Ritratti: i maestri del Serve&Volley

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Ritratti: i maestri del Serve&Volley

I gesti perduti che hanno reso il tennis un’opera d’arte: dagli australiani a McEnroe, da Sampras fino a Federer

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Gli altri ‘Ritratti’


Una foto d’epoca. Una donna esegue passi di danza. Volteggi. Salti. Arabesque. Una racchetta il suo velo. Un campo da tennis il teatro, la rete il palco. Il mio nome è Suzanne Lenglen e danzo coreografie eterne. Vi dico che su questa terra solcata da questi passi, sorgerà il mio tempio. I messaggi devono andar veloci. Hermes era il messaggero degli Dei e per questo aveva le ali ai piedi. Tra le molteplici funzioni a lui attribuite, Hermes era anche il portatore dei sogni.

 

Stefan Edberg aveva le ali ai piedi e con la racchetta prendeva sogni per portarli a chi avesse voglia di farne. Solo sfiorato il terreno. Servizio, volée d’approccio, volée di chiusura. La danza “del serve & volley”. Tutto in lui era finalizzato alla conquista del punto a rete. Servizio dal rimbalzo alto, uscita dal servizio che già la rete è vicina per la prima volée chirurgica, incantevole e perfetta, specie quelle basse, che rendevano la volée di chiusura spesso una cosa apparentemente facile. La miglior volée dopo il servizio che si sia vista in tempi moderni. Piedi velocissimi, grandissima sensibilità di mano, Stefan Edberg è stato l’esempio più luminoso ed integralista di giocatore servizio-volée del tennis moderno. Maestro del chip&charge anche, Edberg dietro restava solo se lo costringevano. Là, pur disponendo di un favoloso rovescio al rimbalzo, diveniva un re senza trono, alle prese con un diritto ballerino che per meccanica, funzionava bene solo quando necessitava di aperture brevi se non bloccate. La rete era il luogo dove Stefan consegnava i sogni e per farlo, lì doveva volare.

Anche a Boris Becker piaceva volare. Le sue volée in tuffo sono nell’album dei colpi più spettacolari del tennis all time. Esempio di serve&volley vincente, ma essenzialmente diverso dal suo storico rivale Edberg. Una danza leggera, agile ed elegante, sempre educata quella di Edberg, una espressione di forza, danza passionale e furiosa quella di Becker. Lo chiamarono Bum Bum per la potenza del servizio ed anche dei colpi al rimbalzo, specie il diritto, che gli consentivano soluzioni da fondo impensabili per Stefan. Da urlo le sue risposte bloccate di rovescio, da puro erbivoro… Ma a rete Becker era giocatore vero, mano educata e sensibile. Con Edberg finì per dividersi i tifosi, facendo nascere una delle rivalità esteticamente più belle del tennis moderno. Gli scontri diretti dicono 25 a 10 per il tedesco, ma tra i 10 vinti da Edberg vi sono due finali di Wimbledon, in questo aiutato dalla proverbiale presunzione di Becker nel sentirsi invincibile, specie in quello che sentiva il suo campo ed il suo torneo. Questa, assieme a due gambone dal passo lungo, il limite più grande del tennista tedesco. A Wimbledon, teatro della sua gloria, quattro finali perse e tre vinte il suo bilancio, la più netta ad opera del connazionale Micheal Stich, altro sublime esempio di eleganza nel gioco a rete e di grande rovescio monomano.

Proprio in Germania, per non disperdere il Patrimonio Nazionale della volée in tuffo, hanno trovato un ottimo seguace in Dustin Brown, spettacolare circense giocoliere rasta, uno capace di ribaltare ogni certezza tecnico tattica e logica del tennis sorprendendo tutti con le sue folli trovate, a cominciare da se stesso… Un Brown in giornata è uno spettacolo degno di un free styler ed è certo un fatto bizzarro che i due più rinomati giocolieri del tennis degli ultimi anni siano stati un iraniano francesizzato, Baharami, ed un giamaicano di Germania o tedesco di Giamaica, secondo di come la si vuol vedere e di che rapporto si ha con il reggae.

