampras è il giocatore serve&volley ad aver vinto di più. Recordman di titoli dello Slam, scavalcato in questa leadership poi da Roger Federer, in una staffetta tra divinità avvenuta a Wimbledon 2001, in un match che ha messo a confronto il “serve &volley” classico di Sampras arricchito da una infinità di invenzioni, tocchi e magie, al gioco comunque classico ma già prefigurante la moderna solidità, specie nei colpi al rimbalzo, di Federer. Sampras ha chiuso un’era, Federer ne ha aperto un’altra ed entrambe hanno il loro nome. Un giorno Federer avrebbe deciso di inglobarle tutte in una storia che ancora si sta scrivendo.

Una foto moderna. Una donna esegue passi di danza. Volteggi. Salti. Arabesque. Una racchetta il suo velo. Un campo da tennis il teatro, la rete il palco. Una danza nata nella Cecoslovacchia di un mondo diverso da quello di adesso. Il mio nome è Martina, il mio Hana, il mio Jana e danziamo coreografie eterne. Dove si son posati i nostri passi, è stato eretto il nostro tempio. Entrate. Tutto quel che vedrete è esistito davvero. Jana Novotná (Brno, 2 ottobre 1968 – Brno, 19 novembre 2017).

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ATP

Il vento soffia alle spalle di Lajovic: è lui il primo finalista a Montecarlo

MONTECARLO – Medvedev domina all’inizio, poi improvvisamente stacca la spina anche a causa del forte vento. Lajovic gioca con attenzione e vola in finale

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Dusan Lajovic - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Montecarlo, la nostra inviata

Dusan Lajovic, numero 48 del mondo, si regala la prima finale in carriera rimontando da 1-5 nel primo set contro il giovane Danii Medvedev, numero 14 ATP. Il serbo diventa così il finalista di Montecarlo con la classifica più alta dal 2001 ad oggi.  Dusan già nella giornata di ieri, dopo aver conquistato la sua prima semifinale in un Maters 1000 all’età di 28 anni, aveva scherzato: “Meglio tardi che mai”. Per Daniil, 23 anni, ci saranno in futuro altre occasioni.

 

Sul Principato il vento soffia deciso (45 km/h) e fa volare nuvole di terra rossa. Lajovic parte contratto e cede subito il servizio a un Medvedev solido e concentrato. Il set continua esattamente come è cominciato: Dusan falloso e Daniil in controllo. In tribuna ad assistere a questa prima semifinale Bob Sinclar, che ha animato il venerdì monegasco suonando in una nota discoteca fino all’alba. Medvedev si issa sul 5 a 1 ma quando deve servire per prendersi il parziale un passaggio a vuoto gli fa perdere il game e regala a Lajovic una speranza. E Dusan a quella speranza si aggrappa. Medvedev tiene il servizio successivo e conquista il secondo break consecutivo con un pallonetto che strappa gli applausi di tutto il centrale. Con il trascorrere del tempo il vento diventa sempre più fastidioso. Uno scoraggiato Medvedev non trova più le misure del campo e al terzo servizio perso se la prende con la propria racchetta e con la morbida terra del Country Club. Lajovic è implacabile. Il serbo ha ormai preso il comando del gioco e, con un parziale di 6 giochi a 0, conquista il primo set dopo un’ora.

Daniil Medvedev – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il padrone di casa, sua Altezza Serenissima Alberto II di Monaco, osserva sornione dalla tribuna reale, accanto a Toni Nadal che per l’occasione sfoggia un elegante completo con tanto di cravatta. Sul campo Lajovic continua a macinare gioco a scapito di un sempre più confuso Medvedev. Danii, infatti, cede il servizio in apertura di parziale. Medvedev non riesce più a trovare il filo del gioco, mentre Lajovic ora ci crede tanto da volare sul 4 a 0 in nemmeno 20 minuti di gioco. Sono 10 i game conquistati consecutivamente da Dusan. Nel quinto gioco Medvedev riesce finalmente a tenere il servizio tra gli applausi di incoraggiamento del campo centrale. Il destino dell’incontro è però ormai segnato. Lajovic non trema e si va a prendere la finale di Montecarlo, approfittando dell’ennesimo errore avversario. Dusan, incredulo, si ferma al centro del campo mentre il Ranier III gli tributa un meritato applauso. Danii esce a testa bassa. Ora per Lajovic l’azzurro Fabio Fognini che ha compiuto l’impresa di eliminare il re della terra, Rafael Nadal.

Risultato:

D. Lajovic b. [10] D. Medvedev 7-5 6-1

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ATP

Pella fa sudare Nadal, ma non può batterlo: 14esima semifinale a Montecarlo

MONTECARLO – Pella gioca un grande primo set e va vicinissimo a vincerlo. Ma alla fine, come quasi sempre accade sulla terra, la partita la vince Nadal. Semifinale contro Coric o Fognini

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da Montecarlo, il nostro inviato

Quando Rafael Nadal e Guido Pella scendono in campo, dopo che si è celebrata ai danni di Djokovic la rivoluzione russa, tutti sentono il bisogno di un po’ di vecchia e sana restaurazione. Del resto la striscia aperta di Nadal a Montecarlo parla di 17 vittorie e 23 set vinti (in nessuno dei quali il suo avversario ha vinto più di quattro giochi). Quanto ai precedenti Pella può vantare due sconfitte con un bilancio negativo di 5 set a zero, ed una sola escursione sul 6-3. Insomma, non abbiamo consultato gli oroscopi ma siamo certi che neanche questi aiutino l’argentino. Arbitra Bernardes, che a questo punto pare l’unica chance per il giustiziere (in concorso con un virus) del nostro Cecchinato.

 

E difatti si parte col rovescio lungo linea vincente di Pella, capace di pizzicare Nadal scoperto sul suo lato sinistro con il proprio dritto, e palla break. La prima annullata, la seconda concessa con doppio fallo e per Pella è subito break. Nadal appare disorientato per tutta la prima fase del set dal mancinismo dell’avversario. Con il dritto cerca solo di buttare fuori dal campo l’avversario a scapito della velocità di palla, ma l’avversario ci arriva comodo ed inizia a comandare sulla diagonale che Rafa non avrebbe mai pensato di patire. Nadal sembra accorgersi del trucco dell’avversario, che impugna l’arnese con la sinistra, ed inizia a variare un po’ con il back, cercando di destabilizzare Pella. Il controbreak immediato già fa mormorare sugli spalti che si assisterà ad un monologo maiorchino. Ed invece non è così.

Mentre Cisca in versione Mirka segue dietro gli occhiali da sole il suo promesso sposo, chissà se non le sia capitata di scambiarlo per Guido Pella. L’argentino si mette infatti a fare il Nadal, cercando angoli pari a quelli dell’avversario col dritto ma senza diminuirne la velocità di crociera. La tenuta di Pella, che inizia ad alternare alla clava il fioretto con apprezzabili palle corte, spinge Nadal ad errori impensabili. Pella continua a giocare un tennis vario, col permesso di un Nadal poco incisivo e si prende il break, trasformandosi per un attimo in Henri Leconte e giocando una volée smorzata vincente dalla linea del servizio.

Rafa cerca di scuotersi con un colpo che potrebbe rivelarsi utile ma che non è mai stato quello forte del suo repertorio, il lungo linea di rovescio. Pella però continua a fare il Nadal, comanda col dritto e siamo 3 a 1. Quando un dritto di Nadal non riesce a scavalcare la rete è ancora break. Nadal che perde tre turni di servizio di fila sulla terra battuta. Si scavi nelle statistiche. Sugli spalti l’hashtag più popolare inizia ad essere #ginocchio, seguito a ruota da #fisioterapista, ma per il momento nulla accade sul fronte dell’infermeria di Manacor.

Nadal cerca una reazione e trova sponda in un pubblico plebiscitariamente schierato per il monarca. La sua reazione è però balbettante e necessita dell’aiuto di Pella, che si confonde, inizia a tifare anche lui Nadal, e concede uno dei break di scorta, anche con un par di doppi falli. A questo punto comincia una nuova partita. Rafa tiene il primo turno di servizio dopo 41 minuti di gioco e Pella, per fare punto, deve iniziare a tirare vincenti fuori del comune. Allo spagnolo manca, e mancherà per tutto il set, la resa del proprio dritto incrociato, ben addomesticato dall’argentino. Una volée dorsale di Nadal che lo porta sul 3-4 fa esplodere il pubblico monegasco e fa intravedere a Pella quel che sarà di lì a poco.

Il break successivo in favore di Rafa appare a dir poco scontato e siamo quattro pari con tutte le paure del mondo nuovamente addosso al ventottenne di Bahia Blanca. Finalmente Nadal appare più sciolto nella corsa ma Pella viaggia ancora a ritmi sostenuti. Nadal mette il naso davanti sul 5 a 4 ma Pella prima lo riaggancia e poi mette la freccia con il quarto break del set (anche qui si scavi negli archivi). Quando va a servire per il set, come spesso accade, lo sfavorito si disunisce. Pella inizia a cedere col dritto ed il passaggio a vuoto col fondamentale con cui stava dominando si prolunga fino all’inevitabile tie break ed al suo ineluttabile epilogo (Rafa porta da casa e mette a tavola anche una sontuosa volée bassa di rovescio).