John McEnroe non era un giocoliere. Pur facendo numeri da altissima giocoleria, era un artista. McEnroe dal serve&volley diabolico e mancino, dai gesti personali e la racchetta a lui come a Dalì un pennello. Creazioni geniali seriali. Di Zverev il fratello, quello sbagliato, perché il predestinato non è lui Misha, ma l’altro Sascha. Il fratello sbagliato ha mano da scultore, quello giusto da marmista. Uno spacca le montagne, l’altro ai pezzi di essa, dà sinuose forme. Nel tennis moderno spaccar le montagne spesso aiuta e cosi’ Sasha verrà ricordato probabilmente per essere stato il” fratello di” e non per essere stato l’ultimo dei giocatori serve & volley in stile anni 80/90 di questo primo scorcio di millennio assieme allo stiloso francese Mahut.

Pat Rafter e Pat Cash, canguri di Australia. Il gentlman ed il rocker. Gran potenza nelle gambe e balzi a coprire la rete. Fenomenale giocatore serve&volley da erba il secondo, bravo anche a fare altro il primo. Cash lo si ricorda per le magistrali volée di diritto, per la bandana che gli valse il soprannome di “pirata”, e per essere stato il primo a rompere il protocollo del vincitore di Wimbledon, scavalcando le tribune per festeggiare col proprio clan. Un fisico troppo potente lo rese soggetto a numerosi infortuni che ne tartassarono la carriera privandolo di altri successi. Pat Rafter ebbe meno infortuni e quindi carriera più fortunata, riuscendo così a portarsi a casa due US Open ed il numero 1 del mondo anche se solo per una settimana. Non vinse mai Wimbledon perdendo due finali consecutive, di cui una con Ivanisevic in una di quelle partite che ti rendono fama eterna per aver partecipato ad una rappresentazione del fato. I due Pat furono gli ultimi eredi del grande tennis australiano che dominò il mondo dalla metà degli anni 50 fino ai primi anni 70, quello dei Rosewall, dei Laver,dei Roche, dei  Newcombe, tennisti nati su erba che quindi avevano naturale propensione per il gioco di volo e di attacco. Altri australiani sarebbero venuti poi, ma la scuola era oramai diversa, più legata ad una concezione del tennis moderno del corri e tira.

Il serve&volley come stile di gioco, ha avuto altri grandi protagonisti, come Krajicek, gran servizio e vincitore di un Wimbledon, come i francesi Forget il classico ma in più acrobata  e tante altre cose Yannick Noah o anche Leconte quando gli veniva voglia di correre. Come Tim “Timbledon” Henman, in assoluto uno dei più grandi interpreti di questo stile di gioco, sfortunatissimo nell’imbattersi sempre in qualcuno che lo ha fregato in volata e che gli ha impedito di vincere qualcosa di importante, essenzialmente Wimbledon che avrebbe meritato come forse solo Rafter tra quelli che non l’hanno mai vinto in tempi moderni.

Il “serve and volley” nel tennis attuale è abbastanza raro vederlo. Una opzione tattica da tirar fuori in qualche occasione per sorprendere l’avversario. Il rallentamento delle superfici, in parte le nuove racchette e soprattutto le nuove corde, hanno favorito più un gioco di potenza da fondo che non un gioco fatto di continue discese a rete, per cui questa tipologia di gioco spettacolare si è pressoché estinta. Il gioco di volo lo si considerava necessario nel bagaglio tecnico di ogni giocatore e veniva curato alla pari degli altri aspetti, pertanto non era raro vedere anche giocatori non propriamente di rete, volleare in maniera egregia, vedi i Wilander, i Lendl, i Mecir e diversi altri senza dover scomodare giocatori comunque d’attacco a tutto campo, quali  gli Ivanisevic, i Korda, i Philippoussis ed altri che a rete comunque ci andavano anche se non alla maniera garibaldina degli angeli della rete.