Il 2 a 0 per Nadal nel secondo set appare consequenziale al cedimento di Pella sul finire del primo set. Negli spogliatoi a Fognini e Coric qualcuno corre a dire di accelerare il riscaldamento, ma Pella non ci sta, costringe Rafa ad annullargli due palle break consecutive nel quarto game e lo costringe ad un gioco infinito per andare 3 a 1. Sullo 0-15 del quinto game (appuntatevelo per gli highlights) il punto del match. Pella ha a disposizione il più comodo degli smash a rimbalzo ma lo gioca con troppa sicurezza: la folgore di dritto con la quale Nadal gliela rimanda di là per il vincente è solo parente lontana del colpo deficitario del primo set ed è preludio al secondo break.

Pella inizia ad apparire stanco. Chiuse le ali dell’entusiasmo del primo set, è costretto a ricorrere ai piedi alla disperata caccia degli angoli di Nadal, il quale inizia a trovare dei dritti in corsa lungolinea che incontrano l’apprezzamento anche del Principe Alberto (e lo sconforto di Pella che sorride dinanzi alla linea pizzicata da un prodigio del maiorchino). Nel finale, giusto per ricordarci di che strana giornata si è trattata, Nadal al servizio per il match sul 5 a 2, va sotto 0-40 con due doppi falli, spara un dritto fuori e cede il servizio a zero. Poco male: sul servizio Pella, Nadal recupera un altro smash argentino e si procura due match point. Il primo, Pella lo annulla col dritto. Sul secondo l’argentino decide che può bastare così e spedisce un servizio lungo ed uno in rete per il doppio fallo che chiude il match dopo 2 ore e 20 di gioco, e dopo la comparsa di qualche nube sul Nadal che potrebbe trovare Fognini in semifinale.

In conferenza stampa Nadal appare sereno ma anche desideroso di correre a cambiarsi per la Grande Nuit du Tennis del Principato. Non credo che il fatto che lui fosse mancino mi abbia dato dei problemi.. voglio dire.. per lui è la stessa cosa. Ho mancato un paio di palle importanti ed è stato decisivo il game che ho vinto sotto 4 a 1, perché se lui fosse andato 5 a 1, beh, il set sarebbe finito, sarebbe stato impossibile recuperare. Le difficoltà le devi accettare e devi passarci attraverso, devi battagliare. E sul prossimo avversario, a chi gli ricorda un giovanissimo Coric allenarsi con lui, Rafa confessa: “Non ricordo bene a dire il vero. In ogni caso sarebbe un incontro duro. E se invece fosse Fabio, sarebbe altrettanto duro perché lui è uno dei più talentuosi in circolazione: quando sta bene può battere chiunque”.

Risultato:

[2] R. Nadal b. G. Pella 7-6(1) 6-3

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ATP

Medvedev da corsa anche a Montecarlo: è in semifinale, fuori Djokovic

MONTECARLO – Il numero uno del mondo, inguardabile per un’ora, è fuori dal torneo. Medvedev resiste alla rimonta e poi chiude di gran carriera. Prima semifinale in un 1000

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da Montecarlo, il nostro inviato

L’aveva detto Novak Djokovic alla vigilia che non sarebbe stata una partita facile, rendendo merito ai miglioramenti fatti da Daniil Medvedev nell’ultimo anno. Ma certo non credeva che il russo lo avrebbe sconfitto, sulla terra rossa, sul suo terreno preferito: la pressione infallibile da fondo campo.

Indubbiamente il 23enne moscovita ha avuto il vantaggio di sfruttare i tanti errori nella primo set (21 non forzati) del n. 1 del seeding, in un parziale in cui il vento forte ha condizionato molto il gioco. Nel secondo set Djokovic si è ripreso, iniziando a far intravedere finalmente la sua famosa consistenza da fondo. A quel punto tutto faceva supporre che, scoccate le due ore di gioco, come nella recente sfida all’Australian Open sarebbe stato il serbo a prevalere alla distanza.

Invece è stato Medvedev – che comunque anche nel secondo set non aveva demeritato – ad alzare il livello continuando a giocare profondo, senza errori, e pressando con successo un Djokovic che invece era tornato a commettere di nuovo qualche errore di troppo (“Anche oggi ho avuto tanti alti e bassi. Sono riuscito a giocare anche abbastanza bene nel secondo set, ma sono ancora lontano dall’essere continuo. In questo momento per me, ma anche per altri giocatori, l’obiettivo è trovare la continuità di gioco sulla terra.” spiegherà Nole a fine match). Vittoria meritata dunque quella di Daniil, che ora affronterà in semifinale un altro serbo, Dusan Lajovic, da lui nettamente sconfitto nell’unico precedente tra i due, disputato lo scorso ottobre a Mosca (“Abbiamo giocato indoor, sulla terra sarà tutta un’altra partita” ha osservato al riguardo). Sicuramente un penultimo atto che nessuno si aspettava qui al Country Club di Montecarlo.

 
Novak Djokovic e Daniil Medvedev – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Come detto, nel primo set scendeva in campo una versione inguardabile di Djokovic. Basterà riportare i suoi dati al termine del primo parziale: 3 vincenti contro 21 errori non forzati. Dall’altra parte Medvedev faceva il suo, senza strafare (7 vincenti e 6 non forzati nel primo set) dato che faceva tutto Nole: giocava profondo, spingeva quando deve spingere, ma soprattutto attendeva l’errore – che arrivava puntuale – dell’avversario. Nole subiva il break a freddo, si salvava da uno 0-40 nel quinto gioco (causato da tre orribili errori, specie lo smash in rete che portava il russo a tripla palla break), ma capitolava nuovamente al nono gioco, consegnando il primo set per 6-3 a Medvedev in 40 minuti.

All’inizio del secondo parziale tutto sembrava continuare sui binari del primo, con Nole che si ritrovava a dover annullare una palla break. Lo scampato pericolo svegliava però il 31enne belgradese, che dopo quasi un’ora di gioco si procurava finalmente le prime palle break sul servizio dell’avversario. La terza era quella buona. Ora gli scambi erano più lunghi ed intensi e, a differenza del set precedente, spesso era il n. 1 del mondo a portare a casa quelli più lottati. Medveded continuava a giocare bene, ma non abbastanza per impensierire in questa fase dell’incontro il serbo, che difendeva il break del terzo gioco e pareggiava il conto dei set, 6-4, dopo un’ora e 37 minuti.

Si pensava che Djokovic avesse ormai in controllo del match, invece ecco che il match cambiava nuovamente padrone. Nel quarto gioco Medvedev vinceva uno scambio di 24 punti per annullare la palla del due pari e subito dopo passava a condurre per 3-1. Un passaggio cruciale, come ammetterà lo stesso Djokovic nel dopo partita: “Ho perso il servizio all’inizio del terzo set dopo aver avuto la possibilità di chiudere il game. Sulla terra le partite possono girare velocemente. Così è stato, lì ho perso quattro game di fila e non sono riuscito a recuperare.” Se da un lato era vero che Nole era tornato ad essere un po’ falloso, ma non certo come all’inizio, dall’altra parte Medvedev non solo non sbagliava più niente, ma era in grado di portare a casa gli scambi punti più lunghi pressando il suo avversario (“Nole nel secondo set era rientrato nel match e poi, all’improvviso, è calato. Io sono soddisfatto perché ho continuato a giocare bene ed, anzi, sono riuscito a salire di livello”).

Insomma, Daniil faceva il Nole. Il serbo non trovava soluzioni (“Lui ha giocato molto bene, era solido con il rovescio, efficace con il dritto, ha fatto pochissimi errori”) e perdeva nuovamente il servizio al sesto gioco. Al momento di servire per il match Daniil forse si rendeva conto di cosa stava combinando, cioè estromettere il n. 1 del mondo da un Masters 1000, e giocava un brutto game al servizio (un doppio fallo con una seconda fuori di due metri). Ma si ricomponeva subito e ribrekkava un Djokovic che dava la sensazione di non crederci più: dopo due ore e 20 minuti di gioco il 23enne tennista di Mosca chiudeva 6-2 e conquistava la prima, meritata semifinale in un Masters 1000. E la sensazione è che non sarà l’ultima (“L’obiettivo era quello di fare un match con pochi errori, ci sono riuscito. Sono ovviamente soddisfatto per avere battuto il n. 1 al mondo, ma il mio focus è già sul match di domani”) .

Daniil Medvedev (braccia alzate) – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Risultato:

D. Medvedev b. [1] N. Djokovic 6-3 4-6 6-2

Il tabellone aggiornato

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