Lo smash al salto alla Michael Jordan di Pete Sampras non si prende. La palla può essere alta quanto si vuole, lui arriva da dietro di corsa staccando con entrambi i piedi da terra e la schiaccia. Dopo il rimbalzo qualcuno la raccoglierà in tribuna. Il diritto di Sampras è sovente in avanzamento e non si prende. Gliene bastano raramente più di due. Nemmeno il suo passante di diritto in corsa si prende, così come la sua prima palla di servizio. Il suo rovescio si prende, ma a volte ne inventa che non si prendono. Di tocco o di potenza, la volée di Sampras, che la si vada a prendere. Il progetto Sampras consiste nel voler creare il miglior volleatore tra i fondocampisti e il miglior fondo campista tra i volleatori. Sembra una idea folle, ma il Dottor Tennis Frankstein è riuscito a tirar fuori cotal mostro aggiungendovi un paio di gambe esplosive da poter arrivare bene un po’ dappertutto e trasformarsi in Pistol Pete. Sampras è il giocatore serve&volley ad aver vinto di più. Recordman di titoli dello Slam, scavalcato in questa leadership poi da Roger Federer, in una staffetta tra divinità avvenuta a Wimbledon 2001, in un match che ha messo a confronto il “serve &volley” classico di Sampras arricchito da una infinità di invenzioni, tocchi e magie, al gioco comunque classico ma già prefigurante la moderna solidità, specie nei colpi al rimbalzo, di Federer. Sampras ha chiuso un’era, Federer ne ha aperto un’altra ed entrambe hanno il loro nome. Un giorno Federer avrebbe deciso di inglobarle tutte in una storia che ancora si sta scrivendo.

Una foto moderna. Una donna esegue passi di danza. Volteggi. Salti. Arabesque. Una racchetta il suo velo. Un campo da tennis il teatro, la rete il palco. Una danza nata nella Cecoslovacchia di un mondo diverso da quello di adesso. Il mio nome è Martina, il mio Hana, il mio Jana e danziamo coreografie eterne. Dove si son posati i nostri passi, è stato eretto il nostro tempio. Entrate. Tutto quel che vedrete è esistito davvero. Jana Novotná (Brno, 2 ottobre 1968 – Brno, 19 novembre 2017).

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ll cammino Eroico dell’atleta. Come attivare il potenziale implicito dentro di sé

Manuela Caputi illustra come l’utilizzo della metafora del cammino dell’eroe abbinato alle tecniche di Focusing possa portare il giocatore, con il supporto del coach, a sviluppare le proprie potenzialità

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L’articolo di questo mese per la rubrica ISMCA è di Manuela Caputi, Counselor Bioenergetica e Trainer di Focusing, diplomata in Sport Coaching ed esperta di storytelling.

La storia dell’allenamento tennistico, e sportivo in generale, ha seguito e si è modellata non solo sulle capacità individuali ma anche sull’evoluzione delle esigenze di volta in volta emergenti. Nel caso del tennis, dopo l’attenzione data alla preparazione tecnico-tattica e alla preparazione atletica, oggi affiora la consapevolezza di una nuova necessità. Per garantire un’ottima performance è necessaria anche una particolare attitudine mentale. In questo modo il giocatore riesce a raggiungere uno stato di presenza in campo tale da permettergli di sfruttare appieno le risorse allenate e la preparazione raggiunta. Emerge quindi la necessità di considerare anche l’aspetto mentale dell’allenamento e renderlo parte integrante del programma di training.

 

Con ciò ci si riferisce non tanto alla capacità cognitiva dell’individuo ma soprattutto ad una sua capacità di gestione emotiva. Lo psicologo statunitense Daniel Goleman per primo parlò di “Intelligenza Emozionale” intendendo lo sviluppo di una serie di capacità intrapersonali ed interpersonali che vanno dall’autoconsapevolezza all’autoregolazione, all’empatia. Un approccio più olistico dell’allenamento viene chiamato in causa, un approccio che preveda l’evoluzione dell’atleta come individuo nella sua totalità.

Con l’intento di ispirare e allo stesso tempo evidenziare che tale evoluzione prevede un percorso e che questo percorso è individuale, si è scelto di utilizzare in questa sede la metafora del cammino dell’eroe presente nella struttura narrativa delle favole e dei miti, cosi come elaborata dallo studioso di religioni comparate Joseph Campbell. Il percorso di trasformazione da individuo ordinario a individuo straordinario che compie l’eroe è lo stesso percorso che l’atleta, nel nostro caso il tennista, è chiamato a compiere nella sua ascesa da giovane promettente a campione. È un percorso composto da differenti momenti di passaggio. Campbell li definisce tappe, rappresentanti le fasi evolutive della coscienza umana nel suo cammino verso l’autoconsapevolezza. Si ritiene che conoscere le tappe del cammino dell’eroe possa servire da guida al giocatore e al suo staff , per intraprendere e supportare tale percorso. Per antonomasia, un percorso di cambiamento interiore prima che esteriore.

Per l’eroe il punto di partenza per il viaggio interiore, lo stimolo a cambiare, è sempre determinato da una situazione di disagio. Lo stesso vale per il giocatore. Per quest’ultimo il disagio può essere dato dalla sensazione di avere un problema e non riuscire a risolverlo, dal trovarsi in una situazione di stallo, come ad esempio il ripetersi nel match di errori tecnico-tattici, o il ripresentarsi di comportamenti non funzionali. In genere il linguaggio con cui in questi casi il tennista si rivolge agli altri – e soprattutto a se stesso – mostra il disagio percepito. Frasi come “Mi va tutto male”, “L’altro prende solo righe” riflettono la sensazione di essere in balia di forze esterne che non si riesce a controllare. In altri momenti il senso di disfatta viene anticipato da espressioni come “Tanto con quello non ci vinco mai”. In tutti i casi l’incapacità di prendere consapevolezza e di gestire le proprie emozioni risulta fatalmente determinante per il risultato finale del match. Questo insieme emozionale e psichico è quello che nella nostra metafora viene definito il mondo ordinario dell’eroe. Si tratta di un insieme di schemi mentali e credenze limitanti che mantengono il nostro tennista-eroe lontano dall’ottimizzazione delle proprie risorse impedendogli di raggiungere i propri obiettivi. Ma a prescindere da quali siano questi schemi e queste credenze,  ciò che spinge il tennista-eroe ad intraprendere il proprio viaggio di scoperta di sé, è sentire che la necessità di cambiare la realtà – o quantomeno di controllarla – si scontra con l’inefficacia delle strategie messe in atto fino a quel momento.

Il primo passo consiste proprio nella presa di coscienza da parte del nostro tennista-eroe del suo mondo ordinario, ossia della situazione in cui si trova. È necessario che l’individuo prenda consapevolezza delle proprie azioni iniziando ad osservare la realtà esterna e ad osservarsi agire in essa. A stimolare questo primo movimento servono quelle che Campbell definisce chiamate, ossia eventi e accadimenti che turbano e scuotono, la goccia che può far traboccare il vaso e far prendere al nostro eroe una nuova direzione. Per il giocatore  possono essere i richiami del coach, una non convocazione in Coppa Davis o Fed Cup, un evento familiare inaspettato o infine un evento fisico traumatico (in base all’unità funzionale mente-corpo un evento traumatico al livello fisico è comunque un campanello d’allarme anche mentale).

Non tutti però sono pronti a ricevere e seguire la chiamata. Trattandosi sempre di un evento che comunque va a toccare una certa fragilità dell’individuo o una sua paura, la reazione più comune è il cosiddetto rifiuto della chiamata. Questo momento implica che il nostro giocatore si rifugi ancor di più nella propria comfort zone e si accanisca nel voler continuare a “cambiare la realtà esterna agendo solo sulla realtà esterna stessa”. Sono i momenti in cui si cambia coach, si cambia sede di allenamento, si cambia fidanzata, ogni causa è ritenuta esterna e va cambiata.

Spesso è solo con l’arrivo del mentore, ossia di un aiuto esterno, che il giovane eroe riesce a credere che esista una via d’uscita e riesce ad affrontare il momento della scelta che lo spinge all’attraversamento della soglia. Solo ora è pronto ad intraprendere il proprio cammino. Nel mondo del tennista, lo staff è chiamato a ricoprire il ruolo di mentore. Un ruolo questo che ha un grande potenziale detonante. Un potenziale che a sua volta, per essere tale, deve venir coltivato con la stessa consapevolezza che si richiede all’atleta per gestire la propria vita. Un coach deve essere in grado di ispirare, motivare, supportare. Soprattutto è importante che creda nel giocatore, spesso più di quanto il giocatore stesso creda in sé. Forte di questo supporto il nostro tennista-eroe può accogliere ora la possibilità di intraprendere il proprio viaggio accettando di “cambiare la realtà esterna cambiando la propria realtà interna”.

Si tratta di un vero e proprio capovolgimento, e come tale viene rappresentato nella nostra metafora dove l’eroe entra letteralmente in un nuovo mondo, il mondo straordinario. Questo passaggio prevede l’acquisizione di nuove competenze e un nuovo linguaggio. È questo l’inizio di una diversa fase e una diversa modalità di allenamento che implica ora un’esperienza diretta dell’intero individuo. Si tratta di passare dal “pensare con la mente” al “pensare con tutto il corpo” attraverso un sentire il corpo dall’interno. Il nostro atleta è chiamato a scoprire la propria Forza Interiore che risiede implicita dentro di sé. Questa viene attivata allenando una nuova consapevolezza corporea, cosi nuova che il filosofo americano Eugene Gendlin, fondatore del metodo del Focusing, inventò per descriverla il neologismo di “sensazione sentita significativa”.

Attraverso una serie di passi, allenabili ed insegnabili, il Focusing risulta essere un metodo particolarmente efficace per attivare risorse nascoste e sbloccare processi di stallo. Migliora la qualità dello stato di presenza e sviluppa un affidabile contatto interno con se stessi che permette all’atleta di verificare il proprio stato emotivo ed eventualmente intervenire per cambiarlo. Questo potenzia fiducia e autostima e favorisce un atteggiamento propositivo verso le situazioni esterne. Sfrutta la capacità intrinseca del corpo, che a differenza della mente, è in grado di recepire e rielaborare in modo immediato e sintetico in un’unica sensazione fisica “tutto ciò che riguarda una certa situazione”. Ciò favorisce analisi e decisioni tempestive ma allo stesso tempo congruenti, essenziali in uno sport di situazione come il tennis. Con queste nuove risorse a disposizione il nostro eroe può finalmente affrontare la prova centrale e nella nostra metafora uccidere il drago. Per il tennista significa affrontare i momenti topici con fondata fiducia e forza interiore superando le proprie paure.

Il nostro eroe cosi rinnovato può intraprendere la via del ritorno. Avendo acquisito la capacità di vedere altro e di scorgere un nuovo significato, la stessa realtà può diventare ora una nuova realtà. Ecco che il cerchio si chiude e il nostro giocatore può affrontare adesso le stesse situazioni in modo diverso. Questa è la conquista suprema, l’Elisir: la possibilità di “cambiare la realtà esterna agendo sulla propria realtà interna”. Questo è ciò che distingue un individuo ordinario da un individuo straordinario, un giovane promettente da un Campione: colui che ha completato il proprio percorso di trasformazione. Avendo presente tutto ciò, non solo il ruolo del giocatore cambia, ma cambia anche il ruolo dello staff che è chiamato a prendere consapevolezza dell’esigenza di questa trasformazione — e di conseguenza a creare un ambiente che favorisca la crescita personale del giovane. In questo senso la chiamata è valida per tutti. È valida per l’atleta, chiamato ad essere Eroe, e per il coach, chiamato ad essere Mentore cioè colui che conosce e mostra la via del cammino eroico.

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A Marsiglia Paire batte Bolelli ma Berrettini pareggia il conto

Francia-Italia 1-1: Berrettini vince una gran partita contro Chardy, agli ottavi avrà Rublev.

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Matteo Berrettini - Sofia 2019 (foto Ivan Mrankov)

Matteo Berrettini conferma quanto di buono fatto vedere anche in questo di inizio di 2019 battendo il beniamino di casa Jeremy Chardy, dopo due tie-break diametralmente opposti per andamenti ma finiti entrambi nelle mani dell’italiano. La partita non ha particolari brividi nei primi nove game, in cui i due offrono un gioco molto gradevole, legato ad un alto rendimento al servizio e arricchito da numerosi vincenti. In particolare, è il rovescio di Chardy a funzionare benissimo, cui Matteo contrappone la grande efficacia del suo dritto. Le occasioni offerte dai due nell’ottavo e nono gioco sono solo il prologo di un tie-break emozionante, dai mille capovolgimenti di fronte. Berrettini riesce ad annullare ben sei set point giocando meravigliosi passanti: da segnalare quello di rovescio in corsa per il 6-6 e uno di dritto sull’11-11. Chiuderà il tie break 14-12, dimostrando una grande voglia di non arrendersi mai e una grande capacità di mantenere il sangue freddo. Alla ripresa del secondo parziale i due sentono un fisiologico calo nelle prestazioni al servizio: le occasioni per il break fioccano e i due si sottraggono rispettivamente la battuta. La qualità del gioco però non scende, e la partita scorre fino al tie break. Tutti si aspettano un’altra chiusura di set emozionante, ma Matteo cambia passo: mette in difficoltà Chardy nelle sue discese a rete con ottimi passanti, e raggiunge in un lampo il 4-0, sigillato grazie ad una magnifica palla corta. Da lì è un monologo fino al 7-0 che lo conduce all’ottavo con Rublev.

SEGNALI RUSSI – Spettacolare accoppiamento di sedicesimi tra l’idolo di casa Tsonga e il giovane russo Rublev. Inizia a servire il francese e la partita si mette subito in discesa per lui: tenuto il primo gioco, il russo cede il suo successivo game alla prima palla break offerta. Davvero in palla ad inizio match Jo, non offre la minima occasione al russo, aiutato anche da un servizio davvero molto efficace: l’ottima resa con le prime palle (ben il 76%) gli consente di frenare i potenti colpi da fondo di Rublev e di condurre agilmente il gioco durante i suoi turni di servizio. È anzi il russo a cedere nuovamente la battuta nell’ultimo gioco del set, lasciando al francese il vantaggio di partire nuovamente con i servizi nel set successivo. È qui però che la partita gira, quasi inaspettatamente. Tsonga gioca un primo game al servizio disastroso, con Rublev che vince 4 punti consecutivi e strappa a zero la battuta al suo avversario. Andrey riesce finalmente a spingere con più continuità il suo dritto e a sfondare la resistenza del francese che, di contro, si trova in difficoltà nello scambio, non riuscendo più ad ottenere punti facili col servizio. Da quel momento, sarà un crescendo continuo per Andrey, che inizia a sommergere Tsonga di dritti vincenti e colpi pesanti, impedendogli di reagire. Chiuderà il set 6-4, preludio al terzo dove Joe sarà costretto il più delle volte a remare da fondo campo nella speranza che i colpi dell’avversario perdano efficacia e potenza. Non sarà così purtroppo e, abbandonato dal servizio, cederà i primi due turni di servizio nel terzo set, spianando la strada al 6-2 finale, con cui Rublev si qualifica agli ottavi.

 

FUORI BOLELLI CON QUALCHE RIMPIANTO – Il primo italiano in campo nel torneo di Marsiglia è reduce dalle qualificazioni e si affaccia a questo incontro molto curioso contro Paire. Pronti via ed è subito vantaggio azzurro: Simone strappa la battuta nel game di apertura, mostrando un ottimo servizio e dei colpi davvero efficaci, specialmente il suo dritto ad uscire. Di contro, il francese commette vari errori e non riesce a trovare le contromisure al gioco dell’azzurro. Tutto questo però cambia improvvisamente dall’ottavo gioco: Benoit riesce a strappare per due volte consecutive la battuta all’avversario, chiudendo il parziale 6-4. Molti errori dell’azzurro in questo frangente, con colpi spesso in rete o fuori dal campo in situazioni di palleggio o di attacco. Bolelli comunque non ci sta: cresce ancora al servizio e in risposta e riesce a portarsi avanti anche nel secondo set, strappando il servizio all’avversario nel terzo gioco. Purtroppo però, Simone non trova continuità, commettendo molti errori anche in fasi di gioco di pura impostazione. Benoit riesce così a pareggiare i conti sul 3-3, e l’onda lunga della partita si sposta verso la sua parte di campo. Da notare come i due abbiano cambiato gioco in questo secondo set, preferendo molto più la via della rete e le palle corte al gioco da fondo che ha caratterizzato il primo parziale. Si arriva al tie break, dove però Paire riesce a strappare subito due mini-break con due ottimi passanti di rovescio. Sostenuto da un ottimo servizio, chiude comodamente 7-1 la contesa lasciando un grande amaro in bocca a Simone, in vantaggio in entrambi i set.

Lorenzo Fattorini

Risultati:

P. Gojowczyk b. D. Dzumhur 6-2 6-4
[LL] S. Stakhovsky b. [Q] C. Lestienne 7-6(3) 1-6 6-3
B. Paire b. [Q] S. Bolelli 6-4 7-6(1)
[5] F. Verdasco b. [Q] E. Gerasimov 4-6 6-3 7-5
A. Rublev b. [WC] J.W. Tsonga 2-6 6-4 6-2
M. Berrettini b. [8] J. Chardy 7-6(12) 7-6(0)

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Capitombolo Osaka a Dubai: la prima da numero 1 è un fiasco

Lontanissima dalla tennista glaciale che ha vinto l’Australian Open tutto d’un fiato, Osaka si fa breakkare sette volte (!) e battere da Kiki Mladenovic. Fuori anche Bertens, avanti Halep e Kerber

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Naomi Osaka - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Se fosse possibile recensire i tornei di tennis come si fa con i prodotti che si acquistano online, il rapporto qualità-prezzo del Dubai Duty Free Tennis Championships meriterebbe tutte le stelline possibili. Con la miseria di 55 dirham, circa 13 euro al cambio attuale, nella giornata di martedì ci si poteva garantire un biglietto di terza fila per il campo centrale di un Premier 5 il cui ordine di gioco comprendeva sei delle sette migliori giocatrici al mondo secondo classifica, inclusa una numero uno nuova di zecca.

Se la sono cavata tutte tranne proprio la neo-reginetta Naomi Osaka, autrice di una prestazione al limite dell’handicap contro Kristina Mladenovic. “Più sono grossi e più fanno rumore quando cadono” si dice, e nel caso di Osaka il tonfo è fragoroso: appena sei giochi vinti alla prima uscita da numero uno mondiale – nessuna delle sue venticinque predecessore aveva mai perso all’esordio al vertice del circuito WTA – che coincideva anche con la prima senza Sascha Bajin nel box. L’ex sparring partner, promosso a capo allenatore proprio dalla giapponese a inizio 2018 ed eletto Coach of the Year grazie ai successi riportati insieme a lei, era stato silurato a sorpresa con un semplice tweet pochi giorni dopo il titolo agli Australian Open. All’arrivo a Dubai, assediata dalla stampa, Osaka si era limitata a togliere dal tavolo le insinuazioni su problemi di natura economica, adducendo come causa una non troppo chiara tensione umana tra lei e Bajin. “Non ho intenzione di mettere i successi davanti alla mia felicità”, ha detto la nuova n.1 al mondo. “Mi voglio svegliare felice di allenarmi, e non sono disposta a sacrificare tutto ciò per tenere una persona nel team“.

Di certo gli spettatori dell’incontro di Osaka hanno visto una tennista tutt’altro che serena: un body language del tutto negativo ha accompagnato una prestazione piena di errori gratuiti, con una prima palla che trovava il campo appena una volta su due e un rendimento con la seconda al 21%. Una miseria, tanto che Mladenovic la ha liquidata con un doppio 6-3 in appena un’ora e cinque minuti, riuscendo a chiudere persino un secondo set in cui ha perso il servizio tre volte consecutive; quasi facile, considerato che Osaka ha fatto di peggio, facendosi breakkare sette volte su nove turni di battuta totali. Nessun merito da togliere alla francese, perché gli incontri vanno vinti, ma prima di atterrare negli Emirati il suo ruolino di marcia stagionale in singolare recitava 0-4, peraltro con due eliminazioni contro giocatrici fuori dalle prime 240 della classifica. “Per me significa moltissimo questa vittoria”, la prima contro una numero uno, ha detto Mladenovic dopo la stretta di mano. “So che sono in grado di battere grandi giocatrici, l’ho fatto in passato anche su questo campo, lo sapete, non voglio mettermi a fare un elenco“. Certo oggi ha avuto un bell’aiuto.

GLI ALTRI INCONTRI – Alle altre stelle impegnate prima di lei nella sessione diurna, come detto, è andata bene: quattro vittorie su quattro per Kvitova, Svitolina, Halep e Kerber, anche se hanno tutte dovuto sudare per conquistarsele. Sebbene soltanto Petra Kvitova sia stata costretta a giocare un terzo set, recuperando un tie-break di svantaggio a Katerina Siniakova, il pubblico degli Emirati ha avuto la sua bella dose di emozioni anche nei successivi tre incontri. Soprattutto Halep ha avuto bisogno di portare il suo tennis vicino al limite massimo per battere Genie Bouchard, ancora una volta esaltatasi a tratti contro un’avversaria importante ma costretta ad abbandonare Dubai dopo un’ora e tre quarti di tennis davvero intenso. Tra Genie e la ex numero uno, alla fine, c’è stato un solo break di differenza, in avvio di secondo set. Il rammarico è proprio per quei pochi minuti cruciali di deconcentrazione, iniziati al termine del tie-break del primo parziale, quando, sul 4-5 e servizio nel gioco decisivo, la canadese è stata distratta uno dei suoi tanti spasimanti che le ha gridato: “sposami”. (Siamo abbastanza sicuri che non sarà lui ad accompagnarla all’altare.)

In apertura di mattinata Elina Svitolina aveva superato Ons Jabeur, fermata in corsa da un problema alla spalla destra (ancora sfortunata la tunisina, che nell’unico precedente aveva mancato quattro match point). Fatica e brividi per una Angelique Kerber sfocata, anche lei costretta ad un tie-break: al primo match in carriera contro una top 10 a quasi ventott’anni di età, Dalila Jakupovic ha scelto un’apertura aggressiva e si è portata sopra di due break, giocando un tennis vario prima di farsi catturare in un gorgo di doppi falli (nove in totale nel match) che alla lunga ha spinto avanti la sua più esperta avversaria. Ma se sul centrale le big hanno tutte strappato la promozione agli ottavi, sugli altri campi si sono viste anche le eliminazioni di Kiki Bertens, Daria Kasatkina (ancora a secco di vittorie in stagione!) e Caroline Garcia. A far fuori l’olandese è stata la slovacca Viktoria Kuzmova, classe 1998 da poco entrata in top 50: gran servizio, con cui ha annullato anche match point nel tie-break decisivo, e un tennis potente che ha tremato soltanto nei momenti più emozionanti. L’ottavo di finale tra outsider, contro la coetanea Sofia Kenin, sarà una bella occasione per entrambe.

ha collaborato Michelangelo Sottili

Risultati:

C. Suarez Navarro b. S. Zhang 6-4 6-4
[12] G. Muguruza b. S. Zheng 7-5 6-2
[6] E. Svitolina b. O. Jabeur 7-6(4) 4-0 rit.
S.W. Hsieh b. A. Sasnovich 6-1 6-2
A. Riske b. A. Cornet 6-2 6-3
V. Kuzmova b. [7] K. Bertens 6-2 4-6 7-6(6)
S. Kenin b. [11] D. Kasatkina 6-3 2-6 6-4
[2] P. Kvitova b. K. Siniakova 6-7(3) 6-4 6-4
[3] S. Halep b. [WC] E. Bouchard 7-6(4) 6-4
L. Tsurenko b. [Q] L. Zhu 6-4 6-7(5) 6-3
[Q] J. Brady b. [14] C. Garcia 6-4 7-5
B. Bencic b. [LL] S. Voegele 6-1 6-1
[5] A. Kerber b. [LL] D. Jakupovic 7-6(4) 6-3
[8] A. Sabalenka b. [Q] I. Jorovic 6-4 6-0
K. Mladenovic b. [1] N. Osaka 6-3 6-3
[4] Ka. Pliskova b. D. Cibulkova 6-2 3-6 6-3

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